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domenica 24 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Copia originale | At Eternity's Gate | Spider-Man: Un nuovo universo | Gli Incredibili 2

Ci sono biopic e biopic. Quelli sui personaggi da santificare inutilmente e quelli su mine vaganti da assolvere. Copia originale, forse l'unica sorpresa nella piattezza di questi Oscar, è parte della seconda categoria. Chi era Lee Israel? Biografa misantropa, idealista e gattara, non credeva né nel proprio talento né nell'amore. Rispondeva a tono, si vestiva male, non meritava ingaggi o buoni amici. Finché non sono state le soluzioni, gli altri, a trovare lei: prima una lettera d'autore rinvenuta in un volume della biblioteca, e da lì la folle idea di falsificare epistole in serie sfruttando il proprio sapere enciclopedico; poi l'affinità istantanea con un inglese eccentrico e irresponsabile, l'istrione Richard E. Grant, che non sa prendersi cura degli animali domestici, proteggersi dai rischi dell'Aids o dalle domande dei federali, eppure risulta un'indispensabile spalla comica. In un mondo di sedicenti Tom Clancy, autori svenduti alla logica del bestseller, Lee era la pecora nera: costretta infine a esporsi, a metterci la faccia, ma in maniera impensata. A restituirci l'orgoglio, l'umanità e le storture di una truffatrice sui generis con una coscienza tutta sua, è la rivelazione Melissa McCarthy: senza mai strafare, l'attrice comica sposa il cinema impegnato in un passaggio naturalissimo, portando con sé una fisicità irresistibile e quello sguardo già insospettabilmente comunicativo nei film più goderecci. In una New York alleniana, colta e piena di note jazz, c'era una storia che la falsaria non ci aveva ancora spifferato: la sua. Ne viene fuori una commedia dall'impalcatura esile, ma con una scrittura elegante, sardonica e perfino commovente: Copia originale non conosce redenzione, e quello è il bello. Marielle Heller tocca con un crime che sfugge alle definizioni, spiritoso e ritmato com'è, e consacra una grande interprete. Mette in luce uno dei tanti caratteristi a corto di ruoli memorabili. Ci regala abili duetti attoriali e scorci sui sordidi meccanismi editoriali, a cui in particolare i lettori non potranno restare indifferenti. Alcune emozioni, alcune simpatie, non si simulano a comando. Alcune criminali vanno perdonate a occhi chiusi. Alcune copie, come in questo caso, sono migliori dell'originale. (7,5)

Film belli come un quadro. Come un quadro di Van Gogh, nello specifico. Un arista irrequieto, dannato e intrigante, che non poteva non meritarsi un biopic errabondo, malinconico e criptico come questo: non necessario, forse, ma all'altezza dell'omaggio. Il pittore è ad Arles: in cerca dell'essenza della natura, alza il gomito, scaccia i bambini molesti e attende visite per scacciare la solitudine che ha nel cuore. Non sono abbastanza frequenti gli incontri con il fratello, un commovente Rupert Friend. Non è abbastanza lunga l'amicizia con Gaugin, di ritorno dal Madagascar. La fine dell'Impressionismo ha portato gli artisti a rielaborare il rapporto fra pittura e realtà, e Van Gogh sognerebbe di creare un movimento intellettuale, di circondarsi di ospiti pur di non patire la sindrome d'abbandono. Sappiamo che in un raptus si taglierà via l'orecchio e lo offrirà in dono al collega Oscar Isaac. Sappiamo che fine farà: merito dell'irripetibile Loving Vincent. Sulle soglie dell'eternità non aggiunge niente di rilevante al mito dell'uomo, non fa chiarezza sulle modalità della sua dipartita, ma coglie lo spirito di un personaggio che affascina ancora: benché indagato a più riprese, proposto e riproposto. Pensavo che il film perdesse in partenza la sfida di eguagliare la bellezza del capolavoro d'animazione, e invece ammalia e rattrista con le sue lunghe passeggiate nel verde e i suoi colloqui ancora più lunghi, dal gusto teatrale. Julian Schnabel ci mette una regia da maestro, che fra soggettive, primissimi piani e un uso marcato della macchina a mano permette una totale immersione sensoriale: i veri coprotagonisti, perciò, saranno gli steli d'erba, le nuvole, il vento e la luce. Un invasamento panico, insomma, retto da un Dafoe gigantesco e dolente, con attimi di impagabile spensieratezza e monologhi struggenti. Intenso, al punto che a volte si fa fatica a reggerne gli occhi grandi e spiritati; le farneticazioni dai toni messianici. Infarcita di riflessioni estetiche e filosofiche non per tutti, con una seconda parte un po' didascalica, la visione è lenta, perturbante, istruttiva. Per guardare attraverso gli occhi di Vincent i demoni, i desideri, i parti creativi, e condividere con lui un fardello pesante. Per sbirciare, dalla soglia del cinema, uno spiraglio d'eterno. (7)

Hanno ucciso l'Uomo Ragno, chi sia stato non si sa. Lo cantava Max Pezzali e alla fine è successo davvero: il supereroe è morto. Questo, almeno, accade nella Brooklyn di Miles Morales: adolescente goffo e adorabile, con il pallino dei graffiti, un padre poliziotto e un affezionato zio pigmalione. Al risveglio, un giorno, si accorge che c'è qualcosa che non va: colpa dei misteriosi terremoti che fanno tremare l'intera città, oppure del morso di un ragno nei tunnel della metropolitana? Il protagonista pensa sia l'arrivo della pubertà, invece sono i superpoteri. È finito in un fumetto. In una dimensione in cui il famoso Peter Parker non ce l'ha fatta, morto sotto i colpi di un Kingpin al solito violento e sentimentale, Miles ha l'onere di sostituirlo: il compito, distruggere la creazione di un villain che scherza con i piani temporali e il destino. Al punto che, contemporaneamente, si daranno appuntamento nella cameretta di Miles gli Spider-Man di tutti i multiversi immaginabili: le conseguenze sapranno come entusiasmare, attraverso quest'apprendistato spassosissimo. Un trio di ottimi registi, utilizzando il meglio di cui l'animazione è capace, ha proposto sotto Natale un'irresistibile variazione sul tema; una curiosa storia delle origini che, in nome di uno spirito malinconico e giocoso insieme, fa faville con gli stili e le teorie quantistiche. Vengono rivoluzionate le identità e i connotati di comprimari e antagonisti – su tutti zia May, armatrice bad-ass, e un Peter fresco di divorzio – e ci si prende gioco con originalità di sequel, remake e reboot, pasticciando a fantasia con intelligenza e colore. Nonostante un epilogo eccessivamente caotico, che conferma il mio scarso feeling con un genere fatto di esplosioni, onde d'urto e laseroni, Un nuovo universo convince appassionati e profani con un'orgia di citazioni nerd e grandi poteri, da cui puntualmente derivano grandi responsabilità: colpi di scena ben dosati, una tecnica all'avanguardia, un cuore eccezionale. Grazie a un eroe vulnerabile e alla mano, che mi piaceva già interpretato da Maguire, Garfield e Holland. E che qui torna a conquistare in tutte le salse, in ogni universo possibile. (7,5)

Avevo dieci anni, amavo già poco i supereroi e l'animazione digitale, e il soggiorno presso la famiglia Parr mi era piaciuto ma non troppo. Avrò collezionato ai tempi qualche gadget dalle merendine, adesivi o calamite a tema, eppure la tentazione di vederlo una seconda volta non mi ha mai tentato. Sono passati quindici anni dagli Incredibili, e perché aspettare tanto per un sequel fuori tempo massimo? Per insindacabile volontà degli sceneggiatori, i protagonisti non sono cresciuti nel mentre. Non si sono allontanati di un passo degli eventi del film introduttivo. È cambiato il target, tuttavia; sono cambiati gli spettatori, all'epoca bambini e adesso pressoché adulti. Gli aggiornamenti, presenti a piccole dosi, non sono dei più felici: la dimensione corale scarseggia, purtroppo, e l'arrivo di una nuova ondata di femminismo ha fatto sì che questa volta sia Mrs Fantastic a ricoprire un ruolo di potere, mentre per il consorte in fermo ci sono i pannolini di Jack-Jack, i compiti di matematica di Flash, i sospiri d'amore di Violetta. Visivamente accattivante, offre due ore che non pesano, nonostante la sensazione di assistere a semplici scenette giustapposte, e un discreto intrattenimento ad alto budget. Ci si è presi del tempo, però, senza una giustificazione valida. Mi ripeto: quindici anni, e per cosa? Verrebbe da chiederselo ancora e ancora, sì, davanti a una trama semplice e prevedibilissima e alle aspettative dei fan, sostanzialmente mal riposte. E io, che fan non ero né lo sono diventato? Gli Incredibili 2 non sorprende, non volta pagina, non matura, e cerca invano di tenere a freno un potere e un potenziale – mi ha illuminato la mostra Pixar a cui ho assistito a Roma lo scorso gennaio – che neppure il bravissimo Brad Bird, alla regia, sa padroneggiare. (5,5)

lunedì 6 agosto 2018

Recensione: Luce d'estate ed è subito notte, di Jòn Kalman Stefànsson

| Luce d'estate ed è subito notte, di Jòn Kalman Stefànsson. Iperborea, € 9,90, pp. 276 |

È stata la lettura dell'intenso Isola, la scorsa primavera, ad allargare i miei orizzonti – sapevo quanto fosse interessante il catalogo Iperborea, da quel romanzo in poi, e possedevo qualche informazione in più sulla bellezza di alcuni arcipelaghi dispersi fra le onde del Mare del Nord. Punto la mia bussola ancora lì, dove ho avuto la fortuna di sentirmi già una volta bene. Torno a perdermi in mezzo ai prodigi e ai misteri di quella Finlandia che mi ha sempre ispirato brividi di freddo e grandi avventure, e lo faccio, al solito, leggendo. Questa volta una ristampa dalla copertina di un magnetismo irrinunciabile, a cura del Corriere della sera, che in edicola ha aperto ai collezionisti le porte della narrativa boreale. Ho il piacere di dirvi che sono stato in un anonimo paesello alla fine del mondo. Meno impermeabile al progresso di quanto in verità ammetta, ma comunque perfetto come scenario di una casa di riposo esclusiva per continentali eternamente stressati. Pensate che non ci sono né chiese né cimiteri. Che la morte, al pari di un'ospite sgradita, è stata messa al bando. Anni fa circolava di mano in mano una petizione per accogliere finalmente sacerdoti e becchini, ma i più non l'hanno firmata per una forma di scaramanzia: perché attirarsi la malasorte, croci e lapidi all'orizzonte, se abbastanza in pace da essere longevi per natura? A morire si muore, certo: non si fanno mica miracoli. Ma i dirimpettai andati al Creatore e gli avi incartapecoriti riposano nelle campagne tutto attorno: gli addetti alle pompe funebri, infatti, sono anche un po' contadini, o viceversa.

A volte nei posti più piccoli la vita diventa più grande.

Un magazzino, una cooperativa, una maglieria con appena dieci impiegati: questi i perni della vita di tutti i giorni. Qualora pensaste però che l'anonimato riguardi anche la routine dei cittadini, vi scoprireste colti in contropiede: il destino, e uno scrittore come Jòn Kalman Stefànsson, a volte sanno essere molto fantasiosi. Uno stimato imprenditore locale, tormentato da inspiegabili sogni in latino, ha trasformato la sua casa in uno spettacolare osservatorio e ha scelto di consacrarsi all'astronomia, benché tutti gli diano del pazzo; una postina sfaccendata, con il dente avvelenato per le email e il sopravvalutato diritto sulla privacy, sbircia e manipola la corrispondenza dei compaesani improvvisandosi dea ex machina; un poliziotto frustrato muore perché senza crimini efferati da combattere, e un ottantenne perché portato via dal vento; i campi intanto ospitano a periodi alterni atti di vandalismo gratuito, fantasmi, infuocate relazioni clandestine. Qualcuno ritorna dopo sei anni d'assenza in nome dell'amore, qualcun altro si dà agli elogi della vita da camionista se il mondo ammette spesso furbastre scorciatoie. Un contadino in viaggio a Londra scopre che i musei egizi non sono che polvere, in confronto ai dettami del cuore; un politico scrive invano la propria autobiografia e un modesto attore si reinventa proiezionista, mentre a largo, come fossero sirenette belle e fatali, danno nell'occhio donne straniere con costumi sgambati.

Per quale motivo ho vissuto? Che questi racconti di vita e di morte nel nostro paese e nelle campagne intorno siano una sorta di risposta a quella domanda, e al senso d'incertezza che ne deriva? Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l'essenza che però si allontana sempre più come l'arcobaleno. Nelle storie antiche si dice che l'uomo non possa guardare Dio, equivarrebbe alla morte, e senza dubbio vale lo stesso per quello che cerchiamo – la ricerca stessa è lo scopo, il risultato ce ne priverebbe.

Buffo, malizioso e trasognato, Luce d'estate ed è subito notte è un romanzo per racconti in cui un ironico narratore collettivo immortala quattrocento anime e una manciata dei loro pittoreschi portabandiera, affinché per il bene dei posteri e dei turisti siano preservate le bizzarrie, le peculiarità e la magia natale. I tratti, infatti, sono quelli propri della tradizione del realismo magico; di un lirismo venato di leggerezza che si lascia amare, sì, ma a piccoli bocconi. Pagine incredibili e scorci da incorniciare fanno divorare il romanzo (inoltre è estate: c'è luce fuori, come da titolo, e sono ancora lunghe le giornate d'ozio), e il rischio che venga un po' a noia, che si faccia indigestione di storie come di dolci in mano a un bambino goloso, potrebbe essere elevato. Senza troppa sorpresa, tuttavia, il calore (umano soprattutto) non manca. Di questa vacanza piena di cartoline e souvenir resteranno i ricordi di una colazione con vista sul mare; una raccolta di aneddoti ed esistenze straordinarie a confine ora con i poli artici, ora con l'antologia poetica.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Coldplay – A Sky Full of Stars