lunedì 26 febbraio 2024

Recensione: Le correzioni, di Jonathan Franzen

| Le correzioni, di Jonathan Franzen. Einaudi, € 15,50, pp. 600 |

Da quando la mia famiglia ha cambiato forma, in seguito a una separazione che ci ha sparpagliati e stravolti — anche se, mi dico, non annientati —, accolgo l'arrivo delle feste comandate con un attacco di panico. Qualcuno, una volta, mi ha detto che i momenti di aggregazione acuiscono la malinconia. Ma ha taciuto la fatica che aggregarsi comporta. Quando lontani, ognuno in una regione diversa, tocca far pace con le vecchie ruggini e con i ritardi di Trenitalia pur di rivedersi. Ho passato l'ultima settimana dell'anno sui treni, inseguendo le tessere sparse di un puzzle di cui a volte mi sfugge il disegno; quando ho pensato di poter finalmente tirare i remi in barca nel mio monolocale a Torino — piccolo, sì, ma mio e basta —, mi sono toccati un altro andirivieni, un'altra corsa. Hanno picchiato alla porta gli ottantotto anni di mia nonna, per ricordarci quanto fragile sia il corpo di un'anziana e quanto sia dura, ben più di un femore, la sua testa: ostinatamente rifiuta case di riposo e badanti, esprimendo il desiderio — quando sarà — di morire a casa sua, circondata da una prole ormai troppo provata, fisicamente e psicologicamente, per pensare all'amore filiale. Ho scelto, insomma, il momento più giusto e più sbagliato per dedicarmi al mio primo Franzen. Non aspettatevi una saga familiare da amare. Le correzioni è una commedia umana prolissa, caustica e brutale, che riserva duecento pagine di digressioni di troppo e una galleria di personaggi antipaticissimi. Ma quanto mi somigliano gli incorreggibili Lambert?

L'ignoranza volontaria era un importante mezzo di sopravvivenza, forse il più importante di tutti.

Alfred, ex ingegnere ferroviario affetto da demenza, difende il suo trono: una poltrona blu a cui non rinuncerebbe né per una cura sperimentale né per l'ospizio. Benché incapace di controllare il proprio sfintere, tiranneggia comunque su Enid: casalinga semplice e remissiva, con un fiuto inespresso per gli affari e una sessualità mai esplorata per via del marito perbenista. Hanno messo al mondo tre figli diversissimi, accomunati però dalla stessa consapevolezza: accudire quei genitori invadenti, giudicanti, repubblicani prima o poi li mangerà vivi. Chip, dopo i fallimenti come insegnante e sceneggiatore, vola in Lituania per conto di un improbabile signore della guerra; Denise, andata a letto col capo e poi con la moglie di lui, vive una crisi esistenziale che soltanto la sua vocazione come chef può sbrogliare; Gary, nevrotico banchiere succube del sesso e del denaro, lotta con la sua popolosa famiglia per andare a trascorrere dai nonni un'ultima festività. Nel mezzo ci sono: una crociera per pochi eletti, gli spasmi del mercato azionario, gli investimenti sbagliati, gli ansiolitici. Sullo sfondo: un'America che più America non si può, sospesa nel tempo — siamo, forse, nei tardi anni Novanta — ma sempre identica a sé stessa, stritolata dal falso politically correct e dalle spietate regole del capitalismo. La neve cade, ma senza purezza. E non è così puro, a ben vedere, nemmeno un nipotino prodigio che legge i classici per l'infanzia e giura di stravedere per i propri cari. Allora quale speranza c'è? Purtroppo o per fortuna ci sono le feste, con lo sporco calciato via sotto il tappeto e i tabù taciuti per quieto vivere. Le si passa tutti a St. Jude, nel Midwest, cittadina che significativamente porta il nome del santo patrono delle cause perse. La matriarca si affaccenda, ostenta entusiasmo e sorrisi, ma i figli passivo-aggressivi siedono intanto con la segreta paura di restare intrappolati lì: la «stagione della gioia e dei miracoli», infatti, è la medesima della coercizione emotiva.

Così sono le persone: stupide.

Lo so bene anch'io, pronto ad additare il puntale storto, i regali riciclati, i loro maglioni kitsch, la seduta scomoda: con questa lettura non è stato infatti colpo di fulmine. Più farsa che tragedia, fotografata con un filtro grottesco che ne esaspera vizi e stramberie, quella di Franzen è una parodia al vetriolo dei sogni e degli incubi di una generazione che ha creduto, finché ha potuto, nella fiaba della virtù e dei buoni sentimenti. Meglio svegliarsi o continuare a nutrire l'inganno, magari aiutati da una pillola magica che si chiama come il leone di Le cronache di Narnia? Franzen mi ha fatto sbruffare per le loro parole di troppo, ridere delle loro idiosincrasie e infine commuovere, grazie a un'ultima parte tanto brillante quanto spietata in cui i Lambert si sono rivelati un po' infelici a modo mio. Ho letto di loro in attesa delle coincidenze dei Freccia; nel letto in cui dormiva mia madre da bambina; al capezzale di una nonna abbastanza lucida da spendere ancora una parola per l'arrivo dei suoi sessant'anni di matrimonio. Con la voglia di stringermi ai miei familiari e di scappare dall'altra parte. Mentre, tra tristezza e sollievo, le vetrine venivano pian piano spogliate delle loro decorazioni fino a piombare in un anonimato consolante. Le luci delle città non hanno rispetto per i dolori dei figli. Meglio aspettare a denti stretti l'Epifania: che porti via gli strascichi, e la malinconia, di questo nostro canto di Natale stonato.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Presley – Blue Christmas

lunedì 19 febbraio 2024

Recensione: Cuore nero, di Silvia Avallone

| Cuore nero, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 20, pp. 368 |

Nelle ultime settimane ho recuperato Mare fuori. L'ho visto in apnea. Ne ho parlato a lezione con i miei studenti, citando ora gli amanti rivali di Shakespeare e ora Manzoni, con quella testa calda di Renzo in fuga da Milano. L'ho divorato, ma criticato, facendo riflettere i più giovani sulla romanticizzazione della criminalità, sull'approssimazione della sceneggiatura e della recitazione, ma soprattutto sulla pecca maggiore: perfino nella furia compulsiva del binge watching non può sfuggire la completa assenza di speranza in una produzione pensata per un target adolescenziale. Per i beniamini del pubblico non c'è riscatto: quando escono dall'IPM di Napoli sono destinati o a ritornarci, o a moririre. Ho alternato alla visione l'ultimo romanzo di Silvia Avallone: provvidenzialmente, un'altra storia che similmente parla di carcere minorile, amicizie fatali, giovinezze interrotte. Qui, tuttavia, c'è ciò che manca alla produzione Rai: una riflessione sulla fatica di ricominciare. Non altrove, bensì da sé stessi. Dopo un'adolescenza spesa nel minorile di Bologna, c'è chi non riesce a riscattarsi e si toglie la vita; c'è chi non soltanto si reinventa, ma nel frattempo si è diplomato o finanche laureato; infine c'è Emilia, la protagonista, che in fuga dalla gogna mediatica si rifugia in un eremo irraggiungibile ai confini del Piemonte. A Sassaia non ci sono strade percorribili in macchina, televisori, persone che possano ricordare i dettagli di cronaca. Quel borgo fantasma che ha ospitato streghe, eretici e partigiani conta due abitanti appena: con l'arrivo di Emilia, tre.

Ora ti sembrerà impossibile. Ma io ti garantisco che tutto passa. E, se non può passare, cambia.

La donna, ormai trentunenne, è disabituata al silenzio, alla tecnologia, a uomini che non siano suo padre. Ferma all'estate dei suoi quindici anni, ai poster di DiCaprio e Britney Spears, è la caricatura di una teenager controcorrente, tutta sigarette e scarponi. Reagisce alla libertà come un cerbiatto accecato dagli abbaglianti. Diffidente, non si fida nemmeno di Bruno: un solitario maestro elementare che lascia le castagne migliori in dono ai defunti genitori e combatte l'analfabetismo della valle nell'impossibilità di fare altrettanto coi propri dolori. Leggerà poesie per fare addormentare Emilia. Ci andrà a letto prima di conoscere il suo nome: troppa la fame di calore umano. Si innamorerà di lei, ricambiato, senza conoscerne l'oscurità interiore. Cosa penserebbe lui, vittima dell'ingiustizia, della relazione con lei, carnefice? A raccontarci la loro storia è Bruno, a lungo ignaro, che costruisce la nuova routine di coppia su una fragile bugia in cui hanno entrambi il disperato bisogno di credere. Ma Cuore nero non è soltanto il resoconto di un incontro vissuto con l'entusiasmo febbrile di una seconda adolescenza. È soprattutto l'esame di una coscienza sporca, logora, che per trovare rattoppi ha dovuto conoscere la detenzione: con le sue privazioni, con le sue amicizie e inimicizie, con l'autolesionismo e gli psicofarmaci, ma anche con l'istruzione carceraria.

Ti dicono: “Vai, sei prosciolta”, ma è solo una parola. Come troia e ti odio nel diario dei sedici anni. La verità è che non ti puoi sciogliere da te stessa, che non c'è modo di tornare indietro, sistemare le cose, tirare un sospiro di sollievo e, finalmente, andare avanti.

Grazie alla prof giusta, le detenute scoprono Dante e Dostoevskij. Sostengono la maturità da privatiste, commosse dall'opportunità di mimetizzarsi per una volta con i loro coetanei. «Stronze, troie e regine», corrono perfino alle urne. Tra un romanzo e l'altro, l'autrice ha insegnato scrittura creativa in carcere. Ha dialogato con detenuti, educatori, giudici. È nata così una vicenda sì d'immaginazione, ma attentissima ai sogni e agli incubi dei diseredati. Com'è la neve vista da dietro le sbarre? Cosa significa scoprire il sesso a trent'anni? Quanto è profondo l'abisso, quanto difficile coltivare fiori sul suo bordo vertiginoso? Tragico, commovente e realistico, questo ritorno in libreria colpisce e affonda grazie a due protagonisti chiaroscurati e al calore di una scrittura che infonde quiete. Avallone non è più l'autrice arrabbiata degli inizi. È cresciuta, e la ribellione dell'esordio ha lasciato spazio a maturità e consapevolezza. La leggo e la immagino in pace. In Emilia è possibile scorgere traccia dei vecchi spigoli di Silvia, dei prefabbricati industriali e dei sentimenti morbosi di Acciaio, ma il meglio di lei è in Bruno: un omone a cui dona grazia, pacatezza, empatia. È lui a spiegare si suoi alunni che la nostra lingua è viva: cambia, si evolve. Gli errori di ortografia sono legittimi. Si impara a furia di sbagli, e c'è speranza anche per Martino Fiume, un discolo che proprio non vuol saperne di applicarsi. Ha sbagliato anche Emilia: un'anima smarrita da ricondurre sulla retta via dell'auto-assoluzione. E in discoteca, nella notte Capodanno, in un passo a due sulle note di un tormentone di Gigi D'Agostino. Il male dietro. Il mare fuori, certo, ma a un passo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gigi D'Agostino – L'Amour Toujours

martedì 6 febbraio 2024

Recensione: Ventre, di Giulia Della Cioppa

| Ventre, di Giulia Della Cioppa. Alter Ego, € 16, pp. 148 |

Si chiama Margherita ed è un fiore reciso. A ventisei anni ha mandato giù una boccetta di Tavor con un bicchiere di latte. Purtroppo per lei, ha sette vite come i gatti. Ricoverata in terapia intensiva, ha l'orecchio fino, una mente instancabile e un corpo di cui non avverte nostalgia. Giace inerme, accanto a una paziente massacrata di botte dal compagno violento, e si scopre dolorosamente in balia degli altri. Irrequieta, curiosa, febbrile, un tempo era una ribelle: per lei era stato preannunciato un destino o da tossica o da terrorista. Ora è lì, sotto i neon, come un'orata spennellata d'olio sul bancone del reparto pescheria. Mentre il corpo di Margherita è immobile, i suoi occhi urlano vendetta. Sa dar loro voce Giulia Della Cioppa, classe 1996, che sul finire dell'anno mi ha sorpreso con un esordio bomba. L'autrice casertana è abile nel leggere i parametri vitali, le ombre a forma di balena che si proiettano sul pallore dei muri, i corpi femminili. Per lei non hanno segreti. E nel condividerli con noi gioca deliziosamente a sconvolgerci, attraverso i meccanismi di un perverso body horror in cui la protagonista diventa una Barbie tormentata – e finalmente desiderata – da due litiganti.

Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità, così come hanno insegnato tutto il resto. Ci deve essere stato un tempo in cui né uomini né animali sapevano cacciare e dalla violenza della nascita hanno imparato. Un corpo sanguinante esce da un corpo sanguinante. Spaventati e impauriti dal mostro-donna devono averne sovvertito la crudeltà. Fossi stato un uomo, ci avrei provato anch'io. La sopravvivenza ti spinge a atti disperati.

Da un lato c'è la madre, donna rigida e ossessiva che in passato frugava nei suoi diari e nei suoi zaini in nome della brama di possesso: negli anni, l'ha accudita e ingabbiata. Come poteva sua figlia, la sua creatura, avere una vita segreta all'infuori di lei? Dall'altra c'è l'infermiera del turno di notte, che si chiama Bianca ma nasconde un'anima nera: abusando della paziente, la lecca, la morde, la pungola. La sfida. Cerca di strapparle un piccolo segno vitale o prova piacere nel saperla incosciente? Conturbante, oscuro, nuovo, Ventre è una storia sul masochismo delle relazioni familiari in cui si mescolano pena e godimento e dove le madri, terrificanti, dominano incontrastate sui vivi e sui morti. Non c'è atto più violento del nascere. Le donne sono le detentrici di questo rituale sanguinoso: janare spaventose, streghe onnipotenti, che si appollaiano sul petto delle belle addormentate. E danno. E tolgono. E coi petali di Margherita giocano, infine, a uno spietato “M'ama non m'ama”. Se potesse, la protagonista si sveglierebbe? Rinascerebbe? Più vicina alle provocazioni della letteratura weird che al polverume di una certa narrativa italiana, Della Cioppa spezza l'eterno presente a cui l'overdose di barbiturici ha condannata Margherita e, in un epilogo impeccabile, ci svela che è il suo è sempre stato un romanzo di formazione. Anche in coma, infatti, non smettono di crescere peli, capelli, unghie. Per rinascere è necessario crescere.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Litfiba - Il mio corpo che cambia

giovedì 1 febbraio 2024

Recensione: Il nostro grande niente, di Emanuele Aldrovandi

| Il nostro grande niente, di Emanuele Aldrovandi. Einaudi, € 17, pp. 200 |

Avete mai immaginato il vostro funerale? I volti dei parenti contratti dalle lacrime, i discorsi commemorativi, la piccola foto sulla lapide. Avete mai fantasticato su come la vita andrebbe avanti, nonostante voi? Matrimoni, nascite, altri funerali ancora. Vi siete mai chiesti, sentendovi soli e incompresi: se io morissi qui, sul colpo, a chi mancherei davvero? L'esordio di Emanuele Aldrovandi è una storia d'amore e perdita costruita su questi interrogativi: nel corso della lettura, diventeranno un'ossessione. Da quando il protagonista è morto in un incidente stradale, la sua compagna sta lentamente venendo a capo del letto disfatto, della libreria disordinata, delle briciole accanto al computer, della mancata maratona di Star Wars. Lui autore teatrale, lei editor, si conoscevano sin dagli anni del liceo. Giovani, affiatati, ironici, avevano un soprannome per ogni amico; la passione per gli Smiths e i Radiohead; l'hobby di passeggiare nei cimiteri. A raccontarceli è il protagonista stesso, che come Casey Affleck in A Ghost Story continua ad aleggiare nella casa che gli è appartenuta. Mentre lui è cristallizzato nel tempo, l'esistenza altrui scorre velocemente: anche quella della sua vedova, che dopo un po' riprende a mangiare, sorridere, amare.

Sarebbe bello poter piegare il tempo in due, come se fosse un foglio di carta, farci un buco e congiungere il presente con il passato. Io potrei essere ancora vivo, nel passato. Attraverso quel buco potrei allungare la mano e stringere la tua, nel presente.

Non vi rivelo come né perché, ma questo insopportabile struggimento, purtroppo o per fortuna, dura poco. Quando lo spunto narrativo sembrerebbe essersi in fretta esaurito, infatti, tutto cambia. Il romanzo si riavvita su sé stesso in un tuffo carpiato e nella seconda metà assume un'altra connotazione, nuova vita (anche a rischio di scontentare qualche lettore). Ma gli interrogativi restano, pronti a tormentarci e a tormentare anche questi amanti per tutto il tempo senza nome. Scritto in seconda persona, privo di una grande evoluzione ma al contempo denso e stratificato, Il nostro grande niente ci riserva salti indietro e in avanti, sogni lucidi e universi paralleli alla La La Land, più domande aperte che risposte preconfezionate. Forte di dialoghi profondamente cinematografici per nitidezza e citazioni, mescola filosofia e fede, sacro e profano. E, seppure nella tragedia, riesce anche a divertire grazie a un narratore polemico e nichilista, intrigato sin dall'infanzia dai come e dai perché, ma disposto a mettere tutto in discussione per le nuove, brucianti consapevolezza che morire gli ha donato: siamo tutti sostituibili, l'attrazione è una reazione chimica, la vita è meccanicismo. Perfino l'amore disperato delle prime pagine, così, viene messo al vaglio: dietro la coppia felice degli inizi c'era predestinazione o soltanto casualità?

Come avevo fatto ad arrivare fino a trent'anni senza impazzire? Voi come fate?

Leggero ma pieno degli interrogativi che tutti noi ci siamo posti, almeno una volta nella vita, Aldrovandi è la voce dei trentenni a un bivio. Quale traccia lasceremo del nostro passaggio su questa terra? Siamo preoccupati dagli sconvolgimenti climatici e dal precariato: non vogliamo figli e, in fondo, speriamo che il mondo smetta di battere insieme al nostro cuore. Siamo cinici, ma sentimentali. Siamo atei, ma affamati d'eterno. Ad aprile farò trent'anni. Se interrogato, risponderei che non credo in niente. Ma ci spero. Ecco, questo romanzo è così: un po' di speranza contro il terrore della nostra finitezza.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Pearl Jam - Just Breathe

giovedì 25 gennaio 2024

And the Award goes to: Anatomia di una caduta | The Holdovers | Saltburn | Maestro

In uno chalet una famiglia cerca pace. Lui è un professore, frustrato per i tentativi di cimentarsi con la scrittura. Lei, fresca di un'appassionata intervista, è un'autrice internazionale. E poi c'è il loro bambino, cieco dopo un incidente. Il marito muore. La moglie è la principale indiziata. Il figlio, l'unico testimone. Vincitore della Palma d'Oro e destinato a farsi strada fino agli Oscar, il film di Justine Triet è un'analisi del caos di una coppia contemporanea, in cui i ruoli di genere si sono invertiti e l'uomo, vittimista, si lecca le ferite all'ombra di una donna castrante nella sua intraprendenza. La tedesca Sandra Huller si difende ora in inglese, ora in francese, e regala la performance dell'anno in un thriller giudiziario in cui si parla di letteratura, sessualità, relazioni tossiche. La visione in lingua originale è imprescindibile: i passaggi da una lingua all'altra pongono la protagonista in una posizione scomodissima e rendono la verità ancora più sdrucciolevole, poiché indefinibile a parole. Mentre quel figlio dagli occhi vitrei non si perde un solo dettaglio, ossessionato perfino dalle rivelazioni più morbose, il processo a Sandra incalza. Qualsiasi sarà l'esito, non ci saranno né vincitori né vinti. È la caduta di un corpo di ottanta chili, che sul tavolo autoptico semina indizi contraddittori. È la caduta di due dei, che lasciano l'Olimpo vuoto e un figlio privato delle sua innocenza. Sono stato quel figlio anch'io. Sono passati otto anni dalla fine della mia famiglia. E, instancabile, cerco ancora un senso, un alibi, una prova, per raccontarmi la fine dell'amore da cui sono nato. (9)

Lui è un professore burbero e inflessibile. Lei è una cuoca in lutto per il figlio morto in Vietnam. L'altro è uno studente brillante ma poco zelante, a cui la madre fresca di divorzio preferisce il nuovo compagno. Loro, destinati a farsi compagnia in un college del Vermont svuotatosi per le festività, sono i protagonisti di una commedia fuori dal tempo, al di sopra del tempo, che si muove con la grazia e la gentilezza dei grandi classici del genere. Da insegnante di adolescenti della stessa età del protagonista, da spatriato con una famiglia lontana e sparsa, non ho potuto che accogliere con riconoscenza e riconoscimento l'ultimo film di Alexander Payne, qui ispiratissimo e pronto a sorprenderci anche ai prossimi Oscar. Dopo i fasti di Nebraska, questa volta non confeziona soltanto un semplice romanzo di formazione dall'impeccabile estetica anni Settanta, ma un antidoto contro la solitudine in cui un Paul Giamatti dalle imprecazioni indimenticabili dà all'esordiente Dominic Sessa lezioni di galanteria e ribellione; con loro una Da'Vine Joy Randolph in modalità Octavia Spencer. Di buoni sentimenti ma mai buonista, The Holdovers ci ricorda la differenza preziosa tra cultura e pedanteria, tra nozionismo ed educazione e, soprattutto, la natura crudele del Natale: una festa che taglia fuori i solitari e gli ammalati di malinconia. Come me. Come loro. (8)

C'è del genio nel fare uscire sotto Natale un film in cui sono presenti: fluidi corporei, masturbazione, necrofilia, nudismo, omicidi plurimi. Tutto in famiglia. Ma c'è poco altro di geniale nel ritorno di Emerald Fennell: un thriller lontano dall'incendiario mix di generi che fu invece il Premio Oscar Promising Young Woman, in cui tutto scorre in maniera prevedibile e altamente instagrammabile. Ma, cosa in fondo apprezzabile, sfrenatissima. La regista inglese, promettente come la protagonista eponima del suo esordio, ha carta bianca e un'asticella sempre più alta. Se il suo gusto stilistico è già ineccepibile, se l'umorismo è di quelli neri e british notoriamente collaudati, ci si aspettava molto di più da una sceneggiatura che saccheggia un po' le macchinazioni di Il talento di Mr. Ripley e un po' la satira contro i bianchi privilegiati di The White Lotus. Le scene piccanti sono già cult, compreso quel finale a passo di danza sulle note di un tormentone pop in cui il magnetico Barry Keoghan può finalmente scatenarsi e gettare la maschera. Chi è realmente? Un ragno o una falena? Attratto dal luccichio del bellissimo Jacob Elordi, il cui sudore qui luccica e ammicca più del sole vivo, brucerà. E, nel suo volo convulso, farà fuoco e fiamme in un film appetitoso ma senz'altro meno incendiario delle attese. (7)

Era nata una stella, in un musical di qualche anno fa. Non quella di Lady Gaga, ma di Bradley Cooper: un attore versatile e, soprattutto, un regista con una visione già autoriale. Cito non a caso Scorsese, Eastwood, Spielberg: insomma, i migliori esponenti del cinema classico hollwoodiano. Ancora una volta c'entra la musica, ancora una volta c'entra un'icona: Leonard Bernstein, il primo grande direttore d'orchestra americano, raccontato nel pubblico (poco) e nel privato (troppo) attraverso la forma consolidata dei biopic assai cari all'Academy. Cooper mette sudore, sangue e naso prostetico in un'interpretazione fortemente mimetica, ben attenta agli sbalzi d'umore e ai manierismi. Ma sono la grazia e la semplicità di Carey Mulligan a rubate le nostre lacrime, regalando cuore a un film che ne sarebbe altrimenti sprovvisto. Colpa di una scrittura frammentaria, fatta di episodi giustapposti. Colpa di una componente musicale che, strano ma vero, latita. Tutti sono in stato di grazia, tutto è all'apice dell'eleganza, ma la visione non coinvolge mai fino in fondo, se non non nelle poche scene in cui il trito chiacchiericcio cessa e la musica, troppo sacrificata, prende il sopravvento per esplodere lungo le navate delle chiese; nelle coreografie iniziali in cui i protagonisti, ancora innamorati e inconsapevoli, si mescolano ai danzatori. In questo Maestro, per il resto, purtroppo, non c'è l'estate a cantare. (5)

martedì 16 gennaio 2024

Recensione: L'età fragile, di Donatella Di Pietrantonio

| L'età fragile, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 18, pp. 192 |

Lucia, la protagonista dell'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, è una fisioterapista con l'hobby del canto corale. Rimpiange di non sapere suonare altro strumento all'infuori della sua voce. Inaffidabile, cambia in preda all'emozione; a differenza del suono di un violino o di un pianoforte, è incostante e volubile, destinata a incrinarsi. Ho pensato che la voce di Di Pietrantonio, invece, è la cosa più bella che possiede. Bastano poche parole per riconoscerla, poche pagine per avvertire una specie di nodo in gola. Profondamente e naturalmente emozionante, piace quando senza fronzoli. Sarà per questo che L'età fragile, toccante ma troppo costruito, mi è piaciuto soprattutto nella prima parte: quando l'autrice dice i non detti tra una madre e una figlia, accennando di sfuggita a una componente gialla che, purtroppo, poi diventerà preponderante.

La vita segreta dei figli. Sappiamo che esiste, ma no siamo mai pronti a toccarla. Restano per sempre angeli senza sesso nel chiuso delle nostre teste. Indifferenziati, mai del tutto partoriti.

Ambientato in Abruzzo, segue due linee temporali. Nella prima, in periodo Covid, Lucia torna a vivere con sua figlia Amanda: studentessa universitaria sfuggente e ostile, che, barricata nella sua cameretta, vive alla stregua di un hikikimori. Dove affondano le radici della sua depressione? Nella seconda, collocabile nei primi anni Novanta, la protagonista ricorda l'amicizia con Doralice: coetanea fuggita in Canada e sopravvissuta a una tragedia di cui i cronisti di nera avevano ampiamente scritto. Materna ed evocativa come soltanto lei sa essere, Donatella riporta due storie di fragilità giovanile e cerca forzatamente il filo conduttore. Erede di un terreno a Dente di Lupo, località spettrale ormai scomparsa dalle guide turistiche, la protagonista si scopre divisa fra montanari e speculatori. Cedere o tenere? I luoghi hanno forse colpe da scontare?

Portavamo ancora sulle braccia i segni dei rovi. Volevamo soltanto essere giovani.

Tutt'altro che mitizzata, ora bella e ora crudele, la natura di Di Pietrantonio somiglia a coloro che la popolano. Selvatici e isolati, chiusi allo straniero e un po' rozzi con le donne, hanno cercato i responsabili del delitto di Morrone (paragonato spesso al Massacro del Circeo) con i fucili da caccia e le torce puntate. Il tribunale ha portato la giustizia, non il perdono. In fondo non sa perdonarsi neanche Lucia, responsabile di un'amicizia perduta e ora di una figlia di cui ha sottovalutato i dolori provati nella più tentacolare Milano. Le uniranno la consapevolezza di essere parimenti fragili, una terra vergine, un sentiero che c'è già ma va soltanto rintracciato. Un po' Taylor Sheridan, un po' Ken Loach, l'autrice mette troppa carne al fuoco e, fuori dalla sua comfort zone, non appare a proprio agio con la suspense. Avrei preferito che, anche a costo di ripetersi, si fosse limitata a essere la solita affidabile Di Pietrantonio. La voce a nudo.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa - Anche fragile 

domenica 31 dicembre 2023

Le mie Top 2023: il cinema e le serie TV

10. Nimona

Una fiaba per grandi e piccini che omaggia il genere e lo rivoluziona. A metà tra il ciclo bretone e lo steampunk, non ha bisogno di forzature per risultare inclusiva, femminista, nuova.

9. Beau ha paura

Come non averne, di paura, davanti a un film così lungo, ostico, sperimentale? Impavido, Aster divide con un'esperienza cinematografica impareggiabile. Freud sarebbe andato a nozze con l'odissea di questo stralunato Phoenix in fuga dalla madre.

8. Pearl

Apparso nel circuito festivaliero l'anno passato, è arrivato in Italia esclusivamente in homevideo. L'assassina seriale di West è un personaggio di rara complessità emotiva e Mia Goth le rende giustizia in un monologo lungo dieci minuti. Il resto è un incubo in technicolor che fa ben sperare per il terzo capitolo della serie.

7. The Whale

Aronofksy torna a parlare di corpi. E insieme a lui torna Fraser, a lungo assente dalle scene. La loro collaborazione, claustrofobica e provante in un salotto già affollato di disturbi – non solo alimentari –, non è per tutti, ma regala un'interpretazione dalla potenza annichilente.

6. La chimera

Gli stranieri ce la invidiano, ma noi abbiamo avuto occhi troppo distratti per riconoscere il talento di Alice. Spirituale, tragica, immaginifica, questa volta raduna un cast internazionale e ci regala il film più vitale dell'anno, pur parlando di morte.

5. Close

Corrono per i campi fioriti e non hanno pensiero alcuno. L'adolescenza porrà fine a quegli andirivieni e getterà lo spettatore in una valle di lacrime. Dopo Girl, dal Belgio un'altra storia di repressione e identità. Perché comportarsi da uomini, quando semplicemente bambini?

4. Anatomia di una caduta

Il vincitore all'ultimo Festival di Cannes è un'analisi del rapporto uomo-donna, un giallo, una foto di nozze. Sorretto dall'interpretazione di Huller, scivola dal francese all'inglese, così come scivola la verità stessa: sdrucciolevole, non renderà libera una famiglia infelice a modo suo.

3. Babylon

Stroncato in patria, è stato un flop. Perfino io l'ho saltato in sala e l'ho recuperato tardi, in una visione domestica non all'altezza di cotanto splendore. Perdonami, Chazelle, per aver dubitato: sei memorabile tanto nei musical quanto nei baccanali.

2. C'è ancora domani

Al botteghino, una casalinga ha sorpassato Barbie e Oppenheimer. Oltre allo straordinario successo di pubblico c'è di più. Cortellesi firma un esordio lieve e impegnato, il cui finale ci lascerà per anni a bocca aperta – con buona pace di Silvestri, che canta A bocca chiusa.

1. Aftersun

L'ho visto a gennaio, ma se chiudo gli occhi sono ancora lì, fra le luci di una discoteca. E cerco invano di carpire i segreti di un padre malinconico, di una figlia precoce, di un dramma sull'elaborazione mai realmente elaborato. In sottofondo, i Queen.

5. The Good Mothers

Nell'anno in cui l'Italia si è chiusa in un silenzio scioccato davanti all'ennesimo femminicidio, non poteva mancare la coproduzione internazionale candidata ai Critics' Choice Award. Un manifesto di resistenza femminile, in cui giganteggia una Bellè all'altezza delle star hollywoodiane.

4. Lezioni di chimica

Se Barbie ha sbancato i botteghini ma non ha conquistato il vostro favore, andate a conoscere Elizabeth Zott: intraprendente e biondissima, puntava al mestiere di chimico. Le toccherà passare prima dai fornelli, in una miniserie in cui Larson segue la scia della Fantastica signora Maisel (di cui non ho visto la stagione conclusiva).

3. Tore

La chicca dell'anno arriva dalla Svezia. Agrodolce, queer e stilosissima, è la storia di un Piccolo Principe in cerca della propria autonomia. Una colonna sonora irresistibile e comprimari a cui voler bene renderanno un lungo piacere questi soli sei episodi.

2. La caduta della casa degli Usher

Succession (che, per la cronaca, non ho seguito) ma in chiave horror. L'ultimo capolavoro di Mike Flanagan è in realtà un bignami del miglior Poe. Una bambola russa di storie dentro storie, con morti da manuale e un cast in stato di grazia.

1. Beef – Lo scontro

Può una zuffa tra automobilisti trasformarsi in una faida, in un'indagine socio-culturale, in una storia d'amore? Sì, se produce A24 e il cast è il regalo più prezioso del melting-pot. Dopo i fasti di Everything Everywhere All at Once, questi asiatici indie e sfrontati conquistano anche il blog.