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venerdì 22 novembre 2024

Come (non) fare un sequel: Il Gladiatore II | Folie à Deux | Giorno 1| Beetlejuice Beetlejuice | MaXXXine

Se ho fatto il classico, la colpa è del Gladiatore. Epico, intriso di retorica e romanitas, è un bignami del mondo antico. In un'epoca senza idee, non stupisce l'idea di un sequel: l'ottantaseinne Scott è in forma e il cast è perfino quello delle grandi occasioni. Godibilissimo, il film è uno spettacolo dalla CGI discutibile in cui il protagonista è chiamato a lottare contro scimmie, rinoceronti, squali. Riuscirà a perdonare la madre e a realizzare il sogno di Marco Aurelio? Dappertutto aleggia il ricordo di Massimo, ma Lucio non ha né il carisma né l'emotività del suo predecessore: colpa di Mescal, totalmente fuori parte nel primo ruolo hollywoodiano. La riflessione politica resta l'elemento più stimolante. In una Roma logorata dall’imperialismo, tutti, schiavi compresi, sognano il potere. Tra il prode Pascal e il gigioneggiante Quinn, a spuntarla è il grande Washington: luciferino, eleva un copione frutto dell'AI a un'allegoria dell'America contemporanea. Ma tutto è talmente senz'anima che bisogna aspettare le note della vecchia colonna sonora per avvertire un brivido in poltrona. Il Gladiatore II non contribuirà al crollo delle iscrizioni al classico, ma non troverà nuove generazioni da ispirare con il mito della Città Eterna. (5,5)

Chi scrive considera il musical una delle più alte forme di cinema e aveva reputato Joker un crime in cui tutto era spettacolare, violenza compresa. Folie à Deux è troppo stridente per essere uno degli incanti omaggiati dalla colonna sonora: i protagonisti intonano a cappella le loro battute e soltanto raramente la dimensione del musical li sottrae alla solitudine, alla malagiustizia, al voyeurismo. Fleck vorrebbe inoltre rinunciare a Joker: il pubblico ha trasformato un uomo bipolare in un supercattivo. Metacinematografico, antinarrativo e anticlimatico, il film si fa odiare non tanto per il suo essere a cavallo tra generi, né per una Gaga con le labbra troppo gonfie di filler, ma per il suo essere una sconfessione del primo: la decostruzione di un antagonista a lungo glorificato; un dito medio al people pleasing. Phoenix interpreta il Joker da cui nessun ragazzino vorrebbe vestirsi a Halloween. Noi siamo la folla fuori dal tribunale: confidiamo nella sedia elettrica. Le sue groupie: ragazze in cerca di brividi facili. Gli spettatori che all'uscita dalla sala digitano: che merda, evitate, cos'hanno fatto. A Joker, in un gesto prometeico, Phillips ha restituito l'umanità e strappato la maschera. Meglio essere centomila clown, o nessuno? È il dilemma di un'operazione bellissima e incompresa, in cui, grazie al regista, Arthur non rischia mai di essere un personaggio in cerca d'autore. Amaramente, però, resterà in cerca di pubblico. (8)

L'apocalisse è ormai qui. I mostri sono tra noi. Grazie alla famiglia Abbott, conosciamo ampiamente le regole del gioco: è severamente vietato fare rumore. John Krasinski cede lo scettro a Michael Sarnoski, già regista del delicatissimo Pig, ma poco cambia. Questo prequel, che dovrebbe raccontare l'origine dell'invasione, in realtà nulla aggiunge e nulla toglie alla mitologia di A Quiet Place. A fare la differenza è l'intensità straordinaria dei protagonista: Lupita Nyong'o, una malata terminale aggrappata alla poca vita che le resta, e Joseph Quinn, expat tormentato dagli attacchi di panico che apre finalmente l'horror alla vulnerabilità maschile. Al bando il rumore, si diceva. Ma gli sguardi espressivi del cast urlano paura, confusione e tenerezza in ogni frame. Narrativamente Giorno 1 è un'operazione senza nessuna sorpresa, ma sa commuovere fino alle lacrime grazie al collage di brutture e gentilezze di cui il genere umano si dimostra capace. L'inno alla vita che non ti aspetti? Arriva da un blockbuster pieno di morti. Un incrocio tra La guerra dei mondi e Soul, dove sfogliare poesie sulle rovine fumanti di una libreria, sognare una pizza da asporto e carezzare un gatto rosso ci aiuterà a sconfiggere la solitudine e altri mostri. (7,5)

È da Sweeney Todd, arrivato in sala nel lontano 2007, che Tim Burton fatica a trovare l'ispirazione. Dopo oltre un decennio di progetti dimenticabili, attraverso i quali il regista ha rischiato pericolosamente di diventare la caricatura di sé stesso, se ne torna nella comfort zone con il seguito di uno dei suoi cult. Non ho dovuto aspettare trentasei anni, io, per conoscere il destino dei protagonisti di Beetlejuice: ho recuperato il primo soltanto di recente e senza euforia. Questo ritorno, agli occhi di uno spettatore dell'ultima ora, è parso un amabile e divertente casino. Tre generazioni di donne a confronto, una moglie vendicativa, vecchi amori (Keaton, Rider, O'Hara) e nuovi (Ortega e Bellucci: magnetica presenza, quest'ultima, poco sfruttata) vengono riuniti nella stessa casa, qui curiosamente vestita a lutto. Macabro ma tenero, spaventoso ma innocuo, l'ultimo Burton strizza l'occhio a generazioni vicine e lontane: non osa sorprese, in una sceneggiatura semplice e un po' frettolosa, ma ci regala un paio di sequenze memorabili (una, in bianco e nero, è un omaggio al cinema di genere del nostro Mario Bava) e idee fresche fresche per Halloween. Dopo svariati flop, ci si accontenta. Anche se, Tim, ti piace vincere facile? (6)

C'era grande hype per la fine della trilogia di Ti West, iniziata con X (slasher anni Settanta sulla solitudine della vecchiaia) e poi proseguita con Pearl (cult istantaneo finito nel meglio della scorsa annata). Maxxxine, ben più sponsorizzato e distribuito in sala in pompa magna, è l'apoteosi della nostra eroina texana dal corpo da pin-up e dai metodi poco ortodossi: dopo il suo esordio nel porno ha finalmente raggiunto Hollywood, ma il passato la perseguita. Si tratta, tuttavia, del punto più basso toccato dalla serie. Ambientato negli abusati anni Ottanta, in cima alle colline rese per sempre immortali da Mulholland Drive, il film si rifà pedissequamente ai thriller erotici di Argento, Fulci, De Palma. L'assassino ha mani guantate, semina qualche morto ammazzato, ma la sensualità scarseggia e il gioco di citazioni continue, questa volta, si inceppa e annoia. Senza particolare ispirazione, West vive della luce riflessa della sola Mia Goth, nel frattempo diventata la star che ci si auspicava; ma, in un cast inutilmente sopra le righe, a crederci sembrano essere soltanto lei e un'algida Elizabeth Debicki, perfetta nei panni di una regista donna in un'industria misogina. Un plauso alla sequenza ai piedi del Bates Motel: ho sempre trovato il sequel di Psycho degno di una riscoperta tardiva. Ma oltre gli omaggi, “sotto il vestito”, niente. (5)

sabato 22 luglio 2023

Recensione: Less a zonzo, di Andrew Sean Greer

Less a zonzo, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 20, pp. 280 |

L'ho portato con me su un aereo per la Sardegna. L'ho letto su una sedia rossa, in un camping un po' hippy in cui tutti giravano seminudi. Non poteva che essere questo il destino di Less, che mi ha seguito fedelmente anche in un tour per le isole della Maddalena: andarsene a zonzo. Tornato in libreria con un secondo capitolo non necessario ma comunque godibile, il vincitore del Pulitzer ha ritrovato l'amore: non radici solide. Sorprendentemente temerario, lo scrittore omosessuale di Andrew Sean Greer abbandona il caratteristico completo blu e si fa crescere i baffi a manubrio. Guida un camper, ha un carlino al seguito, si mimetizza discretamente: lui che è sempre fuori fuoco, lui che anche a cinquant'anni suonati non smette di inseguire invano gioventù e bellezza. Questa volta, indebitato fino al collo, cerca di salvare casa e famiglia in un viaggio su ruote che lo porterà fino alle origini, in Delaware. Nel mezzo ci sono: un premio letterario da decretare, un'intervista a un capriccioso autore fantasy, un adattamento in chiave musical finanziato da un misterioso benefattore. E, soprattutto, l'ombra di un padre truffatore a cui il nostro eroe somiglia ogni giorno di più.

Vai a perderti da qualche parte, ti fa sempre bene.

Lo si comprende sin dall'incipit, ambientato al funerale di Robert, lo storico ex che per anni ha rappresentato il baricentro del protagonista: dovrà fare i conti con tutti gli uomini della sua vita. Da alcuni ha preso in prestito ambizioni, riti, nevrosi; da altri la sindrome di abbandono. E poi c'è Freddie, il compagno ritrovato nonché il narratore dell'intera vicenda, che gli giura amore al telefono ma è in cerca, intanto, della propria voce. C'è aria di crisi. La stessa crisi coinvolte anche gli Stati Uniti. Me Less, per fortuna, non è a disagio nel caos. Inetto memorabile nel suo candore, ape tardiva tormentata dai rimpianti, il protagonista si conferma un grande padrone di casa con i suoi modi alla Charlot. Poco importa se, a questo giro, le tappe sono meno accattivanti o i capitoli più lunghi. Strampalato eppure profondamente crepuscolare, il romanzo diverte fino alle risate: vedasi l'equivoco finale, o le interazioni del protagonista in un goffo tedesco (che sembra, in traduzione, sardo). Ma scorre vita vera, vita piena, soprattutto nelle preziose riflessioni esistenziali tra una tappa e l'altra. In attesa del perdono, o di un uragano: l'unico in grado di spazzare via traumi infantili e adolescenze mai vissute?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Zac Brown Band - From Now On

martedì 25 gennaio 2022

Recensione: La casa senza ricordi, di Donato Carrisi

| La casa senza ricordi, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 398 |

Me lo hanno regalato per Natale, come da tradizione, e l'ho portato con me in vacanza nella terra d'origine dell'autore. In una vecchia presentazione Donato Carrisi aveva dichiarato che Il suggeritore, esordio indimenticabile, fosse nato proprio all'ombra dei trulli. L'idea di terminare l'anno ospite di La casa senza ricordi, sfortunatamente, non è stata delle migliori: per me, fan della prima ora, è il romanzo più deludente del giallista pugliese. Sequel di La casa delle voci, a sua volta già poco entusiasmante, riprende le vicende di Pietro Gerber: psicologo infantile e ipnotista, ha messo a rischio famiglia e reputazione per il caso di Hanna Hall. Ormai divorziato, gira lungo le strade di una nebbiosa Firenze nel solito trench Burberry in attesa del prossimo caso di cronaca nera. Può un bambino con il caschetto biondo e gli innocenti occhi azzurri essere il novello mostro della città?

Tu l'hai mai incontrato un mostro, dottore? Uno di quelli che pensi esistano soltanto nelle fiabe o nei film dell'orrore? Un essere immondo, uno sbaglio di Dio? Per capire che ce l'hai proprio davanti agli occhi, devi prima convincerti che è possibile. Ed è la parte più difficile. Perché nessuno ti ha mai insegnato a riconoscerlo. Nessuno ti ha mai spiegato che, quando lo vedrai, ti sembrerà del tutto simile alle persone che incontri ogni giorno.

Scomparso insieme alla mamma otto mesi prima, Nico è stato trovato nei boschi del Mugello in stato catatonico ma senza un capello fuori posto: che abbia ucciso la madre, rimasta nel frattempo irrintracciabile? Passo dopo passo, innesto dopo innesto, il protagonista s'intrufola nel girone infernale dei ricordi del bambino. Ma la storia da incubo che racconta Nico – ossia la convivenza con un misterioso orco in un casolare sperduto – è ambientata vent'anni prima e appartiene a qualcun altro. Esclusa l'evenienza di una possessione demoniaca, non resta che un pensiero: la mente del bambino, vittima di un subdolo parassita, è manipolata da un affabulatore; un ipnotista pari a Gerber, se non perfino più potente.

Nessuno è disposto a credere alle storie dei bambini.

Questo Carrisi si concede ritmi più dilatati, tempi meno serrati. Caratterizza i personaggi un po' meglio che negli ultimi scritti – li avevo trovati rapidi e cinematografici quanto sceneggiature –, introduce comprimari, sottotrame e idee. Le parti più degne di interesse riguardano il passato di Pietro e il suo rapporto con il defunto padre, il Signor B., membro di un'affascinante confraternita di ipnotisti fiorentini: è qui che l'autore intriga, da grande intrattenitore qual è, con giochi di carte in cui si rischia la pazzia o con brevi dissertazioni sulla licantropia (esiste davvero!). Il resto è una sfida a distanza tra ipnotisti, circondata da un'aura di paranormale alla The Prestige, in cui il piccolo Nico diventa un tramite tra Pietro e il suo personale Moriarty. Quale sarà l'identità della sua nemesi? Lungo, nebuloso e frustrante, il romanzo finisce per seminare domande e disappunto in un epilogo inconcludente più che sospeso: un buco nell'acqua. Non aspettatevi colpi di scena né risposte: sono rimandate al prossimo best-seller, per fidelizzarci tutti meglio. Sempre di arrivarci, questa volta, con qualche ricordo a cui aggrapparsi.

Il mio voto: ★★

giovedì 12 novembre 2020

Recensione: Borgo Sud, di Donatella di Pietrantonio


| Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 19, pp. 168 |

A volte i nomi – in questo caso i soprannomi – plasmano il destino. L'arminuta, letteralmente “colei che ritorna”, non poteva altro che ripresentarsi in un seguito tanto inaspettato quanto atteso. A tre anni di distanza dal romanzo vincitore del Premio Campiello, Donatella Di Pietrantonio riprende le fila di una storia che tutti noi credevamo conclusa. Ambientato tra la Francia e l'Italia, a qualche decennio dagli eventi del primo romanzo, Borgo Sud racconta l'età adulta di un personaggio ancora senza nome. Cresciuta per tredici anni dai genitori affidatari, la protagonista veniva a conoscenza della sua famiglia d'origine nel momento di farvi ritorno. Ultima arrivata, era la meno indispensabile dei sei figli: un'estranea abituata alla bambagia, all'improvviso a disagio in un paese anonimo a cinquanta chilometri dal centro principale. L'unica persona affezionata era Adriana, la sorella minore: le due non si perderanno mai di vista. Rivendicando un proprio posto nel mondo, sempre sballottata qui e lì, la protagonista studia prima a Pescara e poi parte per Grenoble. Quanti chilometri tocca mettere tra sé e gli altri per reinventarsi? L'unico modo per ricominciare è l'espatrio? I lacci della famiglia e una chiamata nel cuore della notte la costringeranno a tornare.

C'era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.

Ho avuto il piacere di partecipare a una diretta Einaudi con altri cinque blogger e di sentire raccontata questa storia dalla viva voce dell'autrice. Una professionista sensibile, elegante, discreta, dotata della generosità d'animo delle persone timide che tra sé e sé nascondono mondi e virtù. La lettura del romanzo, purtroppo, a un primo impatto mi ha coinvolto meno del previsto. Giocato su continui salti temporali, Borgo Sud appartiene a sorpresa più ad Adriana che all'Arminuta: perfino il titolo, infatti, allude al quartiere di pescatori in cui la sorella sbandata e il figlioletto, Vincenzo, si stabiliscono prima di rendersi parte di un piccolo mistero da risolvere. Dopo aver condiviso brevemente l'appartamento universitario, le due hanno scelto strade diverse, quartieri diversi, ma amori parimenti sfortunati. Mentre la maggiore si è legata a Piero, dentista premuroso ma dagli atteggiamenti sospetti, Adriana vive l'amore folle per il pescatore Rafael, braccato dai creditori. Uguali ma diverse, loro malgrado compagne di sventure coniugali, le protagoniste si amano e si odiano, si prendono e si lasciano con modalità simili a quelle delle indimenticabili Lila e Lenù. Da grande estimatore di Elena Ferrante, le analogie tematiche non mi hanno permesso di apprezzare appieno Borgo Sud. Il secondo tassello di una storia di provincia, crescita e abbandono che con un background diverso avrei trovato appassionante e oggettivamente molto ben scritto: conoscendo nel dettaglio la tetralogia, invece, mi è parso minore – per quanto valido comunque – nel confronto. Per fortuna a fare la differenza ci pensano le ambientazioni inedite, che conferiscono carattere alla vicenda. È forse la prima volta, infatti, che mi capita di conoscere così bene gli scenari di un romanzo. Meravigliosamente letteraria, la città di Pescara meriterebbe più visibilità nella narrativa contemporanea. Ho sorriso di nostalgia riconoscendo le cadenze dialettali e i modi di dire, mi sono illuminato leggendo di festività e piatti tipici, ho scoperto che la protagonista e suo marito si sono conosciuti all'università che ho frequentato anch'io.

Mi trovavo non così lontano da casa mia, eppure era tutto diverso, un mondo a parte. Di là avevo lasciato un piccolo libro aperto sulle poesie che amavo, un seminario da preparare, un ordine stabilito; qui, dove Adriana mi aveva portato, la vita sembrava più vera, scandalosa e pulsante. Ne ero attratta e spaventata allo stesso tempo.

Affascinato, mi sono ripromesso che quando sarà nuovamente possibile spostarsi mi spingerò tra la riviera e il fiume per cercare la casa di Adriana: tra lamiere e graffiti, bancali e ormeggi, la intravederò apprendere le lenzuola in terrazza? Suggestionato dal garbo di Donatella, poi, ho riflettuto su un aspetto del romanzo che inizialmente mi aveva lasciato amareggiato: il focus volutamente spostato sul personaggio di Adriana, con l'Arminuta al contrario lasciata ancora avvolta nella maledizione della propria inquietudine. Con un audace taglio punk e un vestito blu, in un microcosmo solidale anche nelle bugie, la sorella minore è la vera protagonista morale: esercita il fascino dei personaggi che piacciono perché ribelli. Senza nome, ma non per questo anonima, l'altra si è riappropriata invece della vita medio-borghese, dell'istruzione accademica, della presunta solidità dell'amore: brama l'ordinario. Da ultima arrivata, per ironia della sorte si troverà a a fare da filtro e da collante. Ad assistere ai dolori dell'intera famiglia: la dispersione dei fratelli, le sbandate di Adriana, la malattia della madre biologica... Cosa possediamo e cosa ci possiede? È possibile fare i bagagli e fuggire dal proprio sangue? La narrazione frammentaria e le poche pagine non aiutano a far chiarezza su tutto. Borgo Sud è un seguito che vorrebbe raccontare “due figlie di nessuna madre, due scappate di casa”, ma che non riesce a contenerle entrambe. La morale di fondo è che nonostante le fughe disperate alcune città, alcune persone, resteranno sempre la nostra casa. Ma in attesa di rincrociare la penna dell'autrice e di leggere con occhi nuovi questa storia per la seconda volta, ricorderò più l'odore di aglio sfritto e salsedine sui vestiti, più lo splendore dell'Adriatico da un balcone di via Zara – insomma, le suggestioni –, rispetto al resto.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Sirene 

giovedì 16 gennaio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Klaus | Dov'è il mio corpo? | Frozen 2 | Il re leone

[Miglior film d’animazione] Uno sfaccendato giovin signore viene spedito come postino su un’isola divisa in due da una faida secolare. Il prologo è degno del capolavoro di Bram Stoker. Tra suggestioni gotiche a fantasia – case sbilenche, banchi di nebbia, figuranti spaventosi –, si arriva a una cascina costruita in fondo al bosco: ci vive un omone burbero e spaventoso non meno di altri – un giocattolaio che ha chiuso bottega per smaltire i dolori della vedovanza –, preziosissimo per aiutare il protagonista con la sua missione. Il postino esiliato ha l’obbligo di spedire un dato numero di lettere prima di dimettersi. Come farlo se laggiù vigono la grettezza e l’ignoranza, al punto che l’unica maestra si è improvvisata pescivendola? Inventarsi il personaggio di Babbo Natale, e dunque tutte le tradizioni a lui collegate. Nonostante badi al proprio tornaconto personale, il giovane farà felice i piccoli isolani. E nel mentre, involontariamente, aiuterà gli adulti a voltare pagina: il futuro della nostra società non è forse in mano ai bambini? Klaus è una bellissima fiaba dai vaghi sottotesti politici, che parla d’integrazione e precariato. Se all’inizio ci si lascia ammaliare da un'animazione spigolosa nello stile degli adorati Burton e Selick, le vere sorprese si nascondono in un prosieguo coinvolgente e creativo – a proposito delle origini della leggenda, vi siete mai chiesti il perché del caratteristico costume rosso o degli elfi per aiutanti? – che in chiusura lascia in lacrime. Si sa, ho lo stesso spirito umanitario del Grinch; per Marco Mengoni nei panni di doppiatore, in altre occasioni, avrò soltanto parolacce. Ma il ragazzo che non ama né l’animazione né il Natale, parlando con il cuore in mano, ha trovato riconciliante la visione del film di Sergio Pablos: si spera, un nuovo classico delle prossime festività. Rinfaccia con garbo a noi scettici, infatti, la bellezza delle cose in cui non crediamo abbastanza: l’infanzia, la generosità del prossimo, le favole. (8)

[Miglior film d’animazione] Una mano mozzata fugge dalla cella di una sala autoptica. In cerca di una storia d’amore a cui mettere il punto finale, sfiderà minacce continue – i piccioni, i topi, i cani, la forza di gravità – e cercherà conforto ora nelle carezze di un bambino, ora in una vasca da bagno. Comunque andrà, lascerà un’impronta. Altrove, invece, c’è questo ragazzo: orfano e straniero, sbarca il lunario come fattorino della pizza ma pur di avvicinarsi alla sua lei – in un primo momento soltanto una voce che flirta al citofono – s’improvvisa apprendista. L’attenzione, nei flashback, è focalizzata sulle sue lunghe dita da pianista. Cha sfiorano i tasti e le persone, smussano il legno, abbrancano il vuoto nel salto conclusivo. Cos’hanno in comune, insomma, un arto tronco e un cuore infranto? Da un’immagine all’apparenza macabra, Dov’è il mio corpo? trova lo spunto per un’avventura senza diretti precedenti. Premiato a Cannes e giunto con gioia alla stagione dei premi, l’esperimento del francese Jérémy Clapin ha il bianco e nero di Cuaròn; guizzi registici degni di Noé; la delicatezza intangibile di un anime. Romantico e vitale senza mai essere stucchevole, celebra la complessità del corpo – il nostro unico contatto con l’esterno – in una Francia di gru e igloo. Esperienza emotiva e corporea da provare, ha per isolato difetto la poesia un po’ ermetica di certi esperimenti indipendenti; un’idea da cortometraggio che lascia troppo di suggerito – compreso un epilogo che preferisce essere evocativo anziché incisivo. Poteva essere un capolavoro; poco male se si limita a essere bellissimo. Un’animazione che ha immenso tatto. Ma che, per fortuna, parla anche a tutti gli altri sensi. (7,5)

[Miglior canzone] Il primo Frozen mi aveva commosso come un bambino – tutto merito di Elsa, protagonista testarda e solitaria in cui ogni misantropo potrà rivedersi facilmente –, ma il gran parlarne aveva stufato presto. Materia per giocattoli, parchi a tema e pettegolezzi (sì, vorrei anch’io una fidanzata per la protagonista), rischiava di diventare la parodia di sé stesso con un seguito arrivato più tardi del previsto. Benché Il segreto di Arendelle abbia già infranto un record al botteghino, l’Academy questa volta è andata in direzione contraria: lo ha ignorato, e a giusta ragione? Scritto senza particolari colpi di scena, il film è un nuovo tassello dell’approfondimento psicologico di Elsa e del suo rapporto simbiotico con la sorella minore. In attesa della tanto chiacchierata storia d’amore, intanto la regina basta a sé stessa e ruba puntualmente le attenzioni con nuovi cambi d’abito e magie. Vittima del richiamo della foresta, parte per scoprire le origini di un misterioso patto infranto e di sé stessa. Dopo i dubbi di una prima metà ondivaga e schematica, l’emozione è in agguato nel finale. Il culmine di una ricerca sentita e sofferta, che non rinuncia né alle sequenze d’azione né alle battute di spirito del solito Olaf.  Visivamente superiore al primo – che bellezza l’esplosione naturale dedicata a Mostrati, la canzone più riuscita della colonna sonora – , Frozen si rivela discreto e maturo, grazie al messaggio ambientalista e a un epilogo non scontato. No, non è soltanto ritornelli orecchiabili – ode al gran voce di Serena Autieri – o merchandising. Adatto a grandi e piccoli, pur senza l’effetto sorpresa iniziale, conferma un importante dato di fatto: il gelo è solo nel titolo. (7)

[Migliori effetti speciali] Quella attuale passerà alla storia come la generazione dei remake in live action. Delle copie preferite, forse per maggiore comodità della fruizione, alle versioni originali. Dopo Dumbo e Aladdin, tornati al cinema con attori in carne e ossa e in versione parzialmente aggiornata, è toccato anche al Re Leone: lo ammetto, mai stato uno dei miei cartoni del cuore. Lungo e drammatico, al punto da essere una riscrittura in piena regola dell’Amleto shakespeariano, del film Disney incentrato su lasciti e potere ricordavo soprattutto le spalle comiche – il facocero e il suricato, subito iconici – e le poche canzoni presenti. Forse per la prima volta mi sono approcciato alla versione diretta dall’eppure bravo Jon Favreau senza attese né pregiudizi di sorta. La visione, però, è risultata deludente ugualmente. L’anonima copia carbone di quell’originale, strano ma vero, che nemmeno ricordavo nel dettaglio. Questa savana ha meno energia, meno emozione, meno colore. Fatta eccezione per l’aggiunta di qualche sporadica sequenza descrittiva, per il resto il film resta fedele nei dialoghi, nella trama e negli esiti. A parte per lo straordinario lato visivo – degno dell’attenzione naturalistica di un vero documentario –, non lo si ricorderà per nient’altro. Né per gli arrangiamenti musicali svogliatissimi. Né per un doppiaggio italiano che non brilla, tralasciando però le prove sorprendenti di Leo e Fresi. Tutto è al posto giusto, infatti, e tutto va come da copione, sulla falsa riga del Bardo. Ma il ruggito di questo Simba, sulla rupe dei re, è smorzato e tutt’altro che fragoroso. La colpa, ahimè, non è imputabile soltanto al doppiaggio del pessimo Mengoni. (5,5)

mercoledì 13 novembre 2019

Recensione: Cercami, di André Aciman

| Cercami, di André Aciman. Guanda, € 18, pp. 278 |


Elio e Oliver. Tutti fanno cenno alla loro storia d’amore, nessuno li ha dimenticati. Ma per tre quarti di Cercami, il romanzo che avrebbe dovuto riunirli, non condividono mai la stessa pagina. Forse, e dico forse, soltanto l’epilogo li vedrà insieme: difficile, tuttavia, prevedere se sarà felice o meno. Questo sequel che tale non è, a ben vedere, prenderà in contropiede gli eterni romantici che aspettavano un ritorno di fiamma in linea con i toni della prima volta. Diversissimo e spiazzante, ambientato a decenni da quella famosa estate italiana, l’ultimo romanzo di André Aciman è una caccia a Cupido che sconsiglio a coloro che erano interessati unicamente a conoscere la sorte dei due innamorati dopo il crepacuore dei titoli di coda. Mal sopportando i romanzi autoreferenziali e il fanservice – insomma, gli strascichi fuori tempo massimo –, non ho potuto fare a meno di accogliere a braccia aperte la virata a sorpresa dell’autore di Chiamami col tuo nome: un ritorno costituito da storie dentro storie, in cui i personaggi interpretati al cinema da Thimotée Chalamet e Armie Hammer hanno all’apparenza ruoli secondari. Basta forse questo a precludere la lettura di un romanzo, per il resto, intensissimo e narrato con grazia estrema? Si può attualizzare il passato, o limitarsi a vivere in funzione di esso? Se lo chiedono attanti vecchi e nuovi, mentre leggono le inquietudini di un giovane Dostoevskij e si struggono nella bellezza degli amori istantanei: speciali perché impossibili.

Eppure ci dev’essere almeno una piccola gioia nello scoprire che ognuno di noi si trova nella posizione di completare le vite di altri, di chiudere il libro mastro che hanno lasciato aperto e di giocare l’ultima carta al posto loro. Che cosa potrebbe esserci di più gratificante di sapere che spetterà sempre ad altri completare e concludere la nostra vita? A qualcuno che abbiamo amato e ci ama abbastanza per farlo. Nel mio caso, mi piacerebbe pensare che sarai tu, anche se non staremo più insieme. È come sapere chi sarà a persona che verrà a chiudermi gli occhi. Voglio che sia tu, Elio.
Samuel, il padre di Elio, siede su un Freccia per Roma. Prepara l’intervento per un convegno, rimugina su un incontro di famiglia mandato a monte, condivide convenevoli con una vicina di posto di nome Miranda: una fotografa con il look da maschiaccio che in teoria ama la solitudine, ma in pratica ricerca il dialogo; va da sé l’invito a filosofeggiare anche a pranzo, a rivedersi con una scusa da poco, nonostante ci siano trent’anni di differenza a dividerli e la tappa nel capoluogo laziale non sia di piacere. Sui luoghi della sua giovinezza, fra chiese, caffè ed enoteche, Samuel si accorge di non essere mai stato felice e, come ricorderete dal commovente monologo del romanzo precedente, non contempla una vita senza amore.
Elio, alle prese con un’altra tappa della sua formazione, si esibisce come pianista a Parigi. Rimasto fragile e bisognoso, attratto dall’abbraccio di uomini potenti, a un concerto conosce l’anziano Michel. Trattato ora come un figlio, ora come un oggetto del desiderio, il ventenne gode dei comfort di un appartamento alto-borghese e delle attenzioni di un nuovo Pigmalione. Insieme s’imbatteranno nel mistero di un assolo per pianoforte – eredità del padre di Michel –, e la ricerca li metterà sulle tracce di un musicista ebreo morto ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Oliver, invece, in un loft affacciato sulle sponde dell’Hudson, festeggia con fiumi di prosecco il suo ultimo giorno a New York. Gli ospiti, i brindisi e il dramma della retrocessione in un’università del New Hampshire semineranno risentimenti tra lui e la moglie: soprattutto se due degli invitati, Erica e Paul, lo spingono a fantasticare su plausibili mènage a trois e sullo spettro di un adolescente coi pantaloncini corti, amato segretamente vent’anni prima. Un pianoforte inutilizzato e un pezzo di Bach creeranno un ponte per scappare, si spera, dalle costrizioni di una non-vita.

La musica non è altro che il suono dei nostri rimpianti tradotto in una cadenza che stimola l’illusione del piacere e della speranza. È la cosa che ci ricorda con maggiore evidenza che siamo qui per un brevissimo lasso di tempo e che abbiamo trascurato o ingannato le nostre vite o, peggio ancora, non le abbiamo vissute. La musica è la vita non vissuta. 
Questi tre racconti apparentemente a sé stanti, ambientati in tre diverse città del mondo, sono destinati a incrociarsi con un po’ di pazienza e di magia. Ogni storia risolve la precedente, infatti, in pagine dai ritmi cinematografici – quanti dialoghi fiume; quanta attenzione verso l’erotismo degli sfioramenti casuali o dei lembi di pelle sbirciati sovrappensiero – in cui rintracciare gli stessi dialoghi ai limiti dell’artificiosità, la stessa resa affascinante di mondi colti e irraggiungibili. Dediti ai rossi corposi, alle cene prelibate e ai discorsi sui massimi sistemi, i protagonisti di Aciman flirtano semplicemente aprendo bocca e nelle relazioni sfoggiano una naturalezza che va a braccetto con la libertà. Sapiosessuali – definizione perfetta per chi come loro si lascia sedurre soprattutto dai fuochi d’artificio di una testa pensante, non da un corpo scolpito –, vantano uomini e donne nella schiera degli amanti e popolano una bolla elitaria che ispira sincera invidia.
Dall’estate calda e vitale del capitolo introduttivo, però, sono passati a autunni uggiosi e contemplativi degni di un quadro di Corot. Parlano per tutto il tempo, come i turisti di Prima dell’alba. Non smettono di credere nei giochi del destino o nell’esistenza del colpo di fulmine. Trascorro notti in bianco, quando su di giri, o rubano l’oro in bocca alle mattine del nostro proverbio. Provengono da ambienti signorili, condividono radici ebraiche, sperimentano l’intimità sempre incuranti delle differenze anagrafiche.

«Quando vengo qui, che sia da solo o con altra gente, con voi per esempio, sono sempre con lui. Se restassi qui un’ora a fissare questo muro, starei con lui per un’ora. Se parlassi con questo muro, mi risponderebbe.»
[...] 
«Che cosa mi direbbe? Semplice: “Cercami, trovami”.»
«E tu che cosa risponderesti?»
«La stessa cosa. “Cercami, trovami”. E siamo entrambi felici. Adesso lo sapete.»
Ognuno tira le fila di un’altra esistenza lasciata in sospeso. Ognuno, seguendo il filo conduttore del rimpianto, cerca qualcosa fino a venire a capo del bandolo della matassa: il vicolo in cui Elio e Oliver hanno bevuto fino al vomito, le motivazioni di un lascito enigmatico, la classica seconda possibilità. 
Cerca qualcosa anche il lettore affezionato – sul Lungotevere, o fra le note di un pentagramma criptato. In questo romanzo troverà ciò che non si sarebbe aspettato all’inizio. È il bello della serendipità: una delle mie parole preferite. Imbattersi in qualcosa, e in qualcuno, che non stavamo cercando. Ma simili gite fuori porta, quando ben accolte, rendono un piacere perfino smarrirsi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – E penso a te 

sabato 12 ottobre 2019

Recensione: I testamenti, di Margaret Atwood

| I testamenti, di Margaret Atwood. Ponte alle Grazie, € 18, pp. 502 |

Sono passati trentacinque anni dall’arrivo in libreria del Racconto dell’ancella. Romanzo lungimirante e spietato che, nell’arco di un paio di decenni, si è imposto a giusta ragione come un moderno classico della distopia: un genere d’invenzione, a tinte satiriche, che mai come oggi – nell’era della presidenza Trump, del movimento metoo, di barriere geografiche e ideologiche – si è rivelato spaventosamente premonitore. Tornato sotto i riflettori grazie al successo inarrestabile dell’omonima serie TV, il capolavoro dell’autrice canadese – nei giorni scorsi considerata perfino un papabile premio Nobel – trova in ritardo una sua prosecuzione ufficiale. La domanda, a fine lettura, prevedibilmente nasce da sé: serviva davvero? Sia Benedetto il frutto, e invece il sequel fuori tempo massimo? Giunto sugli scaffali con una trama tenuta sotto stretta segretezza, atteso a prescindere con un misto di fibrillazione e scetticismo, I testamenti si aggiunge all’universo temporale del predecessore. Per leggerlo, tuttavia, è preferibile essere al pari con la programmazione della serie con Elisabeth Moss. Meglio sapere già cos’è stato di June, ancella recalcitrante. Meglio sapere, soprattutto, se la sua gravidanza sia andata o meno in porto. A Gilead, infatti, tutti parlano della piccola Nicole: che fine ha fatto? C’è speranza che venga restituita alla famiglia del Capitano? 

La storia non si ripete, ma fa rima con sé stessa. 

In una comunità in gran fermento, erosa all’interno da scandali e corruzione, s’incrociano a qualche anno di distanza dagli eventi del primo capitolo le voci di tre personaggi femminili. Il primo, già noto, è Zia Lydia: aguzzina al solito dotata di carisma e sarcasmo straordinari, nella sua confessione fraudolenta mescola frammenti di un passato come giudice e descrizioni della routine ad Ardua Hall: un covo di donne di potere e corruzione, dove le rivalità all’ultimo sangue fra Zie e le contromosse per frenare il business della fuga costituiscono ormai la norma. In biblioteca, in mezzo a titoli proibiti che comprendono Jane Austen, Thomas Hardy e le sorelle Bronte, i posteri potranno trovare un giorno la sua confessione. Inediti, al contrario, i punti di vista delle altre narratrici mostrano le due facce dell’essere giovani al tempo del regime. Daisy, sedici anni, vive oltre il confine canadese: sfrontata e sicura di sé, è costretta a mettere tutto in discussione alla notizia della dipartita di quei genitori un po’ hippy e davanti a una missione rischiosa – infiltrarsi a Gilead sotto copertura. A Gilead, invece, la timida Agnes ha sempre vissuto all’insegna della cieca obbedienza: case di bambole, gonne fruscianti, una paura inconscia per gli uomini e l’autorità, un ambiente scolastico competitivo e crudele che dà lezioni morali attraverso sanguinosi episodi biblici. Costretta prematuramente a sposarsi, potrebbe sfuggire al suo destino di sposa bambina entrando a far parte delle Supplicanti: meglio diventare una macchina da figli, però, o scendere a patti con le contraddizioni delle Sacre Scritture, con tanto di documenti da insabbiare e messaggi censurati? 

Piansi? Sì: scese qualche lacrima dai miei occhi visibili, i miei umidi e piagnucolosi occhi umani. Però ne avevo un terzo, in mezzo alla fronte. Lo sentivo: era freddo come una pietra. E non piangeva, vedeva. E dietro qualcuno pensava: Rifarò i conti con voi. Non mi importa quanto tempo servirà e quanta merda dovrò mangiare nel frattempo, ma ci riuscirò.

Se le prospettive descritte sono parzialmente inedite, gli scenari e le situazioni risultano per forza di cose già esplorati sul piccolo schermo. Più credibile quando alle prese con l’evocazione dei costumi e dei trattamenti più barbari, Margaret Atwood è a disagio con scene d’azione e svolte da film di spionaggio. Soprattutto, pasticcia in maniera imperdonabile – parliamo, infatti, di una signora scrittrice – con segreti di Pulcinella che durano poche pagine appena e colpi di scena risibili, nemmeno avvertiti come tali dal lettore smaliziato. Si concentra sui giochi di potere interni, su tinte lievi e giovanili, ma il lungo salto temporale aggiunge poco allo spaccato dell’inquietante Repubblica, meno ancora al mito della Atwood. A corto di scene memorabili o nuovi spunti di riflessione, elegantissima nello stile ma elementare nell’architettura, la lettura è parsa al di sotto delle aspettative e tutt’uno con la trasposizione televisiva: da qualche anno a questa parte in caduta libera, spiace constatarlo, dopo gli exploit della prima stagione – non a caso, riproposizione fedele del Racconto dell’ancella. Ci sono voluti trentacinque anni, pare, per svelarci l’ovvio.  Prevedibilmente, il prosieguo della storia patisce una pianificazione a tavolino. Mancano le brutalità e l’urgenza, resta una scrittura tanto consapevole quanto compiaciuta: più forte ancora, però, è l’impressione che dietro la speculazione economica non ci sia sostanza. Pensavo fosse un testamento, invece era una fanfiction.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Unstoppable 

lunedì 26 agosto 2019

Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel

Non è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì, perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits. (6,5)

Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i profani perderanno facilmente il bandolo della matass in preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità, né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer, caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude Law. (4,5)

Avevo già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso, per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma  – come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però, grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone della collega ma incanta più per l’accento, per la bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi – troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con affetto. (5,5)

Quanti segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia. Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare – e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini, con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la sua leggerezza benefica. (6,5)

Scoperta recente, la serie di Dragon Trainer mi è subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti, questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)

I protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali, tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli, personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy – unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate, tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd, alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi seguito non richiesto. (5)

Era stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese, data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal taglio femminista, che piace all’autore in persona per la colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali: compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler – erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera, uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)

È alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani. Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva sul loop temporale del film precedente: generato non dalla provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare: sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati. Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica – lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi di paura che in passato scarseggiavano. (7)