giovedì 28 maggio 2020

Recensione: Parlarne tra amici, di Sally Rooney

| Parlarne tra amici, di Sally Rooney. Einaudi, € 12, pp. 286 |

In un’altra vita voglio nascere privilegiato. Con sincera invidia, l’ho pensato leggendo le (dis)avventure delle amiche di Sally Rooney. Sfaccendate, altolocate e ciarliere, frequentano le case dei personaggi dello star system e tracannano vino rosso da bicchieri di cristallo. Tra feste per pochi eletti, presentazioni e vernissage, fanno anche tappa in uno splendido casolare immerso nella campagna francese.
Frances e Bobbi hanno fatto coppia per un po’. Aspiranti poetesse, sono rimaste in ottimi rapporti e si spalleggiano: nella buona società così come sul palcoscenico. Se la prima è una ventunenne pallida e insicura, che per paura di non farcela si accontenta di vivere della luce riflessa dell’ex fidanzata, la seconda è al contrario ricca di famiglia e sempre a proprio agio. È la sfrontata Bobbi a possedere il lasciapassare per la casa di Melissa, fotografa, e del marito Nick, attore da copertina: la fascinazione verso i coniugi è fortissima. 
Siamo a Dublino, ma sembra di essere nella New York di Noah Baumbach e della sua musa Greta Gerwig: discorsi allegramente letterari, poligoni sentimentali degni di una commedia francese, generazioni agli antipodi inquadrate tra ammirazione e irritazione.

Si può amare più di una persona, ha detto lei. Perché dovrebbe essere diverso dall’avere più di un amico? Tu sei mia amica e hai anche altri amici, vuol forse dire che non mi consideri davvero?
Diciamolo subito: se i sentimenti Persone normali sono memorabili perché ordinari, quelli di Frances sono fuori dalla nostra portata.  E proprio per questo incuriosiscono un po'. In lotta contro il capitalismo e il patriarcato, stagista non pagata presso un’agenzia letteraria, la protagonista non vuole essere più la banale ragazza di campagna che passa inosservata alle feste popolose. Cerca la sfrontatezza, la risposta ammiccante, la relazione clandestina. E in mezzo a una compagnia frivola, aperta e bellissima incrocia così lo sguardo di Nick: uomo nell’ombra di una donna talentuosa e volitiva, che nonostante il fisico scolpito nasconde in realtà un carattere fragile. Attratta dalle debolezze di quest’ultimo, Frances spera di nascondere le proprie. E benché anticonformista, suo malgrado, finisce per interpretare un cliché: quello dell’amante. Desidera segretamente quel tenore di vita oppure lo disprezza? La seconda parte, spezzato l’idillio snob, finisce per dilungarsi sulle paturnie di una giovane immatura e contraddittoria, difficile da amare, che si rivela essere la protagonista imperfetta di un esordio imperfetto.

Sono solo una persona normale, ha detto. Quando a te piace qualcuno, lo fai sentire come se fosse diverso da chiunque altro.
Sbilanciato. Interessante a momenti alterni. Ma personale, generoso, onesto: pervaso da una specie di magnetismo irresistibile. Nel romanzo successivo, per fortuna, ci saranno meno seghe mentali e più cuore. Dopo trecento pagine, dopo mille intrighi, voltafaccia e cambi di ruolo, questa volta si ha l’impressione di non venirne mai a capo. 
Frances, eternamente indecisa, potrebbe trasformare tutto in un nulla di fatto da un momento all’altro. E andare avanti all’infinito, con le sue chiacchiere, con i suoi dubbi esistenziali, tagliandoci fuori dalla sua cerchia un attimo prima dei ringraziamenti. 
Non è tutto oro ciò che luccica: anche i ricchi piangono. Privilegiati sì, ma con zone d’ombra pronte a essere rivelate negli scavi psicologici della seconda parte, i personaggi di Sally Rooney hanno i loro momenti storti: ripensamenti sui pro e i contro delle coppie aperte; rapporti burrascosi con il proprio corpo e con il prossimo; momenti di debolezza non sempre curabili con il paracetamolo. Onestamente continuo a preferirli nella prima parte: una dissertazione sull’insostenibile leggerezza dell’essere giovane, bisessuale e radical chic, infarcita di chiacchiere alcoliche sugli uomini e le donne, la sessualità e il futuro.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gaia – Coco Chanel

sabato 23 maggio 2020

Il romanzo che ha ispirato il prossimo film di Charlie Kaufman: recensione di Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid

| Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 253 |

Sto pensando di finirla qui. La protagonista, per tutto il tempo priva del nome, lo pensa della sua attuale relazione e della sua vita, considerata inappagante. Di lei sappiamo pochissimo. Soltanto che viaggia in macchina – direzione, la fattoria dei suoceri – e che accanto ha Jake, professore amorevole e premuroso che frequenta da qualche settimana. Stanno imparando a conoscersi, ma la protagonista fa fatica. Ad abituarsi al rumore della deglutizione del partner, alle conversazioni che arrancano, alla desolazione di quelle strade secondarie. Qual è la percezione che l’uno ha dell’altra? Cosa pensano, mentre fuori dal finestrino si susseguono immagini rapide di campi e nuvole? Una tempesta è in arrivo. A metà tra Tom at the farm e Il gioco di Gerald, questo romanzo è lo snervante flusso di coscienza di una donna in balia delle proprie ansie sociali. Dei ricordi, della solitudine, del mal di vivere, dei bilanci con cui mette in discussione sé stessa e la propria relazione.

I racconti basati su eventi realmente accaduti molto spesso hanno a che fare più con la finzione che con la realtà. Vale sia per le cose inventate sia per quelle vere. Si tratta di storie, in entrambi i casi, che vengono ricordate e raccontate. Le storie sono il modo in cui impariamo le cose. Sono il modo in cui ci conosciamo a vicenda. Ma la realtà, quella succede una volta sola.
Sto pensando di finirla qui. È il pensiero del lettore più impaziente, davanti a un thriller psicologico che si concede un preambolo lungo cento pagine per entrare nel vivo della narrazione. Il romanzo di Iain Reid, presto un film Netflix grazie al talento immaginifico dell'acclamato Charlie Kaufman, è costituito da riflessioni sulla vita di coppia e da tappe stranissime. Episodi all’apparenza grotteschi, che scandiscono un trip lisergico e contorto, affascinante nel suo destabilizzarci continuamente. Il ritorno a casa dei personaggi, infatti, sarà ritardato da contrattempi terrificanti. Si parte dalla cena servita in un casolare in stato di semiabbandono – carne sanguinolenta, verdura in gelatina, e per finire il gioco dei mimi –, con un duo di genitori sopra le righe a guardia di una porta ricoperta di graffi: conduce in cantina. Si prosegue con il desiderio impellente di granita al Dairy Queer, anche in pieno inverno. Si finisce con un tour claustrofobico in una scuola vuota – o almeno si spera che lo sia –, a metà tra un labirinto e una prigione.

La mia storia non è come un film dell’orrore, gli dico. Non ti fa fermare il cuore e non ti gela il sangue nelle vene. Non ci sono mostri o violenze. Nessun salto dalla sedia. Per me, queste cose non sono spaventose. Invece, quello che ti disorienta, che capovolge ciò che da per scontato, che disturba e scompagina la realtà, quello sì che fa paura.
Sto pensando di finirla qui. Lo dici alle prese con la seconda metà, quando fai le ore piccole pur di ultimare la lettura. Pur di venirne a capo. All’inizio scettico, ti scopri terrorizzato da piccoli dettagli inquietanti e da elementi stridenti, che nel silenzio della casa addormentata mettono letteralmente i brividi. Lo stile di Reid, stringato, introduce sottopelle un serpeggiare di sensazioni difficili da descrivere. Dice bene la copertina, sì: avrai paura senza sapere perché. Non c’è niente che non vada, ma allo stesso tempo nulla torna. Perché tutto può cambiare all’improvviso. Pagina dopo pagina la storia ci svelerà il suo significato più allegorico e profondo. Ma serve attendere, assecondare la curiosità, perché i dialoghi suoneranno innaturali qui e lì e le situazioni in cui i protagonisti si cacciano appariranno a dir poco surreali. Non tutto viene giustificato alla luce dell’epilogo. Non tutto lascia a bocca aperta, soprattutto se i film di genere ormai non hanno grandi segreti per voi. Ma molto gli si perdona, soprattutto grazie ai ritmi deliranti e ossessivi, da istantaneo mal di testa, che ricordano uno squillo di telefono nel cuore della notte. Non stupisce che l’autore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Anomalisa abbia visto il potenziale dell’autore, magari da mettere meglio meglio a fuoco in una trasposizione che già mi figuro diversissima: ancora più folle. Se dovessi immaginare di trarre una storia da un dipinto di Escher, comunque, sarebbe proprio così.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Joy Division – Love Will Tear Us Apart

mercoledì 20 maggio 2020

Se ne parlano tutti ci sarà un perché: Normal People | Little Fires Everywhere | Hollywood

Qual era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette. Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta, ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo,  lei un incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo, all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano. Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri. Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia, sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)

Villette a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva. Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre – maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)

Nel 1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg. La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy, con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo, così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque nostalgia. (7)

sabato 16 maggio 2020

Mr. Ciak: Bombshell, Le ragazze di Wall Street, Emma e altri film sul girl power

Quali sono i retroscena di un’emittente televisiva? A svelarci i coni d’ombra, oscuri benché sotto gli occhi di tutti, è un grande cast. La tematica, purtroppo, è la stessa della serie The Morning Show: le molestie sul luogo di lavoro. Questa volta ci si ispira alla storia vera. Si fanno i nomi e i cognomi.  Ci si mette la faccia. Partito con toni sfrontati e ultramoderni, con tanto di rottura della quarta parete, Bombshell si adagia poi in un andamento più convenzionale, con una sceneggiatura indecisa tra commedia, dramma d’inchiesta e thriller. Quando la struttura si frantuma, diventando corale, alla battaglia di un’irriconoscibile Theron si affiancano le vicende di altre due dipendenti: la Kidman, declassata a un programma pomeridiano; la Robbie, stagista che scende a patti pentendosene. La causa di una può diventare la causa di tutte? Sulla scia dello scottante caso di cronaca, i travasi di bile sono assicuranti insieme a qualche risata a denti stretti. A dispetto del titolo, però, il film non si rivela essere una bomba. Ma purché trionfi la verità – e il talento di Margot, a sorpresa la migliore delle tre punte di diamante –, gli si perdona la mancanza. (6,5)

Raccontare la crisi attraverso una nuova classe di emarginate: le spogliarelliste. Le ragazze dirette dalla Scafaria si trasformano da vittime in aguzzine per non soccombere. La troppa ambizione rischierà di mandare il piano a gambe all’aria. Dopo La grande scommessa e The Wolf of Wall Street, ecco la variazione sul tema che non potendosi avvalere né di una sceneggiatura da Oscar né di un regista di culto punta allora sulle grazie del cast più sexy dell’anno scorso. Hustlers è un gineceo divertente e affiatato in cui la dolce Constance Wu viene guidata passo passo da una Jennifer Lopez un po’ chioccia, un po’ sciacallo: la sua ottima performance non avrebbe dovuto lasciare indifferente l’Academy. Se il film funziona con poco, infatti, è proprio grazie alle interpretazioni delle protagoniste e al clima sempre disteso nonostante la tematica torbida. Pulito e onesto, punta su qualche raro spogliarello e su un lato umano dolentissimo, che tocca senza ironia. È possibile grazie a una JLo già iconica che, smesso il ruolo di popstar, ci mette – letteralmente – l’anima e il corpo. Nel capolavoro di Fosse, il mondo del dopoguerra era un cabaret. Per la Scafaria, quello sbranato dai lupi di Wall Street è un night. (7)

Siamo nella classica campagna inglese di Jane Austen, dove la massima ambizione delle protagoniste è una: accasarsi con un buon partito. Non mancano le feste, le lezioni di etichetta e seduzione, i matrimoni. L’interrogativo maggiore: chi si fidanzerà con chi? Come spesso accade negli intrecci dell’autrice inglese, abbonderanno i personaggi antipatici e le chiacchiere più salottiere. Leggera e spumeggiante, la nuova trasposizione di Emma è una commedia non esente da lungaggini, con una scrittura più canonica del previsto. Non aspettatevi né la riscrittura moderna di Dickinson, né il montaggio di Piccole donne. Prodotto diretto agli esteti e agli amanti del film in costume – il lato tecnico è incantevole –, conferma il talento di una Taylor-Joy a volte esilarante, altre malinconica. Accanto a lei, nonostante i caratteristi noti, brilla la stella di Mia Goth: presenza fissa degli horror, è adorabile alle prese con un ruolo comico. Tra chiacchiere di paese, nomi su nomi, corteggiatori e corteggiati, Emma è la storia di una povera ragazza ricca che giocava a fare Cupido. Al cinema dispiace meno di quanto farebbe su carta, ma per tutto il tempo sembra comunque di assistere a strategie da agenzia matrimoniale (6,5)

Benché rivelata al mondo dalla lungimiranza del cinema europeo, Jean Seberg era considerata la fidanzatina d’America. Affascinante e politicamente schierata, si trasformò in un personaggio scomodissimo e morì in circostanze misteriose. Un po’ biopic, un po’ thriller di spionaggio, il film segue la diva della Nouvelle Vague negli anni dell’impegno civile. Più a fuoco nella seconda parte, la pellicola con un’ottima Kristen Stewart – qui convincente come non mai – funziona soprattutto nel momento della caccia alle streghe. Accurato nella ricostruzione degli anni Settanta, grazie al luccichio di costumi e scenografie, il film vorrebbe parlare di troppo – star system, razzismo, politica – ma finisce per parlare di troppo poco. Per quanto la storia realmente accaduta sia intrigante, Seberg è un mix che vive soltanto della performance della protagonista e di timide capacità retoriche. Il caso di Jean, e il suo enigma, resta aperto. (6)

Più che la serie TV, i nati nella mia generazione ricorderanno la duologia con Cameron Diaz, Lucy Lu e Drew Barrimore. Alla luce di un girl power più autoreferenziale che mai, gli angeli dello spionaggio soft son tornati. Nonostante il tocco femminile, è stato un flop annunciato. Colpa di una regia patinata, che lascia un po’ a desiderare nelle scene d’azione? Non mancano i cambi d’abito, le parrucche, le macchinazioni più o meno telefonate, né un trio meglio assortito del previsto: la Stewart si presta a essere la macchietta del gruppo; la Harris è forse la migliore del cast, nei panni della scienziata goffa; la Balinska ipnotizza come amazzone dal fisico statuario. Su di loro veglia la Banks, che scherza sulla mezza età e domina un cenacolo di giovani desiderose non di essere principesse, bensì spie. Non necessario, come ogni reboot, l’ultimo Charlie’s Angels è stato un insuccesso parzialmente meritato, ma piacevole e  scacciapensieri poggia su una formula che intrattiene comunque. Vestiti succinti, giarrettiere e flirt, ma anche una consapevolezza tutta nuova sui ruoli di genere che divertirà gli uomini e lusingherà le donne. Basta però a giustificare la missione? (5,5)

Era l’unico pregio di Suicide Squad. Il ferro, immancabilmente, andava battuto finché caldo. L’impegnatissima Margot Robbie si è prestata con autoironia a tornare a impersonare l’eterna fidanzata del Joker: brutalmente piantata in asso – non aspettatevi il cameo di Jared Leto –, all’indomani dei fatti del cinecomic di Ayer è libera come l’aria. E per questo sola. Inganna le pene d’amore con i cibi ipercalorici, glitter e caramelle gommose a pioggia, parecchi nemici e poche buone amiche. Il capriccio di mettersi in proprio, però, le appiccicherà un enorme bersaglio sulla schiena. Al pari del pilot di una serie TV, Birds of Prey è una lunga presentazione di personaggi sorretta da un’estetica pop e da una colonna sonora furbetta. Oltre che confermare il brio indiscusso di Harley, ci si limita a illustrare il temperamento delle altre protagoniste e i segreti di una Gotham vincente nella comicità. Se esplosioni, sketch e colori sembrano sbucati da un cartone, qualcuno potrebbe sorprendersi per il tasso di sangue e parolacce; meno per una struttura inutilmente frastagliata. L’obiettivo di Birds of Prey: ripulire da cima a fondo la città. Il destino di Gotham è nelle mani delle ragazze. E quello dell’universo DC? (5,5)

Una giovane inesperta fa i conti con una datrice di lavoro spietatissima, che costringe i dipendenti a orari massacranti e trascura in nome della carriera famiglia, amore, affetti. Indizio: non sto riassumendo la trama del Diavolo veste Prada. Scambiate le redazioni giornalistiche con gli studi televisivi; sostituite le passerelle di moda con la stand-up comedy. Con il minimo sforzo, otterrete un aggiornamento della commedia già cult al tempo dei talk show. La Miranda Priestly del piccolo schermo è una signora dal temperamento british, algida e distaccata, con un marito malato di Parkinson in casa e avvoltoi tutt’intorno. Nel ritratto di luci e ombre su una professionista ormai sul viale del tramonto, non mancherà la redenzione finale. Potrebbe essere sempre la solita minestra, e invece no. Perfettamente al passo con i tempi, E poi c’è Katherine tratta il femminismo, gli scandali sessuale, l’integrazione, i pregiudizi sulle donne in ruoli di potere. La scrittura, già scoppiettante di per sé, è illuminata inoltre dalla performance di una Emma Thompson in forma particolarmente smagliante; con lei c’è Mindy Kaling, che qui convince più come sceneggiatrice che come interprete. (7)

giovedì 14 maggio 2020

Recensione: Un matrimonio americano, di Tayari Jones

| Un matrimonio americano, di Tayari Jones. Neri Pozza, € 18, pp. 364 |

Qual è il segreto per un matrimonio duraturo? Tra mille titubanze, se lo domanda ogni coppia impreparata al grande passo. Banalmente, assicurano i parenti, il segreto è l’amore: il resto, poi, è tutto in discesa. E l’amore non manca a due come Roy e Celestial. Trent’anni, belli come il sole, complici e appassionati, sanno trasformare perfino le scaramucce in preamboli romantici. Ogni litigio, infatti, dev’essere sospeso per quindici minuti se si pronuncia una parola d’ordine: 17 novembre, la data del loro anniversario. Un piccolo armistizio per frenare sul nascere i sospetti di lei – a Roy piace fare il cascamorto con le altre donne – e le pretese di lui – vorrebbe diventare presto genitore. Ma l’amore in sé può bastare? Quando Roy viene arrestato con l’accusa infondata di stupro, qualcosa si spezza. La lontananza mette alla prova la loro pazienza, cambia ogni cosa. Nonostante una lunga corrispondenza epistolare, inevitabilmente si sfilacciano promesse e buone intenzioni. E i sentimenti, all’apparenza inscalfibili? Si può biasimare il marito, se entra in cella innocente – era un comune rappresentante di testi scolastici – e ne esce per forza di cose smaliziato? Si può biasimare la moglie, ancora, se nel frattempo ha inaugurato un negozio di bambole artigianali – tutte, però, hanno il volto del piccolo Roy – e si è rifugiata nel conforto di un altro uomo, il migliore amico Andre?

Immaginavo forse che avremmo seguito quello schema in eterno? Che saremmo invecchiati insieme, continuando ad accusarci e perdonarci. All’epoca non sapevo che cosa volesse dire “per sempre”. Forse non lo so nemmeno ora. Ma quella sera al Piney Woods ero convinta che il nostro matrimonio fosse un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.
Proprio come La storia di un matrimonio, letto e amato qualche mese fa, il romanzo di Tayari Jones racconta non l’armonia di un duo bensì i dolori di un triangolo amoroso tanto ingiusto quanto inevitabile. Da sinossi, invece, ci si aspettava probabilmente una storia diversa, di fedeltà e razzismo. Il fatto che i protagonisti siano entrambi di colore e che l’accusa di stupro dipenda dall’etnia di Roy diventa assolutamente incidentale e permette all’autrice, in maniera coraggiosa, di allontanarsi dai territori di Se la strada potesse parlare per tratteggiare finalmente una comunità afroamericana lontana dai cliché dei drammi sul tema. Qui si parla infatti di famiglie alto-borghesi, che possono contare su impieghi ben remunerati e case ospitali. L’attenzione del lettore finisce allora per concentrarsi sull’universalità del dilemma sentimentale e sulle difficoltà del ritorno alla normalità di Roy. Uscito dal carcere, si trova a dover piangere la sepoltura della mamma e a fare i conti con l’amara verità: il cuore impegnato di Celestial. Il romanzo, intensissimo, indaga con ferocia le loro passioni e ci mostra personaggi difficili da amare: nelle verosimiglianza dei litigi vi sembreranno proprio usciti da un film grande e struggente.  

È impossibile smettere di amare qualcuno. Forse l’amore cambia forma, ma resta.

Per gran parte della lettura aspettiamo con tensione crescente il loro incontro. Lei vede la sua presenza dappertutto, come se fosse uno spettro infestante; lui ha in tasca le vecchie chiavi di casa e spera che tornando ad Atlanta trovi sempre la solita serratura e l’albero di noci in giardino. Con il cuore a mille, sotto Natale, il loro faccia a faccia strazierà mostrandoli l’uno alla mercé dell’altra. È possibile perdonarsi? È un crimine lasciar prevalere i compromessi? Il segreto, si diceva, è l’amore. Ma l’innesto di anime tra Roy e Celestial, in una stagione crudele, non ha avuto il tempo di attecchire. È stato ostacolato dalle piogge torrenziali dell’ingiustizia e della distanza geografica. Tayari Jones, con la pazienza di un giardiniere, esamina i loro corpi e i loro fusti, le loro intenzioni e le loro radici. E in un epilogo commovente svela infine un doppio verdetto: state pur certi che nessuno è innocente, che qualcuno soffrirà. Ma l’amore, signor giudice: l’amore come sta?
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale:  Fugees – Killing Me Softly with His Song

venerdì 8 maggio 2020

Recensione: Molto mossi gli altri mari, di Francesco Longo

| Molto mossi gli altri mari, di Francesco Longo. Bollati Boringhieri, € 16, pp. 176 |

Avevo questo romanzo in libreria dal periodo dell’uscita. Ma, a testimonianza di come le letture non abbiano una data di scadenza, ho scelto di conoscere l’esordio di Francesco Longo ora. Il mood, infatti, era di quelli perfetti. Mentre in streaming sono immerso negli amori inconfessati della serie Normal People, il quattro maggio – per inaugurare la fase due – sono finalmente tornato a passeggiare al mare: uno dei miei veri affetti stabili. Tutto preso dagli struggimenti post-adolescenziali e dagli andirivieni in spiaggia, insomma, non potevo non tuffarmi a bomba nelle estati di Santa Virginia. Una località fittizia, a un’ora di treno da Roma, che fa da sfondo alle amicizie rievocate dal narratore. Sarà che il protagonista ha il mio stesso nome, sarà che ho sempre vissuto sulla costa, ma l’immedesimazione è stata istantanea.
Smilzo, occhialuto e cagionevole, Michele è un tipo malinconico e sedentario. Di quelli che si commuovono per la bellezza dei tramonti, scrutano le stelle in cerca di UFO, fantasticano di mostri alati in fondo al lago. Di quelli che hanno fatto dell’attesa il senso stesso della loro esistenza, e non a caso hanno l’abitudine di tuffarsi sempre per ultimi. Nato e cresciuto in una località presa d’assalto dai turisti, non l’abbandona a vacanze finite. Abita in un paese popolato soltanto per tre mesi all’anno e nei restanti nove viene lasciato in balia del mare d’inverno.

Sono stati tutti convocati dal mare, dalla promessa di una mareggiata epica che ha richiamato anche chi non si vedeva più da anni. La spiaggia è a sud del promontorio, è la Baia di Santa Virginia. Lì abbiamo trascorso tutte le nostre estati. Lì l’infanzia era una cosa sola con la sabbia.
L’autore descrive con esattezza la solitudine di cui il suo protagonista soffre, ma è con l’arrivo di giugno che lo fa rianimare: quando, come da tradizione, si ricompone il cosiddetto gruppo della Baia. Anno dopo anno, infatti, Michele ha stretto con un manipolo di coetanei che si riunisce soltanto d’estate. Ci sono Guido, spavaldo ma fedele, che ha portato la moda del surf da un viaggio in California; la bella Silvia, che raccoglie le confessioni di tutti ma raramente si sbottona; il Cicogna, accanito lettore destinato a fare il naturale salto alla scrittura; Gabriele con la sua inseparabile chitarra; e c’è soprattutto Micol, con un cespuglio di capelli ricci e gli occhi più brillanti della luna. Senza dirglielo, il protagonista la amerà fino all’età adulta. Loro come vivono invece l’attesa del mare? Con la stessa pena, con le stesse speranze, con lo stesso languore? Strutturato tra passato e presente, Molto mossi gli altri mari li racconta com’erano e come sono: radunati eccezionalmente per una bufera tropicale che allarma i meteorologi ma promette, d’altra parte, onde altissime. Michele saprà affrontarle di petto, soprattutto davanti alla notizia delle nozze di Micol?

Di una cosa solo tu puoi essere geloso: del mare.

Questo è un piccolo romanzo generazione che vive non tanto di personaggi quanto di atmosfere. Se gli amici di Michele sembrano spesso schiacciati dall’apatia, poco messi a fuoco nella foga della nuotata e condannati a un finale per me sin troppo precipitoso, a fare la differenza è una natura kantiana in cui scorgere l’ennesima sfida. Piace allora per i cieli coperti, per i braccialetti dell’amicizia al polso, per le pedalate a perdifiato e per le grigliate, per la metafora alla base: l’età adulta come una mareggiata da fronteggiare. Non importa il cosa né il perché. Questa volta importa il come: ossia attraverso una prosa splendida sin dalle allitterazioni del titolo. Questa volta importa il quando: nella stagione che inevitabilmente precede l’autunno degli ideali. Le sensazioni conclusive sono familiari ma altalenanti. Se da una parte la componente sentimentale mi ha ricordato una frustrante partita di ping pong, dall’altra la lettura ha il profumo di brace e risate dei falò di fine estate. Al centro di una storia di attese e devozione, Michele e Micol evitano il presente per paura. Baciano altre persone, si distraggono con altre relazioni. Si crogiolano in un’eterna sospensione. Come se l’estate – della vita, della gioventù – potesse durare per sempre. In attesa che l’onda del secolo o li schiacci, o li faccia volare.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Hola (I Say) – Marco Mengoni feat. Tom Walker


martedì 5 maggio 2020

I congiunti e gli affetti stabili nelle graphic novel: Residenza Arcadia | Basilicò | Freezer

|Residenza Arcadia, di Daniel Cuello. € 20, pp. 167, ★★★★|

Chiusi in casa, spiano le mosse del vicinato. Aguzzano l’udito per origliare. Denunciano. La routine degli abitanti di Residenza Arcadia, satira quanto mai attuale, potrebbe ricordarvi qualcosa. I giorni della nostra quarantena. Terrorizzati dal cambiamento – un po’ come noi davanti alla fase due –, gli anziani protagonisti tutelano le loro proprietà con il pugno di ferro. Benché vengano nominati Don Matteo e Turisti per caso, siamo in una società distopica imprecisata: pare che ci sarà una guerra imminente, che il Partito e la Gendarmeria vadano temuti, e che presto ci sarà una parata per celebrare la Nazione. Gli stessi conflitti si respirano anche nel condominio: colpa dei nuovi inquilini – terroristi – da far sloggiare. Raffigurata come un idillio sin dal nome, la Residenza è un covo di scaramucce, pettegolezzi e voltafaccia mortali. Badate ai disegni, inquietanti come nel miglior Burton, e diffidate da quei protagonisti che sembrano adorabili: la solitaria Mirta con il suo canarino; Emilio e Dirce, con ospite il nipote metallaro; i temutissimi Ester e Dimitri, dai modi affabili ma con un passato insospettabile – quello di lui vi commuoverà. Daniel Cuello, originario di un Paese che ha avuto una lunga e infelice relazione con le dittature, scuote per crudeltà e dolcezza. E condanna il conservatorismo di una certa generazione, sempre in prima linea per apostrofare il lassismo dei tempi correnti. Oasi da proteggere, il condominio diventa un microcosmo in cui legge e morale viaggiano su binari diversi. Perché difendere con le unghie e con i denti una casa destinata comunque alla polvere del tempo? Perché mantenere lo status quo, se è un incubo che ricorda i fascismi?

| Basilicò, di Giulio Macaione. € 16, pp. 153, ★★★½|

Alcune famiglie sono un’associazione a delinquere. A mettere sotto processo la propria è Maria, matriarca sputasentenze con cinque figli  grandi e un marito scappato con la domestica Nancy. Come in American Beauty, la narrazione prende avvio da un luogo particolare: l’oltretomba. La protagonista, nel giorno del suo stesso funerale, racconta il suo albero genealogico e gli eventi che hanno portato alla sua morte. Risposta politicamente scorretta alle saghe familiari tanto in voga, Basilicò sarà apprezzato dai fan di Carnage o I segreti di Osage County. Complessati, sguaiati e inviperiti, i membri della famiglia Morreale credono nei valori tradizionali, nel senso del decoro, nell’omertà. I capitoli, illustrati da una penna che incanta, sono ora in bianco e nero, ora in un nostalgico color seppia. Introdotti dalle ricette della migliori ricette della tradizione – dalla parmigiana al pesto, dal cous cous al ragù – inoltre assumono di volta in volta il punto di vista dei figli: Giovanni, un prof bistrattato; Agata, artista povera in canna; Diego Maria, omosessuale sfortunato in amore; Rosalia, moglie e amante; infine Santo, ultimogenito dall’esistenza girovaga. Riuniti per il compleanno di Maria, si troveranno a celebrarne le esequie. La mamma si è portata nella tomba trucchi e consigli? Se il segreto della sua cucina era il basilico, il segreto del basilico invece qual era? I colpi di scena del finale assicureranno anche qualche tavola horror. La graphic novel di Giulio Macaione è un omaggio a Palermo, alle gioie della tavola, ai dolori delle famiglie infelici a modo loro.

|Freezer, di Veronica “Veci” Carratello. € 18, pp. 137, ★★|

Un’altra famiglia disfunzionali da cui fuggire, un’altra lettura grottesca. Questa volta si parla dei Robinson: sì, proprio come quelli della serie TV. Mina, in attesa dello sviluppo ormonale, sognerebbe per sé il potere dell’invisibilità. Difficile se primogenita in una casa dov’è impossibile non essere immischiati nelle tragicomiche dei parenti . Tocca citarne qualcuno: il padre, attore della pubblicità della carta igienica; lo zio Ernesto, che in una chat trova l’anima gemella; il gatto Kafka, aspirante suicida; una nonnina chiusa nel silenzio impenetrabile della vedovanza. A metà tra Little Miss Sunshine e Metti la nonna in freezer, la graphic novel ha protagonisti già visti altrove e un umorismo che purtroppo non mi ha divertito. Il pregio più grande è l’irresistibile estetica vintage, con un tripudio di colori terrosi, citazioni musicali anni Settanta e un tratto degno della sfrontatezza dei prodotti di Cartoon Network. Peccato che Freezer somigli più a un insieme di strisce comiche che a un racconto, più a un puzzle di sketch che a una storia fatta e finita. I (nuovi) Robinson potrebbero essere i personaggi di una sitcom strampalata e scorretta che ci dispiacerebbe vedere in poltrona. Questo volume, un breve assaggio delle stranezze di cui sono capaci, è  però un episodio pilota nemmeno troppo soddisfacente.

sabato 2 maggio 2020

Miniserie "fantastiche" e dove trovarle: Tales from the Loop | The Outsider

Cosa accadrebbe se l’America rurale dei romanzi di Kent Haruf incontrasse i temi della fantascienza? Tales from the Loop, serie antologica distribuita su Amazon Prime Video, sembra nascere da una contaminazione simile. Il risultato è un esperimento poetico e incantevole, che non regala né incastri né spiegazioni istantanee, ma immagini di una bellezza tanto straordinaria da commuovere. Gli otto episodi sono dei mediometraggi pressoché autoconclusivi che ruotano attorno alle vicende della famiglia di Jonathan Pryce e Rebecca Hall:  suocero e nuora sono ai vertici di una misteriosa azienda che gioca con scienza e magia nel sottosuolo di un’imprecisata cittadina. A occhio e croce siamo negli anni Ottanta, ma non aspettatevi colori e canzoni a tema: la fotografia avvolge con le sue sfumature tenui, infatti, e la colonna sonora è un brivido continuo garantito dal talento di Glass. Sui poster, inoltre, s’intravedono dei bambini che corrono e a torto si potrebbe pensare a una riproposizione di Stranger Things: niente di più sbagliato. I racconti che compongono la serie vivono di suggestioni e piccole idee, di pelle d’oca. Molto tristi, a ben vedere, mettono però l’anima in pace come soltanto alcuni autori sanno fare. Sullo sfondo di un Paese bellissimo e malinconico, in cui perfino la fantascienza non fa inutili schiamazzi, giacciono abbandonati vecchi robot e carcasse di marchingegni. Con ritmi lenti e immersivi veniamo a conoscenza di una bambina la cui casa è stata risucchiata dal cielo; dell’amicizia tra due ragazzi al centro di un classico scambio di corpi; di un primo amore così spasimato da fermare il tempo; di un nonno alle prese con la malattia, di un padre con le sue ossessioni, di un custode con un triangolo omosessuale; infine di un’isola deserta che ospita un mostro e di una riconciliazione che supera i fiumi del tempo. Mancano le corrispondenze e gli incastri, le vicende restano piuttosto slegate, ma il dettaglio non impedisce di apprezzarne la bellezza complessiva. Lo spettatore è chiamato ad astrarre, a contemplare. A immergersi e basta, senza chiedersi mai se toccherà il fondo; se arriverà a riva. Tales from the Loop, amata più del previsto, è il non-luogo dove arrivano la fantascienza e i mezzi televisivi. Dove arriva la nostra emozione, e per restarci. (7,5)

Stephen King non è nuovo alle pessime trasposizioni. Le eccezioni, anzi, si contano sulle dita di una mano. Come da tradizione, The Outsider era già stato opzionato per una miniserie a scatola chiusa: per fortuna, arrivato in libreria, il contenuto era di quelli belli. Al tempo della lettura, infatti, questo mi era parso un grande ritorno. Un mix tra noir e horror, sorretto da un cast di personaggi memorabili. Come poteva la HBO, sinonimo di qualità, fare male? I pareri degli altri spettatori vi racconteranno un’altra versione della storia: le otto puntate, con lo zampino di Jason Bateman, sono state accolte con il favore di pubblico e critica. Persone, nella maggioranza dei casi, che conoscono poco lo stile del Re e che sono passate alla trasposizione senza prima approfondire la lettura. Io, da fan della prima ora, ne sono uscito deluso e tremendamente annoiato. Ho spalmato la serie in oltre un mese di visione. Sebbene fedele nei fatti – la trama e lo svolgimento sono identici: dopo il sanguinoso omicidio di un bambino, la polizia fa i conti con l’enigma di un colpevole sin troppo facile da incastrare –, The Ousider è la versione ingrigita, rallentata e appiattita della storia originale. Mancano le citazioni interne, il famoso gusto pulp dell’autore, l’ironia bramata perfino nelle situazioni più cruente. I personaggi, serissimi, sono condannati a un anonimato che li rende irriconoscibili. Non ho voglia di riportarvi nemmeno i nomi dei membri del cast, a tal punto mi hanno lasciato indifferente, ma è emblematico il caso di Holly: già presente nella trilogia di Mr. Mercedes, su carta era la risposta femminile a Sheldon Cooper. Distaccata, goffa e geniale, nella serie è tutt’altro: una consulente pensierosa e immusonita, interpretata dalla comunque brava Cynthia Erivo, diversissima dalla controparte cartacea non soltanto per il dettaglio trascurabile del colore della pelle. Lentissima, la serie fa svogliatamente il verso ai toni di True Detective. E la deriva paranormale, quando infine si palesa, finisce per apparire soltanto più stonata. Stravolto spesso in fase di sceneggiatura, Stephen King sembrerebbe essere stato più fortunato in quest’occasione. Meno maltrattato che in altre produzioni, tuttavia, raramente è stato così frainteso. (4,5)

mercoledì 29 aprile 2020

Recensione: Trilogia di New York, di Paul Auster

| Trilogia di New York, di Paul Auster. Einaudi, € , pp. 314 |

Prima o poi dovevo conoscerle di persona. Le storie del prolifico Paul Auster, l’ebbrezza del viaggio in solitaria. In periodo di fermo, per di più, come rinunciare all’opportunità di un volo diretto a New York? Per l’occasione mi avrebbe fatto da guida lo scrittore americano secondo soltanto a Woody Allen nel raccontare le leggende della Grande Mela. Ma a tradimento sono stato lasciato a me stesso in una città straniera, chiamato a districarmi tra indizi fumosi e parole sibilline: lo ammetto, mai avuto grande senso dell’orientamento. Soprattutto per venire a capo di romanzi come questi: ambiziosi e ostici, dalle curiose atmosfere lynchiane, dove tutti parlano per enigmi e sembrano avere fini imperscrutabili. Nonostante ne riconosca il genio, semplicemente, il postmodernismo non fa per me. 
Trilogia di New York mi è parso un gioco di specchi funambolico e sottile, ma piuttosto fine a sé stesso. E Paul Auster un narratore magistrale, dalle capacità retoriche incontrovertibili, seppure alle prese con del materiale oscuro e fumoso. Come reagite voi davanti a storie del genere? Rispondete al richiamo dell’irrisolto con la fascinazione o con l’irritazione? Alla fine di una lettura ben più faticosa di ciò che le sue sole trecento pagine suggerivano, me lo sono chiesto e richiesto contorcendomi senza pace tra le lenzuola. Se parlano di New York come della città che non dorme, in fondo, un motivo c’è. Vittime come me dell’insonnia – e dell’ossessione, dell’ambizione e della gelosia – anche i protagonisti di questi tre racconti non riescono a chiudere occhio. Inappaganti se letti separatamente, ma connessi in maniera meno coerente del previsto, in comune hanno il tema della ricerca e qualche dettaglio: oggetti e nomi, che di volta in volta assumono però nuovi ruoli e significati.

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c’è veramente.
Nel primo racconto, bellissimo, uno scrittore di gialli riceve una telefonata: scambiato per un investigatore privato, fa luce per sfida sulle vicende della famiglia Stillman. Lo aspetta il delirio – a cavallo tra linguistica, teologia e narratologia – di un professore in cerca dell’idioma di Dio. Si rievocano il mito della torre di Babele e la gestazione del Don Quisciotte, e Paul Auster compare genialmente anche come attante.
Nel secondo, noir ambientato negli anni Quaranta, un detective è incaricato di spiare un tale dalla finestra del terzo piano. L’uomo sotto sospetto, però, non fa altro che scrivere o leggere il classico di Thoureau. Il lavoro dell’osservatore è ossessivo e solitario; gli lascia troppo tempo per stare in compagnia del peggiore degli avversari: sé stesso. Se tutti i personaggi hanno nomi di colori – Blue, White, Black, Brown –, è alto il rischio che le identità si mescolino in una tavolozza tanto confusa quanto imprevedibile.
Nel terzo, infine, un critico dalle aspirazioni frustrate è chiamato a giudicare la produzione manoscritta del migliore amico scomparso. Nel garantirgli la fama postuma, il protagonista si addentrerà a tal punto nella vita dell’altro da rubargli la moglie, il figlio, la madre. Peccato che l’intreccio si concentri soprattutto sul lavoro filologico e redazionale del critico, finendo per ricordarmi le noie della mia tesi di laurea. 

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore.
Trilogia di New York parla di taxi gialli lanciati all’inseguimento; travestimenti ed equivoci da vaudeville; saltimbanchi, accattoni e musicisti. Con il sole e con la neve, con la luce e col buio. All’ombra transitoria di un simbolo che ormai non c’è più: le Torri Gemelle. 
È un libro sui libri. È un libro sul desiderio comune di scomparire, scivolando dietro il drappo della finzione. È tante altre cose che non ho colto fino in fondo. So dirvi cosa non è però: non un cosiddetto page turner, né una lettura d’evasione. Mi ha trovato smarrito e impreparato, e forse lo sarei stato sempre: con le vicende sospese, infatti, ho un problema. Preferisco quelle organiche e coerenti, senza vuoti da riempire. Tutte le altre mi affascinano moltissimo all’inizio, e dopo un po’ mi stancano. Qui sono andato in visibilio per Città di vetro, ho faticato con Fantasmi, sono arrivato già insofferente alla Stanza chiusa.
Nonostante tutto, resta il desiderio di riprovarci con Auster: un talento simile va scandagliato meglio alla prossima occasione. E la folle tentazione di andare a New York, quando tutto sarà finito, per cercare di  risolvere in prima persona un giallo che qui non trova risoluzione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Frank Sinatra – Strangers In the Night

venerdì 24 aprile 2020

Pillole di graphic novel: La giusta mezura | Una sorella

La quarantena è tempo di sperimentazioni. Approfittando delle promozioni Bao Publishing – fino al 3 maggio trovati alcuni ebook in catalogo a € 1,99 –, mi sono cimentato con due cose che a torto mi hanno sempre trovato un po’ restio. Le graphic novel e la lettura in digitale. Scoprite com’è andata, e approfittate anche voi dei pro della solidarietà digitale: magari per ricredervi.

| La giusta mezura, di Flavia Biondi. € 19, pp. 158, ★★★★|

È una storia che tocca le corde profonde di quelli che hanno fatto i miei stessi errori di valutazione e il mio stesso percorso accademico. Ci avevano avvisati all’immatricolazione: le discipline umanistiche non sfamano. Ma come frenare una passione? Mia e Manuel, un decennio fa, sono arrivati nella città universitaria per eccellenza con il sogno di vivere della loro vocazione. Lei ha studiato Belle arti, lui Lettere. Ormai ventinovenni, si ritrovano a vivere con altri quattro coinquilini in un appartamento in nero e ad arrangiarsi. Hanno rimandato a data da destinarsi la vita che spetta alle coppie adulte. Mentre Mia vive con frustrazione la routine lavorativa e sentimentale, Manuel è un gigante con la testa piena di sogni: vuole fare sul serio con lei, e sul web pubblica un romanzo cavalleresco che spera possa diventare un successo. Dolcemente vecchio stile, scrive degli struggimenti e delle tresche dei fittizi Decimo e Ludovica. Come vivrebbe la confessione di una sbandata, se Mia condividesse il bisogno di sentirsi ancora desiderata e viva? L’idealismo dell’uno può sposarsi con il pragmatismo dell’altra, senza che le loro personalità vengano annullate? Con tratti gentili e dialoghi che suonano verissimi, il talento di Flavia Biondi mi si è rivelato con una commedia dolce-amara che mi ha stretto in una domenica di pioggia. Mi hanno impressionato la verità dei gesti e delle parole – il nitore delle situazioni, infatti, è pari a quello di un film –; le descrizioni di una Bologna fatta di manifesti e porticati; l’affresco di una relazione resa nelle scaramucce e nell’intimità, combattuta tra egoismo e amor proprio. Il disagio generazionale ci ha trasformati in stelle singole: ognuno bada alla propria luce. La giusta mezura è il rischio da correre per brillare insieme. È la paura che si nasconde dietro il grande passo – quello più lungo della gamba – e il disarcionamento causato dai compromessi col partner.  È tutto ciò su cui le favole glissano: la parentesi tonda tra il principio e l’epilogo, che si colora qui della nostra incertezza.

| Una sorella, di Bastien Vivès. € 19, pp. 218, ★★★|

Tutti hanno conosciuto una di quelle estati che cambiano il corpo e la mente, la percezione di sé e degli altri. Per l’introverso Antoine succede a tredici anni. Lontano da Parigi, Antoine ha viaggiato con la famiglia al completo fino alla casa delle vacanze. Ammazza il tempo come facevo anch’io: disegni, cacce di granchi sulla battigia, corse in bicicletta, puzzle, insalate di riso consumate all’ombra degli stabilimenti balneari. Non ha messo in conto l’arrivo di Helene, un’amica di famiglia dalla presenza perturbante. Tre anni più grande di lui, il triangolo minuscolo del reggiseno, le sigarette e il vino rosso, il legame viscerale con lo smartphone, gli sguardi dei maschi di ogni età. Antoine, che con lei divide il letto a castello, non può frenare i bollori. Soprattutto quando lei gli chiede del primo bacio, lo accudisce, gli dà corda con i giochi e gli hobby. In Una sorella rivivono le stesse estati belle e spensierate del cinema francese: mi è tornato in mente, in particolare, l’ultimo film di Kechice. L’iniziazione passa attraverso i balli sulla spiaggia, i video pornografici sbirciati sul cellulare, il brivido di leccare dal medesimo gelato. Graphic novel dalle ambientazioni molto familiari, per me che ho sempre vissuto sulla costa, è la cronaca candida e universale della scoperta del sesso. Chi non potrà rispecchiarsi in Antoine; nei turbamenti e nei pensieri proibiti che gli mozzano il fiato; nel risveglio brusco da un sogno erotico che lascia al contempo tristi e col batticuore? L’ingresso di qualche scena esplicita non turba la delicatezza e l’incanto di Vivès. I suoi protagonisti trascorrono pochi giorni insieme e temono il momento della partenza: quando arriverà stringerà inevitabilmente il cuore, benché storie simili siano state raccontate in cent’altri romanzi di formazione. Ma l’aggiunta del disegno dà corpo e carnalità a un’estate come tante e come nessuna. E questo tormentone radiofonico tutto sole, cuore, amore appare comunque piacevole da riascoltare e canticchiare. 

mercoledì 22 aprile 2020

Quarte stagioni e storie vere: La casa di carta, This is us | Unorthodox, A Very English Scandal

Attualmente ha il primato di essere la serie più vista al mondo. Come da tradizione, sono in molti quelli che amano odiarla: cosa che capita ai successi di pubblico che, al contrario, non riscuotono il consenso unanime della critica internazionale. Accolta con più ferocia del solito, la nuova stagione di La casa di carta è senz’altro la peggiore delle quattro andate in onda, ma il dettaglio non giustifica la pioggia di critiche. Partito negativamente prevenuto, infatti, non mi sono accorto né di cali né di involuzioni. Nel bene e nel male, l’heist movie spagnolo resta il solito: un intrattenimento al cardiopalma, disimpegnato e dai ritmi vertiginosi. Otto episodi che volano, con tanto di irresistibili punte trash – le canzoni di Tozzi e Battiato cantate da un coro di frati fiorentini –, dove vengono subito riprese le fila delle puntate precedenti. Ma dopo lo svelamento di un paio di twist che ci avevano lasciati con il fiato sospeso – come se la caveranno due personaggi dati per morti? –, la serie si concentra sul prosieguo della rapina non aggiungendo nulla alle storie dei singoli personaggi. Una guardia di sicurezza in ostaggio si libera delle manette e semina il terrore. L’azione abbonda, le sparatorie pure, ma tacciono gli attanti: soprattutto i minori. Mentre Rio e Stoccolma restano a corto di battute, con Berlino ormai mostrato in flashback superflui soltanto per amore di fandom, a farci una bella figura sono la spietata Sierra e Nairobi – quest’ultima vero cuore della stagione. Benché si parli di lingotti da fondere, non tutto è oro. Ma l’intrattenimento, se non si è pretenziosi, comunque luccica. (6,5)

Con i Pearson la magia è sempre stata di casa. Ma non si confidava mica in un miracolo. Dopo una terza stagione poco entusiasmante, iniziava a esserci aria di crisi. Deluso, non ho visto la quarta stagione puntata dopo puntata. Ho lasciato accumularle, e nel mentre mi sono giunte all’orecchio voci di corridoio: dicevano che i Pearson erano tornati in pieno stile. Mi sono fidato, ma è servito pazientare. A parte l’introduzione di un paio di nuovi personaggi – cos'avevano da spartire un musicista ipovedente e una soldatessa con tutti gli altri? –, fino all'ottava puntata rari picchi. Quelli, accanto alle lacrime, sono arrivati nella seconda metà della stagione: allora la serie si rende protagonista di una ripresa impossibile. I livelli di scrittura tornano quelli dell’esordio. Gli attori, soprattutto Mandy Moore, sono da premi. Il cuore batte fortissimo. Kate affronta i problemi da neomamma, mentre il marito pensa a rimettersi in forma fisica; Kevin insegue il vero amore e rifugge le dipendenze; Jack, indimenticato, compare a spargere saggezza nei classici flashback. Ma questa, per me, è la stagione ad honorem di Rebecca e Randall: quelli che fanno sacrifici di cui nessuno si accorge; quelli che in silenzio tutelano l’ordine, l’equilibrio e si preoccupano degli altri. Cosa succederebbe se mollassero la presa? Il rischio di scontentare qualcuno, in nome di un bene maggiore, è alto. E allora mi sono rivisto in loro, che ci regalano malinconiche visite al museo o provanti episodi what if, e ci somigliano specialmente nelle imperfezioni; nelle ombre degli stati d’animo. Più umani del capofamiglia Ventimiglia, ormai beatificato. Finalmente, più noi. (8)

È la miniserie di cui tutti parlano. La storia di Esther sta commuovendo grazie alle emozioni suscitate dall’attrice principale. A diciannove anni, già moglie, la protagonista fugge: direzione Berlino. Se la cronaca della sua rinascita sembra già vista – troppo fiabesca, con tutti belli e ben disposti: personalmente ho storto il naso, soprattutto davanti a una vocazione musicale sbucata fuori dal cilindro –, i momenti migliori si nascondono nei flashback che svelano le peggiori sofferenze. Siamo a Brooklyn, in comunità che impone ancora legami e rinunce. Esther si sposa, e il rito nuziale è una sequenza inquietante. Esther è costretta a rasarsi i capelli e a indossare una parrucca, con il taglio immortalato in presa diretta. Esther ha problemi con il sesso, e i suoceri giudicano una donna dai figli che mette al mondo. Girata in yiddish – un misto di americano, tedesco ed ebraico –, la parentesi newyorkese sorprende per l’attenzione documentaristica. E si scontra con un prosieguo sì più positivo, sì più arioso, in cui è forte la cesura tra la storia vera e l’invenzione degli sceneggiatori. Meno lodevole di quel che si legge, a causa di qualche ingenuità in esubero, la miniserie informa comunque e rivela il talento straordinario di Shira Haas. Semiesordiente, si prepara a vincere il vincibile con una performance struggente, retta interamente dal gioco dei suoi occhi meravigliosi; non da meno il marito Amit Rahav, dolcissimo giacché vittima inconsapevole. Logorati da un senso di colpa intrinseco alla loro stirpe, i personaggi vengono a patti con la libertà e il passato in Germania: una vecchia scena del delitto che, per fortuna, qui si trasforma nello sfondo di una rivoluzione. (7)

Come il titolo promette, si tratta di uno scandalo molto all’inglese. E nell’atto pratico – scrittura, regia, recitazione – si conferma essere poi una miniserie molto all’inglese. Raffinata, ironica, confezionata con una professionalità vagamente regale. Recuperata dopo il colpo di fulmine verso la sottovalutata Years and Years – sceneggia la stessa penna –, si era già fatta notare alle premiazioni per menzioni e trionfi inaspettati. Su carta ispirava poco, però, e nei fatti poco mi ha detto. Sfortunatamente non mi interessava affatto conoscere questa storia vera. Jeremy Thorpe, parlamentare, deve proteggersi dalle accuse dell’amante Norman Scott: cosa direbbe l’opinione pubblica della sua omosessualità, e soprattutto del tentato omicidio che ha escogitato? Forte della regia da maestro di Stephen Frears e divisa in tre atti, perfetta nello stile e nella forma, senza grinze, A Very English Scandal ricorda un po’ l’assurdità di I, Tonya. A quegli intrighi, a quegli strafalcioni, a quelle intimidazioni grottesche, quasi non si crede! Eppure è tutto realmente accaduto, parola di Wikipedia. La visione, tuttavia, non lascerà strascichi. La ricorderò per i duetti tra Hugh Grant e Ben Whishaw – il primo, superbo, invecchia lontano dai cliché delle commedie romantiche; il secondo, eppure molto premiato, eccede troppo in smorfie – e per una constatazione quanto mai attuale: la realtà, a volte, supera l’immaginazione. (6,5)

lunedì 20 aprile 2020

Recensione: Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout

| Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout. Fazi, € 18,50, pp. 383  |

Mia carissima Olive, 
ti scrivo per dirti che ti ho finalmente letto. Pensavo di conoscerti a sufficienza, infatti, ma mi sbagliavo. Anni fa, di questi tempi, ho conosciuto la tua storia grazie alla stupenda miniserie che portava il tuo nome. Ma quattro episodi erano troppo pochi per contenerti. Tu, che sei incontenibile. Tu, che sei presente anche nell’assenza. Tra le pagine del premio Pulitzer Elizabeth Strout, è stato come incontrarsi daccapo. Ho dovuto riabituarmi al tuo caratteraccio, ai tuoi sbalzi d’umore e alle figure che orbitano intorno a te – in tutta sincerità, sei il sole –, anche se ricordavo bene le scortesie di quella Frances McDormand che ti ha interpretato così amorevolmente. Da anziano voglio essere proprio come voi. Ti rifiuti di scendere a patti con la tecnologia, sputi spesso sentenze, centellini le moine e i gesti d’affetto. Sei silenziosa, nell’amore e nella rabbia: lo sei nel dolore. Ingrigirai cullata da una radiolina transistor, solitaria e piena di senso del decoro: una macchia di gelato sul vestito, a un certo punto, diventerà il simbolo del tuo invecchiamento – sto forse perdendo i colpi, ti chiederai?

Non abbiate paura della vostra fame. 
Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.

Anch’io, come te, ho studiato per diventare insegnante. Nonostante vada dicendo che questo mestiere non mi piaccia, mi ha fatto riflettere il modo in cui gli ex alunni parlano di te. Dev’essere bello plasmare giovani menti, dev’essere bello lasciare il segno, benché tu sia la prof di matematica che nella vita di tutti i giorni mi avrebbe fatto pagare il mio scarso applicarmi. Spesso sono proprio loro, gli studenti, a nominarti. O i tuoi vicini di casa, le cameriere o le musiciste del pianobar, che compongono il coro polifonico che canta te, i pettegolezzi grandi e piccoli e la cittadina di Crosby, Maine. 
Preso d’assalto dai pensionati, che si trasferiscono sulla costa per respirare aria buona, il Maine fa da sfondo a incidenti degni di Stephen King e un’umanità sonnacchiosa ma irresistibile. L’autrice fa sì che diventi la cornice narrativa di ben tredici racconti: comprendono tradimenti, matrimoni e funerali, fughe e nuovi arrivi. C’è una donna che accoglie il genero armata di fucile, e un’altra che tollera il mal di vivere a furia di antiacidi. C’è perfino un omicidio brutale, con la famiglia dell’assassino che chiude gli scuri per sopravvivere alla vergogna. Sono frequenti i suicidi, inoltre, perché la malinconia del paesaggio nuoce alla salute dei più fragili. Sono sincero: qualche racconto sembra meno indispensabile di altri. In alcuni sei infatti una presenza incidentale, e per tutto il tempo mi sono ritrovato a torcermi in attesa di vederti svettare nella folla: robusta e appesantita, strizzata magari in un vestito con le stampe di gerani.

C’erano giorni, se lo ricordava, in cui Henry le teneva la mano mentre tornavano a casa, due persone di mezza età, nella pienezza degli anni. Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva. Ma ora lei aveva quel ricordo, un ricordo sano e puro. Forse erano il suo ricordo più puro, quei momenti sul campo da calcio.
Se fossimo in un film, tu non saresti la protagonista col nome di richiamo sul poster, bensì una di quelle caratteriste onnipresenti ma di basso profilo, di cui si finisce sempre per scordare le pellicole che hanno girato, ma che in silenzio fanno la differenza sulla riuscita generale. Eccoti infine, con accanto tuo marito Henry, farmacista adorabile proprio come lo ricordavo. Come faresti senza di lui? Soprattutto ora che vostro figlio è scappato dall’altra parte del Paese e, in combutta con un terapista, ti rinfaccia i torti peggiori? La colpa, da Freud in poi, è sempre delle madri? Ne hai di colpe, sì. A volte sei crudele e non te ne rendi conto. Ma agitata e cristallina come l’oceano, conosci momenti di calma che nella loro semplicità emozionano fino alle lacrime.

Quando tornò a casa gli telefonò. «Le piacerebbe pranzare insieme uno di questi giorni?». «Vorrei cenare insieme», rispose lui. «Mi darebbe qualcosa da aspettare. Se esco a pranzo, poi avrò ancora davanti il resto della giornata».
Sei una persona metodica: ti svegli alle sei, ceni alle diciassette, percorri a passeggio dieci chilometri sul lungofiume. Hai «le passioni e i pregiudizi di una campagnola», e nei vai fiera. E non pensi, invece, alle piccole esplosioni che condividi con lettori sconosciuti? A Henry, che ti abbraccia a sorpresa e ti aiuta a piantare i tulipani; ai bambini cresciuti che in strada ti ringraziano e ti riconoscono; allo spirito di osservazione che – a dispetto del pensiero di farla finita – ti fa realizzare che è impossibile diventare immuni alla bellezza del mondo? Così continui a coltivare la tua curiosità intellettuale, a compiacerti delle sciagure degli altri per ridimensionare le tue, a innamorarti delle cose e delle persone. In strappi alla regola liberatori e struggenti, che in questi giorni hanno reso il tuo romanzo una fuga dalla realtà, per quanto, a ben vedere, di realtà parli. E sapere che c’è un seguito ad attendermi – che leggerò più in là, con parsimonia – mi rende grato del tempo che avremo. Non smetti di insegnare nemmeno in pensione e io, sulle tue orme, non smetto di imparare. 
Mia carissima Olive, ti scrivo per dirti che in questo brutto periodo mi è successa una cosa bellissima: tu.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elivis Presley - Love Me Tender