lunedì 26 ottobre 2020

Recensione: L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel


| L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 18, pp. 380 |

Nugoli di lucciole inseguiti nel cuore della notte. Un palloncino intrappolato su un ramo. I campi di colza a perdita d'occhio. Giallo, dappertutto. E poi il rosso. Quello della marmellata di fragole, dei sassi puntuti barattati con un fiore, delle case sull'albero profanate dal sesso e dalla morte, dei corpi sbrindellati sul tavolo autoptico. L'estate che sciolse ogni cosa è il sole e il sangue: un colore caldo. Una scintilla che a un certo punto libera vampe altissime e vibrazioni indimenticabili. Al cinema si chiamano scene madri. Le riconosci dalla colonna sonora che s'impenna e dal cuore che sale in gola, dalla macchina da presa che segue gli eventi come se all'improvviso fossero parte di una coreografia struggente. L'esordio della straordinaria Tiffany McDaniel è tutto una scena madre. Un'escalation senza requie, che brucia – di dolori, di passioni, d'indignazione – e lascia addosso i segni dell'ustione. Un'ustione virulenta e bellissima, che confondendosi con le pieghe della carne finirà poi per somigliare a un ricamo.

Avevo commesso l'errore di sentire la parola diavolo e pensare alle corna. Ma voi sapete che in Wisconsin c'è un lago, un luogo prodigioso, con questo nome? In Wyoming c'è una splendida roccia intrusiva chiamata così. Esiste perfino una spettacolare varietà di mantide religiosa conosciuta come “il fiore del diavolo”. E una pianta. Perché, nel sentire diavolo, ho pensato a un mostro? Perché non mi è venuto in mente il lago, invece? O un fiore che cresce sulle sue sponde? Oppure una mantide in preghiera su una roccia? Un errore grossolano, davvero, aspettarsi la bestia, perché a volte, sì, a volte tocca al fiore portarne il nome.

Se potesse, l'anziano Fielding pagherebbe oro per una macchina del tempo. Ormai ricurvo per l'artrosi, vive un tormentoso dissidio interiore a bordo di una roulotte: da un lato l'anelito al cielo – non a caso ripara tetti e stappa comignoli –, dall'altro un senso di colpa che lo spinge a privarsi di ogni compagnia (una donna dai capelli lunghi come corde, un tenero pompiere) per purgarsi dei peccati di un'infanzia codarda. È stato bambino in Ohio, nell'estate rovente che sciolse tanto il tangibile quanto l'intangibile. Correvano gli anni Ottanta: luci al neon, tessuti sfavillanti, gli Alphaville alla radio che promettevano una giovinezza imperitura, il filtro della nostalgia che smussa e abbellisce. Ma è forse un caso se George Orwell intitolò il suo capolavoro proprio 1984? Profetico, il romanzo distopico sembra anticipare il caos di quell'anno particolare. La televisione parlava dell'avvento dell'Aids, Fielding aveva tredici anni e alla sua porta, mentre i ventilatori rumoreggiavano e i frigoriferi degli alimentari venivano saccheggiati, si presentava il diavolo in seguito a un annuncio sul giornale. Pressoché suo coetaneo, Lucifero aveva una salopette lisa, la pelle nera e gli occhi verdi: dagli amici si faceva chiamare semplicemente Sal. Per Fielding e i suoi parenti, più che un amico, sarebbe diventato parte integrante della famiglia. Sal avrebbe spinto papà Autopsy a ragionare sulle ambiguità del suo mestiere di avvocato, mamma Stella a vincere l'agorafobia, zia Fedelia a cambiare acconciatura. Con lungimiranza, avrebbe capito ben prima degli altri perfino i segreti di Grand: quel primogenito fortunato nello sport e sfortunato in amore, vittima prima delle aspettative altrui e poi del pregiudizio. Fuori dal giardino dei Bliss, intanto, si agitavano i moti di una folla vendicativa e rissosa. 

Non poter volare significa non poter più inseguire la cometa, né ascoltare il canto delle stelle. Come posso sopravvivere? Cosa mi resta dopo aver perso il dono più grande? Ora per me c'è solo la terra, il mio paradiso finito per sempre. Non ci sarà mai più nessun cielo per me. Nessun Dio. Io sono l'avvertimento ai bambini prima di coricarsi. Dite le vostre preghiere, non cadete nel peccato, altrimenti diventerete il diavolo, colui che è sprofondato nell'abisso e non può sperare in nessuna salvezza.

Guidati da Elohim, il vedovo della casa di fronte, ecco gli abitanti brandire Bibbie e additare il nuovo arrivato: che negli incidenti degli ultimi tempi – aborti, atti vandalici, sabotaggi – ci sia lo zampino di Sal? Stretti da un morsa soffocante, i Bliss commetteranno un unico errore: essere ospitali. Perseguitato alla stregua di un novello Edward mani di forbice, Sal condivide in un linguaggio aulico parabole e aneddoti dell'Eden perduto. Che siano ricordi? In quanti modi si può essere bambini? In quanti, soprattutto, si può perdere l'innocenza? Mosso inizialmente dal desiderio di godersi appieno le vacanze estive, il giovane Fielding imparerà a mettere in discussione gli insegnamenti degli adulti e le Sacre Scritture, a essere irrispettoso della legge, a combattere piccole battaglie per vincere una guerra più grande. Con il viso sporco di lucido da scarpe come Rambo, si muove nella terra di confine tra l'infanzia e l'adolescenza. Questo romanzo di formazione – lirico, caloroso, scioccante – è un album che raccoglie il suo primo lutto, il suo primo nodo alla cravatta, il suo primo amore non corrisposto verso la fragile Dresden Delmar, i suoi primi dubbi verso una famiglia che a torto gli pareva perfetta.

Io sarò il ragazzo nero. E tu la ragazza bianca. E il mondo dirà no. Ma noi diremo sì e saremo l'unica eternità che conti.

Tiffany McDaniel suona soave anche nella tragedia. Grazie al suo talento cristallino, i miti crollano con grazia, le bandiere a stelle e strisce si stracciano senza sfilacciarsi, la fine del sogno americano è un incantevole tramonto. L'inferno, ci racconta l'autrice, è un corridoio lungo il quale si aprono porte infuocate. Il paradiso, invece, deve somigliare alla sua scrittura: un equilibrio divino che consente a ogni bassezza di essere compensata, per mezzo di un benevolo contrappasso, con momenti di commovente lirismo. Destinato a imporsi nel novero dei miei preferiti, questo  è il romanzo che ha fatto innamorare la rete. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono, ma con il senno di poi la pubblicità non sarà mai abbastanza. Smaliziato,  credevo di conoscere già i mostri nascosti nel Buio oltre la siepe. Niente, però, mi aveva preparato all'abisso in agguato dietro i campi di colza. L'estate che sciolse ogni cosa scioglierà il razzismo, l'omofobia, l'ignavia. Stillerà gocce di lacrime e sudore, di condensa e veleno. Sarà il disincrostante per i dotti lacrimali inutilizzati e le coscienze sporche. Purificati, una volta giunti all'ultima pagina vedremo il mondo – i suoi gialli abbacinanti e i suoi rossi spaventosi – senza più cataratte.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen - I'm On Fire 



sabato 24 ottobre 2020

Piccoli brividi Netflix: The Haunting of Bly Manor | Qualcuno deve morire

Un detto dice che si è soliti tornare lì dove si è stati bene. All'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House – senza rivali, la serie più bella della sua annata –, come rinunciare a un nuovo invito nella casa degli orrori di Mike Flanagan? L'autore e regista americano cambia domicilio e, nella migliore tradizione delle serie antologiche, cambia radicalmente scenario. Le sue presenze inquietanti e romantiche, infatti, si trasferiscono nella campagna inglese degli anni Ottanta: a Bly Manor. Mentre la prima stagione si proponeva di adattare in chiave contemporanea il gotico di Shirley Jackson, la seconda si cimenta col classico dei classici – Giro di vite di Henry James –, in questi giorni al cinema con l'ennesimo mediocre remake. L'originalità, insomma, non abita qui. E a sorpresa la serie è più fedele del previsto al modello di partenza: abbiamo una giovane istitutrice, due bambini pestiferi, il fantasma di una vecchia storia d'amore che si tinge di mistero. Se come me conoscete la storia originale, non regalerà sorprese di sorta scoprire il perché delle stranezze del piccolo Miles. Flanagan, per fortuna, ci distrae dalla prevedibilità ampliando il cast dei comprimari. Popolosa, corale e profondamente umana, la serie racconta le esistenze e i dolori di tutti gli abitanti della magione: dalla domestica al cuoco, dall'autista alla sfortunata insegnante precedente. Nonostante la capienza, Bly Manor potrà contenere tutti i loro tormenti? Ci provano nove lunghi episodi, così, che vorrebbero essere molto più che una canonica storia di fenomeni paranormali. Ma la serie finisce per perdersi in sottotrame superflue, in monologhi artificiosi e ridondanti, in una scrittura stanca e frammentaria non supportata dalla regia televisiva: Flanagan dirige soltanto il pilot, e si vede. La suspance è mal gestita. Le ombre, discrete e marginali, non fanno mai paura. Recitato con troppa enfasi – brave la scream queen Victoria Pedretti e l'invecchiata Carla Gugino, pessimo il tenebroso Oliver Jackson-Cohen –, questo puzzle dispersivo trova una bella chiosa, però, negli episodi otto e nove. Tra il fascinoso bianco e nero dell'episodio in flashback e un epilogo dolcissimo, che lascia letteralmente commossi, The Haunting of Bly Manor piace più parlando dell'umano che del soprannaturale. Ma a proposito di sentimenti sospesi, elaborazioni, attese infinite e leggi cosmiche, vi saprà dire meglio e di più lo splendido A Ghost Story: il resto è dèjà vu. (6)

Dal cast radunato ordinatamente sul poster, sembrerebbe un giallo all'inglese nello stile del recente Cena con delitto. Invece è spagnolo e, a dispetto del titolo, non muore nessuno fino al terzo e ultimo episodio. Né mystery a orologeria né spudorata soap opera, Qualcuno deve morire gioca a carte scoperte gli incastri e le combinazioni di quelle piccole saghe familiari fatte di segreti, tradimenti e sensi di colpa, sullo sfondo della Spagna degli anni cinquanta e della sanguinosa ma scenografica caccia al piccione. La trama è presto detta: come in Teorema di Pierpaolo Pasolini, una famiglia integerrima viene messa in crisi dall'arrivo di un ospite perturbante. Bello, ambiguo e chiacchierato, il ballerino messicano è un caro amico del primogenito. Il giovane protagonista si invaghisce di lui, e lo stesso succede alla madre e alla promessa sposa. Ma il ballerino chi ama davvero? Cosa cerca per il proprio futuro? Un poligono sentimentale alla Xavier Dolan è nobilitato dalle scenografie elegantissime e dal particolare contesto storico: il regime di Francisco Franco. Prevedibile ma dal forte impatto emotivo, la serie tocca le corde giuste quando mostra la spada di Damocle che pende sul collo del capofamiglia, direttore di uno spaventoso manicomio: deve rinchiudere lì il figlio amatissimo, bollato come invertito dal pettegolezzo generale? Con grande discrezione, Qualcuno deve morire non miete vittime inutili – se non nell'epilogo, il vero tasto dolente: brutale, gratuito, frettoloso – ma mostra un'attenzione emozionante verso la sorte di comunisti e omosessuali in pieno regime fascista. L'inossidabile Carmen Maura, qui particolarmente spregevole, è la matriarca; Ester Exposito, già vista in Elite, è l'antipatica fidanzata a un bivio; mente lo sconosciuto Alejandro Speitzer, protagonista di un monologo dolorosissimo, sorprende con la performance più sfumata. Più adatta a un film che a una miniserie, la storia si rivela essere – purtroppo o per fortuna – più sobria del previsto, ma per tre ore intrattiene con un crescendo piuttosto coinvolgente. Dopo averlo conosciuto qui, sono curioso di scoprire la penna di Manolo Caro – anche regista dell'ennesimo remake estero di Perfetti sconosciuti – in La casa de las flores: l'intrattenimento trash di cui non sapevo di avere il bisogno. (6,5)

martedì 20 ottobre 2020

Recensione: Malinverno, di Domenico Dara

Malinverno, di Domenico Dara. Feltrinelli, € 18, pp. 330.

Se nell’immaginaria Timpamara tracciassimo una linea tra il maceratoio e il camposanto, otterremmo una retta perfetta. Lo stupore, poi, crescerebbe ulteriormente dopo la seguente constatazione: la biblioteca comunale sorge proprio a metà strada. Da un lato dunque avremmo il luogo in cui vanno a morire i libri, dall’altro quello in cui muoiono gli esseri umani, e giusto al centro una bolla che ristabilisce gli equilibri per magia: nelle biblioteche, infatti, tanto le storie quanto gli uomini che le hanno scritte sono salvi dall’oblio. A dispetto della caducità della carta stampata, sugli scaffali non si muore mai.


In ogni angolo di Timpamara, su davanzali, panchine, portabagagli delle auto, sui sacchi della spazzatura e perfino sui cappelli delle signore, poteva trovarsi la pagina di un romanzo: quando le genti le raccoglievano la leggevano, e se non piaceva non la buttavano ma l’appoggiavano da qualche parte, nella fioriera del marciapiede o su un gradino, fermata da una pietra affinché qualcun altro la prendesse; se piaceva, invece, la portavano a casa e la conservavano. Leggevano tutto e tutto serbavano, i timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.

 “Custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti”, Astolfo Malinverno si giostra tra un polo e l’altro. Timido e perseguitato dalle sciagure, ha un modo tutto suo di stare al mondo e poca dimestichezza coi vivi. Pertanto non si cruccia troppo dell’ennesimo incarico annunciatogli dal messo comunale: mentre nel pomeriggio registra i prestiti bibliotecari, al mattino appunta i trapassi. Tanto i lettori quanto i parenti dei defunti presentano simili idiosincrasie. Un novello Lazzaro si avvicenda così a un assicuratore con ambizioni proustiane; qualcuno vorrebbe seppellire il proprio animale domestico e qualcun altro un arto mutilato; c’è chi sfoggia sul loculo una foto in coppia con l’amante platonica e chi, invece, vorrebbe sposare il fidanzato fresco d’incidente mortale; infine ecco entrare e uscire puntualmente i visitatori più enigmatici di tutti. Un uomo incappucciato, che ausculta l’ambiente circostante con un paio di cuffie, e una bellissima donna di nero vestita che indugia ai piedi di una tomba in particolare: peccato che la defunta, che Astolfo nel frattempo ha soprannominato Emma Bovary, sia la sua copia carbone. Cosa cercano i vagabondi inquieti che si muovono entro quelle mura di cinta? Ci si può innamorare perdutamente di un fantasma?

Bisogna essere soli per sapersi prendere cura di altre solitudini.

Nel terzo romanzo di Domenico Dara, autore che scopro qui per la prima volta, succedono letteralmente cose dell’altro mondo. Ho pensato alle atmosfere della poesia cimiteriale, tetra e romantica. Ho pensato, soprattutto, ai mondi incantevoli del compianto Zafon. Giunto in libreria a fine estate, Malinverno si è rivelato la lettura ideale in abbinamento con i primi rigori dell’autunno, con i tè fumanti sorseggiati a merenda e, soprattutto, con i preparativi per l’imminente Halloween. Il romanzo si muove avvolto in atmosfere piacevolmente lugubri, e ha un gusto per la narrazione che riempie gli occhi di nostalgia: è figlio d’altri tempi, è una creatura sovrumana in cui ogni minimo figurante vive di alte citazioni – e trattandosi di un romanzo corale, quindi, impossibile non leggerne di bellissime. Tutto racconta una storia. Ogni nome della galleria di Domenico Dara – popolosa e, isolato difetto, forse un po’ dispersiva – convive con rimpianti, segreti, ambizioni, amori persi e amori ritrovati. Può Astolfo, sensibile com’è, far sempre propri il dolore e le vicissitudini altrui? Quando troverà il coraggio di vivere davvero?

Perché chi ama, appena scopre nell’altro un cedimento o una manchevolezza, non ha altro scopo che apparare e livellare, che forse a questo serve l’amore, a sentirci necessari, a essere lo stucco sulle incrinature dei vetri, la toppa sugli strappi dei tessuti, il punto tra le pelli lacerate.

Artefice di uno Zibaldone pieno di note a margine, il protagonista condivide a cuore aperto hobby e paturnie. Una su tutte: l’abitudine a riscrivere dal nuovo i finali dei romanzi più celebrati, a suo dire manchevoli se provvisti di lieto fine. Lo ammetto, sì, sono d’accordo con lui: le storie perfette sono quelle che garantiscono il crepacuore. Ma leggendo dei suoi sospiri verso Emma – morta chissà quando, morta chissà come: ora riposa nell’anonimato, all’ombra dei fiori di cardo –, è difficile non opporsi alla rigorosa logica di Astolfo. Non confidare  in un’eccezione alla regola. A questo romanzo e all’eroe eponimo, insomma, si finisce per volere un bene oltre misura. Sarà che sono entrambi generosi nel condividere pagina dopo pagina passioni, dettagli, aneddoti: francamente basterebbero per altri dieci romanzi. Sarà che, più che pieni di umanità, ne sono ricchissimi, sovrabbondanti. Qui e lì si perde l’equilibrio: sul filo dell’equilibrista, insieme a loro, portano sospese le sorti di tutta Timpamara. Ma quando il numero circense riesce ugualmente, nonostante tutto, come trattenere un piccolo boato di meraviglia?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Evanescence – My Immortal

giovedì 15 ottobre 2020

Recensione: L'ultimo marinaio, di Andrea Ricolfi


| L’ultimo marinaio, di Andrea Ricolfi. Garzanti, € 16, pp. 156 |

Ci sono quei romanzi in cui sarebbe splendido trasferirsi. Ci pensate mai? A me è accaduto di recente con l’esordio di Andrea Ricolfi. Leggendo di acque tumultuose, scogliere a picco ed eremi immaginari, durante la lettura ho desiderato di volare in Norvegia per riprendermi dai dispiaceri dell’anno corrente. Sull’isola di Noss, partorita dalla fantasia dell’autore, è possibile fronteggiare un mare straordinariamente grande e imbattersi in bellissime case con le persiane tinteggiate di blu. In una di queste case Matias e il suo migliore amico hanno inaugurato una scuola nautica. Vinden Hus fungerà anche da ostello per allievi e maestri, sarà aperta tutto l’anno, e gli ospiti potranno fermarsi lì per tutto il tempo che serve: imparare i segreti della navigazione, infatti, è stancante. Dopo aver letto un annuncio sul giornale, alla porta di Matias si presenta Tomas: sgualcito e appassionato, conosce il mare come le proprie tasche ma ammette di non averlo mai saputo domare. L’insegnante di navigazione si muove nel mondo con leggiadria, parla come un poeta, somiglia a un vulcano attivo: spericolato, a volte esplode in azioni tanto avventate quanto coraggiose.

Un saluto su un’isola equivale a dire: “Mi sono accorto che ci sei anche tu, e guarda: ci sono anch’io”. Per questo mi piacciono le isole”.

L’ultimo marinaio è la breve cronaca di vite semplici, invisibili, senza ambizione. Ormai anziano e vedovo, il protagonista – in procinto di lasciare la scuola in eredità al figlio – ripensa con malinconia contagiosa agli amici, alle avventure, agli amori. Racconta di un mare talora ostile, di grigliate deliziose animate dai canti dei balenieri, di tragedie sventate ed epifanie, di animali colossali da cacciare fino in capo al mondo: l’animale più crudele di tutti, però, resta sempre l’uomo. In una narrazione d’altri tempi, dove si avvicendano dettagli macabri e momenti di contemplazione, la voce di Andrea Ricolfi e quella del suo Matias risuonano timide ed essenziali: in sole centocinquanta pagine, perciò, non hanno il tempo di mettersi al servizio di una storia degna di memoria. Questo romanzo Garzanti sui generis, con una copertina che ricorda quella degli Einaudi Supercoralli, è fatto di atmosfere palpabili, non di fatti. Di personaggi puri di cuore, vecchio stile, che stanno bene lì dove stanno. Farebbero male a seguire invece gli stimoli esterni, i sentimenti, l’ignoto delle colonne d’Ercole?

Eravamo entrambi inerti, come intrappolati in una bolla. Un po’ era la giovinezza, che con l’impeto che si porta dietro  non aiuta a fare scelte sagge. Un po’ era colpa del mare. Anche se non ti sommerge, in qualche modi ti ingloba e presto non se più in grado di concepire, se mai lo sei stato, un solo pensiero, desiderio o speranza che non si incastri con le sue esigenze. Può essere più o meno delicato nel fartelo sapere, ma è lui che decide tutto della tua vita.

Il risultato è una storia di uomini e natura, in cui l’ambientazione norvegese è un pregio e un difetto insieme: se da un lato regala lunghi passaggi descrittivi – i più belli –, dall’altro a volte fa storcere il naso per via dei natali italiani dell’autore. Nonostante Ricolfi conosca bene la Norvegia, leggendo il suo esordio non ho mai trovato traccia della magia o della fascinazione che ad esempio accompagnano i romanzi della Iperborea. La sua delicatezza, purtroppo, finisce per somigliare a una mancanza di fermezza tanto nello stile quanto negli intenti. Lento, dolcissimo e contemplativo – troppo per i miei gusti –, il romanzo avrebbe avuto bisogno di una storia più appassionante. Invece è come un modellino di barca, piccolo e cesellato, che a causa di dialoghi troppo enfatici e di figuranti appena abbozzati non riesce mai a portarti al largo. Reduce da questa lezione di sopravvivenza, ho avuto la sensazione di non aver imparato a sufficienza. Per il resto, buon vento a tutti. 

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Molly Sandén – My Hometown (dal film Eurovision Song Contest)

venerdì 9 ottobre 2020

L'importanza di chiamarsi Ryan Murphy: Ratched | The Boys in the Band

Stando a Wikipedia è ai primi posti fra i cattivi più iconici della storia del cinema. Cuffietta inamidata, sguardo luciferino, metodi poco ortodossi. Chi era l’infermiera Ratched, l’indimenticabile aguzzina di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo? A cinquant’anni di distanza dal film capolavoro, l’instancabile Ryan Murphy tenta di spiegarci le origini del male. Lo fa citando – troppo poco la pellicola originale, in verità, e moltissimo gli anni Sessanta –; lo fa inventando alberi genealogici, sottotrame e moventi. La giovane infermiera trova il volto dell’attrice feticcio Sarah Paulson. Non nuova alle collaborazioni con l’autore televisivo né ai racconti del terrore, l’interprete aggiunge alla collezione l’ennesimo ruolo intrigante e perverso. E un’altra grande performance. Austera, elegante e bellissima, la Paulson ci mostra Mildred prima che diventasse Ratched. Infermiera di guerra, nei primi episodi cerca mezzi leciti e illeciti per essere assunta presso un dato istituto psichiatrico: l’ultimo arrivato – il pluriomicida Finn Wittrock – e la caporeparto – Judy Davis, superba – le daranno filo da torcere, mentre l’infido D’Onofrio si prepara a diventare senatore. La serie comincia sotto gli auspici migliori. Gli abiti sono una gioia per gli occhi, la fotografia che vira al verde è un omaggio al miglior Hitchcock, il profilo psicologico della protagonista inquieta. Purtroppo, come puntualmente capita, l’equilibrio ha i minuti contati. L’autore esagera. Con il sangue, con il sesso, con i volti noti, con vicende di contorno sbucate da una soap opera patinatissima. Stufa e annoia, inoltre, inserendo l’immancabile componente amorosa per ammiccare alla comunità gay: non me ne voglia Cynthia Nixon, che come il vino buono invecchia con classe, ma la sua relazione con la Paulson appare stucchevole. Serviva per forza sessualizzare un personaggio tanto misterioso? Serviva, ancora, trasformare una villain in un’anti-eroina piuttosto politicamente corretta? Ratched  è un sapiente falso d’autore. Non ha nulla in comune con il film di Forman, né per toni grotteschi né per contenuti. Ma, tra sigla e comparto tecnico, appare una delle stagioni più godibili degli ultimi anni di American Horror Story: peccato dovesse essere tutt’altro nelle intenzioni. (6,5)

Squadra vincente non si cambia. A Broadway così come su Netflix. Questa volta nelle vesti di semplice produttore esecutivo, Ryan Murphy adatta una celebre pièce con un cast di amici fidatissimi. Già chiamati a interpretare questi ruoli a teatro, già più volte entrati nelle grazie dell’autore, nove assoluti animali da palcoscenico passano sul piccolo schermo nella trasposizione fedele di The Boys in the Band. Già portato al cinema negli anni Settanta dal regista William Friedking, il film – uno di quelli d’interni, e soprattutto d’interpretazioni – mostra le spiacevoli conseguenze di una festa di compleanno. Radunati a casa di un sorprendente Jim Parsons – il più triste, crudele e contraddittorio del gruppo – per festeggiare il luciferino Zachary Quinto, otto amici affiatati sono costretti ad accogliere un ospite dell’ultimo minuto: un compagno d’università in crisi matrimoniale, che non sa nulla dell’orientamento sessuale dei presenti. Lo script, effettivamente un po’ datato e non sempre in equilibrio perfetto, passa in fretta dalla frizzante leggerezza del primo atto alle rivelazioni gravose del secondo. Dopo un acquazzone improvviso, i personaggi si spostano dal terrazzo al salotto. Lì avrà inizio un gioco al massacro, dove qualcuno dirà troppo e qualcun altro troppo poco. Prima della paura dell’Aids, prima della nascita della comunità LGBTQ, gli omosessuali newyorkesi dovevano essere così: il drammaturgo Matt Crowley e il regista Joe Mantello ne fanno un ritratto figlio dei suoi tempi, a tratti sin troppo disincantato e amarognolo. A ben vedere cosa hanno in comune i personaggi, se non il fatto di essere uniti dallo stesso segreto? Accettarsi a vicenda è abbastanza per volersi bene? Ora sguaiato, ora malinconico, ora desolante, The Boys in the Band racconta i cuori infranti, le coppie aperte e l’omertà diffusa con i pregi e i difetti tipici degli adattamenti cinematografici: funzionerà senz’altro maggiormente a teatro. Ma il risultato, un Perfetti sconosciuti diretto da Ozpetek, merita ugualmente l'applauso. (7)

martedì 6 ottobre 2020

Recensione: Lacci, di Domenico Starnone


| Lacci, di Domenico Starnone. Einaudi, € 12, pp. 134 |

Se i miei genitori fossero rimasti insieme, lo scorso sei settembre avrebbero festeggiato trent’anni di matrimonio. Il giorno in questione l’ho realizzato in ritardo, ricercando un perché alla mia malinconia improvvisa: se la mente confondeva le date, il corpo sapeva.  Credo che ciascuno di loro stia meglio adesso, accanto ad altre persone, ma a volte mi sorprende la nostalgia di com’eravamo. Colpa dei ricordi, che addolciscono tutto; di un tempo che lenisce. Ho ventisei anni, ma vado dicendo che non ho intenzione di avere né figli né famiglia: sono stanco, ho fatto una lunga gavetta non pagata, ho cresciuto mamma e papà. Ma fa comodo dare tutte le colpe a loro. Chiedetelo a Freud: i genitori sgravano la coscienza.

I figli hanno bisogno dei genitori non anche, ma sempre.

Non nuovo agli sgambetti domestici, mi sono sentito a casa perfino in quella a soqquadro di Aldo e Vanda. Di ritorno dalle vacanze, i coniugi in pensione trovano il loro appartamento sottosopra. Per di più è sparito anche il gatto Labes, forse rapito per un riscatto, forse fuggito perché nella stagione degli amori. I ladri hanno portato alla luce cose che sarebbe stato meglio lasciar nascoste. Le lettere scritte per Aldo nei tardi anni Sessanta, ad esempio, nel clou di una crisi coniugale durata quasi un lustro: pietosi, struggenti, crudeli, quei fogli custodiscono gli appelli della moglie abbandonata. La loro storia è comune agli uomini e alle donne della generazione del dopoguerra. Un matrimonio in tenera età, le sicurezze economiche del boom, infine la curiosità fanciullesca verso i cambiamenti intorno: la rivoluzione sessuale, la legge sul divorzio. Disgustato dalle istituzioni borghesi, Aldo si concede un’avventura con Lidia, studentessa che scoppia di gioventù e di colori: fa un errore però, se ne innamora. Diviso tra il desiderio di essere felice e il senso del dovere – l’infelicità di Vanda e lo smarrimento dei loro due figli sono colpa sua –, cosa avrà scelto Aldo per ritrovarsi così: chino a cercare cocci e indizi sul pavimento, vessato da una partner che ora regge il coltello dalla parte del manico?

Gli unici lacci che per i nostri genitori hanno contato sono quelli con cui si sono torturati reciprocamente per tutta la vita.

Mentre l’uomo si è trasformato in un figuro sospettoso e nevrotico, con la tendenza a lasciarsi imbrogliare, la donna è una moglie puntigliosa e accorta: una carceriera spietata. Lui, sostanzialmente inerme, vive nella paura di una ritorsione. Lei, regina del melodramma, si erge fiera del proprio egoismo. Parlano il giusto, evitano le discussioni, rifuggono la verità. Dandosi una seconda possibilità, si sono disinnescati a vicenda fino a diventare l’ombra di loro stessi. Almeno gli eredi ne avranno tratto giovamento? Chiedetelo a Sandro, che ha avuto quattro figli da tre donne diverse; domandatelo ad Anna, rimasta volontariamente zitella per piangere più forte al ricordo di quando le strapparono l’Eden dell’infanzia a Napoli.

Sono passati gli anni e i decenni in questo gioco e ne abbiamo fatto una consuetudine: vivere nel disastro, godere dell’ignominia, questo è stato il nostro collante. Perché? Forse per i figli. Ma stamattina non ne sono più sicura, mi sento indifferente anche a loro. Ora che sono vicina agli ottant’anni posso dire che della mia vita non mi piace niente. Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stesso. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima io. E ho voluto con tutte le mie forze che tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado.

Sulla copertina del romanzo, anche al cinema diretto da Luchetti, ci sono un paio di scarpe. Davanti a questa vicenda di disamore, ho pensato a Storia di un matrimonio. Scarlett Johansson inseguiva Adam Driver in strada. Lo avvisa, ha una scarpa slacciata: potrebbe scivolare. Anche se una relazione appartiene al passato, come vorresti che il padre dei tuoi figli cadesse? Qui i lacci, al contrario, sono la metafora dei vincoli e dell’inadeguatezza. Come puoi andare avanti se l’inciampo è dietro l’angolo? Come possono Sandro e Anna crescere, amare, se non hanno mai imparato a fare il nodo? Sullo sfondo di una devastazione sia concreta che figurata, Starnone scrive con perizia chirurgica un thriller dei sentimenti breve, ossessivo, cesellato. Un gioco d’amore e massacri con un unico difetto. Qui e lì vorrebbe stupirci con la sottile crudeltà dei suoi protagonisti – il colpo di scena finale lascia sulle labbra un sorriso beffardo –, ma con me non ci è riuscito. Per questioni personali conosco talmente bene queste modalità che nemmeno gli aspetti più grotteschi del giallo hanno serbato sorprese. Purtroppo per me, purtroppo per noi, abbiamo vissuto dispiaceri simili. I nostri lacci avevano altri nodi, ma stringevano ugualmente. Ho sofferto quando sono stati spezzati. Ma con il senno di poi separarsi è stato il regalo migliore che mamma e papà potessero farsi per non ritrovarsi così: a salvare dal pattume i ricordi di una casa in cui tutto, tutti, sono insalvabili.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ivano Fossati – La costruzione di un amore

sabato 3 ottobre 2020

Mr. Ciak: Sto pensando di finirla qui | Shirley | The Vast of Night | Le strade del male

Quando Charlie Kaufman decide di adattare un romanzo, vietato aspettarsi trasposizioni senza guizzi. Il mago degli arrovellamenti psicologici prende una storia già frustrante su carta – in molti hanno abbandonato la lettura a metà – e la rende ancora più criptica. C’è una coppia in macchina: lui sembra soddisfatto, lei comincia a covare un’insoddisfazione profonda. Si cena tutti insieme, in una fattoria, e i parenti sono stranissimi. Poi, sulla via del ritorno, una tappa in gelateria nonostante le temperature sottozero e una visita in un liceo popolato solamente da un anziano custode. Cosa vogliono dirci queste fermate? A chi appartiene il punto di vista che ci racconta questa storia d'incomunicabilità? A dispetto della confezione elegante e glaciale, Sto pensando di finirla qui è un pentolone di disagi e suggestioni. Alla tormenta di neve corrisponde il tormento della rivelazione Jessie Buckley e del sempre più impegnato Plemons: parlano tantissimo – degli scritti di Wallace, del cinema di Cassavetes, di fisica, poesia e relazioni –, ma glissano sullo show camaleontico di mamma Collette; su un futuro vago e su un passato traumatico. Agevolato dalla lettura del romanzo, ho finito con l’amare questo film. Soprattutto in un epilogo che con un colpo d’ala si distacca dalla claustrofobia di Reid e sceglie di esprimersi attraverso l’animazione, il musical. Come funziona la mente umana? Quando siamo a pezzi vediamo tutto nero o possiamo evadere fino a vedere la vita in Technicolor? Kaufman ci guida in un viaggio al termine della notte, e della ragione, che sembra tante cose e nessuna insieme. Un teatro popolato da antichi fantasmi, con figuranti vestiti a festa per celebrare la fine di tutto quanto. O l’inizio di una tardiva speranza? (8)

Chi era Shirley Jackson, l’autrice che King annovera fra i suoi maestri? Una donna depressa, dedita all’alcol e all’insoddisfazione; brutta se confrontata con un marito gaudente. La sua fama di scrittrice horror le ha conferito presto un fascino stregonesco fino a farne un tutt’uno con i suoi personaggi. Cinica e affermata, qui viene descritta nel mezzo di una crisi sentimentale e creativa che coincide con l’arrivo di una coppia di neosposi: lui assistente universitario, lei moglie trofeo. La simmetria tra le due donne le porterà a scoprirsi complici. L’ambiguità del rapporto è coronata per di più dalla stesura di un racconto ispirato alla vicenda di una ragazza scomparsa: la terza protagonista femminile, benché assente; la terza protagonista in cerca della propria voce. Shirley ne avrà abbastanza per darne a tutte e tre? Quasi uscito da un romanzo dei suoi, il film è un biopic fuori dai canoni. C’è tutto: il processo editoriale, il parto creativo, le luci e le ombre di una pessima fama, il femminismo, l’attrazione non detta che si fa ossessione. Come The Hours, ritratto di Virginia Woolf che mescolava finzione e verità, Shirley coglie le peculiarità di un’autrice sull’orlo del baratro e senza bisogno di trucchi la immortala grazie alla performance di una Moss al suo meglio. Fuoriclasse impareggiabile, l’attrice australiana è una bestia di raro talento. Quanto sprezzo, quanta fierezza, quanta sensualità. Accanto a lei brilla la stella di Odessa Young: fragile e timida, con una bocca grande e sgraziata, prima intenerisce e poi sconvolge con un personaggio inafferrabile. L’identificazione con la ragazza scomparsa si farà inquietante. Tra fantasticherie, effusioni e sospetti, il mistero maggiore sarà l’amicizia che la lega alla Jackson. Operazione stratificata, al passo coi tempi senza mai essere ruffiana, piacerà ai cultori dell’autrice e incuriosirà i profani. Dopo aver sbirciato sulla scrivania di Shirley, e nel suo cuore, vorrete necessariamente conoscere anche il contenuto dei suoi libri. (7,5)

Una centralinista ciarliera con il pallino di Nancy Drew e uno speaker radiofonico dalla parlantina a raffica captano frequenze misteriose. È una tranquilla sera degli anni Cinquanta nel New Mexico. Il resto della città è distratta dagli schiamazzi di una partita in corso nella palestra del liceo. Chi baderebbe alle stranezze del cielo, a parte i protagonisti? A metà tra un podcast e una puntata di Ai confini della realtà, The Vast of Night omaggia i classici della fantascienza – dai classici in bianco e nero a Spielberg – e le infinite possibilità della narrazione. È prolisso. È ondivago. È sospeso. A tratti, puro esercizio stilistico. Ma agli espedienti della messa in scena, ai dialoghi fiume, ai soliloqui teatrali e ai piani sequenza si reagisce con due occhi grandi così. E altrettanta meraviglia suscita la scrittura, non tanto per le tematiche – in definitiva già sentite – ma per lo sperimentalismo del cinema fieramente indipendente. Esordio alla regia da incorniciare, farà la gioia dei cinefili doc armati di pazienza. Davanti alla vastità della notte, e alla potenzialità di questo cinema, non si trattengono i brividi. Lassù qualcuna ci guarda. E noi, preferendolo al rivale Netflix, continuiamo a guardare sorpresi le proposte di Amazon Prime Video. (7)

Più grande è il cast, più clamoroso è il guazzabuglio! Impossibile non pensarlo davanti allo sperpero di talenti delle Strade del male. Chi non vorrebbe vedere il film che ha riunito sullo stesso set gli attori delle principali saghe degli ultimi anni – da Spiderman a It, da Edward Cullen al Soldato d’inverno, senza scordarci Dursley di Harry Potter? Quella che potrebbe sembrare una sinergia degna degli Avangers, in realtà, è al servizio di una storia luttuosa e serissima: anche troppo. Ispirato al romanzo di Donald Ray Pollock, il film di Antonio Campos è vittima delle proprie ambizioni e di un intreccio che funzionerà  su carta, meno su pellicola. Nonostante le due ore e diciotto, forse avrebbe meritato una miniserie per raccontare queste generazioni di uomini. Figli di genitori assassinati o assassini, a loro volta costretti a uccidere o a uccidersi per sottrarsi al malessere, i protagonisti trovano pace nelle illusioni dell’amore o nell’abbaglio della fede. Immersi nelle atmosfere del Southern Gothic, dovrebbero essere brutti, sporchi e cattivi. Netflix li scambia con uno squadrone di giovani, belli e celebri, confezionando un film sin troppo patinato per rendere giustizia a una storia scabrosa. Poco amalgamate tra loro, le vicende appaiono giustapposte e i personaggi inconciliabili, legati soltanto dal filo delle coincidenze. Antonio Campos ha intenzioni buone ma confuse: pasticcia con un cast difficile da gestire. A parte un Holland sorprendentemente maturo e un Pattinson che qui gioca a fare Waltz, gli altri attori si ritagliano partecipazioni ininfluenti. Né thriller né dramma, né carne né pesce, Le strade del male è un fritto misto di star servito su un letto di blanda disperazione. A dispetto delle tinte fosche e del sangue sparso, non è Tarantino. (5,5)