Visualizzazione post con etichetta Tom Hanks. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tom Hanks. Mostra tutti i post

sabato 1 febbraio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Judy | Richard Jewell | I due papi | Un amico straordinario

[Attrice protagonista, Trucco e acconciatura] Anno che vai, biopic che trovi. Cambia l’artista, sì, ma restano drammi e problematiche. Un’infanzia oscura, i matrimoni fallimentari, gli schiaffi e le carezze di un pubblico ingrato. Senza grandi variazioni sul tema, vale anche per Judy Garland: cantante e attrice che poco prima di spegnersi fu protagonista di un’ultima vampa di furore nei teatri londinesi. Sul viale del tramonto, lottava contro le dipendenze e l’ex marito. Ma nella sceneggiatura, questa volta, accanto ad aneddoti e dietro le quinte non manca una critica feroce allo star system: quant’è amara la vita dei bambini prodigio e quanto sono spregevoli, invece, i produttori che ne rubano i sogni? Di dichiarato impianto teatrale, il film non brilla soltanto per bravura della Zellweger, ma per la domanda che pone: dove finisce l’arcobaleno? Al centro di un inatteso canto del cigno, Renée guida la visione grazie ai suoi sorrisi, alle sue lacrime e ai suoi sguardi parlanti, attraverso un’interpretazione dolorosa che va oltre il manierismo e arriva al cuore. All’inizio scettico – mi distraevano infatti i suoi occhi sgranati, la bocca a papera, il mascherone di make-up –, sono diventato un suo fan strada facendo: dotata di una forte ironia e di una vocalità splendida, già sfoggiata in Chicago, soltanto lei avrebbe potuto interpretarla. Hanno aiutato una regia raffinata, che incornicia i personaggi in piccoli e grandi quadri di solitudine; le canzoni intramontabili, su tutte una struggente Somewhere over the rainbow; costumi meritevoli di un plauso ben più del trucco, capaci di cogliere appieno lo scintillio dei fragili anni Sessanta. Più interessante nella prima parte a cavallo tra passato e presente, il film si perde poi nella ricerca della scena a effetto o dietro l’ennesima relazione sbagliata. Quando imbocca il sentiero di mattoni giallo, però, crescono la commozione e la magia. Piove a lungo su queste due ore di visione, ma il famoso arcobaleno non le si nega poco prima dei titoli di coda. Judy morirà sei mesi dopo, ma qui ha il suo lieto fine: è tornata in Kansas. (7)

[Attrice non protagonista] Continua l’indagine dell’ottantanovenne Clint Eastwood nell’epica che più gli sta a cuore: quella degli eroi americani della porta accanto. Dopo American Sniper e Sully, storie vere con protagonisti troppo ingombranti e un rigore per me eccessivo, il regista torna a convincere benché in sordina. Richard, dolcissimo trentenne appesantito dai chili e dalle preoccupazioni di troppo, è un cocco di mamma goffo e fanfarone, genuinamente candido e fiducioso, i cui sogni di gloria diventano purtroppo incubi. Poliziotto mancato, si è accontentato dell’impiego di guardia di sicurezza: durante un concerto negli anni Novanta, intercetta  una bomba e salva innumerevoli vite. Dipinto negativamente dai giornalisti, torchiato a tappeto dall’FBI, il protagonista – all’inizio eroe nazionale – diventa un nemico pubblico sotto sospetto. Gli agenti federali frugano nell’immondizia, nei cassetti della biancheria, nei Tupperware, tra i vizi privati e le pubbliche virtù. La gogna mediatica, frustrante, sarà alleggerita dalla presenza dello scoppiettante e agguerrito avvocato di Sam Rockwell e dalla mamma chioccia Kathy Bates, a pezzi davanti all’impossibilità di proteggere l’unico figlio dall’assalto mediatico. A dispetto del mio disamore per i drammi d’inchiesta, Richard Jewell si rivela più che semplice cronaca, ma una parabola accorata e toccante, con un interprete così sincero – Paul Walter Hauser, che rivelazione – da sembrare capitato nella pagina sbagliata del giornale. Goffo e imperfetto, dotato di senso dell’umorismo e pacatezza grandi, è una figura umana e imperfetta verso cui scatta immediatamente un’empatia che porta il film a emozionare informando. Ha vissuto, però, l’ennesima ingiustizia: quella di essere misteriosamente sottovalutato dall'Academy. (7+)

[Attori, Sceneggiatura non originale] Il primo è severo e contestatissimo: amante del pianoforte e della solitudine, sta perdendo l’ispirazione. Il secondo, popolare e benvoluto, apprezza il tango, il calcio e le belle donne: ha un passato da viveur e in patria, ai tempi della dittatura, era una figura tutt’altro che semplice. Sembrano due amici al bar – la colonna sonora, per altro, passa gli Abba, i Beatles, Bella ciao e Besame mucho –, ma li tradiscono l’abbigliamento e il tenore della conversazione. Indossano la tonaca immacolata, infatti. Parlano di aborto, omosessualità, celibato e pedofilia. Sono Benedetto XVI e Francesco, il vecchio e il nuovo, all’alba di un avvenimento epocale: la rinuncia di Ratzinger, travolto dall'ennesimo scandalo. Amici-nemici, gli anziani si confrontano anche sugli acciacchi e i dilemmi morali: il dialogo diventerà una lunga confessione. E lo spettatore, incantato da cotanta bravura, presterà gelosamente ascolto nonostante i flashback superflui sulla giovinezza di Bergoglio che tradiscono qui e lì la provenienza argentina del regista. Come sopperire a una fede che dà conforto, non risate, se non grazie a un buddy movie lieve come una sitcom? Sincero e disinformale, per questo bellissimo, I due papi ha il pregio immenso di risultare leggerissimo pur ragionando di massimi sistemi. Lo stesso potrei dire in fondo dei suoi protagonisti, Hopkins e Pryce: quando c’è il talento, il trucco c’è ma non si vede. E neanche la fatica. Lo dimostra Paolo Sorrentino, lo ribadisce Fernando Meirelles: i papi portano bene a televisione e cinema. Mentre in questi giorni The New Pope è ancora in onda su Sky, qui si brinda alla comparsa di un’altra fumata bianca. (7,5)

[Attore non protagonista] Quello di Fred Rogers è un nome che non dirà niente agli spettatori italiani. Idolo generazionale in odore di santità, con addosso un golfino rosso rimasto nell’immaginario collettivo, era l’anima – presentatore, burattinaio, confidente – di un programma in cui parlare tra un siparietto e l’altro anche di morte, divorzio e guerra. Il cantastorie si fa eccezionalmente da parte qui, per raccontare la vicenda di un giornalista:  Lloyd Vogel, un uomo perseguitato da un’ombra scura – suo padre – e dalla convinzione di essere un genitore fallimentare. Tra intervistatore e intervistato, a telecamere spente, nascerà un’amicizia poco canonica che influenzerà entrambi. Matthew Rhys, pensoso e amareggiato, lavora per sottrazione nel suo dialogo con Tom Hanks: pacato e dal sorriso sempre pronto, gioviale ma mai esagerato, l’attore candidato ha un fare così gentile e accondiscendente da risultare perfino irritante. Quali pesi porta però? Come sfoga la frustrazione? Che padre è stato per i suoi figli? Con un ruolo cucito su misura, che soltanto lui o Robin Williams avrebbero potuto interpretare con la stessa naturalezza, Hanks è il (non) protagonista di una commedia intergenerazionale meno convenzionale del previsto: vedasi lo skyline di plastilina, i frequenti sguardi in camera, i viaggi del protagonista in parentesi surreali alla Kidding. Peccato per l’ultima mezz’ora all’insegna della riconciliazione immancabile, molto più didascalica del resto, dove la narrazione si fa tradizionale e le atmosfere, purtroppo, spiccatamente natalizie. Restano la malinconia delle luci che si spengono e una nota stridente al pianoforte, nella chiusura di una sigla tivù; un personaggio criptico e aggraziato, che resta volutamente un mistero. Pur presentando un programma per bambini. (6,5)

lunedì 26 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La forma dell'acqua | The Post

Era il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma dell'acqua – fosco, sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins, coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da americani e russi in piena Guerra Fredda, sente. Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona. Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare – la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì, come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine, nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno. Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi. A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare. (8,5)

Ogni anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo Spotlight non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì, dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile – segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date, che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura. Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia concitata, The Post ignora la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)

giovedì 6 luglio 2017

Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner

Non sentivo un film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante, perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po' di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza, vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli (magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5) 

Sulle montagne della Corea crescono una bambina ribelle e un maiale da concorso, promesso ai banchetti di una spietata multinazionale. Il consumismo rompe l'idillio. L'animale è caricato a forza in un furgone. La sua amica non si arrende: lo segue ovunque, incrociando gli adepti della Mirando Corporation (Tilda Swinton, novella Crudelia De Mon, e il cacciatore dell'esagerato Gyllenhaal) e un gruppo di animalisti reazionari (Dano e la Collins, purtroppo poco utilizzati). Presentato a Cannes, l'ultimo Bong Joon-ho divideva perché non destinato alle sale: Netflix rappresenta forse un danno? Il ginepraio ha fatto sì che l'enorme animale domestico e il coraggio della sua amica passassero quasi inosservati. Benché fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, soprattutto da una scrittura che accenna ma non approfondisce, Okja è un film per famiglie che vorrebbe divertire e sensibilizzare: in parte, ci riesce. Con una delicata computer grafica che non fa rimpiangere la rozzezza degli ultimi blockbuster e una regia al solito esemplare, la fiaba del regista orientale – social ed eco-friendly – è parzialmente irrisolta ma centrata. Ci si emoziona, ma senza scontarsi con i picchi melodrammatici cari ai coreani (perfino in Train to Busan, solido zombie-movie, toccava mettere in conto fiumi di lacrime); si lotta affinché trionfino il lieto fine e il candore dei bambini, ma tutto ha un prezzo. Un po' Babe in chiave satirica, un po' E.T.Okja lascia non abbastanza commossi da glissare sui punti oscuri della sceneggiatura, ma ricorda il cinema di storie, sentimenti e illusioni che mi ha reso un appassionato. Dove ci sono sia la forma che la sostanza. Dove il vecchio (penso alle amicizie di Dahl, a Ende) incontra un nuovo modo di pensare l'intrattenimento e, nel bene e nel male, ne ritocca i connotati. (7)

Tutti sono nell'occhio di The Circle, azienda futuribile che fa il verso al Grande Fratello di George Orwell. A scoprirlo, una stagista che suo malgrado diventa un esperimento che cammina. Fino a ritrovarsi, com'è prevedibile, con le spalle al muro. Le tecnologie brevettate da un aspirante Steve Jobs mostrano che un mondo senza segreti è un mondo senza bugie. In nome del bene pubblico, però, si può mettere in pericolo qualcun altro? Il best-seller di Dave Eggers sembrava plausibile e inquietante. Al cinema, invece, il thriller su una generazioni di esibizionisti e voyeur – pensate alle dirette su Facebook, alle storie di Instagram, ai selfie in ogni dove: all'esserci a tutti i costi – è inconcludente e confuso. Una delle peggiori visioni dell'anno. Lungo spot di Youtube da skippare, senza ritmo e senza tensione, The Circle ha uno spunto tutt'altro che esecrabile ma di cui, cosa che eppure accade perfino nelle peggiori trasposizioni, non ho visto il potenziale tra le righe – di recuperare il romanzo perciò no, non se ne parla. A remargli contro, due protagonisti che già ho poco in simpatia: l'indigesto guru Tom Hanks, che ci grazia con un ruolo marginale; una Emma Watson più rigida e fuori posto del solito, in vacanza o da Hogwarts o da una comune amish – fa piacere intravedere però il bimbo cresciuto di Boyhood e Bill Paxton, in una delle sue ultime apparizioni. Quanto sei social? Quanto odieresti avere una telecamera addosso, se vivi comunque una vita online? Cos'hai da nascondere? A rischio, la privacy; il futuro. Riflessioni brucianti ma scolastiche, troppe risposte eluse, un'idea alle ortiche. Gli scarti di Black Mirror non sfamano. (4)

A riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella roccia e, più in là, ho abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in cerca della compagnia del cattivo gusto. King Arthur è confusionario e affollato. A me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo, ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) 

Un tavolo per quattro, un rigido dress code. Da una parte siedono Coogan e la Linney, professore idealista con consorte. Dall'altra, invece, l'aspirante governatore Gere e Rebecca Hall, moglie trofeo. Il tema lo conoscete, soprattutto se avete in libreria il romanzo di Koch o avete intravisto la riuscita trasposizione italiana, I nostri ragazzi: figli colpevoli di un crimine orribile. Denunciarli o proteggerli? Debitamente scandita dall'arrivo delle numerose portate, la versione americana di Oren Moverman approfondisce l'inconciliabilità dei fratelli Lohman, introducendo altre voci sul menu. Digressioni ora azzeccate, ora accessorie, che rimandano a data da destinarsi il momento di pagare il conto e fan sì che, purtroppo, la riflessione centrale passi in secondo piano – le nevrosi dell'uno e il politicamente corretto dell'altro distolgono dalla ferocia delle mamme chiocce, dai moventi un po' generalisti della nostra peggio gioventù. The Dinner, scegliendo ristorante e cast stellati, fa i conti con la retorica a stelle e strisce, un finale che non morde e la scelta incomprensibile di rimandare il momento clou a dopo il dessert. L'occhio, però, che ama il teatro e l'eleganza di certe messe in scena (Moverman non è né Haneke né Polanski: ma scimmiotta quelli giusti, ha buon gusto), è soddisfatto. La mise en place è da manuale, ma la compagnia antipatica e i piatti pretenziosi. Quest'ultima cena si dilunga, appesantisce, propone un conto salato. Squilibrata, acida, nerissima. A ricordarci che la famiglia, talvolta, è il miglior anticoncezionale. (6)

giovedì 8 dicembre 2016

Mr. Ciak: Captain Fantastic, Miss Peregrine, Sully, Elle

Un cervo bruca nel fitto degli alberi, preda di un giovane cacciatore che gli si avventa addosso armato di coltello. A detta del padre di lui, tutto orgoglioso, è così che si diventa uomini. La famiglia del ragazzo ci appare infangata, primitiva, sanguinaria: fuori dal mondo, fuori dal tempo, in realtà vive nei boschi di una America contemporanea. La città è a un tiro di schioppo, ma loro – sette in tutto - preferiscono procacciarsi il cibo a mani nude; dormire sotto le stelle; prendere esempio da un capo tribù che è un genitore provetto. Ben, patriarca che ha preferito la vita selvaggia ai vincoli del consumismo, si prende cura dei figli – adolescenti in fiore i cui nomi, unici al mondo, sono prova di un ennesimo atto d'egoismo e d'amore – senza la sua compagna: bipolare, di educazione borghese, la donna era il peggior nemico di se stessa. L'ha fatta finita in un ospedale psichiatrico, e Ben non ne ha fatto un mistero. Si sono messi in marcia per le sue esequie. Vestiti a festa, sono pronti a celebrarne il ricordo abbandonando la campagna a bordo di un camper. Il fuori avrà per loro, bizzarri e non al passo, parole gentili? C'è un lirismo francescano o semplice pazzia nella schiettezza di un vedovo per cui tutto – il sesso, la violenza, la fatica – è natura? Captain Fantastic e i suoi ragazzi sono felici così. Certo, non sono i libri letti all'ombra dei falò a rendere tale un'educazione. Certo, ogni tanto avvertono la mancanza di una casa e di una figura femminile, ma sempre famiglia è. Hanno loro stessi, il bosco, e tanto basta. Ritratto di una gioiosa pace dei sensi, la commedia indie di Matt Ross promette e dà le lacrime e le risate che spettano al Sundance e alle famiglie “infelici a modo loro”. Gli si invidiano la prontezza di spirito, le facce pulite, la gioia di vivere; alle commemorazioni si intonano i Guns N' Roses e si rispettano le donne così tanto da chiedere loro la mano al primo appuntamento. Di uno straordinario e arzillo Viggo Mortensen addito dalla poltrona gli errori – risoluto, si è mai posto domande a proposito dei desideri altrui? - e dalla poltrona guardo mio padre, che è solo e coraggioso uguale, e dico che ci sono scelte dettate dal sangue. Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno. In Captain Fantastic, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Ma il dolore non porta cravate strette e l'affetto non costruisce campane di vetro. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano – pallidi conservatori, musica triste. Dicono addio e cambiano aria. Coi toni di Little Miss Sunshine, illuminanti e presissimi, comprendono che all'addiaccio o sotto un tetto, ovunque si trovino, è la famiglia che fa casa. (8)

Nutrivo scarse aspettative per la trasposizione cinematografica di Miss Peregrine – il da me desideratissimo Riggs, infatti, non mi aveva colpito  – ed esagerate, al contrario, per il ritorno di un Burton a corto di ispirazione ormai da un po'. Tra fotografie inquietanti, toni cupissimi e Hogwarts impenetrabili, il romanzo era pronto. Nei risvolti di copertina, in tempi non sospetti, si sprecavano già i paragoni con il creatore di Edward mani di forbice. Non poteva dirigerlo nessuno se non lui. In libreria si era rivelato un titolo dal fascino straordinario ma con poca sostanza. L'occhio, però, aveva avuto la sua parte. Miss Peregrine si avvaleva di un lato visivo splendido di per sé: Burton ci avrebbe aggiunto i dettagli creepy, i merletti, l'accento regale di Eva Green. Perché il dinoccolato Asa Butterfield avverte i pericoli che minacciano un'isola del Galles sospesa nel tempo? Le doti dei giovani allievi, guidati da una Mary Poppins in nero, basteranno a respingere gli attacchi delle creature di un pessimo L. Jackson? Dal romanzo, la nuda impalcatura. Burton, di suo, mette gli arredamenti e il carattere che mancava tra le pagine, ma la storia – a tratti confusa – mantiene le sue fragili fondamenta. Il regista la ritocca, ad esempio nel finale parzialmente risolutivo, e la migliora. La spettacolarità di talune trovate – la nave sommersa, il treno degli orrori, gli occhi cavati – incanta lì per lì; ma benché simbolo degli emarginati, dei fuori posto tanto cari al Burton prima maniera, ai “bambini speciali” continua a mancare qualcosa. Miss Peregrine non è il grande ritorno sperato, né una cocente delusione: una diplomatica via di mezzo, piuttosto; un intrattenimento gradevolissimo che non lascia il segno. Stesso limite di un romanzo introduttivo che, a distanza di pochi mesi, già non ricordo più nel dettaglio. Come tra le pagine, anche qui si ha l'impressione che la vicenda decolli tardi e poco. Che quello di Jacob e dei suoi amici strampalati sia un volo che non porti molto lontano. La magia, presente all'appello, non ti segue oltre l'orario di lezione. (6,5)

Nel gennaio di sette anni fa, un aereo tentava un ammaraggio sul fiume Hudson. Nessuna vittima a bordo, un solo uomo da celebrare: Chesley Sullenberg, pilota a un passo dal pensionamento, esempio di freddezza e straordinaria prontezza di riflessi. Accanto agli scontati plausi, anche controversie impreviste: stando a molti, l'arzillo comandante avrebbe avuto una valida alternativa. Tutti i requisiti per far ritorno all'aeroporto di LaGuardia senza drammi. Sully, dettagliata ricostruzione dello spettacolare atterraggio e delle imprevedibili conseguenze che ebbe, è un ritratto parziale di un eroe dei giorni nostri. Un uomo schivo, onesto, pieno di dignità, finito nell'occhio del ciclone: salvarsi – salvare le centinaia di anime a bordo – non è stato infatti che l'inizio della sua personale crociata. Indagano, sperando che ammetta dipendenze e scheletri nell'armadio come Denzel Washington in Flight. Fanno domande e studi, convinti che a farlo agire così non siano stati solo l'istinto di conservazione e la paura. Un Tom Hanks dal baffo candido interpreta il ruolo con la naturalezza e gli occhi gentili che conosciamo. Dirige Eastwood, cantore di storie vere e patriota ostinato: meno indigesto che nel bellicoso American Sniper, confeziona con Sully un dramma che comunque risulta troppo freddo, troppo cronachistico. Resoconto castigato e di parte – non ci sono mai dubbi sull'operato di Sullenberg –, resta asciuttissimo nonostante l'Hudson in piena e la minaccia vaga della commozione. Ho stimato profondamente l'uomo, ho odiato il tentativo di cercare il cavillo tecnico dietro il miracolo, ma tutto – aereo, emozioni – resta in superficie. Come nel caso del reduce di guerra che sentiva gli spari, nel sicuro della propria casa. Come nel caso di questo pilota di cui mi avrebbe suggerito altrettano, forse, un qualsiasi servizio giornalistico. La critica e le sale americane applaudono. Io ci ho visto una ricostruzione attenta e una storia che ispira. Basteranno sì: ma, ancora una volta, non impressionano. (6)

Michèle, produttrice di videogiochi, ha sessant'anni meravigliosamente portati, un figlio che le ha rivelato che presto diventerà nonna e una ristretta cerchia di conoscenti. Nella scena d'apertura, un uomo in passamontagna s'intrufola nella sua villetta che dà su un perfetto quartiere borghese: la violenta brutalmente sul pavimento. Lei si alza e, senza colpo ferire, continua la sua giornata come se nulla fosse: a cena, confesserà distrattamene lo stupro subito. Elle, a metà tra la commedia nera e il noir, stranisce dall'inizio alla fine. Non si evolve diventano una classica storia di vendetta. Non indaga la psicologia ferita di una donna che si rifiuta di denunciare l'aggressione alla polizia, di dirlo a voce alta. Diretto da un arzillo e inaspettato Paul Verhoeven – settantottenne olandese dalla carriera ondivaga che, tra un Basic Instict e un Atto di forza, dieci anni fa, aveva inserito il riuscitissimo Black Book –, la pellicola ironizza su traumi, nevrosi e ipocrisie. Tutt'altro che seria e rigorosa, ha un umorismo sottile e un eros oscuro. Cosa passa in testa a una distaccata e sensuale Isabelle Huppert, interprete coraggiosa e abituata ai ruoli scabrosi? Leggera, ambigua, elegantissima, dà un'anima malata e un corpo statuario a una protagonista sfuggente e maliziosa: il padre in carcere, per scontare delitti indicibili; la madre, fragile e un po' patetica, avvinghiata a un gigolò; il figlio, cieco davanti al palese tradimento della compagna; gli amanti occasionali, la migliore amica ingannata, il vicino di casa spiato e bramato. Manca un equilibrio, a tratti. E manca un punto, una riflessione, a queste due ore che ti irretiscono mantendo sveglia la curiosità. Non si capiscono le reazioni di causa-effetto né i moventi. Lo si sbirgia a occhi socchiusi, tra riso e pietà: un male esserne divertiti, in fondo? Elle è ambiguo, irrisolto, ma affascinante: accontenta tutti coloro che per natura sono un po' voyeur, intrigati dalle devianze altrui, e quelli che apprezzano un cinema francese che non taglia fuori le attrici più agée e mostra il sesso più strano, le tentatazioni più indicibili, senza inciampare nell'orlo della volgarità. (7)

mercoledì 2 novembre 2016

Mr. Ciak: Sing Street, Inferno, Nerve, Pericle il Nero, Microbo e Gasolina

Conor ha quindici anni, una famiglia che va allo scatafascio, una città che gli sta strettissima. Mamma e papà mettono in vendita la casa, vogliono vivere altrove ma separati, e a lui tocca trasferirsi alla scuola cattolica, in cui gli studenti indossano divise monocolore e scarpe che non può permettersi. Vessato dai bulli per la sua gentilezza e preso di mira dal direttore, che proprio non apprezza i suoi occhi screziati à la David Bowie, il ragazzino trova slancio nelle attenzioni di una ragazza che si sogna modella. Vuole comparire nell'ultimo videoclip della sua band, sì o no? Peccato che, di band, nelle giornate del timido Conor, non ce ne siano. Metterne su una per amore, così, e chiamarla Sing Street. Dopo la felice parentesi americana con Begin Again, John Carney torna a casa. Nella stessa Dublino dello splendido Once, ma con toni che omaggiano la commedia adolescenziale, l'ultimo film del regista irlandese è un leggerissimo, bellissimo romanzo di formazione, sullo sfondo di un Paese tagliato fuori dal mondo. Nelle aule campeggiano enormi crocifissi; a vent'anni si è già disillusi; il futuro passa solo dal tubo catodico. Londra, distante una striscia di mare appena, appare un miraggio. Qui, se ne parla come dell'America. Top of the Pops e i vinili di un fratello sfattone distribuiranno a piene mani pillole (della felicità) di Depeche Mode, Cure e Spandau Ballet: tra gli effetti collaterali, un look da camaleonte; tra i pro, sonorità che omaggiano di tutto un po', mentre si indagano sentieri non battuti. I protagonisti, liceali con il pop in circolo, cercano una scorciatoia e una voce. Troveranno anche loro stessi, magari, nella prossima canzone? Sing Street, in soldoni, parla di conquistare la bella di turno, diventare una celebrità, non rimanere inchiodati lì. In quella Irlanda che da lontano mi incanta, ma che dev'essere stata una prigione con lo steccato bianco e un amen per salvarci l'anima. Una trama elementare è però l'occasione per darsi a un altro irresistibile concerto all'aria aperta. Il Carney retrò immalinconisce, diverte e, da me attesissimo, non perde un colpo. E se il suo Sing Street non ha stonature, il merito va alle guance rosse di Ferdia Walsh-Peelo: un nome impronunciabile, le dritte fraterne di un prezioso Jack Reynor e, vero animale da palcoscenico, la capacità di trasformarsi da anatroccolo implume a idolo, quando con il microfono in pugno. Se mancano i peli sul petto, i costumisti e le groupie, si compensa con una testa che si inventa, lassù tra le nuvole, struggenti melodrammi e scenografie rubate a Ritorno al futuro. Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, infatti, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo. Canta dell'andare fiero del tuo paio di scarpe marroni, se il mondo ti impone il nero, e di prende il largo in compagnia della tua sola buona volontà. Di quello, e di balli di fine anno, sole e sirene, anche in questo novembre che ti vorrebbe cupo, fotosensibile e boccheggiante. (8)

Dopo il successo di Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, anche il terzo romanzo con protagonista il professor Langdon – a volere essere pignoli, il quarto: Il simbolo perduto, infatti, resta ancora orfano di trasposizione – arriva al cinema. E io, che prima che questo blog esistesse avevo trovato i precedenti una compagnia piacevole, sono arrivato all'appuntamento impreparato: ho Inferno in libreria da anni, ma non l'ho letto. Accanto avevo papà, per una volta, a sottolineare analogie e differenze; a dire che il libro era già così così di per sé, eppure di gran lunga superiore all'adattamento. A dieci anni dall'inizio della saga, ritornano prontamente regista, protagonista, compositore; l'arte italiana in filigrana e, a scatenare l'azione, cospirazioni che minacciano di nuovo di sconvolgere il mondo. Langdon si risveglia a Firenze senza memoria: al suo fianco, una dottoressa che non si tira indietro davanti all'avventura; nel taschino, un indizio che rimanda al capolavoro dantesco. Tra la Toscana e Venezia, con una virata finale in direzione Instanbul, Inferno è un thriller legato all'idea che la sovrappopolazione ci annienterà in tempi brevi. Si corre da una parte e dall'altra, il tempo stringe, il ritmo è dei più serrati; purtroppo, però, il tutto porta a un nulla di fatto. Indebolito dalla regia da dozzinale fiction Mediaset, da un pessimo Hanks – con lui, una Jones per cui però si hanno sempre occhi dolci – e da un epilogo, giura mio padre, stravolto in peggio. E quanto suonano ridicoli i dialoghi, in cui parte della colpa è anche del nostro doppiaggio? E quanto sono abbozzati i figuranti tutt'intorno, con tanto di immancabili cameo italiani? Si avevano basse aspettative per partito preso, e Inferno, televisivo e senza nerbo, nonostante le tinte orrorifiche dell'incipit, non è purtroppo neanche all'altezza di quelle. L'indagine di un James Bond in antropausa, imbolsito e visibilmente annoiato, che forse non sarà l'inferno del cinema, ma il purgatorio di Ron Howard. (5)

Vee viene convinta dai migliori amici ad osare. Sulla scia di una brutta delusione, così, si affida a Nerve: app futuristica che spinge chi si iscrive a compiere gesti avventati. Una variante di “obbligo e verità” in cui è contemplato solo il primo punto; in cambio, somme di denaro, versate da followers voyeur, e la fama mediatica. A lungo andare, la posta in gioco si alza: la sfida, da innocente, si fa mortale. E, presto, ci si trova con le spalle al muro. Tratto da un romanzo di prossima uscita per Newton Compton, Nerve parte come commedia adolescenziale, si evolve come thriller adrenalinico e, infine, arriva a un epilogo – la parte più insoddisfacente, con gli innamorati l'uno contro l'altra, come in Hunger Games – a tinte distopiche. Ibrido pop, coloratissimo, con le sue luci al neon, la musica instancabile, il montaggio dinamico, è un esperimento giovanile in cui, qui e lì, si scorge il potenziale: le nuove generazioni prigioniere dei social, ossessionate dai like e dalle dirette Facebook, che perdono il contatto con la realtà, il concetto di giusto e sbagliato, e di conseguenza si perdono, inseguendo l'ennesima folle richiesta. Di notorietà si muore, ma qui il pericolo non viene mai percepito come reale, e mancano la giusta dose di crudezza e coraggio. Ci si limita a farsi un po' male, ma mai nulla di grave, e il coraggio degli sconsiderati protagonisti – l'adorabile Emma Roberts e un Dave Franco sprovvisto del physique du role – non lo si ritrova, purtroppo, nelle intenzioni degli autori. Il lieto fine scende come manna dal cielo, miracoloso e affrettato, e fa sbuffare: gli Hunger Games finiscono, dal Labirinto si scappa via, c'è pace per i Divergent, ma dalle maglie della rete – lo dimostrano il cyberbullismo, tutte le Tiziana Cantone che non ce la fanno a ricominciare, i leoni da tastiera - non puoi districarti. (6)

Pericle, di mestiere, "fa il culo alla gente". Una notte, però, uccide la donna sbagliata. E, tra clan che si alleano, tradimenti e rivelazioni sulle sue origini, non resta che la fuga a Calais. Pericle il Nero, simbolo del tricolore allo scorso festival di Cannes, è la trasposizione di un controverso romanzo degli anni '90. Il progetto, fermo per un po', è passato dalle mani di Abel Ferrara a quelle di Stefano Mordini. Nel mentre, però, Sky ha sdoganato i meccanismi della camorra e Lo chiamavano Jeeg Robot ha aperto la strada ai bei film di questa annata. Questione di tempismo sbagliato, per Pericle il Nero, che tuttavia resta un onesto e curato noir d'esportazione. Producono i Dardenne e, dall'estremo sud della versione cartacea, il film si trasferisce al di là delle alpi: si gira al buio, e in una Europa grigia e tentacolare. Pericle si spaccia per chi non è, s'innamora di una panettiera madre di due bambini, fantastica di fare l'uomo di casa. Manesco e fesso, fondamentalmente inoffensivo; tonto, perfino, a causa delle droghe sintetiche, delle botte, di un'infanzia strana. Il passato, però, non vuole saperne di dargli un'altra chance. La sporcizia di Pericle il Nero è superficiale. Nonostante il suo cruento modus operandi, infatti, l'anti-eroe di Mordini ragione a voce alta e, finché può, evita i problemi alzando i tacchi. Dopo una buona prima parte, i difetti arrivano nella seconda: senza connotati, senza spazio, velocissima, con un protagonista che si muove, prende e va, e si capisce solo successivamente dove o perché. Pericle il Nero è un esperimento interessante, soprattutto grazie alla prova di uno Scamarcio contraddittorio e fragile, sempre più adulto; ma lontano dalle provocazioni, purtroppo, e altrettanto dalla memorabilità. Rapido e alquanto indolore, non fa il culo – parafrasandolo - alle sorprese al cinema di quest'anno: ben fatto, ma costruito alla bell'e meglio. Qualcuno, comunque, si potrebbe accontare: un marcio Riccardo, Nina Simone in cuffia e le luci sulla Manica, in fondo, non sono cosa che si vede spesso. (6,5)

Daniel e Théo si conoscono il primo giorno di scuola: si trovano. Il primo, per la pubertà che non vuole saperne di arrivare, è detto Microbo. L'altro, il chiodo e l'olio per motori sotto le unghie, ha il soprannome di Gasolina. Con le vacanze estive di mezzo, ha inizio un'avventura che somiglia a una fuga da una normalità che appiattisce: con legno, olio di gomito e il motore di un tosaerba super, costruiscono un'auto che dovrà portarli in giro per la Francia. Lungo il tragitto, ospiti bizzarri, guai e svincoli. Che promettono di legarli, lì dove i legami di sangue mancano in natura, o di dividerli per sempre. Quanto durerà il viaggio? E, soprattutto, come li troverà il ritorno? Stravolti, risanati, maturi? Microbo e Gasolina, ultimo film di quel Gondry che spesso faccio fatica a riconoscere – dopo l'intramontabile Eternal Sushine of the Spotless Mind, infatti, non posso dire di essere andato d'accordo con i successivi lavori, discontinui e surreali – ma che qui, senza fuochi artificiali o fronzoli di sorta, ma a corto di fantasia giammai, è più se stesso del solito. Sbugiardato e tenerissimo, in borghese e con il cuore in mano, ci intrattiene con il sorriso in un'ora e mezza piena di ricordi, adolescenti che pensano e parlano troppo, toni fiabeschi. Sembrerebbero di altre epoche, Microbo e Gasolina, e sembrerebbe di qualche generazione fa anche il loro romanzo di formazione su ruote: qui e lì, ci ricordano che non sono gli anni '80 dei Duffer Brothers, quelli, la tecnologia che sotterrano letteralmente in un fosso e le imperfezioni delle famiglie contemporanee. Il regista non l'ho rintracciato né nei manierismi né nei garbugli delle trame, e per me non è un difetto, e ho voluto ai protagonisti, bravissimi, un bene dell'anima. Qualche riserva giusto sul finale, che è amarognolo e troppo brusco. Di quelli che ti fanno dire: ma è finito già? E poi: cosa succede poi? (7)