martedì 10 maggio 2022

Recensione: I giudizi sospesi, di Silvia Dai Pra'


I giudizi sospesi, di Silvia Dai Pra’. Mondadori, € 20, pp. 492 |

Negli anni Novanta, gli stessi dell'avvento Berlusconi, i magnifici Giovannetti vivono in una cittadina residenziale a venti minuti da Roma. Si fregiano del loro cognome come di una medaglia al merito. Ambiziosi, attraenti e talentuosissimi, si professano comunisti ma si tengono ben stretti, intanto, i loro privilegi; si dichiarano non tabagisti ma, calata la sera, eccoli con una sigaretta fumante stretta tra le labbra. Benché ormai in pace con le contraddizioni, i non detti e le bugie della propria stirpe – rigorosamente composta da accademici figli di accademici –, i protagonisti della sorprendente Silvia Dai Pra' non sono abbastanza lungimiranti da prevedere la perdita della loro aura. Sempre a un passo dal crollo, destinati a invecchiare precocemente e a vivere cristallizzati nel passato, si tormenteranno per trenta lunghi anni con lo stesso interrogativo assillante: di quale colpa si sono macchiati in un'altra vita per meritarsi tutto quel male?

Penso che i miei genitori, in quella solitudine affollata che gli altri chiamano famiglia, fossero in fondo una bella coppia; penso che non si meritassero ciò che hanno vissuto, se mai qualcuno merita quello che accade, se, da qualche parte, in qualche modo, in tutto questo c’è un senso.

L'annientamento, per loro, ha le fattezze di James Tocci: affascinante e diabolico sin dall'adolescenza, collezionista di donne e guai al pari del peggior Nino Sarratore, seduce e abbandona a momenti alterni Perla, la primogenita della famiglia. Preziosa di nome e di fatto, la ragazza manderà alle ortiche un avvenire radioso alle ortiche per scimmiottare lo struggimento amoroso della poetessa Sylvia Plath e vivere di espedienti. Cosa ha sbagliato l'adorato papà, che da sex symbol del corpo docente del liceo classico si trasformerà in un derelitto dalle scarpe bucate? Dove ha fallito la madre, mite insegnante d'arte che, al contrario del consorte, si rifugerà in un’ambiziosa ascesa lavorativa? A raccontarli è Felix – la pecora nera, il figlio minore dal sette in condotto – che, con la scusa di rimettere insieme i cocci dei Giovannetti, rimanda a domani le scelte importanti. Eterno Peter Pan, cinico e disincantato, resta prigioniero della propria adolescenza – stessi luoghi, stesse cotte, stessi sogni infantili – pur di modificare ciò che è stato. Libero dalle aspettative altrui, si rifugia in tradimenti seriali e in horror di serie B. Prova repulsione al pensiero di diventare padre, ma si occupa degli altri, intanto, con commovente devozione.

Occuparsi del dolore degli altri è il modo più economico per non avvertire il proprio.

Alle prese con un convincentissimo punto di vista maschile, abile tanto nell'indovinare i giusti equilibri quanto nel proporre dialoghi squisitamente cinematografici, l'autrice parte da un evento piccino – la nascita di un amore contrastato – e costruisce una saga familiare ad ampio respiro, amara e speranzosa insieme, in cui gli incubi dell'attualità (ci sono tutti: dalla violenza di genere al lockdown) fanno puntualmente capolino in chiusura. Che fine ha fatto Perla, che da macchina di trionfi scolastici è diventata un nome da pronunciare mordendosi la lingua – un lutto in vita, una vergogna? I giudizi sospesi parte come Pastorale americana, si sporca del crime di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e si rifugia, infine, nella dimensione sospesa del suo bel titolo. Né commedia né tragedia, è tutto ciò che c'è nel mezzo. Come in un film di Paolo Virzì. Come nelle irresistibili famiglie infelici a modo loro – e a modo nostro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sally - Vasco Rossi

sabato 7 maggio 2022

Recensione: Giorni felici, di Zuzu

| Giorni felici, di Zuzu. Coconino Press, € 25, pp. 448 |

Claudia ha circa la mia età e qualche volta perde il controllo. All'apparenza identica ai miei coetanei, tanto negli sfrenati sogni ad occhi aperti quanto nello struggente smarrimento generazionale, spesso abbandona i tratti umani per trasformarsi in una sfinge con tanto di ali, coda e artigli. Le capita nei momenti di massima alterazione, quando il sesso, la gioia o la rabbia mandano il suo autocontrollo a fanculo. Eccessiva e teatrale nei modi, vorrebbe fare della propria esuberanza un mestiere. Eccola, quindi, salutare con un bacio l'amorevole fidanzato Piero e tornarsene a Roma per un provino: come reggere l'ansia da prestazione se nel frattempo ci mette lo zampino anche un ex di vent'anni più grande mai realmente dimenticato? Le novità e i ricordi minacceranno di mandarla in pezzi.

Insegnami come si fa... a parlare con le pietre.

Raccontata tra passato e presente – fino ad annullare qualsiasi dimensione spazio-temporale grazie a un poetico slancio d'ali –, l'irrequietezza tutta contemporanea di Claudia viene immortalata attraverso le campiture disordinate e i tratti volutamente infantili di Zuzu. La fumettista casertana, appena ventiseienne, firma un graphic novel rosso sfacciato di cui ogni pagina – intima, dolente, stranissima – minaccia lacrime come il season finale di Fleabag. Giorni felici cita un capolavoro drammaturgico di Thomas Becket – Claudia, al provino, si cimenterà con un monologo indimenticabile del personaggio di Winnie: una donna sopraffatta dalle tragedie, eppure sorprendentemente felice di stare al mondo – e tratta con approccio surreale le relazioni tossiche, gli attimi di autocommiserazione, la speranza mista a terrore di fidarsi di un'altra persona. Dolcemente complicata, a tratti respingente per via dell'efferatezza di alcune immagini, la lettura mi ha conquistato con la sua schiettezza animale e mi ha emozionato con la consapevolezza, tutt'altro che banale, che spesso ènecessario trovare un centro di gravità per non volare via. Cos'è l'amore? Zuzu interroga sé stessa e i suoi protagonisti; perfino le pietre. E ci dice che a volte è un inferno in terra; altre una crostata con crema e fragoline di bosco così deliziosa da farci dimenticare, d'un tratto, l'obiettivo di puntare alla luna. L'importante è trovare una persona così buona da scambiare il nostro strabordante caos interiore per coraggio. Beato chi non la capirà, Claudia. Beato chi così fuori (posto, dal mondo, di testa) giura di non essercisi mai sentito.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli – Parole di burro

lunedì 25 aprile 2022

Una mail a Sally Rooney: la recensione di Dove sei, mondo bello

| Dove sei, mondo bello, di Sally Rooney, Einaudi, € 22, pp. 312 |

Cara Sally. Per parlare del tuo ultimo romanzo ho pensato di scriverti una mail: una di quelle intime, prolisse, fieramente vecchio stile, che le tue protagoniste – migliori amiche distanti ma non troppo – si scambiano a capitoli alterni. È perché, in fondo, ti sento distante ma non troppo. È perché anch'io, ormai, ti sento amica. Ho letto Dove sei, mondo bello a singhiozzo, in maniera discontinua, maltrattandolo sui mezzi pubblici – tempo sottratto allo studio per il concorso ordinario, compagnia rubata con l'inganno. È vero quel che si legge in giro: resta la solita storia di quattro trentenni scostanti e brontoloni che filosofeggiano sui massimi sistemi, scopano un sacco e bevono vino rosso dai bicchieri di plastica. Ma sapessi quanto mi ha fatto felice, questo libro. Mi ha regalato sollievo, sorrisi e alibi.

Non credo di piacerti di più io. Credo che ci piacciamo uguale. Lo so, non sempre coi miei gesti lo dimostro, ma su questo ci posso lavorare. E ci lavorerò. Io ti amo, okay? Lei lo ascoltava con un'espressione strana, stupefatta, una mano sulla guancia. Anche se sono un caso psichiatrico, disse. Lui rise, si staccò dallo stipite e chiuse la porta. Ovvio, rispose. Anche se lo siamo tutti e due.

Cronicamente stressati, i personaggi assumono o hanno assunto psicofarmaci. Per certi versi sono troppo maturi e per altri, al contrario, troppo infantili. Alice, scrittrice di successo reduce da un esaurimento nervoso, si è rifugiata nella campagna irlandese e sulle app d'incontri online: lì conosce Felix, magazziniere dalla sessualità fluida, assai indecifrabile nei sentimenti ma piuttosto in pace con le proprie contraddizioni. Chi tiene le briglie della loro relazione? Eileen, correttrice di bozze abile in materia di autosabotaggi, cerca costantemente le attenzioni degli uomini ma ottiene, suo malgrado, l'effetto opposto: per fortuna ha Simon – amico d'infanzia di cinque anni più grande: bellissimo, pio, politicamente impegnato –, che si prende cura del suo cuore con commovente devozione. Cosa succederebbe se anteponessero l'amore alla loro storica amicizia? Ex compagne di università, le tue Alice e Eileen commentano in via telematica il declino della società contemporanea, la piaga dell'inquinamento e le conseguenze della Brexit, ma finiscono puntualmente per parlare di sesso, amici e famiglia. Troppo presi da noi stessi, infatti, dimentichiamo i contagi da Covid-19 e i venti di guerra per fare dei nostri amori (e della fine di questi ultimi) il centro del mondo – peccato si un mondo che va a rotoli. Per questo meriteremmo forse una dolcissima estinzione?

Mi dico che voglio vivere una vita felice e che le circostante per viverla non si sono semplicemente presentate. Ma se non fosse vero? Se fossi io che non riesco a concedermi di essere felice? Per paura, o perché credo di non meritarmi niente di buono, o per qualche altra ragione. Ogni volta che mi capita qualcosa di bello mi ritrovo a pensare: chissà quanto durerà prima di finire male. E desidero quasi che il peggio arrivi presto, meglio prima che dopo, e se possibile subito, così almeno smetto di stare in ansia.

Ben vengano l'egoismo, l'eros, la leggerezza: quei sacrosanti momenti in cui, per un attimo soltanto, ci si scopre immuni al contingente. Le distanze geografiche si annullano, allora, e gli abbracci in stazione sono così forti da minacciare di incrinarci le costole. Le nostre ordinarie miserie, messe in pausa, si annullano durante una cena in compagnia per cui sentirsi grati. Io, pensa un po', mi sono sentito grato per queste trecento pagine scarse. Ti ho trovato matura, poetica, rivelatoria; bravissima nel gestire i tuoi dialoghi fiume e, soprattutto, quei silenzi vibranti di omissioni. E mi sono ritrovato a rivalutare il sexting, reso buffo e sensualissimo dalla tua pena, e l'insostenibile leggerezza dell'avere ventotto anni senza un piano per il futuro. Quando ho salutato Alice e gli altri, mi sono sentito come di ritorno da una rimpatriata perfettamente riuscita: un irresistibile brusio in sottofondo, le persone a cui vuoi bene che a sorpresa si vogliono bene anche tra loro, la sensazione di essere al posto giusto per una volta nella vita. La bellezza – prossima, possibile – appare, all'improvviso, a portata di mano: andava guardata, non vista. Era acquattata lungo le strade rischiarate dai lampioni, nelle cornici delle finestre illuminate a festa, in un Dio inteso come architetto celeste. Anche se non crediamo in Lui. Anche se, nei giorni brutti, Lo dimentichiamo. Il mondo bello, Sally, è lì, allora. Ed è qui, con te. Con tutto il mio amore.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish – Happier Than Ever

giovedì 21 aprile 2022

I film per famiglie degli scorsi Oscar: No Way Home | Crudelia | Luca | Flee | Encanto

[Candidatura per i migliori effetti speciali] Non sono un fan dei film Marvel, ma Spiderman ha sempre avuto uno spazio speciale nel mio cuore. In ogni sua veste, in ogni suo film. Neanche la versione di Tom Holland, fresca e leggerissima, teen, mi è mai particolarmente dispiaciuta, sebbene lontana dallo spirito di sacrificio del fumetto originale. Questo film, complici le attese, le supposizioni, gli spoiler, avrei voluto amarlo: tant'è vero che, a gennaio, ci ho inaugurato l'anno. Furbissimo, pasticciato e fuori fuoco, per me è il peggiore della trilogia nonostante l'innegabile presa emotiva del finale. Può, però, quest'ultima farci ignorare le incongruenze, i difetti sparsi o un'ora introduttiva che sembra una partita a Pokémon (il protagonista, come Ash, acciuffa e isola, infatti, i villain dei famigerati universi paralleli)? Le cose migliorano inevitabilmente nella seconda, incapace di distaccarsi dal purissimo e mal scritto fan service. È il film della maturità per Holland: finalmente ha imparato che da grandi poteri derivano grandi personalità. Ma il film manca di epicità, di pathos e, con ironia forzata, affida un ruolo chiave all'amico pasticcione di Peter Parker. Adulto ma non troppo, questo Spiderman concilia fan nuovi e vecchi. Ma sotto la nostalgia, niente o quasi. Gli si vuole bene comunque, pur constatando quanto il minimo sforzo porti al massimo risultato (al botteghino). (5,5)

[Oscar per i migliori costumi] Siamo negli anni Settanta, ma Crudelia è una Banksy ante-litteram che si muove in un mondo di fake news e spietate primedonne. Di giorno assistente vessata da una stilista diabolica, di notte vandala chiacchierata dall'opinione pubblica, non cerca poveri dalmata da scuoiare (anzi, qui gli indimenticabili cani maculati sono piuttosto feroci!), ma il dolce piacere della vendetta. Si muove a tempo di hit celeberrime, così, in un film glamour e divertentissimo, tragico e bipolare, a metà strada tra un heist movie ed Eva contro Eva (questo, però, è lo show di Emma contro Emma). Dirige con grinta punk Craig Gillesie, regista che di psicopatiche decisamente se ne intende, dopo il cult istantaneo Tonya. Scrive, tra gli altri, lo sceneggiatore dei caustici La favorita e The Great. E per due ore e un quarto, tante ma mai troppe, fanno a gara di bravura la camaleontica Emma Stone – da applausi con accento britannico – e una Emma Thompson più superba che mai. Crudelia è la bomba che nessuno si aspettava in materia di live action. Funziona perché con La carica dei 101 ha poco a che spartire, pur non tradendo mai lo spirito della villain (questa volta non fuma, no, ma è al centro di roghi, rapimenti, omicidi). E perché, soprattutto, non sembra affatto una produzione Disney. (7,5)

[Candidatura per il miglior film d'animazione] Ammettiamolo, è vero: si racconta sempre la solita Italietta da cartolina ferma agli anni Cinquanta. Ammettiamolo, è vero: a metà strada tra La sirenetta e Pinocchio, non c'è proprio niente di nuovo sotto il sole di questa Liguria oleografica, dove si è uniti dal buon cibo, dal pesto fresco e dalle competizioni sportive. Ammettiamolo, è vero: dopo il meraviglioso Soul, la Pixar non si gioca nuovamente la carta di un ennesimo capolavoro. Ma il buon Luca piace proprio perché semplice, nostalgico, dolcissimo. Storia di una creatura marina che sogna la terra ferma, a dispetto dei desideri del resto della famiglia, il primo lungometraggio di Enrico Casarosa è una fiaba vintage sul potere dell'amicizia e sulla ricchezza dell'integrazione: qualcuno, non troppo a torto, ci ha voluto vedere anche tinte arcobaleno alla Luca Guadagnino. Ma ha forse importanza? Negli ultimi venti minuti, è impossibile frenare una pioggia di lacrime. Per il ricordo delle estati più belle, che tristemente finiscono. Soprattutto, per i pregiudizi, le pressioni esterne e le ansie sociali, che sempre ci inibiscono. Prendiamo esempio dallo sfacciato Alberto Scorfano, allora, e in sella a una Vespa a precipizio sul mare gridiamo alle nostre paure: Bruno, silenzio! (8)

[Candidatura per il miglior film d'animazione, miglior documentario, miglior film in lingua straniera] Amin sgambetta per le strade di Kabul ascoltando Take on me. È ancora un bambino, indossa senza imbarazzo una camicia da notte della sorella, ha una cotta per Van Damme: non sa che dovrà correre per tutta la vita. Scappare prima dai talebani, che insanguinano l'Afghanistan con una guerra civile; poi dalla crudeltà dei trafficanti; infine dalla polizia. Separato dalla propria famiglia, sballottato tra Russia e Danimarca, sogna di riunirsi con i parenti in Svezia e inventa, intanto, una vita alternativa. Ormai adulto, si racconta a cuore aperto steso sul lettino di un amico: il regista Jonas Poher Rasmussen. A metà tra documentario e animazione, tra tragedia dell'immigrazione e favola avventurosa, la storia di questa adolescenza odissiaca diventa un piccolo film candidato a tre premi Oscar. Attuale, commovente, delicatissimo, racconta i rastrellamenti, il rimpatrio, le attese spaventose. E, soprattutto, la paura di fidarsi di qualcun altro: un compagno dolcissimo e con il pallino dei gatti rossi, ad esempio, che ama il protagonista pur non sapendo niente di lui. Mettere su casa significa seppellire le proprie origini? Essere felici implica tradire il ricordo dei propri cari? In tempi di guerra, l'amore di Amir ci apre gli occhi. E, qui e lì, promette di riempirceli di lacrime. (7+)

[Oscar per il miglior film d'animazione] Tra le montagne di una splendida Colombia vive una famiglia che potrebbe essere sbucata da una saga della prolifica scrittrice Isabel Allende. Guidata da una severa matriarca, è popolata da diversi tipi di talenti. Tutti i Madrigal, infatti, hanno un potere magico per contribuire alla magnificenza della stirpe. Cosa si prova a essere amaramente la pecora nera della casa? Sprovvista di poteri, la protagonista è una piantagrane che rischia di mandare in malora la tradizione. O così sembra. L'ultima favola Disney, buona giusta in tempo di festività, racconta con discreta originalità le perfezioni apparenti, l'ansia sociale, il perbenismo degli adulti. Ma i numeri musicali senza guizzi (quanto è sopravvalutato Lin-Manuel Miranda?) e uno sviluppo non pervenuto minano alla memorabilità del tutto. Peccato, perché l'esotismo dell'ambientazione e il personaggio dell'iconico zio Bruno, costretto a nascondersi per la sua fama di iettatore, promettevano meraviglia e commozione. Nonostante fosse ambientato a pochi passi da noi – meno ambizioso ma decisamente più riuscito – ci aveva portati più lontano il nostro Luca. (6,5)

venerdì 15 aprile 2022

Recensione: Qualcosa nella nebbia, di Roberto Camurri

| Qualcosa nella nebbia, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 170 |

Torno di nuovo a Fabbrico, fra le pagine del terzo romanzo di Roberto Camurri. A sorpresa scopro la città profondamente cambiata. Lo scenario quieto e riposante dell'esordio è stato smarginato dalla foschia. L'arrivo della sera, ora, getta ombre lunghe su luoghi un tempo rassicuranti; le montagne intorno, incombenti, generano un senso di claustrofobia; le porte dei fienili, murate, raccontano storie di morte e sopraffazione. Vuota e spettrale, sviluppatasi all'ombra di un pastificio invaso dai topi, Fabbrico funge da scenario per un gioco metanarrativo tanto torbido quanto affascinante, pieno di sesso e disagio.

Scrivevo e mai mi sarei fermato. Ero in preda a qualcosa di mistico, sconosciuto. Non avevo sentito la campanella suonare, la maestra alzarsi, il rumore delle sedie trascinate sul pavimento per allontanarsi dai banchi, il vociare tipico della fine delle lezioni. Non avevo visto la maestra avvicinarsi, le sue dita prendere il foglio. Qualcosa era scattato, irrazionale. Mi ero alzato dal banco, con le lacrime e il fiato corto, la pelle rossa, gli occhi spalancati, mi ero gettato addosso a quella supplente, le avevo strappato il foglio di mano, lo avevo stretto a me, non volevo lasciarlo andare. Era la cosa più bella del mondo, inventare e raccontare una storia.

Alla maniera dell'ultimo Donaera, Camurri abbandona l'intimismo dei suoi lavori precedenti per un intreccio a metà tra l'autofiction e l'horror. Qualcosa nella nebbia parla di uno scrittore di successo di nome Roberto, marito e padre di famiglia, che lavora a tempo pieno con i matti e ogni tanto, vittima di pensieri meschini, perde le staffe. Ma questa, no, non è un'autobiografia. Benché abbia ambientato laggiù tutti i suoi romanzi, il protagonista non ha mai messo piede in quel di Fabbrico: o così crede. Perseguitato dal richiamo dell'anonima cittadina di provincia – braccato, ispirato, condannato –, vi sembra legato da un misterioso patto mefistofelico. Impegnato in un tour in Olanda e alle prese con la stesura di un nuovo libro, sarà costretto ad affrontare i propri demoni per non perdere il filo della storia più importante: quella della sua vita.

Avevo racchiuso delle vite in una gabbia di vetro, l'avevo chiamata Fabbrico, l'avevo esposta nuda e fragile sotto gli occhi di tutti. Ero arrabbiato con loro perché avevo creduto alle loro parole, ero sicuro sarebbero bastate, non era così. Il buco tra lo stomaco e lo sterno si faceva di nuovo sentire, era ancora lì, c'era sempre stato. Non era la scrittura a riempirlo. Non erano gli applausi, il successo. Ero sconvolto, pensavo di essergli sfuggito.

Come se avessero vita propria, intanto, i personaggi di cui scrive vendono l'anima alla pulsioni peggiori. In questo spietato romanzo nel romanzo leggiamo così di Alice, soubrette ritornata all'ovile affamata di sadomasochismo; di Andrea, detto Jack, che annega i propri traumi infantili nel whisky; di Giuseppe, pazzo di Alice, che qualche volta si intrattiene a conversare con il fantasma del padre suicida. Sarebbe imperdonabile raccontarvi altro. All'apparenza confuso, Qualcosa nella nebbia è in realtà un loop pirandelliano abitato da personaggi legati dal filo di medesimo dolore e sciolti, infine, dall'incantesimo di una fattucchiera impermeabile alla pioggia. La costruzione della propria identità, nel coraggiosissimo Camurri, è una questione collettiva. E per mettere un punto alla seconda storia, in questo complesso sistema di scatole cinesi, è necessario prima assicurare una degna conclusione alla prima. Mi aspettavo una passeggiata nella Holt di Kent Haruf: ho trovato ad attendermi al barco, con un brivido di piacere, la Derry di Stephen King.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Promise - Silent Hill's Theme 

giovedì 24 marzo 2022

Recensione: Fedeltà, di Marco Missiroli

| Fedeltà, di Marco Missiroli. Einaudi, € 12, pp. 232 |

Lo avevo in libreria dai tempi dello Strega, incastonato fra gli altri Supercoralli dello scaffale. Amato da alcuni, odiato da altri, Fedeltà divideva come soltanto i romanzi sulla bocca di tutti sanno fare. L'ho recuperato anni dopo, con l'adattamento televisivo appena sbarcato su Netflix. Mi figuravo un Missiroli dissacrante, sfrontato, provocatorio – il suo romanzo precedente aveva pur sempre un culo in copertina, no? Sottile e stratificato al tempo stesso, talmente elegante da risultare un po' freddo, il romanzo racconta molto più e molto meno di un tradimento coniugale. Costellato di bugie e non detti, di atti mancati trasformati in rimpianti dall'incidere del tempo, analizza la diffusione di un contagio di proporzioni collettive: il sospetto. La coppia non è un fragile nido, bensì un microcosmo scosso da un sisma: i protagonisti lo chiamano il malinteso. Carlo – trentacinque anni ben portati, professore di scrittura creativa, impiegato presso una piccola casa editrice: nessun romanzo all'attivo – viene visto nei bagni dell'università in atteggiamenti compromettenti. Perché stringeva tra le braccia Sofia, una studentessa romagnola coperta di deliziose lentiggini e dalla cappa angosciante della tragedia? Travolta dai dubbi, Margherita – moglie di Carlo, agente immobiliare – si rilassa più del dovuto sotto le mani del nuovo massaggiatore. Ma quali pulsioni nasconde Andrea, che una volta abbandonato il centro di fisioterapia si immerge in un controverso sottobosco di violenza per sfuggire a sé stesso?

Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento.

Sullo sfondo, contrapposta nella seconda parte a una Rimini felliniana, c'è una Milano prismatica, multiculturale e pulsante, destinata spesso a rubare la scena ai protagonisti stessi. Il pensiero di acquistare un appartamento diventa per Carlo e Margherita un'illusoria distrazione: lì saranno finalmente felici? Anna, la mamma della protagonista, lo domanda perfino a una cartomante: paga per conoscere il futuro dei propri cari, ma è il presente, intanto, a essere un'incognita. All'apparenza povero di avvenimenti eclatanti, il romanzo mi ha ricordato Sally Rooney. I protagonisti fanno cose e vedono gente; pensano troppo. Perfino il sesso, descritto raramente – anche se ricorderò con intensità un incontro intimo con il film Una giornata in particolare in sottofondo –, riguarda più le teste che i corpi: è cerebrale, immaginato, addomesticato. La fedeltà secondo Missiroli è un concetto ampio, che a differenza del banale adattamento televisivo va oltre le corna e le fantasie peccaminose. Riguarda, infatti, anche quei comprimari appartenenti a generazioni differenti: ognuno con le proprie eredità (Sofia alle prese con l'attività del padre, Andrea con l'edicola di famiglia), ognuno con i propri segreti (Anna, vedova, sa che il marito ha amato un'altra donna), ognuno con un legame peculiare con la coppia protagonista (una corrispondenza a colpi di libri bellissimi, una corsa in ospedale con una mano insanguinata, un fumetto di Tex sul comodino).

Non era “ancora”. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Sui pedali, alzandosi come a pochi metri dal traguardo, si era sentito invadere dalla gioia dietro lo sterno. Aveva percorso la discesa con la certezza che quello fosse il culmine e l’addio di una stagione, e che sarebbe entrato di lì a poco nella sua nuova vita da uomo. Si addormento’ con la stessa malinconia, o forse avrebbe potuto dire che era contentezza.

La seconda parte, ambientata nove anni dopo, spariglia le carte in tavola: lascia spazio a personaggi mutati, a cambiamenti imprevedibili e ospita un ulteriore terzo incomodo – il karma. Carlo e Margherita hanno prurito, ma non si grattano. Hanno tanto da, ma non dicono. Hanno occasioni per concedersi, ma non si concedono. Contenutissimo, sofisticato, mai esplicito, Fedeltà è l'esatto opposto del fuoco della passione. Dimenticate i vestiti che cadono sul pavimento, le porte chiuse a chiave, i letti che cigolano. È Closer, non The Affair. I protagonisti sono legati secondo il principio dei vasi comunicanti e, mostrati nudi e in controluce, confessano al lettore – non ai rispettivi partner – la tentazione irrinunciabile di essere altro da sé. Si può elaborare ciò che è stato. Come relazionarsi, invece, con ciò che non è stato mai? Si può perdonare un'avventura extraconiugale – o, venuta meno la fiducia, in alternativa, si può porre fine alla relazione. Ma come perdonare a noi stessi, invece, la negazione di un ultimo slancio vitale prima di diventare adulti?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Arisa – Verosimile

venerdì 4 marzo 2022

Recensione: Purezza, di Garth Greenwell

| Purezza, di Garth Greenwell. Einaudi, € 18,50, pp. 189 |

Un professore statunitense di stanza a Sofia si racconta senza pudore. Straniero in terra straniera, ama smarrirsi lungo le strade labirintiche della città bulgara e nelle chat per uomini soli. Nonostante resterà per tutto il tempo sprovvisto di un nome di battesimo – i personaggi secondari, invece, sono indicati semplicemente con l'iniziale puntata –, verrà naturale confonderlo con l'autore, lo strabiliante Garth Greenwell, artefice di alcune fra le pagine più appassionate che leggerò quest'anno. Suddiviso in tre parti, Purezza raccoglie nove racconti eterogenei tanto nei toni quanto nella lunghezza, con il medesimo narratore come fil rouge. Ho preferito centellinarli con parsimonia, per godere appieno degli sprazzi di bellezza sparsi qui e lì. E questi ultimi mi sono parsi forse ancora più eclatanti, assoluti, invidiabili, giacché mescolati equamente con lo squallore e l'oscenità. Durante i suoi sette anni da fuori sede, il protagonista – sì, chiamiamolo pure Garth – ha sperimentato con sentimenti altalenanti la dolorosa dissonanza tra vita pubblica e privata.

È ciò che più amo dei siti che frequento, dove puoi formulare qualsiasi desiderio, per quanto aberrante o inverosimile, e quasi sempre troverà risposta; il mondo è grande, non si è mai soli come ci si crede, né così unici o inauditi, quel che sentiamo è già stato sentito, sempre, più e più volte, senza un inizio né una fine.

Stimato insegnante di giorno, di notte finisce in case di perfetti sconosciuti: qualche volte domina, qualche volta viene dominato; raramente s'innamora. In queste pagine, il sesso, descritto con dovizia di particolari, diventa il motore della narrazione: scabroso, umiliante, senza protezioni, si spoglia di vestiti e sentimento nei territori del sadomasochismo. Ma c'è anche il sesso romantico, poi, quello fatto da innamorati, in cui la pornografia dei corpi lascia spazio alla malinconia: a letto ci si stringe un po' più forte, allora, per l'angoscia di doversi salutare l'indomani. In alcune pagine si è sopraffatti da sensazioni talmente striscianti da sembrar vive. In altre, invece, Greenwell rinfranca lo spirito con momenti d'insieme di una luminosità disarmante. Perché in questo romanzo convivono una profonda solitudine e il suo esatto opposto. E Sofia, affascinante e squallida insieme, è pronta a sorprenderci con cortei di protesta colorati e festosi; con ciliegie mature e margherite riposte nel taschino della camicia; con la conoscenza di expat portoghesi che mettono voglia di giocare ai turisti e di visitare Venezia sotto Natale. Straziante nei momenti di solipsismo, contagioso in quelli d'insieme, Purezza è una delle migliori letture erotiche mai intraprese e, soprattutto, la testimonianza più sincera sul mestiere dell'insegnante.

Se la sarebbe cavata, pensai di nuovo, consolandomi con questo pensiero, ma pensando anche che quanto aveva detto non fosse del tutto sbagliato, che amare un altro sarebbe stato perdere qualcosa, che quella stesa prospettiva che limitava il dolore avrebbe limitato anche l'amore, e i misurati i confini di quello, mai più avrebbe potuto immaginarlo sconfinato. […] Quanto ti sei rimpicciolito, dissi a me stesso, attraverso un'erosione forse necessaria alla sopravvivenza, e di cui forse devi ancora pentirti, riducendoti a dimensioni sopportabili.

Garth parafrasa poeti solitamente invisibili per il piacere di svelarsi alle classi attraverso le loro parole immortali; davanti a un caffè ascolta uno studente reduce da una delusione sentimentale, scoprendosi combattuto tra il desiderio di consolarlo e quello di irrobustirlo a colpi di disincanto; una sera si trattiene con due ex allievi e stordisce con l'alcol la pena di rincasare nel solito appartamento senz'anima. Non c'è malizia dietro le sue occhiate, per quanto insistenti. Non c'è vanità dietro le sue lezioni, vere e proprie performance attoriali. Greenwell invidia ai suoi allievi la resistenza all'alcol e i muscoli solidi, la giovinezza e il candore. E quando pendono dalle sue labbra si sente finalmente desiderato, finalmente a casa. Attingendo ora al lessico dolce-amaro del ricordo, ora a quello assordante della pornografia, Purezza oltrepassa le barriere linguistiche e i tabù per delineare una nuova geografia: quella di un paese grigio anche d'estate; quella di un uomo triste anche quando felice. Le attenzioni di una classe di adolescenti e la lingua umida di un randagio pulcioso, nei giorni dell'abbandono, addolciranno l'eco delle stanze vuote.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carla Bruni - Le Ciel Dans ma Chambre 

venerdì 18 febbraio 2022

And the Oscar goes to: La fiera delle illusioni | The Lost Daughter | Don't Look Up | CODA

Il cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole, anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi (anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo. Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì, in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere antiquato, il film si rivela una morality play amara, nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi) di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto, batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)

Una professoressa di mezza età trascorre le vacanze al mare in solitaria. Qui viene attratta da una giovane mamma, dalla sua bambina e dalla bambola di lei: suggestionata dall'incontro, mette inconsciamente in moto vecchi e dolorosi ricordi. La trama di uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, all'apparenza elementare, era in realtà materia incandescente difficile da maneggiare. Ci voleva qualcuno coraggio come l'attrice Maggie Gyllenhaal, qui al suo esordio alla regia, che forse sarebbe stata una scelta ben più giusta della solita Olivia Colman per incarnare le fragilità della protagonista femminile. Per non uscire fuori dai margini, Gyllenhaal rischia pochissimo (cambia l'ambientazione: non più l'Italia, ma la Grecia) e adatta il tutto con fedeltà filologica. Ma mentre il romanzo è sottile, una scheggia perfetta, il film si trasforma per eccesso di zelo nella sua versione più densa, caotica e pesante. Pur conservando i vaghi simbolismi horror, la regista rinuncia all'aura perturbante e saffica della vicenda – leggendo avevo pensato a un incrocio bollente tra Swimming Pool e Chiamami col tuo nome –, concentrandosi sui flashback di gioventù: per quanto la candidata all'Oscar Jessie Buckley si confermi un'interprete straordinaria, avremmo voluto vedere più Datoka Johnson. Motore dell'azione, l'attrice delle Sfumature di grigio ha poche battute e nessuna alchimia con il personaggio di Leda, che su carta immaginavo più intrigante e sensuale di questa Colman un po' goffa sotto l'ombrellone. Si può trarre un film da una storia pressoché infilmabile? Può una sceneggiatura sciogliere i non detti dell'inconscio? Qualcuno come Jane Campion, spietata e morbida perfino nel suo ultimo western, avrebbe osato il miracolo. Maggie Gyllenhaal, per quanto audace nelle scelte – ricordiamo, infatti, una carriera attoriale costellata di piccoli ruoli scandalosi –, fa il passo più lungo della gamba e non si dimostra all'altezza. (6)

Non me ne frega niente, cantava Levante, se il mondo crolla e non mi prende. La stessa indifferenza avvolge i protagonisti dell'ultima commedia di Adam McKay. Minacciata dall'arrivo di un cometa, la Terra ha cinque mesi prima della collisione: gli scienziati DiCaprio (bollato come il più sexy della TV) e Lawrence (vittima di una caccia alle streghe a colpi di meme) ci hanno avvisati. Peccato che, tra uno scandalo della Presidente Streep, le disavventure sentimentali della pop star Ariana Grande e i piani megalomani di un novello Steve Jobs, a nessuno importi dell'umanità. Se nell'era del consumismo tutto può essere monetizzato, chi ci salverà da noi stessi? Lungi dall'essere il miglior film del 2021, Don't Look Up è il più rappresentativo per ridere di gusto dei nostri folli anni e dei nostri folli coinquilini in quest'immensa casa blu chiamata Terra. Di quelli che negano ottusamente l'evidenza, anche davanti alle fosse riempite dal Covid-19; di quelli che minimizzano, procrastinano, inquinano; di quelli, stolti, che quando il saggio DiCaprio indica la luna (anzi, la cometa) guardano tuttalpiù il suo dito teso. Un cast di nomi altisonanti, per fortuna tutti adoperati al meglio, ci bacchetta prontamente in due ore tanto inquietanti quanto deliziose. L'apocalisse è già qui, ma siamo troppo impegnati a guardare altrove. Tranquilli: non è niente di serio, grazie a un quarto di Xanax e a una sceneggiatura originale (si fa per dire: si limita a mettere in fila i nostri cliché, i nostri orrori, il nostro peggio) già in odore di Oscar. (7)

Cosa si prova a essere l'unica persona udente in una famiglia di sordi? Lo ha raccontato Claudia Durastanti in un libro finalista al premio Strega e, ancora prima, un film francese di qualche anno fa: La famiglia Belier. Grande successo di pubblico e critica, si è inevitabilmente prestato a un remake americano. A sorpresa, l'ennesimo rifacimento non richiesto ha stravinto anche all'ultimo Sundance. E allora meglio concedere un'opportunità a CODA (acronimo di Child of Deaf Adults), diventato uno dei protagonisti della stagione dei premi. Ruby, diciassette anni, ha una doppia vita. Ogni mattina sale come mozzo su un peschereccio per poi appisolarsi in classe. Sbeffeggiata dai coetanei, in casa è comunque a disagio a causa di quei familiari rumorosi, libertini, imbarazzanti. Sordi. Destinata a seguire le loro orme nell'attività di famiglia, la giovane si impensierisce quando scopre un talento inespresso: la musica. Ma come potrebbe una carriera da cantante non apparire un affronto verso i genitori? Di buoni sentimenti, perfetto in tempi di inclusività, questo remake prende molti degli sketch comici del film originale, ma con un convincente alternarsi dei punti di vista approfondisce il disagio vissuto dai protagonisti. Nonostante gli occhi (lucidi) siano puntati sul talento di Emilia Jones, attrice emergente di straordinaria empatia, c'è spazio anche per gli altri membri della famiglia. Per le loro paure, per il legittimo egoismo, per il loro drammatico isolamento. Apparentemente esclusi dalla ricerca dell'indipendenza della secondogenita, provano tuttavia il doloroso bisogno di capirla. Questa volta non si chiamano Belier, ma Rossi. Non parlano francese (be', si fa per dire), ma inglese. E lì dove non arrivano le parole intervengono magicamente l'università dei gesti, delle canzoni e un'emozione chiamata cinema. (7,5)

venerdì 11 febbraio 2022

Recensione: Morsi, di Marco Peano

 
| Morsi, di Marco Peano. Bompiani, € 17, pp. 186 |

Considerato a torto un genere minore, l'horror ha saputo farsi metafora degli argomenti più disparati. Non stupisce allora che Marco Peano, autore dell'acclamato L'invenzione della madre e stimato editor Einaudi, sia tornato in libreria con una storia vicina ai mondi di Stephen King: una favola nerissima, in pendant con il candore della neve e il rosso fluviale del sangue. Citando apertamente Shining e It, Morsi digrigna i denti e racconta i disagi universali della crescita attraverso il filtro dello splatter: che siano avvisati i deboli di stomaco. In un paesino delle valli piemontesi, a metà degli anni Novanta, un vento gelido proveniente dalla Russia – forse proprio dalla famigerata Cernobyl'? – sconvolge i bollettini meteorologici e il quieto vivere degli abitanti. La neve, abbagliante, semina smarrimento. Il silenzio è impenetrabile. Ma i cuori, intanto, battono forte un ritmo di morte. Disorientati, i piccoli protagonisti si imbarcano in un'avventura ai confini della realtà: i pericoli si annidano soprattutto fra gli adulti.

Ormai era chiaro a entrambi che diventare grandi significa imparare a dire addio.

Sonia, dieci anni, si è da poco riprese da una febbre che l'ha resa un po' più donna: di notte si sveglia con la mascella indolenzita per via del bruxismo e si rigira talora nel letto, in preda ai primi turbamenti. Si domanda, ad esempio, come facciano due innamorati a non mordersi mentre si scambiano un bacio alla francese. Studiosa e matura, si affida per il resto al potere delle parole e, in mancanza di una maggiore stabilità familiare, alle cure della nonna. Peccato che l'anziana – rispettata all'unanimità, o più probabilmente temuta – non conosca dolcezza e, in segreto, traffichi con l'occulto. Cosa nasconde nella stanza che tiene chiusa a chiave? Qual è il legame tra lei e l'insegnante che, un giorno, ha raggelato un'intera classe a colpi di taglierino? Mentre gioca alla detective, muovendosi in punta di piedi in una casa d'un tratto niente affatto rassicurante, Sonia incrocia il cammino di Teo: un coetaneo a proprio agio con le malie del dialetto e la praticità della vita contadina, disposto a correre il rischio pur di affiancare l'amica passo dopo passo.

Per quanto si possa tentare di dimenticarli, alcuni momenti della vita emotiva di ciascuno di noi risultano indelebili. Che sia un episodio tremendo o piacevole, un evento gioioso o qualcosa che si vorrebbe cancellare per sempre, il tempo agisce sulla memoria lasciando un segno. Una cicatrice, per costringerci a ricordare – ogni volta che ci si passa sopra il dito – che qualcosa è accaduto.

Il passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, in Peano, è un rito d'iniziazione doloroso e sanguinario: parte come una tipica vicenda di formazione, ambientata nella profonda provincia settentrionale; muta rapidamente, poi, in un pandemonio di cannibalismo e autodistruzione; si assesta, infine, nei territori del survival horror, con tanto di macchina fotografica di Topolino per immortalare i momenti clou. La scrittura dell'autore, cristallina a dispetto dei toni foschi, trasfigura luoghi sicuri (le aule scolastiche, le case piene di chincaglierie dei nostri nonni) in autentiche scene del crimine e raggiunge, a tratti, picchi di sensibilità che me l'hanno reso sorprendentemente affine. È questo, nel mio piccolo, che ho scritto in passato. È questo che mi piacerebbe scrive in futuro. Le poche pagine, purtroppo, gli impediscono di approfondire alcune sottotrame: l'epilogo chiarisce soltanto alcune delle stranezze di Lanzo Torinese; le sequenze truculente, generosissime, hanno la meglio sulla delicatezza di alcuni momenti d'insieme; la metafora alla base della vicenda s'intravede filigrana. Atteso al varco, ma inatteso in vesti simili, Peano mette la narrativa italiana – di cui conosce a menadito, ormai, i meccanismi intrinseci – al servizio del genere. Il risultato è un intreccio tanto semplice quanto efficace che avrebbe dovuto concedere a Sonia e Teo più tempo per collezionare piccoli brividi e diventare, così, grandi insieme. Crescere? Che paura.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Kasabian - Stevie 

lunedì 7 febbraio 2022

Recensione: Verso il paradiso, di Hanya Yanagihara

| Verso il paradiso, di Hanya Yanagihara. Einaudi, € 22, pp. 766 |

Leggo Hanya Yanagihara per trovare salvezza dai miei lati peggiori. La scorsa estate, vittima di un'apatia che mi rendeva estraneo al mondo, mi sono affidato a Una vita come tante in cerca della catarsi del pianto. A gennaio, invece, isolato in camera insieme al virus e ai miei soli pensieri, ho atteso l'arrivo di una nuova storia – anzi, tre – per fuggire lontanissimo da me. Questa volta, lo ammetto, non avrei tollerato l'ennesimo magnifico struggimento. E l'autrice, per fortuna, ha avuto grande cura di me e della mia solitudine: nell'arco di oltre settecento pagine l'ha riempita di voci. Le sento anche ora, a lettura ultimata, e tento di districarle a furia di scriverne. Ma si può realmente possedere un romanzo così ampio, sfuggente, indefinibile? È forse possibile averne a colpo d'occhio la visione d'insieme? Mi piacerebbe riportare alla mente tutti i dettagli, grandi e piccoli; individuare la costante in grado di sbrogliare l'equazione. Ma è impossibile, tanto quanto la pretesa di scorgere una silhouette claudicante sull'uscio di un condominio di mattoni: il nostro Jude St. Francis, sappiatelo, non abita lì. Restano allora le strade di New York, una poetica malinconia di fondo, una dimensione umana dal calore contagioso e, soprattutto, una domanda sprovvista di risposte nette: cos'è il paradiso?

Le amicizie a quell'età sono così fragili, perché quello che sei – non solo le tue dimensioni fisiche, ma pure quelle emotive – cambia moltissimo da un mese all'altro. […] Ci eravamo allontanati, non divisi, e quando ci vedevamo da lontano nei giardini della scuola o nei corridoi, facevamo un cenno con la testa, o con la mano, i gesti che faresti in mare, da lontano, dove sai che la voce non si sente. Quando più di una decina d'anni dopo ci ritrovammo, parve in qualche modo inevitabile, come se fossimo entrambi andati alla deriva così a lungo da doverci ritrovare prima o poi.

In un Ottocento ucronico, la fine della guerra di secessione ha portato all'indipendenza della città e all'avvento dei matrimoni egualitari. Immerso in atmosfere degne di Jane Austen, un giovane di ricca famiglia si scopre combattuto tra il matrimonio combinato con un vedovo e il sentimento bruciante per un insegnante socialmente inferiore a lui. Il paradiso è una casa status symbol, già pronta a essere ereditata, o una tormentosa passione da romanzo d'appendice? Mentre l'avvento dell'Aids falcia un'intera generazione, un venticinquenne di nobili origini hawaiane riflette sull'amore e la morte: i migliori amici del suo partner stanno morendo come mosche e ogni rimpatriata si trasforma in una festa di addio; il padre lontano, colpevole di un torto indicibile commesso in nome del fanatismo, domanda di lui in un delirio struggente. Il paradiso è un salotto in cui risuonano le chiacchierate di amici un po' attempati, o l'utopia di restaurare la sovranità hawaiana in trenta ettari? Ci si sposta nel futuro, infine: l'apocalisse si esprime con un lessico ormai familiare. Continuamente in balia di virus di differente entità, il mondo è diventato una distopia in cui vigono la legge marziale e i baratti, i ribelli vengono massacrati in pubblica piazza e i matrimoni, combinati con la forza, mirano a scoraggiare l'omosessualità. Prigioniera di un matrimonio senza amore, una tecnica di laboratorio segnata dalla malattia fa i conti con sentimenti nuovi e spaventosi: la gelosia verso il marito, al centro di una vita parallela; l'attrazione verso l'ultimo arrivato nel distretto, che osa avanzare quesiti di natura personale; la nostalgia per il nonno epidemiologo, che in una lunga corrispondenza confessa amaramente di aver sacrificato gli equilibri della famiglia per la salvezza della specie. Il paradiso è una società in cui il caos è arginato con fermezza, o il buio del guado?

Tu sei tanto giovane; hai passato quasi metà della tua vita vita accanto alla morte e alla possibilità della morte – ci hai atto il callo, che è una cosa che mi spezza il cuore. E allora forse non capirai fino in fondo quel che ti voglio dire. Ma quando si invecchia, si fa tutto ciò che si può per restare vivi. A volte nemmeno ti accorgi di farlo. A volte, un istinto, un sé deteriore, prende il controllo: e perdi ciò che sei. Non succede a tutti. Ma succede a molti.

Nell'impossibilità di bissare il successo precedente, Yanagihara spezza le linee temporali e la compattezza della narrativa americana; spiazza. Costruisce un dedalo di storie dentro storie, e di epoca in epoca ripropone nomi di battesimo (David, Edward, Charles) e indirizzi (Washington Square). Si tratta delle stesse persone in realtà differenti? Se fossimo in un film, avrebbero gli stessi volti o sarebbero sconosciuti gli uni agli altri? I nessi, poco manifesti, vanno cercati unicamente in questa galleria di giovani inetti, nonni granitici, triangoli sentimentali e famiglie omogenitoriali; in riflessioni sulle radici culturali e l'identità, sul sangue e sul crepacuore dei sogni infranti. Quale mondo lasceremo ai nostri figli? In che mondo li lasceremo? Solidale e spietata, con una scrittura che è un mare caldo in cui è incantevole immergersi, l'autrice apre finestre, parentesi, squarci; registra i passi falsi commessi lungo i cammino dell'utopia. Ma se i genitori sono umani, dunque fallibili per natura, allora tocca ai loro eredi abbandonare la sicurezza dei confini già tracciati. Rinunciando, però, a cosa? Affrancarsi significa costruirsi un paradiso su misura. Lo fanno i protagonisti, combattuti tra andar via o restare, tradirsi o scoprirsi. Lo fa Hanya Hanagihara, alle prese con un cambio di rotta che scontenterà più di qualche accolito. I loro passi – avvolti da una luce misteriosa – sfumano nella vaghezza dell'incerto, fin quando non distogliamo finalmente lo sguardo: sono troppo distanti. Verso il paradiso.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Judy Garland – Somewhere Over The Rainbow

mercoledì 2 febbraio 2022

Recensione: Niente di vero, di Veronica Raimo

| Niente di vero, di Veronica Raimo. Einaudi, € 18, pp. 163 |

Ci sono copertine, buffe e dolenti, che sembrano raccontare di per sé una storia. Quella di Niente di vero, in libreria dal 1° febbraio, sfoggia una smorfia irresistibile. Cosa increspa il viso della ragazza in primo piano: una risata incipiente, un dolore soffocato oppure un sentimento sfuggente, a metà tra la pazza gioia e lo struggimento? Perfetta sintesi delle contraddizioni di Veronica Raimo, questa fotografia in bianco e nero è il lasciapassare per il mondo segreto dell'autrice: una donna cresciuta in una famiglia non più disfunzionale di tante altre, che qui racconta a cuore aperto un lutto (mai elaborato), la maternità (indesiderata), il sesso (una scoperta sconcertante), l'editoria (una favola a cui prestare scarsa fede).

Possono toglierci tutto tranne i ricordi, si dice. Ma chi mai sarebbe interessato a questa espropriazione? La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato.

Romanziera, sceneggiatrice e traduttrice, non sognava di fare la scrittrice: da bambina voleva diventare una rockstar. Peccato che non abbia mai imparato a leggere l'orologio analogico, ad andare in bicicletta, a nuotare: figurarsi, dunque, a suonare il basso. Tutta colpa della pigrizia, che sin dall'adolescenza ha trasformato in fugaci pensieri astratti qualsiasi speranza di fuga. Tutta colpa della famiglia, che ha educato lei e il fratello Christian – a sua volta scrittore – all'hobby della noia. Cresciuta in un appartamento romano mutevole quanto una scenografia teatrale, senza privacy né bidet, Veronica si allontana presto dal nido, ma non c'è città abbastanza remota per sfuggire alle telefonate di mamma Francesca: una vedova pressante e un po' offensiva, strenuamente legata ai ricordi idealizzati del marito defunto, di cui cito en passant le ipocondrie legate al disastro di Cernobyl' e il pallino per lo scatolame. Veronica soffre d'insonnia. Veronica soffre di stitichezza. Veronica ha il seno piccolo, ma tutti le regalano reggiseni. Veronica non vuole bambini, ma tutti le rifilano anzitempo tutine per neonati. Tagliata fuori dal mondo degli adulti responsabili, proprio come da bambina le succedeva con i passatempi dei coetanei, firma il suo personale romanzo di formazione a quarantaquattro anni. D'altra parte, c'è forse una scadenza?

Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita, si dice. In realtà la famiglia se la caverà alla grande, come è sempre stato dall'alba dei tempi, mentre sarà lo scrittore a fare una brutta fine nel tentativo disperato di uccidere madri, padri e fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi.

Brutale senza risultare respingente, brilla per la nonchalance con cui ricorre al turpiloquio e per la leggerezza con cui riduce le tragedie in freddure. Accusata da un anonimo collega di essere una narratrice troppo algida, si reinventa grazie a questo spassoso flusso di coscienza in grado ora di intenerire, ora di amareggiare. Dimenticate la prosa intricata e oscura di Ciabatti: quando si racconta, benché senza un filo logico, Raimo è una boccata d'aria fresca. Un'amica scherzosa e linguacciuta che elenca il male di cui è stata capace – atti mancati, bugie, sbagli, lacune – inconsapevole del bene ispirato, nel frattempo, nell'interlocutore. Perennemente inadeguata, preferisce farsi fotografare di spalle e, alla maniera dei camaleonti, cambia colori per non farsi riconoscere nemmeno dai parenti. Ma nella sua voce, bella anche se tormentata, risuona la pace di chi è venuto a patti con sé stesso. Una storia è un concetto ambiguo, dice a un certo punto uno dei personaggi secondari. Ambigua lo è soprattutto questa – piena zeppa di ricordi falsificati, di finali alternativi e abbellimenti di sorta, di amanti immaginari. La nostra memoria è un quadro contraffatto, un gioco truccato. La vita, dunque, non è che una bugia che raccontiamo a beneficio del prossimo. Troveremo, prima o poi, il coraggio di diventare le persone che fingiamo di essere agli occhi altrui?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: La rappresentante di Lista - Resistere

venerdì 28 gennaio 2022

Recensione: Pancia d'asino, di Andrea Abreu

 
Pancia d'asino, di Andrea Abreu. € 15, pp. 150 |

Qualcuno, non troppo a torto, le ha definite le Lila e Lenù dell'isola di Tenerife. Amiche per la pelle, ma all'occorrenza anche rivali spietatissime, condividono le barbie e le estati. Hanno caratteri spigolosi e, nonostante i loro dieci anni, guardano tutti dall'alto in basso. Ogni giornata è una sfida per primeggiare. Ogni arrivederci è struggente. Appaiate come certi yogurt, forse predestinate, si presentano a noi lettori al termine della scuola per poi salutarci con il sopraggiungere di settembre. Prevedibilmente lasceranno intonso il libro delle vacanze. Hanno troppo da sperimentare, troppo da vivere. Quale sapore hanno l'anice, il caffè o il piccante? È vero che nel bosco vivono streghe che imbrattano di escrementi gli usci delle case? Quanto è spaventoso il sesso, quanto è lontano il mare? Lontane dai residence dei turisti, separati dagli abitanti locali da una specie di strato di pellicola, le piccole protagoniste giocano a fare cose da grandi e puoi immaginarle incedere da lontano tra il gracidare delle rane e il rombare delle betoniere: camminano scortate da uno stuolo di cani randagi e, a ogni passo, si pizzicano le mutande finite nel sedere.

In quel momento, quando il manto di nuvole si apriva in crepe sottili sottili, l'ultima luce del giorno cominciava a trapassare il cielo e tutto diventava d'oro brillante. Mi veniva un'angoscia fortissima al petto, come se mi mancasse il respiro. Io non sapevo mai salutare Isadora. La guardavo come una che dovevo salutarla per molti anni. Ma Isadora mi accompagnava a casa. Mi accompagnava sempre. E poi io accompagnavo lei. E lei accompagnava me. Propio come le confezioni di iogur del negozio, aveva detto lei una volta. Lo aveva detto parlando di noi pensando che non la sentissi, e invece sì. Come le confezioni di iogur che sono sempre a due a due.

La narratrice, soprannominata Shit, vive all'ombra Isora: preda di un'adorazione ossessiva, fagocitante, che un po' somiglia all'amore e un po' a nient'altro. Mentre la prima è duttile e poco intraprendente, l'altra è la reginetta del barrio: nipote della proprietaria dell'unico alimentari in zona, parla senza vergogna ai ragazzi e agli adulti e con il suo sguardo impenetrabile, con i suoi denti infallibili, divora il mondo in maniera bulimica. Shit, però, vorrebbe conoscere anche gli abissi in cui talora sprofonda: dove finisce Isora quando la tristezza è così forte che pensa di farla finita? Immerse in un sudicio canale, qualche volta chiudono gli occhi e pensano al mare: vicino eppure irraggiungibile. Spregiudicato, selvaggio e bellissimo, l'esordio di Andrea Abreu – classe 1995 – somiglia alla lava incandescente che un giorno potrebbe far sprofondare all'inferno l'isola e i suoi abitanti. Sorto all'ombra di un vulcano, il quartiere descritto dall'autrice ha gli odori forti, le feste patronali e i palazzoni abusivi del nostro Sud Italia. Perennemente sormontato da una cappa di basse nuvole grige – il titolo del romanzo si riferisce a questo preciso fenomeno meteorologico –, vive in uno stato di pigra sospensione. Cosa avrà in serbo il cielo: pioggia scrosciante o sole?

Nei giorni che Isora voleva morire sentivo anch'io che volevo morire e lei mi diceva che il modo migliore di morire era riempire d'acqua calda la vasca da bagno fino all'orlo e tagliarsi le vene. Io mi domandavo come faceva a sapere tante cose che io non sapevo e allora diventavo triste perché pensavo che io non avevo una tristezza mia, che la mia tristezza era la sua ma dentro di me, una tristezza come d'imitazione, una tristezza copiata, una tristezza tarocca, quello ero io, perché io non avevo motivi per essere triste ma me li inventavo.

Corrono i primi anni Duemila, gli stessi della mia infanzia. Shit e Isora ascoltano le canzoni degli Aventura con l'mp3, scrivono su Messenger, guardano i Simpson e Walker Texas Ranger, sbraitano contro contro il telegiornale quando la notizia della caduta delle Torri gemelle interrompe i loro intrattenimenti preferiti. Ma si sbucciano anche le ginocchia a sangue, simulano atti sessuali con le bambole, si masturbano con i pennarelli colorati, si inducono il vomito o la dissenteria. Ricordate com'era avere dieci anni, tabù compresi? A differenza di Elena Ferrante, sempre impeccabile, Abreu è incuriosita dalle pelurie, dai fluidi corporei, dal contatto fisico, dalle storture. La scrittura, innovativa, si adegua alla sua voce: la lingua di Pancia d'asino è un esperanto euforico, sgrammaticato, volgare, fatto di uno slang americano scimmiottato alla bell'e meglio e di una punteggiatura spesso assente (bravissima la nostra Ilide Carmignani, chiamata questa volta non a tradurre alla lettera, bensì a inventare). A volte credo di vederla con la coda dell'occhio, Shit. Eccola, mossa da sentimenti spaventosamente adulti, che supera i confini tracciati e insegue il sole. Magari si spingerà oltre il barrio, oltre l'amicizia con Isora, fino alla fine del mondo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gaia – Nuvole di zanzare