venerdì 30 ottobre 2026

Trick or Film: L'estranea | Resident Evil | Camp Miasma | Obsession | Evil Dead Burn

Verrà la morte. Avrà gli occhi di Bruni Tedeschi. E sarà la nuova vita del cinema italiano. Dopo l'ottimo La valle dei sorrisi, Strippoli – classe 1993 – conferma il suo talento con il film che ci rappresenterà agli Oscar. Tra orrore e satira, la fortuna della famiglia Colonna termina durante un white party imbrattato di sangue. Trinca, matriarca con l'occhio per le imperfezioni, protegge i sogni di gloria della secondogenita – e, di riflesso, anche i suoi – siglando un patto con una sconosciuta. Ma chi è la vera burattinaia di questa saga familiare? Ogni dettaglio – dalle nuvole sospese su una Roma piovosissima alle girelle Haribo – rimanda a una spirale. E Strippoli ti intrappola lì, al centro dell'angoscia. E ti fa mangiare le unghie dal nervoso. E ti fa sperare e disperare, senza dimenticare, nel frattempo, di confezionare pure grandi sequenze – la vittoria ai Mondiali coi Baustelle, l'inseguimento finale alla Shining. Originale, angoscioso, potentissimo, L'estranea ha ambizioni internazionali, ma lo sguardo fisso su un'Italia che mette puntualmente in tavola perbenismo, illusioni e Barilla, per poi divorare i propri figli. Lanthimos e Aster l'hanno teorizzato, Strippoli l'ha ribadito. Il vero orrore ha le chiavi di casa. (9)

Dopo il successo dei precedenti Barbarian e Weapons, Zach Cregger torna al cinema con l'adattamento – in fondo, non troppo richiesto – di un videogioco di culto. Dopo l'Oscar a Amy Madigan, era lecito aspettarsi un ritorno in grande. Lo capiamo, però, immediatamente: Cregger, questa volta, non vuole fare troppo sul serio. Breve e adrenalinico, sanguinoso e pieno di sobbalzi, il suo Resident Evil è una corsa al termine della notte in cui l'ottimo Austin Abrams – la perfetta incarnazione del gamer pavido, goffo, sboccato – si muove forsennatamente tra fogne e grattacieli, cani rabbiosi e zombie suicidi. L'obiettivo? Portare l'antivirus nei laboratori di Racoon City e, nel frattempo, assumersi la responsabilità di una paternità annunciata al telefono, poco prima dell'apocalisse. La trama è letteralmente ridotta all'osso. I cenni all'originale sono poco più che strizzate d'occhio. L'intrattenimento è di qualità. Elettrizzante, il cinema di Cregger non concede mai tregua. Ma il finale, tronco, lascia col sangue amaro e con la sensazione irritante che per quanto ben confezionata, per quanto autoriale e divertita, la sua rilettura poco aggiunga a un universo narrativo con ben dodici film all'attivo. (6,5)

Come giudicherebbe la generazione Z l'abbondanza di carne e fluidi presente negli slasher anni Ottanta? Lei, una regista da Sundance sulla soglia dei trenta, usa i pronomi they/them ed è troppo razionale per abbandonarsi al desiderio. L'altra, musa di una saga ormai sul viale del tramonto, è una sessantenne prigioniera del vecchio set horror. Insieme sono le testimoni di un film nel film cinefilo, divertito, spregiudicato – un po' remake, un po' parodia, un po' metafora. E della nuova venuta di un serial killer chiamato proprio Little Death: ossia, orgasmo. Dopo I Saw the TV Glow, struggente allegoria sullapropria transizione di genere, Jane Schoenbrun torna con una storia di liberazione sessuale in cui l'estasi passa dallo sguardo e nessuno è più costretto a nascondersi. Hannah Einbinder brancola nel bosco in biancheria intima, puntando alle braccia della divina Gillian Anderson. E, inseguita, spera infine di correre, morire, godere – vivere –, come solo le icone femministe e le scream queen sanno. (7,5)

Non è l'anno migliore per innamorarsi. Dopo Something Very Bad, è arrivato un altro horror a mostrarci il peggio delle coppie: dipendenza affettiva, love bombing, mancato consenso. Degno di un'antologia di Stephen King, Obsession ha uno spunto classico ma una sensibilità e un umorismo tutti contemporanei: merito di un regista classe '99. Nonostante gli immancabili risvolti deliranti, l'esordio di Barker è sorprendentemente ragionato e prende il meglio del cinema indie. Lontano dai manierismi di A24, può contare sulla freschezza della scrittura, dialoghi lunghi e realistici e pochi interpreti sconosciuti. Se la performance di Michael Johnston è di una vulnerabilità struggente, sono gli sconvolgenti cambi di registro di Inde Navarrette – capace sia della dolcezza più stucchevole sia delle furia omicida di Pearl: si parla già di nomination all'Oscar – a regalare brividi memorabili. A volte, si ride di gusto. Altre, si storce la bocca in una smorfia indefinita. Vincerà l'imbarazzo o l'orrore? Oggi, nel bisogno disperato di essere amati a ogni costo, coincideranno. (8)

La casa di Sam Raimi ha cambiato domicilio. E per fortuna. Il nuovo capitolo della saga slasher da quarant'anni sugli schermi abbandona i soliti teenager sotto assedio all'insegna di un dramma dove il male mette radici nel più tossico dei terreni: la famiglia tradizionale. Riuniti per il funerale del figlio maggiore, i protagonisti si scoprono uniti dal cordoglio. E dall'astio verso una nuora forestiera. Cinica, feroce, irreversibile, la rimpatriata sembra la versione splatter dell'episodio natalizio di The Bear. Una resa dei conti in cui le recriminazioni, le omissioni e gli atteggiamenti tossici abbondano al pari dei denti strappati e delle altre atrocità che diventeranno da morire gli appassionati del cinema di genere. Dirige il francese Sébastien Vanicek, e appresso ai movimenti della sua macchina da presa sembra di stare sulle montagne russe. Anche se l'ultima battuta della sua protagonista lo chiarisce: è la violenza domestica il vero male da esorcizzare. Tutte le famiglie felici si somigliano. E quelle maledette? (7)

mercoledì 21 ottobre 2026

Dolcetto o binge-watching: Monster S04 | The Shards | Widow's Bay | Something Very Bad is Going to Happen | The Vampire Lestat

Ha ucciso i suoi genitori a colpi di ascia. E l'ha fatta franca. La storia di Lizzie Borden – già raccontate in TV con Christina Ricci e al cinema con Chloe Sevigny – torna sul piccolo schermo, aggiungendosi all'antologia di Ryan Murphy. Non apprezzo il true crime, le cronache dal piglio giornalistico, la verità a ogni costo. Murphy romanza, ammicca, esagera, trasformando la sua protagonista – l'incantevole Beatty – in una Cenerentola gotica, queer, vendicativa. La sua amante – Krieps, eccezionale in un duplice ruolo – la intrattiene con i bagni di sangue di “Lady Dracula” prima di andare a dormire. E, anni dopo, Aileen Wuornos – una Paulson che non fa rimpiangere il premio Oscar Theron – si lascerà ispirare dai suoi delitti per vendicarsi del genere maschile. Tutt'altro che fedele alla realtà, la quarta stagione di Monster resta una fiaba nera deliziosamente truculenta, con una scrittura teatrale, scenografie opulente e un cast femminile (cito anche Ferguson: matrigna spregevole) da Emmy. Bellissima la colonna sonora. Verrà la morte, avrà i tuoi occhi. E ballerà i Bronski Beat. (7,5)

Può il romanzo più bello della sua annata ispirare la serie più brutta dell'anno? Succede a The Shards, trasposizione dell'ultimo Bret Easton Ellis, passata infelicemente dalle mani di Guadagnino a quelle di Murphy: l'autore più prolifico e bulimico della serialità americana. La sua ultima serie è un disastro, e non soltanto perché prende la tangente e si allontana completamente dal contenuto del romanzo: esangue, asessuata, patinatissima. La voce off, tanto ingombrante da fare pensare a un audiolibro, ci guida tra i segreti e i delitti del 1981: anno in cui molti serial killer colpivano tra le colline di Los Angeles. Peccato, però, che Murphy sia più interessato alle dinamiche adolescenziali: se mancano l'oscurità e la perversione, se manca il pulp (insieme al personaggio di Robert Mallory, qui interpretato dal terribile figlio di Gere), in compenso troverete tutti i cliché di una versione d'autore di Pretty Little Liars. Il finale, tutt'altro rispetto all'ambiguità originale, apre le porte a una seconda stagione. Se non Ellis, almeno dio, ce ne scampi. (4)

I politici ai vertici vorrebbero farne la nuova Martha's Vineyard: una chicca per turisti alto-borghesi. Ma chi è nato sull'isola non può lasciarla: non da vivo. A metà tra Castle Rock e Twin Peaks, Widow's Bay è un microcosmo inquietante e grottesco, dove ci sono clown assassini, tempeste elettromagnetiche, serial killer immortali e riti macabri. Raccolta di storie dentro storie perfetta per i fan di Stephen King, la serie Apple – già da record le sue vittorie agli scorsi Emmy – è una ventata d'aria fresca che non si prende mai troppo sul serio e che, grazie agli ottimi protagonisti, si rivela molto più che un comune omaggio. Il merito spetta agli equilibri brillanti di scrittura e regia – nel settimo episodio, dirige Ti West –, e a un'irresistibile squadra di antieroi dove l'irresistibile segretaria Kate O'Flynn ruba la scena ai dilemmi morali del sindaco Matthew Rhys. Per un Halloween da brividi, fate tappa qui. (8,5)

Il matrimonio è la tomba dell'amore? È il dubbio che, come una maledizione, serpeggia nell'ultima serie prodotta dai Duffer Brothers: l'ennesimo esempio – dopo Obsession e Finché morte non ci separi 2 – di come l'horror possa farsi metafora di angosce generazionali. La splendida Camila Morrone si sposa. Ma, mentre la tensione nella strana casa degli strani suoceri, immaginiamo già che succederà qualcosa – ma cosa? Tutto quello che potrebbe andare storto andrà storto, in un incubo alla King che mette in discussione il concetto di amore romantico e, nel frattempo, costruisce perfino una solida mitologia. Something Very Bad is Going to Happen parte come The Hitcher, con una coppia in macchina e una stazione di servizio ai confini della realtà. Poi diventa un gotico in found footage, dove sposare la persona sbagliata equivale alla morte. Infine, con tanto di tappa presso la fiaba nera, sfocia in una commedia splatter con la shaky cam di Evil Dead. Squilibrata, caustica, folle, la serie è scritta da qualcuno che stravede per il genere – e pensata da chi stravede per il genere. Il divertimento è servito. A patto, certo, che non siate Sal Da Vinci. (8)

Nonostante sia arrivata in Italia con anni di ritardo, è stata tra le serie più sorprendenti della scorsa annata: peccato che se ne siano accorti in pochissimi. Alla terza stagione, Intervista col vampiro – adattamento per il piccolo schermo della longeva saga di Anne Rice – sposa il punto di vista del fatale Lestat. Ormai una rockstar, si racconta in canzoni che mescolano passato e presente, traumi e spettri, in un musical a tinte splatter dove l'istrionico Sam Reid – ottimo anche al microfono – giganteggia. Troppo psichedelica, quest'anno mi è parsa meno coinvolgente, anche se originalissima. Schiacciata dall'ego del suo protagonista, funziona soprattutto quando il poligono sentimentale torna in vita (c'è anche una cameriera identica alla defunta Claudia) e si anticipa l'inferno della ventura La regina dei dannati. Un mezzo passo falso? Sì. Ma Lestat ha l'eternità – e tanti romanzi ancora – per rimediare. (6,5)

venerdì 4 settembre 2026

Recensione: Skippy muore, di Paul Murray


 | Skippy muore, di Paul Murray. Einaudi, € 22, pp. 720 |

Mentre l'estate giungeva al termine, un romanzo mi ha riportato in anticipo tra i banchi di scuola e ho indossato, così, l'uniforme grigiastra del Seabrook College: un esclusivo collegio maschile di Dublino in cui, da centoquaranta anni, si formano i rampolli della futura classe dirigente. In questo microcosmo senza donne, scandito da un rigido coprifuoco e talora travolto dagli scandali sessuali del clero, Paul Murray ambienta un esordio in cui una violenta crisi dei valori è destinata a schiantarsi su tutto e tutti con conseguenze disastrose. Dopo la morte del vecchio preside, il collegio abbraccerà finalmente il capitalismo, i valori laici, la tecnologia?

È solo che questi sono ragazzi, capisci? E le persone che dovrebbero occuparsi di loro, e insegnargli a essere maturi e responsabili... noi siamo peggio di loro.

Come in Il giorno dell'ape, l'autore irlandese affronta di petto argomenti delicatissimi – bullismo, disturbi alimentari, dipendenze, abusi –, mescolando denuncia e commedia, folklore e scienza, in pagine pirotecniche anche se non esenti da lungaggini. A scuola, si vive come in trincea: il 99% noia, l'1% terrore. Convivono con questi sentimenti sia gli allievi che gli insegnanti, troppo presi da loro stessi per accorgersi che c'è qualcosa che non va in Skippy – un quindicenne fragile e sfuggente, star della squadra di nuoto, che sfortunatamente si innamora della ragazza del bullo della scuola. Il romanzo è spaccato in due. Prima della sua morte, c'è quello che non deve mancare mai: le feste a tema e le sbronze, le fantasie erotiche e il sogno di scoprire un'altra dimensione nello scantinato dell'istituto. Dopo la sua morte, attorno a quel posto vuoto lasciato in classe, si spalanca un buco nero di sensi di colpa e segreti. Ruprecht, il geniale migliore amico, si ingozza di ciambelle e fantastica di multiversi; Lori, la fidanzata, sviluppa una dipendenza dalle pillole dimagranti; Carl, il bullo autolesionista, pesta i piedi agli spacciatori sbagliati; Howard, il professore di Storia da sempre tacciato di codardia, è a un bivio amoroso e professionale.

Ma la storia, alla fine, è solo un tipo diverso di racconto, e i racconti non sono la verità. La verità è incasinata e caotica e non finisce mai. Spesso non ha un senso vero e proprio. I racconti invece hanno sempre un senso, ma quello che fanno è eliminare ciò che non calza. E spesso ce n'è tanto.

Nonostante le atmosfere possano ricordare i classici del cinema di formazione, al Seabrook non troverete Robin Williams in cattedra: la vocazione, lì, non appartiene né ai preti né agli insegnanti. Vario e asimmetrico, esagerato e romanticissimo, Skippy muore ha i sali-scendi delle montagne russe. Si può scendere dalla giostra? Si può fermare il futuro? Fino a qualche anno fa, questo romanzo “sulle stringhe invisibili che ci uniscono” mi avrebbe fatto struggere per il destino del protagonista, così come mi era successo, da ragazzo, per la Alaska del cult di John Green. Oggi, invece, mi sono sentito più toccato dalle vicende degli insegnanti che da quelle dei ragazzi. E il loro cinismo, la loro indifferenza, mi ha fatto paura. Per quanto ancora potrò dirmi più vicino - anagraficamente e non solo - ai miei studenti che ai colleghi? Quando mi scoprirò un giovane prof prigioniero di un vecchio sistema scolastico - dunque, dall'altra parte della barricata? Avere quindici anni è una guerra. Restare abbastanza candidi da ricordarlo, forse, è già un modo per non perdere.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: About Today – The National


venerdì 28 agosto 2026

Recensione: La valle dell'Eden, di John Steinbeck


 | La valle dell'Eden, di John Steinbeck. Bompiani, € 16, pp. 784 |

Sono devoto al potere delle storie. Amo i romanzi in cui succedono le cose, le scritture al servizio dei fatti, la magica illusione di poter confondere la vita dei personaggi con la mia. Sotto questo punto di vista, La valle dell'Eden è la storia delle storie. Epico ma intimo, monumentale eppure scorrevolissimo, trasforma la valle del fiume Salinas nel cuore del mondo e quel terreno roccioso, da spartirsi coi coyote, nella Terra promessa. Qual è il segreto di un classico di settantaquattro anni, con impresso in copertina lo sguardo fiammeggiante di James Dean? A rivelarcelo è Lee, un servitore cinese colto e lungimirante, troppo fedele al padrone per aprire la libreria da sempre sognata. I miti biblici, spiega durante la lettura, sono eterni poiché universali: archetipi dove il sesso e la virtù, la vendetta e il potere, costituiscono la prima pietra del nostro DNA. Steinbeck è stato la mia Bibbia. In questo inno dedicato ai diseredati e ai ricchi di spirito, canta di un paradiso maledetto e di una felicità da costruire un tassello dopo l'altro. Tra la fine dell'Ottocento e la Grande guerra, infatti, era necessario ascendere socialmente per comprarsi l'amore, la dignità, la stima. E un destino alternativo?

La traduzione dell'American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo “lo dominerai”, nel senso che l'uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel - “Tu puoi” - quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta le cose sull'uomo. Perché, se “tu puoi”... è vero amche che “tu non puoi”.

Nel mezzo della corsa all'Ovest, due famiglie arrivano laggiù per un futuro di abbondanza. Samuel Hamilton, irlandese, è padre di nove figli: la terra, per lui, non ha segreti, e la affronta con la fantasia e il cuore di chi sa che siamo polvere di stelle. Adam Task viene dal Connecticut, è padre dei gemelli Caleb e Aaron, ha molti soldi ma scarso spirito imprenditoriale: l'abbandono della moglie Cathy – sociopatica, piromane, pluriomicida, prima prostituta e infine maitresse: un'antagonista indimenticabile – lo ha marchiato, condannandolo a compiere sempre gli stessi errori. Anche i figli della coppia saranno in lotta, proprio come Adam lo era stato col fratello Charles: al centro della contesa, l'amore di un padre anaffettivo e quello della medesima ragazza - Abra, l'antitesi di Cathy. Quelli di Steinbeck sono uomini d'altri tempi. Scavano pozzi, costruiscono mulini, coltivano fagioli. Polverosi e spiegazzati, tuttavia, sono capaci di una gentilezza commovente e pregano che le loro grosse mani callose, sempre libere del sangue, possano raccogliere le azalee. A volte meschini, altri generosi, camminano a notte fonda per non azzuffarsi e si confessano a vicenda il terrore di scoprirsi dalla parte sbagliata della storia.

Le bastava bere la bottiglia intera e lei sarebbe rimpicciolita ancora e scomparsa e avrebbe cessato di esistere. E la cosa migliore di tutte era che, quando avesse smesso di essere, non sarebbe mai stata. Quella era la sua certezza più cara.

All'incirca lì, dove tre generazioni di personaggi straordinari hanno deciso di intrecciare i loro destini, era stato esiliato anche Caino dopo l'assassinio di Abele. L'antico testamento dedica a lui quindici versi appena. Steinbeck, invece, lo mette a processo in oltre settecento pagine. E, a sorpresa, lo assolve con una parola-mondo: timshel, tu puoi. L'uomo non è prigioniero del proprio sangue. È libero di scegliere, ricordare, perfino dimenticare. Artefice del proprio destino e, per questo, pari agli dèi. Nella valle di Salinas cresce di tutto, ma soprattutto la convinzione che qualcosa possa sempre rinascere. Perché “siamo animali meravigliosi”. E capolavori così esistono proprio per ricordarcelo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Work Song - Hozier

martedì 4 agosto 2026

Grandi nomi, grande hype: Odissea | Pecore sotto copertura | Il diavolo veste Prada 2 | La cronologia dell'acqua

È la storia che mi ha insegnato ad amare le storie. Per fortuna, Nolan non è Petersen; Odissea non è Troy. Più fedele del previsto all'originale, si avvale di diversi narratori e accenna perfino a Clitemnestra, passando per il sacrificio di Ifigenia. Inevitabilmente, però, fa sua anche la struttura episodica del poema. Nonostante il montaggio, le tappe del viaggio appaiono schematiche e ripetitive. Qualcuna sorprende (Circe: un'immensa Morton), qualcuna manca (Nausicaa, sostituta da una Calipso da spot), qualcuna delude (Polifemo, Scilla e Cariddi sono spogli di qualsiasi componente horror – e perché il ciclope muto?). L'Ulisse di Damon non è più “nessuno”. Sprovvisto dell'atteggiamento sornione dell'eroe, è un reduce segnato dal conflitto: perfino gli dei, nell'intuizione più interessante, appaiono proiezioni del PTSD. Provatissimo, si muove in un adattamento che avrebbe funzionato meglio a puntate. Ma l'obiettivo, raggiungere una Hathaway da Oscar, viene centrato nella parte migliore: quel ritorno a casa che soltanto lo scorso anno, però, aveva già raccontato Uberto Pasolini (e con più sangue). Ciò che resta di tanto hype e di altrettante polemiche è un evento di cui godere sullo schermo migliore che c'è. Un film grande che, pur senza deludere, non diventa un grande film. Odisseo, tracotante quanto il suo regista, avrebbe comunque benedetto tanta ambizione. (7)

Essere una pecora. Espressione idiomatica di cui i sinonimi più diffusi sono: essere pavido, sciocco, smemorato. A sorpresa, il film per famiglie di Kyle Balda – il primo live action in una carriera altrimenti votata all'animazione: qui sceneggia il premiato Craig Mazin – rovescia il cliché. E fa di un gregge il protagonista di un giallo all'inglese dove il candore della favola Babe - Maialino coraggioso incontra i sospettati sopra le righe di Cena con delitto. Chi ha ucciso il pastore interpretato dal solito Hugh Jackman? Indagano le sue amatissime pecore, cresciute nel più verde dei pascoli e con le storie della buonanotte di Agatha Christie. Tenero e colorato, ma anche solidissimo nell'intreccio, Pecore sotto copertura è arrivato infine su Amazon Prime Video per parlare del rapporto tra uomo e natura, dei pregi e dei difetti della vita comunitaria (a tratti, dolorosamente esclusiva), dell'immortalità conferita dal ricordo (anche se, a volte, sarebbe ben più semplice dimenticare). Ci si può commuovere fino alla lacrime per un film su un gregge in CGI? Sì. E lo si può anche scoprire tra i più inattesi – e belli – dell'anno corrente. (8)

La sorpresa è che, in un mondo di sequel senza trama e schiavi della nostalgia, Il diavolo veste Prada ha ancora qualcosa da dire. Il giornalismo è in crisi, il formato cartaceo in via d'estinzione, l'abuso dell'intelligenza artificiale è ormai dietro l'angolo. La leggendaria rivista Runway è in pericolo. E Anne Hathaway e Emily Blunt, qui complici a dispetto dei passati dissapori, fanno squadra per salvarlo. A mancare del tutto, perciò, non è la storia: è l'iconicità. In questo secondo capitolo non c'è ritmo, non c'è cattiveria, non ci sono colori: perfino la fotografia è spenta. Meryl Streep torna a vestire Prada, ma ripone gli artigli. Miranda ha una nuova assistente ferrata sulla body positivity, vola in Economy e avanza in una sceneggiatura macchinosa, che la trascina di città in città come in un film di James Bond. I fidanzati sono meno tossici (ma più inutili, così come i nuovi comprimari) e l'aura da fiaba cede il passo a un film sì più adulto, ma meno sognante. Lontani i tempi in cui un milione di ragazze avrebbero ucciso per quel lavoro. L'editoria è morente, e sul mobbing non si scherza più. Ma questo bagno di realtà – e nel politically correct? – crea una patina opaca su una commedia che ci piaceva tanto proprio perché brillantissima. (5)

È possibile annegare nelle profondità di sé stessi? A domandarselo è stata Lidia Yuknavitch – scrittrice ed ex nuotatrice – in un'autobiografia a cuore aperto in cui la rinascita passava attraverso gli abusi familiari, gli eccessi di stupefacenti, il sesso promiscuo. Troviamo tutti gli ingredienti del suo memoir – sudore, sangue, cloro – in un esordio alla regia che, proprio come il testo alla base, non è per tutti i palati. Soltanto qualcuno come Kristen Stewart avrebbe potuto dirigere questo adattamento: un'anti-diva spregiudicata e senza paura, alle prese con lo scavo psicologico di una nuova outsider. La cronologia dell'acqua è un film in frantumi su una giovane donna a pezzi. Arduo, sensoriale e rarefatto al contempo, affascina e respinge: troppo sperimentale, troppo carico di amanti e dolori, e con troppo corpo messo in scena. Eppure, non c'era davvero altra maniera per raccontare una storia simile. La sempre sottovalutata Imogen Poots impersona la protagonista dall'adolescenza all'età adulta, e regala una delle performance più potenti dell'anno accanto ai comprimari Thora Birch (la sorella maggiore) e Jim Belushi (il pigmalione). Loro sono teneri, tenerissimi, in un dramma umano che colpisce dove la carne è più debole. E dove l'acqua è più alta. (7+)

lunedì 27 luglio 2026

Recensione: American Psycho, di Bret Easton Ellis

| American Psycho, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 15, pp. 496 |

Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Nella prime pagina del romanzo cult di Bret Easton Ellis, la citazione dantesca campeggia come un avvertimento - scritta a caratteri rosso sangue sul muro di una New York invasa di poster di Les Misérables, ristoranti fusion, yuppies in doppiopetto e clochard coi segni del Vietnam. La lettura sarà un viaggio infernale: senza catarsi, senza senso, senza ritorno. Eppure, c'è qualcosa di curiosamente irresistibile - divertente perfino - in questo lungo decalogo di oscenità e griffe, sentenze e torture. Quanto è liberatorio essere cattivi?

Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa.

A tentarci con questa domanda è Patrick Bateman, reso iconico dall'interpretazione di Christian Bale. Ventisei anni, ricco e vanesio, vive nello stesso grattacielo di Tom Cruise ma ambisce a diventare il prossimo Donald Trump. Capobranco dei lupi di Wall Street, ha una fidanzata che lo considera il ragazzo della porta accanto e una schiera di amici identici in quanto a vestiario, ideologie, nevrosi. Intercambiabili come replicanti – i capelli impomatati, l'abbronzatura da solarium, il terrore della stempiatura –, vivono per una prenotazione al Dorsia e parlano dell'avvento dell'Aids come se non potesse sfiorarli, facendo a gara di commenti discriminatori. A trentacinque anni dalla pubblicazione, i risvolti shock di American Psycho sono ormai famigerati. E i segreti di Bateman non più così segreti. Anch'io sapevo già perciò che, indossati i guanti di camoscio Armani, si trasforma in un assassino di animali, uomini, donne, bambini.

Questi non sono tempi per gli innocenti.

La sua violenza riempie pagine tanto fantasiose quanto aberranti – con tanto di cannibalismo e necrofilia: il film mostra soltanto la punta dell'iceberg –, in una America troppo presa dagli scandali di Reagan per procedere con la conta delle vittime. Non sapevo, invece, che mi sarei scoperto spettatore di una specie di live show h24 in cui l'alienazione del protagonista si manifesta attraverso crisi di pianto e raptus. Forse non così colto, non così brillante, non così in forma, Bateman sputa sul lettore frasi turpi e pensieri di morte, mentre discetta amabilmente di quadri astratti (anche se quello in salotto è appeso al contrario), lenzuola di cotone egiziano (peccato che la lavanderia all'angolo tratti le macchie di sangue con la candeggina), biglietti da visita (avorio o color guscio d'uovo?). Cinico, schematico, esilarante nella sua assoluta immoralità, Ellis fruga tra le pieghe - e le piaghe - più purulente della propria generazione, firmando un delirio d'onnipotenza che striscia e incalza come un pensiero intrusivo. Essere un serial killer anziché essere nessuno: la provocazione, oggi più che mai, suona profetica. Nel 2026, uno come Bateman non finirebbe di certo dietro una scrivania. Potrebbe essere un influencer. O abitare già la Casa Bianca.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Psycho Killer

giovedì 16 luglio 2026

Recensione: Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates

 | Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates. La nave di Teseo, € 20, pp. 490 |

Come approcciarsi a una delle più grandi scrittrici viventi? L'indecisione, a lungo, mi ha tenuto lontano da Joyce Carol Oates: prolifica quanto Stephen King e, ogni anno, in odore di Premio Nobel. La conoscenza è avvenuta con un romanzo lungo, certo, ma meno sperimentale di altri. Una storia di formazione a metà tra Harper Lee e Ian McEwan, dove una dodicenne troppo curiosa scopre prematuramente le crepe del mondo adulto, il razzismo e altri mostri. Ultima di di sette figli, Violet Rue Kerrigan ama la sua famiglia. Al 388 di Black Rock Street, South Niagara, New York, vive questo affiatato clan di origine irlandese in cui la ragazzina vuole disperatamente essere accettata – soprattutto dai maschi, che più degli altri sembrano avere una vita segreta.

Una famiglia somiglia a un albero gigantesco. Può anche essere gravemente danneggiato, magari sta cominciando a morire e marcire, ma le sue radici sono aggrovigliate sottoterra, inestricabilmente.

L'irrequieta Violet incolla l'orecchio sulle porte chiuse e sulle assi del pavimento. Cerca di carpire i non detti, finché scopre qualcosa che tutti, compreso il sacerdote, le ordinano di omettere: i fratelli maggiori, senza motivo apparente, hanno ammazzato un giovane afroamericano. Lei è l'unica a sapere dov'è sepolta l'arma del delitto. Il titolo ce lo anticipa. Scissa tra senso di colpa e senso d'appartenenza, Violet farà la spia. Ma quella che sembra la fine è solo l'inizio di una storia che segue la protagonista dall'infanzia alla vita adulta, passando attraverso gli abusi di un insegnante, i lavori svilenti, le relazioni tossiche. Può la giustizia rovinare la vita? Uscita dalle grazie della famiglia, Violet imparerà che le parole sono irreparabili. E, davanti ai futuri predatori, avrà il terrore di perdere tutto, di nuovo, a causa di una sillaba di troppo.

La felicità non è affidabile. La malinconia sì.

Dopo una prima parte potentissima, la seconda sconta i difetti dei romanzi più lunghi del necessario. Gli stadi dell'esistenza della protagonista – fragile e provocatoria, vittima e carnefice – finiscono per somigliare a racconti sconnessi, quasi a sé. Anche quando il focus sembra perdersi, tuttavia, Oates resta straordinaria nel descrivere con asciuttezza la maturazione di Violet, il suo passare da una vita provvisoria all'altra, in attesa che la condanna dei fratelli – e, quindi, anche la sua – raggiunga il termine stabilito. Ma dove fare ritorno, se nel frattempo la casa d'infanzia è stata venduta per fronteggiare le spese giudiziarie? Ho fatto la spia è la storia di un esilio, di una ragazza con una cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei capelli e di un passato dolorosamente idealizzato, in cui le attese riempiono di speranza e terrore. Ogni famiglia è un microcosmo impenetrabile: la fedeltà è tutto, il silenzio è d'oro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Chordettes – Mr. Sandman