Peter Cameron scrive i dialoghi più belli del mondo. È il primo pensiero davanti all'arguzia, alla naturalezza e alla classe dei protagonisti di Quella sera dorata: a detta dei conoscitori, forse il romanzo più memorabile dell'autore americano. Ambientato in Uruguay, in un Eden splendido ma segretamente decadente, segue la missione di un dottorando in odore di pubblicazione: Omar, ventotto anni e tante ambizioni confuse, vorrebbe scrivere la bibliografia di Jules Gund, scrittore da poco morto suicida. Gli eredi, tuttavia, negano fermamente il consenso. Spinto da una fidanzata ben più volitiva di lui, l'aspirante autore vola dal Kansas al Sud America come la Dorothy del Mago di Oz. Al termine del sentiero di mattoni gialli lo aspetta la villa di Ochos Rìos, popolata da strampalati abitanti da persuadere. Su cosa fare leva pur di raggiungere l'obiettivo: il proprio fascino naïf o la compassione?
Lo champagne non è mai uno sbaglio.
Dopo aver indagato i tormenti tardo-adolescenziali del protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, a ben vedere vicinissimi a quelli di questo Omar in crisi creativa, Cameron ci delizia con una commedia corale piena di false cortesie e, a dispetto delle conversazioni fittissime, di significativi non detti. Il cast d'insieme comprende: Caroline, la vedova di Gund, ossessionata dal senso di incompiuto della sua vita artistica e matrimoniale; Arden, l'amante, all'apparenza arresasi al ruolo di sfasciafamiglie, ma in realtà desiderosa di innamorarsi ancora; Adam, il fratello omosessuale, che a suon di cinismo nasconde l'amarezza per l'età avanzata e la crisi con Pete, il compagno a cui non sa dare né l'amore né la libertà. Perché si ostinano a restare in quella villa ai confini del mondo, mantenendo integro un assurdo ménage domestico, se il loro collante è ormai venuto meno? Perché la diffidenza verso una biografia autorizzata: paura di cosa potrebbero scoprire del capofamiglia, o di loro stessi?
Sono arrabbiata, Omar, ma questo non esclude l'amore. Le due cose possono coesistere, sai. Sono capace di provare diverse emozioni allo stesso tempo. Sono una persona complessa. La vita è complessa. L'amore è complesso. Non è semplice. Non sono compartimenti stagni.
In anticipo sui tempi, il romanzo ironizza sull'ossessione della verità nella società dell'apparenza — basti pensare al continuo fiorire di biopic sui personaggi dello spettacolo, alla moderna propensione per l'autofiction, ai podcast radiofonici a proposito di crimini e misteri irrisolti — e si sofferma sulle esistenze dei “parenti di”, illuminati di una luce riflessa che non ne dissipa mai a sufficienza le ombre. Purtroppo o per fortuna, quello che succede in Uruguay non resta in Uruguay. Il perturbante arrivo di Omar, infatti, segnerà un prima e un dopo: niente sarà piu lo stesso. Dimenticate, però, le convivenze tossiche dei recenti May December o Saltburn. Lieve, esotico, romanticissimo, Cameron ci culla — e ci cambia — con i calici di rosato, i completi di lino, l'ozioso brusio degli alveari, il profumo soave del glicine in fiore e delle erbe aromatiche. È l'inizio dell'estate. Ci sono le stelle in cielo e, vestiti a festa, ci si attarda a guardarle. Il desiderio espresso? Che ”quella sera dorata” duri in eterno.
Lei è artista e mamma: la classica moglie trofeo. Lui è nel ramo delle costruzioni, ma non riesce a costruire una casa per i genitori lontani: nel frattempo fa da padre al fratello minore. I protagonisti si incontrano e si scontrano nel parcheggio di un supermercato. Uno sgarbo da poco creerà una stori di vendetta lunga diversi anni e dieci episodi. Le premesse sembrano quelle di una commedia romantica. Il prosieguo, degno di un un purissimo dramma introspettivo, sfocia perfino nel thriller sparatutto. Beef è una commeda. È un crime. È tutto quello che c'è nel mezzo. È, a oggi, tra le serie dell'anno. Merito di un cast come Dio comanda, in cui Ali Wong e Steven Yeun fanno continuamente a gara di bravura; merito di una sceneggiatura che unisce il nichilismo di un Bojack Horseman a tutta la freschezza del cinema asiatico. Quando fa bene a Hollywood la carica sovversiva delle penne coreane? Un po' fuori posto in Occidente, ognuno alla ricerca del proprio spicchio di sogno americano, i personaggi sono il frutto bacato della società aggressiva dei self-made men. Ai due estremi del ring, benché curiosamente simili nei tormenti, si combattono a sangue. Ma si specchiano, nel frattempo, l'uno nell'altra. Può lo scontro frontale tra due solitudini non rivelarsi mortale? La risposta è in un finale tanto assurdo quanto memorabile, capace di regalare un sorriso commosso all'indomani di un'allucinazione alla Wertmuller. (8)
Un telefono a disco squilla nel salotto di una villa con piscina. Scatta la segreteria. Dall'altra parte, qualcuno sospira. Il suo silenzio vibra di minacce. Lo hanno preceduto effrazioni, regali misteriosi, animali domestici sottratti. L'obiettivo finale sono i giovani padroni di casa. Il serial killer, soprannominato Il Pescatore a strascico, comporrà un mostruoso patchwork con i corpi smembrati. L'inizio è degno di uno slasher di Wes Craven. Il prosieguo, a metà tra teen drama e satira sociale, è un'indagine antropologica della “peggio gioventù” di Los Angeles. Correvano gli anni Ottanta. Una volta ottenuta la patente, gli adolescenti sgommavano lontani dai rigidi regolamenti delle loro scuole private e dai confini sicuri dell'infanzia. Meta: la perdizione. Quelli cantati nel girone dei dannati di Bret Easton Ellis sembrano sbucati da un dipinto di David Hockney. Dediti a edonismo e oppiacei, belli e ricchissimi, appaiono disinteressati a tutto. Non li sfiorano le nozze di Carlo e Diana, l'omicidio di John Lennon, la setta dei Cavalieri dell'oltretomba, le avance sessuali degli adulti. A turbarli, piuttosto, è l'arrivo di Robert Mallory. Chi cambierebbe mai scuola l'ultimo anno di liceo? Da dove viene quell'adone al contempo sensuale e candido, che minaccia di far scoppiare coppie storiche – Susan e Thom, il re e la reginetta della Buckley –, ma cela un passato di disturbi mentali?
Molti anni fa mi resi conto che un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s'innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c'è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso – in cui qualcuno probabilmente si farà male.
Da sopra gli occhiali da sole lo studia lo stesso Ellis; gli occhi appannati per la brama e il Valium. Segretamente omosessuale, benché fidanzato con la figlia di un famoso produttore cinematografico, l'autore sperimenta una dolorosa attrazione verso l'ultimo arrivato in città. E ne fa, presto, la sua ossessione. Il trasferimento di Robert coinciderà con un'ondata di follia lunga l'intero anno scolastico. È realmente lui il responsabile della rete di delitti che si stringe sempre più intorno agli amici di Bret? O la sua colpa più imperdonabile è quella di aver infranto il sogno di illusoria perfezione dei protagonisti, ponendo freno a un'estate creduta, a torto, senza fine? Tutti hanno un segreto. Tutti stalkerizzano tutti. In settecento pagine, a momenti alterni, tutti saranno vittime e carnefici; intrusi e perseguitati. A quarant'anni di distanza dai tragici eventi del 1981, l'autore sfida il disturbo post-traumatico da stress e sfoglia a ritroso un annuario dalla nutrita sezione in memoriam. Questa è una storia vera. O quasi.
Voi tutti non fate altro che proteggervi a vicenda. Da cosa? Dalla realtà.
Irresistibile nella sua inattendibilità, Ellis è ammicca furbamente ai temi caldi dei social: la retromania, l'autofiction, il true crime, il queerbaiting. Prende i tormentoni contemporanei e, all'apparenza, li sconsacra. Ma, a dispetto del cinismo diffuso – la dedica del romanzo recita proprio: A nessuno –, ci restituisce la rievocazione più verosimile e accorata di una generazione, di un mondo, a un passo dall'annientamento. Le schegge è un elettrizzante incubo vestito Ralph Lauren in cui il sangue e lo sperma, le paranoie e le prurigini occultano la nostalgia per un inconfessato primo amore. Lettore e cinefilo instancabile, il giovane Bret guardava il mondo con il voyeurismo compulsivo tipico degli scrittori. La sua futura professione lo rendeva attento già allora. Lo rendeva già bugiardo. Fermo al tempo dei suoi sconsiderati sedici anni, firma un thriller tanto spaventoso quanto eccitante – di quelli da leggere con la luce accesa, e con un'erezione prepotente nei boxer. Ma anche un sorprendente amarcord sull'impossibilità di risolvere il giallo di Robert Mallory, quando si è ancora intimamente irrisolti come adulti. Cosa resterà di quegli anni Ottanta? La voglia di vivere, amplificata a dismisura dalla paura di morire. Le schegge di un trip stupefacente, da cui sarà amaro svegliarsi soltanto per poi scoprirsi casti, invecchiati, sobri.
Cosa sarebbe successo se, in uno dei momenti più struggenti di Persone normali, Marianne avesse seguito Connell? Il secondo romanzo di Gianluca Nativo, quasi a prendere le mosse dal cult generazione di Sally Rooney, parte lì dove molti amori sospesi hanno fine: dal bivio delle relazioni a distanza. Eugenio e Michelangelo, giovani e per questo fiduciosi, credono che saranno l'eccezione alla regola. Continueranno a volersi anche lontani, così come si sono voluti nel corso di un'estate che credevano eterna. Si sono conosciuti in una Napoli deserta, nel limbo dei neolaureati. Nel momento più giusto; in quello più sbagliato. In attesa che il futuro bussasse alla porta, si sono goduti con la lentezza dei pensionati un incanto ischitano fatto di arte e gite fuori porta. La carezzevole lentezza della bella stagione lascia presto il posto alla frenesia dei sobborghi inglesi, lontani dallo spettacolo dei fuochi artificiali e dagli spritz sul mare.
A te in fondo le periferie piacciono. A te piaceva Michelangelo.
Eugenio, specializzando in Medicina, si trasferisce a Londra. Michelangelo decide di seguirlo, ma dopo un po' partirà per Milano, assistente editor presso una brutta casa editrice. Dopo averci raccontato l'iniziazione di un giovane nel mondo delle app d'incontri, Nativo ritorna e fa centro con un romanzo sincero, spietato e universale, scritto con la stessa sincerità di certe canzoni indie. Per stare insieme, oggi, basta amarsi? Vittime di un brutale shock culturale, destinati ai dolori dell'incomunicabilità, i protagonisti sperimentano nuove routine, lunghi silenzi e l'idillio sporadico delle rimpatriate. Più che con le parole, si parlano con le foto WhatsApp. E, di notte, in attesa dei messaggi dell'altro, si addormentano con i cellulari alla mano. Nella mia vita sono stato sia Eugenio che Michelangelo. Ho provato a dimenticare, a dimenticarmi, camuffando invano l'accento e rifugiandomi in un nevrotico schematismo da primo della classe; ma mi sono spesso sentito anche fragile e bisognoso, mediocre, troppo spaesato per rinunciare a farmi guidare.
Non devi seguirmi sempre, vorrei essere io per una volta a seguire te.
Una relazione richiede pazienza, cura, attenzione. Quando si diventa adulti, tocca scegliere: o noi stessi, o gli altri. Questa vita ci vuole distratti e ambiziosi per restare a galla. Questa vita, forse, ci vuole soli. Fra rotture e ritorni di fiamma, i novelli “spatriati” fanno timidi tentativi per essere felici insieme. Simmetrici nell'inquietudine, nei giorni pari si rifugeranno in un nido di lenzuola e dimenticheranno tutto: perfino il Capodanno. In quelli dispari, invece, la nostalgia e la frustrazione li porteranno in aeroporto. Dall'aereo appare tutto più piccolo, sospeso. Sulle nuvole il mondo sottostante è un presepe nascosto da una cortina di smog. È forse possibile non atterrare mai, per eludere questa domanda che incalza: «Dov'è realmente casa?».
Due ragazzi si baciano. Portano tute acetate coloratissime e i segni freschi dell'acne. Un velo di sudore sulla fronte, l'alito – cattivo – che sa di caramelle mou. La copertina, bella e sfacciata, ammicca dagli scaffali delle librerie italiane: promette amore e anni Ottanta. Seppure ambientato nella Scozia irrequieta di un quarantennio fa, il ritorno dell'autore vincitore del Booker Prize richiama le atmosfere dei classici dickensiani e conquista, a sorpresa, con una dimensione corale che soltanto nella seconda metà cede il passo alla scoperta della sessualità del protagonista. Mungo, quindici anni, protestante, finisce sempre per cacciarsi nei guai. Figlio di un padre morto in una disputa tra gang e di una madre alcolista, ha un animo troppo candido per uscire integro dalla violenza urbana di Glasgow. Tutti vorrebbero farne un uomo d'un pezzo: il fratello, Hamish, attraverso i traffici di speed; la sorella, Jody, attraverso un'adeguata educazione scolastica. Né abbastanza feroce né abbastanza intelligente, l'adolescente è completamente sé stesso – qualsiasi cosa significhi, qualsiasi cosa sia – accanto a Jack: un coetaneo dalle orecchie a sventola, cattolico, che passa i pomeriggi in una colombaia e non si affanna per diventare l'uomo che la società, patriarcale, pretende.
Era niente, eppure sembrava tutto.
Douglas Stuart sottopone il suo innocente eroe a prove di una durezza inenarrabile. La strada della crescita è lastricata di tappe terribili. E la giovinezza, a volte, è intima amica del senso di colpa. Abusato nel corpo e nello spirito, Mungo vorrebbe urlare al mondo l'oltraggio e l'amore dei suoi quindici anni. Ma si vergogna tanto di essere vittima quanto di essere innamorato. Cosa ha a che spartire la tenerezza con la vergogna? C'è speranza di sottrarsi a un futuro di ruderi e casermoni puntando insieme, mano nella mano, al miraggio del mare? Mungo e Jack fantasticano di compiere sedici anni e, abbandonata la scuola dell'obbligo, di rifugiarsi su un'isola deserta. E laggiù, finalmente soli, di sperimentare un sesso che non sia più stupro, pornografia, clandestinità coatta. Convenzionale nelle tematiche soltanto all'apparenza, Il giovane Mungo è insieme romanzo di formazione, educazione sentimentale, vendetta trasversale. Gli indimenticabili randagi della famiglia Hamilton mi hanno tenuto compagnia per oltre un mese e se qualcuno mi avesse attentamente osservato, sui mezzi pubblici, avrebbe visto smorfie a centinaia incresparmi la fronte. È stato come se Mungo, affetto da un tic nervoso che ne altera inavvertitamente l'aria angelica, mi avesse prestato per cinquecento pagine il caos di un viso – e di una vita – che non sa gestire. Mungo si gratta, si schiaffeggia, si impone di non lasciare che ogni sentimento mutevole gli si legga sulla faccia. Si tormenta, perennemente imbarazzato. Ma che colpa ne hanno i prismi, che colpa ne hanno gli arcobaleni.
Come in Carol, lo splendore intramontabile degli anni Cinquanta fa da sfondo all'amore proibito fra due donne. Come in Victor Victoria, la maggiore attrazione di un nightclub è una cantante che si esibisce in abiti maschili e, seducente, ammicca alle spettatrici sedute in prima fila. Come nella Fantastica Signora Maisel, la vita notturna della città offre sorprese e talenti: peccato che i raid della polizia siano all'ordine del giorno. Risulta semplice immaginare il frusciare delle gonne a campana, l'odore della lacca, le luci e le ombre delle insegne al neon. Ma siamo nella multietnica San Francisco, in una famiglia cinese tutta d'un pezzo. Allevata con rigore per diventare una brava donna di casa, la diciassettenne Lily sogna le dive del cinema e di andare sulla luna. Ritaglia fotografie di Katherine Hepburn sui giornali, occhieggia le donne prorompenti sulle copertine dei romanzi rosa, custodisce gli articoli sulla artista di punta del Telegraph Club. Bravissima nella resa di un contesto storico attendibile e dettagliato, Malinda Lo firma una storia per giovani lettori che racconta i primi palpiti, le gioie del contatto fisico, lo sconcerto dello scoprirsi diversi dagli altri. Per farlo si affida ai suoi personaggi, lasciandosi guidare alla scoperta della loro identità – di genere, sessuale, culturale. Ma talora ne risentono i ritmi, piatti soprattutto nella seconda metà, e appesantiti da qualche tematica di troppo. Accanto ai classici espedienti del genere (il ballo scolastico da organizzare, una migliore amica da sostenere per un concorso di bellezza a Chinatown, l'attrazione ricambiata per una coetanea con il mito di Amelia Earhart), infatti, ci sono gli sconvolgimenti politici (la minaccia di russi e giapponesi, la caccia ai simpatizzanti comunisti) e i flashback sugli immigrati di prima generazione (i genitori di Lily, la zia paterna). Combattuto al pari della sua protagonista fra senso d'appartenenza e desiderio di ribellione, La notte scorsa al Telegraph Club è la cronaca discontinua ma toccante dell'ultimo anno di libertà prima del college. Cosa comporta uscire dai confini angusti del proprio quartiere? Cosa significa, oggi come ieri, sentirsi parte di una minoranza? Bisogna spingersi fino a Marte, colonizzare un altro pianeta, per trovare il coraggio di mostrarsi senza maschere? In un momento storico in cui appariva più plausibile un'odissea nello spazio che la parità – nel 1969 Armstrong volerà sulla luna, ma bisognerà aspettare il nuovo millennio per la legalizzazione delle unioni omosessuali –, Lily scoprirà con meraviglia che non è necessario spingersi troppo lontano per liberarsi dalla forza di gravità e dalle convenzioni sociali. Basta un bacio in un vicolo deserto. O la luce rivelatrice di un torbido locale notturno.
In ogni relazione c'è un dislivello invisibile. Osservate attentamente le coppie che conoscete. C'è sempre una persona più affezionata dell'altra. C'è sempre chi ama e chi ama essere amato. Quando il dislivello si acuisce, come su uno di quei dondoli al parco giochi, l'equilibrio viene meno. E un membro della coppia – il più fragile –, viene schiacciato dal divario. I cuori di Kip e Thaddeus non hanno lo stesso peso. Legati dai tempi dell'università, i due oscillano sul dondolo che Scott Spencer ha costruito per monitorare i sali-scendi della loro storia. Si tratta soltanto di una buona amicizia? All'apparenza scapolo inguaribile, Kip lavora come broker a Wall Street, ma per codardia cela la propria sessualità: anziché scendere a marciare per strada nell'era dell'Aids, vive nascosto in un attico che lo taglia fuori dal mondo. Il suo mondo comincia e finisce nella venerazione per Thaddeus: sceneggiatore frustrato, marito e padre in crisi, ostenta una forzata giovialità. Rischia di perdere infatti una villa sul fiume Hudson, simbolo di una breve gloria lavorativa, e insieme alla villa la sua stessa famiglia.
Ho appreso una delle lezioni della solitudine, uno dei suoi sconvolgenti effetti collaterali: quando versi in uno stato di brama inappagata, il desiderio va avanti all'infinito, come un oceano senza sponde.
Tormentandosi in preda a un amore impossibile, il protagonista si fa presto custode del matrimonio dell'altro: da un lato vorrebbe che deragliasse – soltanto così, forse, troverebbe il coraggio di dichiararsi –, dall'altro vorrebbe che l'amico fosse felice. Stando al parere di un personaggio secondario, tra loro finirà malissimo: Thaddeus lo distruggerà senza neanche farlo apposta. A ogni telefonata quanto è desideroso di sentirlo davvero e quanto è mosso dall'opportunismo? Ignora deliberatamente i sentimenti dell'altro, ma si bea nel frattempo dell'ascendente che esercita su di lui? Il romanzo di Spencer è una storia di conflitti: quelli che albergano nell'animo di Kip, combattuto tra desiderio e paura; quelli che scandiscono le scelte di Thaddeus, incapace di rassegnarsi a un'esistenza vissuta al di sotto delle sue presunte potenzialità; quelli che agitano la periferia newyorchese, che osteggia la gentrificazione a suon di sassate e guarda con preoccupazione all'apertura di una fabbrica di calcestruzzo.
Ecco un'altra cosa riguardo a noi innamorati non corrisposti: siamo possessivi nei confronti dell'amato e disposti a tutto pur di tenerci aggrappati all'idea che abbiamo di lui. In effetti quell'idea è tutto ciò che abbiamo. Quando pensi a qualcuno più o meno tutto il tempo cominci a credere – anche se non lo ammetteresti mai, nemmeno con te stesso – che lui ti appartenga. Diventi un carceriere che fa avanti e indietro davanti alla porta della cella, tenendo d'occhio il prigioniero per accertarti che sia dove deve stare, che faccia solo ciò che gli è concesso.
Kip, prigioniero di un vecchio sogno erotico, si finge eterosessuale. Su cosa mente invece Thaddeus, prigioniero al contrario di vecchi sogni di gloria? Qual è il prezzo per continuare a nutrire un'illusione lunga trent'anni? Quand'è che, finalmente, ci si sveglia? Un oceano senza sponde si dipana in maniera più lineare del previsto e l'epilogo, un po' precipitoso, potrebbe amareggiare gli eterni romantici. Ma sontuoso, struggente ed enfatico, si legge con un'ammirazione vicina a quella provata per la prosa di Vladimir Nabokov: anche qui il narratore, inaffidabile, si rivolge a una giuria – vera o immaginaria? – per discolparsi di qualcosa; anche qui un sentimento irrazionale, di pancia, è raccontato con il cuore e con la testa. E il dislivello invisibile di cui scrivevo in apertura si manifesta, infine, come un messaggio scritto con l'inchiostro simpatico. E l'oceano del desiderio, tempestoso come non mai, trova pagine bellissime a fargli da sponde.
Il sesso vende, soprattutto d'estate. E viene dagli Stati Uniti il nuovo filone letterario – anticipato, in parte, dall'opera prima di Sally Rooney – che su TikTok porta il nome di “sad hot girl”. Le protagoniste sono generalmente Millennal, bianche, colte ed emancipate, alle prese con relazioni sentimentali talmente turbolente da minarne gli equilibri interiori. Non si sottrae a questo canovaccio neanche l'esordio di Lillian Fishman, classe 1994, che ha calamitato in fretta le attenzioni grazie al rosa ipnotico della copertina e al triangolo bollente della sinossi: monogama e all'apparenza felice accanto alla compagna pediatra, Evie – complice un nudo postato online per noia – viene introdotta nel mondo di Olivia, aspirante pittrice, e di Nathan, uomo d'affari noto per dominare le partner tanto in ufficio quanto a letto. La protagonista, senza punti di riferimenti né ambizioni, costantemente desiderosa di diventare l'adulta responsabile sognata dal papà imprenditore, aderisce alla routine della coppia come se si trattasse di un culto religioso. Ma mentre il volitivo Nathan sembra in grado di decifrare i suoi desideri più intimi per renderla adorante, la nevrotica Olivia si limita spesso a fare da voyeur: ai margini della camera da letto, guarda e soffre. E soltanto così, forse, gode.
Da anni mi chiedevo cosa significasse il sesso per gli altri...
Con una scrittura sinuosa e mai volgare, Fishman scandaglia senza esprimere giudizi tre sessualità poco convenzionali e immerge il lettore in un'atmosfera densa, torrida, che innegabilmente intriga come le migliori fantasie erotiche. Creatura anfibia, l'irrequieta Evie si muove tra mare e terra, uomini e donne, e sbatte contro una contraddizione: si può essere femministe, autosufficienti e padrone di sé, anche se sottoposte al gioco di qualcun altro? Si può trovare la piena realizzazione personale nel raggiungimento dell'orgasmo? Cerebralmente stimolante, il romanzo lascia inerte il resto del corpo. È solo voce: pura astrazione intellettuale. I protagonisti, abbozzati, sono impossibili da immaginare fisicamente. Il sesso, filosofeggiato in lunghe e pretenziose conversazioni radical chic, è consumato a parole e raramente nei fatti. Mancano proprio i corpi, la carne, l'eccitazione e la loquacità dell'atto sessuale in sé. È un segreto implicito in ogni relazione: i giochi di potere avvengono direttamente fra le lenzuola. Qui se ne scrive a lungo a riguardo, ma risulta nel frattempo insoddisfacente lo spazio lasciato alla libera espressione dell'amante gaudente – del dominatore, del dominato. Peccato: Servirsi è un gemito di piacere soffocato dalle chiacchiere. Quasi come se per scrivere di sesso, oggi, dovessimo sentirci obbligati a legittimarlo e nobilitarlo a ogni pagina. Cosa c'è di più legittimo, mi domando invece? Cosa di più nobile?
“L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.
Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.
Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.
Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.
C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.
La rete lo ha paragonato al romanzo di Hanya Yanagihara e per un po' l'impressione è stata la stessa. Non c'è New York, ma Chicago. E ci sono Yale e Charlie – il primo un ambizioso gallerista in erba, l'altro direttore di un giornale politicamente schierato –, all'apparenza felici e monogami, che si amano nel mezzo di una popolosa galleria di amici geniali: attori dongiovanni che affrontano la vita come se fosse un parco divertimento, avvocati dalla voce stentorea, fotografi e artisti destinati a essere studiati in futuro dagli addetti ai lavori. Ma questa non è la loro storia, o comunque non soltanto. I grandi sognatori racconta di una generazione perduta: anzi tre. Rebecca Makkai, infatti, intreccia traumi collettivi e personali in un dramma fatto di corsi e ricorsi storici, dove la paura cambia nome – prima guerra, poi Aids, infine terrorismo – ma la perseveranza dei superstiti, invece, resta immutata. È una fortuna o una tragedia sopravvivere? È un dono o una maledizione trovarsi a essere il custode di mille storie di fantasmi?
Abbiamo vissuto qualcosa che i nostri genitori non hanno vissuto. Ci ha reso più vecchi di loro. E quando sei più vecchio dei tuoi genitori, che fai? Chi ti insegna a campare?
Strutturato tra passato e presente, il romanzo ha il personaggio di Fiona per filo conduttore: sorella minore di un giovane omosessuale morto nel clou degli anni Ottanta, è diventata prima l'anima del gruppo degli amici del defunto e poi, anni dopo, una madre talmente assente da lasciare l'unica figlia in balia di una setta religiosa. C'è un limite massimo all'amore che possiamo garantire agli altri? Fiona lo ha forse superato, al punto da essere ormai un guscio vuoto? Ultracinquantenne, vola nella Parigi del Bataclan per fare ammenda, ma laggiù il passato è più vivo che mai: come non pensare agli aneddoti della prozia, musa dei maggiori pittori della Belle Epoque, o a Yale – il più grande tra i sognatori – che fino all'ultimo tentò di rendere giustizia all'anziana?
Non ci pensi mai, che so, a dove andiamo dopo la morte? […] Secondo me è come dormire, ma aiutando a sognare il mondo. Qualunque cosa accade sulla terra, tutti i fatti incredibili che capitano, l'eruzione di un vulcano, per dire, nasce dai sogni collettivi di chi ha vissuto.
C'è tanto materiale per un romanzo solo: troppo, perfino per queste 500 pagine. Avrebbero avuto bisogno di essere limate, asciugate dagli eccessi, sintetizzate. Si fatica in particolare nella prima parte, quando l'autrice si addentra nei dettagli delle opere da autenticare o nella disputa tra gli eredi. Per fortuna, però, appare altrettanto meticolosa quando si giunge al focus principale: l'epidemia di Aids. Makkai, alla maniera della serie TV It's a Sin, fa delle ultime pagine un manifesto umano e politico di attese snervanti in ospedale, diagnosi spaventose, slogan e striscioni contro il sistema sanitario americano, deleghe e lasciti. I migliori amici erediteranno sciarpe a righe, scarpe troppo strette, del filo interdentale, perfino un gatto. E nel tempo che resta loro – purtroppo, mai abbastanza – offriranno al prossimo spalle su cui piangere e baci plateali in pubblico. Ti viene da ringraziarla, allora, quest'autrice con talmente tanto da dire, da dare, da sacrificare la compattezza di un romanzo che avrebbe potuto senz'altro essere migliore di così. Ti viene da correggerti e definirla non più disordinata, ma semmai generosa, con le sue trame densissime che tentano di risolversi a vicenda e regalano, in rewind, in sogno, una seconda illusoria giovinezza a Fiona, Yale e gli altri. In pegno – per noi, per la pazienza e le lacrime – lascerà un pugno di cenere e glitter.
Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)
Inizia alla maniera dei film che piacciono a me: lui incontra lei. Non sono semplicemente due esseri umani profondamente diversi tra loro – quindicenni, per la precisione, e dunque già separati dall'abisso che intercorre tra i maschi e le femmine nel corso dell'adolescenza –, ma fronti opposti pronti a generare tempeste tropicali. Lui, Francesco, vive una giovinezza oscura e noiosa, fatta di campi riarsi e pomeriggi all'oratorio. Lei, anticonformista e raminga, abbaglia con una cascata di capelli rossi e il look da maschiaccio. A unirli sono la profonda provincia pugliese, di una bellezza arcaica e soffocante; la relazione adulterina fra i rispettivi genitori, clandestini eppure liberissimi; un'amicizia elettiva, spesso a confine con l'amore, lunga tre decenni. A separarli, invece, sarà tutto il resto. Colti nel corso del loro infinito viaggiare, incapaci di intrecciare le loro solitudini al pari degli amatissimi protagonisti di Sally Rooney, Francesco e Claudia macinano chilometri in fuga dalla peggiore delle guerre: quella contro loro stessi.
A volte si leggono romanzi soltanto per sapere che qualcuno ci è già passato.
Lei, girovaga estranea a qualsiasi senso di smarrimento, sonderà negli anni Milano, Londra, Berlino: andrà in esplorazione e, tra chiamate Skype ed email, aggiornerà l'altro sulle emozioni della musica techno, sugli amanti innumerevoli, sulle tappe di una carriera ondivaga. Lui, invece, destinato a ingrigirsi sempre più per via della totale negazione di sé stesso, ascolterà e si struggerà in silenzio. Esiste una patria comune in cui è possibile non soltanto essere una coppia, ma perfino una famiglia? Mario Desiati, con una prosa vibrante di smania e malinconia, sublima i sogni e le paure di una generazione in un romanzo inquieto, selvaggio, intimamente mio (che da quando ho visto The Dreamers invidio la dissolutezza pornografica delle capitali europee, ma fantastico, d'altra parte, di trasferirmi in trullo a leccarmi le ferite). Erigere la propria identità richiede costanza e lavori graduali di manodopera: lo stare fermi, giacché senza fondamenta si è destinati inevitabilmente a crollare. Imporsi nel mondo significa vegliare sui progressi di un cantiere imperituro – il nostro.
Ero un'erbaccia selvatica, ferrigna e cocciuta, ma estirpabile senza proteste da un momento all'altro. Eravamo migliaia così, anelavamo alla casualità dell'umido e della pioggia, con la gioia di chi si trova nell'unica patria possibile, quella in cui non rispondiamo a nessuno di ciò che siamo.
Si può costruire qualcosa scappando? s'interroga Spatriati. E ispira il suo autore, così, nella messa a punto di una lingua franca a metà strada tra i dialetto e il tedesco: l'esperanto della ritirata. Siamo lavori in corso e foto uscite mosse. Siamo cervelli in fuga e cuori in avanscoperta. Abbiamo il terrore di ricominciare altrove e di restare dove siamo. Non sapremmo vivere in un posto senza il mare, ci diciamo, né vivere un'esistenza intera nei panni stretti in cui siamo cresciuti. Forse il trucco è chiudere gli occhi, lanciare un dado e giocarci il futuro a sorte: assumere vitamina D in pastiglie per sopravvivere all'estero alla mancanza di sole. Forse, se questa vita è un abito tagliato male – un travestimento da impostori in cui, ormai, non ci riconosciamo più –, l'unica salvezza è spogliarsi nudi da capo a piedi. Come San Francesco d'Assisi. Come i depravati felici nei fetish bar di Berlino.