lunedì 26 settembre 2022

Recensione: Il cardellino, di Donna Tartt

Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |

Ho iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio, aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni: affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino: straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente – rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura – di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante, dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però, non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze insidiose.

Tutto ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo.

Prima ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo” dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate, sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il cardellino fallisce quando prova ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police

giovedì 15 settembre 2022

Recensione: La notte scorsa al Telegraph Club, di Malinda Lo

La notte scorsa al Telegraph Club, di Malinda Lo. Mondadori, € 20, pp. 456 |

Come in Carol, lo splendore intramontabile degli anni Cinquanta fa da sfondo all'amore proibito fra due donne. Come in Victor Victoria, la maggiore attrazione di un nightclub è una cantante che si esibisce in abiti maschili e, seducente, ammicca alle spettatrici sedute in prima fila. Come nella Fantastica Signora Maisel, la vita notturna della città offre sorprese e talenti: peccato che i raid della polizia siano all'ordine del giorno. Risulta semplice immaginare il frusciare delle gonne a campana, l'odore della lacca, le luci e le ombre delle insegne al neon. Ma siamo nella multietnica San Francisco, in una famiglia cinese tutta d'un pezzo. Allevata con rigore per diventare una brava donna di casa, la diciassettenne Lily sogna le dive del cinema e di andare sulla luna. Ritaglia fotografie di Katherine Hepburn sui giornali, occhieggia le donne prorompenti sulle copertine dei romanzi rosa, custodisce gli articoli sulla artista di punta del Telegraph Club. Bravissima nella resa di un contesto storico attendibile e dettagliato, Malinda Lo firma una storia per giovani lettori che racconta i primi palpiti, le gioie del contatto fisico, lo sconcerto dello scoprirsi diversi dagli altri. Per farlo si affida ai suoi personaggi, lasciandosi guidare alla scoperta della loro identità – di genere, sessuale, culturale. Ma talora ne risentono i ritmi, piatti soprattutto nella seconda metà, e appesantiti da qualche tematica di troppo. Accanto ai classici espedienti del genere (il ballo scolastico da organizzare, una migliore amica da sostenere per un concorso di bellezza a Chinatown, l'attrazione ricambiata per una coetanea con il mito di Amelia Earhart), infatti, ci sono gli sconvolgimenti politici (la minaccia di russi e giapponesi, la caccia ai simpatizzanti comunisti) e i flashback sugli immigrati di prima generazione (i genitori di Lily, la zia paterna). Combattuto al pari della sua protagonista fra senso d'appartenenza e desiderio di ribellione, La notte scorsa al Telegraph Club è la cronaca discontinua ma toccante dell'ultimo anno di libertà prima del college. Cosa comporta uscire dai confini angusti del proprio quartiere? Cosa significa, oggi come ieri, sentirsi parte di una minoranza? Bisogna spingersi fino a Marte, colonizzare un altro pianeta, per trovare il coraggio di mostrarsi senza maschere? In un momento storico in cui appariva più plausibile un'odissea nello spazio che la parità – nel 1969 Armstrong volerà sulla luna, ma bisognerà aspettare il nuovo millennio per la legalizzazione delle unioni omosessuali –, Lily scoprirà con meraviglia che non è necessario spingersi troppo lontano per liberarsi dalla forza di gravità e dalle convenzioni sociali. Basta un bacio in un vicolo deserto. O la luce rivelatrice di un torbido locale notturno.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Ronettes – Be My Baby

lunedì 5 settembre 2022

Recensione: Il senso di una fine, di Julian Barnes

Il senso di una fine, di Julian Barnes. Einaudi, € 11, pp. 150 |

Siamo davvero le brave persone che millantiamo di essere? Tony Webster – un pacato inglese sulla sessantina, divorziato ma in ottimi rapporti con l'ex moglie, padre e nonno – ha sempre immaginato di sì. Bontempone nostalgico ma non senza ironia, mette tutto in discussione quando il passato torna a bussare alla porta sotto forma di un lascito misterioso. E allora che, scoperchiando un vaso di Pandora ormai dimenticato, riallaccerà i rapporti con una vecchia fiamma di gioventù, la timida ma spregiudicata Veronica, e diventerà il protagonista di un enigmatico amarcord. Nessuna identità, infatti, è abbastanza solida da restare incolume dopo lo scrupoloso esame di coscienza firmato da Julian Barnes.

Sì, certo, eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?

Lo scrittore britannico, vincitore un decennio fa del Booker Prize, accumula aneddoti color seppia, corrispondenze via email, interrogativi sul mistero di Finn – il migliore amico di Tony – e sul conto del suo stesso protagonista. Si sposta, così, dalla routine sonnacchiosa del pensionato – rianimata, all'improvviso, dal sopraggiungere di una nuova ossessione – alla rievocazione palpabile della Swinging London, quando i personaggi filosofeggiavano di sesso, vita e morte ai tempi d'oro dell'università. Cosa accadde nel weekend trascorso a casa dei genitori di Veronica ben trent'anni prima? Perché tutti, insegnanti compresi, si contendevano così accanitamente le attenzioni di Finn – talentuoso e dannato in parti uguali? Soprattutto, di quale colpa si macchiò Tony, messo sotto processo dal lettore in persona? A metà tra L'attimo fuggente ed Espiazione, ma decisamente meno memorabile di entrambi, Il senso di una fine sfodera un amato-odiato narratore inaffidabile e un intreccio bipartito, dove la nostalgia lascia presto spazio a un profondo rimorso.

Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori, come sostenni una volta disinvoltamente, con il vecchio Joe Hunt; adesso lo so. È fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti.

La verità, benché addolcita dal tempo, è comunque destinata a riemergere con il suo carico di amarezze e tragedia. L'irruenza della gioventù è forse un'attenuante? Le parole hanno un peso specifico. E a volte, se usate a sproposito, generano anatemi. Barnes, al contrario, sa usare quelle più giuste: sintetico e rigoroso, anche se sin troppo algido per i miei gusti, è abilissimo nell'infarcire la voce del suo narratore tanto di sentenze sgradevoli quanto di poetiche perle di saggezza. Il suo è un superbo esercizio di stile, perfetto nella forma ma incerto nelle intenzioni. Sul finire mi sono trovato spesso a domandarmi quale fosse il punto della storia: lo scoppio di un amore tardivo, un inno alle seconde occasioni, un giallo in tocco e toga, o tutto insieme? Vizi e virtù di un thriller dei sentimenti prolisso, perfino con i suoi infiniti non detti.

Il mio voto: ★★★

sabato 3 settembre 2022

Al blog ancora non l'ho detto

Sono cambiamenti solo se spaventano”, cantavano i Subsonica nella loro Domenica. Spaventato, ho preferito metabolizzarli gradualmente in un'estate di latitanza: ho letto poco e scritto meno ancora. Questi cambiamenti, in realtà, sono cominciati nella prima metà dell'anno. Correva il mese di febbraio quando il Ministero dell'Istruzione, dopo due anni di fermo a causa dell'emergenza sanitaria, ha deciso di ripristinare dall'oggi al domani il concorso ordinario. Ho avuto un mese scarso per prepararmi e per raggiungere le sedi dall'altra parte d'Italia. Cinquanta domande a risposta multipla su tutto lo scibile umano, cento minuti. Al concorso per insegnare alle scuole medie sono stato bocciato. Scoraggiato, dieci giorni dopo sono salito nuovamente per quello per le superiori: si è svolto lo stesso giorno del mio ventottesimo compleanno e, a sorpresa, l'ho passato con un ottimo punteggio. Per l'orale ho avuto altri due mesi: ventiquattro ore prima della discussione ho estratto una traccia – la mia era di letteratura italiana, sul poeta triestino Umberto Saba – e in una giornata al cardiopalma ho preparato un'unità di apprendimento lunga trenta slide (comprensiva di normativa scolastica, studiata dal nuovo proprio per l'occasione). Ho atteso la pubblicazione dei risultati con una Tennent's ghiacciata, in un cortile a settecento chilometri da casa mia, mentre il mio destino imprevedibilmente cambiava. Il primo settembre, alle otto in punto, ho firmato la presa di servizio. Per farlo ho saltato il matrimonio di alcuni fra i miei amici più cari. Con la penna in mano, ho avuto un attimo di titubanza ma poi ho barrato la casella esatta: docente a termo indeterminato. Sono professore di ruolo nel liceo di Orbassano, Torino: discipline letterarie e latino. Mi sono trasferito in Piemonte ormai da qualche giorno. A volte mi manca il mare della mia piccola città, altre mi autosaboto dicendomi che non sarò mai all'altezza – avrò venti ore settimanali, un totale di cinque classi. Con il tempo che scarseggia, mi è più facile raccontarmi grazie all'immediatezza della pagina Instagram, ma ho intenzione di mettere radici quanto prima e di tornare a scrivere a tempo pieno anche su Diario di una dipendenza. Avrò bisogno di voi, miei compagni d'avventura da un decennio, e del coraggio che naturalmente infondete. Al blog, sapete, ancora non l'avevo detto.


venerdì 12 agosto 2022

Recensione: Patria, di Fernando Aramburu

Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |

Quando andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento: contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione – guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu: stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna, seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi spietati o atti di giustizia?

Mi sono resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.

In maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore, si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.

La trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese, riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone: perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri – passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale, struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea. Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine. Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio, Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero fatto meglio a piegarsi alle minacce?

In realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.

Ormai anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale. La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa. Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria

venerdì 5 agosto 2022

Recensione: Un oceano senza sponde, di Scott Spencer

|Un oceano senza sponde, di Scott Spencer. Sellerio, € 17, pp. 350 |

In ogni relazione c'è un dislivello invisibile. Osservate attentamente le coppie che conoscete. C'è sempre una persona più affezionata dell'altra. C'è sempre chi ama e chi ama essere amato. Quando il dislivello si acuisce, come su uno di quei dondoli al parco giochi, l'equilibrio viene meno. E un membro della coppia – il più fragile –, viene schiacciato dal divario. I cuori di Kip e Thaddeus non hanno lo stesso peso. Legati dai tempi dell'università, i due oscillano sul dondolo che Scott Spencer ha costruito per monitorare i sali-scendi della loro storia. Si tratta soltanto di una buona amicizia? All'apparenza scapolo inguaribile, Kip lavora come broker a Wall Street, ma per codardia cela la propria sessualità: anziché scendere a marciare per strada nell'era dell'Aids, vive nascosto in un attico che lo taglia fuori dal mondo. Il suo mondo comincia e finisce nella venerazione per Thaddeus: sceneggiatore frustrato, marito e padre in crisi, ostenta una forzata giovialità. Rischia di perdere infatti una villa sul fiume Hudson, simbolo di una breve gloria lavorativa, e insieme alla villa la sua stessa famiglia.

Ho appreso una delle lezioni della solitudine, uno dei suoi sconvolgenti effetti collaterali: quando versi in uno stato di brama inappagata, il desiderio va avanti all'infinito, come un oceano senza sponde.

Tormentandosi in preda a un amore impossibile, il protagonista si fa presto custode del matrimonio dell'altro: da un lato vorrebbe che deragliasse – soltanto così, forse, troverebbe il coraggio di dichiararsi –, dall'altro vorrebbe che l'amico fosse felice. Stando al parere di un personaggio secondario, tra loro finirà malissimo: Thaddeus lo distruggerà senza neanche farlo apposta. A ogni telefonata quanto è desideroso di sentirlo davvero e quanto è mosso dall'opportunismo? Ignora deliberatamente i sentimenti dell'altro, ma si bea nel frattempo dell'ascendente che esercita su di lui? Il romanzo di Spencer è una storia di conflitti: quelli che albergano nell'animo di Kip, combattuto tra desiderio e paura; quelli che scandiscono le scelte di Thaddeus, incapace di rassegnarsi a un'esistenza vissuta al di sotto delle sue presunte potenzialità; quelli che agitano la periferia newyorchese, che osteggia la gentrificazione a suon di sassate e guarda con preoccupazione all'apertura di una fabbrica di calcestruzzo.

Ecco un'altra cosa riguardo a noi innamorati non corrisposti: siamo possessivi nei confronti dell'amato e disposti a tutto pur di tenerci aggrappati all'idea che abbiamo di lui. In effetti quell'idea è tutto ciò che abbiamo. Quando pensi a qualcuno più o meno tutto il tempo cominci a credere – anche se non lo ammetteresti mai, nemmeno con te stesso – che lui ti appartenga. Diventi un carceriere che fa avanti e indietro davanti alla porta della cella, tenendo d'occhio il prigioniero per accertarti che sia dove deve stare, che faccia solo ciò che gli è concesso.

Kip, prigioniero di un vecchio sogno erotico, si finge eterosessuale. Su cosa mente invece Thaddeus, prigioniero al contrario di vecchi sogni di gloria? Qual è il prezzo per continuare a nutrire un'illusione lunga trent'anni? Quand'è che, finalmente, ci si sveglia? Un oceano senza sponde si dipana in maniera più lineare del previsto e l'epilogo, un po' precipitoso, potrebbe amareggiare gli eterni romantici. Ma sontuoso, struggente ed enfatico, si legge con un'ammirazione vicina a quella provata per la prosa di Vladimir Nabokov: anche qui il narratore, inaffidabile, si rivolge a una giuria – vera o immaginaria? – per discolparsi di qualcosa; anche qui un sentimento irrazionale, di pancia, è raccontato con il cuore e con la testa. E il dislivello invisibile di cui scrivevo in apertura si manifesta, infine, come un messaggio scritto con l'inchiostro simpatico. E l'oceano del desiderio, tempestoso come non mai, trova pagine bellissime a fargli da sponde.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Senza fine - Gino Paoli 

sabato 30 luglio 2022

Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)

Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)