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mercoledì 11 settembre 2024

La letteratura in streaming: Kaos | Dostoevskij | Feud: Capote vs. The Swans

Cospirazioni, tradimenti coniugali, sangue, famiglie. Esiste forse intrattenimento più contemporaneo e accattivante di quello offerto dalla mitologia greca? A partire da una intuizione elettrizzante, Kaos porta in scena i personaggi più amati del mito calandoli nella Creta odierna. Gli dei esistono, sono tra noi e, come sempre, mettono lo zampino negli affari mortali. C'è chi, però, ha smesso di temerli. Il Zeus di un esilarante Jeff Goldblum trema di rabbia e frustrazione, con la segreta paura di essere esautorato. Chi sta tramando contro di lui? Come può gestire la convivenza forzata tra cretesi e troiani, se ha difficoltà perfino a farsi obbedire dalla gelosissima moglie Era o da Dioniso, il più spiantato dei suoi figli? Saga familiare ultraterrena, eccezionalmente raccontata da un Prometeo già prigioniero, questa prima stagione (confidiamo, per favore, in un tempestivo rinnovo) tira in ballo anche un trio di mortali dal ruolo cruciale: Arianna, figlia del Presidente Minosse, che questa volta non ha bisogno di nessun Teseo; Euridice, stanca di essere cantata dall'egoista musicista Orfeo; Ceneo, ex amazzone con disforia di genere. Profondamente umani nella caratterizzazione, toccanti e in crisi esistenziale, i nostri eroi si muovono tra le Moire e le Erinni, la terra e l'aldilà, con una domanda: si può cambiare un destino già profetizzato? Corali, spassosi, kitsch con gusto, gli episodi non ha bisogno di effetti speciali per incantarci: la magia è nella scrittura di Charlie Covell, che brilla di equilibri indovinati e di un irresistibile humour inglese. Dopo tanti passi falsi, Netflix tira dal cilindro una serie finalmente all'altezza delle aspettative. Kaos, chicca imperdibile, fa con la mitologia quello che Romeo + Giulietta fece con Shakespeare. (7,5)

Dopo il successo di Valeria Golino, anche Fabio e Damiano D'Innocenzo tornano al cinema con una serie TV. Lenti, sgradevoli, più oscuri che mai, i gemelli romani ci mettono alla prova con un crime in due atti in cui qualcuno potrebbe vedere la risposta italiana a True Detective. Sono cinque ore di cinema d'autore. Di quello lento, pesante, disperato, tipico di alcuni festival di nicchia. La scena clou della prima parte? La colonscopia particolareggiata a cui viene sottoposto il protagonista: un cattivo detective, colpito dalle dipendenze e dal fallimento familiare, di cui sondare le viscere per sincerarsi del marcio. Sbirro e assassino, infatti, condividono gli stessi demoni. Il serial killer, ribattezzato Dostoevskij per le lettere nichiliste seminate sulla scena del delitto, diventa l'ossessione del nostro antieroe. La morte può diventare una ragione di vita? Nei polizieschi c'è sempre il momento in cui la polizia si muove nel buio. I D'innocenzo immortalano quel brancolare: i tentennamenti, le ipotesi, i buchi nell'acqua. E in quel buio si scavano la tana, inventando una sfumatura di nero che prima non c'era. L'ultimo atto vola, più spedito, più corale, più incalzante, ma non ci sono notti bianche all'orizzonte. Non sarebbe stato possibile condensare tutto in un film? Sì, ma sarebbero venute meno le sequenze descrittive in cui il Lazio sembra il Midwest; l'amicizia sincera di un commovente Vanni e la hybris di Montesi, giovane leva con tutto da da perdere. Condannato a un'oscurità eterna, Dostoevskij si rivela il nostro Prisoners: un delitto senza castigo in cui la voce bellissima e cavernosa di Timi, qui in stato di grazia, risuona tra le bettole della povera gente, nelle memorie del sottosuolo, nel nostro buio più inconfessabile. (8)

Le parole possono tutto. Perfino uccidere. Lo sapeva bene Truman Capote: reduce dal successo di A sangue freddo, cercava ispirazione per il suo prossimo bestseller tra i salotti e i ristoranti dell'alta borghesia. Cinico e pettegolo, lo scrittore omosessuale era la mascotte di un gruppo di donne facoltose ma infelici: le chiamava i cigni. A conoscenza dei loro più sordidi segreti, lo scrittore le sburgiarderà per scrivere Preghiere esaudite: una di loro, disperata, si toglierà la vita. In cambio della gloria, Capote perderà la loro amicizia. E l'anima. Dopo averci raccontato la lotta tra Crawford e Davis, due dive sul viale del tramonto, la serie antologica torna con la consueta classe a svelarci un altro scandalo americano: questa volta si passa dal cinema all'editoria. Splendidamente diretta da Gus Van Sant, pur contando su un eccezionale cast femminile, la serie è una vetrina per mettere in luce il genio e la sregolatezza dello scrittore in confidenza con James Baldwin e in contrasto con Gore Vidal: già portato al cinema più volte, trova nell'interpretazione di un irriconoscibile Tom Hollander la sua incarnazione più spumeggiante. La qualità è alle stelle. Ma, a differenza della prima stagione, questa appare più rigorosa e meno fruibile dai profani; più un biopic, l'ennesimo, che un prodotto corale e femminista. Splende la sola Naomi Watts, l'amica prediletta, che ci regala una delle performance migliori della sua carriera con il personaggio di una donna divorata dal cancro e dalla nostalgia, ma pur sempre piena di decoro; degno di nota il cameo spettrale di mamma Jessica Lange. Questi cigni vittima della monotonia incantano per eleganza, ma hanno un becco che non morde. Lontani dall'orbita di Capote, con una faida già persa in partenza, faticano a volare. (6)

lunedì 2 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: Dickinson | AHS: 1984 | Atypical S03

È un esperimento di quelli che o si amano, o si odiano.  Maleducata, autoironica, postmoderna, la serie Apple gioca con l’incontro-scontro tra corsetti e musica elettronica, con tanto di parolacce, visioni psichedeliche, festini a base di oppiacei. Al passo coi tempi, scherza sul binge e sul sexting:  cosa ci siamo inventati noi, infatti, se nell’Ottocento le pubblicazioni a puntate di Dickens erano l’equivalente delle serie da non spoilerare agli amici e gli autoritratti senza veli, regalati al cascamorto sbagliato, potevano diventare materia di pettegolezzo? Questo sfondo lontanissimo dall’immaginario dei period drama – per fortuna – si rivela la cornice ideale per parlare di una poetessa femminista, bisessuale, libera come l’aria. La giovane Dickinson flirta con la morte, sogna di vedere il circo e i vulcani, vede l’innamorata convolare a nozze con suo fratello, si lega a un mentore sfortunato. Forse inutile specificarlo, si scontra puntualmente con la mamma casalinga – Jane Krakowski: sempre sinonimo di risate assicurate – e con il padre, politico tanto accomodante in privato quanto severo in pubblico. I toni dissacranti di questa commedia adolescenziale raggiungono un ottimo equilibrio soprattutto negli episodi centrali: gemme di scrittura e regia, che soltanto di rado ci fanno distrarre pur di ammirare il gusto di costumi e scenografie. Dickinson, confermata per una seconda stagione, è una visione sorprendente. Ti affezioni a protagonisti e comprimari, rischiando di commuoverti nel finale. Ti dici meravigliato per l’insospettabile verosimiglianza della serie, che permette nel mentre di scoprire le migliori poesie di Emily – traboccanti di erotismo, tematiche macabre e spiritualità, compaiono sullo schermo in caratteri dorati – o di viaggiare nel tempo conoscendo ora le pose di Thoreau, ora l’ambizione della Alcott. Ti scopri innamorato della gamma espressiva di una Heilee Steinfeld da Golden Globe: esilarante nei momenti comici e potentissima in quelli di raccoglimento, l’attrice e cantante ha una passionalità che renderebbe orgogliosa la stessa autrice. Emily è stata capita. L’ho capita qui. Nella produzione in costume che scalcia, pur di uscire dai banchi di scuola e dalle sue gonne pesanti. Nel mix che, dopo Luhrmann e Coppola, istruisce elettrizzando. Dickinson: centonovanta anni e non sentirli. (7,5)

Ambientazioni lacustri, una scalmanata comitiva di amici, quattro assassini, tre piani temporali. Dopo il fallimento della stagione precedente, un imbarazzante crossover che scontentava fan e detrattori, American Horror Story torna seguendo la scia insanguinata di Venerdì 13 e la retromania dilagante, ormai prassi da Stranger Things in poi, qui proposta in verità senza grande spirito di iniziativa. Ryan Murphy si diverte a prendere in prestito il meglio e il peggio di quel filone cinematografico. Ossia: protagonisti insopportabili, sangue a litri, sesso e colpi di scena a raffica. La serie antologica che ha sempre avuto il gusto per l’eccesso nella lista dei difetti, come se la cava omaggiando un sottogenere già trash di per sé? Benché troppo kitsch per essere vero, fra lezioni di aerobica, capelli cotonati e canzoni a tema, il fritto misto di Murphy e company sceglie quest’anno di viversela con assoluta leggerezza e nel segno dell’autoironia. Abbandonando sia la politica statunitense che i crossover, 1984 torna ai toni sopra le righe della sottovalutata Scream Queens. Il risultato è una nona stagione nient’affatto memorabile, ma che in fondo potrebbe suscitare la benevolenza sia dei nostalgici sia di coloro che ricercano colpevolissimi guilty pleasure. Ci sono infatti stralci di cronaca nera – gli omicidi del Night Stalker, trasformato dagli sceneggiatori in un satanista dalle mille vite –, le leggende da falò – le gesta di Mister Tintinnio, accanto a terreni maledetti dove gli spiriti non trovano pace –, le presenze incorreggibilmente pop – la solita Emma Roberts, troppo specializzata nei ruoli di ape regina per convincere come fanciulla indifesa, e la coppia inedita costituita dai simpatici Matthew Morris e Billie Lourd. Ricordati di noi. Lo implorano questi fantasmi. Lo pretendono gli anni Ottanta. (6,5)

Farebbe bene a cambiare titolo. Non più Atypical ma I Gardner, in assonanza con le sit-com che hanno fatto la storia della televisione. Le si augura, infatti, lo stesso futuro. Arrivata già al terzo anno, più corale che mai, la serie Netflix sulla sindrome di Asperger riesce ancora a intenerire e appassionare. Anzi, se lo chiedeste a me, vi direi probabilmente che questi dieci episodi sono i migliori girati finora. La cosa ha davvero del miracoloso: perché sono uno spettatore incostante e l’ennesimo soggiorno a casa di Sam poteva trovarmi con la mente altrove. Contro ogni pronostico, invece, Atypical mi fa suo. Davanti allo schermo, con gli occhi a cuoricino, sorrido e mi emoziono grazie a un intrattenimento vecchio stile che ha dalla sua qualcosa che non passa mai di moda: un cast ben assortito. E qui, dal primo all’ultimo, i personaggi funzionano proprio tutti. Talmente vivi e contraddittori, a volte, che è impossibile non criticarne le scelte oppure trovarli antipatici. L’imprevedibile Sam, alle prese con la routine del college, è il collante per le storie degli altri. Mamma e papà, separati in casa dopo il tradimento della Leight, sono fermi a un bivio: il divorzio è più semplice del perdono? La sorella minore, Casey, si interroga sulla propria sessualità: attratta dalla coetanea Izzie, rischia di mettere da parte Evan, anche noto come il personaggio più adorabile del piccolo schermo. Si possono amare due persone contemporaneamente? Da non dimenticare, infine, Paige e Zahid: spalle comiche insostituibili, la fidanzata e il migliore amico del protagonista lasciano spazio a sorprendenti momenti di fragilità, con lei che subisce l’emarginazione delle matricole e lui traviato, invece, dalla relazione con la ragazza sbagliata. Ognuno o quasi avrà il suo lieto fine. Potremo sentirci nuovamente parte della famiglia, in attesa che dai piani alti arrivi la conferma di una quarta stagione? Lo speriamo, sì, prendendo in prestito dai pinguini studiati da Sam la fedeltà incondizionata, la pazienza e il senso di appartenenza. Le feste mi mettono di malumore, si sa: ho sempre paura di tornare a casa. Posso avere ancora i Gardner, per favore? In alternativa, mi trasferisco al Polo Sud. (7+)

lunedì 10 giugno 2019

I ♥ Telefilm: Fosse/Verdon, Fleabag S02, Killing Eve S02

Rimasto senza successori, Feud raccontava un testa a testa fra dive. Cosa si nascondeva sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? Passato stranamente sotto silenzio, è arrivato infine quest'altro biopic a puntate su un'altra coppia del cinema. Il tema: non il noir bensì il musical, non l'acrimonia bensì l'amore. Quello che dura fino all'ultimo respiro. Quello che sopravvive a un divorzio, infiniti tradimenti, stelle eclissate. Dietro l'apprezzamento parziale della miniserie Fox – realizzata magnificamente, coinvolgente non sempre –, c'è il mio grado di impreparazione. Di Bob Fosse, regista e coreografo osannato dagli Oscar a Cannes, non ho visto niente, ma l'estate mi rende ben propenso ai recuperi da rigattiere. Quali erano i retroscena dei suoi capolavori? Non conoscendoli, mi sono appassionato in minima parte ai travagli produttivi e ai cambi di rotta, ridestandomi grazie all'energia degli inserti danzerecci e alla bravura di interpreti in stato di grazia. Lui, un camaleontico Sam Rockwell, ha problemi con il sesso, con il fumo, con un cuore malandato. Vittima di amanti a fiotti e del gene del tradimento, vive la celebrità come dono e dannazione. Ne va della sua salute, fisica e mentale. Ne va della relazione con una Michelle Williams da Emmy, terza moglie che tale non rimase. Paziente e affranta, la donna scende a compromessi e tenta spesso di allontanarsi dall'ombra del collaboratore. Ma come rinunciare al desiderio di portare in scena Chicago? Fra liti e riappacificazioni, Bob e Gwen scoppiano come coppia ma professionalmente resistono a dispetto dell'età, dei nuovi partner, dei dissapori. Se la stima è una forma d'amore, non smetteranno allora di amarsi fino alla morte di lui: stroncato a sessant'anni da un infarto. Ricostruzione degna di meraviglia delle scene cult e dello spirito di quei decenni ruggenti, Fosse/Verdon ha fatto la gioia di costumisti e direttori dei casting, che questa volta hanno inseguito con la lente d'ingrandimento somiglianze fisiche ed eccellenze. I personaggi, genitori distratti e incostanti, sono profondamente onesti ma difficili da difendere; nelle otto puntate complessive, se ne individua al solito qualcuna di troppo, ma da metà in poi l'alta classe è garantita. Bisognerebbe avere una conoscenza preliminare del cinema di Fosse, però, e resistere ai ritmi lenti degli inizi. Pazientare tanto per la genialità del montaggio quanto per i guizzi della messa in scena – siparietti in bianco e nero da stand up comedy, tentati suicidi come in Rocketman –, o per godere della prova di una Williams nel miglior ruolo della sua carriera. Le vite del duo, canterebbe Liza, sono state un cabaret. Malinconiche e sopra le righe, non potevano essere raccontate altrimenti. Il resto, difetti compresi, è jazz. (7)

Ho aspettato il suo ritorno per anni. Erano bastati sei episodi per trasformarla, ai tempi, in un metro di paragone. E per dirmi innamorato di Phoebe Waller-Bridge, talento comico che infrangeva cuori con una scrittura di cui tutti, presto, si sarebbero accorti. Anche sceneggiatrice di Killing Eve, chiamata in soccorso fra una cosa e l'altra sul set del James Bond di prossima uscita, Phoebe approda su Amazon con il suo personaggio portafortuna e ha venti minuti alla volta per congedarsi. Come eguagliare la bellezza della cena dell'episodio introduttivo, in cui si consumano il dramma di un aborto spontaneo e i convenevoli per un matrimonio da organizzare? Come trovare un'altra spalla che somigli al fascinoso Andrew Scott? Mentre il padre convola a nozze con Olivia Colman e sua sorella ha una crisi di nervi per un brutto taglio di capelli, nelle giornate della protagonista si avvicendano ospiti d'eccezione – Fiona Shaw, Kristin Scott Thomas – e un misto di emozioni contraddittorie, se i bilanci riportano in mente una mamma e una migliore amica finite al cimitero. Tutto è disastroso. Tutto è oro. Perfino la sua cotta, quindi, non potrà che essere assurda: in crisi d'astinenza, la donna finisce nel confessionale di Scott. Un sacerdote adorabile e sboccato, che legge gli attimi di isolamento nei quali la protagonista si estrania, guarda lo spettatore, fa smorfie in camera. La eccita il brivido del proibito, o forse quello sconosciuto del conforto? Bisessuale e blasfema, la figlia illegittima di Gervais si chiude in preghiera. Non ci sarà lieto fine, non calerà una morale dall'alto. Ma il discorso sulla crudeltà dell'amore o uno struggente monologo in lacrime risulteranno abbastanza miracolosi da farci credere nel Padreterno e nel fatto che una trentatreenne londinese sia la regina attuale della risata amara. Sotto la pensilina degli autobus, con altre delusioni aggiunte alla collezione precedente, Phoebe Waller-Bridge scuote la testa. Ci dice di non seguirla. Deve andare per la propria strada. Purtroppo non porta a una terza stagione – Fleabag sceglie di fermarsi qui, di leccarsi le ferite in privato – ma magari somiglierà, finalmente, alla felicità. (8)

Partito come classica spy story, Killing Eve si era tradito in fretta. Per fortuna, aggiungerei. Nella partita a guardia e ladri fra Sandra Oh e Jodie Comer, la prima sbirra e l'altra sicario senza scrupoli, non c'era niente di annunciato in partenza. E, soprattutto, niente di serioso. Ci si accoltella, infatti, si commettono nefandezze e torti impensabili, ma mantenendo sempre il sangue freddo. Nemiche a amiche, amanti forse un giorno non lontano, le due donne agli estremi della barricata si sono studiate a lungo e cercate dappertutto. Quando si sono trovate, durante lo scorso finale di stagione, hanno affilato i coltelli. Sono finite a letto, in un abbraccio insanguinato. Ma come reagire se la tua ossessione amorosa risponde alle tue attenzioni accoltellandoti a Parigi? La vendetta, piatto da servire freddo, placa i bollenti spiriti grazie alla distrazione di un terzo incomodo: un nemico comune da sconfiggere, spiazzando tutti e collaborando. A mali estremi rispondono estremi rimedi. Un po' Hannibal e Clarice, un po' Bonnie e Clyde, la coppia meglio assortita del piccolo schermo punta all'Italia. Roma, quest'anno, ospita la villeggiatura di Aaron Peel: sociopatico ferrato in traffici di dati privati, che tanto i Dodici quanto l'MI6 vorrebbero fermare. Disposti a venirsi incontro sottobanco, i buoni e i cattivi sguinzagliano le sexy Oh e Comer – quest'ultima, a giusta ragione, ruba Bafta e attenzioni a colpi di carisma. L'attrazione fra loro è fisica, cerebrale, o entrambe le cose? In un violento ed esilarante soggiorno italiano, con tanto di vezzosa colonna sonora nostrana e stilosi cambi d'abito, Killing Eve si conferma un piacere perverso. La serie da vedere. Esagera, ma con la solita intelligenza dietro cui si scorge lo zampino di Phoebe Waller-Bridge. Ti rende dipendente, ancor più che in passato, grazie a una Villanelle che spadroneggia incontrastata. Troppo sognare che queste due brutte ceffe scappino e delinquano fino a noi, cuore a cuore? (7,5)

lunedì 19 novembre 2018

I ♥ Telefilm: AHS Apocalypse | I Medici. Lorenzo il Magnifico

Quando si è in caduta libera non resta che un ultimo gesto disperato: tornare alle origini. American Horror Story, da otto anni a questa parte, ha sempre avuto dalla sua ambizioni e difetti esagerati. Dalle case infestate al circo, passando attraverso gli istitutiti di igiene mentale e la politica contemporanea, ha saputo rinnovarsi nel bene e nel male. Prendendo una china sfortunata da cui, tra spettatori che danno forfait e mancati successi nella stagione dei premi, anche gli autori non avranno visto ritorno. Quest'anno si ripiega perciò sulla furbizia, in mancanza di idee brillanti; e a sorpresa, pensate un po', ci si trova a rivalutare in positivo anche le caotiche Hotel, Roanoke e Cult. Si parla di un futuro prossimo in cui, all'indomani di un'apocalisse ordita da una coppia di hacker sopra le righe e l'Anticristo, i sopravvissuti vivono in un bunker arredato come una fortezza medievale: sono parte dell'èlite – un'ereditiera, una presentatrice tivù, una gloria del cinema horror – e per capriccio hanno portato laggiù amanti, parrucchieri e domestiche. Nei primi episodi assistiamo a una convivenza claustrofobica fatta di strepiti, regole ferree e tracolli psicologici. Dal terzo in poi, forse l'unico degno di nota, un ribaltamento a sorpresa trasforma Apocalypse in quello che era stato preventivamente annunciato: un crossover. Non vi dico come né perché – i nessi, fidatevi, sono futilissimi – ma scendono in campo le streghe di Coven, stagione da me tutt'altro che apprezzata, per salvare le sorti della serie e sconfiggere un Diavolo in terra agghindato a metà tra Lady Oscar e un cattivo di Twilight. Che fine aveva fatto la Congrega al femminile e come ha potuto ingannare la morte? Cos'è stato di Michael Langdon, il bambino infernale concepito alla fine di Murder House? Le streghe hanno trovato la passata formazione e cercano la nuova Suprema: appaiono sprecate, a tal proposito, le partecipazioni in sordina di Farmiga, Rabe e Bassett, se a lungo rubano la scena le battute salaci delle sempre straordinarie Sarah Paulson e Frances Conroy. L'incursione sui luoghi maledetti della stagione introduttiva è d'obbligo, ma l'effetto nostalgia fa sorridere senza compiere miracoli: un inchino al cameo di Jessica Lange, il rischio glicemia per il tardivo lieto fine degli amatissimi Tate e Violet, e subito si scappa a far guerra contro l'Anticristo – con una piccola tappa in quell'Hotel Cortez senza più tracce di Lady Gaga. Veli pietosi sui flashback nella Russia dei Romanoff, su una Bates in versione Terminator, sulle trasformazioni camaleontiche di un Peters che cambia pelle ma resta svestito di ruoli memorabili. Compitino presuntuoso e stucchevole, impunemente trash, l'ultimo American Horror Story sembra l'opera di un feticista dello show che si sognava sceneggiatore improvvisato: il risultato, godibile ma spesso involontariamente comico, è una fanfiction fine a se stessa che regala alla premiata ditta di Murphy la sua annata peggiore. Bisogna forse auspicarsi conflagrazioni da fine del mondo per far tabula rasa dello sfacelo in corso? (5)

Dopo l'approccio negativo con la prima stagione e qualche pregiudizio di troppo, lo scorso anno avevo evitato senza rimpianti il soggiorno nella corte più raffinata d'Italia. Non ho conosciuto il Cosimo di Richard Madden, così, né assistito alla progettazione della famosa cupola di Brunelleschi. Qualcuno mi consigliava di tornare sui miei passi, ma la pigrizia e la scarsa attrazione verso le produzioni in costume hanno sempre avuto la meglio sull'idea passeggera di recuperare la fortunata collaborazione tra Rai e Stati Uniti. Approfittando della natura antologica della serie kolossal, non so nemmeno io perché, ogni martedì sera per quattro settimane mi sono ritrovato ad assistere agli intrighi e ai sospiri di due generazioni successive di Medici. Cosimo e Contessina, ancora rimpianti, si sono trasformati in leggenda nel ricordo del popolo toscano. L'antico splendore, però, ha un prezzo salatissimo. Se le strutture desiderate dall'illustre avo sono ancora solide e inattaccabili, lo stesso non può dirsi del potere della famiglia. Fra la secolare rivalità con i Pazzi di Sean Bean – questa volta, statene certi, non passerà a miglior vita troppo presto –, le trattative con gli Sforza e i disperati tentativi di procurarsi i favori di papa Raoul Bova, gli sconvolgimenti sono nell'aria. Con l'arte e la poesia messe ai margini, abbondano le alleanze politiche e matrimoniali, e voltafaccia di cui si finisce per perdere il conto. Il risultato finale non annoia né coinvolge, grazie o a causa delle trame arzigogolate e di parentesi romantiche rubate a man bassa a uno sceneggiato per signore. C'è la volitiva Clarice, non la classica moglie oggetto, desiderosa di imporsi ai danni della fatale e pessima Alessandra Mastronardi. Ci sono i biondissimi Bradley James e Matilda Lutz – rispettivamente Giuliano e Simonetta, in posa per un capolavoro pittorico dell'amico Botticelli –, amanti appassionati nonostante il matrimonio oppressivo e la salute cagionevole di lei; la sorella minore Aurora Ruffino, invece, è innamorata del nemico giurato come in una riscrittura di Romeo e Giulietta. A prendere le redini di tutto con un colpo di stato è il giovane Lorenzo, amato dalle donne e odiato dai restanti altri: il britannico Daniel Sharman, che già rubava la scena in Teen Wolf per una bellezza e una mascella fuori dal comune, si conferma il migliore di un cast miscellaneo – poco convincente, in definitiva, l'interazione fra voti internazionali e nostrani, con gli ultimi penalizzati dal doppiaggio scadente – insieme a Matteo Martari, antagonista dal fascino sinistro. Impossibile farsi bastare l'opulenza di scenografie, costumi, trucco e parrucco. E no, non contano nemmeno la sigla di Skin o le scene di nudo audaci per la prima serata. Avrebbero giovato una sceneggiatura meno romanzata e più solida, i ritmi sostenuti proposti negli episodi conclusivi: I Medici, tocca riconoscerglielo, è una serie che per fortuna migliora strada facendo. Fino a un finale appassionato e violento – la congiura dei Pazzi non poteva che essere il logico congedo –, dove l'azione e il sangue delle vittime sacrificali trionfano sui languori da Harmony e i buchi di una sceneggiatura che distingue fra figli e figliastri. Nella programmatica scena di chiusura, culmine perfetto, arriva infatti la Primavera a rianimare in time lapse una tela squarciata. E assieme a lei, allora, fioriscono le speranze per un prosieguo da attendere perfino con un briciolo di curiosità aggiunta. (6,5)

giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)

martedì 3 aprile 2018

I ♥ Telefilm: The Assassination of Gianni Versace | Santa Clarita Diet S02

I tribunali che piacciono agli Emmy abbandonati per il glamour dell'alta moda. Le mani sporche di sangue di un campione al di sopra di ogni sospeto – scagionato nonostane prove fino alla fine contro di lui – per i delitti di un signor nessuno che senza particolare talento, senza gli appoggi giusti, sperava di farsi ricordare con l'omicidio, non vedendo altra via. Dopo il controverso caso Simpson, la seconda stagione di American Crime Story – altra serie antologica di Ryan Murphy, altro successo di critica e pubblico gravemente a rischio al suo ritorno – sceglie gli anni Novanta, la comunità omosessuale sotto minaccia, la fine di un mondo di scatti e lustrini in seguito alla caduta del suo solo re. Gianni Versace, sparato in pieno viso sui gradini della sua villa di Miami. L'ultimo di una lunga lista di morti: il nome di maggior risonanza. Allo stilista calabrese interpretato da un Edgar Ramirez somigliantissimo ma relegato a un ruolo marginale sono dedicate poche scene – la routine con il bel Ricky Martin, messo barbaramente alla porta dopo la scomparsa del compagno, e i piccoli grandi dissapori con l'opportunista Donatella di una Cruz biondo platino che, fra la vistosa parrucca e quel pesantissimo accento spagnolo affatto mascherato, ci fa rimpiangere le falcate sbilenche della nostra Virginia Raffaele. Se la discutibile scelta di attori latini per interpretare una famiglia italiana lascia il tempo che trova e un po' di imbarazzo davanti a cadenze irritanti e una visione in lingua originale da tradire questa volta per gli eventuali pregi del doppiaggio, non dispiacerà allontanarsi dal mondo dello stilista – anche a costo di perdere il punto della situazione – per seguire gli amori e i misfatti del famigerato Andrew Cunan, una scommessa vincente di nome Darren Criss. Il giovane attore, già notato per l'ugola d'oro ai tempi di Glee, ha la truffa nel sangue, un'indole menzognera e gli scatti di follia, le mosse sopra le righe, di un novello Patrick Bateman. A dispetto di grandi nomi non all'altezza dell'attesa, accanto al sadico gigolò brillano ottimi caratteristi nell'ombra: il feticcio Finn Wittrock, cacciato dalla Marina per il suo orientamento sessuale e amico intimo del serial-killer sbagliato; la vedova inconsolabile della straordinaria Judith Light; la madre di Cunan, Joanna P. Adler. Dopo una prima stagione sin troppo rigorosa, Murphy – noto ormai per gli scarsi dosaggi e le occasioni sprecate – si dà a un andamento frammentario e disordinato, che parla tra le righe dell'arma a doppio taglio che è il sogno americano. Mentre il mistero della colpevolezza di Simpson veniva lasciato saggiamente in sospeso, in The Assassination of Gianni Versace si procede a una romanzata umanizzazione del colpevole, assumendo così il punto di vista che al primo ciclo di puntate – troppo cronachistiche per i miei gusti: lì il difetto – mancava. Ma anche quel gusto per il kitsch, per cast patinati e inutilmente popolosi, così caro a un creatore confuso negli intenti e in equilibrio precario sulle passerelle. (5,5)

Come si dice: chi non muore si rivede. In quel di Santa Clarita, possibilmente, dove il vicinato è esemplare, le casette una bomboniera e i giardini rigogliosi. Un sogno per agenti immobiliari pronti a vendere e i novelli non-morti, che devono divorare dirimpettai impiccioni, seppellire cadaveri in giardino e placare i bollenti spiriti nello scantinato. La famiglia Hammond tocca entrambe le categorie da quando una ritrovata Drew Barrymore ha vomitato letteralmente l'anima sulla moquette di uno sconosciuto, risvegliandosi affamata di carne umana e cattive intenzioni. Perché? In una seconda stagione che perde l'effetto sorpresa della prima, ma conserva al fresco sangue e leggerezza, se ne ricercano le cause. Su Netflix si diventa zombie mangiando vongole avariate al ristorante cinese, per la falda idrica inquinata dalle scorie industriali, o forse per un virus che rende le stranezze, perfino l'apocalisse, una questione borghese. Come ingannare l'attesa e i morsi della fame in cerca di una soluzione rimandata – o almeno si spera – a un prossimo ciclo di episodi? I succhi biliari di un serbo aiutano a prevenire la degenerazione dei tessuti cellulari, uno squadrone di neonazisti bibliofili appare un capro espiatorio da sacrificare a cuor leggero e una testa parlante – quella di un autoironico Nathan Fillion, fatto fuori per via dei suoi modi da marpione – potrebbe mettere una buona parola, se la poliziotta della porta accanto ficca troppo il naso. La figlia tutta pepe, sempre sul filo della friendzone, cerca con successo altri contagiati e combatte i conati di vomito. La mamma, nei suoi raptus omicidi, perde stivaletti, cadaveri e frulla gomiti durante i pasti. Il papà, un Thimothy Olyphant ancora rivelazione, accetta con un sorriso nervoso l'improvviso cambiamento dei ruoli di genere, del carattere della coniuge, delle priorità. Perfetto esempio di amore incondizionato, ritratto di una comunità unita che diverte e intenerisce, Santa Clarita Diet è la commedia horror per chi ha sempre desiderato Modern Family, La vita secondo Jim, Tutto in famiglia – insomma, quelle sitcom quotidiane e briose che per anni ci hanno fatto compagnia all'ora di cena: avete presente? – con il gusto dell'orrido. C'è bisogno dell'altro per coprire i propri misfatti e le tracce che ci sbugiardano. Ce n'è bisogno, soprattutto, per conservare l'umanità che non abbiamo già sepolto. Sul fondo di un congelatore a pozzetto. (6,5)

venerdì 24 novembre 2017

I ♥ Telefilm: AHS: Cult | Red Oaks - Stagione 3

L'avvento di Donald Trump alla presidenza generava proteste in piazza e piogge di meme su Facebook. Il logo di American Horror Story per dire che per una fetta di America l'orrore era appena cominciato. Ryan Murphy ha battuto il ferro finché era caldo. Ha preso alla lettera gli SOS sui social. E per il settimo appuntamento con una serie antologica tra alti e bassi ha scelto gli Stati Uniti di oggi, sì. Una stagione attuale, satirica, politicamente schierata, che per il raccapriccio lo prende dall'intolleranza, dall'estremismo, dalla regressione allo status quo ante. A onor del vero, da chi Trump lo sostiene a spada tratta ma anche da chi, agli antipodi, lo ostaggia. Tutto ha inizio dalla sconfitta a sorpresa della Clinton. Qualcuno si strugge: una coppia omosessuale con un bambino da crescere. Qualcuno esulta: un sadico mosso da un folle delirio di onnipotenza che del nuovo presidente vorrebbe emulare i gesti e l'ascesa, per poi un domani rimpiazzarlo. Per molti è un altro 11 settembre: il dissenso, l'insicurezza, alimentano infatti nuove e vecchie fobie. Per altri invece è l'ora di dar vita a una setta di assassini a sangue freddo, con gli inquietanti abiti dei clown, i mezzi delle camicie nere e le promesse melliflue di Manson. Puntare al disordine, al potere: mettere in pericolo le vite degli elettori, così da assicurargli certezze e riparo al momento debito. Qualche donna, silenziosamente, si distacca dal gruppo; si ribella al culto di un leader misogino, ingrato, filo-fascista in nome del famoso orgoglio femminile. Cult, tra politica e femminismo, ha temi caldissimi ma omaggia il gore degli horror meno sofisticati – Saw, The Purge. Ha guizzi interessanti, nella scrittura, ma esagera al solito – troppa violenza, troppi toni inconciliabili fra loro, ma finalmente pochi attori sui quali concentrarsi. Se dei pessimi Alison Pill, Colton Haynes e Billie Lourd (gli ultimi due, in una certa sequenza, in procinto di darsi a un ridicolo ménage a trois) nessuno sentiva la mancanza, per il carismatico Evan Peters è tempo di mostrarsi perfettamente all'altezza della situazione in un camaleontico one man show. Lo affianca e lo combatte una Paulson un po' in sordina, vero, con un ruolo pronto a sorprendere con moderazione dopo un inizio all'insegno delle urla e dell'antipatia più profonda. Cult non fa paura come gli home invasion a cui si ispira e non va tanto per il sottile per essere vera e propria satira. A lungo, non sa dove andare a parare. Fino all'ultimo, pur irritando meno dello scorso anno, pur pasticciando nei limiti consentiti, non si lascia mettere bene a fuoco. Ingrana a metà, tardi ma non troppo, quando si rivela una stagione cattiva, e dalla parte dei cattivi. In cui il più buono ha la rogna. In cui il potere, il sangue, ti logora e ti infetta. L'America, e American Horror Story, strombazzano di voler essere grandi di nuovo. Così basta? (6,5)

Chi si aspettava di ritornare per il terzo anno su quei campi da tennis? Non io, probabilmente, quando Red Oaks era una comedy carina e poco più, semisconosciuta e dal destino incerto. Qualcosa però è cambiato lo scorso inverno. Quando, di nuovo tra gli oziosi villeggianti del country club di provincia, avevo trovato a sorpresa protagonisti più cresciuti, giardini e idee più verdi. Il coming of age prodotto da Steven Soderbergh, al solito inatteso per via di quell'Amazon poco a sua agio con il martellante battage pubblicitario di casa Netflix, è giunto all'ultima pagina. Alla sua ultima stagione. Sei episodi per la fine di un decennio fortunato, di un'epoca, di un'estate sospesa. Di una comedy piccolissima, ma per me tutt'altro che trascurabile – alla regia, per dire, si alternano ora David Gordon Green, ora Gregory Jacobs. Capitanata dall'immancabile Craig Roberts, che porta in campo la sua adorabile aria da attore indie, personalità e buon umore, Red Oaks si conferma brillante e scorrevole, nostalgica forse più che in passato. Ti dici che è un addio, infatti. David, single per scelta altrui, si muove tra incontri poco imbarazzati con le storiche ex, i sorrisi ricambiati di un'aspirante stilista e un lavoro poco soddisfacente presso uno studio cinematografico. Vuole ancora fare il regista, essere un altro Godard, ma intanto si accontenta di portare i caffè. A New York: lontano dal cloro negli occhi, lontano dalle racchette, e non senza un certo dispiacere. Il padre è alle prese con l'apertura di una nuova paninoteca, mamma Jennifer Grey con la liberazione del coming out, l'amico Wheeler con la gelosia per uno schianto di bagnina al di fuori dalla sua portata eppure misteriosamente innamorata di lui. In crisi esistenziale, pensano chi più e chi meno al cambiamento; al reinventarsi in fretta. Perché tutto ha un prezzo. Anche questi anni Ottanta troppo omaggiati, troppo stilizzati, troppo svenduti su altri canali. Anche il country club, soprattuto, puntato da una squadra di spietati acquirenti giapponesi. Può chiudere i battenti? Può licenziare i suoi dipendenti e congedare così la sua affezionata clientela? La terza stagione della serie di Jacobs è equilibrata ma forse frettolosa a tratti. Segna la fine dei match, delle sdraio al sole, dei sogni di gioventù – perché infranti o perché realizzati. Lasciamo David e gli altri cresciuti, ancora. All'ennesimo bivio, che stavolta somiglia alla costruzione di un lieto fine. Con un po' di amarezza, eretto proprio sulle macerie di quel Red Oaks da molti amato, da molti odiato. (7)

lunedì 14 agosto 2017

I ♥ Telefilm: Speciale Comedy #2

Prendere ogni affermazione alla lettera, non capire gli stati d'animo altrui, spiazzare i nostri interlocutori con frasi brusche e rare manifestazioni d'affetto. L'armatura delle felpe col cappuccio, il pensiero della normalità. Sam, diciotto anni, è un libro aperto. Non coglie le sfumature. Candido, non ha segreti. La sua famiglia ci ha fatto il callo: da bambino, gli è stata diagnosticata una forma di autismo ad alto funzionamento. Com'è vivere l'adolescenza sentendosi diverso? Cosa significa dividere la casa con un ragazzo fragile, irritabile, dolcissimo, che suo malgrado monopolizza le attenzioni? Keir Gilchrist, già adorato in United States of Tara e It's a Kind of Funny Story, è un tenero Forrest Gump alle prese con il pensiero dello scioglimento della calotta polare e del primo amore: cotto della sua psicoterapeuta, prigioniero del suo mondo su misura, vuole far pratica con una coetanea che lo sopporta e supporta. La sorella maggiore, l'irresistibile Brigette Lundy-Paine, pensa a costruirsi una vita altrove (ha vinto una borsa di studio, ha un fidanzato) ma, fedele al nido, poi se ne pente. Nel frattempo, una Jennifer Jason Leight sull'orlo di una crisi di nervi tradisce papà Rapaport: l'amante, un giovane barista, non sa di Sam e dello stress che comporta. Chi può giudicarla se, per una volta, desidera sentirsi una donna e basta? Atypical, teen comedy in otto puntate sbarcata su Netflix a metà agosto, e non senza controversie, è la storia di una famiglia ordinaria alle prese con drammi e traguardi straordinari. Accusata da qualche testata americana di utilizzare l'autismo come spunto per risate facili, la compagnia di Atypical in realtà mi è parsa godibile, veritiera, delicata – lo confermano, in giro, le ottime medie e un cast vincente, senza un viso o una sottotrama fuori posto. La cosa davvero bella, accanto a un capomastro estremamente facile da voler bene, è che chi in cerca di una via di fuga, chi della felicità, sempre e comunque bene attenti a non pestarsi i piedi a vicenda, i membri della famiglia di Sam sono uguali noi. Se più atipici, be', solo sulla carta. (7,5)

Si erano conosciuti e piaciuti en passant. Quarantenni. L'idea che quella potesse essere l'ultima possibilità per diventare genitori aveva fatto sì che, galeotta una gravidanza indesiderata, diventassero una famiglia. L'amore era arrivato solo dopo. E con quello i figli: nella seconda stagione, ambientata a qualche anno di distanza dalla prima, ben due. Cos'è di Sharon e Rob adesso? Li avevamo lasciati in crisi. In un momento di riflessione, brilla, Sharon aveva fatto qualcosa con qualcuno. Neanche Rob, licenziato perché accusato ingiustamente di molestie sessuali, era senza macchia. Con la coscienza un po' sporca e il broncio, nella terza stagione di quel gioiello di umorismo nero che è Catastrophe ci si gode il piacere, dopo tanto rumore, di fare all'amore (questa volta con qualche precauzione). Non mancano i ripensamenti, le ricadute colpose, le emozioni grandi e piccole. Gli amici stretti e i parenti serpenti – genitori malaticci, fratelli scapestrati – danno qualche inevitabile imbarazzo, ma fanno compagnia. Il resto è un copione grossomodo invariato, e per questo vincente. Catastrophe non è la solita comedy. Somiglia tanto a un bagno di realtà. Alle relazioni comuni, ai disastri che ci combina l'amore, a noi spettatori. Romantici, con il dente avvelenato e il copyright sull'unicità. (7,5)

L'incipit di The Mick è tutto un programma. La protagonista, troppo in là con gli anni per giocare a fare la vandala, si fa bella tra le corsie di un supermercato – lavandosi e profumandosi con i loro prodotti, gratis – per poi scappare fuori senza pagare. Usare il prossimo, per Mickey, è un'arte. Così, un giorno, si presenta a casa della sorella maggiore – una che si è accasata con un tizio ricchissimo, madre appagata, organizzatrice di feste esclusive. L'aperitivo a scrocco però si conclude con un colpo di scena. La polizia arresta i padroni di casa e Mickey, suo malgrado, si trova a fare da tutrice a tre pesti di età diverse: una ragazza ribelle, che cambia fidanzati e hobby a giorni alterni; un adolescente convinto di poter comprare tutto e tutti, perfino l'amicizia; un bambino adorabile e assurdo, con il pallino per la piromania, l'omicidio e gli abiti da donna. Scorretta, volgarotta e nerissima, la comedy con l'ottima Kaitlin Olson diverte impunemente e ha macchiette – la domestica Alba, lo sfortunato fidanzato Jimmy – che sono tra i suoi punti forti. I bambini rischiano di diventare mele marce, ma tu ridi. Qualcuno ci lascia le penne, ma tu ridi. Qualcuno chiamerebbe gli assistenti sociali, il Telefono Azzurro: io, in poltrona, aspetto già la seconda stagione. The Mick è Io e zio Buck in chiave femminile. Tutti insieme appassionatamente che scopre il sarcasmo. Le famiglie convenzionali, la buona educazione, in fondo a chi piacciono? (6,5)

Casta per scelta, una giovane donna si scopriva in dolce attesa per l'errore della ginecologa. Quanto poteva durare questa barzelletta su una moderna immacolata concezione? I risvolti impossibili e la simpatia di Jane The Virgin conquistavano pubblico e critica nella prima stagione. Il segreto della comedy surreale che faceva furore durante la stagione dei premi: indefinibile. Vuoi l'irrinunciabile voce narrante, vuoi un cast centratissimo di volti semisconosciuti, vuoi i toni da telenovela venezuelana tra parodia e guilty pleasure. La seconda stagione, ripetitiva e diluita, non faceva passi né avanti né indietro: una sufficienza stiracchiata e qualche dubbio. Sul rinnovo, sul proseguire oppure no. Lo scorso autunno mi ha portato consiglio. Jane Gloriana Villanueva torna in forma smagliante: mamma, moglie, scrittrice pubblicata. Ha fatto la sua scelta, anche se i poligoni amorosi sono lontanissimi dal risolversi, e finalmente si concede una notte di passione dopo una quarantina di puntate: il principe azzurro ha dovuto aspettare. Autoironico, pulito e un po' malizioso, Jane The Virgin intrattiene con triangoli, paradossi e intrighi consueti. Si decideranno mai i genitori della ragazza del miracolo a dirsi di sì? Nonna Alba imparerà a lasciarsi andare? Quanti omicidi, quante doppie identità, al Marbella? In venti puntate pienissime e spassosissime, a sorpresa qualche brivido inaspettato. Una perdita improvvisa, una tragedia ingiusta, una Gina Rodriguez più brava che mai. Quarta stagione in arrivo, un posto vuoto a tavola, bizzarie e tragedie di una vergine incinta che anche non più vergine, anche non più incinta, regala gioie. (7)

Nonostante un amore nato solo a metà della prima stagione, le follie e i ritornelli di Crazy ex-girlfriend erano stati tra le sorprese più clamorose del piccolo schermo, lo scorso anno. Dov'era saltata fuori Rachel Bloom? Rinnovato a sorpresa, Crazy ex-girlfriend è tornato alla carica. Rebecca, dolce stalker, ha abbandonato New York per la provincia. Nel finale di stagione, il famoso Josh la ricambiava. Dopo una notte di passione, però, affiorava il dubbio: grande amore o lavaggio del cervello? In mesi in cui il musical è tornato sulla bocca di tutti, Crazy ex-girlfriend ritorna e prendo poco a poco. Josh, messo con le spalle al muro, tentenna. Il suo rivale in amore va via, mentre in ufficio se ne affaccia un altro, turbato e affascinato dalle scollature della procace Rebecca. Paula, migliore amica ad honorem, si iscrive all'università, scopre il tradimento del marito, si allontana. E, a sorpresa, si formano nuove squadre al femminile, con la protagonista e la temibile Valencia costrette a collaborare per un bene comune. Dopo un momento di titubanza iniziale, i motivetti e i balli della Bloom – imperdibili le parodie osè di Thinking out loud e Diamonds are a girl best friends – conquistano, cambiando il giusto le carte in tavola. In un finale, soprattutto, in cui tutto è in forse e i progetti per una terza stagione ancora più assurda, ancora più folle, si palesano all'ombra di fiori d'arancio. (6,5)

venerdì 2 giugno 2017

I ♥ Telefilm: Chiamatemi Anna | Fargo II | Girlboss

I Cuthbert, fratello e sorella che gestiscono una sperduta fattoria in Nuova Scozia, aspettavano l'aiuto di un garzone. L'orfanotrofio, invece, li sorprende inviando una ragazzina lentigginosa, allampanata, con le trecce rosse. Scende dal treno e tu sei lì, indispettito a morte, che già vorresti spingerla sulle rotaie e chi si è visto si è visto. Perché Anna Shirley Cuthbert – la stessa del cartone di cui ricordo appena la sigla, l'eroina dei romanzi di Lucy Maud Montgomery – non la facevo tanto insopportabile. Ti stordisce di chiacchiere, a suon di luoghi da ribattezzare dal nuovo, vestiti dalle maniche a sbuffo, toni melodrammatici. Certo, umanamente ha la mia comprensione: orfana passata da una famiglia affidataria all'altra, si è rifugiata nella lettura. Si sente rifiutata, sempre un rimpiazzo, ma scioglie i cuori duri di Matthew e Marilla mostrandosi intelligente, giudiziosa, dotata di mille talenti. Peccato che la sua logorrea stremi. Peccato che il primo episodio, lungo un'ora e mezza, metta a dura prova. Come mi assicurava qualche amico su Facebook, una volta superato quello, le sei puntate restanti di Chiamatemi Anna si guardano da sé. Lei parla un po' meno, perché a scuola i maestri la richiamano all'ordine ed è circondata da compagne maldicenti ancora più fastidiose di lei – ma il corteggiatissimo Guilbert (Lucas Jade Zumann, già sorprendente protagonista di 20th Century Women) intanto le fa gli occhi dolci. Non mancano i momenti di tenerezza, gli attimi di coesione, e neanche qualche dramma di troppo. Anna, come la quasi omonima di Tredici, sembra chiamare a sé calamità e sciagure: case ipotecate, incendi, dipartite, febbri alte, patrigni maneschi colti comicamente da infarto. Nello spirito delle storie formative e ricattatorie che un tempo andavano per la maggiore, dei film a tema nei Natale di Canale Cinque, la serie Netflix si fa apprezzare l'indispensabile e con poco. Candida e furbetta, ti lascia in sospeso. Con il ricordo di paesaggi bellissimi – complice il tocco della regista Niki Caro –, il cerchio alla testa per i monologhi a fantasia della comunque ottima Amybeth McNulty, la sensazione che dalla produttrice di Breaking Bad e Flesh & Bone fosse lecito aspettarsi ben più che una fiaba già sfogliata. (6)

L'ho recuperato con ben due anni di ritardo. A sorpresa, quel Fargo che non mi aveva mai attirato prima da allora – io e i Coen, si sa, non tanto ci prendiamo – si era fatto seguire in una manciata di giorni, in un circolo vizioso di divertimento e angoscia. Complici caratteristi d'eccezione, un giallo che sposava l'umorismo più macabro, le promesse di varietà delle serie antologiche. Seconda stagione, altra storia. Fargo fa un salto indietro. Siamo sul finire degli anni Settanta. Protagonisti: personaggi di una generazione prima – nello specifico, la famiglia della coraggiosa agente Solverson – e il famigerato massacro di Sioux Falls, già citato nelle puntate precedenti. Al centro: la guerriglia senza esclusione di colpi tra due famiglie rivali, le disavventure di una coppia di coniugi in crisi che hanno investito il criminale sbagliato, indagini che a tratti procedono a tentoni. Convenzionale nell'intreccio, se non fosse per un'esilarante spruzzata di fantascienza in chiusura, Fargo conferma di essere un intrattenimento di alti livelli. Ben scritto, recitato meglio ancora. Purtroppo, stando a me, il salto indietro non riguarda soltanto i piani temporali. Ho visto questi dieci episodi distribuendoli in un mese, né stufo né preso, e questo la dice lunga. Ho sentito la mancanza a bordo di grandi mattatori come Bob Thornton e Freeman; della passata verve. La neve torna a macchiarsi di sangue, ma a calpestarla sono personaggi poco carismatici. Le famiglie malavitose che ispirano tanti sbadigli; il poliziotto tutto d'un pezzo di Patrick Wilson, con a casa moglie malata e una figlia da crescere; la sciampista frustrata e il macellaio timido che qui e lì, complice una Dunst svampita ma affatto degna di stupore, ti fanno appassionare alla loro bizzarra odissea di provincia. Rimasto significativamente a bocca asciutta durante la stagione dei premi, al contrario del suo predecessore, questo Fargo è come immaginavo (sbagliando) avrei trovato il primo capitolo. Più lento, più serio, più classico. Appunto, più così. (7)

Ricordo di averla incrociata sulla copertina di un romanzo Sonzogno. L'autobiografia di Sophia Amoruso, classe 1984, raccontava un'altra faccia del sogno americano. Ventenne a San Francisco, la giovane frequentava i locali indie e i negozi dell'usato. In testa: un'idea vincente di moda. Da un negozio virtuale su Ebay può nascere un'impresa di successo? Ci si può arricchire facendo affidamento su una gran faccia tosta, vestiti a basso costo e un po' di fortuna? Sì, se vivi negli Stati Uniti prima dell'era Trump e c'è abbastanza spazio per chi ha il coraggio di buttarsi. Sì, se in una manciata di giorni – e con un sorriso imperituro – ti concedi i tredici episodi di Girlboss. Biopic in formato tascabile, romanzato quanto basta, parla dell'Cenerentola di periferia che scoprì l'America in un'intuizione da poco. Gli inizi della carriera della Amoruso, pazza e battagliera, partono dall'ultimo di una lunga serie di licenziamenti e dall'ennesimo acquisto non necessario. I suoi coetanei stanno crescendo, ma lei rimanda a domani quello che potrebbe fare oggi. Ha vaghi sogni di gloria, poca voglia di serietà, una connessione super veloce. Basta un click, il versamento in denaro del primo acquirente, per guadagnare la fiducia di qualcuno e le gelosie dei colleghi virtuali. Quanto ci vorrà per dire a papà che la bambina di casa è una donna in carriera? A gestire agende fitte, amanti inaffidabili e un cast centratissimo, una Britt Robertson brava come non mai: il biondo barattato per il castano scuro, la parlantina a raffica, tempi comici inaspettati e una naturale adorabilità che rendono impossibile odiarla, quando pecca di avarizia. Ha scoppi di tristezza, qualche volta, e conti in sospeso con mamma. Colorito, colorato e spassosissimo, Girlboss è una fiaba contemporanea. Una parabola classica, risaputa, con atmosfere che piaccono e comprimari così esagerati, protagoniste così belle, da sembrare una compagnia indispensabile con l'afa o con la pioggia. (6,5)

sabato 6 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Feud | Fargo | Bates Motel V

Murphy non si ferma. Lo sceneggiatore più inarrestabile (e instabile) che c'è torna con l'ennesima serie antologica. Con una seconda stagione già confermata, Feud ha fatto il suo debutto parlando della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford. Ormai sul viale del tramonto, le due leggende erano tornate a sfidarsi nel cult Che fine ha fatto Baby Jane. Quanto di vero e quanto di simulato c'era in quell'odio che ricordiamo a distanza di mezzo secolo? Feud, tra biopic e rotocalco, mostra le premiazioni, i livori, il girato. Ha una Jessica Lange autoironica e calcolatrice, strepitosa nei panni della Crawford: attrice più bella che capace, si vociferava, incapace di rinunciare al rosa shocking. Antipatica nel suo narcisismo, commuove a sorpresa nel decadimento finale. Con lei una magnetica Sarandon, che della Davis ricalca la voce roca, lo sguardo, la scortesia. La paura, certo, era che il tutto si trasformasse in una mezza soap opera. Murphy, adorante, qui fa rare concessioni al kitsch e nessun errore. Il cast è centratissimo e meno affollato del solito, nonostante comprimari illustri – Tucci, Molina, Judy Davis nel ruolo che in Trumbo fu di Helen Mirren. La piacevolezza della scrittura, poi, accoglie di buon grado i capricci, gli strepiti, gli exploit. Quando le luci si spengono, quando la compezione non ha ragione d'essere, cosa resta? Perché vivere se non per detestarsi? Si accumulano allora le sigarette spente, i tappi di champagne, le rughe. Tagliate fuori, come la Swanson in Viale del tramonto, si sperimenta la compagnia della solitudine. La storia dei dissapori tra Bette e Joan affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione e un po' seduta spiritica mascherata a festa, Feud è una miniserie in cui lo star system celebra e condanna se stesso. Ti svela, così, come negli anni abbia sedotto e abbandonato le proprie amanti; destinato all'aridità i tanti fiori all'occhiello. Il tutto, creando da una semplice intuizione un nuovo tassello del filone del divismo – e Feud non teme paragoni né primi piani. Hollywood, mamma chiocca e matrigna degenere, non è un paese per cuori docili e vecchie signore. (7,5)

In un periodo in cui in sala c'è poco, e di quel poco non viene neanche voglia di parlarne, fare come le stelle di Hollywood. Tradire il cinema con il piccolo schermo. Complice la noia delle feste comandate e l'uscita di una terza stagione, ho recuperato gli inizi dell'acclamato Fargo. L'adattamento televisivo di un cult degli anni Novanta, uno dice, e ti mobiliti solo adesso? Questione di momenti sbagliati, di film visti nella superficialità di uno sbadiglio, ma non sono un estimatore dei Coen. Disinteressato, ne ho letto distrattamente le lodi qui e lì. Assistiamo a fatti realmente accaduti, ci assicura una scritta che compare all'inizio di ogni episodio. L'ennesima burla degli sceneggiatori. Che amano prendersi gioco dello spettatore e irretirlo con massime surreali, coincidenze a cui si presta fede, intrighi troppo impossibili per essere veri. L'umorismo nero e il protagonista, un timido assicuratore vessato dal prossimo, fanno subito pensare a Breaking Bad. Martin Freeman, maltrattato da moglie e concidittadini, incontra nella sala d'aspetto del pronto soccorso un Billy Bob Thornton più iconico che mai: a quel perfetto sconosciuto, a quella canaglia, racconta tutti i suoi guai. Non sa di stare confessando i suoi desideri a un sicario senza scrupoli. Undetto d'un fiato, così, genera una carneficina esagerata: di quelle che fanno socchiudere gli occhi e, se ami il cinismo gratuito, ridere a crepapelle. Alla fine del primo episodio si contano la bellezza di quattro morti ammazzati in una cittadina spazzata dalla neve. Fatta eccezione per un'agente messa in un angolo, la polizia locale non ha né i mezzi né la voglia di mettersi a ficcanasare. Ma quando il sangue scorre non puoi fermarlo. E il delitto perfetto di un tale, come un'emorragia, chiama a sé l'attenzione della malavita e una bizzarra girandola di violenza. In Fargo, meravigliosamente sopra le righe, si chiacchiera a suon di apologhi e si spara a bruciapelo. C'entrano le piaghe d'Egitto – piovono sangue e cavallette sull'imprenditore Oliver Platt -, la fragilità del ghiaccio, l'ira dei miti. Le persone che cambiano dal giorno alla notte, e si trasformano in predatori. La città è disorganizzata: abbastanza da pensare di poterla fare franca. Ma è piccola, un buco di mondo: ci si pesta i piedi, ci si dà sui nervi anche non volendo. La neve custodice le tracce delle loro assurde "rocambolerie", e la memoria non può fare altro che imitarla. (8)

Non pensavo che la chiusura del motel più famoso del piccolo schermo potesse lasciarmi addosso questa tristezza. Bates Motel, riscrittura del capolavoro di Hitchock, era infatti iniziato sotto una cattiva stella. Aveva difetti grandi due stagioni. La pazzia emergeva a partire dalla terza. Quando il liceo finiva, gli ospiti sparivano, il giovane Psycho covava cattivi pensieri. Il resto, a beneficio di chi aveva preferito rimandare l'abbandono, era stato una sorprendente escalation. Parco di splatter e generosissimo dal punto di vista emotivo, Bates Motel aveva avuto forse il suo apice nel decimo episodio della quarta stagione. Succedeva l'irreparabile e un Norman distrutto rimaneva in compagnia di un cadavere trafugato. L'ultima stagione, ambientata qualche anno dopo, si allinea al film originale ma sceglie una conclusione diversa. Marion Crane – Rihanna, impegnata in un discutibile cameo – parcheggia sul vialetto. Si concede la famosa doccia, ma sotto la furia delle coltellate muore qualcun altro. Norman commette errori su errori, va incontro a un epilogo annunciato. Al solito, non si rinuncia a sottotrame più o meno accessorie: la sete di vendetta dello sceriffo galeotto e il riavvicinarsi di Olivia Cooke e Max Thieriot – affiatati genitori di una neonata da tenere all'oscuro - richiamano protagonisti e figuranti dove le tragedie della famiglia hanno avuto inizio. Egregio padrone di case, con la sognante Dream a little dream of me in filodiffusione, un Freddie Highmore psicotico e sottovalutatissimo; lo spettro dell'indispensabile sobillatrice Vera Farmiga, invece, si accontenta di aleggiare tra cucine assolate e scene del crimine. All'inizio lo si mal sopportava. Alla fine, preoccupati per cosa sarà di lui e dei suoi incubi assurdi, si tifa per la redenzione della mela marcia. Perché quello al Bates Motel resta sì un pernottamento modesto, su Tripadvisor e in streaming c'è di meglio, ma mantiene le promesse – che sarà turbolento e senza ritorno, volubile e poco confortevole, degno di tutta la fiducia che gli hai regalato. Dispiace fare il check out. Dispiace congedarsi da Norman, serial killer di cui sentirò la mancanza, e voltargli le spalle. Potrebbe essere l'ultima volta. Potrebbe nascondere un coltello e pugnalarci alla schiena, sognandosi Norma. (7)

giovedì 13 aprile 2017

I ♥ Telefilm: Tredici | New Girl VI | How to get away with murder III

La morte tocca, soprattutto quando quel mazzolino di fiori a bordo della strada, quell'articolo triste sul giornale locale, ci ricorda che a venir meno è stato qualcuno della nostra età. Facevo i primi anni di liceo quando una mia coetanea, Carla, fu trovata senza vita nella sua stanza. Non la conoscevo, ma ricordo un sabato mattina passato in classe a parlare di lei, e di come la sua scomparsa ci facesse sentire. Tredici, prodotta da Selena Gomez e tratta dal best-seller di Jay Asher, è una serie importante. Non il solito teen drama vuoto, alla moda, a cui una CW ci ha abituato. Ha come spunto una morte tra i banchi, e dalla tragedia non prende le distanze. Racconta in disordine la storia di Hannah, una diciassettenne che un giorno l'ha fatta finita. La sua lettera d'addio, la sua vendetta, supera i confini della carta e dell'aldilà. La verità di una ragazza morta troppo presto, nell'indifferenza, si diffonde negli auricolari di Clay: un compagno innamorato, che elabora la perdita e cerca indizi. Coloro che nel frattempo hanno già ricevuto le cassette, accusati di averla trascinata a fondo, hanno paura che il più candido tra loro li smascheri. I cattivi hanno punti di rottura, sprazzi di umanità. I buoni, non così immacolati, hanno scatti isterici che ti mettono sul chi va là. I personaggi, più che approfonditi, sono scavati. Possiedono case e famiglie modeste, spesso. Un'aria comune, familiare, non da fotoromanzo patinato – Katherine Langord è bellissima proprio in virtù di qualche curva in più, Dylan Minette è uno di quegli adorabili sfigatelli alla Seth Cohen che faranno strage di cuori. Ci sono tredici episodi per tredici nastri. Una playlist da ascoltare e riascoltare, un cast di esordienti piuttosto in parte, ritmi dilatati. Nel decantato Tredici, purtroppo, ne succedono così tante, ma così tante, che a un certo punto ho smesso di crederci. Più che l'emozione, allora, affiora il fastidio. Verso un dramma così esagerato da risultare inverisimile. Verso una scrittura a tavolino, che vorrebbe compiare gli adulti – guardate che età difficile, guardate il liceo che mondo selvaggio che è – più che raccontare gli adolescenti. Alcol e droghe. Stupro. Guida in stato di ebbrezza. Bullismo. Troppi temi che rimestano a fin di bene nella cronaca nera. Molte minoranze rappresentate in nome del politicamente corretto, fino a sfiorare il parossismo (una coprotagonista cinese, omosessuale, adottata da una coppia di papà gay). Tredici non pecca di superficialità, ma di un un po' di pietismo sì. Di un certo pressappochismo, ma sempre a fin di bene. Fa la voce grossa, dice le parolacce. In realtà, nonostante le arie indie, è un prodotto ben più furbo di quanto sembri. Di quelli così accomodanti e impegnati, però, che criticarlo fuori dai denti significherebbe peccare di insensibilità. Di quelli paraculi, chiamiamoli col loro nome, che ti imboccano con il cucchiaino fino alla fine. Voce fuori dal coro, dico che ne ho capito le intenzioni ma che non mi ha scosso. Allena l'empatia, questo sì. Ci ricorda che ognuno ha i suoi fardelli e i suoi fantasmi. Che essere gentili con qualcuno – che magari, in testa, sta combattendo una guerra segreta – è questione di un attimo. Purché vivere l'adolescenza non diventi camminare sul filo, sulle uova, per paura di mettere un piede in fallo e sbagliare costantemente. (6)

Visto quando capitava ai tempi del debutto televisivo e rivalutato anni dopo, New Girl è la sitcom giusta al momento giusto. Merito di una squadra affiatatissima, di una casa a Brooklyn in cui ogni cosa scoppia in risata, che sopravvive alle coppie scoppiate, ai cali di ritmo, a cambiamenti belli e brutti. Cosa combina, quest'anno, la frizzantissima coinquilina dai vestiti pastello? Come reagisce Jessica Day alle novità? Schmidt e Cece, convolati a nozze nella stagione precedente, vanno a vivere insieme. Winston e la sua collega poliziotta, usciti allo scoperto, seguono le orme dell'altra coppia: radunate le brutte camicie a fantasia e il mitico gatto Ferguson, un'altra parte del quartetto è perciò pronta a spiccare il volo. Nick Miller, alias la mia anima gemella, ha pubblicato il suo primo romanzo e vive una relazione complicata con una certa Megan Fox. Il loft, piano piano, si svuota. Jess ha paura di rimanere sola, e noi assieme a lei. Sarà che nessuno, sotto sotto, ha smesso di fare il tifo per lei e per il burbero Nick, distratto dalle grazie della bella di Transformers. Come si scopriranno cambiati alla fine di questi traslochi, di inevitabili viavai che hanno il sentore triste degli addii? Lo scopriamo al ventiduesimo episodio. Forse, l'ultimo di sempre. La Fox non si esprime sul rinnovo e l'epilogo, perfetto, è un cerchio che si chiude. Di perfetto, purtroppo, c'è quello e poco altro. Un finale che giunge inatteso, annunciato senza il necessario preavviso, che emoziona ma non troppo. A chiosa di un ciclo di episodi piuttosto piatto, sprovvisto della classica verve, a cui onestamente non ho prestato grande attenzione. Non sapevo di assistere all'ultima stagione – sempre, appunto, che di un'ultima stagione si tratti. L'ho guardata in maniera distratta, a tempo perso, alla fine di giornate lunghissime. Non avevo gli occhi dell'amore, insomma. Lo sguardo da pesce lesso che mette tutto in prospettiva. Se dovessimo fermarci qui, mi dispiacerebbe. Né io né questo New Girl – brodo allungato in cerca di un'occasione per riscattarsi eravamo al nostro meglio. Ma, come vecchi amici, ci siamo fatti compagnia sul divano. Senza sentire il bisogno di giudicarci. (6)

In una sessione invernale che mi aveva messo a dura prova, avevo scoperto per la prima volta How to get away with murder e una Shonda Rhimes che, a lungo andare, ti dà i guilty pleasure perfetti e una totale assuefazione. Dopo un'accattivante stagione introduttiva, il legal thriller con qualcosa in più aveva rischiato di perdermi con un secondo appuntamento in cui la protagonista spadroneggiava un po' troppo. In autunno, mi sono puntualmente presentato a lezione da Annalise. Ai primi banchi, i suoi pupilli. Nei flashback, un incendio e un cadavere carbonizzato in cantina. Ci sarà un morto, giusto per il midseason finale. Chi sarà? How to get away with murder, per il terzo anno, ripropone la tipica struttura a incastro e sembra avere imparato dagli errori di percorso. I coprotagonisti hanno spazio per una vita sentimentale al di fuori del salotto esclusivo della loro insegnante. Si formano strane coppie e quelle più affiatate scoppiano per poi rinsaldarsi – bandita l'ambiguità dei primi tempi, quanto sono sono diventati noiosi Connor e Oliver? Il sicario Frank è in fuga e il preferito di Annalise, Wes, fa i conti con le sue origini e un omicidio a cui ha assisitito un finale di stagione fa. Quest'anno il mistero c'è e, a metà, il colpo di scena non manca. Sul tavolo autoptico giace un personaggio chiave, che ha portato con sé i dubbi di una protagonista incriminata. Un incendio doloso, i personaggi in lutto, la verità che salta fuori, e l'opportunismo, in un epilogo calmo ma amarissimo, prende il sopravvento. How to get away with murder, imperfetto ma intrigante, ha al solito qualche sottotrama che funziona e qualche sottotrama che avremmo volentieri evitato; personaggi numerosi, che trovano compattezza attorno a un cadavere caldo; una protagonista rara, che scende a patti e scambia il giusto con l'utile. Insuperati professionisti nell'arte dell'elusione, gli indisciplinati e disorganici membri della classe della Keating la sfangano anche quest'anno. Li mette in riga la Davis, fresca di Oscar, che ha forse bisogno di loro più del solito. Per salvarsi la pelle in carcere. Per distrarsi dal posto vuoto a lezione. (6,5)