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sabato 1 febbraio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Judy | Richard Jewell | I due papi | Un amico straordinario

[Attrice protagonista, Trucco e acconciatura] Anno che vai, biopic che trovi. Cambia l’artista, sì, ma restano drammi e problematiche. Un’infanzia oscura, i matrimoni fallimentari, gli schiaffi e le carezze di un pubblico ingrato. Senza grandi variazioni sul tema, vale anche per Judy Garland: cantante e attrice che poco prima di spegnersi fu protagonista di un’ultima vampa di furore nei teatri londinesi. Sul viale del tramonto, lottava contro le dipendenze e l’ex marito. Ma nella sceneggiatura, questa volta, accanto ad aneddoti e dietro le quinte non manca una critica feroce allo star system: quant’è amara la vita dei bambini prodigio e quanto sono spregevoli, invece, i produttori che ne rubano i sogni? Di dichiarato impianto teatrale, il film non brilla soltanto per bravura della Zellweger, ma per la domanda che pone: dove finisce l’arcobaleno? Al centro di un inatteso canto del cigno, Renée guida la visione grazie ai suoi sorrisi, alle sue lacrime e ai suoi sguardi parlanti, attraverso un’interpretazione dolorosa che va oltre il manierismo e arriva al cuore. All’inizio scettico – mi distraevano infatti i suoi occhi sgranati, la bocca a papera, il mascherone di make-up –, sono diventato un suo fan strada facendo: dotata di una forte ironia e di una vocalità splendida, già sfoggiata in Chicago, soltanto lei avrebbe potuto interpretarla. Hanno aiutato una regia raffinata, che incornicia i personaggi in piccoli e grandi quadri di solitudine; le canzoni intramontabili, su tutte una struggente Somewhere over the rainbow; costumi meritevoli di un plauso ben più del trucco, capaci di cogliere appieno lo scintillio dei fragili anni Sessanta. Più interessante nella prima parte a cavallo tra passato e presente, il film si perde poi nella ricerca della scena a effetto o dietro l’ennesima relazione sbagliata. Quando imbocca il sentiero di mattoni giallo, però, crescono la commozione e la magia. Piove a lungo su queste due ore di visione, ma il famoso arcobaleno non le si nega poco prima dei titoli di coda. Judy morirà sei mesi dopo, ma qui ha il suo lieto fine: è tornata in Kansas. (7)

[Attrice non protagonista] Continua l’indagine dell’ottantanovenne Clint Eastwood nell’epica che più gli sta a cuore: quella degli eroi americani della porta accanto. Dopo American Sniper e Sully, storie vere con protagonisti troppo ingombranti e un rigore per me eccessivo, il regista torna a convincere benché in sordina. Richard, dolcissimo trentenne appesantito dai chili e dalle preoccupazioni di troppo, è un cocco di mamma goffo e fanfarone, genuinamente candido e fiducioso, i cui sogni di gloria diventano purtroppo incubi. Poliziotto mancato, si è accontentato dell’impiego di guardia di sicurezza: durante un concerto negli anni Novanta, intercetta  una bomba e salva innumerevoli vite. Dipinto negativamente dai giornalisti, torchiato a tappeto dall’FBI, il protagonista – all’inizio eroe nazionale – diventa un nemico pubblico sotto sospetto. Gli agenti federali frugano nell’immondizia, nei cassetti della biancheria, nei Tupperware, tra i vizi privati e le pubbliche virtù. La gogna mediatica, frustrante, sarà alleggerita dalla presenza dello scoppiettante e agguerrito avvocato di Sam Rockwell e dalla mamma chioccia Kathy Bates, a pezzi davanti all’impossibilità di proteggere l’unico figlio dall’assalto mediatico. A dispetto del mio disamore per i drammi d’inchiesta, Richard Jewell si rivela più che semplice cronaca, ma una parabola accorata e toccante, con un interprete così sincero – Paul Walter Hauser, che rivelazione – da sembrare capitato nella pagina sbagliata del giornale. Goffo e imperfetto, dotato di senso dell’umorismo e pacatezza grandi, è una figura umana e imperfetta verso cui scatta immediatamente un’empatia che porta il film a emozionare informando. Ha vissuto, però, l’ennesima ingiustizia: quella di essere misteriosamente sottovalutato dall'Academy. (7+)

[Attori, Sceneggiatura non originale] Il primo è severo e contestatissimo: amante del pianoforte e della solitudine, sta perdendo l’ispirazione. Il secondo, popolare e benvoluto, apprezza il tango, il calcio e le belle donne: ha un passato da viveur e in patria, ai tempi della dittatura, era una figura tutt’altro che semplice. Sembrano due amici al bar – la colonna sonora, per altro, passa gli Abba, i Beatles, Bella ciao e Besame mucho –, ma li tradiscono l’abbigliamento e il tenore della conversazione. Indossano la tonaca immacolata, infatti. Parlano di aborto, omosessualità, celibato e pedofilia. Sono Benedetto XVI e Francesco, il vecchio e il nuovo, all’alba di un avvenimento epocale: la rinuncia di Ratzinger, travolto dall'ennesimo scandalo. Amici-nemici, gli anziani si confrontano anche sugli acciacchi e i dilemmi morali: il dialogo diventerà una lunga confessione. E lo spettatore, incantato da cotanta bravura, presterà gelosamente ascolto nonostante i flashback superflui sulla giovinezza di Bergoglio che tradiscono qui e lì la provenienza argentina del regista. Come sopperire a una fede che dà conforto, non risate, se non grazie a un buddy movie lieve come una sitcom? Sincero e disinformale, per questo bellissimo, I due papi ha il pregio immenso di risultare leggerissimo pur ragionando di massimi sistemi. Lo stesso potrei dire in fondo dei suoi protagonisti, Hopkins e Pryce: quando c’è il talento, il trucco c’è ma non si vede. E neanche la fatica. Lo dimostra Paolo Sorrentino, lo ribadisce Fernando Meirelles: i papi portano bene a televisione e cinema. Mentre in questi giorni The New Pope è ancora in onda su Sky, qui si brinda alla comparsa di un’altra fumata bianca. (7,5)

[Attore non protagonista] Quello di Fred Rogers è un nome che non dirà niente agli spettatori italiani. Idolo generazionale in odore di santità, con addosso un golfino rosso rimasto nell’immaginario collettivo, era l’anima – presentatore, burattinaio, confidente – di un programma in cui parlare tra un siparietto e l’altro anche di morte, divorzio e guerra. Il cantastorie si fa eccezionalmente da parte qui, per raccontare la vicenda di un giornalista:  Lloyd Vogel, un uomo perseguitato da un’ombra scura – suo padre – e dalla convinzione di essere un genitore fallimentare. Tra intervistatore e intervistato, a telecamere spente, nascerà un’amicizia poco canonica che influenzerà entrambi. Matthew Rhys, pensoso e amareggiato, lavora per sottrazione nel suo dialogo con Tom Hanks: pacato e dal sorriso sempre pronto, gioviale ma mai esagerato, l’attore candidato ha un fare così gentile e accondiscendente da risultare perfino irritante. Quali pesi porta però? Come sfoga la frustrazione? Che padre è stato per i suoi figli? Con un ruolo cucito su misura, che soltanto lui o Robin Williams avrebbero potuto interpretare con la stessa naturalezza, Hanks è il (non) protagonista di una commedia intergenerazionale meno convenzionale del previsto: vedasi lo skyline di plastilina, i frequenti sguardi in camera, i viaggi del protagonista in parentesi surreali alla Kidding. Peccato per l’ultima mezz’ora all’insegna della riconciliazione immancabile, molto più didascalica del resto, dove la narrazione si fa tradizionale e le atmosfere, purtroppo, spiccatamente natalizie. Restano la malinconia delle luci che si spengono e una nota stridente al pianoforte, nella chiusura di una sigla tivù; un personaggio criptico e aggraziato, che resta volutamente un mistero. Pur presentando un programma per bambini. (6,5)

giovedì 8 dicembre 2016

Mr. Ciak: Captain Fantastic, Miss Peregrine, Sully, Elle

Un cervo bruca nel fitto degli alberi, preda di un giovane cacciatore che gli si avventa addosso armato di coltello. A detta del padre di lui, tutto orgoglioso, è così che si diventa uomini. La famiglia del ragazzo ci appare infangata, primitiva, sanguinaria: fuori dal mondo, fuori dal tempo, in realtà vive nei boschi di una America contemporanea. La città è a un tiro di schioppo, ma loro – sette in tutto - preferiscono procacciarsi il cibo a mani nude; dormire sotto le stelle; prendere esempio da un capo tribù che è un genitore provetto. Ben, patriarca che ha preferito la vita selvaggia ai vincoli del consumismo, si prende cura dei figli – adolescenti in fiore i cui nomi, unici al mondo, sono prova di un ennesimo atto d'egoismo e d'amore – senza la sua compagna: bipolare, di educazione borghese, la donna era il peggior nemico di se stessa. L'ha fatta finita in un ospedale psichiatrico, e Ben non ne ha fatto un mistero. Si sono messi in marcia per le sue esequie. Vestiti a festa, sono pronti a celebrarne il ricordo abbandonando la campagna a bordo di un camper. Il fuori avrà per loro, bizzarri e non al passo, parole gentili? C'è un lirismo francescano o semplice pazzia nella schiettezza di un vedovo per cui tutto – il sesso, la violenza, la fatica – è natura? Captain Fantastic e i suoi ragazzi sono felici così. Certo, non sono i libri letti all'ombra dei falò a rendere tale un'educazione. Certo, ogni tanto avvertono la mancanza di una casa e di una figura femminile, ma sempre famiglia è. Hanno loro stessi, il bosco, e tanto basta. Ritratto di una gioiosa pace dei sensi, la commedia indie di Matt Ross promette e dà le lacrime e le risate che spettano al Sundance e alle famiglie “infelici a modo loro”. Gli si invidiano la prontezza di spirito, le facce pulite, la gioia di vivere; alle commemorazioni si intonano i Guns N' Roses e si rispettano le donne così tanto da chiedere loro la mano al primo appuntamento. Di uno straordinario e arzillo Viggo Mortensen addito dalla poltrona gli errori – risoluto, si è mai posto domande a proposito dei desideri altrui? - e dalla poltrona guardo mio padre, che è solo e coraggioso uguale, e dico che ci sono scelte dettate dal sangue. Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno. In Captain Fantastic, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Ma il dolore non porta cravate strette e l'affetto non costruisce campane di vetro. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano – pallidi conservatori, musica triste. Dicono addio e cambiano aria. Coi toni di Little Miss Sunshine, illuminanti e presissimi, comprendono che all'addiaccio o sotto un tetto, ovunque si trovino, è la famiglia che fa casa. (8)

Nutrivo scarse aspettative per la trasposizione cinematografica di Miss Peregrine – il da me desideratissimo Riggs, infatti, non mi aveva colpito  – ed esagerate, al contrario, per il ritorno di un Burton a corto di ispirazione ormai da un po'. Tra fotografie inquietanti, toni cupissimi e Hogwarts impenetrabili, il romanzo era pronto. Nei risvolti di copertina, in tempi non sospetti, si sprecavano già i paragoni con il creatore di Edward mani di forbice. Non poteva dirigerlo nessuno se non lui. In libreria si era rivelato un titolo dal fascino straordinario ma con poca sostanza. L'occhio, però, aveva avuto la sua parte. Miss Peregrine si avvaleva di un lato visivo splendido di per sé: Burton ci avrebbe aggiunto i dettagli creepy, i merletti, l'accento regale di Eva Green. Perché il dinoccolato Asa Butterfield avverte i pericoli che minacciano un'isola del Galles sospesa nel tempo? Le doti dei giovani allievi, guidati da una Mary Poppins in nero, basteranno a respingere gli attacchi delle creature di un pessimo L. Jackson? Dal romanzo, la nuda impalcatura. Burton, di suo, mette gli arredamenti e il carattere che mancava tra le pagine, ma la storia – a tratti confusa – mantiene le sue fragili fondamenta. Il regista la ritocca, ad esempio nel finale parzialmente risolutivo, e la migliora. La spettacolarità di talune trovate – la nave sommersa, il treno degli orrori, gli occhi cavati – incanta lì per lì; ma benché simbolo degli emarginati, dei fuori posto tanto cari al Burton prima maniera, ai “bambini speciali” continua a mancare qualcosa. Miss Peregrine non è il grande ritorno sperato, né una cocente delusione: una diplomatica via di mezzo, piuttosto; un intrattenimento gradevolissimo che non lascia il segno. Stesso limite di un romanzo introduttivo che, a distanza di pochi mesi, già non ricordo più nel dettaglio. Come tra le pagine, anche qui si ha l'impressione che la vicenda decolli tardi e poco. Che quello di Jacob e dei suoi amici strampalati sia un volo che non porti molto lontano. La magia, presente all'appello, non ti segue oltre l'orario di lezione. (6,5)

Nel gennaio di sette anni fa, un aereo tentava un ammaraggio sul fiume Hudson. Nessuna vittima a bordo, un solo uomo da celebrare: Chesley Sullenberg, pilota a un passo dal pensionamento, esempio di freddezza e straordinaria prontezza di riflessi. Accanto agli scontati plausi, anche controversie impreviste: stando a molti, l'arzillo comandante avrebbe avuto una valida alternativa. Tutti i requisiti per far ritorno all'aeroporto di LaGuardia senza drammi. Sully, dettagliata ricostruzione dello spettacolare atterraggio e delle imprevedibili conseguenze che ebbe, è un ritratto parziale di un eroe dei giorni nostri. Un uomo schivo, onesto, pieno di dignità, finito nell'occhio del ciclone: salvarsi – salvare le centinaia di anime a bordo – non è stato infatti che l'inizio della sua personale crociata. Indagano, sperando che ammetta dipendenze e scheletri nell'armadio come Denzel Washington in Flight. Fanno domande e studi, convinti che a farlo agire così non siano stati solo l'istinto di conservazione e la paura. Un Tom Hanks dal baffo candido interpreta il ruolo con la naturalezza e gli occhi gentili che conosciamo. Dirige Eastwood, cantore di storie vere e patriota ostinato: meno indigesto che nel bellicoso American Sniper, confeziona con Sully un dramma che comunque risulta troppo freddo, troppo cronachistico. Resoconto castigato e di parte – non ci sono mai dubbi sull'operato di Sullenberg –, resta asciuttissimo nonostante l'Hudson in piena e la minaccia vaga della commozione. Ho stimato profondamente l'uomo, ho odiato il tentativo di cercare il cavillo tecnico dietro il miracolo, ma tutto – aereo, emozioni – resta in superficie. Come nel caso del reduce di guerra che sentiva gli spari, nel sicuro della propria casa. Come nel caso di questo pilota di cui mi avrebbe suggerito altrettano, forse, un qualsiasi servizio giornalistico. La critica e le sale americane applaudono. Io ci ho visto una ricostruzione attenta e una storia che ispira. Basteranno sì: ma, ancora una volta, non impressionano. (6)

Michèle, produttrice di videogiochi, ha sessant'anni meravigliosamente portati, un figlio che le ha rivelato che presto diventerà nonna e una ristretta cerchia di conoscenti. Nella scena d'apertura, un uomo in passamontagna s'intrufola nella sua villetta che dà su un perfetto quartiere borghese: la violenta brutalmente sul pavimento. Lei si alza e, senza colpo ferire, continua la sua giornata come se nulla fosse: a cena, confesserà distrattamene lo stupro subito. Elle, a metà tra la commedia nera e il noir, stranisce dall'inizio alla fine. Non si evolve diventano una classica storia di vendetta. Non indaga la psicologia ferita di una donna che si rifiuta di denunciare l'aggressione alla polizia, di dirlo a voce alta. Diretto da un arzillo e inaspettato Paul Verhoeven – settantottenne olandese dalla carriera ondivaga che, tra un Basic Instict e un Atto di forza, dieci anni fa, aveva inserito il riuscitissimo Black Book –, la pellicola ironizza su traumi, nevrosi e ipocrisie. Tutt'altro che seria e rigorosa, ha un umorismo sottile e un eros oscuro. Cosa passa in testa a una distaccata e sensuale Isabelle Huppert, interprete coraggiosa e abituata ai ruoli scabrosi? Leggera, ambigua, elegantissima, dà un'anima malata e un corpo statuario a una protagonista sfuggente e maliziosa: il padre in carcere, per scontare delitti indicibili; la madre, fragile e un po' patetica, avvinghiata a un gigolò; il figlio, cieco davanti al palese tradimento della compagna; gli amanti occasionali, la migliore amica ingannata, il vicino di casa spiato e bramato. Manca un equilibrio, a tratti. E manca un punto, una riflessione, a queste due ore che ti irretiscono mantendo sveglia la curiosità. Non si capiscono le reazioni di causa-effetto né i moventi. Lo si sbirgia a occhi socchiusi, tra riso e pietà: un male esserne divertiti, in fondo? Elle è ambiguo, irrisolto, ma affascinante: accontenta tutti coloro che per natura sono un po' voyeur, intrigati dalle devianze altrui, e quelli che apprezzano un cinema francese che non taglia fuori le attrici più agée e mostra il sesso più strano, le tentatazioni più indicibili, senza inciampare nell'orlo della volgarità. (7)

lunedì 12 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La teoria del tutto, The Imitation Game, American Sniper

Buongiorno, amici. Si inizia una nuova settimana di letture e cinema ed avete letto bene. Mr. Ciak, mettendosi tutto elegante, è pronto e attento. La stagione dei premi, dopo che i Golden Globe hanno avuto già i loro vincitori, è alle porte. Lo scorso anno, l'ho seguita, ma con il mio solito disordine. Vi ho parlato dei film che facevano parlare in ordine sparso, col caos. Quest'anno, siccome tra i miei propositi c'è quello di essere più puntuale e organizzato, troverete me che vi commento i film in lizza in And the Oscar goes to. Occhio, però. Ho già recensito Gone Girl, Lo sciacalloMaps to the stars, St. Vincent, Boyhood, ma in fondo erano pellicole dello scorso anno, no? Se li avete visti, ovviamente ditemi la vostra. Un abbraccio e buon inizio di settimana, M.

Ero preoccupato che guardare La teoria del tutto, a dicembre, avrebbe scombussolato la mia personale lista dei film dell'anno. Riscriverla? Un problema, se il biopic sulla geniale vita di Stephen Hawking si fosse imposto, come mi aspettavo, sul podio. Piccolo grande ma. La teoria del tutto, elegante e curato com'è, non ha messo in discussione le mie preferenze: resta un bel prodotto, ma coi suoi limiti ed i suoi punti di vista poco a fuoco. Il profumo di Oscar, forte, però rimane. James Marsh prende una storia intensa, attori non ancora noti quanto meriterebbero e, in punta di piedi, ma con un'eleganza tutta inglese, mette insieme un film giusto. La fotografia è avvolgente, la colonna sonora incalza, la macchina da presa si concede qualche convincente volteggio tra le scale a chiocciola e i girotondi tra innamorati. Il film è cristallino, delicatissimo, e - per quelle due ore – arriva dove dovrebbe. Emoziona piano, scoprendosi capitanato da un cast meraviglioso. Quieto, intimo, sommesso, rinuncia al virtuosismo, ai fiumi di lacrime e, con una maliziosa ironia e toni agrodolci, in rewind, ti mostra l'altra faccia che ha il lieto fine. Realistico, ma incantato. Cosa che mi è piaciuta, anche se forse ha impedito le morse al cuore e il resto. La storia di Stephen e Jane ha un inizio e una fine come l'universo percepito dallo scienziato, ma è arduo mettere un punto fermo all'amore di una vita. Il registra ne mostra gli inzi e gli sviluppi, il matrimonio e i figli che nacquero, con una fluidità che non si percepisce e un meticoloso lavoro di trucco che invecchia i protagonisti poco alla volta, sotto gli occhi di chi guarda. Alle scoperte si sommano i sacrifici della vita coniugale, scossa da una malattia che li indebolisce, ma non li uccide del tutto. Le sorprese sono Eddie Redmayne e Felicity Jones, più bravi di quanto pensassi. Lui, giovane attore che ho trovato spesso scialbo, a trentadue anni è così fortunato da imbattersi nel ruolo della vita: timido e impacciato all'inizio, fragile e muto alla fine, recita con il viso e con quella voce che viene meno, mentre il corpo si accartoccia come una foglia secca e la malattia avanza. Ogni cosa nella sua performance – dalla camminata storta alla grafia tremolante – è studiata fino a far scomparire qualsiasi traccia di finzione; esalta. Nel 2014 ho visto prove splendide, ma il magnifico Redmayne le mette quasi in ombra. La Jones, al suo fianco, non è da meno, anche se il suo è un ruolo semplice e dimesso. L'incantevole Felicity, con il viso pulito e un candore d'altri tempi, è una donna con una missione: custodire la sua famiglia. Sprigiona forza d'animo, coraggio, anche disperazione... ma la disperazione è tutta lì, in quegli occhi blu che brillano, perché non deve piangere. Non deve far capire a quel marito bambino che, a volte, è un peso sullo stomaco intollerabile. Trattenuta e intensa, dondola con Redmayne in perfetto equilibrio, sull'altalena delle loro miracolose vite. Ottimi anche i comprimari: in particolare Charlie Cox, che rende buono e empatico un personaggio che, mostrato per vie traverse, sarebbe apparso un infelice terzo incomodo in un matrimonio perfetto. Onesto e verisimile, La teoria del tutto addolcisce ma non cambia i fatti e, pur privo di occhi grandi e davvero significativi, dà l'impressione che Jane e Stephen, per tutto il tempo, guardino insieme quello che hanno costruito e quello che hanno di comune accordo infranto dal loro verdissimo giardino segreto. (7)

Un altro biopic che viene dal Regno Unito. Un'altra produzione british fino al midollo. Un'altra ottima performance, per rendere la complessità e le contraddizioni di un'esistenza. Turing come Hawking. Un genio. Ma The Imitation Game è la storia di un genio dalla vita solo apparentemente meno sofferta; un brillante matematico che non ebbe né il conforto di una moglie paziente, né la consolazione della gloria. Alan Turing nessuno se lo ricorda. Per cinquant'anni, il suo nome e la sua invenzione sono stati sotto silenzio. Arsi in un rogo scoppiettante, quando la Seconda Guerra Mondiale era finita, ma anche grazie a lui. Che era troppo gracile per la trincea, ma che salvò milioni di vite, sconfiggendo Hitler e il tempo in una stanza grande quanto un garage. In una gara avvincente e impossibile. Per lui, nessun onore. L'oblio, e poi la beffa. Il suo volto sui giornali per le sue preferenze sessuali, non per quello che, padre dei moderni computer, aveva intutito. The Imitation Game parla di una storia che non conoscevo e che pensavo non potesse interessarmi. I punti in comune con La teoria del tutto sono più di uno, ma convince più questo. Quella di Stephen e Jane è una storia d'amore, ma questa è una storia di passione. La passione bruciante verso i lati di noi che non riusciamo a smettere di amare, anche se ci fanno del male. Come quel cervello iperattivo e veloce, che eppure non ci insegna come stare in società; quel sentimento impossibile verso un tuo compagno di scuola, da bambini, che consacriamo dando alla nostra grande invenzione il nome del primo amore; quell'idea fissa che ci fa perdere il sonno e i chili, in cui nessuno crede davvero, ma in cui confidiamo con il vigore dei pazzi. E' discreto, ponderato, non particolarmente audace, proprio come il biopic di Marsh, ma con un quid dato da una struttura tripartita, neanche originalissima ma piacevole, e da personaggi a cui vuoi bene con poco. Personaggi, al plurale. Mentre l'altro non ha occhi che per i suoi romantici protagonisti, a The Imitation Game giova la sua dimensione collettiva. I comprimari, pignoli e accaniti smanettoni dei computer ante litteram, sono interessanti e delineati con eleganza. Matthew Goode, bello e sicuro, non si fa mai mettere in un angolo; Mark Strong e Charles Dance sono ottimi caratteristi; Keira Knightley – discreta, sì, ma immeritevole di una candidatura – è una donna decisa e forte, con gli attribuiti grandi così in un mondo a misura d'uomo. I discorsi, le rivalità e la complicità tra personaggi numerosi danno ritmo al film, regalano qualche risata, accompagnano meglio lo spettatore, ma forse mettono in ombra il lavoro di Benedict Cumberbatch. Un lavoro notevole; non il migliore. Quel personaggio sagace, testardo e fragile sembra scritto su misura per lui, ma Redmayne e Gyllenhall reggono i loro rispettivi film. Non si può dire lo stesso in questo caso, anche se pare che, doppiato, il protagonista perda molto del suo decantato (e per me incomprensibile) fascino. Mi ha intrattenuto, regalato qualche sorriso e più di qualche brivido e, mentre scendevano i titoli di coda, mi ha piegato in due per un finale che non conoscevo. Allora The Imitation Game spiega che la guerra è finita, che Hitler è morto, ma che altri due mostri temibili – ignoranza e omofobia – sono a piede libero. Ha inusuale leggerezza, un cast omogeneo, tre diversi protagonisti. Quello ragazzino, con un solo amico e orde di bulli intorno; quello giovane e vitale, che sa cos'è ma non sa cosa diventerà; quello adulto, con la speranza a terra, che aspetta una visita amica e le sue pillole. Si rivela, sul finale, tanto amaro: ma con un epilogo diverso mi sarebbe piaciuto? Non amo le guerre, detesto lo spionaggio. Ma penso che una storia ben raccontata sia sempre una gran cosa, e il film di Tyldum, la cui regia è però alquanto convenzionale, è scritto bene, senza parole superflue. Neanche due ore, per un intrattenimento non indimenticabile, ma solido. Il mio primo bel film dell'anno. (7,5)

Io leggo tutto. Anche i film che guardo. Deformazione professionale. Aspettavo il nuovo film di Clint Eastwood, pensando non fosse il solito film di guerra. Basato sulla biografia di Chris Kyle, uno dei cecchini più spietati e noti d'America, ci raccontava la storia dell'uomo, la missione del patriota, il mestiere dell'assassino. Invece, quando avrei voluto leggere le sue verità tra le righe, quando avrei voluto osservare la tragedia del conflitto così come l'avevano osservata i suoi stessi occhi, mi sono trovato davanti un libro chiuso, sigillato. Non si poteva leggere. Era già scritto, preconfezionato, e dovevi prendere o lasciare. Al solito. American Sniper promette un'umanità che manca. Non ho capito l'uomo, non mi sono chiesto se tutte quelle infinite vittime fossero giuste o sbagliate, non ho sentito la tremarella o il tentennamento. La mano di Eastwood non si concede tremori, così come il dito di Chris, che preme il grilletto e centra il bersaglio a colpo sicuro: che sia una donna o un bambino, che sia un soldato o un civile. Il protagonista, la prima volta, uccide un ragazzino, con la moglie che a casa porta in grembo un figlio suo, e io non ho percepito le sue incertezze, i suoi dubbi. Si chiedeva se era giusto farlo, e in un modo che non fosse così retorico? Si sentiva sporco, dopo? Con che cuore ritornava dalla sua famiglia? Il cinema fa della controversa figura del cecchino un eroe a tutto tondo, un cavaliere nero i cui lati oscuri sono prevedibili e noti; perdonabili. Sullo sfondo, dappertutto, che fa fuoco e miete vittime, c'è la guerra di una nazione, ma non la guerra di un uomo qualunque di cui non riesci a fare tua l'interiorità lacerata. Un personaggio potenzialmente immenso, invece, è trasformato in una figurina stilizzata, ricordata in un'agiografia americanissima che sente una sola campana, non ammette repliche, non solleva dubbi etici. E invece me lo sono chiesto, io. Qual era la differenza tra i bambini con i mitra e i figli di papà yankee che, nei civili Stati Uniti, sono educati al culto della caccia; qual era la linea di confine tra le sette vergini che spettano in premio ai kamikaze e la Bibbia che il protagonista si portava appresso; quant'era distante il violento e folle senso patrio estero rispetto al connaturato patriottismo americano. Eastwood, invece, scolasticamente, contrappone il cecchino iracheno a quello nato e cresciuto in Texas, con un punto di vista tanto collaudato quanto pigro. American Sniper è un film di guerra come tanti, quello è il guaio, e che il protagonista sia una persona vera poco importa. Non è una personale soggettiva, questa; è una strategia, tra le granate e le tempeste di sabbia, in cui ci sono l'amico occidentale e il nemico orientale che si sparano addosso, mentre qualcuno – e quel qualcuno non coincide, purtroppo, con Chris – te lo racconta con toni assai standard. Grandi assenti: la colonna sonora, non pervenuta; l'emozione. La sceneggiatura non tiene conto della spersonalizzazione del soldato, di un'omologazione premiata a furia di medaglie ma che lascia aridi dentro, del rapporto altalenanete con una moglie estranea le cui tensioni radicate nel profondo, dopo due ore, vengono liquidate con una battuta maliziosa, una pacca sul culo e una risata. Buoni i protagonisti, ma non eccelsi: convincenti, come da copione, ma basta. Dialoghi scarni e nulla per cui strapparsi i capelli. La Miller è discreta; Cooper, ingrassato e in parte, ci mette la fisicità ma non il resto. American Hustle gli avevi messo i bigodini in testa, eppure, lo aveva reso ridicolo ma magnetico. Manca una chiave di lettura, e se non è il buon Clint a darcela, allora chi? Il suo, resta un prodotto superficiale, nel senso stretto del termine. Indugia sulla soglia; non va mai oltre il confine. E non bastano le linee nemiche varcate. (5,5)