venerdì 16 agosto 2019

Recensione: Darkness, di Leonardo Patrignani

| Darkness, di Leonardo Patrignani. DeA, € 14,90, pp. 256 |

Odore di crema solare, secchielli e palette sul bagnasciuga, i gonfiabili in piazza. L’estate ispira nostalgia e leggerezza. Mette voglia di tornare subito indietro nel tempo, a quando si era bambini, e allora si fila in libreria in cerca di avventure a tema. A lungo, per me, l’estate è stata Stephen King e le repliche dei film di Joe Dante alla TV. Passeggiate sulle rotaie in cerca di cadaveri e misteri, piccoli grandi spauracchi e amicizie in poltrona. Preannunciata dal ritorno di Stranger Things, perfetto per dare manforte ai ricordi del passato, alla bella stagione – purtroppo da me tollerata ormai a fatica, fra zanzare e spossatezza – ho permesso finora un’unica concessione alla malinconia: il nuovo romanzo di Leonardo Patrignani, grande amico del blog ai tempi della trilogia di Multiversum
Nonostante la cupezza dell’ambientazione – la fittizia cittadina lacustre di Little Crow, vittima di un’inspiegabile invasione di tenebre –, le atmosfere, per fortuna, son quelle giuste. Si torna alle fragilità della prima adolescenza, quando si ha il mondo contro e tanta voglia di scappare verso un altrove imprecisato. Si torna a sbrogliare enigmi che strizzano l’occhio alle vacanze in quel di Castle Rock. Haly, la protagonista, è da poco rimasta orfana. I genitori, scomparsi in circostanze poco chiare, le hanno lasciato in eredità storie avventurose e insegnamenti insospettabilmente preziosi. Ma come rapportarsi, intanto, al vuoto della loro dipartita, alla rabbia davanti a quelle indagini di polizia già bella che chiuse, all’esistenza troppo stretta all’interno di una casa-famiglia senza privacy? Rimasta sola al mondo, la tredicenne vestita a lutto pianifica la fuga da un paese fantasma che le rinfaccia i giorni felici e, mentre il tempo va inesorabilmente avanti, ne ha in serbo per lei soltanto di tristi. Qualcuno – anzi, qualcosa – ha piani alternativi.

Il buio non era ai confini della città. Era negli angoli più nascosti delle case, nei ricordi sepolti perché troppo dolorosi, nel cuore e negli occhi delle persone. Era ovunque.

A frapporsi fra lei e la libertà è la comparsa di un denso banco di oscurità, simile a una nebbia scura e impenetrabile. Ai concittadini più anziani ricorda un po’ la famigerata catastrofe del ’51. Saltano le comunicazioni telefoniche, la radio e i televisori non prendono, gli orologi si fermano come in un sortilegio. Quanto possono reggere i generatori di corrente? È in agguato una tempesta solare, o forse un tornado? Nell’aria, però, si nega qualsiasi odore di pioggia. Ferma nell’incertezza, sospesa nei forse, Little Crow e i suoi abitanti veleggiano verso l’angoscia: altrettanto, probabilmente, faranno i giovani lettori. Ma dalla nebbia di Patrignani, a sorpresa, non saltano fuori né i mostri di The Mist né le creature aliene di Under The Dome. Si intravedono, piuttosto, il cappello giallo di una viandante senza nome – ho pensato con un sorriso alla Signora Ceppo di Twin Peaks – e ombre delle nostre paure inconsce. Owen, lo sbeffeggiato direttore del giornalino scolastico in cerca di scoop, teme ad esempio l’indifferenza dei genitori in affari e si domanda se si accorgerebbero della sua assenza se, all’improvviso, sparisse nel nulla; il goffo e paffuto Brian, nerd amante dei fumetti con una mamma malata che gli dà troppo da pensare, fugge a gambe levate davanti ai ragni – non fa eccezione, pensate, neanche Spider-Man. Di cosa ha davvero paura, però, la loro guida, Haly? Dopo aver inforcato la bicicletta, con una torcia ben funzionante stretta in mano, i tre ragazzi elaborano simpatiche liste per punti e classificano le reazioni dei compaesani: uomini di fede, eterni indifferenti, genitori allarmisti, eroi dell’ultimo momento. E, anche se l’intimità spaventa perché rende tutti vulnerabili, scoprono che fianco a fianco niente appare insormontabile.

In pochi istanti comprese quali fossero i veri mostri lì fuori. I finti sorrisi, le frasi di circostanza, le inutili promesse. La maschera che la gente indossava ogni giorno, appena infilata la divisa di lavoro e occupato il proprio posto nel mondo. Forse diventare grandi significa accettare tutto questo.

Banco di prova per autori affermatissimi – di recente, vi ricordo, si sono avvicinate al genere anche le candidate al Premio Strega Raffaella Romagnolo e Antonella Cilento –, la narrativa per ragazzi offre agli autori un’ora d’aria fra un successo e l’altro e nuovi lettori da conquistare. A dispetto del titolo, Darkness è una funzionale macchina del tempo per tornare all’epoca in cui si era affiatati e innocenti: poco più che bambini. Scritto in maniera semplice e senza fronzoli, con capitoli da divorare e una toccante morale di fondo, il romanzo ha senz’altro il difetto di non allontanarsi mai dal target di partenza. Se non più giovanissimi, per apprezzarlo è consigliabile lasciarsi contagiare dal candore dei protagonisti. I Perdenti secondo Leonardo hanno un’ottima memoria, prestano spesso ascolto agli insegnamenti degli adulti, sfidano un Dissennatore da listino meteorologico che all'ultima pagina spererebbe di succhiare loro la gioia di vivere.  Ci si affida di comune accordo, allora, alla famiglia, all’amicizia, alla persistenza della memoria. A una sottovalutata verità a proposito dei proverbiali risvolti della medaglia. L’oscurità, infatti, mette in risalto la luce – e le persone care. Non tutto il male viene per nuocere; non tutto il buio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay - Midnight

lunedì 12 agosto 2019

I ♥ Telefilm: The Boys | Catch 22

Indossano calzamaglie attillate. Sfoggiano mantelli svolazzanti, mute e diademi gemmati. Ispirano il piccolo e il grande schermo, fra produzioni cinematografiche e reality show. Hanno superpoteri di tutto rispetto, vero, ma li usano soprattutto per esigenze di marketing. Salvare il mondo non è una loro priorità: tutt’al più, conquistarlo. Le immagini promozionali potrebbero ingannarci. A colpo d’occhio, i protagonisti sembrano proprio i personaggi iconici dei fumetti. Ma questa Wonder Woman nasconde la propria omosessualità con una relazione di facciata, Aquaman non sa tenerselo nei pantaloni, Flash travolge i passanti fino a spappolarli, Superman è un depravato megalomane con qualche problema con mamma. A ogni azione commettono tremendi gesti collaterali. E i civili, muti, subiscono. Questa è la storia di un gruppo di persone qualunque. Ai Sette, vigilanti mascherati che vegliano incontrastati sulla città di New York, si contrappongono i ragazzacci del titolo: una squadriglia arrangiata che raccoglie scarti e relitti umani, disposti a tutto per vendetta. Nello spirito di Deadpool e Kick-Ass, la nuova serie targata Amazon – ispirata agli eccessi del fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson – è una satira ironica e violentissima che polemizza contro l’America più guerrafondaia, il trattamento subito dalle donne ai vertici, l’insopportabile patriottismo delle creazioni Marvel e DC. Guai a fidarsi di questi supereroi, perché il più buono fra loro ha comunque la rogna. Guardateli: nascondono attentamente perversioni sessuali, bugie, segreti sconcertanti. Contemporaneamente, fanno da vigilanti e da antagonisti. Sotto il giogo della scaltra Elisabeth Shue e di Antony Starr, leader carismatico sull’orlo di una crisi d’identità, fa il suo ingresso nel team anche Starlight: ragazza prodigio di sanissimi principi, che illusoriamente crede ancora nel bene. Frustrata da un ambiente manipolatorio e sessista, si avvicinerà suo malgrado al lato oscuro: come resistere alla compagnia degli sterminatori di supereroi se, accanto al solito Karl Urban che non deve chiedere mai, c’è un ventenne dal cuore infranto con il sorriso impacciato dell’adorabile Jack Quaid – figlio di Dennis e Meg Ryan, che a ben vedere ricorda un po’ il compianto Anton Yelchin? Gli effetti speciali sono ben dosati. Gli schiamazzi e gli scoppi fini a sé stessi si contano sulle dita di una mano. L’intelligenza della scrittura punta tutto sulla caratterizzazione perfetta dei protagonisti – chi non “shippa”, per esempio, il parigino Frenchie e una selvaggia new entry dagli occhi a mandorla? La serie, già confermata per una seconda stagione, è consigliata a chi il genere lo segue e, soprattutto, a chi lo evita. C’è qualcosa di losco dietro il buonismo dei Sette. C’è qualcosa di strano dietro i loro poteri: forse dono di natura, forse semplice doping. The Boys potrebbe farteli amare, eppure fa molto meglio: li demolisce. (7+)

È ispirato a un romanzo di Joseph Heller pubblicato per la prima volta sessant’anni fa. Catch 22, trasposto in una miserie Sky composta da sei episodi, stupisce anche oggi per la sua sconcertante modernità. La guerra, mostrata letteralmente a tutto tondo, non è mai stata così grottesca: vista dall’alto, dal punto di vista di un bombardiere; vista dall’interno, dal punto di vista di un giovane in stanza sull’isola di Pianosa. Un paradiso di scogliere a picco e acqua cristallina nelle poche ore d’aria, ma un inferno per il resto del tempo. Yossaran – interpretato da un sorprendente Christopher Abbott, che per la sua bellezza anni Cinquanta e una bravura misteriosamente sottovalutata agli Emmy ruba spesso la scena ai figurati illustri: George Clooney, Hugh Laurie, Kyle Chandler – vorrebbe tornare a casa. Finge fitte all’appendice, al fegato, ai testicoli; simula la pazzia. Fa uno spasmodico conto alla rovescia delle missioni rimaste per non gettare la spugna, tanto grande è lo sconforto. Ma l’obbiettivo si allontana sempre più, e le missioni sembrano allungarsi e moltiplicarsi per dispetto. Baciato dalla fortuna, mentre intanto i compagni muoiono come mosche, Yossarian si strugge per la vita brevissima dei novellini, la crudeltà di un’era dove ogni cattiveria è diventata norma, il destino passivo dei militari e dei civili. Qualcuno di loro si innamora di una prostituta. Qualcuno se la passa di lusso, addetto alla mensa. Qualcuno altro, per uno stupido qui pro quo causato dal nome di battesimo, si trova Maggiore suo malgrado. Un esercito di analfabeti funzionali, così, distribuisce cariche a destra e a manca pur di non ammettere errori e strafalcioni; pur di prendere sul serio il compito di proteggere e servire. Catch 22 spara a vista. Pallottole di umorismo caustico, nerissimo, che disgustano per gli schizzi di sangue diffusi e per i bislacchi paradossi logici, scritti con un’intelligenza dalla levatura quasi teatrale. Tragicommedia breve e scorrevole, ha la colonna sonora jazz del cinema di Woody Allen e i toni falsamente scanzonati dei Coen – ora da ridere, ora da prendere sul serio. Come raccontare le assurdità del conflitto, infatti, senza sfociare nel nonsense? Non si può. Senza eroismo, senza patriottismo a stelle e strisce, in poltrona assistiamo alle disavventure di un insolito anti-eroe e alla sconfitta dei valori tradizionali, di Dio, degli idealisti più inguaribili. Tutti vorrebbero essere gli eroi della propria storia. Ma quanti, piuttosto, hanno il coraggio di dichiararsi codardi e spaventati come Yoyo: mandati avanti non tanto dalla furia bellica, quanto da una fortuna sfacciata? (7)

venerdì 9 agosto 2019

Recensione: Norwegian Wood, di Haruki Murakami

| Norwegian Wood, di Haruki Murakami. Einaudi, € 13, pp. 380 |

È uno dei maggiori successi orientali di cui si abbia memoria. Acclamato alla stregua di un moderno classico, paragonato ora a Charles Dickens e ora a J.D. Salinger, era uno dei buoni propositi di quest’estate: uno dei tanti romanzi da leggere, uno dei tanti autori da scoprire dal nuovo. Non essendo la classica lettura da ombrellone né amando particolarmente i narratori giapponesi, l’ho affrontato con il timore reverenziale che riservo soltanto ai grandi scrittori. Qualcuno me ne parlava come del romanzo della vita. Qualcun altro, invece, lo trovava sopravvalutato e durante la lettura ammetteva di aver sentito nostalgia del Murakami più surreale. Opera di un autore già affermato, apprezzato soprattutto per i toni onirici e hard-boiled dei romanzi precedenti, ha diviso i lettori di ogni dove come soltanto i successi fanno.  E, a trent’anni dall’uscita, continua a farlo. Come l’ho recepito io? Pesante nelle tematiche, molto meno nella scrittura, il romanzo sorprende per un apprezzabilissimo senso dell’ironia e un’attenzione inaspettata per il calore del corpo umano, per le armonie segrete del sesso. Lontano dalla pudicizia che di solito si associa al Sol Levante, denso di riferimenti alla cultura occidentale, è una passeggiata vitale e gaudente nel cuore di una foresta incontaminata, nonostante il puntuale sollevarsi della nebbia suggerisca a ogni passo mestizia e smarrimento. L’autore lo scrisse di getto fra Atene e Roma, in un tour europeo durato appena tre mesi. Strutturato in un lungo flashback, con un protagonista ormai quarantenne che, galeotta la canzone giusta, rivive con la mente le sue storie d’amore giovanili, mi ha ricordato a tratti l’esuberante intellettualismo di Chiamami col tuo nome: riferimenti alti e bassi, citazioni frequenti, personaggi lontani per chilometri e cultura dai ventenni di oggi ma mossi da una malinconia che alla fine, lentamente, contagia.

A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.

La struttura è di quelle fragili ed essenziali, al punto che si fa fatica a individuarne il nucleo fondamentale: da copertina, il triangolo sentimentale fra Watanabe, Naoko e Midori. Lui, descritto nell’arco di tempo che va dai diciotto ai vent’anni, è lo studente spiantato e solitario di un collegio maschile: affezionato alla sua solitudine, studia teatro ma senza passione e, in compagnia dell’amico Nagasawa –  dongiovanni ricco e spietato, che tradisce platealmente la fidanzata Hatsumi –, rimorchia ragazze senza trasporto alcuno. Watanabe non sa godere dei piaceri della carnalità. Non sa amare. Sbarca il lunario vendendo dischi e, nel privato, si sbottona pochissimo. Attirato segretamente dallo squilibrio e dalla tristezza, nel caos della rivoluzione studentesca intrattiene una doppia relazione. Appare perlopiù epistolare quella con Naoko, la fidanzata storica del migliore amico morto suicida: ricoverata in una clinica paradisiaca all’ombra dei monti, dove si confondono medici e pazienti, la giovane fa i conti con violente allucinazioni auditive e una depressione dalle radici profonde. Il protagonista, suo unico contatto con il mondo esterno, la aspetta.

- Può darsi che io non guarisca mai. Mi aspetteresti lo stesso? Ce la faresti ad aspettarmi dieci anni, vent’anni?
- Tu hai troppa paura, - dissi. Del buio, dei brutti sogni, del potere dei morti. Quello che devi fare è dimenticarli, se riesci a dimenticarli ce la farai sicuramente a guarire.
- Se riesco, a dimenticare, - disse Naoko scuotendo un po’ la testa.

E nel mentre? Nel mentre c’è Midori, che è calda, vivissima, presente: una femminista sfrontata e irresistibile, con le gonne vertiginose, domande bizzarre sui condizionali inglesi e la masturbazione, una passione incrollabile per i cinema a luci rosse e per il cibo, che non rinuncia a mangiare di gusto perfino alla mensa dell’ospedale. Se la prima è perseguitata dal mal di vivere, l’altra fa i conti con l’ereditarietà della malattia: suo padre, un modesto libraio di provincia, sta morendo per un tumore al cervello, e la stessa tragedia ha colpito anni prima anche la madre. Il protagonista all’università studia Sofocle ed Euripide. Le tragedie dei drammaturghi greci – dolorose e ingarbugliate quanto o più di quelle che accadono ai comprimari – sono sempre risolte dall’intervento provvidenziale del deus ex machina. In attesa che un’entità misteriosa dissipi magari anche la cupezza dei suoi pensieri, Watanabe fa i conti con il senso di colpa dei superstiti e, come nella tradizione dei migliori romanzi di formazione, realizza che vivere, in fondo, significa andare avanti e dimenticare. Altrettanto crescere. A volte la morte divide, ma in Norwegian Wood eccezionalmente unisce. Il protagonista, allora, si dà a lunghi colloqui. Come l’acqua, prende la forma del recipiente che lo ospita e del suo interlocutore. Di domenica, dopo aver fatto il bucato, Watanabe va a zonzo senza bisogno di parole superflue e si nutre di dettagli impercettibili – un fermaglio a forma di farfalla, una lucciola intrappolata in un barattolo, un incendio spiato su un tetto –, storie di perfetti sconosciuti – la quarantenne Reiko, il mio personaggio preferito, un’insegnante di pianoforte con un mignolo che non le obbedisce e una scandalosa relazione omosessuale con una studentessa tredicenne che ha mandato all’aria il suo matrimonio –, baci dati o promessi qui e lì.

Diventerò adulto. Devo farlo. Finora ho sempre pensato che avrei voluto oscillare in eterno tra i diciassette e i diciott’anni, ma adesso non lo penso più. Non sono più un ragazzo. Comincio a sentire le responsabilità. Io non sono più quello che tu hai conosciuto. Ho vent’anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere.

Seguendolo nel suo cammino, impossibile nasconderlo, a tratti ho provato una certa insofferenza. Forse, un po’ di noia.  Sono un lettore semplice: mi piacciono storie con inizio, svolgimento e fine. Sono un lettore appassionato, a cui piacciono le scritture di cuore. Norwegian Wood è frammentario e ondivago: una reminescenza retta dalla stessa struttura ballerina dei flussi di coscienza. A tratti, è distaccato proprio come immaginavo. Ha troppe pagine; soprattutto troppi suicidi. Ma, a mente fredda, ho collegato la confusione di libri, dischi dei Beatles, biglietti del cinema, bottiglie di whisky e cicche di Marlboro come fossero puntini da unire. E in questo disegno astratto, un collage di intimità spaiate e voci problematiche, ho imparato a scorgere lo spaccato generazionale di un Giappone al passo coi tempi e il profilo di personaggi spesso sgradevoli ma comunque memorabili.  Nel finale, bellissimo, la lettura ha lasciato per fortuna un’eco significativa e l’ombra di un sorriso dolce-amaro. Come una canzone a me finora non nota del leggendario quartetto londinese, meno cantabile di altre perché senza un ritornello orecchiabile, che pagando pegno a Reiko chiediamo venga suonata ancora e ancora per commuoverci insieme sulle note di coloro che «capivano tutta la tristezza e la dolcezza di vivere». 
Sayonara.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Norwegian Wood

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

lunedì 5 agosto 2019

Recensione: Favola di New York, di Victor LaValle

Favola di New York, di Victor LaValle. Fazi, € 20, pp. 510 |

C’erano una volta, in una metropoli non troppo lontana, i membri della famiglia Kagwa. Una casa in graduale espansione  - con una coppia di piacenti trentenni alle prese con le gioie e i dolori della convivenza coniugale – in un quartiere della Grande Mela consacrato puramente allo splendore decadente dei negozi d’antiquariato o alla polvere luccicante dei rigattieri. Apollo ed Emma, anime gemelle dagli hobby e dalle tragedie coincidenti, si sono incontrati al bancone della biblioteca pubblica: galeotti, al solito, i libri. 
Lui, chiamato così da due genitori che hanno visto Rocky al primo appuntamento, è un antiquario dallo spirito avventuroso: dotato di un eccezionale fiuto per gli affari, salva i libri dal macero trovando nelle cantine altrui almanacchi di insospettabili satanisti e copie autografate del capolavoro di Harper Lee. 
Lei, unica superstite insieme alla sorella al rogo della famiglia, è una libraia con l’animo hippy: partita per il Brasile all’inizio del romanzo, torna da Apollo con un po’ di esperienza in più – c’è un suo nudo, pensate, esposto in un museo di Amsterdam – e con un cordino rosso legato al dito. Quando si spezzerà, dice, si realizzeranno tre dei suoi maggiori desideri. Ha un marito splendido. Sulla linea A della metropolitana, durante un blackout, partorisce il primogenito: Brian. Cos’altro potrebbe volere per essere completa? La felicità è una cosa misteriosa. L’infelicità, peggio. La famiglia degna di una fiaba moderna, allora, si ritrova al centro di un incubo da cronaca nera quando una serie di messaggi anonimi, i seni doloranti e le notti bianche spingono la fragile neomamma sull’orlo della follia. Tutto dovrebbe finire così, nel sangue. E invece, magicamente, comincia.

Le fiabe non sono pensate per i bambini. In origine si trattava di storie che i contadini raccontavano attorno al fuoco la sera, dopo una giornata di duro lavoro. Erano adulti che si rivolgevano ad altri adulti. Le fiabe sono diventate storie per bambini soltanto nel Settecento, quando un nuovo ceto sociale molto particolare ha cominciato a diffondersi in Europa. […] Le regole di comportamento dovevano cambiare, sia per gli adulti sia per i bambini, perciò anche le fiabe cambiarono. Dovevano avere una morale, qualcosa che spiegasse le nuove regole ai più piccoli. Fu quello il momento in cui le fiabe divennero una grande stronzata. Una fiaba stupida ha una morale semplicistica, una bella fiaba dice semplicemente la verità.

Li chiamano genitori elicottero. Quelli che sorvegliano i bambini come sentinelle iperprotettive – si spera a fin di bene –  e li aiutano un passo alla volta nelle difficoltà della crescita. La strega di Raperonzolo, tanto legata alla ragazza da isolarla in una torre irraggiungibile, era una di loro. Come proteggere, infatti, un figlio impreparato alle brutture dell’esterno? Se lo domanda anche Apollo: papà moderno con un profilo Facebook pieno di scatti di Brian, che inconsapevolmente, in rete, semina briciole di pane a favore del lupo cattivo. All’indomani di una tragedia scioccante, in liberta vigilata, gira per una New York inedita con un bagaglio pesante: un piccone, una lapide, un cambio di vestiti, un libro per l’infanzia ereditato dal genitore prima che desse forfait. Cerca Emma, mosso da sentimenti che oscillano dall’ira alla tenerezza. Visita gruppi per l’elaborazione del lutto. Pagaia lungo le nove isole che galleggiano nell’East River, scoprendone una popolata soltanto da fanciulli e mamme armate fino i denti. Si perde e si ritrova in una foresta nascosta in pieno Queens, sotto gli occhi di tutti, dove c’è una caverna da sorvegliare dal tramonto all’alba. Tutto pur di non affrontare quell’appartamento sfitto in cui adesso risulta difficile entrare; tutto per non varcare la porta della stanzetta di Brian, chiusa dai nastri rossi della polizia. Se un genitore dichiara resa – ha fallito, non è stato l’angelo custode del suo bambino come si era prefissato – meglio soccombere ai morsi del dolore e o credere nell’impossibile; nei mostri?

Sopravvivere all’infanzia è un miracolo.

Immaginifico, struggente e splatter, Favola di New York – adattamento dall’inglese The Changeling, che sin dal titolo preferisce dichiarare il suo debito verso le creature del folklore europeo – resterà la lettura più sorprendente in cui vi imbatterete quest’anno. Le angosce di Rosemary’s Baby incontrano le inquietanti tecnologie di Black Mirror, all’ombra dei miti dolci e tenebrosi dello svedese Border. Sullo sfondo, un ventunesimo secolo che si fa fatica a riconoscere raccontato con questi stessi toni sospesi; l’America odierna – quella degli afroamericani nell’occhio del ciclone, dei pirati informatici e della presidenza Trump, del melting pot ormai a rischio – trasformata con fantasia invidiabile in una labirintica terra selvaggia. I luoghi, eppure, sono reali: li ho cercati con Street View nel mentre, per il piacere di smarrirmi a distanza. Oggi i cavalieri senza macchina né paura sono i librai e i creatori di start-up, la principessa da salvare una mamma accusata dell’assassinio più terribile; la magia nera, invece, è l’arte oscura di un odierno leone da tastiera con un computer irrintracciabile dietro cui farsi scudo. Sono più profonde le caverne dell’ignoto, infatti, o i meandri del deep web? 
Fra troll di ieri e troll di oggi, i protagonisti brandiranno iPad, non spade; schermi luminosi grazie a un’apposita funzione, non torce infuocate. Aperti fino all’ultimo all’impossibile, gli ultimi romantici di LaValle garantiscono un viaggio senza precedenti un una metropoli che talora sembra un mare aperto, e in un cuore dove si protrae ininterrottamente un’inimmaginabile burrasca. Favola di New York sfocia presto nell’assurdo, perfino nell’horror nudo e crudo, ma basta affidarsi alla sensibilità dell’autore per innamorarsene perdutamente. Questa è la storia di tante storie. Generazioni di immigrati che hanno attraversato l’Atlantico su una bagnarola pericolante, con il timore verso i pericoli del Nuovo Mondo e bestie secolari per angeli custodi; afroamericani reduci dalla galera che, dando nell’occhio, si aggirano in quartieri residenziali con il rischio che un poliziotto dal grilletto facile li ammazzi a sangue freddo; padri a ogni costo, che farebbero di tutto per il bene dei figli – anche uccidere, anche ucciderli.

«E vissero per sempre felici e contenti», sussurrò Apollo.
Emma appoggio la testa alla sua spalla. «E vissero felici, almeno per oggi».
«È abbastanza?», chiese Apollo.
«È tutto, amore mio».

Meglio di un romanzo realistico, a sorpresa, a raccontarci il razzismo al tempo dei repubblicani, il lutto al tempo di Facebook, le mele avvelenate e i fusi letali sparsi in certi angoli della rete, è questa fantasmagoria dalle fitte coloriture politiche la cui morale, in definitiva, è una riflessione importantissima sulla ricchezza dell’integrazione. Chiudendo i porti, erigendo muri su muri, come potremmo spulciare nell’apparato leggendario di paesi lontani – in questo caso, la Norvegia – e fare nostri i loro sogni e i loro incubi, le loro storie? Quanto saremmo aridi senza? E vissero per sempre felici e contenti, d’un tratto, appare una formula necessaria: non più lo stratagemma di qualche genitore troppo pigro o troppo codardo per proseguire ulteriormente con la lettura della buonanotte. 
Oltre l’ultima riga delle favole, ci sono gli infanticidi e gli altri orrori secondo LaValle. Ma anche gli amori rafforzati da una distanza forzata, le mamme che nel momento del bisogno sollevano tanto le automobili quanto i coltellacci insanguinati, le attese insieme sotto le pensiline in plexiglass. Al lieto fine – questa volta, quanto mai sperato – si arriva forse con i mezzi pubblici. E il cordino rosso legato prima al dito di Emma, poi a quello di Apollo, può essere fatto cadere a chiusura del percorso. Nella recensione manterrò segreti i loro desideri ma il mio, quello di leggere almeno un romanzo straordinario, è stato esaudito: grazie a Favola di New York, rinuncio a cuor leggero agli altri due.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: M83 – Midnight City

giovedì 1 agosto 2019

Mr. Ciak ad agosto: la mia ultima volta al cinema con Pensieri Cannibali e White Russian

Salve, amici. Come state? Il caldo bestiale di quest'inizio di agosto è tantissimo, sì, ma comunque non abbastanza da impedire le rimpatriate in sala. Sapete chi ho incontrato di nuovo? Gli amici-nemici Cannibal Kid e James Ford che, come già accaduto qualche anno fa, hanno aperto le porte dei loro blog per commentare insieme le uscite cinematografiche: non di questa settimana, ma dell'intero mese. Sarà davvero la nostra ultima volta insieme? Sperando di vederne delle belle – e di trovarli, soprattutto, belli carichi –, vi lascio con la carrelata di un agosto che, almeno sul grande schermo, promette al solito qualche ventata di freschezza, fra commedie generazionali, horror "a mollo", titoli festivalieri da rispolverare.

Una famiglia al tappeto (1 agosto)
Mr. Ink: Per anni e anni, da ragazzino, sono stato un patito di wrestling. Non sono più aggiornato da un po’. Accanto a The Rock, Triple H e John Cena, però, ricordo loro: le Divas. Bionde e sexy come le conigliette di Playboy. Qualcuna se le dava di santa ragione. Qualcuna – per esempio Stacy Keibler, ex fiamma di George Clooney – era più interessata alle paparazzate che al ring. Fare un film sulla giovane Paige, lottatrice atipica con il look da rocker e il nome di una delle sorelle Halliwell, poteva essere interessante: mio fratello mi parla di uno scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta e di un infortunio, purtroppo, che l’ha costretta presto al ritiro. Restando su toni più superficiali, invece, il film è un’innocua favoletta femminista sulla scia di Glow con la prezzemolina Florence Pugh. Già visto, se ne scriverà a breve.
Cannibal Kid: Mr. Ink era un patito di wrestling?!? Questa non me l'aspettavo. Questo sì che è un colpo basso! Che Mr. Ink e Mr. Ford in realtà siano la stessa persona? Se non altro, come chiunque abbia superato gli 8 anni di età, Ink ha smesso di seguire questo “sport”. Anche io comunque ho già visto questo film e devo dire che... mi è piaciuto un sacco. Sorpresa! Dopo Glow, il wrestling femminile mi ha messo di nuovo al tappeto. Quello maschile invece continua a sembrarmi una fordianata pazzesca.
Ford: sapevo della passione di Ink, che ovviamente sostengo e che anzi, sul buon esempio del fratello, gli consiglio di rispolverare. Non ho ancora visto il film - ma è tra le visioni obbligate delle vacanze -, ma quello che posso dire è che la figura di Paige è stata senza dubbio una delle più importanti per il cambiamento avvenuto nel wrestling femminile degli ultimi anni: la ragazza è sempre stata parecchio turbolenta - le sue relazioni sentimentali ed i gossip conseguenti ne sono la prova -, ma sul ring era un vero talento, e l'infortunio che l'ha costretta al ritiro giovanissima è stato uno dei più grandi torti al wrestling che il destino abbia giocato nel passato recente. Ad ogni modo, aspetto di essere messo al tappeto.

Hotel Artemis (1 agosto)
Mr. Ink: Un trafficante, un assassino, due ladri e un poliziotto s’incontrano in un ospedale privato. Sembrerebbe proprio l’inizio di una barzelletta triste, di quelle che raccontano gli zii alticci (o Ford, anticipando la battuta del Cannibale) alle cene di Natale. Si tratta, in realtà, di un thriller futuristico con un cast decisamente popoloso, che medie disastrose e un poster italiano realizzato con gli scart di Paint hanno reso a malapena adatto per una timida distribuzione estiva. Neanche il piacere di rivedere Jody Foster, di recente regista di film e serie TV tutt’altro che memorabili, può spingermi a fare il check-in all’Artemis.
Cannibal Kid: Film che latita nell'hard-disk da mesi, la sua uscita italiana mi ha ricordato della sua esistenza. E ora che me ne sono ricordato, posso dimenticarmene di nuovo. Di cosa stavamo parlando?
Ford: altro film che mi pare sinceramente scarso e che non intendo recuperare neppure alla vigilia delle ferie, quando la serata film diventa una vera e propria goduria, specie sapendo che il giorno dopo ci attende il mare invece che il lavoro. Passo oltre senza troppi patemi.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw (8 agosto)
Mr. Ink: The Rock e Jason Statham chi? Ospitato da due boss come Ford e Cannibal Kid, esperti in risse (verbali) da orbi, mi sembra una scortesia grande preferire la compagnia dei protagonisti dell’ennesimo Fast & Furious (reboot, prequel, boh: non so cosa sia) alla loro. Lo salterò per questo motivo perciò, e non perché non abbia mai visto in vita mia un capitolo della serie action.
Cannibal Kid: Mr. Ink, non hai mai visto manco un Fast & Furious? Devi recuperare il primo, un caposaldo della tamarraggine dei primi anni zero, mentre il resto della saga è più che altro trascurabile. Curiosamente, a introdurre Ford alla visione di questa serie cinematografica ero stato proprio io. Riuscirò a convincere pure il poco tamarro autore del blog letterario Diario di una dipendenza? Tutto può succedere, tranne che questo non necessario spin-off dedicato alla versione action-hero di Ford & Me, ovvero Hobbs & Shaw interpretati da Dwayne Johnson & Jason Statham, si riveli un capolavoro.
Ford: questo spin off di un franchise partito decisamente male e divenuto interessante con l'arrivo di The Rock e del suo livello oltre misura di tamarraggine promette di essere uno dei guilty pleasure fordiani dell'estate: botte, casino, The Rock, Statham, altre botte, esplosioni, altre botte. E, sempre in tema di wrestling, la comparsata di un parente dello stesso Dwayne Johnson, considerato da molti come il "nuovo John Cena", Roman Reigns. Direi che non posso perderlo.

Il sole è anche una stella (8 agosto)
Mr. Ink: Lui, asiatico, incontra lei, giamaicana con il visto in scadenza. Hanno un giorno insieme, New York e pochissime speranze di lieto fine. Sembra tutto talmente teen e adorabile, ovviamente, che lo conosco già. Lo scorso anno ho letto infatti l’omonimo romanzo di Nicola Yoon, giù autrice del passabile Noi siamo tutti, con un coinvolgimento che non mi sarei aspettato. Un po’ Serendipity, un po’ Prima dell’alba, come risulterà in sala un genere che, di solito, preferisco leggere sotto l’ombrellone anziché guardare?
Cannibal Kid: Finalmente Mr. Ink rivela il suo lato più cannibale, e finalmente la programmazione cinematografica di agosto mi regala una youngadultata strappalacrime come si deve. A piangere mi sa però che sarà più che altro Ford. Dal terrore.
Ford: in effetti, questo promette di essere l'horror più terrificante dell'estate. E di fronte ad una cannibalata tale, giro bene al largo.

Crawl – Intrappolati (15 agosto)
Mr. Ink: Gli animalisti devono essersi rotti i cosiddetti. Squali intrappolati negli uragani del trash, squali che nuotano nei supermercati sommersi, squali alle prese con le grazie di Blake Lively o Mandy Moore strizzate in drammatici bikini colorati. Insomma, non soltanto Steven Spielberg. E alla lobby dei coccodrilli giganti, invece, chi pensa? Il francese Alexandre Aja, dopo avermi divertito da morire con Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Piranha, ci porta in uno scantinato allagato. Una trappola mortale, in cui la suddetta belva assassina può tormentare Kaya Scodelario: piuttosto misera a livello di curve, vero, la fanciulla britannica di Skins è comunque una bellezza da non sottovalutare. Produce Sam Raimi.
Cannibal Kid: Una robaccia survival trash con i coccodrilli giganti? Ma questa è una fordianata gigante che non guarderò mai!
Ah, la protagonista è Kaya Scodelario? Corro subito a guardarlo!
Ford: Aja è piuttosto incostante, ma il suo livello di trash abbastanza elevato da farmi considerare questo survival con coccodrillo gigante annesso come un altro dei guilty pleasures da ombrellone che mi sa tanto dovrò cercare di recuperare, immaginando una delle future battaglie con il Cannibale con me nella parte del rettile mangiatutto e lui in quello della damigella in pericolo.

Il re leone (21 agosto)
Mr. Ink: Margo Mengoni ed Elisa sono le versioni italiane di Donald Glover e Beyoncé. Doppieranno Simba e Nala, tanto nel cantato quanto nel parlato, nel’ennesimo live action non richiesto. Ripeto, signore e signori, Mengoni ed Elisa: e c’è chi, con anni d’anticipo, osa lamentarsi se la prossima Ariel sarà impersonata da un’attrice di colore? Di questo passo attendiamo Crudelia doppiata da Alessandra Amoroso: i dalmata, così, si ammazzeranno direttamente da sé, per la gioia delle pelliccerie di ogni dove.
Cannibal Kid: Considerando che già la versione originale a livello musicale non è niente di che, per quella italiana c'è proprio da aver paura. Anche se la scelta di Elisa non mi sembra così malvagia. Considerando inoltre che già ero stato tra i pochi al mondo a non aver sopportato la ruffianissima e fordianissima pellicola animata, questa “nuova” versione, non richiesta soprattutto da me, me la sbranerò. Se mai la guarderò.
Ford: la Disney, in evidente crisi di idee, continua a propinare al pubblico live action dei suoi film d'animazione più noti e amati. E, a meno di pressioni insostenibili dei Fordini, farò come ho già fatto con Dumbo e compagnia bella. Finta che non siano neppure usciti.

La rivincita delle sfigate (21 agosto)
Mr. Ink: Inaspettato successo di critica in patria, Booksmart – esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde – arriva in Italia storpiato da un titolo a misura di Giffoni. Ritratto adolescenziale annunciato come fresco e divertente, per alcuni già iconico, potrebbe essere una delle maggiori sorprese di una stagione dichiaratamente fiacca. Dopo Eight Grade (se vi manca, recuperatelo!) ho lasciato un posto vuoto per un altro romanzo di formazione, sperando che quest’opera prima sia proprio il diamante grezzo di cui si legge in anteprima.
Cannibal Kid: Dai, dai, dai. Un film teen che si preannuncia come il Lady Bird di quest'anno e che si prenota un posto tra i miei nuovi cult personali. Alla faccia di quello sfigato di Ford, uahaha!
Ford: nonostante le apparenze cannibalesche - paurosamente cannibalesche - questo film potrebbe rivelarsi la sorpresa del mese e forse dell'estate, considerato che incuriosisce perfino un tamarro senza ritegno come il sottoscritto. Speriamo bene.

Submergence (22 agosto)
Mr. Ink: Nomen omen. Sumbergence, dramma romantico con a bordo una coppia di belli e bravi da paura (Michael Fassbender, nella fantasia di qualche fan, probabilmente si è spupazzato entrambi), è stato sommerso e superato dagli altri titoli girati nel mentre da Alicia Vikander e James McAvoy. Io stesso me l’ero procurato in lingua per poi dimenticarlo presto e senza rimpianti sul mio Hard Disk. C’è da aggiungere l’aggravante, poi, che il cielo non brilli da un po’ sulla filmografia ondivaga del regista Wim Wenders... Meriterà finalmente una rispolverata, e il recupero?
Cannibal Kid: Se manco a un fan di Alicia Vikander come me è mai venuta voglia di guardare questo potenziale polpettone che ha già due anni sul groppone, dubito che verrà a qualcun altro. Forse giusto a quel tenerone di Ford, uno dei pochi al mondo a cui quell'altro polpettone con la Vikander, alias La luce sugli oceani, era piaciuto ancora più che a me.
Ford: La luce sugli oceani era stato una grande e inaspettata sorpresa, ma c'è da dire che in quel periodo ero a casa per il mio anno sabbatico dal lavoro ed avevo le energie fisiche e mentali per affrontare polpettoni di ogni genere. Ora mi pare più difficile, dunque penso che lascerò Wenders ancora per un pò in standby.

Charlie Says (22 agosto)
Mr. Ink: Il famigerato Charles Manson si contende il titolo di cattivo dell’anno con il nostro Matteo Salvini. Spunto prima per un orribile film di serie Z con la rediviva Hilary Duff nei panni di Sharon Tate, poi per l’ultimo attesissimo Quentin Tarantino, il carismatico sussurratore dallo sguardo infernale ha questa volta il volto di uno dei Doctor Who più noti nel ritorno in sala di Mary Harron. Sia per il passaggio in Laguna, sia per la regista che – a proposito di squinternati da manuale di psicologia – firmò il cult American Psycho, ci si fida.
Cannibal Kid: Come antipasto per il film di Tarantino ci potrebbe stare. Anche perché pure io di Mary Harron mi fido, così come non mi fido di James Ford, Charles Manson e Matteo Salvini. I tre cattivi dell'anno. E di sempre.
Ford: Manson è un personaggio che mi ha sempre infastidito, un pò come Cannibal, e parlando di psicopatici e serial killers non è mai stato tra i miei favoriti. Eppure, non fosse altro che per fare da anticamera a Tarantino, una visione ci potrebbe stare. Potrebbe.

Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen (28 agosto)
Mr. Ink: Perché, ne hanno fatto pure altri due? Gerard Butler, accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti (no, non Donald Trump: la storia allora sarebbe molto diversa), si vendica insieme a papà Nick Nolte. L’attore protagonista, per l’occasione, rispolvera in parte il canovaccio di Giustizia privata – thriller tamarro che, a sorpresa, mi era piaciuto parecchio ai tempi – e ruba il ruolo all’ormai intercambiabile Liam Neeson. Gerard, che mi combini: la precedenza agli anziani!
Cannibal Kid: La precedenza agli anziani non viene data nemmeno in questa rubrica. Ford infatti è sempre l'ultimo a commentare. Mentre sarà il primo (e unico) a guardare questo nuovo inutile capitolo di una saga che per me poteva tranquillamente finire già al trailer del primo film.
Ford: Gerardone Butler è uno dei fordiani più fordiani degli ultimi anni, anche se ammetto che la saga di Attacco al potere è quasi troppo perfino per me. Avendo visto gli altri due ed essendo in agosto potrebbe scapparci anche questo numero tre, ma non garantisco. A meno che il Gerardo non mi prometta di darle a Trump, Cannibal o entrambi.

The Rider – Il sogno di un cowboy (29 agosto)
Mr. Ink: Tante cose possono dirsi del Cannibale, belle e brutte, ma non che non abbia un certo gusto per i colpi di teatro: me lo conceda a cuor leggero anche Ford. Chi non legge le sue classifiche di fine anno per sapere quale film di nicchia, all’ultimo momento, ha tirato fuori dal cilindro? Nel 2018, fra gli altri, è stato il turno di The Rider. Dramma western alla Kent Haruf, acclamatissimo nel circuito indie, che potrebbe regalare gioie e lacrime di commozione anche su White Russian. E quando un piccolo film mette d’accordo il Gatto e la Volpe, diciamolo, non può che essere grande.
Cannibal Kid: Sono felice che i miei colpi di teatro siano apprezzati, almeno da qualcuno. Un altro colpo di teatro è l'annuncio che questa sarà l'ultima puntata della rubrica sulle uscite cinematografiche. Però se non altro si chiude alla grande. The Rider a me è piaciuto decisamente, ma credo che Ford potrebbe trovarlo addirittura uno dei più bei film del decennio. E una pellicola gradita da entrambi è un altro colpo di scena clamoroso.
Ford: non mi ricordavo di questo colpo di teatro del Cannibale, e dunque mi segno di recuperare questo The Rider - che promette benissimo - in modo da poterne parlare appena tornerò dalle vacanze, anche se sarà durissima farlo rischiando di essere d'accordo con il Cucciolo Eroico, così come è stata dura essere d'accordo con lui nel decidere di chiudere questa rubrica.

Teen Spirit – A un passo dal sogno (29 agosto)
Mr. Ink: Ha il titolo che fa pendant con una canzone dei Nirvana ma, nella colonna sonora interamente cantata dalla protagonista, si scorgono a colpo d’occhio alcuni dei successi pop più trasmessi di questi anni. In attesa di vedere Natalie Portman in Vox Lux ed Elisabeth Moss in Your Smell, ci si godrà con gli occhi a cuoricino il talento e la bellezza della mia sorella Fanning preferita. Benché il sottotitolo suggerisca un musical in stile Disney Channel, meglio fidarsi della fotografia cupa alla Refn e della prova alla regia di Max Minghella, figlio d’arte conosciuto come attore (è Nick, l’autista innamorato) in The Handmaid’s Tale. Off topic: su YouTube, intanto, cercate il duetto fra Elle e Woodkid e alzate il volume a palla.
Cannibal Kid: Per chiudere alla grandissima per sempre questa rubrica, dopo il gioiellino The Rider ecco un altro potenziale nuovo cult assoluto. Per abbassare un po' le aspettative devo ricordarmi della cocente delusione provocata di recente da Vox Lux. Questa volta spero comunque che tutto vada per il verso giusto. Elle Fanning in versione popstar è già la mia nuova popstar preferita e un film del genere qui su Pensieri Cannibali già solo dal titolo è a un passo dal sogno. E a un passo dal cult.
Quanto alla fine della nostra rubrica sulle uscite cinematografiche, rappresenta invece la fine di un incubo. Almeno per un po' potrò starmene beato senza le opinioni spesso discutibili, e ancor più spesso detestabili, di Mr. James Ford. Tranquilli però che la nostra rivalità continuerà ancora. Cannibal VS Ford, la sfida prosegue. Coming soon su Pensieri Cannibali e WhiteRussian.
Ford: si chiude questa puntata - e la rubrica - con un potenziale cult cannibale che spero sinceramente di poter massacrare alla grande, più che altro perchè, ora che un capitolo è alle spalle, la rivalità più lunga della blogosfera ha bisogno di nuove sfide, e nuova benzina gettata sul fuoco. Non sia mai che si lasci questo spazio troppo vacante, del resto.

lunedì 29 luglio 2019

Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando

Quando l'horror divide mi sono sempre trovato a far parte della schiera degli estimatori. Così è accaduto anche per Hereditary, tragedia mascherata da ghost story. Per far capire la differenza con il nuovo film del regista, retto nuovamente da una protagonista sull'orlo di una crisi di nervi, descriverò la reazione della sala davanti a una scena che si ripresenza, a un assordante urlo di donna: se quello della Collette ammutoliva, quello della Pugh ha scatenato al cinema grasse risate. Colpa di una brutta interpretazione da parte dell'interprete di Lady Macbeth, o forse di compagni di visione troppo rumorosi? La colpa, in realtà, spetta a un horror ambizioso e provante, che flirta con i toni camp rovinando la nostra percezione complessiva. La trama, né più né meno di quella di un found footage del decennio passato: una cinepanettonesca comitiva di studenti, in cerca di sballo e sesso, punta alla Svezia con la scusa della tesi. Come se non bastasse la presenza della lacrimosa fidanzata del protagonista, unica sopravvissuta al suicidio dell'intera famiglia, a rovinare i piani saranno anche gli abitanti di un'inquietante comune. A canti folkloristici, rune e riti corrisponderanno di pari passo orge, suicidi e roghi. Midsommar è tutto girato alla luce del sole. La fotografia, incantevole, risulta abbacinante e cupissima. Quel cielo troppo azzurro disorienta, tanto quanto gli espedienti al confine col trash per rendere i turisti parte della comunità. Il teen horror cita Hereditary, riprendendone i culti esoterici – la parte peggiore del film precedente – e la pesantezza inusitata. Il rischio: dare eccessiva importanza a personaggi immaturi, a dettagli impercettibili, che nel finale caricano la pellicola di un enfasi incomprensibile. Non si parla della morte scioccante di un figlio, infatti, bensì di due ventenni spaventati da un amore finito. Servivano 140 minuti per venirne a capo? Serviva l'ennesimo film sull'orgoglio femminile – la morale, ebbene sì, lì va a parare –, con sprezzo del ridicolo aggiunto? Sempre geometrico e perturbate, con una poetica che al secondo lungometraggio già inizia a sembrare ripetitiva, Aster firma un ritorno sopravvalutato ma dal fascino inconfutabile. Una natura morta rubata al puntinismo di Seurat, che brucia nel falò della sua stessa vanità. Svegliandoci a metà di ques'incubo di una notte di mezza estate. (5,5)

Lui è un ragazzo di campagna, scrittore aspirante. Lei, ex compagna di scuola inconsapevolmente seducente, è la storia di una notte e via. L'altro, novello Jay Gatsby, è ricchissimo e sospetto: soprattutto quando la ragazza, al centro di un triangolo degno del cinema francese, scompare nel nulla. Burning, ispirato a un racconto di Murakami, è un melodramma a tinte gialle tanto conturbante quanto difficile da scomporre. Gli atteggiamenti sconnessi dei protagonisti, i ritmi dilatati fino allo spasimo e quel finale sfuggente, intessuto di falsi ricordi e inquietanti fantasie masturbatorie, sono oggetto fino all'ultimo dell'interpretazione di ciascuno. Per quanto non abbia mai fatto miei gli enigmi del giovane protagonista – silenzioso e monoespressivo, lontano da me per lingua e cultura – sono rimasto folgorato dalle danze in topless sulla colonna sonora jazz, dalle sessioni di jogging sugli sfondi di una fotografia meravigliosa, dall'istinto piromane dei protagonisti. Qualcuno ha bruciato i vestiti della madre traditrice, qualcun altro arde invece granai periodicamente. Cosa rappresenta la ricerca dei suddetti? Che fine ha fatto la ragazza scomparsa? Perché quel finale tragico e precipitoso, dopo la flemma del resto? Si parla di conflitti di classe. Di ventenni belle e annoiate, solitarie come serre in stato d'abbandono, che cercano loro stesse nei viaggi, nelle droghe, nel mistero. Se sparissero, chi le cercherebbe? Buring brucia lentamente, senza vampate e senza calore. Ma forse non si esaurisce qui. Come il sapore di un'arancia immaginaria che la protagonista, esperta di pantomima, sbuccia e pilucca a piacere, consapevole del confine fra vuoto e presenza. (7)

Dopo aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico, non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie. Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai: tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border. Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica – ho ripensato al nostro Lazzaro Felice –, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare. Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare mostri, tutto per amore. (8)

Bionda, alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza, scabroso ma mai gratuito, Girl è il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa, una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 – sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per fortuna, non inviolabili. (7,5)

Un'altra ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue my mind, notato per il titolo bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera, infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento – l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi, sconfina infine nel body horror: peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P., la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica. Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone, quindi, l'onda d'urto. (6,5)

Avvertenze prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue. Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra Schegge di follia e La notte del giudizio, l'irresistibile Assassination Nation è l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso, va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria: Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)