
|La vita giovane, di Mattia
Insolia. Mondadori, € 20, pp. 384 |

|La vita giovane, di Mattia
Insolia. Mondadori, € 20, pp. 384 |
Serve più coraggio ad andarsene o a restare? L'ho chiesto ai miei studenti, introducendo il finale dei Malavoglia. In classe, con me, c'era una collega di sostegno: anche lei, che per forza di cose si è lasciata il sud alle spalle, ha accolto la domanda con un sussulto. Mentre i nostri ragazzi suonavano più decisi che mai – coraggio, per loro, è prendere e partire –, io e lei ci siamo rivolti un'occhiata incerta. Senza dircelo, abbiamo pensato ai nostri paesi, ormai spopolati; ai nostri genitori, più fragili e segnati ogni volta che torniamo; agli amici rimasti, a cui vorremmo urlare di non accontentarsi, ché il mondo non è tutto lì. Siamo stati coraggiosi. O soltanto più veloci a scappare?
Guarda che un'ultima possibilità possiamo averla tutti. Finché stiamo al mondo, possiamo ancora averla.
Ho trovato gli stessi tarli nell'ultimo romanzo di Mattia Insolia: l'inno di una generazione, la mia, che voleva fare i soldi e salvare il mondo, prima di arenarsi in una stanchezza esistenziale dove dormire è l'unico modo per continuare a sognare. Il protagonista, Teo, da dieci anni a Milano, torna alle origini per il matrimonio degli inseparabili Giorgio e Matilde. Un tempo, insieme a Tommaso (fedele all'autodistruzione), Marta (vittima degli amori sbagliati) e Sofia (il suo più grande atto mancato), formavano un gruppo indissolubile. Laggiù, nella terra di nessuno, i grilli sembrano urlare un lontano misfatto e tutto, benché uguale, è cambiato. Ancora una volta, la provincia italiana fa da sfondo alla ribellione giovanile: il mondo è un parco giochi di sballi facili e i protagonisti, aggrovigliati come cavi elettrici, si preparano a darci la scossa. Insolia, per fortuna, confina le trasgressioni nei flashback e cambia registro, in un romanzo di inedita delicatezza.
La vita di ora, la vita giovane, mi sarebbe mancata, ma non era per quello che ero in pena. A farmi soffrire era ciò che non avevo mai avuto, o fatto. La vita, sempre di più, ci avrebbe chiuso in quello che saremmo stati, allontanandoci da quello che avremmo potuto essere.
La collera ha lasciato spazio a una bellissima malinconia e, leggendo, mi è passata l'esistenza davanti agli occhi. Di solito, dicono, succede quando muori. Qui, invece, tutto scoppia di vita, e le pagine fanno da cassa di risonanza a noi eterni irrisolti, cresciuti con la Melevisione, la riforma Gelmini, le restrizioni del Covid-19 – e sono talmente già grandi, i nostri dolori, che forse non serviva appesantirli ulteriormente con le dipendenze, gli abusi, il revenge porn, l'autolesionismo. A tratti, la carne al fuoco è troppa. Ma l'autore siciliano conserva la fame dell'esordio, pur mettendo un punto alla rabbia che fu. A differenza del suo Teo, infatti, non reagisce all'imponderabile facendo spallucce. E firma il suo lavoro più sincero, dove non si è mai abbastanza grandi per affrontare la paura del futuro. La vita giovane è un amarcord con il reflusso gastrico delle sbronze tristi. Occhi chiusi, calici alzati, e si balla – scoordinatissimi – per frenare il bisogno di piangere. Adesso, cazzo, rivoglio indietro i miei vent'anni.
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro – Incoscienti giovani








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