venerdì 12 agosto 2022

Recensione: Patria, di Fernando Aramburu

Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |

Quando andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento: contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione – guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu: stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna, seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi spietati o atti di giustizia?

Mi sono resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.

In maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore, si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.

La trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese, riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone: perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri – passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale, struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea. Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine. Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio, Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero fatto meglio a piegarsi alle minacce?

In realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.

Ormai anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale. La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa. Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria

venerdì 5 agosto 2022

Recensione: Un oceano senza sponde, di Scott Spencer

|Un oceano senza sponde, di Scott Spencer. Sellerio, € 17, pp. 350 |

In ogni relazione c'è un dislivello invisibile. Osservate attentamente le coppie che conoscete. C'è sempre una persona più affezionata dell'altra. C'è sempre chi ama e chi ama essere amato. Quando il dislivello si acuisce, come su uno di quei dondoli al parco giochi, l'equilibrio viene meno. E un membro della coppia – il più fragile –, viene schiacciato dal divario. I cuori di Kip e Thaddeus non hanno lo stesso peso. Legati dai tempi dell'università, i due oscillano sul dondolo che Scott Spencer ha costruito per monitorare i sali-scendi della loro storia. Si tratta soltanto di una buona amicizia? All'apparenza scapolo inguaribile, Kip lavora come broker a Wall Street, ma per codardia cela la propria sessualità: anziché scendere a marciare per strada nell'era dell'Aids, vive nascosto in un attico che lo taglia fuori dal mondo. Il suo mondo comincia e finisce nella venerazione per Thaddeus: sceneggiatore frustrato, marito e padre in crisi, ostenta una forzata giovialità. Rischia di perdere infatti una villa sul fiume Hudson, simbolo di una breve gloria lavorativa, e insieme alla villa la sua stessa famiglia.

Ho appreso una delle lezioni della solitudine, uno dei suoi sconvolgenti effetti collaterali: quando versi in uno stato di brama inappagata, il desiderio va avanti all'infinito, come un oceano senza sponde.

Tormentandosi in preda a un amore impossibile, il protagonista si fa presto custode del matrimonio dell'altro: da un lato vorrebbe che deragliasse – soltanto così, forse, troverebbe il coraggio di dichiararsi –, dall'altro vorrebbe che l'amico fosse felice. Stando al parere di un personaggio secondario, tra loro finirà malissimo: Thaddeus lo distruggerà senza neanche farlo apposta. A ogni telefonata quanto è desideroso di sentirlo davvero e quanto è mosso dall'opportunismo? Ignora deliberatamente i sentimenti dell'altro, ma si bea nel frattempo dell'ascendente che esercita su di lui? Il romanzo di Spencer è una storia di conflitti: quelli che albergano nell'animo di Kip, combattuto tra desiderio e paura; quelli che scandiscono le scelte di Thaddeus, incapace di rassegnarsi a un'esistenza vissuta al di sotto delle sue presunte potenzialità; quelli che agitano la periferia newyorchese, che osteggia la gentrificazione a suon di sassate e guarda con preoccupazione all'apertura di una fabbrica di calcestruzzo.

Ecco un'altra cosa riguardo a noi innamorati non corrisposti: siamo possessivi nei confronti dell'amato e disposti a tutto pur di tenerci aggrappati all'idea che abbiamo di lui. In effetti quell'idea è tutto ciò che abbiamo. Quando pensi a qualcuno più o meno tutto il tempo cominci a credere – anche se non lo ammetteresti mai, nemmeno con te stesso – che lui ti appartenga. Diventi un carceriere che fa avanti e indietro davanti alla porta della cella, tenendo d'occhio il prigioniero per accertarti che sia dove deve stare, che faccia solo ciò che gli è concesso.

Kip, prigioniero di un vecchio sogno erotico, si finge eterosessuale. Su cosa mente invece Thaddeus, prigioniero al contrario di vecchi sogni di gloria? Qual è il prezzo per continuare a nutrire un'illusione lunga trent'anni? Quand'è che, finalmente, ci si sveglia? Un oceano senza sponde si dipana in maniera più lineare del previsto e l'epilogo, un po' precipitoso, potrebbe amareggiare gli eterni romantici. Ma sontuoso, struggente ed enfatico, si legge con un'ammirazione vicina a quella provata per la prosa di Vladimir Nabokov: anche qui il narratore, inaffidabile, si rivolge a una giuria – vera o immaginaria? – per discolparsi di qualcosa; anche qui un sentimento irrazionale, di pancia, è raccontato con il cuore e con la testa. E il dislivello invisibile di cui scrivevo in apertura si manifesta, infine, come un messaggio scritto con l'inchiostro simpatico. E l'oceano del desiderio, tempestoso come non mai, trova pagine bellissime a fargli da sponde.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Senza fine - Gino Paoli 

sabato 30 luglio 2022

Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)

Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)

venerdì 22 luglio 2022

Recensione: Animale, di Lisa Taddeo

| Animale, di Lisa Taddeo. Mondadori, € 22, pp. 343 |

In tutti gli uomini, sottopelle, si nasconde un potenziale stupratore. Questa idea provocatoria era alla base del film Promising Young Woman: nella commedia nera di Emerald Fennell, la protagonista – fintamente vulnerabile – tendeva agguati a predatori sessuali in giacca e cravatta. Spregiudicato, aggressivo e senza peli sulla lingua, il romanzo di Lisa Taddeo persegue la medesima crociata femminista, ma senza l'arma dell'ironia. Animale è una lettura brutta, sporca e cattiva. Forse troppo? Ambientato in una Los Angeles lontanissima dallo sfavillio dello show business, segue la fuga rocambolesca di Joan. Prigioniera di un passato traumatico, tenta a ogni costo di avvicinare Alice – bella insegnante di yoga di cui brama l'amicizia – ma scappa dalla vendetta di Eleanor, figlia borderline del suo ex amante. Le sue ultime relazioni non sono finite bene. Mentre era a cena con la sua nuova fiamma, soprannominata Big Sky, ha assistito al suicidio di Vic: padre di famiglia sedotto e abbandonato, si è fatto esplodere la testa in un ristorante newyorchese. Qualcuno come Joan conosce il senso di colpa? Calamita per i maschi, repellente per le femmine, conduce uno stile di vita al di sopra delle sue possibilità economiche e fiuta occasioni in ogni dove. Perfino nella sua ultima sistemazione, sul fondo di un canyon polveroso a pochi passi da una vecchia comune per scambisti, troverà amanti e oggetti luccicanti capaci di farle gola.

Se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei depravata. La depravazione mi è stata utile. A fare cosa, non saprei. Ma sono sopravvissuta al peggio. Sopravvissuta è la seconda parola che sceglierei.

Quando sei diventata così puttana?”, le domanda qualcuno a metà romanzo. “È una lunga storia”, risponde lei. Ed è una lunga storia anche quella che, per scagionarla o forse per renderle finalmente giustizia, firma la brava e divertita Taddeo. Il suo ultimo romanzo, fascinoso e respingente insieme, a tratti pervaso di una bizzarra tenerezza, è una vicenda per stomaci forti in cui le donne sono tutte mantidi religiose e gli uomini tutti approfittatori. Prende avvio come un film erotico degli anni Settanta, ma presto si anima di armonie stridenti e accoglie tematiche provanti: stupro, aborto, omicidio. Ma la violenza del contenuto, oltre che per l'innegabile gusto di provocare, serve soprattutto per giungere gradualmente alla comprensione della doppia natura della protagonista: sempre in compagnia ma sempre sola, inquieta e contraddittoria, usa e viene usata a momenti alterni; è vittima della dipendenza affettiva di un amore non corrisposto ma, allo stesso tempo, tiranneggia su un amante sottostimato.

Solo le persone che vivono la loro vita in modo molto abitudinario, che non hanno mai conosciuto un dolore umiliante, possono amare il sabato e la domenica. A me davano un senso di precaria solitudine. Sembrava sempre che tutti fossero scappati in un posto dove io non ero stata invitata. Piscine azzurre e cocktail su vassoi rotondi. Oppure laghi neri e altalene di pneumatici.

Da bambina leggeva Stephen King in piscina ammiccando come Lolita, amava alla follia la sua passionale famiglia italiana, immaginava con smania i segreti degli adulti. Ha sofferto le pene dell'inferno, è cresciuta nella fretta e nella deviazione. Crede che il delitto sia l'unica soluzione, a volte, e che la follia sia la libera espressione di un dolore più profondo. Animale si legge come un thriller efferato, ma nell'epilogo risuona come un monito per le generazioni future. Laggiù il sudore imperla le fronti, il sole picchia forte, gli indumenti si appiccicano alla pelle. I vesti bianchi, ormai sporchi, sono da tingere di rosso per camuffare il sangue versato. Fuori i coyote asserragliano le abitazioni e ululano quando percepiscono l'arrivo del ciclo mestruale. Braccata, animale tra gli animali, Joan non ha mai paura e gironzola dentro casa con le scarpe alte. Il tonfo dei suoi tacchi – stilettate sul parquet – rivaleggia con gli ululati: simbolo di erotismo senza tempo, eco di solitudine senza requie.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Maneskin – I Wanna Be Your Slave

lunedì 18 luglio 2022

Recensione: La città dei vivi, di Nicola Lagioia

| La città dei vivi, di Nicola Lagioia. Einaudi, € 22, pp. 460 |

Ci sono libri che divori nell'arco di qualche giorno. E ci sono libri che divorano te. Il processo di masticazione è ben più lungo – una lacerazione sanguinosissima, un supplizio. Scrivo ancora intrappolato tra le fauci dell'ultimo Nicola Lagioia, in attesa di metabolizzare, o di essere metabolizzato. Nella Città dei vivi non c'è scampo: lasciate, dunque, ogni speranza. Al decimo piano di un condominio romano, al termine di tre notti di deliri d'onnipotenza e cocaina, si consuma una mattanza gratuita: in un appartamento a soqquadro dove persistono i resti di una sfrenata festa di morte tra cui metteranno ordine, si spera, mamma e papà, la polizia rinviene il corpo di un ventitreenne. Luca, avvolto in un piumone, aveva i calzini ai piedi e un coltello piantato in petto. I suoi assassini, pressoché sconosciuti, lo avevano adescato in seguito a una roulette russa su WhatsApp: al posto del giovane – figlio adottivo di una famiglia di ambulanti, con una fidanzata innamoratissima benché ignara della sua doppia vita: meccanico di giorno, gigolò di notte –, avremmo potuto esserci noi. Per qualcuno si è trattato di un delitto sociale, per altri di un festino a luci rosse finito male.

Mentre parlava mi sentii improvvisamente in colpa. In colpa perché io avevo quarantacinque anni e lui nemmeno trenta. Una colpa anagrafica, oggettiva. Gli adulti sono sempre colpevoli quando i giovani vivono in un mondo che fa schifo. Di chi altri dovrebbe essere la responsabilità? […] Pensai che non apparteneva a una generazione perduta. Come potevano pensare una cosa simile? Saremmo stati perduti noi, se li avessimo lasciati soli.

Per fortuna sono sano e salvo, per fortuna non sono io la vittima: quante volte lo abbiamo pensato ascoltando la cronaca nera al telegiornale? L'autore barese, in prima linea con un'inchiesta diventata infine un'ossessione privata, spiazza con la riflessione che nessuno ha il coraggio di formulare: per fortuna non sono io l'assassino. Ci crediamo forse impermeabili al male? Pensiamo che Manuel Foffo e Marco Prato, i ricchi aguzzini, siano nati con un gene diabolico che li rende estranei a noialtri? Il primo, figlio di un imprenditore che forse non lo ha amato a sufficienza, è un fuoricorso che non riesce a sfondare nelle start-up; l'altro, animale sociale dai modi persuasivi e seducenti, si strugge ascoltando Dalida e richiama le folle dei locali gay più popolari. Foffo è il succubo, Prato l'incubo. Empatico senza essere indulgente, attento ai fatti senza essere asettico, l'autore – al pari di un novello detective – interroga, incalza, scava. Perfino lui, sopravvissuto a una giovinezza dissoluta e maleducata in cui farneticava di vendicarsi di Eco, ha indugiato per un po' sulla linea grigia che separa i buoni dai cattivi. Siamo sicuri di essere saldamente piantati nella parte giusta?

Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell'incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di potere essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?

Torbido, disturbante e invasivo, La città dei vivi è un thriller pervaso d'umorismo beffardo, in cui la verità supera spesso la finzione; un atto d'accusa contro le lungaggini della giustizia italiana, artefice di una doppia tragedia; un'analisi antropologica su una generazione perduta e solitaria, in perenne lotta per l'autoconservazione. In una Roma infernale – già simbolo di corruzione morale nella storiografia classica –, gli abitanti devono sgomitare con topi e gabbiani sotto un mantello di pioggia battente. Le precipitazioni minacciano di portare alla luce anticaglie sommerse. O, in un moderno giudizio universale, di purgarci per sempre dei nostri peccati. Sotto lo schiaffo dell'acqua, meriteremmo il perdono o l'estinzione? Giunti all'ultima pagina – sopraffatti, sommersi –, tendiamo le mani in alto. Ci sono libri, bellissimi e terribili, a cui domandiamo la catarsi. Dalle fauci di Lagioia, dalla pancia della balena, veniamo così sputati fuori – affrancati, miracolati. Finalmente, e più che mai, vivi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dalida – Ciao, amore, ciao

martedì 12 luglio 2022

Recensione: Servirsi, di Lillian Fishman

| Servirsi, di Lillian Fishman. E/O, € 17, pp. 230 |

Il sesso vende, soprattutto d'estate. E viene dagli Stati Uniti il nuovo filone letterario – anticipato, in parte, dall'opera prima di Sally Rooney – che su TikTok porta il nome di “sad hot girl”. Le protagoniste sono generalmente Millennal, bianche, colte ed emancipate, alle prese con relazioni sentimentali talmente turbolente da minarne gli equilibri interiori. Non si sottrae a questo canovaccio neanche l'esordio di Lillian Fishman, classe 1994, che ha calamitato in fretta le attenzioni grazie al rosa ipnotico della copertina e al triangolo bollente della sinossi: monogama e all'apparenza felice accanto alla compagna pediatra, Evie – complice un nudo postato online per noia – viene introdotta nel mondo di Olivia, aspirante pittrice, e di Nathan, uomo d'affari noto per dominare le partner tanto in ufficio quanto a letto. La protagonista, senza punti di riferimenti né ambizioni, costantemente desiderosa di diventare l'adulta responsabile sognata dal papà imprenditore, aderisce alla routine della coppia come se si trattasse di un culto religioso. Ma mentre il volitivo Nathan sembra in grado di decifrare i suoi desideri più intimi per renderla adorante, la nevrotica Olivia si limita spesso a fare da voyeur: ai margini della camera da letto, guarda e soffre. E soltanto così, forse, gode.

Da anni mi chiedevo cosa significasse il sesso per gli altri...

Con una scrittura sinuosa e mai volgare, Fishman scandaglia senza esprimere giudizi tre sessualità poco convenzionali e immerge il lettore in un'atmosfera densa, torrida, che innegabilmente intriga come le migliori fantasie erotiche. Creatura anfibia, l'irrequieta Evie si muove tra mare e terra, uomini e donne, e sbatte contro una contraddizione: si può essere femministe, autosufficienti e padrone di sé, anche se sottoposte al gioco di qualcun altro? Si può trovare la piena realizzazione personale nel raggiungimento dell'orgasmo? Cerebralmente stimolante, il romanzo lascia inerte il resto del corpo. È solo voce: pura astrazione intellettuale. I protagonisti, abbozzati, sono impossibili da immaginare fisicamente. Il sesso, filosofeggiato in lunghe e pretenziose conversazioni radical chic, è consumato a parole e raramente nei fatti. Mancano proprio i corpi, la carne, l'eccitazione e la loquacità dell'atto sessuale in sé. È un segreto implicito in ogni relazione: i giochi di potere avvengono direttamente fra le lenzuola. Qui se ne scrive a lungo a riguardo, ma risulta nel frattempo insoddisfacente lo spazio lasciato alla libera espressione dell'amante gaudente – del dominatore, del dominato. Peccato: Servirsi è un gemito di piacere soffocato dalle chiacchiere. Quasi come se per scrivere di sesso, oggi, dovessimo sentirci obbligati a legittimarlo e nobilitarlo a ogni pagina. Cosa c'è di più legittimo, mi domando invece? Cosa di più nobile?

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Tananai & Rosa Chemical – Comincia tu

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie

giovedì 30 giugno 2022

Recensione: I grandi sognatori, di Rebecca Makkai

| I grandi sognatori, di Rebecca Makkai. Einaudi, € 22, pp. 528 |

La rete lo ha paragonato al romanzo di Hanya Yanagihara e per un po' l'impressione è stata la stessa. Non c'è New York, ma Chicago. E ci sono Yale e Charlie – il primo un ambizioso gallerista in erba, l'altro direttore di un giornale politicamente schierato –, all'apparenza felici e monogami, che si amano nel mezzo di una popolosa galleria di amici geniali: attori dongiovanni che affrontano la vita come se fosse un parco divertimento, avvocati dalla voce stentorea, fotografi e artisti destinati a essere studiati in futuro dagli addetti ai lavori. Ma questa non è la loro storia, o comunque non soltanto. I grandi sognatori racconta di una generazione perduta: anzi tre. Rebecca Makkai, infatti, intreccia traumi collettivi e personali in un dramma fatto di corsi e ricorsi storici, dove la paura cambia nome – prima guerra, poi Aids, infine terrorismo – ma la perseveranza dei superstiti, invece, resta immutata. È una fortuna o una tragedia sopravvivere? È un dono o una maledizione trovarsi a essere il custode di mille storie di fantasmi?

Abbiamo vissuto qualcosa che i nostri genitori non hanno vissuto. Ci ha reso più vecchi di loro. E quando sei più vecchio dei tuoi genitori, che fai? Chi ti insegna a campare?

Strutturato tra passato e presente, il romanzo ha il personaggio di Fiona per filo conduttore: sorella minore di un giovane omosessuale morto nel clou degli anni Ottanta, è diventata prima l'anima del gruppo degli amici del defunto e poi, anni dopo, una madre talmente assente da lasciare l'unica figlia in balia di una setta religiosa. C'è un limite massimo all'amore che possiamo garantire agli altri? Fiona lo ha forse superato, al punto da essere ormai un guscio vuoto? Ultracinquantenne, vola nella Parigi del Bataclan per fare ammenda, ma laggiù il passato è più vivo che mai: come non pensare agli aneddoti della prozia, musa dei maggiori pittori della Belle Epoque, o a Yale – il più grande tra i sognatori – che fino all'ultimo tentò di rendere giustizia all'anziana?

Non ci pensi mai, che so, a dove andiamo dopo la morte? […] Secondo me è come dormire, ma aiutando a sognare il mondo. Qualunque cosa accade sulla terra, tutti i fatti incredibili che capitano, l'eruzione di un vulcano, per dire, nasce dai sogni collettivi di chi ha vissuto.

C'è tanto materiale per un romanzo solo: troppo, perfino per queste 500 pagine. Avrebbero avuto bisogno di essere limate, asciugate dagli eccessi, sintetizzate. Si fatica in particolare nella prima parte, quando l'autrice si addentra nei dettagli delle opere da autenticare o nella disputa tra gli eredi. Per fortuna, però, appare altrettanto meticolosa quando si giunge al focus principale: l'epidemia di Aids. Makkai, alla maniera della serie TV It's a Sin, fa delle ultime pagine un manifesto umano e politico di attese snervanti in ospedale, diagnosi spaventose, slogan e striscioni contro il sistema sanitario americano, deleghe e lasciti. I migliori amici erediteranno sciarpe a righe, scarpe troppo strette, del filo interdentale, perfino un gatto. E nel tempo che resta loro – purtroppo, mai abbastanza – offriranno al prossimo spalle su cui piangere e baci plateali in pubblico. Ti viene da ringraziarla, allora, quest'autrice con talmente tanto da dire, da dare, da sacrificare la compattezza di un romanzo che avrebbe potuto senz'altro essere migliore di così. Ti viene da correggerti e definirla non più disordinata, ma semmai generosa, con le sue trame densissime che tentano di risolversi a vicenda e regalano, in rewind, in sogno, una seconda illusoria giovinezza a Fiona, Yale e gli altri. In pegno – per noi, per la pazienza e le lacrime – lascerà un pugno di cenere e glitter.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – America

lunedì 27 giugno 2022

Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends

Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)

È stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica. Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui, soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria sceglie il cammino dell'arte per l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire, ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di uno spacciatore e, a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer, regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo puntata: da amare e odiare. (8)

Lui, goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro, popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e, presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per altre due stagioni, Heartstopper è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti – contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non bastano mai. (7)

Lei è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra, storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro, inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più una riproposizione – impossibile – di Normal People che l’adattamento di Parlarne tra amici. Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo più bello – da trasporre. (6,5)

venerdì 24 giugno 2022

Recensione: L'arte di bruciare, di Sarah Hall

 
| L'arte di bruciare, di Sarah Hall. Sellerio, € 16, pp. 220 |

Sulla copertina di Una vita come tante c’è il primo piano di un uomo. Il viso increspato da una smorfia indecifrabile: estasi o dolore? L’arte di bruciare, arrivato in libreria sempre con Sellerio, si libra similmente fra eterni opposti: amore e morte. Inscindibili, si intrecciano in spire sensuali in un romanzo tanto breve quanto intenso. Quanto bisogna essere lontani dal pericolo per non lasciarsi vincere dall'angoscia della tempesta appena passata? Alla risposta, mutevole, è legato l'apprezzamento – o il biasimo – verso il romanzo di Sarah Hall. Con una prosa musicale e immaginifica, nelle corde di Tiffany McDaniel, la scrittrice britannica ci sfida a tormentare con le dita quella ferita che tutt'ora fatica a cicatrizzarsi: il Covid-19. In queste pagine ci sono l'aggressività e lo scetticismo nei confronti verso il prossimo, gli approvvigionamenti degni di un survival, le sirene in dissolvenza. Ma c'è, soprattutto, la commovente intimità del prendersi cura di qualcun altro.

Chi ha storie da raccontare sopravvive.

Immersi in un silenzio innaturale, cinti da una natura fiabesca e selvaggia, i protagonisti trovano rifugio dal contagio ai confini della civiltà: all'interno di un ex capannone industriale, ormai fucina creativa, che si erge al termine della brughiera come un Eden dove illusoriamente prosperare. Lei, Edith, è l'artefice di sculture controverse – per alcuni subito iconiche, per altri scandalose –, cresciuta con trascuratezza da una mamma scrittrice colpita da un aneurisma. Lui, Halit, è lo chef di un ristorante nordafricano: porta con sé due nomi, due vite, ma parla pochissimo dei traumi dell'immigrazione – il suo corpo, in compenso, dice tutto ciò che conta.

Se fossimo andati un po' più a fondo uno dentro l'altra avremmo trovato un nascondiglio.

Edith e Halit annullano le distanze, combattono la freddezza dello stato d'emergenza, si studiano nudi in nome della lussuria e per monitorare l'apparizione di sintomi eventuali. Raccontato a distanza di anni da Edith, ma non a distanza di sicurezza, il romanzo presenta una narrazione frammentaria. Ricorda i picchi di delirio delle febbri convulse: è un insieme di flash e suggestioni sparse, infatti, che l'attualità della materia raccontata contribuisce tuttavia a riordinare fino a formare un disegno organico. Anzi: un gruppo scultoreo. Di quelli contemporanei, spigolosi, vagamente inquietanti, realizzati con la pratica dello shou sugi ban: prevede di bruciare il legno per proteggerlo; di creare attraverso la distruzione. La vedo la scultura, sì: rappresenta due corpi che bruciano, di passione e febbre, fino a decomporsi: fluisce vita tra loro, fluisce vita in loro. È il virus, che li penetra mentre si penetrano. È il virus che, come un figlio del futuro, cerca un ospite in cui proliferare. Perché perfino la morte vuol vivere.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – I Set Fire to the Rain

lunedì 20 giugno 2022

3 romanzi social: Il profilo dell'altra | Non è al momento raggiungibile | Radio Silence

| Il profilo dell'altra, Irene Graziosi. E/O, € 16,50, ★ |

Chiacchierato e altamente instagrammabile, si è imposto – prematuramente – come novello caso editoriale. Se lo avessi identificato a colpo d'occhio per ciò che è, ossia l'ennesimo esordio narrativo trainato dalla popolarità dell'autrice, me ne sarei tenuto distante. Il pregiudizio mi avrebbe protetto dalla delusione. Ventisettenne senza arte né parte, sorella di una giovane suicida e compagna di un pretenzioso accademico, Maia si improvvisa collaboratrice di un'influencer. Gloria ha diciotto anni e nessun talento, a parte quello di apparire avvenente in foto. I suoi sorrisi sono vacui, o forse tristi? Il profilo dell'altra rimesta tra le tematiche più disparate (ambientalismo, femminismo, linguaggio inclusivo, disturbi psichici, revenge porn) come se si trattasse del cestone delle grandi occasioni: spaccia il suo rimestare, però, per alta moda e vorrebbe imporsi – invano – come analisi antropologica. Per riflessioni conturbanti sul potere illusorio della bellezza nella società dell'apparenza consiglio la visione di Personal Shopper e The Neon Demon: i corpi di Kristen Stewart e Elle Fanning, ritratte con toni horrorifici da due grandi registi, sono indimenticabili. Quelli di Maia e Gloria, invece, si frantumano tra le schegge di un romanzo che si interroga sul concetto di identità e, paradossalmente, ne è sprovvisto.

| Non è al momento raggiungibile, Irene Farinaccio. Mondadori, € 18, ★★★½ |

Non fatevi ingannare dalla copertina: promette a torto una commedia romantica. Non è al momento raggiungibile è un romanzo piccolo e terapeutico per guarire dall’ossessione che maggiormente ci attanaglia: la conta spasmodica di Like, followers e calorie. Trentasei anni e nessun progetto a lungo termine, Vittoria racconta alla nutrizionista/psicologa la sua dipendenza: ingozzarsi, di cibo e sguardi. Le basta una foto rubata accanto a un cantante famoso per trasformare la sua pagina Instagram in una vetrina per panini con la porchetta, cotolette surgelate, vestiti griffati: il suo parere, riassunto in una didascalia, è denaro. Arriverà perfino in TV. A ritroso, il soliloquio di Vittoria pennella il ritratto di una donna nella morsa della solitudine: ha un nome augurale, ma macchie d’unto sulla maglia e rapporti irrisolti col sesso maschile. Connessa con il mondo ma disconnessa da sé stessa, ricorderà l’equilibrio per andare in bici? Flusso di coscienza tanto brillante quanto severo, il romanzo di Valentina Farinaccio ha il respiro dell’autofiction e una specie di lieto fine, benché sudatissimo, sul palcoscenico più famoso d’Italia. A fine lettura, ho scritto una dedica in prima pagina e ho regalato la mia copia a un'amica ritrovata: esaurito su di me il suo potere lenitivo, quest'elogio al fallimento andava condiviso con il prossimo.

| Radio Silence, Alice Oseman. Mondadori, € 15, ★★★ |

Lei, rappresentante d’istituto destinata a Oxford, è una macchina di successi scolastici. Lui, studente laconico ferrato sui logaritmi, vive all’ombra del popolare migliore amico. Spersonalizzati dalle divise scolastiche – tutti grigi, tutti uguali –, i protagonisti di Alice Oseman vivono una doppia vita: quella pubblica e quella nerd. Frances è una maga delle fan art e, a dispetto delle aspettative altrui, vorrebbe studiare belle arti. Aled, protetto dall’anonimato, è invece l’artefice di un misterioso podcast YouTube sulla bocca di tutti. Mentre gli adulti pretendono l’eccellenza a ogni costo, i giovani – amici, ma innamorati mai – si scoprono combattuti tra senso del dovere e vocazione, l’esigenza di essere invisibili e quella di essere sé stessi. Già autrice della serie Heartstopper, Oseman è in libreria con una nuova storia ad alto tasso di adorabilità: una riflessione agrodolce sulle gabbie del sistema educativo americano, in cui si parla di abusi psicologici, libertà di espressione e fluidità sessuale. Bravissima nel maneggiare temi tanto sensibili, l’autrice si perde però in lungaggini di troppo e in una scrittura sì immediata, ma senza lampi di interesse. Anche se fuori target, mi sono goduto le maratone dei film di Sofia Coppola e Miyazaki sul divano. Ho invidiato le felpe extralarge e le scarpe dai lacci fluo dei protagonisti. Ho ascoltato con empatia le voci di Frances e Aled: domandavano di considerarli speciali, non famosi.

lunedì 13 giugno 2022

Recensione: La fortuna, di Valeria Parrella

| La fortuna, di Valeria Parrella. Feltrinelli, € 16, pp. 140 |

Ai miei studenti non ho dato compiti per le vacanze. Difficilmente sarò il loro insegnante anche il prossimo anno e, onestamente, non ho mai creduto nelle letture obbligate. L’ultimo romanzo di Valeria Parrella, però, avrebbe potuto essere la mia eccezione alla regola. Piccola storia di formazione con una grande scrittura alla base, è un prezioso bignami di storia e cultura romana. E, soprattutto, un’avventura comune a tutti i giovani d’oggi: crescere dritti e robusti, coraggiosi, senza lasciarsi piegare dal caos tutt’intorno – impresa degna di un vero eroe. Come ci insegna la mitologia, ci sono tre parche a tessere la tela della nostra esistenza: annodano in trame misteriose vita, destino e morte.

Perché il desiderio è nascosto, si innalza dalla terra, è il cuore stesso della terra, e noi siamo terreni.

È possibile torcere a nostro vantaggio il filo di quella centrale? Essere, insomma, più forti del divino? Se lo domanda Lucio, diciotto anni, che ogni sera lascia le imposte semiaperte sperando che ci si intrufoli di soppiatto la Fortuna: soltanto lei, scritta rigorosamente con la maiuscola, può stravolgergli la vita. Nato con un occhio guercio – troppo fragile, dunque, a detta degli altri –, il protagonista diventerà tuttalpiù un senatore: mai un gladiatore, mai il condottiero di una nave. Ma la costruzione di un’orazione – glielo spiegano i suoi maestri, Quintiliano e Marziale – non è poi troppo diversa da quella di un’imbarcazione. Come preferire, tuttavia, l’astrattezza delle parole alla gloria di un futuro d’azione? Il Colosseo, intanto, è in costruzione sotto lo sguardo attento di Vespasiano; l’amato Tito conquista Gerusalemme; Plinio il Vecchio allestisce la propria flotta. Presto, all’orizzonte, si profila una nube di fuoco, pioggia e lapilli; un prodigio che sconvolge il cielo, la terra e la giovinezza. Per tre giorni e tre notti l’eruzione del Vesuvio terrà l’Impero in scacco. Descritto in maniera particolareggiata, quest’evento apocalittico rappresenterà l’iniziazione all’età adulta per Lucio e gli altri ragazzi della sua generazione: si sbucherà dall’altra parte della nube tossica ingrigiti dalla cenere, invecchiati, per sempre mutati.

Vivono solo gli dei e ciò che gli assomiglia: quando abbiamo riso per una sciocchezza. Cercare la tua schiena nella notte. Quella bracciata che mi fa tutt’uno con il mare. Il momento in cui mia madre poggiò la sua mano sulla mia, guardando lontano oltre il davanzale. Essere uomo e cavallo nel galoppo. La lama del primo gladio che mi fu regalato. E tu, lenta ginestra.

L’autrice napoletana, con una lingua immediata e seducente, firma un romanzo di formazione esile ma densissimo, capace di condensare in un centinaio di pagine tutto ciò ci affanniamo a memorizzare tra i banchi di scuola: la pietas filiale, l’adesione al mos maiorum, il potere eternatore della letteratura. C’è magia in Lucio, nell’eccezionalità di uno sguardo deviato – straniato – che ricorda quello di Mattia Pascal. C’è magia nella lava, che, sotto la sua coltre spessa, annienta la vita e la preserva al tempo stesso. Cosa resterà delle ambizioni di Lucio, del suo amore per l’amato Aulo e dei giochi della Fortuna? Ce lo racconteranno gli scavi archeologici, la memoria delle ginestre, le parole fuori dal tempo di Valeria Parrella.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Two Steps from Hell – Nero

venerdì 20 maggio 2022

[Strega 2022] Recensione: Spatriati, di Mario Desiati

| Spatriati, di Mario Desiati. Einaudi, € 20, pp. 288 |

Inizia alla maniera dei film che piacciono a me: lui incontra lei. Non sono semplicemente due esseri umani profondamente diversi tra loro – quindicenni, per la precisione, e dunque già separati dall'abisso che intercorre tra i maschi e le femmine nel corso dell'adolescenza –, ma fronti opposti pronti a generare tempeste tropicali. Lui, Francesco, vive una giovinezza oscura e noiosa, fatta di campi riarsi e pomeriggi all'oratorio. Lei, anticonformista e raminga, abbaglia con una cascata di capelli rossi e il look da maschiaccio. A unirli sono la profonda provincia pugliese, di una bellezza arcaica e soffocante; la relazione adulterina fra i rispettivi genitori, clandestini eppure liberissimi; un'amicizia elettiva, spesso a confine con l'amore, lunga tre decenni. A separarli, invece, sarà tutto il resto. Colti nel corso del loro infinito viaggiare, incapaci di intrecciare le loro solitudini al pari degli amatissimi protagonisti di Sally Rooney, Francesco e Claudia macinano chilometri in fuga dalla peggiore delle guerre: quella contro loro stessi.

A volte si leggono romanzi soltanto per sapere che qualcuno ci è già passato.

Lei, girovaga estranea a qualsiasi senso di smarrimento, sonderà negli anni Milano, Londra, Berlino: andrà in esplorazione e, tra chiamate Skype ed email, aggiornerà l'altro sulle emozioni della musica techno, sugli amanti innumerevoli, sulle tappe di una carriera ondivaga. Lui, invece, destinato a ingrigirsi sempre più per via della totale negazione di sé stesso, ascolterà e si struggerà in silenzio. Esiste una patria comune in cui è possibile non soltanto essere una coppia, ma perfino una famiglia? Mario Desiati, con una prosa vibrante di smania e malinconia, sublima i sogni e le paure di una generazione in un romanzo inquieto, selvaggio, intimamente mio (che da quando ho visto The Dreamers invidio la dissolutezza pornografica delle capitali europee, ma fantastico, d'altra parte, di trasferirmi in trullo a leccarmi le ferite). Erigere la propria identità richiede costanza e lavori graduali di manodopera: lo stare fermi, giacché senza fondamenta si è destinati inevitabilmente a crollare. Imporsi nel mondo significa vegliare sui progressi di un cantiere imperituro – il nostro.

Ero un'erbaccia selvatica, ferrigna e cocciuta, ma estirpabile senza proteste da un momento all'altro. Eravamo migliaia così, anelavamo alla casualità dell'umido e della pioggia, con la gioia di chi si trova nell'unica patria possibile, quella in cui non rispondiamo a nessuno di ciò che siamo.

Si può costruire qualcosa scappando? s'interroga Spatriati. E ispira il suo autore, così, nella messa a punto di una lingua franca a metà strada tra i dialetto e il tedesco: l'esperanto della ritirata. Siamo lavori in corso e foto uscite mosse. Siamo cervelli in fuga e cuori in avanscoperta. Abbiamo il terrore di ricominciare altrove e di restare dove siamo. Non sapremmo vivere in un posto senza il mare, ci diciamo, né vivere un'esistenza intera nei panni stretti in cui siamo cresciuti. Forse il trucco è chiudere gli occhi, lanciare un dado e giocarci il futuro a sorte: assumere vitamina D in pastiglie per sopravvivere all'estero alla mancanza di sole. Forse, se questa vita è un abito tagliato male – un travestimento da impostori in cui, ormai, non ci riconosciamo più –, l'unica salvezza è spogliarsi nudi da capo a piedi. Come San Francesco d'Assisi. Come i depravati felici nei fetish bar di Berlino.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame feat. Sangiovanni – Perso nel buio

martedì 10 maggio 2022

Recensione: I giudizi sospesi, di Silvia Dai Pra'


I giudizi sospesi, di Silvia Dai Pra’. Mondadori, € 20, pp. 492 |

Negli anni Novanta, gli stessi dell'avvento Berlusconi, i magnifici Giovannetti vivono in una cittadina residenziale a venti minuti da Roma. Si fregiano del loro cognome come di una medaglia al merito. Ambiziosi, attraenti e talentuosissimi, si professano comunisti ma si tengono ben stretti, intanto, i loro privilegi; si dichiarano non tabagisti ma, calata la sera, eccoli con una sigaretta fumante stretta tra le labbra. Benché ormai in pace con le contraddizioni, i non detti e le bugie della propria stirpe – rigorosamente composta da accademici figli di accademici –, i protagonisti della sorprendente Silvia Dai Pra' non sono abbastanza lungimiranti da prevedere la perdita della loro aura. Sempre a un passo dal crollo, destinati a invecchiare precocemente e a vivere cristallizzati nel passato, si tormenteranno per trenta lunghi anni con lo stesso interrogativo assillante: di quale colpa si sono macchiati in un'altra vita per meritarsi tutto quel male?

Penso che i miei genitori, in quella solitudine affollata che gli altri chiamano famiglia, fossero in fondo una bella coppia; penso che non si meritassero ciò che hanno vissuto, se mai qualcuno merita quello che accade, se, da qualche parte, in qualche modo, in tutto questo c’è un senso.

L'annientamento, per loro, ha le fattezze di James Tocci: affascinante e diabolico sin dall'adolescenza, collezionista di donne e guai al pari del peggior Nino Sarratore, seduce e abbandona a momenti alterni Perla, la primogenita della famiglia. Preziosa di nome e di fatto, la ragazza manderà alle ortiche un avvenire radioso alle ortiche per scimmiottare lo struggimento amoroso della poetessa Sylvia Plath e vivere di espedienti. Cosa ha sbagliato l'adorato papà, che da sex symbol del corpo docente del liceo classico si trasformerà in un derelitto dalle scarpe bucate? Dove ha fallito la madre, mite insegnante d'arte che, al contrario del consorte, si rifugerà in un’ambiziosa ascesa lavorativa? A raccontarli è Felix – la pecora nera, il figlio minore dal sette in condotto – che, con la scusa di rimettere insieme i cocci dei Giovannetti, rimanda a domani le scelte importanti. Eterno Peter Pan, cinico e disincantato, resta prigioniero della propria adolescenza – stessi luoghi, stesse cotte, stessi sogni infantili – pur di modificare ciò che è stato. Libero dalle aspettative altrui, si rifugia in tradimenti seriali e in horror di serie B. Prova repulsione al pensiero di diventare padre, ma si occupa degli altri, intanto, con commovente devozione.

Occuparsi del dolore degli altri è il modo più economico per non avvertire il proprio.

Alle prese con un convincentissimo punto di vista maschile, abile tanto nell'indovinare i giusti equilibri quanto nel proporre dialoghi squisitamente cinematografici, l'autrice parte da un evento piccino – la nascita di un amore contrastato – e costruisce una saga familiare ad ampio respiro, amara e speranzosa insieme, in cui gli incubi dell'attualità (ci sono tutti: dalla violenza di genere al lockdown) fanno puntualmente capolino in chiusura. Che fine ha fatto Perla, che da macchina di trionfi scolastici è diventata un nome da pronunciare mordendosi la lingua – un lutto in vita, una vergogna? I giudizi sospesi parte come Pastorale americana, si sporca del crime di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e si rifugia, infine, nella dimensione sospesa del suo bel titolo. Né commedia né tragedia, è tutto ciò che c'è nel mezzo. Come in un film di Paolo Virzì. Come nelle irresistibili famiglie infelici a modo loro – e a modo nostro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sally - Vasco Rossi