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martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto

venerdì 14 giugno 2019

Dear Old Mr. Ciak | Tutto su Almodóvar

2006. Un cadavere da occultare, un incendio doloso, una donna scomparsa. Partiamo in quarta. Partiamo con il migliore dei suoi film: quello insuperato. Lo splendido Volver, secondo soltanto a Tutto su mia madre in quanto a premi, ha le fattezze di un gineceo ospitale e coloratissimo. Irrinunciabile, nonostante il macabro delle tematiche affrontate e il carattere spigoloso delle padrone di casa. Per una volta tutt'altro che soffocante, la provincia madrilena è un porto sicuro che invita Penelope Cruz e sua sorella a gettare le ancore. A ripopolare le case infestate, grazie a tutta la vitalità di cui è capace la morte e a tutta la fatalità, al contrario, annidata nella vita. Se la prima fa i conti con l'assassinio del marito, l'altra chiacchiera amabilmente con lo spettro della madre. Sotto forma di un fantasma in incognito, la magica Carmen Maura lascia la tomba e aiuta i propri cari. In un paesello in cui sciogliere i nodi del passato confidando nella vaghezza del domani, si onorano i defunti e si disonorano le famiglie omertose. Ci si prende cura non tanto dei morti, quanto dei vivi. Volver ha in sé il dolce e l'amaro, gli sposalizi perfetti, una scrittura felicissima dal gusto teatrale. E un posto a sedere in un ristorante abusivo, che nella cella frigorifera custodisce l'armonia e i cadaveri. Mi ha insegnato che bisogna pensare alle stanze sfitte, non alle lapidi. Confidare nella furbizia, dire di tanto in tanto qualche bugia a fin di bene, senza rinunciare però al conforto del meraviglioso. (8,5)

2002. Più che a una conversazione somiglia a un sussurro. Negli ospedali sono proibiti gli schiamazzi. In corsia, al capezzale di donne sospese fra la vita e la morte, fanno conoscenza due amanti respinti: il primo, compagno di una torera dalla vita sentimentale messa al vaglio; il secondo, infermiere che ha fatto della guarigione di una danzatrice in coma una questione privata. Signorile e discreto, Parla con lei si concede le esibizioni di Pina Bausch e non il playback delle drag queen. I colori, più tenui, sono quelli delle cliniche private: addio alle carte da parati sfarzose, all'horror vacui degli arredi floreali. Meno scalmanato, pur non tradendosi mai, questo delicato esperimento è un'eccezione alla regola senza prosecutori. Peccato che un sentimento a senso unico, nel silenzio generale, rischi di diventare in fretta ossessione. I protagonisti rifuggono la solitudine e imparano il dialogo. Le loro donne sono davvero gusci vuoti? A riempirle intervengono passioni inquadrate fra passato e presente; le coreografie del balletto e della mattanza; i risvolti inattesi di una moderna tragedia, bella come un'opera lirica. Pedro parla con loro, e con noi. Di un grande cinema che si concentra sulle piccole cose. Di una bella addormentata e del suo goffo salvatore, che sognano amplessi fantastici – in una sequenza cult un lillipuziano passeggia sul corpo nudo della fidanzata fino alla porta aperta delle gambe – e altre condivisioni. Della vita che torna in circolo e, infine, germoglia all'improvviso. Qualcuno ci vedrà il peccato, qualcuno poesia da parafrasare. Qualcun altro, confuso ma felice, il miracolo. (8)

2004. Quando un maestro del travestitismo si maschera per scherzo da Ozon, non possono che nascere i thriller erotici sapientemente orchestrati. Quelli che ammiccano con il cinema, con l'aspect ratio, con la bellezza perturbante dei loro primi attori. Anticipatore della svolta noir portata poi ai massimi livelli con La pelle che abito, La mala educaciòn ha colpi di scena a raffica, ambientazioni un po' sofisticate e un po' pacchiane, una scrittura machiavellica come non mai. Bambola russa di storie dentro storie, è un film nel film. Una vicenda spacciata per vera, come suggeriscono i titoli di coda, in cui si parla dei misteri annidati nella sessualità, nelle infanzie e nelle produzioni cinematografiche turbolente. Tutto ha inizio con la perdita dell'innocenza ai tempi del collegio, con l'attrazione per un piccolo compagno di scuola che suscita immediatamente la gelosia di un sacerdote indegno della tonaca. Abbastanza per farne un racconto autobiografico materia di ricatto? Abbastanza per trarne una versione cinematografica, ma con un finale alternativo? La realtà supera l'immaginazione. E quest'ultima, in caso di traumi o falle, per fortuna vi sopperisce. In un cast maschile con attori en travesti per ospiti fissi, abbonderanno le scene torbide – il sesso è l'arma a doppio taglio per eccellenza, anche se la femme fatale è un lui – e gli ammiccamenti del bellissimo Bernal, insieme ai magheggi di un doppio regista e alla fantasia di un cinema in bilico fra genio e soap. Fra arrendevolezza – lo spettatore, infatti, va trattato coi guanti bianchi – e maleducazione irresistibile. (7,5)

1999. Successo irripetibile di pubblico e critica, premiato prima a Cannes e poi agli Oscar, se ne parla come di un fenomeno. Ogni giorno, sui social, almeno una pagina cinefila ne condividerà citazioni o frame. Chi non si è mai imbattuto nella donna in trench che indugia davanti al poster di Un tram che si chiama Desiderio? Chi, conoscitore o profano, non associa immediatamente il titolo in questione al nome del regista? A vent'anni di distanza dall'uscita, colpa di aspettative alle stelle, di Tutto su mia madre mi sono sfuggiti i meriti particolari. Suo film più rappresentativo – di un abbagliante rosso kitsch, sullo sfondo di una Barcellona LGBT –, non è fra i migliori. Ci sono una mamma inconsolabile, una suorina dubbiosa, una migliore amica transessuale e un'attrice affetta da mal d'amore. Non è una barzelletta, bensì l'inizio di un'amicizia vera, anche se c'è un problema: tre donne su quattro hanno avuto una relazione con il medesimo uomo, un fuggitivo che a sorpresa ha cambiato sesso e anche città. Se Cecilia Roth piange il figlio morto, però, Penelope Cruz sta per metterne al mondo un altro. C'è paura per l'Aids, e il rischio che il padre del nascituro si faccia vivo. E in mezzo c'è tanto cinema, il migliore, con maratone sul divano o pièce che ti tentano ad approfondire la Davis, la Leigh, Williams. Ma non mancano le cadute di stile, le sbavature, in una sceneggiatura che offre bellezza (il monologo di Agrado) e trash (la sorte della Cruz, il flashforward dell'epilogo). Tanto di Almodóvar, ed ecco spiegata la canonizzazione ufficiale, non tutto. (7)

1997. Si comincia alla lontana, in una Spagna sotto dittatura, e si arriva nel pulp degli anni Novanta seguendo la giovinezza di un ragazzo sfortunato: partorito su un autobus, finisce in prigione per colpa dell'amore a senso unico verso la nostra Francesca Neri. Lui la desidera, lei lo respinge e, fra i poliziotti intervenuti, c'è Javier Bardem. Lui sconta ingiustamente la pena, l'altra si lega al salvatore per puro senso del dovere. La libertà del protagonista, all'insegna della vendetta più dolce – il sesso –, unirà cinque solitudini e condurrà a un epilogo da film western. Poligono sentimentale lungo svariati anni, Carne tremula è un dramma del desiderio in cui tutti sono stati a letto con tutti ma, titolo a parte, di erotismo ce n'è poco. Grezzo, cupo, senza fronzoli o orpelli, è senz'altro invecchiato peggio di altre produzioni. Ma si domandava poco, lo ammetto, a un titolo minore. Sorprendentemente palpitante, in grado di ispirare simpatie e antipatie grazie all'umanità dei personaggi, può contare su incipit degno di nota fra le luminarie di Madrid e piccolissimi inciampi, lì dove spuntano armi e sparatorie: materia con cui il regista è poco a suo agio, ma apprezziamo lo sforzo. Dieci anni dopo riproporrà la stessa equazione di attrazioni, gelosie e ripicche con Gli abbracci spezzati: elegante e, purtroppo, gelido come nessuno. (7)

2009. Epopea amorosa fra un regista e la sua diva, legata per interesse anche a un crudele industriale, Gli abbracci spezzati si muove fra set, ville e grattacieli. Cambi d'abito, trucchi e parrucche. Di estrema classe, ma estremamente manierato, regala forse le sequenze più curate ma ha la sua debolezza nella prevedibilità di situazioni e personaggi. Si avverte la mancanza di matrone generose e schiette, qui offuscate dalle pose glamour di una Cruz, a onor del vero, bella come la compianta Audrey Hepburn. Ci si strugge, ma soprattutto per la latitanza della tipica autoironia che dà a questo thriller sentimentale l'aria di un algido e magniloquente contenitore hitchcockiano. È il film più americano di un regista, eppure, mai stato tentato dall'idea dell'espatrio. Il più lungo. Quello, in assoluto, dal titolo più bello. Lo avevo visto dieci anni fa, trovandolo un gioiello. Ma a una seconda visione non mi ha colpito altrettanto: il lavoro di fino di un Pedro diverso, un po' in ombra, che omaggia il noir dell'epoca d'oro e, con il pilota automatico, scrive una storia che gli appartiene ma non abbastanza. (6,5)

1989. Un po' giallo all'italiana, un po' commedia sexy, cosa non è Légami? Unica concessione fatta al Pedro delle origini, quello leggero e scollacciato dei primi film di culto, il film – il cui titolo è tutto un programma – racconta la convivenza morbosa fra una pornodiva e il suo stalker. Un giovane Banderas, pazzo di Victoria Abril, minaccia di tenerla legata alla testiera del letto fino a farla innamorare. Ogni dettaglio, dalla colonna sonora sopra le righe di Ennio Morricone ai nudi integrali, dai curiosi personaggi borderline a quello di un regista sporcaccione a un passo dal pensionamento, mostrano un Pedro che, senza scadere mai nella volgarità, diverte se stesso e noi con le prurigini e il tabù. Di sesso, probabilmente, non ha mai parlato altrettanto. E di sesso si parla dall'inizio alla fine, rinunciando senza grandi sensi di colpa alla consueta coralità, con una scrittura brillante che fonde sindrome di Stoccolma, sadomasochismo e romanticismo. Peccato per il finale, fin troppo rose e fiori. In una camera da letto di vizzi e viziosi, infatti, la stranezza maggiore resta una: quanto sono misteriose le strade battute di Cupido, spiritello dispettoso e beffardo? Su Netflix ce lo ha confermato Bonding: anche i dominatori sognano una fiaba d'amore. E nodi più forti. (6,5)

1988. Ci sono titoli che entrano nell'immaginario collettivo, talmente famosi da diventare modi di dire. Chi non ha mai definito così, sull'orlo, una conoscente che sta perdendo le staffe? Chi, più o meno consapevolmente, non pensa ogni volta agli eccessi di questa commedia d'interni? Nonostante sia ben lontano dall'opera d'esordio – lo precedono sette film, ma di quelli che ho poco desiderio di recuperare –, a Donne sull'orlo di una crisi di nervi spetta il primato di averlo lanciato a livello internazionale, mentre per la consacrazione toccherà aspettare Tutto su mia madre. Ironico, penserete, che definisca due titoli tanto rappresentativi al di sotto delle aspettative: ma tant'è. Caos metropolitano di letti bruciati, telefoni rotti e vetri infranti, la commedia al femminile racconta un'altra convivenza provvisoria. Carmen Maura, sedotta e abbandonata, droga del gaspacho per servirlo al traditore. Ma in casa, in un volare di oggetti buttati dal balcone e di ospiti intossicati, irrompono un'amica con manie di persecuzione e un'ex moglie di ritorno dal manicomio. Collaborazione istantanea, grottesca e verbosissima come piace a me, le Donne sull'orlo invecchiano bene grazie a un fascino senza tempo che si rifà al cinema degli anni Settanta e a una scrittura di levatura drammaturgica. Ma strepiti e folleggiamenti sono belli quando durano poco, e se fra un urlo e l'altro si infilano magari le riflessioni di Carnage o Perfetti sconosciuti. Altrimenti il mal di testa è servito, soprattutto ai danni di un taciturno come il sottoscritto, e questo gaspacho della discordia non lo si digerisce senza Alka-Seltzer. (6)

venerdì 24 maggio 2019

Mr. Ciak: Dolor y gloria | Stanlio e Ollio

Sapendolo un ritorno di fiamma, ho recuperato i lavori che l'hanno preceduto. Non volevo che mi sfuggissero i passaggi e le sfumature di questo lascito con antecedenti illustri: da Fellini all'ultimo Cuarón, la settima arte si è rivelata spesso una diva vanitosa. Ama essere continuamente vezzeggiata, proprio come la memoria, a discapito della discrezione dei registi stessi. In questo caso parliamo di Pedro Almodóvar. Sempre nascosto dietro le sue storie di finzione, o sotto le maschere tirate a lucido dei suoi attori feticcio. Chi era l'adolescente che sognava Bette Davis in poltrona? Quanto c'era di lui nell'educazione sentimentale di Bernal, studente dalla voce d'angelo? Perché le corsie d'ospedale di Parla con lei? E i ritorni alle origini di Volverquanto erano sentiti da chi sperava di morire nella propria terra natale? A sua madre, donna dai modi spicci, non piaceva che i panni sporchi venissero lavati in scena. Erano cose di famiglia. Ha aspettato morisse per smentirla. Ha aspettato il vuoto conseguente al lutto, altra sofferenza, per sommarlo al bagaglio delle pene fisiche e spirituali: quelle che rendono Banderas, qui regista ipocondriaco dipendente dall'eroina e dal bisogno d'amore, la sua ombra perfetta. L'attore, in odore di Palma d'oro, presta all'amico gli alti e bassi di una collaborazione lunga trentadue anni, una carriera in caduta libera e l'ansia per il recente infarto. Più vicini anche anagraficamente, attore e autore vengono conciliati dalla presenza di mamma Cruz: prosperosa come la Loren, ascolta Mina e trascina il figlio in una splendida caverna imbiancata dove conoscere le prime prurigini e il desiderio di eccellere. Tornare lì, allora, dove tutto ha avuto inizio: lo consiglierebbe tanto un maestro di scrittura creativa quanto uno psicoanalista. Il risultato è un romanzo di formazione a ritroso, a rovescio, da intitolare ai dolori del vecchio Almodóvar. Un canto di Natale in cui sfidare i fantasmi dei capolavori passati, attraverso un'accorata via crucis che con garbo presta le sue tappe fondamentali ai meccanismi colti e godibili del melodramma. Mai autoindulgente, semplice e frammentario, Dolor y gloria ondeggia fra gli antipodi del titolo. A metà fra gravità e leggerezza, se ne va a colloquio ora con un attore arrivista che all'improvviso, rievocando a teatro una passione giovanile, si erge a narratore di terzo grado; ora con un indimenticato ex che una sera bussa alla porta, ripulito dalle droghe e innamorato delle donne; ora con un imbianchino analfabeta dalla presenza destabilizzante, con le mani d'oro e la bellezza telegenica dello sconosciuto César Vicente. Dolor y gloria è tutto su Almódovar. Non c'è migliore invenzione, infatti, dell'esistenza. Il copione sarà una tragedia o una commedia, domanderebbe il medico curante? In combutta, Pedro e Antonio fanno spallucce per godersi la vaga magia di questo sodalizio. Forse inferiore ai lavori dei primi Duemila, ma destinato a rimanere uno dei film dell'anno. Perché, ho scoperto, alla sensibilità del regista spagnolo non resisto: soprattutto se, finalmente, è più sé stesso che mai. (8)

Sono venuti a mancare trent'anni prima che nascessi, ma sono cresciuto con le repliche dei loro sketch in bianco e nero: gli accenti esagerati del doppiaggio italiano, gli sberleffi e i capitomboli di un cinema muto che avrei imparato a comprendere soltanto all'università. Nonostante l'abisso cronologico, infatti, per coloro che sono stati bambini con me, Stanlio e Ollio non sono così diversi da Mr. Bean o La Tata: compagnia nei pomeriggi domenicali, quando fuori pioveva. La fama, se meritata, rende immortali. Il leggendario duo composto da Stan Laurel e Oliver Hardy non se la passò sempre bene. La loro amicizia conobbe spiacevoli fraintendimenti e, nel dopoguerra, ormai rancorosi e mal in arnese, tornarono a malincuore a collaborare durante un tour in Gran Bretagna. Amati ma in decadenza – vuoi anche la concorrenza dei nuovi mezzi d'intrattenimento, di Charlot, Gianni e Pinotto –, i protagonisti si ritirarono gradualmente dalla ribalta. Questo piccolo film è il loro canto del cigno. Cos'era di loro mentre le luci dei riflettori stavano per spegnersi? Chi erano gli uomini dietro i personaggi? Stanlio, uno straordinario Coogan, preservava la collaborazione con assoluta fedeltà: fantasticava su una parodia dissacrante ispirata a Robin Hood, purtroppo mai andata in porto, e scriverà copioni per il duo anche all'indomani della morte del collega. Ollio, il somigliante Reilly, faceva invece i conti con gli acciacchi del fisico e gli strascichi di un insospettabile tradimento professionale. Se ogni attesa, ogni arrivo in stazione, ogni trovata pubblicitaria è uno sketch degno delle loro celebri comiche, al contrario poco interessano ai profani i segreti del lavoro produttivo, le chiacchiere verbose con gli addetti stampa, il frustrante andirivieni. L'emozione, innegabile, arriva al cuore soltanto nell'ultima mezz'ora: colpa di una sceneggiatura troppo cauta e televisiva, che per imperscrutabile volontà racconta poco. Nello stile di Marilyn e Film Stars Don't Die in Liverpool, ma clamorosamente inferiore a entrambi, l'atteso Stanlio e Ollio potrebbe lasciare un po' delusi. Se non fosse per il mimetismo degli attori protagonisti, affiancati da due mogli irresistibili. Se non fosse per le lacrime in agguato, davanti a cotanto spirito di abnegazione, che fanno apprezzate molto l'omaggio, meno il biopic, per la stima verso due stelle splendenti – nonostante l'assenza del colore e la distanza generazionale – che in fondo non si spegneranno mai. (6)

martedì 3 aprile 2018

I ♥ Telefilm: The Assassination of Gianni Versace | Santa Clarita Diet S02

I tribunali che piacciono agli Emmy abbandonati per il glamour dell'alta moda. Le mani sporche di sangue di un campione al di sopra di ogni sospeto – scagionato nonostane prove fino alla fine contro di lui – per i delitti di un signor nessuno che senza particolare talento, senza gli appoggi giusti, sperava di farsi ricordare con l'omicidio, non vedendo altra via. Dopo il controverso caso Simpson, la seconda stagione di American Crime Story – altra serie antologica di Ryan Murphy, altro successo di critica e pubblico gravemente a rischio al suo ritorno – sceglie gli anni Novanta, la comunità omosessuale sotto minaccia, la fine di un mondo di scatti e lustrini in seguito alla caduta del suo solo re. Gianni Versace, sparato in pieno viso sui gradini della sua villa di Miami. L'ultimo di una lunga lista di morti: il nome di maggior risonanza. Allo stilista calabrese interpretato da un Edgar Ramirez somigliantissimo ma relegato a un ruolo marginale sono dedicate poche scene – la routine con il bel Ricky Martin, messo barbaramente alla porta dopo la scomparsa del compagno, e i piccoli grandi dissapori con l'opportunista Donatella di una Cruz biondo platino che, fra la vistosa parrucca e quel pesantissimo accento spagnolo affatto mascherato, ci fa rimpiangere le falcate sbilenche della nostra Virginia Raffaele. Se la discutibile scelta di attori latini per interpretare una famiglia italiana lascia il tempo che trova e un po' di imbarazzo davanti a cadenze irritanti e una visione in lingua originale da tradire questa volta per gli eventuali pregi del doppiaggio, non dispiacerà allontanarsi dal mondo dello stilista – anche a costo di perdere il punto della situazione – per seguire gli amori e i misfatti del famigerato Andrew Cunan, una scommessa vincente di nome Darren Criss. Il giovane attore, già notato per l'ugola d'oro ai tempi di Glee, ha la truffa nel sangue, un'indole menzognera e gli scatti di follia, le mosse sopra le righe, di un novello Patrick Bateman. A dispetto di grandi nomi non all'altezza dell'attesa, accanto al sadico gigolò brillano ottimi caratteristi nell'ombra: il feticcio Finn Wittrock, cacciato dalla Marina per il suo orientamento sessuale e amico intimo del serial-killer sbagliato; la vedova inconsolabile della straordinaria Judith Light; la madre di Cunan, Joanna P. Adler. Dopo una prima stagione sin troppo rigorosa, Murphy – noto ormai per gli scarsi dosaggi e le occasioni sprecate – si dà a un andamento frammentario e disordinato, che parla tra le righe dell'arma a doppio taglio che è il sogno americano. Mentre il mistero della colpevolezza di Simpson veniva lasciato saggiamente in sospeso, in The Assassination of Gianni Versace si procede a una romanzata umanizzazione del colpevole, assumendo così il punto di vista che al primo ciclo di puntate – troppo cronachistiche per i miei gusti: lì il difetto – mancava. Ma anche quel gusto per il kitsch, per cast patinati e inutilmente popolosi, così caro a un creatore confuso negli intenti e in equilibrio precario sulle passerelle. (5,5)

Come si dice: chi non muore si rivede. In quel di Santa Clarita, possibilmente, dove il vicinato è esemplare, le casette una bomboniera e i giardini rigogliosi. Un sogno per agenti immobiliari pronti a vendere e i novelli non-morti, che devono divorare dirimpettai impiccioni, seppellire cadaveri in giardino e placare i bollenti spiriti nello scantinato. La famiglia Hammond tocca entrambe le categorie da quando una ritrovata Drew Barrymore ha vomitato letteralmente l'anima sulla moquette di uno sconosciuto, risvegliandosi affamata di carne umana e cattive intenzioni. Perché? In una seconda stagione che perde l'effetto sorpresa della prima, ma conserva al fresco sangue e leggerezza, se ne ricercano le cause. Su Netflix si diventa zombie mangiando vongole avariate al ristorante cinese, per la falda idrica inquinata dalle scorie industriali, o forse per un virus che rende le stranezze, perfino l'apocalisse, una questione borghese. Come ingannare l'attesa e i morsi della fame in cerca di una soluzione rimandata – o almeno si spera – a un prossimo ciclo di episodi? I succhi biliari di un serbo aiutano a prevenire la degenerazione dei tessuti cellulari, uno squadrone di neonazisti bibliofili appare un capro espiatorio da sacrificare a cuor leggero e una testa parlante – quella di un autoironico Nathan Fillion, fatto fuori per via dei suoi modi da marpione – potrebbe mettere una buona parola, se la poliziotta della porta accanto ficca troppo il naso. La figlia tutta pepe, sempre sul filo della friendzone, cerca con successo altri contagiati e combatte i conati di vomito. La mamma, nei suoi raptus omicidi, perde stivaletti, cadaveri e frulla gomiti durante i pasti. Il papà, un Thimothy Olyphant ancora rivelazione, accetta con un sorriso nervoso l'improvviso cambiamento dei ruoli di genere, del carattere della coniuge, delle priorità. Perfetto esempio di amore incondizionato, ritratto di una comunità unita che diverte e intenerisce, Santa Clarita Diet è la commedia horror per chi ha sempre desiderato Modern Family, La vita secondo Jim, Tutto in famiglia – insomma, quelle sitcom quotidiane e briose che per anni ci hanno fatto compagnia all'ora di cena: avete presente? – con il gusto dell'orrido. C'è bisogno dell'altro per coprire i propri misfatti e le tracce che ci sbugiardano. Ce n'è bisogno, soprattutto, per conservare l'umanità che non abbiamo già sepolto. Sul fondo di un congelatore a pozzetto. (6,5)