lunedì 13 settembre 2021

Recensione: Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera

| Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera. NN, € 17, pp. 240 |

C'era una bestia nel folgorante esordio di Andrea Donaera. E c'è anche qui, pericolosa ma dormiente, nascosta sotto le palpebre chiuse di Miriam. Gli occhi bellissimi e devastati della diciottenne in coma, infatti, celerebbero una scintilla maligna. O così mormora qualcuno, in una Gallipoli che lontana dai bagordi estivi si trasforma in una specie di Twin Peaks. In una camera da letto vista mare, in cui si respira un miscuglio insopportabile di detergente e polpette fritte, i superstiti si affidano, scettici, alla cosiddetta talking cure: parlano alla ragazza addormentata. E hanno punti di vista così diversi e distinguibili che ti verrebbe da leggerli a voce alta, per dar loro vita come in un podcast.

Ma l'amore è più forte del male. No?

Ci sono Lucio, il sindaco del paese, che nel suo italiano stentato non riesce a trattenere la preoccupazione verso le sorti dell'unica figlia; Mara, l'algida moglie del Nord, che scocca bestemmie contro la famiglia del marito; Gabry, l'amica bolognese, che registrandosi con la webcam ricorda i giuramenti di sangue e le piccole iniziazioni sessuali. Infine Andrea, che porta il nome dell'autore e, romantico per natura, canta Miriam come fosse una novella Beatrice: i due si sono incontrati in un bar, hanno consumato un brusco amplesso in macchina e, al principio del loro amore, sono stati interrotti sul più bello. L'innocenza del loro sentimento mette in moto un'antica faida familiare le cui radici sono intrecciate all'inquietante folklore locale. Figlio di un padre suicida e di una madre gravemente depressa, Andrea è diventato l'apprendista di Papa Nanni, esorcista dalla lingua melliflua convinto che la ragazza sia il demonio. Diviso tra spiritualità e pulsioni terrene, il giovane tesse un dialogo impossibile con la vagheggiata Miriam: nient'affatto angelica, ma al contrario curiosa e ribelle, questa bella addormentata è tentata dall'idea del sonno eterno. Perché aprire gli occhi? Perché mettere nuovamente i piedi a terra? Cosa troverebbe al risveglio, se non il solito paesedimerda?

Penso che è così che nascono le ossessioni: quando cerchiamo qualcuno che ci possa salvare, e ci convinciamo di averla trovata, poi, quella persona. Per me tu sei quella che può salvarmi. Anche se non è vero, anche se magari sono io, in realtà, a dover salvare te: a me basta credere che tu sei la salvezza mia – l'ossessione mia.

Lei che non tocca mai terra è l'incisione di un verso goth metal su una lapide bianca. In un Salento eccezionalmente oscuro, dove l'inverno porta il fango, la neve e le labbra spaccate a sangue, gli schizzi d'acqua salata diventano tutt'uno con le lacrime d'angoscia versate dai protagonisti. Ai piedi del letto di Miriam, travolta da un pirata della strada, elaborano in modi diversi il medesimo dolore. E tentano di venire a capo di un mistero più grande di loro, che forse risale alla guerra in Albania: quando una strega incise sulla sabbia le orme di un uomo e lo maledisse per sempre. Il sangue infetto può essere ereditato? Passare di vena in vena, di generazione in generazione, fino a far marcire il corpo e lo spirito? Spaventoso e dolcissimo, l'autore pugliese il cui cognome è un anagramma si supera. Questa volta è il direttore d'orchestra di una polifonia dalla potenza sconcertante: una fiaba horror di tentazioni irrinunciabili, eterni ritorni e fragorosi big bang, che nel mentre fa strage di madonne e congiuntivi. Questa volta è Poseidone in persona: in balia delle sue onde grigio piombo, tra picchi di tenerezza e abissi di dolore, ti annoda strette strette le budella in preda a un irrinunciabile mal di (a)mare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gaudiano – Polvere da sparo

martedì 7 settembre 2021

Recensione: Macello, di Maurizio Fiorino

| Macello, di Maurizio Fiorino. Edizioni E/O, € 15, pp. 148 |

Ha un titolo forte e una copertina spudorata, di corpi avvinghiati in preda alla passione di una sveltina. Il nuovo romanzo di Maurizio Fiorino, fotografo e scrittore calabrese, urla carnalità sin dal primo sguardo. Prende le mosse in una macelleria della profonda provincia meridionale. E racconta la carne delle bestie appese ai ganci a sgocciolare. Quella, butterata, di due protagonisti brutti e spigolosi. Quella, spasimata e infine negata, che fa gola e vergogna al tempo stesso. Carne fredda, preservata tra i rumori insostenibili di una cella frigorifera. Carne al sangue. Stopposo e sgradevole, soprattutto se confrontato con l'adorabile protagonista del precedente Ora che sono Nato, Biagio è il figlio del macellaio del paese. Orfano di madre, cresciuto da un papà taciturno e umorale, il protagonista – all'inizio del romanzo bambino, al suo termine uomo – boccheggia in un microcosmo stagnante in cui è sempre estate. I pilastri su cui è fondato: la virilità, il silenzio, l'onore.

Avevo quasi sedici anni e nessuno che mi baciasse gli occhi mentre dormivo.

Confinato nel retrobottega, un po' come il Marcus di Indignazione, Biagio si nutre di sguardi spenti e odori pungenti, di repulsione e attrazione. Indossa vestiti usati, scarpe rotte, e ha una cartomante per balia – Lia, che ritiene che sulla famiglia del protagonista gravi il malocchio – e un travestito, Vittorio, per adulatore. Laggiù ognuno ha un vizio, ognuno ha un dolore inconfessato. Il più delle volte i personaggi contribuiscono a ferirsi vicendevolmente, secondo le regole della sopraffazione. Anche Biagio, dunque, ha un vittima su cui scaricare le proprie frustrazioni: Sara, compagna di scuola e moglie mai realmente amata, che lo distoglie dalla fascinazione verso l'enigmatico Alceo, un giovane pittore che coglie a colpo d'occhio l'essenza del protagonista. Lo dipinge, infatti, come un funambolo sospeso nel vuoto. Rinunciando questa volta ai toni calorosi della commedia all'italiana, Fiorino torna con un romanzo in cui non ci sono né speranza né redenzione. Nerissimo, senza fondo, non somiglia granché agli slanci della sua copertina: al contrario, infatti, è una vicenda trattenuta, inesplosa, che ammonisce sulle conseguenze tragiche della repressione e dell'incomunicabilità.

Sei tu che devi restare. Io esisto qui, non esisto da nessun'altra parte.

Breve, con capitoli di poche pagine, Macello avrebbe potuto sviluppare meglio alcune situazioni, alcuni personaggi. O forse una storia di maggiore respiro avrebbe fornito all'autore soltanto gli strumenti per inserirvi altri dolori. Gelido, il figlio del macellaio è un bestione che avverte senza sentire: da un lato animalesco, dall'altro trattenuto, cova in sé un ribollire di sentimenti confuso e oscuro. Ciò che abita nel suo petto irsuto non troverà voce. Biagio prende a pugni le carcasse di maiale, si esercita alla buona per gli incontri di pugilato, ma nel frattempo sogna le carezze di un padre brigante. Ha appena la terza media, il cuore grande, la vescica piccola e un cuore a soqquadro. In fuga da un vecchio paese sepolto dalle piogge, si trascina stanco da un'esistenza all'altra e si aggiunge, inevitabilmente, alle schiere di fantasmi dell'alluvione. Il mare è lontano, il progresso degli anni Ottanta alle porte. La diffusa rassegnazione lo imprigiona, ma al contempo legittima quasi il suo stare al mondo. La speranza, allora, è una e una soltanto: sempre la stessa. Andarsene. Ma in certi paesi è più semplice scomparire.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mannarino – Un'estate

giovedì 2 settembre 2021

Recensione in anteprima: La violenza del mio amore, di Dario Levantino

La violenza del mio amore, di Dario Levantino. € 16, pp. 300 |

Per molti sarà come ritrovare un vecchio amico. Per me, invece, è stata una prima volta. Ho conosciuto Rosario Altieri soltanto ora, con il terzo romanzo che lo vede protagonista nel vertiginoso passaggio all'età adulta. All'inizio ero preoccupato. Mi sarei rovinato la lettura senza aver letto i lavori precedenti di Dario Levantino? Sarei rimasto estraneo ai drammi dei protagonisti, ai loro destini? Per fortuna mi sono accorto prestissimo che La violenza del mio amore, così come i precedenti, oltre a essere stato pensato come autoconclusivo, è uno di quei romanzi fatti non tanto di intrecci quanto di personaggi. Altrettanto in fretta ho colto la sensibilità di Levantino, la sua saggezza, e ho compreso come mai non riesca a staccarsi da questo protagonista al punto da descriverne la crescita romanzo dopo romanzo: a Rosario, infatti, si vuole un bene istantaneo. Nato e cresciuto a Brancaccio, il diciassettenne orfano nutre un sogno purissimo: creare una famiglia con Anna, coetanea che gli annuncia l'arrivo di una figlia. Saranno in grado di fronteggiare le responsabilità genitoriali, se vivacchiano a tempo indeterminato nello sgabuzzino della parrocchia e mettono al mondo una bambina, Maria, gravemente malata?

Non mi lamento, per me la vita è la mortale che ti insegna la favola del dolore. E a me il dolore ha insegnato che la guerra si vince sognando. Mi chiamo Rosario. Quando avevo diciassette anni e undici mesi, Anna è venuta da me con la pancia gonfia di amore e i vestiti stretti. Potevamo perdere la guerra. E invece abbiamo sognato.

Il Rosario che ho conosciuto qui, ora, è un giovane uomo dalla doppia vita. Mentre da un lato lotta contro le ingiustizie del sistema scolastico, cercando invano di farsi valere in un liceo di prof sciacalli e compagni indifferenti, dall'altro sperimenta precocemente la disperazione dei novelli miserabili. È mai possibile che per ottenere una casa popolare tocchi firmare un patto di sangue con i Mandalà, i boss del rione? Quanto frustrano e addolorano il declassamento di Anna, disconosciuta nel frattempo dalla famiglia, e la consapevolezza di non essere un compagno esemplare? Perché non trasferirsi vita natural durante in quella romantica barca rovesciata, su una spiaggia segreta in cui c'è spazio anche per il loro cane, Jonathan? Studente e faccendiere, Rosario si muove lungo il pericoloso discrimine che separa moralità e giustizia. All'apparenza classica vicenda di piccola criminalità e inquietudine adolescenziale, in realtà il romanzo di Levantino è molto di più. Grazie a un grande talento narrativo, unito alle capacità didattiche dell'autore – insegnante di liceo a Monza –, La violenza del mio amore riesce a parlare di riscatto anche nell'immobilismo della profonda Sicilia.

Io, Anna e Jonathan siamo un nido. Anna è la madre di tutti. Dall'interno ci nutre, toglie a lei per dare a noi. È questa la violenza dell'amore: esaurisce chi lo dona, saziandolo; sfama chi ne necessita, affamandolo.

Amaro senza essere pessimista, cupo senza perdere l'incanto infantile, il romanzo fa tesoro delle contraddizioni di Rosario e della sua Palermo grazie a uno spirito fanciullesco, vitale, candido. Il quartiere di Brancaccio è dipinto con nitidezza cinematografica, anche se sono le descrizioni degli odori del mercato di Ballarò a stregare. Rosario, sorpreso in una lunga odissea per la sopravvivenza quotidiana, parla con un'irresistibile inflessione dialettale, ma centellina le parolacce e si eleva con la lettura di Steinbeck, Bukowski e Foscolo. Pulito dentro e fuori, bello in un quartiere brutto, lotta contro le ingiustizie sociali e ripone fiducia in battaglia, un insegnante alla Attimo fuggente, e in un prete che ho immaginato ispirato a Padre Puglisi. Il ritratto di un piccolo eroe controcorrente diventa un quadretto di famiglia che fidelizza, fa stringere i denti e incrociare le dita. Una volta salutatolo, ho provato nostalgia per Rosario. Ma i romanzi precedenti da recuperare e chissà quando, un altro capitolo da aspettare. Quando ritornerà a raccontare la bellezza, lo squallore e le contraddizioni che vi sono nel mezzo, mi farò trovare pronto.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Zucchero – Come il sole all'improvviso

lunedì 30 agosto 2021

Recensione: Sorelle, di Daisy Johnson


| Sorelle, di Daisy Johnson. Fazi, € 17, pp. 200 |

Classe 1990, l'inglese Daisy Johnson vanta primati storici e paragoni illustri. È stata la più giovane finalista al Man Booker Prize e, stando ai commenti della stampa internazionale, il suo stile la renderebbe l'anello di congiunzione tra Shirley Jackson e Stephen King. Davanti a un curriculum come questo, ci ero già cascato con l'esordio. Ma Nel profondo tragedia di mostri e incesti, tanto affascinante quanto nebulosa – non mi aveva convinto affetto. Avrei cambiato idea con Sorelle, incentrato questa volta sul legame viscerale e inquietante tra consanguinee?

Mia sorella è un buco nero. Mia sorella è un tornado. Mia sorella è il capolinea mia sorella è la porta chiusa a chiave mia sorella uno sparo nel buio. Mia sorella mi sta aspettando.

Luglio e Settembre sono nate a soli dieci mesi di distanza. Si completano le frasi a vicenda, mangiano dallo stesso piatto, dormono su un unico cuscino. Perdono la verginità all'unisono. Benché diciassettenni, non sembrano voler abbandonare le sicurezze dell'infanzia. Rifugiate in un microcosmo di fiocchi colorati, giochi proibiti e segreti da svelare, tagliano deliberatamente fuori il resto del mondo: perfino la madre Sheela, scrittrice gravemente depressa, che si limita a essere una custode discreta e a immortalarle talora nei propri libri illustrati. Il romanzo prende avvio con un trasferimento repentino. Dopo essersi lasciate Oxford alle spalle, si stabiliscono nella casa di una zia paterna: un relitto fatiscente, eretto nell'impervia brughiera, occupato da ragni, falene e piante urticanti. Pian piano il lettore si renderà conto della differenza che passa tra le due adolescenti. Mentre Luglio è romantica e fedele, Settembre è dispotica e prevaricatrice. Sottopone continuamente la sorella a crudeli prove di coraggio, a insostenibili riti di iniziazione. Cosa le ha portate a rifugiarsi laggiù? Quella casa che scricchiola nella notte è forse infestata? O il problema sono proprio le due sorelle, con i loro non detti, con i loro traumi da elaborare? Tutte le spiegazioni trovano posto, per fortuna, nelle ultime trenta pagine: meritevoli, anche se prevedibili, stringono il cuore in una morsa d'angoscia.

La Casa ha i muri portanti. Ecco cosa portano: l'infinita tristezza di mamma, gli scatti d'ira di Settembre, la mia muta incapacità di fare tutto quello che gli altri mi chiedono di fare, le stagioni, la morte dei piccoli animali nella macchia qui intorno, ogni parola d'amore o di rabbia che ci diciamo l'un l'altra.

Abbracciando le immagini del genere body horror, Daisy Johnson parla di bullismo e revenge porn, d'identità e malattia mentale. A lasciare dubbi sono le centottanta pagine precedenti; i capitoli brevi e frammentari, simili a schegge fuggevoli o poco più; la mancanza di discorsi diretti; una scrittura lisergica ed evanescente, tutta lazzi e frasi a effetto, che ben presto finisce per annoiare. Si ha l'impressione di conoscere la storia a menadito. Luglio e Settembre, nomi bislacchi e atteggiamenti sibillini a parte, non hanno niente di nuovo da condividere e si muovono stancamente in un immaginario orrorifico già fitto di affinità elettive, parentele mortifere, simmetrie inquietanti. A Halloween si vestono come le gemelline di Shining e, a zonzo, chiedono dolcetto o scherzetto. Nella routine di tutti i giorni scelgono l'isolamento e gli outfit delle protagoniste di Abbiamo sempre vissuto nel castello. E somigliano un po' perfino alle italiane Sorelle Soffici, sottovalutatissimo romanzo di Pierpaolo Vettori uscito ormai dieci anni fa, o a alle protagoniste di uno dei romanzi più memorabili dell'anno, Il valore affettivo, che similmente scandagliava il sangue e i panni sporchi. Confermo a malincuore l'impressione iniziale: Daisy Johnson non fa per me e non la leggerò oltre. Troppo abbozzate le sue trame, troppo evanescente il suo stile. Gira terribilmente a vuoto. Se avete apprezzato il romanzo precedente, andate pure a trovare Luglio e Settembre nel cuore della brughiera. Se, come me, lo avevate già mal sopportato di vostro, sappiate che qui non cambierete idea: leggete i titoli da me citati piuttosto, prendete appunti, e andate a giocare a rimpiattino con altri disagi, con altre sorelle.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo - La casa

mercoledì 25 agosto 2021

Recensione: Cattedrale, di Raymond Carver


| Cattedrale, di Raymond Carver. Einaudi, € 20, pp. 226 |

Non mi piacciono i racconti. Qualche mio vecchio post cominciava così: con un'ammissione di colpa. Di lì a qualche mese, con gli autori giusti al momento giusto, avrei cambiato idea. I racconti, infatti, mi hanno tenuto compagnia negli andirivieni in treno durante le supplenze. Belli e vari, spesso sorprendenti, si prestavano alle letture sul breve tratto: ogni ripartenza diventava una storia nuova. Dopo quest'epifania potevo forse lasciarmi sfuggire il capolavoro del padre del racconto breve, per di più in una versione Supercoralli dal prezzo concorrenziale? Ho conosciuto Raymond Carver in vacanza. Dal canto mio, amavo già gli stili minimalisti, le storie di vita vissuta, le narrazioni caratterizzate più dai non detti che da fatti eclatanti. Sono un estimatore di quel cinema indie in cui succede poco o niente, ma è tutto bellissimo; del cantautorato americano. In libreria stravedo per Haruf, Williams, Strout. Perché allora con Cattedrale, la prima pietra da cui gli autori citati hanno senz'altro preso le mosse, non è stato l'amore sperato? Costituita da dodici racconti sciolti, la raccolta racconta con pacato disincanto un Paese di crisi economiche, vizi e divorzi, ciambelle e champagne, sogni inossidabili.

I sogni, be', sono le cose da cui ci si risveglia.

Un uomo e sua moglie vanno a cena da uno strampalato collega di lavoro con un singolare animale domestico e un calco di denti per soprammobile: nel protagonista nasce un desiderio di famiglia che non avrebbe dovuto concretizzare. Una coppia cerca di riaccendere la scintilla nella casa di un amico comune: l'amore sarebbe tale anche altrove? Una donna fa fronte alla disoccupazione del consorte e al frigo in panne. Su un treno per Strasburgo, un uomo medita sul pessimo rapporto con il figlio: meglio saltare quella fermata? Un bambino viene investito nel giorno del suo compleanno ma il pasticciere, all'oscuro, insiste con la torta da consegnare. Tra incubi e tradimenti, un gruppo di venditori di vitamine sperimenta l'alienazione. Un orecchio tappato diventa sintomo dell'incomunicabilità coniugale. In una clinica di disintossicazione in pieno inverno vengono inoltrate telefonate a carico di fidanzate o ex. Una donna con una pistola in borsa attacca bottone con due sconosciuti in attesa al binario. Abbandonato dalla moglie, un papà single conosce un'affabile tata. Due albergatori accolgono una famiglia zeppa di debiti. Un cieco, vedovo di fresco, domanda delucidazioni al marito di un'amica sulle fattezze di una cattedrale.

M'è appena venuta in mente una cosa. Ma tu ce l'ha un'idea di cos'è una cattedrale? Cioè, di che aspetto ha? Capisci? Se qualcuno ti dice “cattedrale”, hai un'idea di che cosa sta parlando? Per esempio, la sai la differenza che passa tra quella e una chiesa battista?

Malinconici e sospesi alla maniera dei dipinti di Hopper, fatti di sguardi smarriti e luoghi sfitti, i racconti non brillano mai per immediatezza. Ma bruciano a fuoco lentissimo e, piano, lasciano apprezzare quella scrittura fredda e severa, pudica e senza apparenti guizzi, frutto di una scarnificazione sudata. La maggior parte di essi, purtroppo, mi ha lasciato indifferente. Carver avrebbe potuto limare ancora, fare un'ulteriore cernita? A cinque, invece, ripenso con emozione. Ricorderò le penne di uno struzzo, un cottage n presto, un telefono che squilla e squilla su un lutto inconfessabile, una magica Mary Poppins della porta accanto e, soprattutto, l'edificio che dà il nome alla raccolta. Annunciata da un documentario sul medioevo alla TV, spiegata prima in teoria e poi in pratica, descritta e soltanto infine disegnata, la cattedrale mostra come a volte le parole non arrivino dappertutto. Allora tocca stringere le mani di uno sconosciuto, impugnare insieme una matita e disegnare portali, guglie e rosoni. Per riscoprire, all'unisono, nel buio, la luce del mondo.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Dylan – Mr. Tambourine Man

martedì 17 agosto 2021

Recensione: La figlia oscura, di Elena Ferrante

 
| La figlia oscura, di Elena Ferrante. E/O, € 9,90, pp. 145 |

Leda è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze. Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana – grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro, Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda –, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca; un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti, destinata a cambiarle entrambe.

Certe volte scappare serve a non morire.

Recuperato in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, La figlia oscura contiene una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di François Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima di quel particolare scombussolamento interiore chiamato “frantumaglia”.

Perché hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa”.

Agli antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere; Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi – e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei, motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola

sabato 14 agosto 2021

Recensione: L'acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito

| L’acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito. Bompiani, € 18, pp. 304 |

Quando i best-seller dividono, può capitarmi di leggerli più per curiosità – da che parte della barricata mi schiererò? – che per interesse verso la trama. Sono pronto a lasciarmi sorprendere. È accaduto così con il terzo romanzo della giovane Giulia Caminito, reduce dal successo al premio Strega e dal trantran dei lettori. Qualcuno scommetteva in una folgorazione totale; qualcun altro, invece, mi metteva bene in guardia da pesantezza e lungaggini. L'acqua del lago non è mai dolce è un romanzo difficile per stile e protagonisti, e difficile è stato il nostro rapporto: un amore-odio cresciuto di pagina in pagina, che all'inizio mi ha elettrizzato e all'ultimo mi ha stancato.

Io vorrei dire che tutti mentiamo sulla nostra famiglia, è quello il covo delle nostre più ardite bugie, dove nascondiamo la nostra identità, ci inventiamo favole, proteggiamo ingiustizie, facciamo incetta di luoghi comuni e ci barrichiamo dietro alle grida, le urla, i misteri; ma non è questo che dico, lo guardo e ribatto: Raccontami un’altra storia.

La storia, nel migliore stile dei romanzi di formazione, segue la crescita di Gaia. Si tratta di un'educazione sentimentale dura e rigorosa, ambientata nel peggio della provincia romana: un luogo di piscine mai finite, luna park decadenti e giardini pieni di siringhe in cui la protagonista cresce insieme ai genitori derelitti e a una nidiata di fratelli maschi. Sono i primi Duemila, ma sembrano gli anni Settanta: la povertà è alle stelle, in casa si consumano litigi e rivoluzioni, in salotto non ci sono né il modem né TV. Dopo un'infanzia di abiti smessi e libri di seconda mano, spesa in un lugubre scantinato di venti metri, Gaia si sposta nelle palazzine popolari ad Anguillara. La seguiamo lungo tre stadi della sua esistenza, descritti in un eterno tempo presente: prima le medie, poi il liceo classico, infine la facoltà di filosofia. Spronata da Antonia, indimenticabile mamma, coraggio cocciuta e battagliera come Anna Magnani, Gaia tenta di superare l'imbarazzo per le proprie origini mimetizzandosi tra la borghesia.

La casa che la attende ora è una famiglia, una ferita pulsante, un ascesso scoppiato, un bisturi che ha diviso lembi di pelle.

Tralasciando Antonia, gli altri personaggi non suscitano empatia: gli amici e i fidanzati della protagonista risultano intercambiabili, definiti soltanto dal nome di battesimo, e Gaia resta impressa per l'esagerazione dei suoi gesti. Bulla, vandala, piromane, assassina mancata, tenta la strada delle antieroine indomabili – penso a Lila – ma risulta sgradevole e inverosimile: non un corpo di carne e ossa, ma una semplice voce. All'inizio mi ha irretito, grazie a uno stile denso e barocco, ma complice un prosieguo ridondante ho finito per trovare la scrittura – per quanto bella – ingombrante, pretenziosa. Senza quelle metafore ardite, senza quel periodare ellittico e studiatissimo, mi sarei più soffermato sui drammi dei personaggi – a me, purtroppo, estranei – che sulla confezione? I confronti sono sorti spontaneamente. L'acqua del lago non è mai dolce ha i viavai di Di Pietrantonio, le amicizie tossiche di Avallone e D'Urbano, le arrampicate sociali di Ferrante, e ciò che di nuovo aggiunge – penso, ad esempio, alla vaga denuncia contro i mali dell'eternit o al tema del suicidio – è affrontato con approssimazione. A restare, nel bene e nel male, uno stile che ricorda proprio il fascino del lago di Bracciano: denso, tetro e limaccioso, ma anche stagnante. Qualcuno, tuttavia, sul fondo scorgerà il baluginare di un presepe sommerso; un po' di luce.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Alessandra Amoroso – Immobile