Serve
più coraggio ad andarsene o a restare? L'ho chiesto ai miei
studenti, introducendo il finale dei Malavoglia. In classe,
con me, c'era una collega di sostegno: anche lei, che per forza di
cose si è lasciata il sud alle spalle, ha accolto la domanda con un
sussulto. Mentre i nostri ragazzi suonavano più decisi che mai –
coraggio, per loro, è prendere e partire –, io e lei ci siamo
rivolti un'occhiata incerta. Senza dircelo, abbiamo pensato ai nostri
paesi, ormai spopolati; ai nostri genitori, più fragili e segnati
ogni volta che torniamo; agli amici rimasti, a cui vorremmo urlare di
non accontentarsi, ché il mondo non è tutto lì. Siamo stati
coraggiosi. O soltanto più veloci a scappare?
Guarda che
un'ultima possibilità possiamo averla tutti. Finché stiamo al
mondo, possiamo ancora averla.
Ho
trovato gli stessi tarli nell'ultimo romanzo di Mattia Insolia:
l'inno di una generazione, la mia, che voleva fare i soldi e salvare
il mondo, prima di arenarsi in una stanchezza esistenziale dove
dormire è l'unico modo per continuare a sognare. Il protagonista,
Teo, da dieci anni a Milano, torna alle origini per il matrimonio
degli inseparabili Giorgio e Matilde. Un tempo, insieme a Tommaso
(fedele all'autodistruzione), Marta (vittima degli amori sbagliati) e
Sofia (il suo più grande atto mancato), formavano un gruppo
indissolubile. Laggiù, nella terra di nessuno, i grilli sembrano
urlare un lontano misfatto e tutto, benché uguale, è
cambiato. Ancora una volta, la provincia italiana fa da sfondo alla
ribellione giovanile: il mondo è un parco giochi di sballi facili e
i protagonisti, aggrovigliati come cavi elettrici, si preparano a
darci la scossa. Insolia, per fortuna, confina le trasgressioni nei flashback e
cambia registro, in un romanzo di inedita delicatezza.
La vita di
ora, la vita giovane, mi sarebbe mancata, ma non era per quello che
ero in pena. A farmi soffrire era ciò che non avevo mai avuto, o
fatto. La vita, sempre di più, ci avrebbe chiuso in quello che
saremmo stati, allontanandoci da quello che avremmo potuto essere.
La
collera ha lasciato spazio a una bellissima malinconia e, leggendo,
mi è passata l'esistenza davanti agli occhi. Di solito, dicono,
succede quando muori. Qui, invece, tutto scoppia di vita, e le pagine
fanno da cassa di risonanza a noi eterni irrisolti, cresciuti con la
Melevisione, la riforma Gelmini, le restrizioni del Covid-19 –
e sono talmente già grandi, i nostri dolori, che forse non serviva appesantirli ulteriormente con le dipendenze, gli abusi, il
revenge porn, l'autolesionismo. A tratti, la carne al fuoco è
troppa. Ma l'autore siciliano conserva la fame dell'esordio, pur mettendo un
punto alla rabbia che fu. A differenza del suo Teo, infatti, non
reagisce all'imponderabile facendo spallucce. E firma il suo lavoro
più sincero, dove non si è mai abbastanza grandi per affrontare la
paura del futuro. La vita giovane è un amarcord con il
reflusso gastrico delle sbronze tristi. Occhi chiusi, calici alzati,
e si balla – scoordinatissimi – per frenare il bisogno di
piangere. Adesso, cazzo, rivoglio indietro i miei vent'anni.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Achille Lauro – Incoscienti giovani