martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio

giovedì 30 luglio 2020

Tre stagioni d'un fiato: Boris | Future Man

È la fonte principale di ogni meme. È una delle poche serie italiane cult. Oggi, è più attuale che mai. Sempre al passo, esilarante, premonitrice, Boris è uno dei recuperi più felici della mia vita accanto a Breaking Bad. Scusate se esagero. Nuovamente in voga grazie a Netflix – stendiamo un velo pietoso sulle produzioni originali, ma ben vengano invece le riscoperte –, la serie comica mi ha regalato spunti di riflessione, freddure, siparietti che corro spesso a rivedere. Se ci sono petizioni su petizioni per una quarta stagione, se esiste finanche una pagina Facebook che ogni ora pubblica un frame random della serie, il motivo c’è. All’altezza della sua notorietà, segue le disavventure di una troupe sul set della fiction Gli occhi del cuore 2. Dirige René, un Francesco Pannofino con il sogno impossibile del cinema di qualità, e quest'ultimo si districa come può tra le bizze della “cagna maledetta” Corinna, Carolina Crescentini, e gli strepiti della star Stanis La Rochelle, un iconico Pietro Sermonti in lotta con i limiti di una produzione “troppo italiana”. Come in Scrubs, però, a raccontarli è l’ultimo arrivato: lo stagista Alessandro Tiberi, che sospira appresso alla burbera Arianna, schiva gli sfottò di Biascica, veglia sugli “smarmellamenti” di Duccio, lotta per rimpiazzare un trio di sceneggiatori perdigiorno. E dove fare alloggiare gli ospiti d’eccezione –  Tirabassi, Guzzanti, Timi, Herlitzka, Sorrentino? E le quaglie per la Festa del Grazie poi? E gli straordinari di aprile? E nell’orata all’acqua pazza, tu ce li metti i pachino?  Nonostante i toni sopra le righe, c’è tanta verità nella descrizione dei dietro le quinte. Nella parodia semiseria di un’Italietta provinciale e stagnante, chiusa ai giovani e alle novità. Nei compromessi, nei bocconi amari, nei favoritismi sfrenati. Di stagione in stagione, Boris cresce, matura, si fa meno grezza. I progressi degli Occhi del cuore 2, al centro di un boom inatteso, finiscono per coincidere con quelli della serie stessa. Nella terza stagione si esce un po’ fuori dal seminato, con una tappa a Milano che francamente annoia e una storia d’amore tra due personaggi piuttosto male in arnese, ma per fortuna si ritorna sulla retta via per un finale che non delude le attese. Qual è il segreto del suo successo? Oltre al cast di mattatori affiatatissimi, senz’altro la scrittura irresistibile di Ciarrapico, Torre – purtroppo scomparso lo scorso anno – e Vendruscolo. Ogni episodio, ogni battuta, sono diventati infatti un tormentone resistente al tempo. Sono passati dieci anni dalla sua conclusione. Forse non l’hai seguito, forse non lo sai ancora, ma inconsapevolmente lo citi già. (9)

Lui è Josh. Venticinquenne che vive ancora con i genitori e lavora come inserviente. Loro sono Tiger e Wolf, guerrieri protagonisti del suo videogioco preferito. Cosa succederebbe se le loro realtà collidessero? Quando i personaggi dello sparatutto sbucano nella cameretta di Josh, intento a masturbarsi, possono avere inizio un’amicizia e un’avventura lunghe tre stagione. Il trio, molto mal assortito, dovrà salvare il mondo da una catastrofe futura. Viaggi nel tempo, citazioni anni Ottanta, scenografie varie e ricchissime, le battute sboccate dei produttori Rogen e Goldberg. Intrattenimento leggero, godereccio, di buon cuore, Future Man sorprende piacevolmente nella prima stagione – la migliore delle tre, con un episodio nella villa di James Cameron che ha del geniale – e poi si finisce per seguire con il sorriso, ma senza grande entusiasmo. Dopo i tredici episodi iniziali, un omaggio gustosissimo alle atmosfere e ai temi di Ritorno al futuro, i successivi tredici la prendono sin troppo per le lunghe con le cospirazioni del redivivo Haley Joel Osment e i climi desertici di Mad Max; gli ultimi otto, rapidi e concisi, invece tirano degnamente le fila conducendoci in un’arena alla Hunger Games e in un villaggio edenico – tra gli ospiti, c’è perfino Gesù in persona – sbucato dalla Svezia di Ari Aster. Ondivaga e discontinua, la serie fidelizza comunque grazie all’umorismo dissacrante degli autori di Strafumati e al trio di protagonisti. Josh Hutcherson, adorabile, si prende alla leggera come pochi: frequentemente messo in ridicolo, tra travestimenti femminili e scene di nudo integrale, ha un futuro nel cinema comico. La valchiria Eliza Coupe, una degli allievi della nona stagione di Scrubs, ha una fisicità da stuntwoman e un personaggio non senza ombre. Ma la rivelazione totale è Derek Wilson, bello e folle, con il ruolo più in divenire: vedasi l’hobby dell’alta cucina o la delicatezza sfoggiata come capofamiglia, in una relazione poliamorosa condivisa parimenti con donne e uomini. Imperdibile no, divertente molto, Future Man probabilmente non cambierà il vostro futuro. Ma gli esiti di un’estate altrimenti spesa nella pigrizia, sì. (7)

sabato 25 luglio 2020

Recensione: Da qualche parte starò fermo ad aspettare te, di Lorenza Stroppa

| Da qualche parte starò fermo ad aspettare te, di Lorenza Stroppa. Mondadori, € 18 |

Alcuni libri ispirano panorami incredibili. In mancanza di una finestra affacciata sulla magnificenza di Venezia, nei giorni scorsi mi sono avventurato in cerca di uno dei migliori scorci della mia città: le descrizioni particolareggiate di Lorenza Stroppa, infatti, meritavano il tramonto sul mare e l’alta definizione dell’iPhone di mio fratello. Conosciuta al liceo con una trilogia fantasy scritta a quattro mani con l’amica Flavia Pecorari, l’autrice torna nei luoghi del suo primo successo con un’altra storia: la prova della maturità? Abbandonata la patina gotica della serie Dark Heaven, Lorenza esordisce nella narrativa per adulti con una vicenda che sempre d’amore parla, ma senza scomodare l’elemento soprannaturale. Se i romanzi precedenti avevano dalla loro una patina dark, questo brilla al contrario dei colori vividi della tavolozza e piace per la rievocazione di una Venezia bella come in cartolina, ma ricca di aneddoti folkloristici sbucati fuori da una guida turistica per pochi eletti. Il romanzo, giunto in libreria con il tempismo sbagliato – di lì a poco saremmo stati paralizzati dal dramma del lockdown –, mi ha lasciato in primis il sogno di visitare la Serenissima quanto prima: raramente ho trovato la città tanto ben resa e mai, finora, avevo letto di alcuni luoghi segreti – la libreria Acqua alta, il labirinto ispirato a Borges, Burano con i suoi merletti, il cimitero ospitato eccezionalmente su un’isola, l’Harry’s Bar dove brevettarono il Bellini – che mi sono stati rivelati qui per la prima volta.

Amore eterno per me è un ossimoro, l’accostamento di due termini contraddittori. L’amore per me è come un fiocco di neve, completo e perfetto: non fai in tempo ad acchiapparlo, a capirlo, che si è già sciolto.
L’elemento meno brillante dell’affresco dell’autrice, probabilmente, è la trama in sé: un intreccio sentimentale piuttosto canonico che soltanto nell’ultima parte mostra il suo vero volto – ossia una riflessione sulla resilienza femminile e sull’elaborazione del lutto –, a discapito di un personaggio maschile destinato a essere messo da parte. Nonostante i protagonisti si dividano parimenti la scena, grazie al tipico espediente dei punti di vista alternati, ad avere la meglio è il personaggio di Giulia: una pittrice ossessionata dalle minime sfumature della Laguna che nasconde un segreto nel cuore. Dall’altra parte, invece, c’è Diego: un dongiovanni di mezza età con i capelli sale e pepe che lavora come editor – mestiere affascinante, indagato sempre con ironia da Lorenza –, che incrocerà per caso il cammino della protagonista e pian piano, seguendo le tappe della to do list di lei, darà una spinta decisiva al destino. Magari portando Giulia a far pace con la vita?

«Dove trovi la forza?» […] «Da ciò che mi circonda. Dal basilico sul balcone, che lotta contro la salsedine. Dalle api, che riescono a volare nonostante non sembrino fatte per riuscirci. E da questa città, che potrebbe finire sotto il mare da un momento al’altro. Ma invece resiste, da secoli. Quando la vita intorno a me si impegna così tanto, sarei un’egoista a mollare».
Amore sì, ma non banale, soprattutto negli esiti agrodolci; amore sì, ma non indimenticabile, soprattutto se Diego rischia di apparire come un mezzo per coronare una storia che non gli appartiene fino in fondo. Umana, intensa, ben indagata, la voce della protagonista appare sin troppo preponderante e trasforma il romanzo in qualcosa di diverso, rendendolo da un lato più sfaccettato, ma dall’altro più altalenante. La commedia leggera degli inizi con tanto di stilemi chic-lit – vedasi Rita, la migliore amica di turno, bisessuale e gaudente –, finisce per raccontare un dramma esistenzialista in un alternarsi di toni e punti di vista non sempre perfetto. Viaggio squisitamente esplorativo nel cuore della città, Da qualche parte starò fermo ad aspettare te è un po’ una guida pronta all’uso e un po’ un melodramma nobilitato dal realismo magico delle descrizioni e dalla caratterizzazione psicologica dei personaggi. Anche se Venezia, al sicuro dai dialoghi non sempre fluidi tra Giulia e Diego, è l’unica grande protagonista a uscirne davvero vincente. Solida, benché minacciata dalle mareggiate. Bellissima, proprio perché fragile nell’intimo. Abile a dichiarare resa e a ricominciare, tanto quanto la pittrice che si diceva allergica al calore del rosso.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Modà – Come un pittore

martedì 21 luglio 2020

Recensione: Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout

| Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout. Einaudi, € 19,50, pp. 263 |

Mia carissima Olive,
ti scrivo. Ancora. È passato appena qualche mese dalla nostra reciproca conoscenza, ma mi è parso in ogni caso troppo. Il desiderio di leggerti si è ripresentato alla fine della quarantena. In conferenza stampa, Giuseppe Conte citava gli affetti stabili e il pensiero era corso subito a te: con la riapertura dovevo tornare d’un fiato a Crosby, Maine, ma mi frenava la codardia. Sapevo che non ci sarebbe stato un terzo incontro da organizzare e, tra me e me, temevo anche i contro del secondo: alcune storie sono così perfette da non avere bisogno di un prosieguo. E la tua? A distanza di dieci anni dal primo romanzo, Elizabeth Strout è tornata a importunarti. Sbuffando, le hai aperto la porta. E la Strout, con due occhi così, ti ha trovato uguale ma diversa. Lei che racconta così bene lo stagnamento della provincia, infatti, è stata presa in contropiede dalla tua inestinguibile voglia di reinventarti.

Gesù, Olive, certo che se una donna proprio difficile. Tu sei impossibile, maledizione, e io, cazzo, mi sono proprio innamorato. Quindi, se non ti spiace, Olive, forse potresti essere un po’ meno Olive con me, anche se questo comporta esserlo un po’ di più con gli altri. Perché io ti amo, e non abbiamo tantissimo tempo.
Hai ottant’anni e rotti, questa volta, ma rifuggi l’immobilismo. E allora impari a usare il cellulare, ti iscrivi su Facebook, guidi una Subaru fiammante, ti tagli i capelli corti, vai in crociera a Oslo, conosci meglio i tuoi nipoti, ti trasferisci altrove. Volti pagina e, contro tutti i pronostici, ricominci da zero accanto a un uomo diverso: dopo la morte del dolcissimo Henry, hai scelto di condividere ciò che resta della vita con Jack – l’accademico in pensione dalle simpatie repubblicane è l’unica canaglia a tenerti testa in un microcosmo che ti stima e ti teme. La terza età può riservare una seconda prima volta? Tu e Jack battibeccate spesso, fate lunghi viaggi in macchina sui luoghi della vostra infanzia, dormite abbracciati. Quando sarai troppo appesantita per chinarti a tagliare le unghie, ad esempio, lui ti invoglierà a fare una pedicure: dall’estetista ti sentirai vezzeggiata come una regina.  Ma quello menzionato poco fa è soltanto uno dei tredici racconti che parlano di voi: al solito, in una meravigliosa narrazione corale condividi la scena con gli altri abitanti di Crosby.
Olive, non offenderti se dico che questa volta non ho sentito altrettanto forte la tua mancanza quand’eri comprimaria anziché protagonista. Anzi, talmente è preziosa la scrittura della Strout, all’inizio sono stato pronto a giurarlo: questo romanzo era perfino più bello del precedente; era un miracolo! Tra i miei racconti preferiti ci sono stati Pulizie – la perdita dell’innocenza di una studentessa –, D’aiuto – un’indagine sulle sciagure della famiglia Doyle –, Luce – il dialogo con una malata –, Gli ultimi giorni della Guerra Civile – una tragicommedia alleniana su un’amante del sadomaso –, e lì tu eri soltanto una figura marginale.

Perché in febbraio le giornate cominciavano davvero ad allungarsi e, a ben guardare, uno poteva accorgersene. E vedeva come, verso sera, il mondo sembrasse spaccarsi come un melograno e luce residua filtrare tra i rami nudi, come una promessa. C’era una promessa, dentro quella luce, ed era una cosa fantastica. Sdraiata sul letto, [...] riusciva a vederlo anche adesso, l’oro dell’ultima luce che squarciava il mondo.
La verità è che quando ci sei, purtroppo, il tempo riprende a scorrere. Ogni salto tra un capitolo e l’altro è un colpo al cuore. Nonostante la lentezza dei gesti, così minimi da sembrare ininfluenti, ogni aggiunta genera rivoluzioni. E così ho visto il cambiamento tutt’intorno e il tuo incurvarti: nella città limitrofa si stanzierà una comunità somala; gli americani eleggeranno Trump; perderai peso – ma non smalto –, ti appoggerai a un bastone per camminare, e finché potrai eviterai i pannoloni. 
Incantato dalla brillantezza della prima parte, nella seconda ho dovuto affrontare uno stile più malinconico e un tema spaventoso, la solitudine. Invecchi, ti scopri frangibile, ma non ti imbarazza parlare né del decadimento né della morte: sdrammatizzi a modo tuo e a tratti pensi a Henry, che non ha potuto godere delle tue timide aperture alla gentilezza. Fuori intanto rumoreggiano i pettegoli, le rievocazioni della guerra civile con le donne in crinolina e gli uomini in kilt, le tradizioni sedimentate e i pregiudizi inscalfibili, gli autunni dai rossi abbacinanti: un mondo diverso insomma, tragico ma esilarante, a cavallo tra i boschi e l’oceano. È meglio adattarsi, oppure mitizzare il passato?

Le cose cambiano, compresi i ricordi.
Mia carissima Olive,
tu conosci la risposta meglio di me. Cocciuta e parsimoniosa, rifiuteresti un posto in prima classe, ma mai un altro giro su questo folle carrozzone che consideriamo casa. Sono tornato a scriverti per questo. Per ringraziarti, perché grazie a te ho ripreso a scrivere lettere. E per chiederti di consolarmi. Dimmi, per favore, che l’ultima pagina non implica per forza una fine. Ma sento perfino da qui le tue proteste colorite – «cribbio» e «boia» – per questi miei piagnistei, per la mia vaga pietà, e forse è proprio per questo, mentre mi congedo, che nel profondo mi manchi già. Olive, ancora tu.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – Hurt

sabato 18 luglio 2020

L'amore, oggi in TV: Love, Victor | Love Life

Con il mese del pride da poco passato, più di qualche spettatore avrà ripensato con un sorriso a fior di labbra a una bella commedia adolescenziale di qualche anno fa: Love, Simon. Una storia di scoperta e sessualità, pensata eccezionalmente per il grande pubblico, con al centro una tematica fortunatamente non più tabù: l’omosessualità. Normalissimo benché accidentato, l’amore telematico descritto nel film di Greg Berlanti era raccontato dalla voce del promettente Nick Robinson. Trasposta sul piccolo schermo, in uno spin-off annunciato a sorpresa, la vicenda cambia ovviamente protagonista, ma non i toni ispirati: vi presento Victor allora, un liceale di origini ispaniche, reduce da un trasferimento e da un’epifania che spaventa. È attratto, infatti, dal suo stesso sesso. Su Instagram si confessa proprio al noto Simon, in un metaforico passaggio del testimone: il vecchio protagonista, che ormai vive a New York con il fidanzato storico, all’occorrenza gli farà da guida e supporter. Diviso tra un collega di lavoro con il sorriso da marpione e una bellissima coetanea, verso cui prova però soltanto un’innocua amicizia, Victor vive nell’incertezza. Come fare chiarezza? Come dirlo alla famiglia, se a differenza di quella di Simon è molto tradizionalista? Per quanto poco indispensabile, la serie Hulu – inizialmente pensata per Disney Plus – punta su tematiche universali, trattate sì con garbo ma senza grande originalità, e sulla caratterizzazione di protagonisti e comprimari. Semplicemente adorabili, si lasciano tutti seguire con empatia, anche quando la prevedibilità è dietro l’angolo. Per fortuna ci pensano le famiglie disfunzionali, al solito, a offrire pensieri e spunti di riflessione. Imperfetta, ospitale ma all’antica, quella di Victor è estranea al politicamente corretto: ama il suo secondogenito, ma fa fatica ad abituarsi alle effusioni tra uomini. Cambierà idea, se il coming out è nell’aria? Retta sul fascino da ragazzo della porta accanto del giovanissimo Michael Cimino – omonimo del regista –, Love, Victor mi ha ricordato il formato delle serie TV che andavano in onda su MTV. Vecchio stile, forse, ma non del tutto superata. (6,5)

Una serie TV sull’amore: l’ennesima, uno dice. Ma sorprende il fatto che a produrla sia HBO, disabituata a contenuti freschi e disimpegnati. Così come sorprende che, in tempo di quarantena, tanto era positivo il riscontro del grande pubblico, la serie sia stata resa disponibile per intero senza il bisogno di centellinare gli episodio. Qual è il segreto del suo successo? Difficile dirlo, nonostante io sia l’ennesimo a tesserne le lodi sul web. Love Life racconta, né più né meno, della vita sentimentale di Darby Carter: trentenne, gallerista, che nell’arco di dieci episodi insegue l’utopia di una relazione stabile. Sfortunata con gli uomini sin dal liceo, in una New York piena tanto di opportunità quanto di cantonate, la protagonista – interpretata da una bravissima Anna Kendrick, capace di impersonarla con grazia nelle diverse fasi della sua vita: forse è il ruolo migliore dell’attrice americana, candidata all’Oscar per Tra le nuvole – è sempre di corsa, e con la stessa foga rincorre il principe azzurro. Tra asiatici avventurosi, cuochi irascibili, storie di una notte e improvvisi ritorni di fiamma, qualche volte lascerà e qualche volta verrà lasciata. Carnefice e vittima, cronicamente insoddisfatta, Darby fa però spazio anche agli altri. E guarda alla madre, che fa ancora i salti mortali per compiacere i figli; oppure alla coinquilina, l'incostante Sara, troppo scapestrata per andare a vivere a casa dell’amatissimo Jim. Come spesso capita, il lieto fine – immancabile – avrà un volto inaspettato. No, non è un’altra stupida commedia americana, ma una delle poche sorprese dell’anno corrente. Consolerà gli orfani di Modern Love, attesa chissà quando per una seconda stagione, e piacerà ai fan di 500 giorni insieme, con una voce narrante che scandaglia i gesti della Kendrick come già accadeva con i tira e molla tra Tom e Sole. C’è la durata, ideale: trenta minuti. C’è una padrone di casa a proprio agio ma generosissima, se si tratta di far spazio ai personaggi secondari. C’è New York, un labirinto di scelte sbagliate. Infine la sceneggiatura, ironica con profondità. Insomma: se non è amore questo, allora cosa? (7,5)

martedì 14 luglio 2020

Recensione: Sentenza artificiale, di Barbara Baraldi

|Sentenza artificiale, di Barbara Baraldi. Chiarelettere, € 17, pp. 219 |

Ci sono quei romanzi talmente vividi da sembrare serie TV. Sempre al passo con i tempi, capace di passare dall’urban fantasy alle atmosfere torbide del noir, la prolifica Barbara Baraldi – ormai un’amica del blog – consegna ai lettori un romanzo perfetto per una sceneggiatura. Ne ha il ritmo, lo stile visivo, i personaggi: protagonista e comprimari, infatti, si prestano benissimo a un ritorno di fiamma; a un’altra puntata da gustarsi in binge watching. Quella di Barbara è una tripla sfida. Padroneggiare il linguaggio tecnico – tanto in campo informatico quanto in campo legale –, tener desta l’attenzione del lettore già impigrito dall’afa di luglio, intrigare i pochi a disagio con il cyber thriller: pur avendone letti diversi da adolescente – sì, ho avuto anch’io la mia bella dose di Brown, Clancy e Deaver –, ammetto di preferire il fascino dell’analogico anche in materia di sottogeneri letterari. Cambiare idea è stato un attimo. Bastano poche pagine per trovarsi invischiati in una lettura appassionantissima, benché al di fuori della comfort zone: una storia dai ritmi folli, di droni armati fino ai denti, nomi in codice ed esplosioni a tradimento, che fa battere il cuore a mille e divorare le pagine in ventiquattr’ore.

Il futuro è adesso.

Lungi dall’essere la classica detective bella e dannata, Cassia Niro è un’analista ministeriale nella Roma del futuro. Dopo un’infanzia ai Parioli, spesa nell’adorazione del papà informatico, fa un lavoro d’ufficio costantemente china su un computer. Vegetariana, di buona famiglia, ordinaria nel look, con l’iconica Lisbeth Salander ha in comune le scelte sentimentali e il carattere schivo: rifugiata nel mondo virtuale, presto sarà costretta a lavorare in sinergia con una squadra irresistibile. La democrazia è in pericolo. Lo ha scoperto per caso, cercando una falla in LexIA: un algoritmo avveniristico a cui sarà affidato lo scioglimento dei casi giudiziari più complessi. Può una macchina decretare la colpevolezza o l’innocenza di un accusato? Saprebbe mai prendere decisioni di carattere etico e morale? Incapace di compassione ed empatia, LexIA semina controversie – le stesse sollevate da Asimov nel 1942 – e spacca l’opinione pubblica. Tanto i fautori quanto gli oppositori hanno motivazioni oscure. A chi comunicare la presenza di un’anomalia nel sistema; di chi fidarsi? Quest’avventura nelle maglie del web porterà Cassia nel covo dei Naucrates: radunati in un casolare in disuso, gli hacker ricordano un po’ i rapinatori idealisti della Casa di carta e un po’ dei Robin Hood dell’era digitale. Impossibile non menzionare Umberto, ex compagno di studi della protagonista; Pug, nerd ossessivo-compulsivo affiancato da un carlino con la paura del buio; infine Rain, stuntwoman spericolata.

Le macchine sono capricciose, e a volte sembra che non ci sia una vita d’uscita da una situazione di stallo. Ma non c’è nessuna difficoltà che tu non possa superare, se ragioni al di fuori degli schemi imposti dal problema. Adatta il tuo pensiero alla soluzione che vuoi ottenere. Abbiamo milioni di anni di evoluzione alle spalle. Nessuna macchina potrà mai competere con la flessibilità della nostra mente. Il nostro maggiore vantaggio è proprio il fatto di essere umani.
Originalissimo nello spunto di partenza, meno negli sviluppi, Sentenza artificiale conferma il talento narrativo dell’autrice e la sua continua voglia di sperimentare. Sempre credibile, questa volta azzecca in particolar modo stile e ambientazione. La Baraldi dà vita a scene d’azione da blockbuster americano, concitatissime ma mai confuse, e spiega con chiarezza i passaggi più tecnici, trasformando gli spazi virtuali in spazi fisici: l’anomalia dell’algoritmo, così, diventa una botola segreta nascosta sul fondo di un lugubre scantinato. Se fosse un film, brillerebbe per la regia attenta e l’uso del montaggio alternato. E poi c’è l’Italia: solitamente estranea alla fantascienza, qui fa da banco di prova per una nuova tecnologia senza forzature. L’antica Roma, infatti, è stata la culla della legislazione. E questa Capitale inquadrata in un futuro tutt’altro che implausibile, con il Tevere lì lì per prosciugarsi e le precipitazioni che latitano da mesi, sa essere ipertecnologica pur conservando le sue bellezze classiche. Tra fake news, deep web e sollevazioni popolari, con tanto di citazioni cinematografiche per veri intenditori – l’assistente virtuale di Cassia si chiama Deckard, come l’eroe di Blade Runner –, questa Baraldi profetica e internazionale fa centro divertendo. Sentenza artificiale violerà ogni tuo firewall. S’intrufolerà nelle tue giornate, come un virus informatico. Finché, giunto all’ultima pagina, non ammetterai sconfitta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica - Radioestensioni

giovedì 9 luglio 2020

Recensione: Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani

Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani. Harper Collins, € 18, pp. 346 |

Quando i fratelli Lumière proiettarono uno dei loro primi cortometraggi, gli spettatori abbandonarono le postazioni urlando. Sul telone veniva proiettato l’ingresso del treno nella stazione di La Ciotat e l’immagine appariva così realistica da generare inquietudine: il mezzo avrebbe forse travolto il pubblico in sala trapassando il muro? Nell’immaginario, da allora, i treni rappresentano il dinamismo e la modernità: il progresso che alletta ma spaventa. Per me non è un caso che la salernitana Giulia Morgani – attrice e sceneggiatrice  qui al suo esordio – abbia voluto un capostazione come protagonista del suo primo romanzo, conciliando così la sua formazione cinematografica al simbolo per eccellenza del progresso. Il paese dalle porte di mattone, su carta un horror alla Pupi Avati, racconta infatti le difficoltà di un uomo di mondo alle prese con concittadini chiusi al nuovo.

Non è cosa per noi, la città. Siamo quello che siamo, non si può sfuggire. È come per questa nebbia, ti viene a cercare e ti ricorda chi sei. Non la vogliamo la città.
A Centounoscale Scalo, un borgo fittizio in un Sud imprecisato, nessuno si ferma mai per restare. Il treno passa soltanto due volte alla settimana. Non ci sono né chiese né scuole. La natalità è in stallo. La maggioranza delle case, per di più, presenta misteriosi sbarramenti: muri di mattoni che impediscono l’ingresso in camere specifiche  e che dietro, scavando, nascondono tragedie indimenticabili. Quale futuro potrebbe esserci lì per Giacomo, giovane di belle speranze che nel secondo dopoguerra, con la sua bella divisa inamidata, sogna un impiego sereno e remunerativo? Accolto in malo modo, fa fronte a scortesie grandi e piccole e affitta una stanza a casa di una coppia di fratelli poco raccomandabili: isolati dal resto della comunità, Pantaleno e Basilio hanno i coltelli in camera da letto, le finestre sbarrate e degli asini con le orecchie mozzate. Dieci anni prima è accaduto qualcosa di terribile. Indagare lo condurrà a una verità triste e polverosa. Perché i muri a volte proteggono, altre nascondono, altre ancora tagliano fuori.

Una volta in quella fornace cuocevamo vasi, piatti, brocche. Poi mattoni, mattoni, nient’altro che mattoni. Nell’illusione che avremo dimenticato. E ci avremmo chiuso dentro anche il dolore. Ma quello continuava a uscire fuori. Nessun muro poteva contenerlo.
L’autrice attinge agli archetipi e alle suggestioni di un genere consolidatissimo, ma aggiunge i colori tipici del nostro folklore. Alcuni capitoli scritti in corsivo, narrati dal punto di vista degli abitanti, mi hanno ricordato inoltre le lamentazioni dell’Antologia di Spoon River: voci rotte e drammi privati, in un’intensa carrellata di storie complementari. Il fascino diffuso, per fortuna, contribuisce a coprire anche i difetti di un intreccio fragile e ripetitivo. Nella seconda metà il romanzo diventa qualcosa a cui la veste grafica dark, un po’ fuorviante, non mi aveva preparato. Anziché scandagliare a tappeto le ombre, Giacomo le combatte. Desidera riportare il paese in vita, cerca alleati, dà il via a una ristrutturazione graduale e utopistica. Il gotico che all’inizio prometteva brividi di paura si stabilizza su sentieri meno impervi, ma al contrario comodi e rassicuranti. Perde l’elemento horror all’insegna di un dramma corale sulla perdita e sulle piccole rivoluzioni, con un paesino sinistro a fare da sfondo a una vicenda che ha finito per ricordarmi Klaus – la favola di buoni sentimenti targata Netflix – sia per il linguaggio pulito sia per il messaggio di rinnovo. Prevedibilmente, a fare la differenza sarà la generazione rappresentata da Roberto e Malvina: bambini vittime della superstizione e dell’analfabetismo. Quando il treno di Giacomo fischierà, Centounoscale si metterà finalmente in cammino? Il lieto fine rischia di deludere chi, come me, si aspettava al contrario una vicenda torbida. Ma una volta venuti a patti con in contenuti – più rassicuranti del previsto –, quello nel Paese delle porte di mattone resterà comunque un soggiorno piacevole, grazie alle atmosfere caratteristiche e alla bontà dell’anfitrione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Le rondini - Lucio Dalla

lunedì 6 luglio 2020

Recensione in anteprima: Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei

| Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei. Edizioni E/O, € 9, pp. 112 |

Quando seppellì anche l’ultimo genitore rimasto in vita, mio padre aveva quarantasette anni. Mi faceva strano definirlo orfano. Questa parola porta alla mente, infatti, i piccoli eroi dickensiani: personaggi miserabili e scapestrati, con il moccio al naso e i graffi sulle ginocchia. “Orfano” fa pensare al destino dei bambini soli al mondo. C’è forse un’età giusta per diventare tali? Vera – trentasei anni, single, impiegata in un pub – si pone le mie stesse domande quando un tragico incidente stradale, in un colpo solo, la priva di mamma e padre. Al funerale è sembrata a tutti equilibrata. Ma chiamata a radunare le cose dei cari scomparsi, nella casa vuota si lascia andare allo sconforto: la sua sindrome d’abbandono genera un prodigio inspiegabile. Al risveglio trova i genitori al solito posto, in cucina. Chiacchierano, qualche volta bisticciano, la punzecchiano. 
Armando è un ragioniere taciturno e accondiscendente, di quelli che danno sempre ragione alla partner e capiscono ogni battuta a scoppio ritardato; Matilde, al contrario, è un’insegnante d’italiano in pensione che ha fatto del sarcasmo il proprio marchio. Non nuovo ai miracoli, Fabio Bartolomei – presenza fissa sul blog, di libro in libro – ci propone una convivenza buffa e spettrale che sembra sbucata da una sitcom americana. Qual è la questione irrisolta dei fantasmi, che come se nulla fosse continuano a mettere i pasti in tavola, fare ramanzine all’unica figlia, guardare i talk in TV?

Dubito che al mondo esista una persona più diversa e potenzialmente più distante da mia madre, e invece da che ho memoria sono sempre stati un incastro perfetto. Amore convesso lui, amore concavo lei. Certo non una coppia da sogno, di quelle che tutti invidiano, più che altro sono sempre stati, come dire… un duo. Rodato, affidabile, sontuosamente prevedibile.
Purtroppo arriva sempre il momento in cui i nostri genitori ci lasciano. Così come puntualmente, intorno ai diciannove anni, arriva il momento in cui a lasciarli siamo noi. Il lavoro, l’università da fuori sede, l’amore. Cosa fanno i genitori una volta finita la loro missione – ossia educare i figli? Se lo chiede proprio Vera. 
Immatura e pigra, costretta a crescere a forza, scruta con sospetto e tenerezza quei consanguinei che sembrano vivere letteralmente per lei. Al pari del genio della lampada, Armando e Matilde sono in attesa dei richieste della figlia – all’improvviso, il loro boss – e in sua assenza restano immobili al loro posto con sguardi vacui, al punto da non riuscire neanche ad accudire un trovatello senza la presenza della protagonista. In fondo è stata lei ad evocarli. All’inizio Vera fa da cuscinetto, dorme nel lettone, li chiama al telefono per paura che scompaiano quando va al supermercato, ma presto l’apprensione cede il passo al senso di colpa. Può costringere a vivere nel limbo gli estinti, e soprattutto sé stessa? La vita, così come la morte, non deve andare avanti?

C’è stato un momento ben preciso in cui ho smesso di parlare con loro. Un momento in cui li ho sentiti vecchi, distanti, incapaci di capire i miei tormenti di adolescente. […] Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi e in quella vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci mettessi del mio per apprendere come ci si nutre, come ci si difende, come si sopravvive.
Commedia fresca, veritiera e dolce-amara, questo romanzo ha un pregio che è anche un difetto. Si legge troppo in fretta, per via della sua brevità. E c’è poco spazio per approfondire i comprimari nonché per sincerarsi dei piani futuri dell'autore; del disegno complessivo. Nel risvolto di copertina, infatti, si legge che questo dovrebbe essere il primo tassello di una tetralogia dedicata alla famiglia. 
Alle prese con un convincente punto di vista femminile, divertente ma senza esagerare, il buon Bartolomei ci regala riflessioni che durano molto più della lettura in sé. La sua nuova storia – un racconto lungo – non deluderà i fan di lunga data, ma lascerà un vuoto nel cuore per via delle poche pagine: si spera vivamente che non passerà troppo tra un romanzo e l’altro. Perché del magico mondo di Bartolomei non ne avrò mai abbastanza.
Morti ma senza esagerare insegna che non si smette di essere genitori né figli. E trova una risoluzione soprannaturale agli abbracci non dati, alle parole non dette, ai favori non resi. Chi non vorrebbe una seconda occasione per pranzare con i propri cari: magari per osservare i loro gesti, carpire i loro segreti in cucina e impararli? I genitori non se ne vanno mai per davvero. Resta il loro lascito morale. Restano i loro echi. Come gli strascichi del profumo delle lasagne vegetariane, deliziosi e ostinati, all’indomani del pranzo della domenica.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ermal Meta - Dall'alba al tramonto

sabato 4 luglio 2020

La paura resta a casa: Favolacce, The Lodge, Vivarium, The Room, Gretel and Hansel, The Turning

Un gruppo di bambini in preda alla noia dell'estate. I rispettivi genitori: disincantati, volgari, maneschi. Una ragazza incinta, né piccola né grande, che vorrebbe chiamare sua figlia Sara: come la canzone di Paolo Meneguzzi. Intorno a loro, una provincia romana talmente sonnacchiosa da sembrare, a torto, rassicurante: presto comparirà in tutti i telegiornali. Ritratto tragico e disturbante, talora un po' gratuitamente, il secondo film dei D'Innocenzo mescola stilemi fiabeschi e cronaca nera. Ma nella forma ammicca ai grandi maestri – Haneke, Lanthimos, Coppola, perfino l'Ari Aster del recente Hereditary –, affascinando grazie a una confezione minimalista ed elegante. Rispetto all'esordio, il più compiuto ma prevedibile La terra dell'abbastanza, i registi mettono meglio a fuoco la loro poetica e alzano l'asticella con un film ambizioso. Come i piccoli protagonisti, costruiscono bombe come compito per casa ma non le fanno mai esplodere. Preferiscono innervosire lo spettatore, accumulando tensione fino all'ultimo; allettarlo con una fotografia incantevole e tematiche – sesso, depravazione, omicidio –, al contrario, respingenti. Ne viene fuori un dramma irresistibile nella sua complessità, con una chiusa shock e un Elio Germano, nonostante il ruolo marginale, indimenticabile nella sua fragilità. I bambini sembrano usciti da un film di Sean Baker. Ma i campi lunghi, i quadretti familiari stranianti e grotteschi, li rendono imprevedibili. A raccontarceli è la voce di Tortora, che legge un diario scritto a penna verde: è verità o fantasticheria? Nel dubbio, ben vengano favolacce di queste. Che ti fanno svegliare di soprassalto, anziché andare a dormire sereno. La morale arriverà forte come uno schiaffo. (7,5)

Due bambini, la nuova fidanzata di papà, una convivenza forzata durante prima di Natale. Potrebbe sembrare l'inizio di una commedia anni Novanta, sull'armonia delle feste e le famiglie allargate, ma fuori c'è una tempesta di neve che ricorda i tracolli emotivi di Shining. È l'avvio di un incubo che si addice agli autori di Goodnight Mommy: come questo, un horror psicologico ad altezza bambino sulla maternità, l'isolamento, l'elaborazione. Mentre i bambini hanno da poco seppellito la madre suicida, la giovane matrigna è reduce da un passato traumatico che combatte ingollando pillole. In quella casa, per quanto grande, c'è spazio per un unico disagio.The Lodge resterà uno dei prodotti di genere migliori dell'anno. Scomodo e destinato a dividere, destabilizza con i suoi personaggi odiosi e un epilogo esemplare nel suo essere beffardo. Snervante dall'inizio alla fine, è un logorio interiore che non ha nulla da invidiare al cinema di Aster o Eggers: anzi, a differenza dei registi citati, Severin Fiala e Veronika Fanz non peccano mai di inutile manierismo. Qui, affiancati dal direttore della fotografia di Lanthimos, non tradiscono né la loro poetica né il loro disagio e convincono ancora più che in passato grazie a una straordinaria Keough, attrice su cui scommettere in futuro. The Lodge è un infernale notte bianca presso una meta frequentatissima – l'alta montagna –, che a sorpresa ci regala un incubo che non avevamo ancora sognato. (8)

Una coppia in cerca di una sistemazione si rivolge a un'agenzia. L'impiegato propone un quartiere residenziale fatto di villette a schiera tutte uguali e di vicini talmente silenziosi da sembrare invisibili. I cieli sono dipinti di un azzurro perenne e, solcati da nuvole paffutelle, sembrano sbucati da un dipinto surrealista. Una volta entrati nel quartiere, però, sarà impossibile uscirne. Non fatevi ingannare da due protagonisti solitamente solari e simpatici, qui sull'orlo di una crisi di pianto. Non fidatevi dell'incantevole poster alla Dalì. Vivarium è un esperimento sociale che ha poco di commerciale, poco di accomodante, poco di colorato. L'idea di partenza, abbastanza strana da risultare buffa, si rivela lo spunto di un loop amaro e claustrofobico. Visivamente e narrativamente affascinante, il film ricorda il Polanski della Trilogia del Condominio e i deliri di Lynch; conferma il talento poliedrico della sottovalutata Imogene Potts, inoltre, e piace anche senza indicazioni relative a come uscire incolumi. Il difetto è che si perde in un dedalo spaventoso, anche a costo di girare un po' a vuoto. Di amareggiare chi si aspettava una spiegazione razionale, lo scioglimento moraleggiante di quest'apparante metafora sul conformismo fatale della vita di provincia. Con l'uomo che sgobba e la donna che si fa angelo del focolare. Con entrambi che restano intrappolati nelle gabbie dei ruoli di potere. Con entrambi morti, ma di noia e routine. (7)

Ricordate la Stanza delle necessità della saga di Harry Potter? È realtà per una coppia di sposi novelli, partiti dall'Europa per vivere il loro sogno americano. L'acquisto di una casa nuova, al solito decadente e dal passato losco, con una camera segreta non indicata nella planimetria: all'interno tutti i sogni diventano realtà. Dal denaro alle opere d'arte, dagli abiti ai gioielli. Cosa succederebbe se chiedessero qualcos'altro, ad esempio il bambino che manca per essere felici davvero? A dispetto dell'incipit canonico, The Room – ennesimo omaggio alle atmosfere della Twilight Zone – si difende bene con uno sviluppo fascinoso e interessante, giocato nei territori dell'etica. Radunate pochi mezzi e una buona idea, ingaggiate una manciata di attori convincenti, aggiungete scenografie favolose – cupe, opulente e immaginifiche, capaci di ricreare perfino un bosco innevato tra le pareti domestiche. Rielaborazione moderna della favola di Pinocchio e del mito di Edipo, il film – dalla forte matrice europea, per fortuna – si mostra interessato non tanto all'aspetto paranormale quanto al lato umano, e indaga così le tensioni crescenti nella coppia anziché i misteri della casa maledetta. Peccato: in un anno diverso da quello corrente, avrebbe trovato anche un meritato angolino nelle sale cinematografiche. (7)

C'erano una volta due bambini, un bosco e una strega cattiva. L'epilogo, ovviamente lieto, lo conoscono anche le pietre. In tempo di rifacimenti in chiave contemporanea e femminismo, però, lasciate ogni speranza voi ch'intrate nella famigerata casa di marzapane. Riletta dal talentuoso Oz Perkins, la favola dei Grimm diventa un horror iniziatico sotto funghetti allucinogeni – imperfetto ma affascinantissimo – che ricorda nello stile e nelle riflessioni The Witch e The Neon Demon. Portentoso dal punto di vista visivo e anticonformista nel messaggio, pone al centro del titolo e dell'avventura – senza forzature – il personaggio di Gretel. Alla scoperta della propria identità, l'eroina si libera dai legami e dalle convenzioni dei generi. Tra lei e la strega, questa volta, ci sono simmetrie inquietanti. Che il fratellino, il terzo incomodo, sia sacrificabile? Film dalle atmosfere conturbanti, nonostante la sceneggiatura confusa, è un racconto allegorico che potrebbe fare la gioia degli esteti e dei cultori del genere. Il regista è il figlio di Psycho, la protagonista è la Beverly dell'ultimo It, la strega cattiva era già l'indimenticabile villain della trasposizione di Silent Hill. Venghino signori, venghin. Questo vaneggiamento è un incubo lisergico da cui non vorremo svegliarci. (6,5)

Una bambinaia lascia la città per un incarico dell'ultimo minuto. Badare a una coppia di ragazzini inquieti e inquietanti, che vivono in una magione dall'aria infestata. Se la trama non vi è nuova, è perché ispirata al classico di Henry James: Giro di vite, gotico proposto e riproposto in remake a volte dichiarati, altre meno. A prendere le mosse da qui sono stati anche due capolavori come The Innocents e The Others. La pescarese Floria Sigismondi traspone il romanzo in chiave moderna. Purtroppo, com'era prevedibile, l'operazione non trova né la forza né il coraggio di abbandonare l'archetipo. Anacronistico, il film si lascia guardare in ogni caso con piacere grazie al fascino indiscreto delle sue suggestioni. Ma tra bambole, manichini e ombre minacciose, non manca proprio niente a un repertorio di cliché lontano dall'essere rinnovato. Scontato, superfluo e stiracchiato, The Turning non si lascia neanche rivalutare alla luce del confusissimo colpo di scena finale. Mackenzie Davis è sempre incantevole, Finn Wolfhard e Brooklyn Prince sono sempre insopportabili. Lo zampino della DreamWorks si noterebbe anche a occhi chiusi. Durante la visione, ho pensato vagamente ai vecchi Haunting e Le verità nascoste. E quest'ultimo tassello, ambientato vent'anni fa, per ironia della sorte finisce per sembrare proprio un figlio dei 90s abbastanza tradizionale da risultare sorpassato. (5)

martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto

venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

lunedì 22 giugno 2020

Recensione: La strada di casa, di Kent Haruf

| La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194 |

Da qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è? La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso, centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda l’eleganza polverosa dei classici del cinema.

Finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street? È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.

La gente di Holt pensava che  quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò.
Tra attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.  
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Home