lunedì 21 ottobre 2019

Recensione: La clausola del padre, di Jonas Hassen Khemiri

La clausola del padre, di Jonas Hassen Khemiri. Einaudi, € 19,50, pp. 256 |

Com’è il rapporto con i membri della vostra famiglia? Dalla sincerità della risposta potrebbe dipendere la percezione dell’ultimo romanzo dello svedese Jonas Hassen Khemiri: una rimpatriata caustica e dolce-amara su tutto quello che una coppia di neosposi innamorati, probabilmente, preferirebbe non sapere. Con la mia famiglia, come sa chi mi legge da qualche anno, i rapporti son tesi. Da figlio maggiore ho il compito ingrato di coordinare i movimenti degli altri, sparsi in tre diversi angoli dell’Italia; di ricordare cosa posso dire a mamma e cosa devo nascondere a papà, o viceversa; di far sì, attraverso messaggi che sono autentiche newsletter, che un fratello con la memoria da pesce rosso ricordi di onorare i compleanni, gli onomastici, le feste comandate. L’ultima occasione per riunirsi è stata la mia laurea, ad aprile. Ero più preoccupato per le loro interazioni che per il discorso di dieci minuti da ripetere al cospetto della commissione, o di quelle scarpe eleganti un po’ troppo larghe. Si sarebbero comportati bene? Sarebbero stati a loro agio chiusi a forza nell’aula magna? Ho evitato festeggiamenti formali per non fronteggiare l’imbarazzo di vederli costretti alla stessa tavolata. Abbiamo brindato in piedi, sul prato dell’università, con i bicchieri di plastica e mio padre da un lato, mia mamma d’altro, mio fratello che all’occorrenza faceva da spola. A fine giornata ho tirato un sospiro di sollievo: basta, finiti i momenti di aggregazione.  E se ti sposi?, ribatte chi mi è vicino. E se hai un figlio?, rilancia. L’angoscia di un’altra occasione ufficiale – io che m’improvviso equilibrista, io che per quieto vivere ridimensiono nuovamente i miei entusiasmi – è l’anticoncezionale migliore.

L’amore è una dittatura, pensa il papà, e le dittature sono un bene, perché non era mai stato così felice come quando non aveva la minima libertà, quando l’unica cosa che sapeva era che non poteva stare lontano da lei. Lei. Sua moglie. La sua ex moglie.  

Leggere La clausola del padre ha significato scoperchiare un vaso di Pandora di amarezze, memorie, rancori personali.  Lo consiglierei con il contagocce, tant’è incandescente. Chi ha la fortuna di non esserci passato potrebbe reputarlo folle; chi ha un matrimonio in cantiere, magari bambini in arrivo, potrebbe trovarlo fatale. Impietoso, divertentissimo, pieno zeppo di tiri pancini e parole non dette, il romanzo ha punti di vista complementari ma assolutamente inconciliabili.
C’è un padre straniero che ogni cinque mesi, due volte all’anno, torna in Europa un po’ per affetto e un po’ per opportunismo: burbero e presuntuoso, malato di diabete, si addormenta davanti alla TV per fugare la solitudine e all’arrivo in aeroporto – in un marasma invidiabile di parenti, autisti, amanti – non ha nessuno ad aspettarlo. Quali torti avrà mai commesso quel vecchio con il pallino della fuga e dei film d’azione, che da quando si è scoperto cagionevole ha la pretesa illegittima di essere considerato fragile? Suo figlio, a sua volta genitore di due bambini insopportabili, è troppo impegnato per occuparsi anche delle recriminatorie dell’anziano: commercialista in pausa, si prende cura dei piccini quando la compagna è a lavoro e vive il ruolo di “mammo” con una costante ansia da prestazione.  Un tempo abbastanza intraprendente da strappare la fidanzata a un altro uomo attraverso un’appassionata corrispondenza telematica, ora fa fiasco alle serate di stand-up comedy e non ha voglia di riappropriarsi di una relazione senza più l’intimità originaria. Troverà le parole per dire al padre in visita che questa volta non è aria, lui che per natura è compiacente e paciere quanto il sottoscritto? Poi c’è la sorella minore, donna in carriera reduce da un matrimonio fallimentare e dichiaratamente allergica alle storie serie: istintiva e libertina come un’eterna adolescente – leggera come lo sono spesso i secondogeniti, i più coccolati, nonostante un dolore nascosto nel passato –, come reagirà quando il test di gravidanza le comunicherà che lei e il suo fidanzato occasionale, un adorabile cinefilo di sette anni più giovane, sono in dolce attesa?

Non conosco nessuno che abbia una relazione normale con qualcun altro, tanto meno i suoi genitori. E questa relazione quanto è normale?, aveva scritto lui. Il giusto, aveva risposto lei. Ogni nuova mail apriva la strada a qualcosa di più. La sensazione era quella di avvicinarsi a un frisbee invisibile e farsi trascinare via dalla realtà. Di avvicinarsi a qualcosa che ti trasforma in una versione migliore di te stesso. In realtà non sono poi così divertente, aveva scritto uno dei due dopo un paio di mesi. Nemmeno io, aveva risposto l’altro. Non importa chi aveva scritto cosa, perché avevano già iniziato a diventare una persona sola. Quando finalmente si incontrarono, era ormai troppo tardi. Erano fatti l’uno per l’altra. 

In una Svezia colorata dalla presenza di ambulanti, extracomunitari e turisti, dove i nativi appaiono al contrario sempre grigi e indaffarati, i protagonisti hanno l’Ikea Family nel portafoglio, la cronologia internet affollata di ricerche su utilitarie e passeggini ergonomici, un posto di straforo in costose caffetterie vegane dove i passeggini devono restare fuori alla stregua dei cani. Indossano maglioni, paraorecchie, cappotti pesanti: fa freddissimo d’inverno, ed è inutile confidare nel calore del prossimo. A strapparci sorrisi frequenti, per fortuna, ci pensano i capitoli affidati ai narratori più impensati: capolavori di scrittura creativa dove a condannare l’incomunicabilità degli adulti, le contraddizioni di quei pareti che ci demoralizzano in privato per poi vantarci in pubblico, sono i piccoli di casa – quante critiche allora a quei genitori senza più la meraviglia nello sguardo, incapaci di godere dell’incanto di una mattina di neve senza mandare tutto allo scatafascio oppure di cogliere le sfumature di significato di un muuu. Vittime di una solitudine siderale, per il resto, perseguitati dai fantasmi degli amori perduti o dal ricordo delle occasioni perse, i tre non riusciranno a incrociarsi nella stessa pagina e non avranno mai un nome di battesimo: non risultano, tuttavia, anonimi neanche per un attimo. L’autore specifica soltanto i gradi di parentela, che li qualificano e li imprigionano annullandone l’autonomia. Troppo tardi per riprendersi l’identità, o per bacchettare il capostipite per inadempienza contrattuale? 

Cos’è successo davvero tra voi?, chiede lei. La vita, risponde lui. Prima la vita. Poi la morte.

Le famiglie difficili da gestire inacidiscono. Le famiglie difficili stancano. Non puoi prenderti ferie da loro, no, né annullare un contratto siglato con il sangue. Complicatissime, sono davvero fatte a modo loro. Ma chi dice che in fondo non si somiglino? C’è più della mia qui che in una foto ricordo. Le chiamate da bypassare, le rimostranze continue, la scomodità nel vedersi in territorio neutrale. Con troppo da organizzare. Con troppo da incastrare. Ma è il meccanismo di difesa di chi è rimasto bruciato una volta, il mio: a volte, infatti, provo tanta nostalgia di noi.
Accade quando i protagonisti maschili di Khemiri si scoprono a trattenere il fiato sovrappensiero, pensando che alla fine della prova di apnea la porta d’ingresso si aprirà per premiarli per cotanto coraggio.
Quando io vedo una signora bionda di spalle, per strada, e mi scopro a seguirla da lontano: l’ho scambiata per mia madre, e per un paio di isolati mi sono dimenticato di avercela con lei.
O quando, dopo aver messo l’ospite sul mezzo che lo riporterà finalmente alla sua nuova casa – una casa che non siamo più noi –, gli diremo di mandarci un messaggio non appena arriva: la più grande dichiarazione d’amore di chi si vuol bene, ma tace.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: The Cinematic Orchestra – To Build A Home

giovedì 17 ottobre 2019

Mr. Ciak: Joker | It - Capitolo due

Dichiararsi confuso davanti al film su cui tutti hanno le idee chiarissime. Succede quando diventa impossibile elaborare una recensione dal taglio tradizionale. Per l’ultimo vincitore del Festival di Venezia, infatti, servirebbe uno di quegli articoli monografici a cura di Gianni Canova: la lente d’ingrandimento puntata su un aspetto in particolare – la recitazione di Joaquin Phoenix –, con il resto lasciato in secondo piano. Come parlare altrimenti di un film che esiste esclusivamente in funzione dell’istrionismo del primo attore? Secondari l’intreccio, la morale di fondo, il comparto tecnico. Tanto è già stato scritto a priori: il cinecomic d’autore farà storia per il suo trionfo nel tempio della critica impegnata, il passaggio di Phillips dalla commedia demenziale alle atmosfere scorsesiane, le rappresaglie all’uscita delle sale statunitensi. Ma, a ben vedere, il ritorno della nemesi di Batman è un dramma di rivalsa tanto solido quando convenzionale, prevedibile nello svolgimento e meno coraggioso del previsto. Indegno delle assurde controversie in patria, e della vittoria in Laguna? Tutto va come da programma, nella metamorfosi del giullare che voleva diventare re. Messo ai margini, costretto a prendersi cura di una madre che non sempre la conta giusta, il protagonista sta a cuore con poco: capitano tutte a lui, è il capro espiatorio per eccellenza, e quando inizia a seminare morte miete vittime fra personaggi sgradevoli o sacrificabili. Lancia il sasso ma nasconde la mano. Senza fare spoiler, per esempio, perché non mostrare l’esito della relazione fra lui e la vicina di casa: paura di gettare ulteriori ombre su un cattivo che risultasse tale ma non troppo? Seguendo Arthur nel suo sogno irrealizzabile – quello di un mondo gentile –, ci lasciamo turbare dal rantolio sofferto della sua risata e guidare da una scena madre all’altra. Quant’è incredibile Phoenix mentre si concede una danza liberatoria in bagno o, leggero come non mai, quando affronta saltellando una scalinata all’inizio spossante: probabilmente è una delle migliori performance di cui abbia memoria. Ma se molto fanno le danze e gli alterchi improvvisati sul set, il corpo scarnificato per i venti chili persi, quali meriti spettano invece alla sceneggiatura? Se il film fosse pari alla complessità della sua prova, sarebbe lecito gridare al capolavoro. Invece resta un buon compromesso, per me distante dalla potenza del nostro Dogman – altra fiaba nera di perdenti al limite, altro anti-eroe struggente –, che funziona alla stregua di un’esibizione di stand-up comedy. Un palco vuoto, un canovaccio appena abbozzato, le luci della ribalta. Ma non sorprendono né le battute del mattatore, che tiene banco con riflessioni didascaliche, né le reazioni del pubblico. Phoenix è più spettacolare dello spettacolo – un’arma a doppio taglio. Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante. Allora il suo Joker è un planetario; una cazzo di discoteca itinerante. (7)

La paura c’era, ma per le ragioni sbagliate. Già stroncato dalla critica, il ritorno di Pennywise partiva svantaggiato: non sarebbe stato superiore al primo capitolo, e lo sapevano a prescindere dal minutaggio eccessivo – quasi tre ore – o da una computer grafica tremendamente kitsch. Nella lista dei difetti: la mancanza dei magici anni Ottanta e la consapevolezza che King e i finali non vadano d’accordo. Lo fanno notare anche al personaggio di Bill, suo alter-ego alle prese con l’adattamento di un besteller: saprà architettare una chiusa decorosa? Si fa dell’autoironia e, in cerca dell’epilogo perfetto, ci si mette in viaggio: direzione Derry. Sono passati ventisette anni dalla promessa di rimanere amici per sempre: il pagliaccio è tornato a colpire e i Perdenti si riuniscono così come si sono divisi. Allegra rimpatriata di morte, il secondo capitolo di It funziona proprio come reunion commossa e godereccia: nel ristorante cinese del romanzo, scopriamo quanto sono belli la Chastain e MacAvoy – ma occhio a Jay Ryan, non più bambino in sovrappeso –, quant’è esilarante Hader, quanto sia stato ridimensionato il personaggio del bibliotecario Mike. Bowers evade, ma la sua fuga costituisce un pericolo passeggero; di ritorno all’ovile, Beverly e Bill non sono seguiti né da un marito manesco né da una moglie avventata. La resa dei conti – esemplificata, esclusiva – conta i personaggi superstiti e Pennywise, bullo sopra le righe a digiuno di scene madri – a parte l’adescamento allo stadio o nella casa degli specchi, il resto sono apparizioni di fantocci grotteschi in una pessima CGI – ma non di carne fresca. Chiamato a un compito arduo, Muschietti s’impegna: gestisce al meglio le tempistiche e le stelle del suo cast, nella prima metà pretende miracoli dal direttore della fotografia e dal tecnico del montaggio, ma la seconda frana poi goffamente fra riti e trappole per ragni. Pessimo come la miniserie originale non lo diventa mai, ma il problema è uno: perché l’accento esagerato su battute sarcastiche e sfottò in contrapposizione alla totale mancanza di tensione? Salti in poltrona a parte, le bizze di Skarsgard non suscitano più spavento; il conflitto finale celebra sì un’unione che fa la forza, ma resta la copia sbiadita del film precedente. Da bravo fan, tuttavia, conosco bene il mondo interiore di King – qui impegnato anche in un cameo –, e non vive soltanto di spauracchi da multisala. Ci illumina la Chastain, in parte, ricordandoci che un attizzatoio potrebbe diventare anche un’arma letale: basta crederci. Quando si uniscono passato e presente e la solita nostalgia canaglia s’intromette a gamba tesa, così, l’incanto di un’estate sul filo del rasoio risulta per fortuna sano e salvo. (6,5)

martedì 15 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: The Politician | Big Mouth S03 | Jane The Virgin S05

L’instancabile Ryan Murphy ci riprova. Con l’inizio dell’anno scolastico torna al liceo: mancava dai tempi di Glee. Riecco perciò i colori sgargianti, le faide grandi e piccole, le strategie per primeggiare e sì, perfino le canzoni, se il protagonista – la rivelazione Ben Platt, venticinquenne dal talento sorprendente – ha il pallino segreto del pianobar. Intelligente, affabulatore, bisessuale, al contrario degli allievi di Will Schuester non sogna il musical bensì la presidenza americana: essendo ancora una matricola, gli tocca prima diventare rappresentante degli studenti. Dalla sua ha una parlantina naturale, unita a un abbigliamento che gli ho invidiato per tutte le puntate, e la ricca ma infelice Gwyneth Paltrow come mamma adottiva. Quello che gli manca, a parte l’amore della sua vita – il suo maestro privato di mandarino, morto suicida nel pilot –, è un braccio destro all’altezza: perché non Zoey Deutch, presumibilmente malata di leucemia, a cui la sempre subdola Jessica Lange nasconde informazioni sulle sue reali condizioni? La scalata al potere del protagonista, vittima presto della sua stessa ambizione, prevede un tentato omicidio, tante parole di miele misto a veleno, il trash del Murphy che più ci piace. Commedia nera nello stile di Election, The Politician si difende dagli eccessi con una palette degna di Wes Anderson, un cast divertitissimo e il salto avanti di un epilogo alla Scandal, con in campo altre mattatrici – Judith Leight e Bette Midler – e lo skyline della spietata New York sullo sfondo. La politica annoia. La politica non è un gioco da ragazzi. Non ditelo a Platt e ai suoi simpatici scagnozzi, sopravvissuti agli avvelenamenti più folli e ai luoghi comuni più ostinati, anche se non completamente in salvo dal già visto. L’ape regina di Lucy Boynton, ad esempio, somiglia tanto, troppo alla cheerleader Quinn Febray – ve la ricordate? La serie, in sintesi, non è forse la versione d’autore del guilty pleasure Insatiable? Pur senza plebiscito, comunque, confido che le simmetrie perfette della regia e la doppiezza del candidato rampante bastino per un altro mandato. Il mio voto, intanto, lo ha. (7)

Seguitissime, le lezioni di anatomia di Big Mouth sono arrivate alla terza stagione. I giovani protagonisti stanno per tagliare un traguardo importante, la terza media. E ormai tutti, nessuno escluso, hanno con sé un Mostro degli ormoni, una cotta inespressa, una prurigine da grattare. A scuola si fanno sfilate contro il sessismo. Qualcuno alimenta un rapporto tossico con lo smartphone, qualcuno esplora il vasto spettro della sessualità, qualcun altro assume pasticche per combattere il deficit dell’attenzione. Le migliori amiche si masturbano? La bisessualità è vista con simpatia soltanto fra ragazze? Come reagire alle mani lunghe di un prof? Inferiore alla prima stagione, superiore alla seconda, la serie torna a regalarci trovate memorabili – il musical scolastico ispirato al thriller erotico Rivelazioni, l’episodio monografico dedicato al fantasma di Duke Ellington – e spunti nonsense – la Florida rasa al suolo da un terremoto da Antico Testamento –, con tanto di amichevoli cameo: riusciranno le fate turchine di Queer Eye a rivoluzionare l’esistenza di quel coach Steve in stato d’abbandono? Restano una certa antipatia verso Nick, l’adorazione purissima per il personaggio di Lola e una tenera curiosità verso la vicinanza fra Jay e Missy, gli outsider agli antipodi che trovano rifugio in un mondo di fantasie oscene e fanfiction.  Il difetto? Una formula consolidata, a cui manca da un po’ l’effetto sorpresa, che comunque non rinuncia a piccoli colpi di genio per risultare spassosa, schietta, al passo con i nostri tempi: a ben vedere, perfino istruttiva. Prontamente rinnovata, sembra proprio che la famigerata boccaccia della serie animata Netflix non la smetterà presto di fare allusioni sporche. Riuscirà a inventarsene anche di nuove? (7)

Bisognerebbe partire dalla fine. Affidarsi al diciannovesimo episodio – l’ultimo: un nostalgico backstage con interviste e retroscena –, per lasciar parlare le lacrime del cast e le parole degli sceneggiatori. Dura dirsi addio, soprattutto se significa rinunciare al guilty pleasure per antonomasia: quello che piace alla critica e, a sorpresa, in passato, perfino alla stagione dei premi. Giungono così a conclusione le disavventure di Jane Gloriana Villanueva: protagonista di un’esilarante immacolata concezione e di una serie TV che prima ancora del movimento metoo, del politicamente corretto in risposta a Trump, includeva a bordo donne resistenti agli urti e minoranze latine. Perché potrebbe diventare un classico della commedia sentimentale? Gli ingredienti sono una scrittura scoppiettante; un’irresistibile mescolanza linguistica che a volte preferisce lo spagnolo, altre l’inglese; i toni da fiaba profana, fra momenti di classico realismo magico e bislacche sequenze musicali, che hanno conquistato anche gli ospiti Bruno Mars, Britney Spears, Rosario Dawson. Bisognerebbe partire dalla fine, si diceva allora, perché non basta l’affetto a nascondere i difetti di una stagione conclusiva con pochi spunti e troppi episodi. Scritta su misura dei fan, Jane The Virgin mira al traguardo della centesima puntata – trascurabile il fatto che ormai manchi pochissimo per arrivare all’ovvio lieto fine – e al compleanno della protagonista, qui trentenne. Se l’unico elemento degno di meraviglia è l’amicizia nascente fra Jane e Petra, all’inizio sua storica nemesi, il resto ruota attorno a tre temi lungamente diluiti: la carriera da scrittrice della nostra eroina, in cerca della formula del perfetto romanzo rosa; la cattura della trafficante Sin Rostro; la risoluzione di uno dei triangoli romantici più sentiti del mondo delle serie TV, con un innamorato tornato dall’oltretomba e l’altro diventato nel frattempo povero in canna. Lunga la strada verso la conclusione, senz’altro inutilmente. Ma si è ben contenti di arrivare a una cascata di fiori d’arancio, accanto alla persona giusta – Jane no, non delude –, facendo lo slalom fra saltuari rischi di cancellazione e pregiudizi di sorta. (6,5)

sabato 12 ottobre 2019

Recensione: I testamenti, di Margaret Atwood

| I testamenti, di Margaret Atwood. Ponte alle Grazie, € 18, pp. 502 |

Sono passati trentacinque anni dall’arrivo in libreria del Racconto dell’ancella. Romanzo lungimirante e spietato che, nell’arco di un paio di decenni, si è imposto a giusta ragione come un moderno classico della distopia: un genere d’invenzione, a tinte satiriche, che mai come oggi – nell’era della presidenza Trump, del movimento metoo, di barriere geografiche e ideologiche – si è rivelato spaventosamente premonitore. Tornato sotto i riflettori grazie al successo inarrestabile dell’omonima serie TV, il capolavoro dell’autrice canadese – nei giorni scorsi considerata perfino un papabile premio Nobel – trova in ritardo una sua prosecuzione ufficiale. La domanda, a fine lettura, prevedibilmente nasce da sé: serviva davvero? Sia Benedetto il frutto, e invece il sequel fuori tempo massimo? Giunto sugli scaffali con una trama tenuta sotto stretta segretezza, atteso a prescindere con un misto di fibrillazione e scetticismo, I testamenti si aggiunge all’universo temporale del predecessore. Per leggerlo, tuttavia, è preferibile essere al pari con la programmazione della serie con Elisabeth Moss. Meglio sapere già cos’è stato di June, ancella recalcitrante. Meglio sapere, soprattutto, se la sua gravidanza sia andata o meno in porto. A Gilead, infatti, tutti parlano della piccola Nicole: che fine ha fatto? C’è speranza che venga restituita alla famiglia del Capitano? 

La storia non si ripete, ma fa rima con sé stessa. 

In una comunità in gran fermento, erosa all’interno da scandali e corruzione, s’incrociano a qualche anno di distanza dagli eventi del primo capitolo le voci di tre personaggi femminili. Il primo, già noto, è Zia Lydia: aguzzina al solito dotata di carisma e sarcasmo straordinari, nella sua confessione fraudolenta mescola frammenti di un passato come giudice e descrizioni della routine ad Ardua Hall: un covo di donne di potere e corruzione, dove le rivalità all’ultimo sangue fra Zie e le contromosse per frenare il business della fuga costituiscono ormai la norma. In biblioteca, in mezzo a titoli proibiti che comprendono Jane Austen, Thomas Hardy e le sorelle Bronte, i posteri potranno trovare un giorno la sua confessione. Inediti, al contrario, i punti di vista delle altre narratrici mostrano le due facce dell’essere giovani al tempo del regime. Daisy, sedici anni, vive oltre il confine canadese: sfrontata e sicura di sé, è costretta a mettere tutto in discussione alla notizia della dipartita di quei genitori un po’ hippy e davanti a una missione rischiosa – infiltrarsi a Gilead sotto copertura. A Gilead, invece, la timida Agnes ha sempre vissuto all’insegna della cieca obbedienza: case di bambole, gonne fruscianti, una paura inconscia per gli uomini e l’autorità, un ambiente scolastico competitivo e crudele che dà lezioni morali attraverso sanguinosi episodi biblici. Costretta prematuramente a sposarsi, potrebbe sfuggire al suo destino di sposa bambina entrando a far parte delle Supplicanti: meglio diventare una macchina da figli, però, o scendere a patti con le contraddizioni delle Sacre Scritture, con tanto di documenti da insabbiare e messaggi censurati? 

Piansi? Sì: scese qualche lacrima dai miei occhi visibili, i miei umidi e piagnucolosi occhi umani. Però ne avevo un terzo, in mezzo alla fronte. Lo sentivo: era freddo come una pietra. E non piangeva, vedeva. E dietro qualcuno pensava: Rifarò i conti con voi. Non mi importa quanto tempo servirà e quanta merda dovrò mangiare nel frattempo, ma ci riuscirò.

Se le prospettive descritte sono parzialmente inedite, gli scenari e le situazioni risultano per forza di cose già esplorati sul piccolo schermo. Più credibile quando alle prese con l’evocazione dei costumi e dei trattamenti più barbari, Margaret Atwood è a disagio con scene d’azione e svolte da film di spionaggio. Soprattutto, pasticcia in maniera imperdonabile – parliamo, infatti, di una signora scrittrice – con segreti di Pulcinella che durano poche pagine appena e colpi di scena risibili, nemmeno avvertiti come tali dal lettore smaliziato. Si concentra sui giochi di potere interni, su tinte lievi e giovanili, ma il lungo salto temporale aggiunge poco allo spaccato dell’inquietante Repubblica, meno ancora al mito della Atwood. A corto di scene memorabili o nuovi spunti di riflessione, elegantissima nello stile ma elementare nell’architettura, la lettura è parsa al di sotto delle aspettative e tutt’uno con la trasposizione televisiva: da qualche anno a questa parte in caduta libera, spiace constatarlo, dopo gli exploit della prima stagione – non a caso, riproposizione fedele del Racconto dell’ancella. Ci sono voluti trentacinque anni, pare, per svelarci l’ovvio.  Prevedibilmente, il prosieguo della storia patisce una pianificazione a tavolino. Mancano le brutalità e l’urgenza, resta una scrittura tanto consapevole quanto compiaciuta: più forte ancora, però, è l’impressione che dietro la speculazione economica non ci sia sostanza. Pensavo fosse un testamento, invece era una fanfiction.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Unstoppable 

mercoledì 9 ottobre 2019

Recensione: Kentuki, di Samanta Schweblin

| Kentuki, di Samanta Schweblin. Sur, € 16, pp. 230 |

Sono a forma di animali, come i peluche che preferivi quando eri bambino. Pesano due chili scarsi e sono fatti soprattutto di plastica e piume. Costano un po’, 279 dollari, ma è il prezzo ragionevole delle tecnologie all’avanguardia. Dietro i loro occhi deliziosi – biglie non così inespressive, non così inconsapevoli – i kentuki nascondono microcamere che ci collegano tutti in tempo reale. Nessuna brutta sorpresa: acquistandoli sai già in anticipo che accoglierne uno in casa significa aprire le porte a un perfetto estraneo. Che può spiare la tua routine, e qualche volta intervenire a gamba tesa. Le possibilità sono due: avere un kentuki o esserlo. Preferiresti accogliere uno sconosciuto, infatti, o al contrario essere lo sconosciuto nell’esistenza del prossimo? La scelta è personale, dettata dalla tua generosità o dalla tua perversione, da quanto tu ti senta solo al mondo. Qualcuno cerca di scoprire l’identità dell’utente oltre il visore, che da remoto controlla le ruote del peluche.  Qualcuno si diverte invece a scandalizzarlo con il sesso, le torture, la pubblica umiliazione. 
Il romanzo dell’argentina Samanta Schweblin, oltre all’incentivo di una copertina bellissima, può contare anche su tematiche e atmosfere che fanno tornare in mente il miglior Black Mirror: quello ancora capace di far aprire gli occhi, pungere e denunciare, nello spirito di una fantascienza minimalista interessata non tanto alle invenzioni avveniristiche, quanto alle contraddizioni dell’animo umano. I capitoli, all’inizio, appaiono semplici scene giustapposte. Scorci di esistenze lontane, apparentemente a sé stanti, che pian piano trovano una collocazione precisa. Un paio di nomi cominciano a diventare ricorrenti; i figuranti si impongono pagina dopo pagina come veri mattatori della scena; alcune storie hanno la priorità su altre, destinate invece a iniziare e finire nell’arco di un solo capitolo. 
Spiccano allora le vicende di Emilia, vedova in là con gli anni che tutti i giorni si connette per sbirciare la giovinezza e gli amori dell’affettuosa Eva, studentessa che si sta concedendo al ragazzo sbagliato; la crisi matrimoniale fra Alina e Klaus, ospiti presso una comune di artisti; le difficoltà relazionali di Enzo, papà fresco di divorzio che compra un kentuki affinché tenga compagnia al figlio Luca ma che, infine, si troverà spesso a consultare in prima persona come fosse un vice-genitore; il sogno impossibile del piccolo Marvin, che vorrebbe far evadere il suo pupazzo – intrappolato purtroppo nella vetrina di un negozio d’antiquariato – per scorrazzare sulla neve in libertà. 

Non sapeva nemmeno in quale città si trovasse, né come fosse il suo padrone. Ai suoi amici aveva raccontato della neve, ma la cosa non li aveva colpiti più di tanto. Dopo averlo deriso perché un culo da principessa e un appartamento a Dubai erano meglio della neve, avevano detto che tanto la neve non la si poteva mica toccare. Marvin sapeva che sbagliavano: se riuscivi a trovare la neve, e spingevi abbastanza forte il tuo kentuki contro un cumulo alto e soffice, ci lasciavi il segno. Ed era come toccare con le dita l’altro capo del mondo.

Le modalità sono sterminate e casuali. A scatola chiusa potresti trovarti nell’appartamento di una figlia dei fiori con tendenze nudiste, in una famiglia disfunzionale, perfino in un covo criminale. A spasso fra le noie della routine, i segreti torbidi o le avventure pericolose, meglio non perdere di vista il punto della situazione: quello che sembra un innocuo videogioco di ruolo, in verità, è reale. Troppo tardi per guardare altrove fingendo indifferenza? E per denunciare? I kentuki sono dappertutto. Una moda che impazza, e fa impazzire. In queste storie grottesche che oscillano dalla tenerezza infantile alla cattiveria più disturbante, ci sono novelli animalisti che formano autentiche squadre di liberazione, informatici poveri in canna che fanno la cresta sulle vendite, teppisti dal cuore d’oro che promettono di accessoriare i pupazzi – pensate alle macchine truccate, per farvene un’idea – o di acquistarli non più alla cieca. L’autrice ha dimenticato di darci il libretto delle istruzioni. E nel corso della lettura tendiamo spesso a vedere il bicchiere mezzo pieno, scordandoci che dietro queste adorabili tecnologie ci sono persone in carne e ossa: permalose, umorali, vendicative. A volte oggetto di devozione, altre di perversione.

C’era davvero più gente interessata a guardare che a essere guardata? Non c’era bisogno di sofisticate analisti di marketing, a Grigor bastava un po’ di buon senso per trarre le sue conclusioni. Ma i pro e i contro della scelta tra l’essere padrone o essere kentuki non spiegavano mai in modo esauriente i vantaggi di ciascuna posizione. Pochi erano disposti a esporre la propria intimità agli occhi di uno sconosciuto, mentre a tutti piaceva guardare. Comprare un dispositivo significava portarsi a casa un oggetto tangibile che avrebbe occupato uno spazio reale, quanto di più simile a un robot di compagnia il mercato potesse offrire; comprare un codice di accesso, invece, voleva dire spendere una bella somma in cambio di diciotto misere cifre virtuali, senza contare che alla gente piace da pazzi tirare fuori cose nuove da scatole dal design sofisticato. La parità di prezzo avrebbe mantenuto per un po’ una certa parità nella domanda, ma secondo Grigor presto o tardi il rapporto si sarebbe invertito a favore dei codici di accesso.

Possiamo forse giudicare le loro scelte sbagliate? Chi non ha mai ricercato una valvola di sfogo? Chi non vorrebbe sentirsi Dio per un giorno soltanto? Da adolescenti, quando i peluche avevano già perso la loro attrattiva su di noi, abbiamo preteso prima il Tamagotchi e poi The Sims. Volevamo sentirci responsabili di qualcuno. Volevamo essere onnipotenti.
A morte il Tamagotchi allora: per dispetto, lasciavamo agonizzare quell’animaletto immaginario in preda ai morsi della fame. 
Al via l’anarchia nel mondo dei Sims: murati vivi, spinti all’incesto o alla bulimia, e tutto per vedere comparire il personaggio del Mietitore con falce e mantello; tutto per sapere fin dove fosse possibile spingersi con un semplice click del mouse. Per fortuna avevamo i nostri genitori a distoglierci dai nostri primi intenti omicidi. Da una curiosità di quelle malevole, che al pari delle storie di Samanta Schweblin ci connetteva agli altri e ci disconnetteva da noi stessi. La cena era in tavola, meglio non far arrabbiare la mamma. La crudeltà era soltanto un gioco da ragazzi da sbrigare dopo i compiti, prima dei pasti. Le coscienze: offline.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – I Feel You 

lunedì 7 ottobre 2019

Dear Old Mr. Lynch: Mulholland Drive, Velluto blu, Strade perdute, The Elephant Man, Una storia vera

[2001] Stando alla critica è il miglior film d’inizio millennio. In rete abbondavano i frame, le lodi, le spiegazioni, e al solito non mi sentivo all’altezza del recupero. Avrei capito anch’io la grandezza di Mulholland Drive o, come successo con Twin Peaks, sarei stato troppo confuso per dire la mia? Per quanto popoloso di figure grottesche e cospiratorie, degne di un romanzo hard boiled con sprezzo del kitsch, il capolavoro di David Lynch risulta sorprendentemente lineare e coerente nei primi novanta minuti. Mi ha messo a suo agio così. Ci sono un’attrice di provincia in cerca di fama e una sconosciuta senza identità che, forse, proprio a causa di quella stessa fama si è bruciata. Accanto a loro, un regista costretto a obbedire alle manipolazioni dei produttori, che dall’alto gli impongono la stella del suo ultimo lavoro. Tutt’intorno, appare indispensabile una selva tragicomica di sicari pasticcioni, cowboy sibillini, inquietanti compagni di posto e clochard che fanno saltare lo spettatore in poltrona provocando perfino svenimenti. Vistose parrucche platino, nomi scambiati e topless bollenti culminano con l’ingresso delle protagoniste nel club Silencio, dove tocca rivalutare i ruoli delle due donne all’interno della vicenda. In definitiva, un noir su una Hollywood fucina d’illusioni e dissapori. Per affermarsi basta il talento? Per resistere all’ennesimo provino fallimentare è sufficiente l’amore? Le stranezze e le scene di culto si annidano tutte nell’ultima parte – la mia preferita –, dove abbondano i fumi, le sovraimpressioni, le figure simboliche. Lì dove, affascinati da un Lynch capace di un equilibrio insospettabile, siamo portati a cercare un senso – a volte con successo, altre brancolando nel buio – all’intreccio, mettendolo quanto possibile in ordine cronologico.  Se una regia priva di guizzi rivela l’iniziale natura televisiva del progetto, gli applausi sono invece per la scrittura – reale motivo di cotanta iconocità –, capace di spaziare dai personaggi stereotipati ai travagli dei melodrammi LGBT, consacrando nel mentre una Naomi Watts già straordinaria e svelandoci le grazie della prosperosa Laura Harring, finita purtroppo nel dimenticatoio. Tema clou: quei sogni nel cassetto, letterali e figurati, di cui il cinema è una macchina instancabile. Il risveglio, traumatico, sarà un testacoda su Mulholland Drive. La strada su cui morì più di qualche aspirante star, assieme alle belle speranze di una ragazza dell’Ontario che, a occhi aperti e chiusi, sognava la gloria, l’amore e altre chimere inconciliabili. (8,5)

[1986] Gli uccellini cinguettano beati. Le staccionate bianche sono state riverniciate di fresco. I giardini sono un fiorire di rose rosse. Come esemplifica bene la sequenza d’apertura, però, in quel quartiere residenziale dalle villette a schiera non è tutto oro quel che luccica: sotto c’è del marcio. Serpeggiano blatte e vermi, di cui si nutrono perfino i pettirossi – simbolo d’amore e speranza. Si rinvengono, in passeggiate nel cuore della natura, orecchie mozzate e altri scomodi segreti. A fare da detective per caso è un acerbo Kyle MacLachlan, poi ritrovato con pistola e distintivo nei panni del detective Cooper, di ritorno all’ovile dopo anni da studente fuori sede: inciamperà accidentalmente nella morte e nei drammi di una cantante jazz dalle tendenze sadomasochistiche – l’indimenticata Isabella Rossellini, per me né così bella né così brava –, così diversa dalla ragazza della porta accanto con il volto della giovane Laura Dern. Venerato da Quentin Tarantino, questo scandagliamento del sogno americano ha il voyeurismo dei patinati thriller erotici che ci si aspetterebbe da Lyne o De Palma. Sprovvisto di clamorosi colpi di scena, con una risoluzione smaccatamente lieta che oggi fa un po’ storcere il naso, invecchia con estrema classe ma deve aver smarrito in parte la sua carica eversiva. Di grande atmosfera, con una regia più elegante che altrove, ha tutt’oggi il merito di aver contaminato un genere di per sé raffinatissimo con succulenti inserti pulp e un cattivo – il gigioneggiante Dennis Hopper qui a un passo dall'Oscar – decisamente sopra le righe, pur raccontando in definitiva poco di nuovo. Trentatré anni dopo, il pregio di questo morbidissimo velluto blu non si discute; meno la brillantezza del giallo. (7)

[1997] A ben vedere, è l’anello di congiunzione fra Velluto blu e Mulholland Drive. Un tassello indispensabile. Un’opera nella quale, a mente lucida, s’intravedono i germi dei successi futuri. Peccato che la visione risulti di per sé poco memorabile. Il jazzista di un monocorde Bill Pullman brucia di gelosia per i presunti tradimenti di sua moglie, una Patricia Arquette qui al massimo del sex appeal. Accusato dell’omicidio della donna, perseguitato da misteriose cassette e da un uomo dalla bruttezza profondamente disturbante, il protagonista finisce in carcere. Ma i secondini, un giorno, trovano un’altra persona al suo posto. Che ci fa in gatta buia quel meccanico scapestrato e piacione, con una relazione sconsiderata per la moglie di un boss mafioso – sempre lei, una Arquette doppiamente nuda e fatale? Composto da due film all’apparenza sconnessi, nessuno dei quali particolarmente coinvolgente, Strade perdute si è lasciato seguire soprattutto perché trovavo intrigante l’idea della risoluzione finale. Come si sarebbero ricongiunte storie così lontane? Lo fanno a fatica e con le classiche stranezze del regista, davanti alle quali questa volta non ho provato il desiderio di chiedere spiegazioni alla rete o di saperne di più. Si affronta il tema del doppio. Si fa tanto, patinatissimo sesso. Si ascolta una pesante colonna sonora rock ‘n’ roll – con tanto di cameo di Marilyn Manson –, perfetta per gli ambienti malavitosi del film ma lontana dal mio gusto personale. Questa consolidata storia di bulli e pupe, tuttavia, è inserita per fortuna in una cornice che fa la differenza, mirata ad aprire al cinema le porte delle teorie freudiane e a filmare scena per scena le scosse elettriche di un conflitto interiore. A fuoco ma non abbastanza, le strade del titolo hanno il pregio di aver condotto il nostro Lynch a un sostanziale crocevia. Ma il risultato è inferiore alla somma delle sue parti. (5,5)

[1980] Sono gli anni di grigiore e depravazione della Rivoluzione industriale. Hopkins, affascinato dalla deformità di un freak, lo salva dai soprusi del circo e cerca di educarlo. Lo hanno mosso la tenerezza o l’ambizione? Qual è la differenza fra un padrone e un buon samaritano? Soggetto a continue disavventure, l’Uomo Elefante è vittima di una malattia genetica: non può scandire bene le parole, non può dormire disteso sulla schiena senza rischiare il soffocamento, non può a vivere a lungo in una società tanto inospitale. Ma nessuno ha messo in conto i prodigi della sua forza di volontà, né quelli del suo ingegno. Autoaffermandosi, perché non pretendere di vivere un’amicizia, una storia d’amore e un giorno perfetti – soprattutto se un’attrice, la Bancroft, vede in lui il compagno ideale per leggere le tragedie romantiche di Shakespeare? Da copione, il protagonista imparerà le buone maniere, onorerà il rito del tè delle cinque, indosserà il frac. Qualcuno vorrà scacciarlo. Qualcuno vorrà venderlo al migliore offerente. Qualcuno lo accoglierà, ma per mero opportunismo. Fiaba dalla scrittura classica, fra biografia canonica e parafrasi sognante, The Elephant Man è un film di grande maniera, con un Lynch che non perde il suo tocco personale neppure alle prese con i languori di un bianco e nero anni Cinquanta. Poco male se tutto va proprio come previsto. È possibile vederlo, infatti, senza abbandonarsi a scena aperta a un pianto viscerale? Eroe burtoniano non meno di Edward mani di forbice, John Hurt si lascia sfuggire dai pertugi del suo mascherone ingombrante poche parole confuse e lacrime passeggere. È l’umanità dei mostri. E' la mostruosità degli uomini. (8)

[1999] Ha perso sette dei suoi quattordici figli. Ha visto i suoi nipoti venir reclamati dagli assistenti sociali. Costretto a camminare poggiato a un bastone, mezzo cieco, l’anziano Alvin Straight ha un passato tumultuoso – reduce di guerra, alcolista –, un cappello da sceriffo e due occhi spalancati per l'infinita meraviglia. Incurante delle rimostranze della figlia autistica Sissy Spacek, un mattino prende e va: deve andare a trovare il fratello minore colto da un infarto, con cui non parla eppure da dieci lunghi anni. Il suo mezzo di trasporto: un tosaerba malandato. Lungo il tragitto lo aspettano incidenti di diversa natura, tantissimi buoni samaritani, ricordi drammatici. E il tutto sembra così folle da non poter non essere vero – ci è testimone il titolo italiano, Una storia vera. Se le atmosfere sono di quelle affascinanti, splendide come in un racconto di Kent Haruf, alla storia d'altra parte si rimprovera una dose di zucchero in surplus. Agrodolce ma a tratti un po' stucchevole, questa fiaba sulla terza età a cui tutto deve il bellissimo Lucky schiera tanti temi caldi in campo – vedasi la descrizione iniziale della tribolata vita del protagonista – ma fa presa sicura con una storia così poetica, così adorabile, da toccare le corde giuste. Avrebbe fatto altrettanto bene, probabilmente, anche con meno. Mi riferisco alle lungaggini, al patriottismo alla Eastwood, a un troppo che storpia. Ma la verità è che a un certo punto non ho visto più i difetti, con gli occhi pieni di lacrime per colpa della tenerezza di Richard Farnsworth: tutt’oggi non so se sia più struggente la sua ultima performance o la consapevolezza che di lì a poco si sarebbe tolto la vita, vinto da un male incurabile. Com’è grande il cuore di questo insospettabile Lynch, alle prese con il piccolo cinema indipendente. (6,5)

giovedì 3 ottobre 2019

Recensione: Io sono la bestia, di Andrea Donaera

| Io sono la bestia, di Andrea Donaera. NN Editore, € 16, pp. 226 |

Andrea Donaera, classe 1989, è l’ultimo talento a unirsi agli italiani Roberto Camurri e Alessio Forgione sotto l'egida un editore pressoché infallibile. La collana che ospita gli esordienti si chiama Gli Innocenti. Buffo, ho pensato, leggendo Io sono la bestia: un romanzo che di divertente, su carta, non ha niente. C’è dell’ironia tragica, eppure, dietro la scelta di includere una storia d’amore e malaffare in una collana con un nome simile: in questo romanzo – che vi sia d’avvertimento – di innocente non c’è nessuno. 
Siamo a Gallipoli nell’estate del ’94. Se giovani e sognatori, si tentava di evadere dalla provincia in compagnia di Bruce Springsteen e Kurt Cobain; attraverso la valvola di sfogo della scrittura o assopendosi nell’illusione di una relazione salvifica. Ma in una campagna con gli ulivi all’orizzonte, la terra rossa e i campi coltivati segretamente di morti ammazzati, scappare significherebbe essere braccati per sempre. A che serve strattonare la catena? A certi destini non si può sfuggire. Lo sa bene Michele, il figlio del boss: quindicenne in sovrappeso, sfortunato a scuola e in amore, l’ha fatta finita buttandosi dal settimo piano del suo condominio. Di lui restano una bara su cui piangere e una macchia di sangue sull’asfalto. Resta un senso di colpo da sfogare soprattutto contro Nicole, la compagna di classe che ha rifiutato le sue poesie all’uscita di scuola. È la scusa dietro cui si trincera Mimì, il padre del ragazzo suicida, che combattuto fra tenerezza e crudeltà elude il lutto alla sua maniera: vendicandosi.

La gobba che c’ho sulla schiena: è la vita che lui mi ha ricacciato dentro. Con colpi violenti me l’ha ricacciata dentro. E la vita mia voleva schizzarsene fuori. Volevo vivere, io. Ma no. Mio padre mi ha ricacciato dentro la vita. Con la violenza. Ed ecco la gobba. Ed ecco io. ‘Sta bestia.

Nascosto dietro citazioni letterarie e discorsi fintamente colti, Mimì gestisce con il pugno di ferro una corte di sottomessi e galoppini – disprezza la moglie Marta, remissiva casalinga che puzza d'olio per friggere e rimpianti, e lascia fare il lavoro sporco ai fedelissimi Vincenzo e Carmine. Novanta giorni prima, d’altronde, ha già punito Veli, il fidanzato della figlia Arianna: chiuso in una cascina sperduta, con la barba sfatta e un tavolo per letto, il giovane – protagonista di un amore scandaloso degno di Romeo e Giulietta – condivide la prigionia con la sciagurata Nicole. Deve farle da carceriere e guardiano; sa che presto o tardi qualcuno tornerà per giustiziarla. 
Questa è una storia che parla di generazioni a confronto; dei diritti e dei doveri di una piccola comunità schiava della Sacra Corona Unita. Questa è la storia di chi il potere lo adopera e lo subisce: gente schierata da un lato e dall’altro della barricata, unita dai postumi di un dolore contagioso. C’è speranza per le donne della famiglia Trevi, ossessionate dalla pulizia – ripenso a Lady Macbeth, al sangue che non sa cancellare dalle proprie mani – e troppo disincantate per lasciarsi andare al romanticismo? C’è un futuro alternativo per Nicole, musa candida e sfacciata che mangiando un piatto di pasta e rape si domanda perché sua madre, a pranzo, la guardi come fosse un morto che cammina? E per Veli, per la prima volta preoccupato per la sorte di un’altra prigioniera?

Tutti mi sembrano finti. Solo tu sei vero”. 
“Anche per me è così, sai. Sei tu la mia unica cosa vera”.
Non lasciarmi mai da sola in mezzo alle cose finte”. 
“Non lo farò”. 
“Promettimelo”.

Si parte in medias res, con una furia omicida che troveremo anche nelle pagine restanti. Si prosegue leggendo di omicidi, incesti e violenze sessuali, fra barbari riti d’iniziazione e malefici familiari. Si giunge inevitabilmente a un epilogo aperto e beffardo, dalla struttura circolare, in cui mutano i punti di vista ma la legge del taglione miete comunque nuovi adepti. Io sono la bestia è una lettura asfissiante, nera e disperata. Una tragedia contemporanea d’impianto teatrale, a tratti provante anche per lettori con il pelo sullo stomaco. Ma per fortuna, nella convivenza forzata fra i due prigionieri, si annidano sorrisi veri e attimi di distensione durante i quali sembra stupido e bello immaginare che la scopa sia un microfono per cantare insieme Come as you are. Sul pavimento ci sono poche buste della spesa, un volume di fiabe, e delle forbici da maneggiare con attenzione. Potrebbero servire per uccidere o per uccidersi. Potrebbero servire per radersi, ricercando una parvenza di normalità in quel limbo senza fine. Anche la penna di Andrea Donaera, similmente, è un’arma a doppio taglio. Uno strumento affilatissimo, che scortica al suon di periodi nervosi ed ellittici e rinfranca, poi, con dialoghi ariosi in cui ogni tanto è benaccetto il dialetto.

Perché è terribile essere certo che tra poco lei non ci sarà più, che la porteranno via da me, da tutti. La uccideranno e non sapranno che stanno commettendo un crimine ancora più grande di quello che pensano: stanno privando il mondo di una cosa buona, una cosa pura, vera. Una cosa sacra. Non bisognerebbe toccarle, le cose sacre. Loro non lo sanno. Non lo sapranno.

Con un lessico vario e ricercato, alternando prima e terza persona, l’autore fa la differenza con una lingua a volte enfatica, altre asciutta; un sunto di squallore e lirismo degno del miglior film di Edoardo De Angelis, con situazioni estreme e sentimenti gridati a squarciagola. Il risultato finale è di un’intensità perturbante. 
Ha la stessa naturalezza con cui la moglie di Mimì sventra pesci sul lavello della cucina, buttando via le interiora. Ha i colpi d’ala di Veli, che contemplando dal suo giaciglio la muffa sul soffitto pensa al fiume del filosofo Eraclito. Ha l’orrore di un macabro feticcio composto legando gli uni agli altri un paio di topi, costretti a divorarsi nel tentativo di sottrarsi al cattivo gusto dello scherzo. Chi degli animali ha sferrato il primo morso, non sapendo che sarebbero poi morti tutti quanti? Anelli della stessa catena, i protagonisti sono al centro di un sadismo affine. Chi, fra loro, è la bestia? Il titolo del romanzo fa sfoggio del pronome di prima persona. Ma la ferocia resta pur sempre un verbo da coniugare dall’inizio alla fine, al singolare e al plurale: bestie dappertutto, bestie come noi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are