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venerdì 24 novembre 2023

Ritorni d'autore: Babylon | Oppenheimer | Coup de Chance | The Killer | Monster

Due innamorati ballavano romanticamente e si interrogavano, speranzosi, su come conciliare sentimenti e carriera. Questa volta ci sono elefanti in pista da ballo, umori corporei, feticismi. Come si è passati dal musical al baccanale, dal sogno al delirio? Caustico, volgare e disincantato, il film tradisce la fiaba per raccontare l'evoluzione della settima arte. E la progressiva degenerazione del mondo che c'è dietro. Si passa dal muto al sonoro, dai divi alle meteore, dal western alla commedia: il tutto per accontentare un pubblico che in fretta si annoia e dimentica. Babylon ha anticipato lo sciopero degli sceneggiatori. Ha irritato Hollywood e infastidito gli spettatori, entrambi artefici del meccanismo perverso che fagocita i protagonisti. Il pubblico deve essere intrattenuto. Chi non sa reinventarsi è spacciato. Pitt è sul viale del tramonto, come l'amica Swanson; Robbie prende lezioni di etichetta, ma il richiamo del lato selvaggio è forte; Calva rischia di essere risucchiato dal caos della festa che si limitava a contemplare. Questo Chazelle è coreografico come Luhrmann; folleggia come Tarantino. Maneggia serpenti, ammazza comparse, divora topi. Provoca e denuncia, in un'opera esilarante ed esaltante, pornografica e candida. Mi rincresce averlo perso al cinema. Sarebbe stato un onore piangere insieme al protagonista, nel finale, e guardare attraverso i suoi occhi schegge di Gene Kelly, di angeli e fantasmi. (10)

È sulla bocca di tutti da prima dell'uscita. L'ho visto a oltre un mese di distanza dall'arrivo in sala, impermeabile a qualsiasi entusiasmo. Oppenheimer, accolto come il capolavoro di Christopher Nolan, è per me un film grande che non diventa mai un grande film. Algido, logorroico, cerebrale, stordisce a suon di nomi e informazioni, ma mostra il portento e l'orrore della bomba atomica fuori scena. A distanza di sicurezza. Restano i tormenti dell'uomo, qui interpretato da un emaciato Cillian Murphy, diviso tra patriottismo e senso di colpa; quei troppi dettagli, a metà tra scienza e politica, che lasciano a lungo confusi. L'emotività irrompe soltanto nell'ultima parte: un processo alle intenzioni in cui ogni azione è in discussione e, a sorpresa, a rubare la scena è la tradita, sottostimata moglie interpretata da Emily Blunt. Non ho ben compreso il ruolo del doppiogiochista Robert Downey Jr, ben nascosto sotto un mascherone di trucco ma sempre insopportabilmente gigioneggiante. Non ho capito il troppo rumore per nulla, o quasi. Da questa detonazione mi sarei aspettato un brivido lungo la schiena; l'acufene; un'eco maggiore. Il biopic sull'inventore dell'atomica, invece, è una docufiction magistralmente diretta e montata a cui tuttavia manca il sano ardore di Prometeo. Senza fuoco, fuori fuoco, si rivela un compito diligentemente svolto e poco altro. (6)

Alla tenera età di ottantotto anni, Woody Allen dirige il suo cinquantesimo film. E ogni volta che torna in sala è sempre un po' festa. Quanto ci mancava? Quanto ci mancherà? Sfortunatamente, nonostante sia stato misteriosamente ben accolto all'ultimo Festival di Venezia, Coup de Chance è una commedia nera senza grandi guizzi che, scegliendo un idioma e toni diversi, si limita a riproporre l'acuminato triangolo sentimentale dell'indimenticato Match Point. Questa volta la moglie trofeo, interpretata dall'incantevole Lou de Laage, è divisa tra l'amante scrittore e il ricco marito malavitoso. Se la sorte ci mette lo zampino, ribalterà tutto la puntualità dell'epilogo per regalarci, in extremis, un sorriso beffardo. Il resto appartiene a un Allen logorroico e eccezionalmente francofono, piuttosto povero di contenuti, che strizza l'occhio alle donne infedeli di Chabrol e ammalia grazie alla fotografia assolata del solito Vittorio Storaro. Checché se ne scriva, gli ho preferito di gran lunga gli ultimi film: il teatrale La ruota delle meraviglie, lo scoppiettante e giovanile Un giorno di pioggia a New York e perfino Rifkin's Festival, sottovalutata delizia cinefila troppo in fretta sacrificata sull'altare dello streaming. (5)

Un sicario è appostato sui tetti parigini. Non dorme, non ha sentimenti, non sbaglia mai. Finché non manca il bersaglio e per lui ha inizio una fuga rocambolesca che tocca altre quattro città, altri quattro capitoli, nel tentativo di costruirsi un futuro alternativo accanto alla compagna lontana. Lo interpreta Michael Fassbender, attore troppo a lungo assente dalle scene. Asciutto, stiloso, inafferrabile, indossa camicie floreali da turista tedesco e si concentra ascoltando i successi degli Smiths. Come se non bastasse, firma il tutto David Fincher, finalmente tornato al thriller dopo la parentesi metacinematografica dell'autoriale Mank. Al secondo film per Netflix, il regista cult torna sugli schermi con l'adattamento di un graphic novel nelle sue corde. La violenza c'è, ma è raffinatissima. Gli omicidi abbondano, ma i corpi quasi non sanguinano. Gli scontri fisici sembrano coreografie studiatissime. Chirurgico, rigoroso, freddissimo, questa volta si diverte e diverte con un film d'intrattenimento godibile ma non all'altezza. Perché The Killer, partito sotto i migliori auspici con un omaggio al miglior Hitchcock, diventa una pellicola d'azione che non ha né la classe di James Bond, né la leggerezza di John Wick. Colpa di un soggetto tutt'altro che memorabile, in cui l'entrata in scena di Tilda Swinton rappresenta il momento di maggiore curiosità: peccato sia impegnata in poco più che un cameo. L'ultimo Fincher, come il suo killer dall'insopportabile voce narrante, intrattiene in poltrona ma non fa centro. (5)

Lo strano comportamento di un bambino insospettisce gli adulti. La mamma, iperprotettiva, fatica ad ammettere che il figlio stia crescendo; il maestro, tacciato di maniere forti, è forse più lungimirante di altri; la preside, reduce dalla morte della nipotina, modera per tutelare l'istituto. Il protagonista è una vittima o un bullo? Chi, fra lui e un fragile coetaneo, è il mostro? Kore'eda torna Giappone con una sceneggiatura perfetta. Delicatissima e magistralmente orchestrata, mostra la stessa vicenda attraverso tre punti di vista complementari. Ne viene fuori un puzzle sui segreti di grandi e piccini, che favoleggia di rinascita. Quieto ma pervaso di tensione, sceglie di mantenersi ambiguo fino alla fine: nemmeno l'epilogo ci chiarirà se abbiamo assistito o meno a una tragedia. Monster inizia con un incendio e termina con un tifone. E, fra le due calamità, lascia posto alle scosse sismiche della pre-adolescenza. Come in una versione più stratificata di Close, Kore'eda descrive il momento in cui la purezza dei bambini viene meno. Saranno mai felici al di fuori di quel vagone ferroviario al centro del bosco? Nella sequenza più memorabile (insieme a quella di quattro mani che tentano di pulire un finestrino dal fango), la preside insegna al piccolo protagonista a soffiare via il dolore in una tromba. E gli suggerisce che, se non è per tutti, non è felicità. Non c'è giallo più fitto dei propri sentimenti. (7,5)

sabato 15 gennaio 2022

Biografie da Oscar: Spencer | Belfast | King Richard | Being the Ricardos

A che serve l'ennesimo biopic, per di più con The Crown in corso d'opera, sull'icona più famosa al mondo? Ultimo ritratto di signora per Pablo Larraín, Spencer racconta i tre giorni di agonia di un matrimonio lungo dieci anni; la donna in pezzi prima del mito inscalfibile. Diana festeggia il Natale in un castello stregato in cui i riscaldamenti sono sempre spenti, le ceneri dei vecchi regnanti ricoprono ogni cosa e i servitori, invitati al silenzio, sono schierati come un esercito. Ma, aggrappata alla tazza in ghingheri come una sposa, Diana vomita, disobbedisce e semina dissensi: il suo tormento si manifesta con l'autolesionismo. In una scena già cult, si strappa la collana e ingoia le perle insieme a una zuppa immangiabile. Favola nera o forse horror dell'anima, il film è una psichedelia di danze, spettri e fagiani dove tutto, fatta eccezione per l'epilogo, è gelo. In questo inferno di ghiaccio, Kristen Stewart si rivela una scelta tanto azzardata quanto vincente: sorprendente con accento british, presta gli occhi malinconici e il temperamento nervoso a una figura in tensione perenne, in grado di sciogliersi soltanto al cospetto dei figli e di Sally Hawkins; i costumi da Oscar fanno il resto. Si può fuggire a un destino segnato? C'è spazio per i miracoli, in un mondo in cui perfino i bambini sono educati alla violenza della caccia? Per fortuna il buon cinema tutto può. Il qui e ora non esistono, sussurra Diana: passato, presente e futuro sono la stessa cosa. Il tempo si fonde come in Dalì, allora, e attraverso questo magma Diana Spencer può andare incontro alla vita (e alla morte) nei luoghi in cui è stata bambina spensierata. È possibile la stessa felicità? Basta lasciare in pegno il vestito buono agli spaventapasseri e, fanculo il mondo, inseguire «gli amori, lo shock e le risate». (8)

Dopo Cuarón, Almodóvar e Sorrentino (anche Spielberg è atteso al varco con un'operazione simile), è il turno di Kenneth Branagh: riacciuffare una carriera ondivaga al suono di ricordi agrodolci. Il tutto rigorosamente in bianco e nero, con una fotografia talmente incantevole da essere degna del cinema Pawlikowski. Siamo nell'Irlanda degli anni Sessanta. Il piccolo alter-ego del regista si difende con uno scudo di latta dai draghi, dai drammi familiari, dagli sconvolgimenti politici. Benché molto preso dalle scorribande e da una coetanea, è impensierito da una serie tematiche: i genitori, sommersi dai debiti, meditano di andare altrove; i nonni, anziani, seminano perle di saggezza e preoccupazioni; le strade, un tempo familiari, ospitano barricate durante gli scontri tra protestanti e cattolici. Ogni elemento è al posto giusto, selezionato per non scontentare: mamma e papà sono di un'avvenenza fuori dal comune anche quando discutono (Caitríona Balfe è, a onor del vero, intensissima), gli anziani brontolano da Oscar (inspiegabile il casting di Ciaràn Hinds, di vent'anni più giovane della Dench e invecchiato malamente a colpi di trucco), le visite al cinematografo offrono significativi squarci di colore al biancore generale. Ma in Belfast, purtroppo, è tutto talmente attrattivo da risultare furbetto, patinato, piatto. Ogni anno c'è un film che sembra accontentare tutti tranne me: questo sarà l'anno di Branagh, con la pellicola più sopravvalutata e, forse, premiata della stagione. Un pugno di cartoline provenienti da un'infanzia così artefatta da sembrare di nessuno. (5,5)

L'ascesa di Venus e Serena Williams dal punto di vista dell'uomo che le ha messe prima al mondo, poi sui campi da tennis (solitamente appannaggio dei ricchi bianchi privilegiati): Richard, il loro papà. Ambientato nei primi anni Novanta, con le campionesse poco più che bambine, questo biopic tanto classico quanto appassionante mette in scena i sacrifici, l'orgoglio e lo spirito di abnegazione di una famiglia vincente. Padre di cinque figlie femmine, il protagonista ha un piano per ognuna di loro: cambieranno il mondo e si salveranno dal ghetto. Ma la perdizione esiste soltanto nel loro quartiere, o anche nelle competizioni del circuito professionistico? Solido nella prima parte, in cui prevale la grazia della dimensione corale, il film perde qualche colpo nella seconda: più concentrata sugli esordi di Venus, fa porre qualche domanda sulla condotta del genitore. La loro è una famiglia o un team? È giusto predisporre il futuro dei figli ancora prima che nascano? Quelli di Richard erano sogni o ossessioni? Disinteressata ad approfondire le controversie sul papà-manager, Hollywood sceglie per la vicenda un taglio fiabesco e toni bonari. Non stupisce, allora, la scelta di Will Smith come protagonista: idolo di generazioni vicine e lontane, qui spiegazzato come non mai, rispolverara i discorsi motivazionali del set di Muccino e punta facilmente agli Oscar. Pregi e difetti di un dramma sportivo senza ombre e con una morale sul valore dell'umiltà (non secondaria, però, al divertimento), che piace anche ai profani. (6,5)

Agli spettatori italiani Lucille Ball e Desi Arnaz diranno pochissimo. Star di una sitcom degli anni Cinquanta, erano i nostri Sandra e Raimondo. L'ultimo film del sempre bravissimo Sorkin è un biopic che ce li mostra a un crocevia: accusata di simpatizzare per il comunismo, Lucille fa i conti con i tradimenti del marito e una seconda gravidanza. Come mandare avanti comunque lo show? Nonostante Javier Bardem sia una spalla esemplare, Being the Ricardos è una masterclass tutta al femminile. Già anima della sitcom originale, Lucy diventa ancora il fulcro del tutto: Sorkin la mostra dagli esordi fino alla retrocessione in radio, in preda al fervore delle riprese e durante le tensioni del quotidiano. Buffa sul set, tutta smorfie e gridolini, nel privato era una padrona di casa perfezionista, polemica e sbloccata. Contestatissima da alcuni spettatori, una Nicole Kidman fresca di Golden Globe incarna entrambe le anime del personaggio alla perfezione e strega con un mimetismo che le arrochisce la voce e stravolge il viso (più del chirurgo, sì). La vicenda ha scarso appeal, soprattutto per il pubblico straniero? La struttura a tasselli non appare sempre funzionale? Se amate le grandi performance e i grandi autori, sedetevi ugualmente in poltrona e applaudite Sorkin. La sua è una commedia elegante, pulita, all'apparenza semplicissima. Ma, proprio come I Love Lucy, di quella semplicità che soltanto i set collaudati sanno rendere nascondendo gli sforzi del cast sotto il tappeto. (7)

sabato 1 febbraio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Judy | Richard Jewell | I due papi | Un amico straordinario

[Attrice protagonista, Trucco e acconciatura] Anno che vai, biopic che trovi. Cambia l’artista, sì, ma restano drammi e problematiche. Un’infanzia oscura, i matrimoni fallimentari, gli schiaffi e le carezze di un pubblico ingrato. Senza grandi variazioni sul tema, vale anche per Judy Garland: cantante e attrice che poco prima di spegnersi fu protagonista di un’ultima vampa di furore nei teatri londinesi. Sul viale del tramonto, lottava contro le dipendenze e l’ex marito. Ma nella sceneggiatura, questa volta, accanto ad aneddoti e dietro le quinte non manca una critica feroce allo star system: quant’è amara la vita dei bambini prodigio e quanto sono spregevoli, invece, i produttori che ne rubano i sogni? Di dichiarato impianto teatrale, il film non brilla soltanto per bravura della Zellweger, ma per la domanda che pone: dove finisce l’arcobaleno? Al centro di un inatteso canto del cigno, Renée guida la visione grazie ai suoi sorrisi, alle sue lacrime e ai suoi sguardi parlanti, attraverso un’interpretazione dolorosa che va oltre il manierismo e arriva al cuore. All’inizio scettico – mi distraevano infatti i suoi occhi sgranati, la bocca a papera, il mascherone di make-up –, sono diventato un suo fan strada facendo: dotata di una forte ironia e di una vocalità splendida, già sfoggiata in Chicago, soltanto lei avrebbe potuto interpretarla. Hanno aiutato una regia raffinata, che incornicia i personaggi in piccoli e grandi quadri di solitudine; le canzoni intramontabili, su tutte una struggente Somewhere over the rainbow; costumi meritevoli di un plauso ben più del trucco, capaci di cogliere appieno lo scintillio dei fragili anni Sessanta. Più interessante nella prima parte a cavallo tra passato e presente, il film si perde poi nella ricerca della scena a effetto o dietro l’ennesima relazione sbagliata. Quando imbocca il sentiero di mattoni giallo, però, crescono la commozione e la magia. Piove a lungo su queste due ore di visione, ma il famoso arcobaleno non le si nega poco prima dei titoli di coda. Judy morirà sei mesi dopo, ma qui ha il suo lieto fine: è tornata in Kansas. (7)

[Attrice non protagonista] Continua l’indagine dell’ottantanovenne Clint Eastwood nell’epica che più gli sta a cuore: quella degli eroi americani della porta accanto. Dopo American Sniper e Sully, storie vere con protagonisti troppo ingombranti e un rigore per me eccessivo, il regista torna a convincere benché in sordina. Richard, dolcissimo trentenne appesantito dai chili e dalle preoccupazioni di troppo, è un cocco di mamma goffo e fanfarone, genuinamente candido e fiducioso, i cui sogni di gloria diventano purtroppo incubi. Poliziotto mancato, si è accontentato dell’impiego di guardia di sicurezza: durante un concerto negli anni Novanta, intercetta  una bomba e salva innumerevoli vite. Dipinto negativamente dai giornalisti, torchiato a tappeto dall’FBI, il protagonista – all’inizio eroe nazionale – diventa un nemico pubblico sotto sospetto. Gli agenti federali frugano nell’immondizia, nei cassetti della biancheria, nei Tupperware, tra i vizi privati e le pubbliche virtù. La gogna mediatica, frustrante, sarà alleggerita dalla presenza dello scoppiettante e agguerrito avvocato di Sam Rockwell e dalla mamma chioccia Kathy Bates, a pezzi davanti all’impossibilità di proteggere l’unico figlio dall’assalto mediatico. A dispetto del mio disamore per i drammi d’inchiesta, Richard Jewell si rivela più che semplice cronaca, ma una parabola accorata e toccante, con un interprete così sincero – Paul Walter Hauser, che rivelazione – da sembrare capitato nella pagina sbagliata del giornale. Goffo e imperfetto, dotato di senso dell’umorismo e pacatezza grandi, è una figura umana e imperfetta verso cui scatta immediatamente un’empatia che porta il film a emozionare informando. Ha vissuto, però, l’ennesima ingiustizia: quella di essere misteriosamente sottovalutato dall'Academy. (7+)

[Attori, Sceneggiatura non originale] Il primo è severo e contestatissimo: amante del pianoforte e della solitudine, sta perdendo l’ispirazione. Il secondo, popolare e benvoluto, apprezza il tango, il calcio e le belle donne: ha un passato da viveur e in patria, ai tempi della dittatura, era una figura tutt’altro che semplice. Sembrano due amici al bar – la colonna sonora, per altro, passa gli Abba, i Beatles, Bella ciao e Besame mucho –, ma li tradiscono l’abbigliamento e il tenore della conversazione. Indossano la tonaca immacolata, infatti. Parlano di aborto, omosessualità, celibato e pedofilia. Sono Benedetto XVI e Francesco, il vecchio e il nuovo, all’alba di un avvenimento epocale: la rinuncia di Ratzinger, travolto dall'ennesimo scandalo. Amici-nemici, gli anziani si confrontano anche sugli acciacchi e i dilemmi morali: il dialogo diventerà una lunga confessione. E lo spettatore, incantato da cotanta bravura, presterà gelosamente ascolto nonostante i flashback superflui sulla giovinezza di Bergoglio che tradiscono qui e lì la provenienza argentina del regista. Come sopperire a una fede che dà conforto, non risate, se non grazie a un buddy movie lieve come una sitcom? Sincero e disinformale, per questo bellissimo, I due papi ha il pregio immenso di risultare leggerissimo pur ragionando di massimi sistemi. Lo stesso potrei dire in fondo dei suoi protagonisti, Hopkins e Pryce: quando c’è il talento, il trucco c’è ma non si vede. E neanche la fatica. Lo dimostra Paolo Sorrentino, lo ribadisce Fernando Meirelles: i papi portano bene a televisione e cinema. Mentre in questi giorni The New Pope è ancora in onda su Sky, qui si brinda alla comparsa di un’altra fumata bianca. (7,5)

[Attore non protagonista] Quello di Fred Rogers è un nome che non dirà niente agli spettatori italiani. Idolo generazionale in odore di santità, con addosso un golfino rosso rimasto nell’immaginario collettivo, era l’anima – presentatore, burattinaio, confidente – di un programma in cui parlare tra un siparietto e l’altro anche di morte, divorzio e guerra. Il cantastorie si fa eccezionalmente da parte qui, per raccontare la vicenda di un giornalista:  Lloyd Vogel, un uomo perseguitato da un’ombra scura – suo padre – e dalla convinzione di essere un genitore fallimentare. Tra intervistatore e intervistato, a telecamere spente, nascerà un’amicizia poco canonica che influenzerà entrambi. Matthew Rhys, pensoso e amareggiato, lavora per sottrazione nel suo dialogo con Tom Hanks: pacato e dal sorriso sempre pronto, gioviale ma mai esagerato, l’attore candidato ha un fare così gentile e accondiscendente da risultare perfino irritante. Quali pesi porta però? Come sfoga la frustrazione? Che padre è stato per i suoi figli? Con un ruolo cucito su misura, che soltanto lui o Robin Williams avrebbero potuto interpretare con la stessa naturalezza, Hanks è il (non) protagonista di una commedia intergenerazionale meno convenzionale del previsto: vedasi lo skyline di plastilina, i frequenti sguardi in camera, i viaggi del protagonista in parentesi surreali alla Kidding. Peccato per l’ultima mezz’ora all’insegna della riconciliazione immancabile, molto più didascalica del resto, dove la narrazione si fa tradizionale e le atmosfere, purtroppo, spiccatamente natalizie. Restano la malinconia delle luci che si spengono e una nota stridente al pianoforte, nella chiusura di una sigla tivù; un personaggio criptico e aggraziato, che resta volutamente un mistero. Pur presentando un programma per bambini. (6,5)

lunedì 10 giugno 2019

I ♥ Telefilm: Fosse/Verdon, Fleabag S02, Killing Eve S02

Rimasto senza successori, Feud raccontava un testa a testa fra dive. Cosa si nascondeva sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? Passato stranamente sotto silenzio, è arrivato infine quest'altro biopic a puntate su un'altra coppia del cinema. Il tema: non il noir bensì il musical, non l'acrimonia bensì l'amore. Quello che dura fino all'ultimo respiro. Quello che sopravvive a un divorzio, infiniti tradimenti, stelle eclissate. Dietro l'apprezzamento parziale della miniserie Fox – realizzata magnificamente, coinvolgente non sempre –, c'è il mio grado di impreparazione. Di Bob Fosse, regista e coreografo osannato dagli Oscar a Cannes, non ho visto niente, ma l'estate mi rende ben propenso ai recuperi da rigattiere. Quali erano i retroscena dei suoi capolavori? Non conoscendoli, mi sono appassionato in minima parte ai travagli produttivi e ai cambi di rotta, ridestandomi grazie all'energia degli inserti danzerecci e alla bravura di interpreti in stato di grazia. Lui, un camaleontico Sam Rockwell, ha problemi con il sesso, con il fumo, con un cuore malandato. Vittima di amanti a fiotti e del gene del tradimento, vive la celebrità come dono e dannazione. Ne va della sua salute, fisica e mentale. Ne va della relazione con una Michelle Williams da Emmy, terza moglie che tale non rimase. Paziente e affranta, la donna scende a compromessi e tenta spesso di allontanarsi dall'ombra del collaboratore. Ma come rinunciare al desiderio di portare in scena Chicago? Fra liti e riappacificazioni, Bob e Gwen scoppiano come coppia ma professionalmente resistono a dispetto dell'età, dei nuovi partner, dei dissapori. Se la stima è una forma d'amore, non smetteranno allora di amarsi fino alla morte di lui: stroncato a sessant'anni da un infarto. Ricostruzione degna di meraviglia delle scene cult e dello spirito di quei decenni ruggenti, Fosse/Verdon ha fatto la gioia di costumisti e direttori dei casting, che questa volta hanno inseguito con la lente d'ingrandimento somiglianze fisiche ed eccellenze. I personaggi, genitori distratti e incostanti, sono profondamente onesti ma difficili da difendere; nelle otto puntate complessive, se ne individua al solito qualcuna di troppo, ma da metà in poi l'alta classe è garantita. Bisognerebbe avere una conoscenza preliminare del cinema di Fosse, però, e resistere ai ritmi lenti degli inizi. Pazientare tanto per la genialità del montaggio quanto per i guizzi della messa in scena – siparietti in bianco e nero da stand up comedy, tentati suicidi come in Rocketman –, o per godere della prova di una Williams nel miglior ruolo della sua carriera. Le vite del duo, canterebbe Liza, sono state un cabaret. Malinconiche e sopra le righe, non potevano essere raccontate altrimenti. Il resto, difetti compresi, è jazz. (7)

Ho aspettato il suo ritorno per anni. Erano bastati sei episodi per trasformarla, ai tempi, in un metro di paragone. E per dirmi innamorato di Phoebe Waller-Bridge, talento comico che infrangeva cuori con una scrittura di cui tutti, presto, si sarebbero accorti. Anche sceneggiatrice di Killing Eve, chiamata in soccorso fra una cosa e l'altra sul set del James Bond di prossima uscita, Phoebe approda su Amazon con il suo personaggio portafortuna e ha venti minuti alla volta per congedarsi. Come eguagliare la bellezza della cena dell'episodio introduttivo, in cui si consumano il dramma di un aborto spontaneo e i convenevoli per un matrimonio da organizzare? Come trovare un'altra spalla che somigli al fascinoso Andrew Scott? Mentre il padre convola a nozze con Olivia Colman e sua sorella ha una crisi di nervi per un brutto taglio di capelli, nelle giornate della protagonista si avvicendano ospiti d'eccezione – Fiona Shaw, Kristin Scott Thomas – e un misto di emozioni contraddittorie, se i bilanci riportano in mente una mamma e una migliore amica finite al cimitero. Tutto è disastroso. Tutto è oro. Perfino la sua cotta, quindi, non potrà che essere assurda: in crisi d'astinenza, la donna finisce nel confessionale di Scott. Un sacerdote adorabile e sboccato, che legge gli attimi di isolamento nei quali la protagonista si estrania, guarda lo spettatore, fa smorfie in camera. La eccita il brivido del proibito, o forse quello sconosciuto del conforto? Bisessuale e blasfema, la figlia illegittima di Gervais si chiude in preghiera. Non ci sarà lieto fine, non calerà una morale dall'alto. Ma il discorso sulla crudeltà dell'amore o uno struggente monologo in lacrime risulteranno abbastanza miracolosi da farci credere nel Padreterno e nel fatto che una trentatreenne londinese sia la regina attuale della risata amara. Sotto la pensilina degli autobus, con altre delusioni aggiunte alla collezione precedente, Phoebe Waller-Bridge scuote la testa. Ci dice di non seguirla. Deve andare per la propria strada. Purtroppo non porta a una terza stagione – Fleabag sceglie di fermarsi qui, di leccarsi le ferite in privato – ma magari somiglierà, finalmente, alla felicità. (8)

Partito come classica spy story, Killing Eve si era tradito in fretta. Per fortuna, aggiungerei. Nella partita a guardia e ladri fra Sandra Oh e Jodie Comer, la prima sbirra e l'altra sicario senza scrupoli, non c'era niente di annunciato in partenza. E, soprattutto, niente di serioso. Ci si accoltella, infatti, si commettono nefandezze e torti impensabili, ma mantenendo sempre il sangue freddo. Nemiche a amiche, amanti forse un giorno non lontano, le due donne agli estremi della barricata si sono studiate a lungo e cercate dappertutto. Quando si sono trovate, durante lo scorso finale di stagione, hanno affilato i coltelli. Sono finite a letto, in un abbraccio insanguinato. Ma come reagire se la tua ossessione amorosa risponde alle tue attenzioni accoltellandoti a Parigi? La vendetta, piatto da servire freddo, placa i bollenti spiriti grazie alla distrazione di un terzo incomodo: un nemico comune da sconfiggere, spiazzando tutti e collaborando. A mali estremi rispondono estremi rimedi. Un po' Hannibal e Clarice, un po' Bonnie e Clyde, la coppia meglio assortita del piccolo schermo punta all'Italia. Roma, quest'anno, ospita la villeggiatura di Aaron Peel: sociopatico ferrato in traffici di dati privati, che tanto i Dodici quanto l'MI6 vorrebbero fermare. Disposti a venirsi incontro sottobanco, i buoni e i cattivi sguinzagliano le sexy Oh e Comer – quest'ultima, a giusta ragione, ruba Bafta e attenzioni a colpi di carisma. L'attrazione fra loro è fisica, cerebrale, o entrambe le cose? In un violento ed esilarante soggiorno italiano, con tanto di vezzosa colonna sonora nostrana e stilosi cambi d'abito, Killing Eve si conferma un piacere perverso. La serie da vedere. Esagera, ma con la solita intelligenza dietro cui si scorge lo zampino di Phoebe Waller-Bridge. Ti rende dipendente, ancor più che in passato, grazie a una Villanelle che spadroneggia incontrastata. Troppo sognare che queste due brutte ceffe scappino e delinquano fino a noi, cuore a cuore? (7,5)

venerdì 7 giugno 2019

Mr. Ciak in musica: Rocketman | Aladdin

Quanto devono essere state belle quelle vite che approdando al cinema si fanno musical? La riflessione valeva tanto per i circensi di The Greatest Showman – spettacolo spettacolare per tutta la famiglia – quanto per Sir Elton John, idolo generazionale con un cinquantennio di carriera alle spalle. Non è tutto oro quel che luccica. Spesso, dietro la musica leggera, si nascondono i fardelli. In Rocketman lo dimostra bene un incipit che è tutto un programma: insaccato in una tutina rosso fuoco, il protagonista marcia come un drago nel corridoio di una clinica. Elton, a un bivio, sceglie di disintossicarsi. Scenografico anche nel momento del bisogno, lava i panni sporchi in una seduta psicoanalitica che nella sequenza successiva si è trasformata già in fiaba. E c’è più personalità in poche immagini che in due ore di Bohemian Rhapsody. Benché non eguaglierà al botteghino l’agiografia di Mercury, il biopic di Fletcher – sostituto di Singer nelle ultime fasi del film sui Queen – è superiore per resa e impegno. La storia del grassoccio Reginald, brutto anatroccolo che raggiunge la vetta ma perde sé stesso, non ci risparmia l’alcol, le pasticche, un rimpinzarsi di sesso e cibo che portarono alla bulimia. Conta numeri ispiratissimi – il piano sequenza con Saturday Night’s Alright, le struggenti Your song o Sorry seems to be the hardest word,  il tentato suicidio sulle note della canzone eponima –, qualche caratterista bidimensionale – Bryce Dallas Howard e Richard Madden, troppo antipatici per essere veri: tenerezza infinita, al contrario, per l’amico fraterno Jamie Bell – e un’ampia gamma di emozioni, in un evento all’altezza di una carriera di cui in verità poco sapevo. Come il regista di Dolor y Gloria, il cantante inglese si nutre d’affanni e d’applausi. Si perde nel passato, sperando di venirne a capo. A metà tra una seduta degli alcolisti anonimi e una baraonda colorata, Fletcher attinge direttamente al vangelo secondo John: c’è un po’ di autocelebrazione, vero, ma per fortuna compensano tanta brutale onestà e il contrappunto vincente dell’umorismo britannico. Non cronaca scolastica, ma commedia musicale in tutto è per tutto, ha una scrittura semplice e parabolica, ma risulta comunque innovativo. Sono le canzoni dello stesso artista, come fu per i Beatles in Across the universe, a raccontarne gli alti e i bassi e non si respira l’aria viziata, insincera, delle commemorazioni postume. Vivissimo, onnipresente e fiero, il vero Elton può godersi in vita un tributo trascinante che emozionerà fan e non. Dietro gli occhiali da sole, sotto le piume di struzzo, battono il cuore e il talento puri di un Egerton da Oscar. Tragico e festoso, di un’allegria ora malinconica e ora isterica, l’attore indovina il ruolo della vita e non lo spreca. Canta, balla, recita senza diventare mai macchietta. Piccolo, anagraficamente e di statura, è un razzo sul punto di esplodere. Fa fumo, rumore, e la gioia di chi ama la bella musica e soprattutto il cinema solido. Il suo film, che gli è affine, è un razzo. Non puoi che smarriti nella sua scia, e fra gli applausi. (7,5)

Le premesse sono le stesse del recente Dumbo. Ci si aspettava poco. Dall’ennesimo live action stimato non necessario. Dal nuovo film di Guy Ritchie, regista mai apprezzato particolarmente. Ma mi hanno portato in sala il giusto stato d’animo e il biglietto ridotto, insieme a un’adorazione viscerale per il capolavoro di ventisette anni fa. Avrebbe potuto essere uno sfacelo: gli appassionati di lunga data, si sa, sono una brutta bestia. Ma dopo un prologo goffo, a sorpresa, Aladdin ingrana e appassiona. Un diesel che, contro tutti i pronostici, aspettava proprio l’ingresso del Genio Will Smith per superare l’empasse iniziale: criticato a priori sui social, l’attore afroamericano strappa risate a scena aperta grazie ai pezzi scoppiettanti (su tutti, Un amico come me) e alle mosse riciclate dal successo di Hitch, con cui conquistare l’altrettanto buffa ancella di Jasmine o trasformare il protagonista in principe durante una colorata parata trionfale. La seconda metà, con un intermezzo a palazzo tutto nuovo – il culmine, un’esilarante scena di breakdance – e un epilogo che, per quanto fedele, mi sono goduto più del previsto avendone scarsi ricordi, riesce a far digerire la scelta di uno Jafar lontano dal cattivo viscido e sornione della versione originale e quel briciolo di delusione per Il mondo è tuo, duetto compromesso da una fotografia sin troppo cupa. Ritchie, contenuto il giusto, può concedersi rallenty e volteggi in libertà  grazie al fisico atletico dell’azzeccato Mena Massoud e a una trama già di per sé molto frenetica. Poco deve inventare: per essere un cartone, l’originale era pieno zeppo di intrighi. Lì, al solito, si annidano i difetti e i pregi di operazioni simili a questa. Copie stinte che nulla aggiungono ai capostipiti e, se tutto fila liscio, come in questo caso, nel bene nulla tolgono. L’avventura di Aladdin resta magica anche con attori in carne e ossa, sebbene meno incisiva, e al contrario di ciò che succedeva nel pessimo La bella e la bestia poco si ha da dire contro il decoroso adattamento italiano, il casting perfetto dei protagonisti principali e l’inserimento di un’immancabile dimensione femminista che, complice la potenza della splendida Naomi Scott, non risulta mai stucchevole – certo, quanti luoghi comuni nel testo di Speechless, novella Let it go con acuti da pelle d’oca. Il confronto è inevitabile. E, inevitabilmente, questo nuovo adattamento lo perderebbe. Ma approcciato con basse aspettative, per via dell’aria kitsch e posticcia dei trailer, la riscrittura in salsa Bollywood del classico Disney mi ha sinceramente divertito e, su un tappeto volante, ha fatto volare via due ore di visione e i pregiudizi che portavano con sé. (7)

venerdì 24 maggio 2019

Mr. Ciak: Dolor y gloria | Stanlio e Ollio

Sapendolo un ritorno di fiamma, ho recuperato i lavori che l'hanno preceduto. Non volevo che mi sfuggissero i passaggi e le sfumature di questo lascito con antecedenti illustri: da Fellini all'ultimo Cuarón, la settima arte si è rivelata spesso una diva vanitosa. Ama essere continuamente vezzeggiata, proprio come la memoria, a discapito della discrezione dei registi stessi. In questo caso parliamo di Pedro Almodóvar. Sempre nascosto dietro le sue storie di finzione, o sotto le maschere tirate a lucido dei suoi attori feticcio. Chi era l'adolescente che sognava Bette Davis in poltrona? Quanto c'era di lui nell'educazione sentimentale di Bernal, studente dalla voce d'angelo? Perché le corsie d'ospedale di Parla con lei? E i ritorni alle origini di Volverquanto erano sentiti da chi sperava di morire nella propria terra natale? A sua madre, donna dai modi spicci, non piaceva che i panni sporchi venissero lavati in scena. Erano cose di famiglia. Ha aspettato morisse per smentirla. Ha aspettato il vuoto conseguente al lutto, altra sofferenza, per sommarlo al bagaglio delle pene fisiche e spirituali: quelle che rendono Banderas, qui regista ipocondriaco dipendente dall'eroina e dal bisogno d'amore, la sua ombra perfetta. L'attore, in odore di Palma d'oro, presta all'amico gli alti e bassi di una collaborazione lunga trentadue anni, una carriera in caduta libera e l'ansia per il recente infarto. Più vicini anche anagraficamente, attore e autore vengono conciliati dalla presenza di mamma Cruz: prosperosa come la Loren, ascolta Mina e trascina il figlio in una splendida caverna imbiancata dove conoscere le prime prurigini e il desiderio di eccellere. Tornare lì, allora, dove tutto ha avuto inizio: lo consiglierebbe tanto un maestro di scrittura creativa quanto uno psicoanalista. Il risultato è un romanzo di formazione a ritroso, a rovescio, da intitolare ai dolori del vecchio Almodóvar. Un canto di Natale in cui sfidare i fantasmi dei capolavori passati, attraverso un'accorata via crucis che con garbo presta le sue tappe fondamentali ai meccanismi colti e godibili del melodramma. Mai autoindulgente, semplice e frammentario, Dolor y gloria ondeggia fra gli antipodi del titolo. A metà fra gravità e leggerezza, se ne va a colloquio ora con un attore arrivista che all'improvviso, rievocando a teatro una passione giovanile, si erge a narratore di terzo grado; ora con un indimenticato ex che una sera bussa alla porta, ripulito dalle droghe e innamorato delle donne; ora con un imbianchino analfabeta dalla presenza destabilizzante, con le mani d'oro e la bellezza telegenica dello sconosciuto César Vicente. Dolor y gloria è tutto su Almódovar. Non c'è migliore invenzione, infatti, dell'esistenza. Il copione sarà una tragedia o una commedia, domanderebbe il medico curante? In combutta, Pedro e Antonio fanno spallucce per godersi la vaga magia di questo sodalizio. Forse inferiore ai lavori dei primi Duemila, ma destinato a rimanere uno dei film dell'anno. Perché, ho scoperto, alla sensibilità del regista spagnolo non resisto: soprattutto se, finalmente, è più sé stesso che mai. (8)

Sono venuti a mancare trent'anni prima che nascessi, ma sono cresciuto con le repliche dei loro sketch in bianco e nero: gli accenti esagerati del doppiaggio italiano, gli sberleffi e i capitomboli di un cinema muto che avrei imparato a comprendere soltanto all'università. Nonostante l'abisso cronologico, infatti, per coloro che sono stati bambini con me, Stanlio e Ollio non sono così diversi da Mr. Bean o La Tata: compagnia nei pomeriggi domenicali, quando fuori pioveva. La fama, se meritata, rende immortali. Il leggendario duo composto da Stan Laurel e Oliver Hardy non se la passò sempre bene. La loro amicizia conobbe spiacevoli fraintendimenti e, nel dopoguerra, ormai rancorosi e mal in arnese, tornarono a malincuore a collaborare durante un tour in Gran Bretagna. Amati ma in decadenza – vuoi anche la concorrenza dei nuovi mezzi d'intrattenimento, di Charlot, Gianni e Pinotto –, i protagonisti si ritirarono gradualmente dalla ribalta. Questo piccolo film è il loro canto del cigno. Cos'era di loro mentre le luci dei riflettori stavano per spegnersi? Chi erano gli uomini dietro i personaggi? Stanlio, uno straordinario Coogan, preservava la collaborazione con assoluta fedeltà: fantasticava su una parodia dissacrante ispirata a Robin Hood, purtroppo mai andata in porto, e scriverà copioni per il duo anche all'indomani della morte del collega. Ollio, il somigliante Reilly, faceva invece i conti con gli acciacchi del fisico e gli strascichi di un insospettabile tradimento professionale. Se ogni attesa, ogni arrivo in stazione, ogni trovata pubblicitaria è uno sketch degno delle loro celebri comiche, al contrario poco interessano ai profani i segreti del lavoro produttivo, le chiacchiere verbose con gli addetti stampa, il frustrante andirivieni. L'emozione, innegabile, arriva al cuore soltanto nell'ultima mezz'ora: colpa di una sceneggiatura troppo cauta e televisiva, che per imperscrutabile volontà racconta poco. Nello stile di Marilyn e Film Stars Don't Die in Liverpool, ma clamorosamente inferiore a entrambi, l'atteso Stanlio e Ollio potrebbe lasciare un po' delusi. Se non fosse per il mimetismo degli attori protagonisti, affiancati da due mogli irresistibili. Se non fosse per le lacrime in agguato, davanti a cotanto spirito di abnegazione, che fanno apprezzate molto l'omaggio, meno il biopic, per la stima verso due stelle splendenti – nonostante l'assenza del colore e la distanza generazionale – che in fondo non si spegneranno mai. (6)

venerdì 8 marzo 2019

Mr. Ciak: Io sono Mia | Lontano da qui | Non è romantico? | Come ti divento bella | Ricomincio da me

Sapete, la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic; quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po' dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana, interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore. Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa, emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia: ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano dalla sua. (7)

Lei è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted, siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi, a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda, prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso, qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo – che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata? – e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati. (8)

Non tutti hanno il fisico per vivere in una commedia romantica. Non di certo Rebel Wilson, goffa e disincantata, che non somiglia affatto a Julia Roberts. Cosa succederebbe se la spettatrice più cinica del mondo, in seguito a uno scippo, si risvegliasse in un mondo parallelo in cui vigono i toni, i colori e i cliché di Pretty Woman? Dai cartelloni pubblicitari scende la splendida Priyanca Chopra per corteggiare l'eterno migliore amico Adam Devine, il vicino di casa spacciatore si evolve nello stereotipatissimo consigliere gay, il minore dei fratelli Hemsworth d'un tratto non ha occhi che per la protagonista. Dal regista di quel gioiellino che fu The Final Girls, altra parodia dal cuore grande, arriva così Non è romantico?. Un collage a fantasia di luoghi comuni e scene topiche, in cui trovare il meglio e il peggio delle romcom di ogni dove. Il risultato è un omaggio autoironico e dalla confezione inaspettatamente curata, con una morale di fondo aggiornata – amare gli altri anziché se stessi rende davvero più completi? – e una Wilson, al solito, vulcanica. Mettete pure in conto coinvolgenti momenti canori degni di un musical, elicotteri privati come se piovessero, un abito elegante per ogni occasione e qualche consapevolezza aggiunta strada facendo: assolutamente, però, niente sesso. Vittime del cinismo diffuso, anche noi abbiamo il dente avvelenato verso il lieto fine. Un po' come le volpi del proverbio, che non arrivano all'uva e fingono allora sia acerba. Che male c'è, invece, a sognare a occhi aperti? A viversi la vita con quest'invidiabile leggerezza, rigorosamente in rosa? (7)

Quanto conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati del Diavolo veste Prada per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti con la voce stridula della diva di Cantando sotto la pioggia, allora tutto può succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una sorta di Big al tempo dei body shaming. La Schumer non cambia di una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti, di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo italiano, Come ti divento bella è una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)

Quanto conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di Younger, le bugie le spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra. Ricomincio da me, ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali, presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica, invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata, è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare, all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)

domenica 24 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Copia originale | At Eternity's Gate | Spider-Man: Un nuovo universo | Gli Incredibili 2

Ci sono biopic e biopic. Quelli sui personaggi da santificare inutilmente e quelli su mine vaganti da assolvere. Copia originale, forse l'unica sorpresa nella piattezza di questi Oscar, è parte della seconda categoria. Chi era Lee Israel? Biografa misantropa, idealista e gattara, non credeva né nel proprio talento né nell'amore. Rispondeva a tono, si vestiva male, non meritava ingaggi o buoni amici. Finché non sono state le soluzioni, gli altri, a trovare lei: prima una lettera d'autore rinvenuta in un volume della biblioteca, e da lì la folle idea di falsificare epistole in serie sfruttando il proprio sapere enciclopedico; poi l'affinità istantanea con un inglese eccentrico e irresponsabile, l'istrione Richard E. Grant, che non sa prendersi cura degli animali domestici, proteggersi dai rischi dell'Aids o dalle domande dei federali, eppure risulta un'indispensabile spalla comica. In un mondo di sedicenti Tom Clancy, autori svenduti alla logica del bestseller, Lee era la pecora nera: costretta infine a esporsi, a metterci la faccia, ma in maniera impensata. A restituirci l'orgoglio, l'umanità e le storture di una truffatrice sui generis con una coscienza tutta sua, è la rivelazione Melissa McCarthy: senza mai strafare, l'attrice comica sposa il cinema impegnato in un passaggio naturalissimo, portando con sé una fisicità irresistibile e quello sguardo già insospettabilmente comunicativo nei film più goderecci. In una New York alleniana, colta e piena di note jazz, c'era una storia che la falsaria non ci aveva ancora spifferato: la sua. Ne viene fuori una commedia dall'impalcatura esile, ma con una scrittura elegante, sardonica e perfino commovente: Copia originale non conosce redenzione, e quello è il bello. Marielle Heller tocca con un crime che sfugge alle definizioni, spiritoso e ritmato com'è, e consacra una grande interprete. Mette in luce uno dei tanti caratteristi a corto di ruoli memorabili. Ci regala abili duetti attoriali e scorci sui sordidi meccanismi editoriali, a cui in particolare i lettori non potranno restare indifferenti. Alcune emozioni, alcune simpatie, non si simulano a comando. Alcune criminali vanno perdonate a occhi chiusi. Alcune copie, come in questo caso, sono migliori dell'originale. (7,5)

Film belli come un quadro. Come un quadro di Van Gogh, nello specifico. Un arista irrequieto, dannato e intrigante, che non poteva non meritarsi un biopic errabondo, malinconico e criptico come questo: non necessario, forse, ma all'altezza dell'omaggio. Il pittore è ad Arles: in cerca dell'essenza della natura, alza il gomito, scaccia i bambini molesti e attende visite per scacciare la solitudine che ha nel cuore. Non sono abbastanza frequenti gli incontri con il fratello, un commovente Rupert Friend. Non è abbastanza lunga l'amicizia con Gaugin, di ritorno dal Madagascar. La fine dell'Impressionismo ha portato gli artisti a rielaborare il rapporto fra pittura e realtà, e Van Gogh sognerebbe di creare un movimento intellettuale, di circondarsi di ospiti pur di non patire la sindrome d'abbandono. Sappiamo che in un raptus si taglierà via l'orecchio e lo offrirà in dono al collega Oscar Isaac. Sappiamo che fine farà: merito dell'irripetibile Loving Vincent. Sulle soglie dell'eternità non aggiunge niente di rilevante al mito dell'uomo, non fa chiarezza sulle modalità della sua dipartita, ma coglie lo spirito di un personaggio che affascina ancora: benché indagato a più riprese, proposto e riproposto. Pensavo che il film perdesse in partenza la sfida di eguagliare la bellezza del capolavoro d'animazione, e invece ammalia e rattrista con le sue lunghe passeggiate nel verde e i suoi colloqui ancora più lunghi, dal gusto teatrale. Julian Schnabel ci mette una regia da maestro, che fra soggettive, primissimi piani e un uso marcato della macchina a mano permette una totale immersione sensoriale: i veri coprotagonisti, perciò, saranno gli steli d'erba, le nuvole, il vento e la luce. Un invasamento panico, insomma, retto da un Dafoe gigantesco e dolente, con attimi di impagabile spensieratezza e monologhi struggenti. Intenso, al punto che a volte si fa fatica a reggerne gli occhi grandi e spiritati; le farneticazioni dai toni messianici. Infarcita di riflessioni estetiche e filosofiche non per tutti, con una seconda parte un po' didascalica, la visione è lenta, perturbante, istruttiva. Per guardare attraverso gli occhi di Vincent i demoni, i desideri, i parti creativi, e condividere con lui un fardello pesante. Per sbirciare, dalla soglia del cinema, uno spiraglio d'eterno. (7)

Hanno ucciso l'Uomo Ragno, chi sia stato non si sa. Lo cantava Max Pezzali e alla fine è successo davvero: il supereroe è morto. Questo, almeno, accade nella Brooklyn di Miles Morales: adolescente goffo e adorabile, con il pallino dei graffiti, un padre poliziotto e un affezionato zio pigmalione. Al risveglio, un giorno, si accorge che c'è qualcosa che non va: colpa dei misteriosi terremoti che fanno tremare l'intera città, oppure del morso di un ragno nei tunnel della metropolitana? Il protagonista pensa sia l'arrivo della pubertà, invece sono i superpoteri. È finito in un fumetto. In una dimensione in cui il famoso Peter Parker non ce l'ha fatta, morto sotto i colpi di un Kingpin al solito violento e sentimentale, Miles ha l'onere di sostituirlo: il compito, distruggere la creazione di un villain che scherza con i piani temporali e il destino. Al punto che, contemporaneamente, si daranno appuntamento nella cameretta di Miles gli Spider-Man di tutti i multiversi immaginabili: le conseguenze sapranno come entusiasmare, attraverso quest'apprendistato spassosissimo. Un trio di ottimi registi, utilizzando il meglio di cui l'animazione è capace, ha proposto sotto Natale un'irresistibile variazione sul tema; una curiosa storia delle origini che, in nome di uno spirito malinconico e giocoso insieme, fa faville con gli stili e le teorie quantistiche. Vengono rivoluzionate le identità e i connotati di comprimari e antagonisti – su tutti zia May, armatrice bad-ass, e un Peter fresco di divorzio – e ci si prende gioco con originalità di sequel, remake e reboot, pasticciando a fantasia con intelligenza e colore. Nonostante un epilogo eccessivamente caotico, che conferma il mio scarso feeling con un genere fatto di esplosioni, onde d'urto e laseroni, Un nuovo universo convince appassionati e profani con un'orgia di citazioni nerd e grandi poteri, da cui puntualmente derivano grandi responsabilità: colpi di scena ben dosati, una tecnica all'avanguardia, un cuore eccezionale. Grazie a un eroe vulnerabile e alla mano, che mi piaceva già interpretato da Maguire, Garfield e Holland. E che qui torna a conquistare in tutte le salse, in ogni universo possibile. (7,5)

Avevo dieci anni, amavo già poco i supereroi e l'animazione digitale, e il soggiorno presso la famiglia Parr mi era piaciuto ma non troppo. Avrò collezionato ai tempi qualche gadget dalle merendine, adesivi o calamite a tema, eppure la tentazione di vederlo una seconda volta non mi ha mai tentato. Sono passati quindici anni dagli Incredibili, e perché aspettare tanto per un sequel fuori tempo massimo? Per insindacabile volontà degli sceneggiatori, i protagonisti non sono cresciuti nel mentre. Non si sono allontanati di un passo degli eventi del film introduttivo. È cambiato il target, tuttavia; sono cambiati gli spettatori, all'epoca bambini e adesso pressoché adulti. Gli aggiornamenti, presenti a piccole dosi, non sono dei più felici: la dimensione corale scarseggia, purtroppo, e l'arrivo di una nuova ondata di femminismo ha fatto sì che questa volta sia Mrs Fantastic a ricoprire un ruolo di potere, mentre per il consorte in fermo ci sono i pannolini di Jack-Jack, i compiti di matematica di Flash, i sospiri d'amore di Violetta. Visivamente accattivante, offre due ore che non pesano, nonostante la sensazione di assistere a semplici scenette giustapposte, e un discreto intrattenimento ad alto budget. Ci si è presi del tempo, però, senza una giustificazione valida. Mi ripeto: quindici anni, e per cosa? Verrebbe da chiederselo ancora e ancora, sì, davanti a una trama semplice e prevedibilissima e alle aspettative dei fan, sostanzialmente mal riposte. E io, che fan non ero né lo sono diventato? Gli Incredibili 2 non sorprende, non volta pagina, non matura, e cerca invano di tenere a freno un potere e un potenziale – mi ha illuminato la mostra Pixar a cui ho assistito a Roma lo scorso gennaio – che neppure il bravissimo Brad Bird, alla regia, sa padroneggiare. (5,5)

lunedì 18 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Bohemian Rhapsody | BlacKkKlansman | Se la strada potesse parlare

Doveva essere prima Sacha Baron Cohen, poi Ben Whishaw, ma la scelta è ricaduta all'ultimo su Rami Malek: fra uno slittamento e l'altro, la travagliata scelta dell'attore protagonista aveva accontentato tutti. Alla regia, invece, Brian Singer era stato sostituto nel mentre da Dexter Fletcher: gli scandali sessuali, si sa, non avvisano in anticipo le major hollywoodiane. Con tutti gli accorgimenti delle pellicole sofferte, rattoppate, che soltanto nel mentre decidono cosa essere e cosa non essere, Bohemian Rhapsody ha finalmente visto la luce lo scorso novembre. Nonostante le disastrose premesse, al botteghino si è rivelato un successo straordinario. Gli è andata senz'altro meglio che ad altri biopic al centro di simili rimaneggiamenti, ma il risultato, modestissimo, non cambia. In quale momento la voce solista dei Queen è diventata leggendaria? Da dov'è partita l'ascesa inarrestabile di Freddie Mercury, a cui nemmeno la morte precoce ha tarpato le ali? Nato a Zanzibar, facchino in un aeroporto britannico, aveva quattro incisivi superiori, un'estensione da pelle d'oca e avventure sentimentali che, con l'avvento dell'Aids, facevano tremare la comunità gay. Figlio maggiore in una famiglia di immigrati, sentiva il bisogno di sentirsi parte di qualcosa: tutto partì da una semplice band universitaria. Sognava di vedersi idolo delle folle. Non gli mancheranno attorno cattivi consiglieri, e la solitudine, a giorni alterni, si farà sentire. Quando tutti andranno avanti, si stancheranno di festeggiare e di seguirlo a ruota nelle sue bizze da primadonna. Mai, tuttavia, di starlo ad ascoltare. Biografia parziale e canonica, godibile ma mai all'altezza del suo ispiratore, in Bohemian Rhapsody funzionano quelle canzoni sempiterne; lo scatenato Malek, che compensa con gli sguardi e i movimenti all'impaccio delle parrucche e agli inguardabili denti posticci; le ville piene di gatti adorabili e la freschezza dell'attrice Lucy Boynton, descritta come l'amore di una vita a dispetto del compagno storico. Scarseggiano il sesso, le droghe, gli amanti sbagliati. Scarseggiano gli eccessi, la voglia di provocare e gli autentici colpi di genio. Sovversivo qual era, Mercury si merita ben più di una agiografica vittima dei divieti e dei cambi di rotta. I Queen hanno riempito gli stadi, e continuano a farlo con Adam Lambert come erede spirituale. Riempiono le sale, ora, rubando premi immeritati e infrangendo record. Il loro film piacerà ai fan di vecchia data, alle famiglie riunite, meno agli appassionati. Povero di trovate stilistiche, di guizzi, al punto da stonare un po': un autentico paradosso, dipingendo a spizzichi, bocconi e ritornelli da cantare a memoria un leader dall'intonazione perfetta. (6)

Ci sono quelle storie talmente assurde da essere vere. Ci sono sceneggiature – da premio Oscar, i bookmaker hanno parlato – che brillano senza grandi sforzi, perché la cronaca ha già mostrato umorismo e inventiva in dosi abbondanti. Questa è la storia, assurda per l'appunto, di un poliziotto che ha l'ardine di infiltrarsi in un covo pericolosissimo: il Ku Klux Klan. Un poliziotto afroamericano. Come passare inosservati nella setta intollerante per antonomasia, se la pelle nera e la voce grossa non mentono? Unico sbirro di colore a Colorado Springs, spiccherebbe nella massa di per sé: alle sue origini, aggiungete anche idee reazionarie. Rifiutare il modesto lavoro in archivio e far crollare nel decennio delle rivolte per la guerra in Vietnam, delle manifestazioni per il famoso Black Power, la casa degli orrori. Basta un annuncio sul giornale per comporre un numero di telefono e dichiarare di volerne fare parte dall'oggi al domani. Basta un aiutante – bianco, però – da guidare all'interno passo dopo passo. Non abbastanza militante per la comunità afroamericana, la mente John David Washington si appoggia al braccio Adam Driver, al contrario non abbastanza ebreo. Loro, che non hanno mai pensato alla razza, alla religione, né al dramma delle proprie origini, prenderanno coscienza di sé all'improvviso. I poliziotti, sul chi va là, guardano intanto dalla parte sbagliata. I membri del Ku Klux, affatto invisibili, cercano un nuovo leader carismatico: magari per puntare, un giorno, alla presidenza degli Stati Uniti? L'America, ci si consola invano, non eleggerebbe mai uomini così. O forse sì? Ci ha smentiti l'avvento Trump e, ancora una volta, il terrore è venuto dall'interno, non dallo straniero. Uno Spike Lee in forma smagliante punta il dito, fa nomi su nomi, non le manda a dire. Divertentissimo e arrabbiatissimo, prende in prestito l'aria scanzonata delle commedie poliziesche e un tema che scotta. Un po' classico buddy movie, un po' satira, un po' biografia d'inchiesta, BlacKkKlansman sa ridere della tragedia del razzismo e di se stesso. Ignora qualsiasi retorica, si fa beffe del politicamente corretto, ma conferma nel male la mia scarsa affinità con il cinema di Lee: regista che poco mi piace, e di cui avrò visto i film sbagliati. Appiattito dal doppiaggio e banalizzato strada facendo da uno sviluppo meno originale dello spunto di partenza – due protagonisti prima rivali e poi amici, un piano criminale da sabotare, l'immancabile trucco del microfono nascosto che, in ultima battuta, fa storcere il naso –, intrattiene con il suo carico di indignazione e attualità, grandi attese e grandi nomi. Graffia, ma poco aggiungono gli attori, la regia dai toni retrò, la settima arte. Il messaggio arriva, forte e chiaro, ma ci si aspettava una marcia in più. (6,5)

Passato alla storia per aver soffiato lo scettro a La La Land, Barry Jenkins aveva infastidito più di qualcuno – occhi puntati a quella vittoria politica, a quel dramma tetro preferito al musical di Chazelle –, ma non il sottoscritto. Moonlight mi aveva commosso, imperfetto e strabordante com'era. A colpirmi, l'universalità e la discrezione di un autore che raccontava una storia d'amore senza farne mai un film LGBTQ. Atteso al varco, quest'anno è tornato: l'intento, quello di parlare di persecuzione razziale senza mai scomodare il razzismo. Possibile? Lo splendido romanzo di James Baldwin gli aveva già spianato la strada: si parlava d'amore, mica di odio, e i toni erano quelli inconsueti di una fiaba romantica. In cui lui ama lei, c'è un bambino in arrivo, ma il poliziotto sbagliato accusa l'uomo sbagliato: può Stephan James aver stuprato una donna indifesa? L'incantevole Kiki Layne non ci crede e, con il pancione che cresce, mobilita gli avvocati difensori e le famiglie in frantumi – se quella di Fonny, a proposito di fiabe, sarà composta da matrone bigotte appena uscite dalle pagine di Cenerentola, la ragazza potrà contare sull'ostinazione di Regina King: una mamma che s'impunta, s'improvvisa segugio in viaggio a Puerto Rico, ma non rischia di restare nel cuore con un'eroina femminile che sa di già visto. Bellissima dal punto di vista stilistico, la trasposizione colpisce lo sguardo per l'approccio di un Jenkins esteta come non mai: l'intimità mozzafiato dei piani sequenza, la scelta dei colori pastello, l'avvolgente colonna sonora jazz. Il filtro insolito della favola urbana, tuttavia, fa correre al regista un rischio serissimo: quello di risultare fuori tempo, con un melodramma alla Frank Capra. Mancano la vena sarcastica di Lee, la potenza dialettica di Washington, la concordia di Farrelly, e questo messaggio d'amore, purtroppo, al cinema trova un mondo troppo scettico, troppo cinico. Lì, nella sua semplicità, il suo grande coraggio ma anche la sua insanabile pecca. Il romanzo, scritto cinquant'anni fa, sembra stato pensato ieri; il film, fedelissimo, risulta antiquato. La tristezza, quella vera, nasce davanti al monologo di un vecchio amico appena uscito di galera e terrorizzato all'idea di farvi ritorno. L'empatia, quella vera, è per un Dave Franco che apre casa sua alle coppie felici, mentre i protagonisti – che penetranti sguardi in camera, che volti telegenici – fantasticano su come arredare un open space. Fonny e Tish credono in Dio, nella giustizia, in loro stessi. Se la strada potesse parlare, allora, ti racconterebbe di un epilogo sospeso nella speranza, di un passo indietro per Jenkins, di un tentativo a metà. Al chiaro di luna, Beale Street aveva tutta un'altra forza. (6)