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martedì 4 agosto 2026

Grandi nomi, grande hype: Odissea | Pecore sotto copertura | Il diavolo veste Prada 2 | La cronologia dell'acqua

È la storia che mi ha insegnato ad amare le storie. Per fortuna, Nolan non è Petersen; Odissea non è Troy. Più fedele del previsto all'originale, si avvale di diversi narratori e accenna perfino a Clitemnestra, passando per il sacrificio di Ifigenia. Inevitabilmente, però, fa sua anche la struttura episodica del poema. Nonostante il montaggio, le tappe del viaggio appaiono schematiche e ripetitive. Qualcuna sorprende (Circe: un'immensa Morton), qualcuna manca (Nausicaa, sostituta da una Calipso da spot), qualcuna delude (Polifemo, Scilla e Cariddi sono spogli di qualsiasi componente horror – e perché il ciclope muto?). L'Ulisse di Damon non è più “nessuno”. Sprovvisto dell'atteggiamento sornione dell'eroe, è un reduce segnato dal conflitto: perfino gli dei, nell'intuizione più interessante, appaiono proiezioni del PTSD. Provatissimo, si muove in un adattamento che avrebbe funzionato meglio a puntate. Ma l'obiettivo, raggiungere una Hathaway da Oscar, viene centrato nella parte migliore: quel ritorno a casa che soltanto lo scorso anno, però, aveva già raccontato Uberto Pasolini (e con più sangue). Ciò che resta di tanto hype e di altrettante polemiche è un evento di cui godere sullo schermo migliore che c'è. Un film grande che, pur senza deludere, non diventa un grande film. Odisseo, tracotante quanto il suo regista, avrebbe comunque benedetto tanta ambizione. (7)

Essere una pecora. Espressione idiomatica di cui i sinonimi più diffusi sono: essere pavido, sciocco, smemorato. A sorpresa, il film per famiglie di Kyle Balda – il primo live action in una carriera altrimenti votata all'animazione: qui sceneggia il premiato Craig Mazin – rovescia il cliché. E fa di un gregge il protagonista di un giallo all'inglese dove il candore della favola Babe - Maialino coraggioso incontra i sospettati sopra le righe di Cena con delitto. Chi ha ucciso il pastore interpretato dal solito Hugh Jackman? Indagano le sue amatissime pecore, cresciute nel più verde dei pascoli e con le storie della buonanotte di Agatha Christie. Tenero e colorato, ma anche solidissimo nell'intreccio, Pecore sotto copertura è arrivato infine su Amazon Prime Video per parlare del rapporto tra uomo e natura, dei pregi e dei difetti della vita comunitaria (a tratti, dolorosamente esclusiva), dell'immortalità conferita dal ricordo (anche se, a volte, sarebbe ben più semplice dimenticare). Ci si può commuovere fino alla lacrime per un film su un gregge in CGI? Sì. E lo si può anche scoprire tra i più inattesi – e belli – dell'anno corrente. (8)

La sorpresa è che, in un mondo di sequel senza trama e schiavi della nostalgia, Il diavolo veste Prada ha ancora qualcosa da dire. Il giornalismo è in crisi, il formato cartaceo in via d'estinzione, l'abuso dell'intelligenza artificiale è ormai dietro l'angolo. La leggendaria rivista Runway è in pericolo. E Anne Hathaway e Emily Blunt, qui complici a dispetto dei passati dissapori, fanno squadra per salvarlo. A mancare del tutto, perciò, non è la storia: è l'iconicità. In questo secondo capitolo non c'è ritmo, non c'è cattiveria, non ci sono colori: perfino la fotografia è spenta. Meryl Streep torna a vestire Prada, ma ripone gli artigli. Miranda ha una nuova assistente ferrata sulla body positivity, vola in Economy e avanza in una sceneggiatura macchinosa, che la trascina di città in città come in un film di James Bond. I fidanzati sono meno tossici (ma più inutili, così come i nuovi comprimari) e l'aura da fiaba cede il passo a un film sì più adulto, ma meno sognante. Lontani i tempi in cui un milione di ragazze avrebbero ucciso per quel lavoro. L'editoria è morente, e sul mobbing non si scherza più. Ma questo bagno di realtà – e nel politically correct? – crea una patina opaca su una commedia che ci piaceva tanto proprio perché brillantissima. (5)

È possibile annegare nelle profondità di sé stessi? A domandarselo è stata Lidia Yuknavitch – scrittrice ed ex nuotatrice – in un'autobiografia a cuore aperto in cui la rinascita passava attraverso gli abusi familiari, gli eccessi di stupefacenti, il sesso promiscuo. Troviamo tutti gli ingredienti del suo memoir – sudore, sangue, cloro – in un esordio alla regia che, proprio come il testo alla base, non è per tutti i palati. Soltanto qualcuno come Kristen Stewart avrebbe potuto dirigere questo adattamento: un'anti-diva spregiudicata e senza paura, alle prese con lo scavo psicologico di una nuova outsider. La cronologia dell'acqua è un film in frantumi su una giovane donna a pezzi. Arduo, sensoriale e rarefatto al contempo, affascina e respinge: troppo sperimentale, troppo carico di amanti e dolori, e con troppo corpo messo in scena. Eppure, non c'era davvero altra maniera per raccontare una storia simile. La sempre sottovalutata Imogen Poots impersona la protagonista dall'adolescenza all'età adulta, e regala una delle performance più potenti dell'anno accanto ai comprimari Thora Birch (la sorella maggiore) e Jim Belushi (il pigmalione). Loro sono teneri, tenerissimi, in un dramma umano che colpisce dove la carne è più debole. E dove l'acqua è più alta. (7+)

mercoledì 22 aprile 2026

Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue

Bisbetico come i suoi protagonisti, si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo, con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato. Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)

Il matrimonio è la tomba dell'amore? Kristoffer Borgli – norvegese come Joaquim Trier, e come Joaquim Trier debitore ai drammi da camera di Bergman – ci pone la stessa domanda della serie TV Something Very Bad is Going to Happen. Questa volta, però, siamo nei sentieri già battuti dai nostri Confidenza e Perfetti sconosciuti. E a convolare a nozze sono due stelle di Hollywood, Robert Pattinson e Zendaya, che brillano come sempre per bellezza e spontaneità anche lontani dai rotocalchi. Lei ha un segreto risalente all'adolescenza, annidato tra le paure più recondite degli americani; lui, inglese di buona famiglia, all'improvviso tituba. Si ride a denti stretti. Si ammira il talento del duo. Si applaude la brillantezza della sceneggiatura – di quelle originali e ben scritte, da candidare agli Oscar. Ma questa commedia un po' rosa e un po' nera, scandita dai ritmi ossessivi dei thriller psicologici, rischia di afflosciarsi come un soufflé in una seconda parte più convenzionale. Tra cuori infranti e nasi tumefatti, resta un po' di amaro in bocca: nonostante un epilogo più dolce del previsto. (7)

E se il migliore film di Bradley Cooper fosse il suo flop più grande? Con A Star is Born e Maestro, l'attore e regista americano ci ha abituati a un cinema classico, solido, strappa-Oscar. Questa volta cambia genere, ritmo e respiro, preferendo ritagliarsi un ruolo marginale e sposare i tipici toni del Sundance: così facendo, purtroppo, è passato in sordina tanto in patria quanto in Italia. Storia di una crisi coniugale tra cinquantenni, È l'ultima battuta? racconta la nuova routine degli strepiti Laura Dern e Will Arnett: lei, ex pallavolista, si rilancia nel mondo dello sport agonistico e sperimenta le app d'incontri; lui, già voce del malinconico Bojack Horseman, esorcizza la depressione imperante con la stand-up comedy. Il risultato è una commedia amara e adulta nello stile di Noah Baumbach, ma anche sorprendentemente sentimentale come quelle a cui ci ha abituati Cameron Crowe, dove le verità della terapia di coppia riecheggiano tra le risate di un pub affollato. Tutti vogliono essere felici. Ma gli ultimi romantici osano essere infelici insieme. (8)

Quanto appeal può avere il biopic su una coppia di sconosciuti che canta cover di Neil Diamond? Nessuno, pensavo. A sorpresa, invece, nella stessa settimana di Sanremo, mi sono scoperto in una valle di lacrime. Profondamente radicato nella provincia americana, il film musicale di Craig Brewer racconta di un duo affiatatissimo nell'arte e nella vita: lui veterano di guerra, lei parrucchiera, lasciano che il canto metta armonia in vite altrimenti fragili, caotiche, sciagurate. Al centro di gioiose performance live, Hugh Jackman e la candidata all'Oscar Kate Hudson – qui belli e struggenti come non mai – mostrano quello che succede quando le luci dei riflettori si spengono e i lustrini, infine, sono da riporre. Il dramma irrompe, imprevisto. E spezza la voce. Cosa resta di un duo quando un componente viene meno? In questa vicenda ordinaria ma bellissima, di epifanie tardive e sogni da rispolverare, nemmeno il peggio ucciderà la voglia di cantare. Lo spettacolo, come d'altronde la vita, deve continuare. (7,5)

lunedì 29 dicembre 2025

La mia top 10: i migliori film del 2025






10. Wicked: For Good 

Aspettarlo ha scandito meglio il mio 2025. L'attesa è stata più magica del film in sé? Forse. Ma non vivevo un'esperienza cinematografica così sentita dai tempi della saga di Harry Potter.

9. Twinless

La quota indie. Una black comedy sull'incontro tra due solitudini. Perché perfino il lutto diventa qualcosa da invidiare, quando sei solo al mondo. 

8. After The Hunt – Queer

Doppio film, doppio Guadagnino. L'eleganza degli script teatrali contro i trip lisergici dei romanzi di Burroughs, Roberts contro Craig. La provocazione, e la classe, sono comunque di casa.

7. Here

Quest'anno ho salutato la casa in cui sono stato negli ultimi dieci anni. Ho perso il mio gatto, Ciro. Quando sono tornato alla base, a Natale, ho scoperto tutto più estraneo e vuoto; tutti cambiati. L'incanto di Zemeckis mi ha fatto far pace con il divenire inevitabile.

6. I peccatori – Bring Her Back 

Una grande annata per i film di genere. Ma se l'ibrido di Coogler punta già agli Oscar, domando attenzioni e giustizia per l'opera seconda dei Philippou. Sally Hawkins, spaventosa e struggente, è molto più iconica della villain di Weapons








5. L'amore che non muore – Emilia Perez

Due film pazzi, pieni di musica e pallottole volanti, francesissimi. Un cinema che è dinamismo puro, di cui godere sullo schermo più grande possibile. 

4. The Brutalist

Una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson. Un grande romanzo americano. 

3. Io sono ancora qui

La tragedia dei desaperecidos in un film sulla forza delle donne. Torres nella performance dell'anno. 

2. Una battaglia dopo l'altra 

Il cinema di Paul Thomas Anderson è una cosa meravigliosa. Quando inneggia alla rivoluzione, di più.

1. Train Dreams 

Un film di uomini minuscoli e alberi immensi, filtrato attraverso lo sguardo del cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf, Strout. 

lunedì 1 dicembre 2025

Torino Film Festival 2025: Pillion | Eternity | Kiss of the Spider Woman | El Cautivo

Harry Melling, anonimo ausiliario del traffico con l'hobby del canto corale, diventa lo schiavo – sessuale e non solo – del bellissimo motociclista Alexander Skarsgård. Nel loro rapporto i baci sulla bocca, le confidenze troppo intime, le cene in famiglia sono severamente al bando. Ma se i sentimenti ci mettessero lo zampino? A più di vent'anni da Secretary, arriva un'altra commedia indie – nei nostri cinema dal prossimo 12 febbraio – a sdoganare la dipendenza emotiva e il sadomasochismo. Con tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult, Pillion parte come una fantasia di sottomissione. Ben presto, però, si trasforma in una parabola sul tabù della vulnerabilità maschile. L'inesperto Melling osa. Può forse dirsi lo stesso di Skarsgård, impietrito dalla quotidianità? Se la loro relazione è rigida e normata, perfino nella trasgressione, l'esordio di Harry Lighton gioca senza regole. E prima diverte, poi imbarazza, infine spezza il cuore, rivelandosi la versione in latex del capolavoro di Todd Haynes. L'amore più struggente dell'anno? Ha un'orgia come festa di compleanno. E insegna che la libertà, a volte, passa dal BDSM. (8)

Il mio primo film del Torino Film Festival, la mia prima sorpresa. Perché Eternity, a breve in sala, resterà la romcom più riuscita dell'anno. Garbato, elegante, divertente senza rinunciare a un po' di struggimento, è la storia di un triangolo amoroso ultraterreno. Morta ormai anziana e in un letto d'ospedale, Elizabeth Olsen si scopre nuovamente desiderata in un aldilà variopinto e dettagliato in cui i trapassati hanno una settimana per scegliere dove trascorrere l'eternità. Il paradiso avrà le fattezze della Florida o di una baita in montagna, delle Hawaii o della Francia degli anni Trenta? Indecisa tra mille proposte, in un gate che somiglia a una giornata dell'orientamento, dovrà anche districarsi tra il burbero marito Miles Teller e l'indimenticato primo amore del fascinoso Callum Turner. Accanto a loro, sempre in equilibrio tra emozione autentiche e sfumate, c'è la premiata all'Oscar Da'Vine Joy Randolph come spalla comica. Prendete la serie TV The Good Place. Conferitele l'estetica di The Truman Show. Sceneggiatela come una commedia teatrale della Golden Age. E la delizia, targata al solito A24, è presto servita. (7,5)

Se il cinema è evasione, il musical è il genere più cinematografico tra tutti. Ma si può trasformare una pagina nerissima di storia contemporanea in un abbagliante incanto in technicolor? L'ultima trasposizione del romanzo di Manuel Puig canta di dittatura e lustrini, amori e rivoluzioni, oscillando dal dramma carcerario al musical degli anni Cinquanta. Siamo in Argentina, durante la dittatura militare. Due prigionieri – un omosessuale accusato di atti osceni e un rivoluzionario – combattono le violenze fisiche e psicologiche raccontandosi la Hollywood degli anni d'oro. Le coreografie sono trascinanti, ma le canzoni poco memorabili. Le fantasie metacinematografiche non sempre si amalgamano al resto, e la patina delle danze spesso sconfina anche in cella. Jennifer Lopez, splendida come non mai, è una diva che interpreta una diva. Sempre in parte Diego Luna, qui affiatatissimo con il querulo e struggente Tonatiuh – quest'ultimo, esordiente, affronta a testa alta il ruolo che valse l'Oscar a William Hurt. Nonostante siano tutti intonatissimi, qualche stonatura c'è. Ma quando la vita imita l'arte, e viceversa, che shock l'accendersi delle luci in sala e l'arrivo dei titoli di coda. (7)

Che fine ha fatto Alejandro Amenàbar? Ormai lontano dai trionfi di Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, torna al cinema a un decennio dall'ultimo film. La sua ultima fatica è la biografia romanzata dell'autore di Don Chisciotte, con tutti i pregi e i difetti che ci si aspetterebbe da una coproduzione Rai e Netflix. Pop, godibile e ammiccante, racconta la prigionia del giovane Miguel De Cervantes. In fuga da Madrid con l'accusa di omosessualità, finisce catturato ad Algeri. In pugno ai mori, che vorrebbero convertirlo all'Islam, mette a frutto le sue doti oratorie per rabbonire il crudele Bajà. Ben presto, il carceriere – al vertice di un dissoluto  harem al maschile – si scoprirà attratto sia dalle storie del prigioniero galantuomo, sia dalla sua bellezza. Diviso tra amore e libertà, nostalgia per i mulini della Mancia e interesse verso i costumi orientali, Julio Peña Fernandez - classe 2000, e già stella dei teen drama spagnoli – è il protagonista di un dramma storico non sempre accurato e dall'esotismo a tratti stucchevole, ma con un Alessandro Borghi degli occhi bistrati per fiore all'occhiello. L'ode al potere seduttivo delle storie? Piace, in fondo: anche quando le storie, come in questo caso, sembrano frutto di Wattpad. (6)

martedì 25 novembre 2025

Ritorni di fiamma: Wicked 2 | After the Hunt | Una battaglia dopo l'altra | Bugonia | Materialists

Aspettare il ritorno di Wicked ha scandito il mio anno in maniera precisa. Un'emozione infantile, lieve, che si è rinnovata in una sala con i cosplayer all'ingresso e un pubblico abbigliato a tema. Il prosieguo della storia ha un difetto: anche a teatro, il secondo atto è meno memorabile e più ingenuo. Le canzoni da cantare a squarciagola sono poche. I colpi di scena non mancano, ma, come spesso succede a Broadway, è un deus ex machina — non il Mago di Oz — ad alimentare i triangoli, a trasformare i comprimari in cattivi, a scaraventare Dorothy giù dal cielo. Epico, ma con un eccezionale amore per i dettagli, Chu omaggia il talento delle maestranze — scenografi e costumisti su tutti — e quello di un cast perfetto. Se la forza di Erivo ha già brillato, qui si ha la consacrazione di Grande: incantevole, frivola e fragilissima, punta all'Oscar con una favola politica che ne fa ora una pedina, ora un simbolo. L'attesa di Wicked: For Good è stata più emozionante del film in sé? Forse. Ma perfino l’esplosione di una bolla di sapone finisce per suonare assordante — e magica, come le rivoluzioni. (7,5)

Dopo Queer, Guadagnino torna e divide. Yale trema per un'accusa di molestie. Nella caccia alle streghe, gli interrogativi incalzano. E tutti, pur di proteggere la propria reputazione, diventano capaci di tutto. Roberts, di bianco vestita ma moralmente in chiaroscuro, giganteggia accanto a Stulhbarg in un thriller senza vincitori né vinti. L'istrionico Garfield è davvero un predatore? Adebiri, mai all'altezza del resto del cast, usa la propria vulnerabilità per occultare un plagio? E cosa spinge la Roberts a schierarsi, o a non farlo? Citando Allen - il maggiore regista vittima della cancel culture -, Guadagnino provoca con un film sontuoso e ambiguo. Smaschera le ipocrisie della Gen Z dell'inclusione e dei trigger warning, ma anche l'omertà dei Boomer mai scesi a patti coi loro scheletri nell'armadio. Lo scontro avviene lasciando fuori i corpi: questa volta solo il pomo della discordia in un cinema dove i non detti, come in Anatomia di una caduta, feriscono più dei dialoghi o degli stridori della colonna sonora. «Di' tutta la verità», scriveva Dickinson, «ma dilla obliqua». After the Hunt la dice così, sbieca e tagliente, fino a confondere giusto e corretto. (8)

Chase Infiniti è una figlia che non ha mai conosciuto la madre. Leonardo DiCaprio è una padre sempre in hangover, con un passato da sovversivo per amore. Sean Penn è un militare repubblicano che, a dispetto dei segreti feticismi sessuali, vorrebbe sedere fra i suprematisti bianchi. Ambientato in una polveriera a ridosso del confine messicano, Una battaglia dopo l'altra è un film tra il thriller e la commedia nera, l'impegno politico e il grande intrattenimento, i fratelli Coen e Breaking Bad. Esilarante a dispetto dell'urgenza delle tematiche, frenetico nonostante la durata fiume, adatta Vineland di Thomas Pynchon ai giorni nostri e, in mezzo ad assalti, guerriglie e inseguimenti, non dimentica di indirizzare una lettera di speranza alle nuove generazioni: la meglio gioventù che erediterà dai padri il gusto della disobbedienza civile, ma non la mascolinità tossica. Se l'antieroe DiCaprio è un boomer lontano dai cliché action, l'Oscar sembra brillare per un Penn iconico come non mai. Il cinema è una cosa meravigliosa, soprattutto quello di un Paul Thomas Anderson in forma smagliante. Quando fa la rivoluzione, di più. (9)

Emma Stone (in sala anche con il brutto 
Eddington) è un'aliena sotto copertura con l'obiettivo di portare il genere umano all'estinzione? È la teoria del complotto di un imprevedibile Jesse Plemons, che insieme al cugino autistico progetta un rapimento in cui l'emergenza ambientale si mescola alla vendetta. Con un pugno di attori fidati, Yorgors Lanthimos torna con una commedia nera dalle derive splatter in cui mancano i suoi vezzi stilistici (grandangoli, fish-eye, campi lunghi o lunghissimi) e, soprattutto, il graffio vero nella scrittura. Sarà perché, questa volta, si tratta del remake di un piccolo cult coreano? O forse è per via della vaga noia per i soliti nomi, i soliti registi che sfornano un film all'anno, i soliti film appesantiti da venti minuti troppo? Nel dubbio che ci accompagna fino a fine visione, si sorride comunque al pensiero di ciò che i protagonisti sarebbero capaci di fare. Bugonia - il cui titolo spoilererà il finale ai secchioni del classico - è il Lanthimos meno disturbante e più sopra le righe. Ma anche quello inedito, perché finalmente divertente. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie romantiche: quelle leggere e patinate, a lieto fine, tipiche degli anni Novanta? Celine Song, reduce dal successo dell'intenso ma sopravvalutato Past Lives, risponde con un triangolo sentimentale degno dei classici di Jane Austen. La splendida Dakota Johnson è una novella Emma divisa tra lo scapolo d'oro Pedro Pascal e il cameriere di belle speranze Chris Evans, ragione e sentimento, in un film ambientato nell'inferno del dating, degli algoritmi e del consumismo sfrenato. I soldi non faranno la felicità, forse, ma garantiscono una serena vita di coppia. È la tesi di un film classico, ma diversissimo da come gli spot promozionali e il discutibile titolo italiano ce lo hanno raccontato. Cinico, contemporaneo e calcolatore, Materialists fa del matrimonio un contratto e dell'amore merce di scambio. La nostra affascinante eroina newyorkese troverà il suo principe azzurro, o rischierà il burnout? Inevitabile, a fine visione, sentirsi un po' più brutti, soli, poveri e bassi rispetto all'inizio. Celine, diccelo, per favore: cosa ti hanno fatto di male gli uomini alti soltanto uno e settanta? (7)

martedì 16 settembre 2025

Halloween in anticipo: Weapons | Bring Her Back | 28 anni dopo | So cosa hai fatto | Heretic

Era stato etichettato come l'horror dell'anno ancora prima di arrivare al cinema. Al battage pubblicitario, poi, si sono aggiunti gli incassi: sorprendenti, soprattutto in estate. Che fine hanno fatto diciassette bambini scomparsi nel cuore della notte? Per venire a capo del mistero, Cregger confeziona un film a capitoli, lungo e ambizioso, in cui punti di vista diversi si intrecciano in preparazione del finale: intrattenente, ma al di sotto delle aspettative. Servivano due ore che oscillano dal mystery al grottesco fino allo splatter più puro? Serviva una struttura-puzzle che poco spiega dei personaggi e troppo a lungo maschera, rimanda, dissimula una verità soprannaturale? Più derivativo del previsto — una versione blockbuster di Longlegs, con cenni a Stephen King —, Weapons punta all'iconicità con le sue corse a braccia larghe e le apparizioni terrificanti di zia Gladys. Ma si limita a riproporre in chiave contemporanea le fiabe più oscure dei Grimm, trasformando in una folle corsa a zig-zag un cammino altrimenti linearissimo. Qualcuno si sentirà preso in giro. Qualcuno, invece, si divertirà. Io, nel mezzo, aspetto Together — e mi tengo stretti gli altri film del post. (6,5)

L'horror è il genere che meglio si presta a cambiare pelle. A tormentare. A sviscerare ciò che fa più male. È il caso di Bring Her Back, ritorno alla regia del duo di Talk to Me, che attraverso una trama archetipica — due fratellastri ospiti di una strega cattiva — fruga nelle viscere degli abusi familiari, della disabilità, del trauma, del lutto. Scritto come una fiaba nera, lascia i protagonisti in balia di Sally Hawkins. Sottovalutissima, regala un'interpretazione destinata a trasformarla in una delle villain più memorabili del cinema recente. Coi suoi rituali, con le sue videocassette sgranate, fa una paura matta. E spezza il cuore, in un film dove il sangue — copioso, forse inutilmente — è un inganno per inchiodarci a una parabola alla Hereditary sull'insostenibilità di certe perdite. Non esiste un termine per definire una madre che ha seppellito la propria figlia. Ed è proprio in questo vuoto lessicale che l’horror affonda le mani. Allora non resta che affidarsi al cinema di genere, alla magia nera, per dare una forma — per quanto mostruosa — a tutto ciò che il dolore rende contro natura. (8)

Può un film pieno di morti essere un inno alla vita? Me lo chiedevo l'anno scorso, davanti al prequel di A Quiet Place. L'interrogativo, insieme alla commozione, mi ha seguito anche in 28 anni dopo. Il Regno Unito continua a essere il focolaio di un contagio. I protagonisti utilizzano la terraferma come terreno di ricognizione. Ci sono un padre col complesso dell'eroe (Taylor-Johnson, di nuovo con arco e frecce), una mamma malata (Comer: da nomination) e, soprattutto, un dodicenne contro le regole (l'esordiente Williams, straordinario). Garland stupisce con un romanzo di formazione sanguinoso ma delicatissimo, dove abbondano i cenni alla contemporaneità — il Covid e la Brexit, la mascolinità tossica e l'eutanasia — e Boyle può ricordarci di essere tra i più grandi registi viventi. Tornato alla regia della serie, alterna una prima parte iperviolenta a un prosieguo dal lirismo struggente, dove la vita si annida dappertutto e le ossa impilate ci ricordano che la morte e l'amore, forse, non sono che due teschi della stessa medaglia. (7,5)

Da adolescente, a torto, l'ho sempre trovato la copia sbiadita della saga di Scream. Il tempo mi ha dato torto. A sorpresa, So cosa hai fatto è invecchiato meglio del previsto, e quello arrivato al cinema a metà luglio — a cavallo tra sequel e remake — è un ritorno alle origini che ho trovato delizioso. Il merito spetta a una scrittura fresca e genuinamente divertita, che dialoga con le commedie splatter e omaggia le atmosfere anni Novanta senza però scordare i colpi di scena. Il nuovo cast, in cui brilla l'esilarante Madelyn Cline, si muove sulla vecchia scena del crimine. Tornano i superstiti dell'originale — iconico il cameo di Sarah Michelle Gellar —, ma in un film dove il passato torna a mietere vittime non c'è troppo spazio per la nostalgia. I ricordi ci ammazzeranno tutti. Per fortuna, quelli del film di Jennifer Kaytin Robinson ci hanno salvato dalla noia delle uscite in sala. Da vedere possibilmente al cinema, tra i risolini delle ragazzine e gli avanzi di popcorn. (7)

L'incipit: tra i più classici. Due ragazze giovani e belle bussano alla porta di un uomo misterioso in un giorno di pioggia. Potrebbe essere il prologo di uno dei tanti torture porn. Heretic, invece, è un horror psicologico arguto, cerebrale, originalissimo. Sophie Tatcher e Chloe East sono una coppia di missionarie e Hugh Grant, qui nel ruolo di uno dei villain più memorabili degli ultimi anni, è un padrone di casa che le costringe a un sadico gioco di ruolo. Ai fiumi di sangue, i registi Scott Beck e Bryan Woods preferiscono quelli di parole. Pur non disdegnando scantinati oscuri e stilettate, curano un gioiello dalle atmosfere teatrali e dalle riflessioni caustiche. Il loro film – frutto di dieci anni di lavoro – sintetizza le contraddizioni delle tre grandi religioni monoteiste come un piccolo manuale di teologia, e ci dice che il cristianesimo è solo la copia di mille riassunti. Quale sarà il prossimo aggiornamento? Chi saluteremo come nuovo Messia? Io ho fede in A24. E nell'horror come metafora massima della vita, della morte e di ciò che, sfuggente, c'è nel mezzo. (7,5)

venerdì 25 luglio 2025

I mai recensiti di metà 2025: Queer | Sinners | La città proibita | L'amore che non muore | Io sono ancora qui

Guadagnino torna a filmare l'infilmabile. Non mancano certamente i corpi, in quest'odissea tra le bettole di Città del Messico. Corpi in vetrina, che entrano ed escono nella routine di Lee: ebreo di mezza età che, dietro il fare predatorio, nasconde una sessualità mai metabolizzata. Sappiamo poco del suo passato — plasmato sulla vita di William Burroughs —, che lo perseguita in incubi e visioni. Non si accontenta più del sesso, non con Eugene: il suo ultimo amante è un'ossessione. Può un allucinogeno svelarci i pensieri più inaccessibili del partner? Dietro la patina untuosa e impolverata, al di là dei simbolismi e delle stranezze, Queer è un film di un romanticismo decadente e disperatissimo che racconta — anzi: mostra — la frustrante, compulsiva, struggente tensione verso l'altro. Craig vorrebbe soltanto fondersi con Starkey, formando uno splendido mostro a due teste. Ma non gli resta, invece, che tendere una mano verso la sua schiena nuda e immaginare di carezzargli le costole, di intrecciare le gambe alle sue. Per fortuna, Guadagnino si conferma un maestro indiscusso in materia di desiderio, e perfino quello di questo povero diavolo, inappagato, prende corpo in un cinema dove l'impossibile diventa visibile. Nella solitudine siderale dei dipinti di Hopper, così, puoi affondarci le mani come nel marmo del Bernini. (8)

Sul delta del Mississipi, negli anni Trenta, si mescolano razzismo, superstizione e musica. Influenzato dal cinema di Peele, Ryan Coogler fa dell'horror lo strumento per uno spaccato sociale vivo e palpitante. E ci regala il piano sequenza più memorabile dell'anno, dove passato, presente e futuro si mescolano sulle note di un blues. Ambientato nell'arco di una notte come Dal tramonto all'alba, mostra un gruppo di afroamericani sotto assedio — tra di loro un doppio Michael B. Jordan e un giovane diviso tra fede e chitarra. Fuori: i vampiri capeggiati da Jack O'Connell. Spietati, ma meno del Ku Klux Klan, promettono che la morte sarà il termine di ogni persecuzione. Una festa senza fine. Dolente e scatenato, Coogler commette qualche passo falso. Ma perfino quando inciampa, il suo bel mappazzone — futuro protagonista ai prossimi Oscar — si rialza e balla. La musica è un ponte con l'aldilà e l'invidia dei non-morti, che vorrebbero attardarsi per assistere allo spettacolo dell'alba. Il cinema ha lo stesso potere. E allora ben vengano diavoli e vampiri: che si accomodino in platea, assetati di vite e storie — Sinners ne offre a fiotti. (7,5)

Mainetti fa centro. Di nuovo a Roma, sempre in equilibrio tra comicità e violenza, confeziona uno spettacolo che ha il respiro del cinema internazionale e il sapore della favola. Lungo e ambizioso, mette troppa carne al fuoco. Più che presunzione, però, dietro sembra esserci la stessa generosità che animava Lo chiamavano Jeeg Robot. Quali traffici si nascondono dietro il ristorante cinese del titolo? Cos'hanno in comune un cuoco e un'immigrata che domanda vendetta? A metà tra Kill Bill e Borotalco, tra la Cina del figlio unico e l'Italia multietnica dove i ristoranti stranieri scalzano le trattorie, Mainetti racconta una tenera storia d'amore e l'eterno scontro genitori-figli. Qui, però, ogni conflitto è una coreografia esaltante in cui Yaxi Liu picchia come Jackie Chan. Accanto a lei il dolce Borello, schiavo dell'attività di famiglia, e la coppia Ferilli-Giallini, alle prese con un microcosmo da salvaguardare con mezzi leciti e non. Strabordante e delizioso, La città proibita è un mix che fa tesoro delle differenze culturali e faville con gli ingredienti del suo cast. Chi immaginava che gli spaghetti all'amatriciana potessero mangiarsi anche con le bacchette? Noi, fan della prima ora, sì. (7,5)

Come molte parole della nostra lingua, anche “cinema” ha un'etimologia greca: significa “movimento”. E il secondo film di Lellouche — incompreso a Cannes, ma protagonista di uno straordinario successo in Francia — non arresta mai la sua corsa. Convulso, sanguinoso, romanticissimo, segue il rincorrersi di due protagonisti belli e maledetti. Si conoscono al liceo, ma il loro amore viene interrotto da dieci anni di carcere. Al pari di The Brutalist, L'amore che non muore non soltanto ci ricorda in ogni fotogramma l'energia dell'arte, ma è soprattutto l'ennesimo grande romanzo popolare. Di una generosità strabordante, parte come commedia romantica, sfocia nell'heist movie e sconfina nel musical: merito di una trascinante colonna sonora anni Ottanta e di movimenti di macchina così coreografici da trasformare l'euforia di Exarchopoulos e Civil — questa volta, meno memorabili delle loro controparti giovanili — in danza. A sorpresa, Lellouche trova armonia tra gli opposti e, come il suo protagonista taciturno, si impegna a combinare le parole più belle del dizionario per dichiarare il suo amore a un cinema di nostalgie e pallottole. (8)

Cinque figli, un cane, una domestica, una casa vista mare. I Paiva sono fortunati, e lo sanno. Colti, affiatati, un po' chiassosi, vivono in una Rio de Janeiro dall'aria cosmopolita in cui i cinema danno i capolavori del nostro Antonioni e i giradischi cantano i Beatles. L'idillio, duraturo nonostante la dittatura, finisce quando il capofamiglia viene arrestato: l'ex deputato diventa l'ennesimo desaparecido. Per ottenere il certificato di morte ci vorranno quarant'anni. Nominato a tre Oscar, Io sono ancora qui avrebbe dovuto vincerne il più possibile. Perché quello di Walter Salles è un atto d'accusa dal valore universale. Ma è soprattutto il dramma classico, accorato, magnifico, di una famiglia in cerca di un nuovo ménage domestico mentre l'età dell'innocenza giunge al capolinea. Peggio dei blitz armati, peggio degli interrogatori, c'è soltanto l'attesa di notizie — perfino brutte. Magico il ruolo della matriarca. Fernanda Torres ha la forza di tutte le madri del mondo e, a differenza dello spettatore, non versa mai una lacrima. Aggiusta le bambole delle figlie, cucina perfino per gli aguzzini di suo marito, bandisce la tristezza dalle foto. Mamma-coraggio, fino all'ultimo conserverà la ricetta del perfetto soufflé, i denti da latte dell'ultimogenita e i segreti fondanti dell'esistenza, della resistenza e della gioia. Le famiglie felici si somigliano: chi lo dice? (9)

giovedì 13 febbraio 2025

And the Oscar goes to: Emilia Pérez | Conclave | Maria | Nosferatu

Il fu Manitas Del Monte. È l'epitaffio che Emilia potrebbe leggere sulla tomba della sua vita passata. Prima narcotrafficante, poi benefattrice. Prima uomo, poi donna, in un film — travolto, francamente, dalle più sterili polemiche — con una tesi reazionaria: cambiare il corpo, e l'anima, per cambiare il mondo. Proprio come la sua eroina tragica, il film è un mutaforma; un anfibio splendido e kitsch come il primo Luhrmann. Senza pretese di verosimiglianza, Jacques Audiard — francese che filma il Messico con un cast americano — sceglie un cinema di innesti, dove la dimensione del musical sottolinea la natura farsesca del tutto, ma le performance del cast garantiscono grande trasporto emotivo. Se le candidature di Gascón segnano già un primato, gli occhi sono puntati su Gomez e Saldana: la prima, benché goffa con lo spagnolo, abbandona l'etichetta di icona Disney con un ruolo conturbante; l'altra, favorita agli Oscar, è un'avvocata con un numero iconico in cui, ballando, sbugiarda la classe politica. Fiaba di colpa e sorellanza, sempre in bilico tra il musical e il thriller, Emilia Pérez trascina in una spirale ipnotica in cui la musica, per fortuna, è più prepotente della violenza. Può un film su una persona a metà farci completamente suoi? Bingo. Tutto può succedere, nell'opera pop in cui i ritornelli cantano di vaginoplastica, i mitra emettono sonorità tribali e i boss, in pectore, sono regine. (8)

Un famoso proverbio dice: morto un papa, se ne fa un altro. Chi, se potesse, non vorrebbe spiare i retroscena blindatissimi delle elezioni del nostro pontefice? Le macchinazioni, i segreti, le ambizioni covate dai numerosi cardinali in lizza per il soglio più ambito al mondo? Il regista Edward Berger ci apre eccezionalmente le porte del conclave, ispirandosi al best-seller di Robert Harris. L'impianto è quello di un giallo alla Agatha Christie. Ci sono gruppo di uomini con tutto da nascondere, la claustrofobia di un ambiente precluso, un sospetto strisciante. L'ultimo papa, rinvenuto misteriosamente morto nel suo letto, è stato forse assassinato? Indaga un Ralph Fiennes in crisi mistica, mentre battagliano il favorito Tucci, il machiavellico Lithgow, il cinico Castellitto; un piccolo ruolo spetta finanche a suor Isabella Rossellini, unica donna in un ambiente maschilista. Elegante, scenografico, serrato, Conclave – plurinominato ai premi – è ben più blando e semplicistico del previsto. Doveva farmi ragionare un'uscita in sala senza polemiche. Meno caustico di quanto si legga, con rivelazioni che indignano ma non troppo, ha un unico colpo di testa: il twist conclusivo. Peccato che, benché significativo, appaia una concessione al politicamente corretto retorica e un po' forzata in un film che, per il resto, è più classico che non si può. Nonostante sbancherà, non è fumata bianca. (6)

Dopo Jackie e Spencer, Larraìn chiude la sua trilogia con un altro ritratto di signora. Maria: la donna prima della Callas. Ma anche quella che, fragile e volitiva, voleva disperatamente tornare a incarnare quel mito indimenticato. Benché il corpo, ormai prosciugato dai lassativi, protestasse. Benché la sua voce, prima venduta al miglior offerente e poi messa a tacere, l'avesse tradita quanto Onassis. Il cileno realizza un flusso di coscienza vorticoso e febbrile, narrativamente frammentario ma formalmente impeccabile. Strutturato in lunghi colloqui come il film sulla First Lady, onirico come quello su Lady Diana, si posiziona a metà. Elegante e asimmetrico, racconta la vita pubblica, quella privata e, soprattutto, quella immaginata. Messi in scena in una Parigi autunnale di rara malinconia – un'unica nomination, Miglior fotografia –, gli ultimi giorni del soprano ne fanno un'eroina tragica degna delle arie che intonava. Nella sua testa si agitava un teatro inarrestabile, popolato di pulsioni irrazionali e vecchi fantasmi. Si può chiudere la porta al passato, se implica escludere anche la musica? Soltanto una diva poteva interpretare una diva. Jolie, scandalosamente snobbata ma in stato di grazia, ne adotta gli accessori e i costumi, il desiderio di adulazione e i vezzi. Per l'autista Favino c'è sempre un pianoforte da spostare; per la cuoca Rohrwacher, invece, una prova a cui assistere. Visse d'arte, Maria; visse d'amore. Morì in solitudine, forse. Ma a modo suo. (7,5)

Da grandi film derivano grandi responsabilità. Avrebbe dovuto saperlo bene Robert Eggers, presto salutato come nuovo paladino dell'horror d'autore. Troppo presto, mi domando con il senno di poi? Verrebbe da chiederselo, infatti, davanti a Nosferatu: la sua opera più ambiziosa, ma, per forza di cose, la più derivativa. Quella che maggiormente avrebbe avuto bisogno di uno sguardo personale, di un immaginario nuovo, di una rinfrescata nella forma e nel contenuto. La trama è la solita: un agente immobiliare viaggia fino al Transilvania, assoldato da un conte misterioso; peccato che quest'ultimo sia un vampiro centenario ossessionato dalla fidanzata del protagonista, una fragile sposina tacciata d'isteria. Oscuro ed elegante come il genere comanda, impeccabile nelle scenografie e nei costumi – meritatissimi gli eventuali premi tecnici –, è un sogno gotico che non diventa mai un incubo. Più fedele del previsto al materiale di partenza, rilegge la storia in una vaga chiave psico-sessuale e regala al conte Bill Skarsgård un paio di baffoni subito da ridere. Lily Rose Depp, insopportabile e sgraziata, si agita, sbava e si dimena in un perenne overacting; convincente soltanto Nicholas Hoult, in missione di salvataggio insieme agli abbozzati Willem Dafoe e Aaron Taylor-Johnson. L'ultimo Nosferatu è antiquato, non retrò. Tedioso, esangue, senza linfa da succhiare. Eggers, questa volta sei stato solo la copia di mille riassunti di un plagio di Stoker. (5)

lunedì 21 ottobre 2024

Il cinema delle donne: Vermiglio | Love Lies Bleeding | Gloria! | I Saw The TV Glow | Blink Twice

Premiato a Venezia, rappresenterà l'Italia agli Oscar. Piccolo, ma preceduto da grandi aspettative, Vermiglio non amerebbe il centro dell'attenzione. Esile, lineare, incantevole, racconta la quotidianità della famiglia Graziadei: sette figli, un papà maestro, una mamma che ha già sepolto due neonati. È ambientato in un presepe in provincia di Trento che nemmeno le bombe osano sfiorare, dove la vita scorre scandita dalle lezioni e dalla preghiera. Maura Delpero pone l'accento sulle “piccole donne” di casa e le rende protagoniste di una saga familiare resa irresistibile dalla freschezza del cast (giganteggia il sempre impeccabile Ragni) e dalla giocosità del dialetto. La primogenita vorrebbe sposare un siciliano, la mediana soffoca la propria sessualità a suon di fioretti, l'ultima ambisce alle scuole medie. La regista è con loro ai matrimoni e ai funerali, sia nelle dipartite che nelle nascite. A parlare sono i gesti, gli occhi e i silenzi, in un cinema che è limpidezza di sguardo. L'impressione finale è che la vita andrà avanti oltre i titoli di coda, che i personaggi continueranno a essere vivi anche una volta battuto l'ultimo ciak. Non spaventiamoli con il nostro clamore. Che restino incontaminati e disarmanti: rossi di vita. (8) 

Stewart, sensuale come non mai col suo mullet sporco e spettinato, vorrebbe smettere di fumare e tenersi fuori dai guai. I suoi piani vanno a monte quando conosce la statuaria O'Brian: body builder appassionata che, suo malgrado, la costringe a confrontarsi con i crimini di una famiglia ormai annichilita dalla violenza, dove un vampiresco Ed Harris, intanto, tiranneggia indisturbato. Scorrerà molto sangue. Insieme ai fluidi corporei, alla merda e all'albume d'uovo del secondo film della britannica Rose Glass: dopo Saint Maud, gelido horror sul fervore religioso, torna al cinema con un fumettone viscoso, folle e libero come l'aria. Thelma e Louise, ma in chiave saffica e sotto anabolizzanti, Love Lies Bleeding è una chicca vietata ai minori che elettrizza grazie alla bravura selvaggia delle sue protagoniste. Splendide, giocano agli sceriffi in un thriller onirico, sexy e ributtante insieme, in cui è impossibile tenere la conta dei morti ammazzati e degli orgasmi. Il vero amore? Qui comporta lo sbarazzarsi dei reciproci delitti, in un canyon pieno di stelle. (7,5)

Nella Venezia del primo Ottocento, un gruppo di orfane scopre il potere sovversivo della musica. Basta il ritrovamento di un pianoforte, e nella claustrofobia dei chiostri è subito emancipazione. L'esordio di Margherita Vicario e
L'arte della gioia, la serie TV di Valeria Golino, hanno più di qualche punto in comune: il gusto pittorico, la fame di vita delle protagoniste, il messaggio femminista in un'epoca di repressione. Ma mentre l'adattamento di Goliarda Sapienza osa e seduce, la cantautrice romana debutta alla regia restando nella comfort zone (una delle protagoniste è proprio la voce solista di La Rappresentante di Lista). Se Veronica Lucchesi canta e incanta, complice una versione acustica di Questo corpo, a restare impresso è il fascino tormentato di Carlotta Gamba: presente anche in Vermiglio, qui è l'ape regina abituata a eccellere ma dal cuore fragile. Comunque lodevole per fattura montaggio, Gloria! è un tableau vivant vivissimo. Troppo fiabesco e ingenuo nella sceneggiatura, è trainato dall'energia contagiosa del messaggio e del cast. Queste Barbie ballano, e si dirigono, da sole. (6,5)

Sconosciuto ai più, era attesissimo dagli estimatori del cinema indie. Oscuro e stiloso, è giunto in Italia nel silenzio dell'homevideo. Non male per uno pseudo-horror che parla di odi sanguinose al tubo catodico. Ambientato negli anni Novanta, è la storia di due ragazzi fuori. Vittime dell'alienazione e della solitudine, fanno amicizia grazie al culto per la medesima serie TV: un fantasy alla 
Buffy in cui due amiche combattono un villain di nome Malinconia. Sfortunatamente la serie chiuderà con la quinta stagione. Cosa succede dopo quell'ultimo episodio shock? Justice Smith e Bridget Lundy-Paine mettono il loro fascino androgino al servizio di un'allegoria che li segue dall'infanzia all'età adulta, nella speranza di una reunion. La brava Schoenbrun, regista transgender, mostra tormenti a lei familiari e confessa pensieri noti a ogni buon cinefilo: tutti abbiamo considerato la finzione più vera della realtà. A metà tra il primo Lynch e l'ultimo Aster, I Saw The TV Glow potrà apparire pretenzioso. Ma, al di là delle pretese autoriali, oltre la pelle e sotto le ossa, ha l'incanto del technicolor: basta squarciare. (8)

Una cameriera di belle speranze viene ospitata sull'isola di un filantropo reduce da uno scandalo. Alcol inesauribile, vestiti di lino, ogni sera una festa: sembra l'inizio di una favola, o di una puntata di 
The White Lotus, in cui tutti sono bianchi, facoltosi, privilegiati. L'incubo è dietro l'angolo: soprattutto se si ha a che fare con un gruppo di uomini danarosi, dediti a lusso e lussuria; soprattutto se i toni, all'inizio brillantissimi, sono destinati a un crescendo agghiacciante con tanto di trigger warning iniziali e sangue a fiumi. La sorprendente Zoë Kravitz, attrice di talento e figlia di Lenny, stupisce sganciando sul finire dell'estate la bombetta che nessuno sospettava. Acuta, colorata, incazzatissima, con Blink Twice prima incornicia l'ottima Naomi Ackie in una foto Instagram tutta bolle e simmetrie; poi fa luce sui suoi vuoti di memoria, strappando finalmente l'insospettabile Channing Tatum al solito ruolo di principe azzurro. Per quanto gli esiti siano intuibili, Kravitz ha una gran bella voce. E tuba, grida, ruggisce, in un esordio che ricorda i cocktail alchemici di Jordan Peele ed Emerald Fennell. Non battete gli occhi: potreste perdervi questa pazza gioia. (7)