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La valle dell'Eden, di John Steinbeck. Bompiani, € 16, pp. 784
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Sono
devoto al potere delle storie. Amo i romanzi in cui succedono le
cose, le scritture al servizio dei fatti, la magica illusione di
poter confondere la vita dei personaggi con la mia. Sotto questo
punto di vista, La valle dell'Eden è la storia delle storie.
Epico ma intimo, monumentale eppure scorrevolissimo, trasforma la
valle del fiume Salinas nel cuore del mondo e quel terreno roccioso,
da spartirsi coi coyote, nella Terra promessa. Qual è il segreto di
un classico di settantaquattro anni, con impresso in copertina lo
sguardo fiammeggiante di James Dean? A rivelarcelo è Lee, un
servitore cinese colto e lungimirante, troppo fedele al padrone per
aprire la libreria da sempre sognata. I miti biblici, spiega durante
la lettura, sono eterni poiché universali: archetipi dove il sesso e
la virtù, la vendetta e il potere, costituiscono la prima pietra del
nostro DNA. Steinbeck è stato la mia Bibbia. In questo inno dedicato
ai diseredati e ai ricchi di spirito, canta di un paradiso maledetto
e di una felicità da costruire un tassello dopo l'altro. Tra la fine
dell'Ottocento e la Grande guerra, infatti, era necessario ascendere
socialmente per comprarsi l'amore, la dignità, la stima. E un
destino alternativo?
La
traduzione dell'American Standard ordina agli uomini di trionfare sul
peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King
James fa una promessa, con il suo “lo dominerai”, nel senso che
l'uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica
timshel - “Tu puoi” - quella dà una possibilità. È forse la
parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è
aperta. Quella che ributta le cose sull'uomo. Perché, se “tu
puoi”... è vero amche che “tu non puoi”.
Nel
mezzo della corsa all'Ovest, due famiglie arrivano laggiù per un
futuro di abbondanza. Samuel Hamilton, irlandese, è padre di nove
figli: la terra, per lui, non ha segreti, e la affronta con la
fantasia e il cuore di chi sa che siamo polvere di stelle. Adam Task
viene dal Connecticut, è padre dei gemelli Caleb e Aaron, ha molti
soldi ma scarso spirito imprenditoriale: l'abbandono della moglie
Cathy – sociopatica, piromane, pluriomicida, prima prostituta e
infine maitresse: un'antagonista indimenticabile – lo ha marchiato,
condannandolo a compiere sempre gli stessi errori. Anche i figli
della coppia saranno in lotta, proprio come Adam lo era stato col
fratello Charles: al centro della contesa, l'amore di un padre
anaffettivo e quello della medesima ragazza - Abra, l'antitesi di
Cathy. Quelli di Steinbeck sono uomini d'altri tempi. Scavano pozzi,
costruiscono mulini, coltivano fagioli. Polverosi e spiegazzati,
tuttavia, sono capaci di una gentilezza commovente e pregano che le
loro grosse mani callose, sempre libere del sangue, possano
raccogliere le azalee. A volte meschini, altri generosi, camminano a
notte fonda per non azzuffarsi e si confessano a vicenda il terrore
di scoprirsi dalla parte sbagliata della storia.
Le
bastava bere la bottiglia intera e lei sarebbe rimpicciolita ancora e
scomparsa e avrebbe cessato di esistere. E la cosa migliore di tutte
era che, quando avesse smesso di essere, non sarebbe mai stata.
Quella era la sua certezza più cara.
All'incirca
lì, dove tre generazioni di personaggi straordinari hanno deciso di
intrecciare i loro destini, era stato esiliato anche Caino dopo
l'assassinio di Abele. L'antico testamento dedica a lui quindici
versi appena. Steinbeck, invece, lo mette a processo in oltre
settecento pagine. E, a sorpresa, lo assolve con una parola-mondo:
timshel, tu puoi. L'uomo non è prigioniero del proprio
sangue. È libero di scegliere, ricordare, perfino dimenticare.
Artefice del proprio destino e, per questo, pari agli dèi. Nella
valle di Salinas cresce di tutto, ma soprattutto la convinzione che
qualcosa possa sempre rinascere. Perché “siamo animali
meravigliosi”. E capolavori così esistono proprio per
ricordarcelo.
Il
mio voto: ★★★★★
Il
mio consiglio musicale: Work Song - Hozier