giovedì 18 giugno 2026
Dove il caos è di casa: Euphoria S03 | Half Man | Margo ha problemi di soldi
giovedì 4 giugno 2026
Recensione: La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch
Con quanta grazia è possibile nuotare nell'abisso? In acqua, Lidia Yuknavitch si muove come un pesce. Ha le spalle larghe, i capelli odorosi di cloro, gli occhi blu piscina. Ma mentre macina gare su gare, intanto, annega in sé stessa: tre matrimoni, due arresti per guida in stato d'ebbrezza, un'infanzia spesa accanto a un padre orco e a una madre troppo assuefatta agli abusi per reagire. Senza il kajal sugli occhi e gli anfibi ai piedi, si dedica allo sport quattro ore al giorno tutti i giorni. E, nei ritagli, legge Mary Shelley al posto della Bibbia. E folleggia. Sempre in hangover, sprezzante e arrabbiata, colleziona compulsivamente sogni di fuga, ciocche di capelli, aborti, uomini e donne. La storia della sua vita ha ispirato anche l'esordio alla regia di Kristen Stewart che, dopo la première a Cannes, arriverà in Italia il prossimo 11 giugno con Wanted Cinema.
Nell'acqua, come nei libri – puoi abbandonare la tua vita.
In questo memoir controcorrente, capace della turpitudine e del lirismo più devastanti, i ricordi emergono in ordine sparso. L'autrice getta il sasso, e le immagini affiorano come onde sul pelo dell'acqua: ecco le mani oscene di suo padre sulle sue, le ceneri sparse nell'oceano in un cappotto rosso, la rottura dell'imene in bicicletta, il brivido del sadomasochismo. Ma anche le lezioni di scrittura creativa con l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, l'ascesa nel mondo accademico dopo le sperimentazioni della controcultura, le gioia della maternità, la resurrezione attraverso il perdono. Niente podi né inni nazionali, ma soltanto una piscina anonima in un piccolo resort, accanto a un figlio che ha ancora paura di immergersi.
L'immagine di Giovanna d'Arco sul rogo bruciò dentro di me come una nuova religione. Il viso rivolto al cielo. La fede irrobustita come una guerra santa. E sempre la voce di un padre nella testa. Come me. Gesù. Che cos'è un uomo smagrito appeso a un pezzo di legno accanto all'immagine di una donna guerriera tra le fiamme?
Raramente, o forse mai, ho letto di così tanta carne; di così tanta pelle - pelle abrasa, lacera, spasimata. Yuknavitch è in fiamme. Come una Giovanna D'Arco queer, trasforma il fuoco che si porta dentro in un canto tribale: genera energia geotermica. Yuknavitch nuota. Verso un obiettivo, o lontano da qualcosa? Immancabile per chi ha divorato Neige Sinno, Tiffany McDaniel, Goliarda Sapienza – e si è lasciato da loro divorare –, La cronologia dell'acqua è una lettura talmente immersiva da farci scordare la terraferma. Yuknavitch è maestra dell'apnea. Con il tempo, ha domato la frenesia per mezzo della disciplina: le mani scattanti sia tra le corsie che sulla tastiera del PC. Si immerge, e porta tutto in superficie. Finalmente a galla. Senza peso.
Il mio consiglio musicale: Dido – White Flag
mercoledì 27 maggio 2026
Recensione: Principio metà fine, di Valeria Luiselli
Lei è un'autrice affermata. Nata a Città del Messico, vive a New York, ma ha origini siciliane. Al termine di un lungo tour promozionale e di una separazione dolorosissima, cerca un centro di gravità permanente nella città da cui nel primo Novecento partì la sua famiglia di immigrati: Catania. Ha con sé un portatile su cui abbozzare una biografia di famiglia (l'obiettivo: preservare i ricordi della madre, un'ambientalista radicale forse vittima della demenza), un antico mosaico cartaginese tramandato di generazione in generazione (raffigura Proteo: un dio mutaforma che conosce il futuro), una figlia dodicenne piena di domande (le risposte: vanno cercate alla cieca nei classici della letteratura latina).
Inizio e fine sono sempre confusi: sembrano scritti in un alfabeto straniero.
A dispetto del titolo bugiardo, Principio metà fine non è una lettura lineare. Ondivago, frammentario e un po' magico, si muove a confine tra Esiodo e Virgilio, realtà e invenzione. Siamo così sicuri si tratti di autofiction? La narratrice coincide con l'autrice? Quello che parte come il memoir di Valeria Luiselli si trasforma presto in uno sgangherato viaggio a bordo di una Panda rossa: riportare il mosaico di Proteo al sito archeologico di appartenenza significa combattere l'oblio. Sullo sfondo, una Sicilia degna di un film di Alice Rohrwacher: una terra in cui è ancora possibile confondere la vita coi romanzi, in cui convivono Dio e Giove, fanatici del complotto e tombaroli, accoglienza e xenofobia. All'improvviso, però, cambia il vento. E mentre l'Etna minaccia catastrofi, la narrazione trova nuova voce – Plinio il Vecchio che passa, quasi, il testimone a suo nipote –, diventando un'avventura ad altezza bambino che si affida a Polaroid e cartoline per raccontare i fili invisibili che tengono tutto insieme.
Mentre pensiamo di scrivere e leggere il mondo per loro, anche i nostro figli, in ogni momento, ci leggono e ci scrivono.
Qui lontana dai libri di denuncia sociale che l'hanno resa nota, Luiselli firma uno Zibaldone tanto misterioso quanto incantevole sul mito fondativo della propria famiglia: farà la gioia dei classicisti. Gli altri, forse, dichiareranno confusione davanti all'ennesima citazione di troppo. Ma perfino loro, scommetto, custodiranno nel cuore l'immagine di una donna e una bambina di ritorno dal mercato: portano una testa di pesce spada incartata come un mazzo di fiori.
Il mio consiglio musicale: Rosalia – Focu 'ranni
giovedì 21 maggio 2026
Recensione: Un raggio di buio, di Ethan Hawke
Che Ethan Hawke sappia scrivere, non dovrebbe stupire. Dopo un curriculum da rubacuori negli anni Novanta, ha collezionato cinque nomination agli Oscar – due delle quali, per di più, come sceneggiatore della trilogia cult di Richard Linklater. Dichiaro comunque meraviglia, però, davanti a una lettura che non si limita a essere una riflessione sul mestiere dell'attore: Un raggio di buio ha dialoghi brillanti, profondità psicologica e ritmi al fulmicotone, al netto di uno sviluppo un po' irrisolto. Proprio come Hawke, il protagonista, William, è un attore hollywoodiano desideroso di affrancarsi dall'etichetta di icona teen. Trentaduenne, papà di due bambini ed ex marito di una rockstar, si reinventa – o almeno ci prova – a Broadway. Mentre la sua vita privata va in frantumi, barbaramente sbandierata su tutti rotocalchi, lui diventa Hotspur in Enrico IV: l'eroe della tragedia, o forse l'antagonista?
Non vedevo l'ora di recitare. Se avessi saputo fare bene quello, sarei riuscito a riacciuffare il mio orgoglio dal fondo dell'abisso nero e cavernoso in cui mi sembrava di essere precipitato. Quella sarebbe stata l'unica cosa nella mia vita in cui non combinavo un disastro.
Continuamente messo in discussione come interprete, figlio, compagno e amante, William abbraccia il copione con un misto di abnegazione e disperazione. Perché la realtà è scadente. E, per essere un bravo artista, bisogna prima rinunciare a sé stessi. Si sorride dei flirt e degli inconvenienti, degli istrioni alla Laurence Olivier e dei capricci dei divi. Ma a emergere è soprattutto il batticuore del backstage. In queste pagine ci sono il fiato corto, i cali di voce, gli schizzi di saliva, le mani che tremano, la perdita di peso, i reading estenuanti e le coreografie dei duelli. Poi i fischi, gli applausi, le attese delle recensioni ufficiali… A metà tra una tragicommedia e il saggio di un addetto ai lavori, il romanzo fa con il teatro shakespeariano quello che Whiplash fece con la batteria. È elettrizzante, angoscioso, perfino mistico a tratti, e dice fuori dai denti quello che succede dall'altra parte del sipario. Anche l'ansia da palcoscenico e l'alienazione, infatti, possono diventare le migliori amiche di un personaggio che nel pentametro giambico trova finalmente salvezza – pur con la consapevolezza che perfino i migliori siano sostituibili: dunque figuriamoci lui. Una compagnia di 39 attori. Uno spettacolo lungo 4 ore. fari da 150 watt pronti a mettere in luce, o a bruciare, ogni ambizione. Come sopravvivere nel mentre? Soprattutto, cosa inventarsi dopo? Tutto il mondo è un palcoscenico. E Hawke conosce benissimo il prezzo del bis.
Il mio consiglio musicale: Ditonellapiaga – Hollywood
mercoledì 29 aprile 2026
Le migliori novità in streaming: Beef S02 | DTF ST. Louis | Il signore delle mosche | Love Story
Loro, Isaac e Mulligan, sono i manager di un golf club acquisito da una matriarca che sguazza nel torbido: in crisi, riversano l'amore che resta sul bassotto. Gli altri, Melton e Spaeny, lavorano come factotum nello stesso club: giovani, belli, innamorati, sgomitano per la promozione e per l'assistenza sanitaria. Come nella stagione precedente, tutto parte da una lite furibonda. E, ancora una volta, i toni vengono portati all'eccesso quando i conflitti personali si specchiano nei conflitto di classe. Un po' come nell'ultimo Guadagnino, i boomer sfidano la Gen Z: chi ne uscirà – se non vincente – almeno più pulito? Cinica, arguta, urlatissima, Beef può contare su un cast di stelle – anche se è quella del buffo e struggente Melton, a sorpresa, a brillare più forte – e su una certezza incrollabile: nessuno batte i coreani, quando si tratta di rivalsa. Ancora più divertente della prima stagione, ma appesantita dalle tinte inutilmente crime del finale a Seul, la serie antologica chiarisce ciò che Materialists non aveva avuto il coraggio di confessare. Il capitalismo è il grande nemico dell'amore romantico. I soldi ci cambieranno tutti: cambieranno tutto. Amarsi, però, significa accettare il peggio del nostro partner: no? (7,5)
mercoledì 22 aprile 2026
Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue
Bisbetico come i suoi protagonisti,
si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo,
con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime
tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E
l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald
Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma
soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta
pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha
scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i
muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido
pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere
per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per
essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo
da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato.
Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare
dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di
gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici
ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come
la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)
lunedì 13 aprile 2026
Recensione: Cuore l'innamorato, di Lily King
|
Cuore l'innamorato, di Lily King. Fazi, € 18,50, pp. 228 |
È un romanzo che si diverte a bluffare, questo: sarà che, a partire dal titolo, cita un gioco di carte inventato dai protagonisti? Cuore l'innamorato non è quello che sembra, e contiene più storie in una – diversissime per ambientazioni, toni, colori. Arrivato in Italia con una veste grafica degna del più frivolo dei romanzi chick lit, in realtà è una storia arguta, colta e piena di storie: se non fosse stato per il passaparola dei lettori, non l'avrei mai saputo. Diviso in tre parti, racconta tre fasi della vita della narratrice: senza nome, è ribattezzata Jordan come uno dei personaggi femminili del Grande Gatsby.
Senza il tempo, l'eternità fa meno paura.
Nella prima parte, è universitaria con due genitori divorziati, un solo fidanzato nel curriculum e un debito studentesco da capogiro: mentre medita di trattenersi lì per un trimestre in più, dice addio alla giovinezza accanto a Sam e Yash. Migliori amici e cocchi dei prof, hanno una citazione pretenziosa per tutto e, proprio come Jordan, vorrebbero fare gli scrittori. Ne nascerà un'affinità elettiva, dove l'amore, tuttavia, ci metterà lo zampino. Nella seconda parte, ambientata vent'anni dopo, la protagonista ha realizzato i suoi sogni, ha una casa piena di figli e animali, ma non si è sposata con nessuno dei due pretendenti: cos'è successo dopo un'esperienza da ragazza alla pari nei luoghi di Proust, Mann, Celine? Nella terza e ultima parte, il passato - a lungo, ripudiato per legittima difesa - diventerà l'unico rifugio davanti a una rimpatriata col sapore degli addii.
Ti ho amato per tutta la vita. Ci vediamo dopo il prossimo Bang.
La sorpresa è che Lily King è bravissima. Ma, forse, non è una sorpresa: classe 1963, precedentemente pubblicata da Adelphi, ha una lunga gavetta alle spalle e tutta la naturalezza possibile nell'alternare riflessioni etiche ad amplessi in letti minuscoli, la tragedia classica alle vibes di Sally Rooney. Ambiziosi e cerebrali, brillanti e ciarlieri, i suoi protagonisti filosofeggiano come nelle commedie di Allen e danno voce alle loro emozioni esclusivamente nei racconti a cui lavorano. All'inizio, ho amato tutto. A metà, ho storto il naso per i risvolti luttuosi. Alla fine, però, ho pianto: complice una riflessione conclusiva sull'amore, l'esistenza e il tempo sottolineata a penna sulla mia copia. Cuore l'innamorato, insomma, è meglio di quanto suggerisca la copertina e peggio di quel che giurano gli entusiasti. Ma resta una lettura emozionante, capace di riportarti all'età delle grandi scelte e di infonderti nostalgia per un tempo passato senza avvisare. Quando le amicizie sembravano eterne, i sogni a portata di mano e la felicità, tanto che era grande, faceva quasi spavento.
Il mio consiglio musicale: Levante – Sei tu













