giovedì 17 giugno 2021

Recensione: Il buio non fa paura, di Pier Lorenzo Pisano

 
| Il buio non fa paura, di Pier Lorenzo Pisano. NN Editore, € 16, pp. 176 |

Sembrerebbe lo scenario di una favola d'altri tempi, fumoso ed indefinito, se non ci fossero piccole indicazioni a dare un passato a quel luogo: per il resto, un presepe in rovina con ancora i segni delle bombe lungo le strade crepate e una paura diffusa verso il nemico tedesco. Gli uomini, incorniciati dalle finestre, osservano tutto e tutti con sospetto. I fucili sempre a portata di mano, per ogni evenienza. Laggiù c'è violenza. Ma c'è anche tanta tenerezza, tantissima. Di questo si sono nutriti i protagonisti: tre fratellini di età diverse che condividono il letto a castello, le storie della buonanotte, le arrampicate su un vecchio faggio e le corse a perdifiato nei campi di granturco. Il loro idillio è guastato all'improvviso da un colpo di vento; dal sopraggiungere di un'oscurità così fitta da avere corpo, e mani. Il buio inghiotte la donna di casa, che sparisce all'improvviso senza lasciare traccia. L'hanno uccisa i lupi? I simpatizzanti nazisti? Il suo stesso marito? Pier Lorenzo Pisano, finalista presso quel Premio Calvino che sforna talenti su talenti, cerca le risposte sulle rive del ruscello; nel folto del bosco. Il suo è un esordio convenzionale, ad altezza bambino, caratterizzato da una lingua colta e infantile allo stesso tempo, intessuta di onomatopee, vezzeggiativi e incanto. A dispetto del linguaggio originalissimo, è la storia in sé a non serbare grandi sorprese. A sembrare già raccontata altrove, in variazioni sul tema ora più entusiasmanti, ora più deludenti. C'è una presenza mostruosa in paese. Gli animali vengono trovati barbaramente uccisi, le campane suonano a morto, i capifamiglia hanno conti in sospeso con il bosco.

Gabriele è quasi sotto le braccia nere, che gli si avvolgono attorno e lo sollevano piano, ma non ha più paura, non sente più nemmeno il freddo, e adesso che sono così vicini gli sembra di riconoscerla. Sussurra: ma’. 

Mentre il papà si sfoga accumulando cataste di legna, i piccoli si stringono in unico giaciglio e si fanno coraggio. Guidati da Gabriele, il fratello di mezzo, giungono presto a una conclusione tanto spiazzante quanto dolorosa: e se il mostro cacciato da tutti fosse proprio la loro mamma? Se il buio l'avesse fatta sua – un tutt'uno indistinguibile? Dalle parti di Sette minuti dopo la mezzanotte (senza la stessa devastante carica metaforica) e del film La madre (senza sprazzi horror), Il buio non fa paura racconta la goffa convivenza tra quattro piccoli uomini, impreparati all'elaborazione del lutto. E di una creatura alta come un albero, nera come la notte, che tuttavia ha le braccia accoglienti di un genitore. Si respira aria di fiaba e di tragedia. Ma non tutto, anzi quasi niente, viene chiarito in un epilogo che giunge troppo in fretta ma lascia sensazioni più durature del previsto. Sono i misteri della vita e della morte. E di alcune opere prime dalle ginocchia sbucciate, in cui l'originalità non è di casa, ma l'emozione – dei legami familiari, delle narrazioni di matrice orale – è un prezioso lumicino a cui affidarsi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Roberto Vecchioni – I colori del buio

venerdì 11 giugno 2021

Recensione: Loro, di Roberto Cotroneo


| Loro, di Roberto Cotroneo. Neri Pozza, € 17, pp. 190 |

È una ghost story classica. Non c'è niente, dunque, che manchi all'appello. Dal prontuario dei gotici ottocenteschi Roberto Cotroneo ha preso in prestito: le proverbiali notti buie e tempestose, le ville fuori città dalla fama sinistra, le istitutrici dal curriculum perfetto ma dai punti di vista non sempre affidabili. Non siamo nella brughiera inglese sferzata dal vento, però, ma alle porte di Roma: da lontano s'intravede il profilo della cupola di San Pietro. Quando Margherita arriva a Villa Alessandra – senza cognome, con un trolley a buon mercato, ottime referenze e poco altro a proposito del suo passato –, sembra lo scenario di un sogno inconfessabile, al punto che la giovane, davanti a cotanta magnificenza, ribattezza la residenza Camelot. È tutto perfetto: dai cespugli pieni di rose agli anfitrioni ospitali, dai comfort innumerevoli alle prodigiose bambine di cui dovrà prendersi cura. Lucrezia e Lavinia, bionde e indistinguibili, gemelle, sono principessine beneducate che si destreggiano tanto come fantine quanto come pianiste. Ma sul viso hanno un'espressione greve, che stona profondamente con i loro soli dieci anni.

So che è difficile accettare quello che viene raccontato. Ho corretto poche frasi: qualche data errata, qualche riferimento inesatto. Nient’altro. Glielo affido con la speranza che la sua saggezza possa rischiarare le tenebre di questo orrore.

Sono proprio piccoli dettagli stridenti di questi a mettere sul chi vive Margherita. Perché le due bambine sembrano gestire gli equilibri della casa al pari di navigate direttrici d'orchestra, fino a prendere le parti dei genitori spesso assenti? Come mai Gaetano, il giardiniere claudicante, ha occhi dappertutto? L'ultimo interrogativo, il più importante, riguarda infine un tempio pagano al principio del bosco: qual è il legame tra Ecate, l'antica dea dei crocicchi, e una residenza progettata da un rinomato architetto contemporaneo? Le case nuove non hanno storia, giura a un certo punto uno dei personaggi: non possono dimorarvi fantasmi. Loro smentisce quest'affermazione, raccogliendo i ricordi di una protagonista pietrificata dall'orrore. Scritto sotto forma di memoriale, il romanzo è il diario psicoanalitico di una studentessa brillante e razionale, solitamente estranea alle farneticazioni melodrammatiche, che presto abbandonerà l'asciuttezza iniziale per lasciarsi andare a un delirio in cui si mescolano visibile e invisibile, realtà e paranormale.

L’inferno ti segue dappertutto, perché l’inferno ci appartiene, l’inferno è preistorico: quando lo vedi, e basta una volta sola, puoi anche riuscire a dimenticarlo per anni, per decenni, ma quando non te lo aspetti, quando pensi che il cielo e la terra possano essere tutto quello che desideri, l’inferno si riapre.

Elegante, colto e divertito, Roberto Cotroneo adotta un filtro color seppia per rendere le ambientazioni sospese nel tempo e, nel colpo di scena conclusivo, semina più di qualche brivido lungo la schiena nonostante i primi caldi di giugno. Quali fiabe ci raccontiamo contro la vertigine dell'abisso? Ognuno dice una bugia. Ognuno serba una verità. I confini si scopriranno labili, come quelli per distinguere le due gemelline dallo sguardo torbido. Omaggio a Henry James non senza una propria identità – c'è perfino qualcosa dell'ultimo Charlie Kaufman –, il romanzo è una partitura ora cristallina, ora infernale, che nelle ultime pagine rievoca le note più raccapriccianti di Skrjabin. Somiglia a Villa Alessandra: interamente vetrata, presenta una struttura semplice ed essenziale, invisibile, ma è frutto in realtà di un'architettura laboriosa. Loro è un gioco al suon di citazioni raffinate: una ghost story classica, che a sorpresa sa come non diventare una classica ghost story.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Aleksandr Nikolaevič Skrjabin – Sonata n.9 

mercoledì 9 giugno 2021

Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston

La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)

La famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato. Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro. Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –, trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi – vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva, coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)

Se l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi – lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni. La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me, non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna, amante e spia, persuade il marito con le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento, cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo). Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo, si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia. Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al potere, al passo coi tempi nonostante le guance incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)

Anno che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente, a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti, ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo. (5,5)

lunedì 7 giugno 2021

Recensione: Un bacio dietro al ginocchio, di Carmen Totaro

 
| Un bacio dietro al ginocchio, di Carmen Totaro. Einaudi, € 18, pp. 176 |

Da grandi inizi derivano grandi responsabilità. E l'inizio del secondo romanzo di Carmen Totaro, accolto con entusiasmo dagli addetti ai lavori, è una folgorazione. Fino a pagina cento, le avrei gridato amore grande. Merito di uno stile senza fronzoli, implacabile come quello di un'altra bravissima: Nicoletta Verna. Merito di due protagoniste feroci e imperscrutabili, che a lungo si inseguono – anzi, si braccano – nell'impossibilità di capirsi reciprocamente. Ada ed Elisa sono mamma e figlia. Nemiche per la pelle, al centro di uno di quei rapporti familiari disfunzionali con cui da sempre vado a nozze, si danno appuntamento in un modesto ristorante milanese per festeggiare i ventidue anni di Elisa. Il vino rosso scorre a fiumi, la conversazione è agitata: Elisa vorrebbe cambiare corso universitario a un passo dalla laurea; trasferirsi all’estero. Il ritorno a casa è surreale. Stranamente accondiscendente, la giovane si offre di preparare un bagno ristoratore alla madre che si appisola presto in vasca. Qualche ora dopo la donna si sveglia: la chiave non è più nella serratura, il condominio è messo in allarme per ragioni che non vi svelo, Ada viene guardata con sospetto, Elisa è scomparsa. 

Forse, se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il momento in cui si dive avere il coraggio di bruciare tutto, anche la propria madre.

A dispetto di titolo e copertina, che lasciano immaginare una vicenda familiare agrodolce, Un bacio dietro al ginocchio ha l'andamento criptico di un thriller dei sentimenti: ho pensato a Domenico Starnone. I misteri e i non detti abbondano, con tanto di denunce di scomparsa alla polizia e di cronologie setacciate a fondo. La protagonista deve fare infatti i conti con il dubbio, con l'assenza di una ventiduenne ribelle, intemperante, scostante: un'assassina mancata. La curiosità cresce di pagina in pagina, mentre Totaro descrive senza nessuna indulgenza il senso di smarrimento vissuta da Ada; le bugie a fin di bene che a lungo si è raccontata a proposito marito defunto – traditore –, della madre – appena accennata, è descritta come un'anziana sgradevole –, della figlia – studentessa in realtà tutt'altro che brillante –. Elisa è un personaggio immensamente interessante finché si limita a essere un punto interrogativo, un nodo da sciogliere. È un'attrice non protagonista che brilla soprattutto nell'assenza. Quando nella seconda metà emerge il suo punto di vista – piuttosto banale, è il classico ritratto di una ragazza di buona famiglia dedita agli eccessi e ai colpi di testa –, il romanzo cambia taglio e scenario. Si guasta. Con l'espediente di un viaggio on the road, la ricerca della protagonista si sposta in una Sardegna brulla e polverosa, tanto cara alla narrativa italiana. E l'inquietudine degli inizi viene tradita bruscamente da una resa dei conti – porterà forse alla riconciliazione finale? – che rende gli interrogativi vani, la morale nebulosa, la costruzione incoerente. Non all'altezza delle aspettative, per via di due parti antitetiche che collimano più che incastrarsi, il bacio di Elisa lascia un fastidioso senso d’amaro in bocca.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Kasabian - Goodbye Kiss


giovedì 3 giugno 2021

Recensione: Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson

| Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson. Atlantide, € 16, pp. 198 |

Ci sono romanzi che vorresti amare, ma con cui non scatta la scintilla. Ci sono libri con pagine meravigliose, ma che faticano ad amalgamarsi con il resto della narrazione. Mare aperto, nel mio caso, è stato uno di quelli. Storia d'amore e razzismo nello stile di Se la strada potesse parlare e Un matrimonio americano, rinfresca il genere sposando il punto di vista di un giovanissimo. L'autore, classe 1993, è più vicino alla generazione di Sally Rooney che a quella James Baldwin. Al pari di Connell e Marianne, idoli istantanei dei miei coetanei, i protagonisti di Caleb Azumah Nelson – per tutto il tempo senza nome – si amano, s'inseguono, ma faticano ad ammettere i propri sentimenti. Artistici, irrequieti e indecisi, sono amici e molto più che faticano a fare il passo successivo. Agli occhi degli altri, tuttavia, appaiono già una coppia. Cosa li separa? Da un lato, la distanza geografica: lei, ballerina, studia a Dublino; lui, fotografo, vive nella periferia di Londra. Dall'altro, invece, le inibizioni del protagonista maschile: troppo pensieroso, guarda con paura crescente gli attacchi della polizia alla comunità nera e non riesce ad aprirsi con sincerità alla partner.

Tra voi due c’è qualcosa. Non so cosa, ma tra voi due c’è qualcosa. C’è chi la chiama una storia, chi amicizia, chi amore, ma tra voi due, tra voi due c’è qualcosa.

Com'è innamorarsi all'epoca del Black Lives Matter? Cosa significa commuoversi guardando un film di Barry Jenkins o indignarsi con una pellicola di Spike Lee? Quant'è importante coltivare un senso d'appartenenza, le proprie radici, tra club affollati e concerti martellanti? Abbondano i cenni, urgenti, alla cronaca nera. Ma anche le citazioni di saggi che non ho letto, di canzoni che non conosco, di lungometraggi che non ho visto. La cultura “black” straborda e, impreparato, ho forse colto la metà delle troppe citazioni presenti. Emotivamente poco ho colto, purtroppo, anche dei drammi del protagonista: vittima di un razzismo ormai connaturato e destinato alla perenne insicurezza, viene raccontato con uno stile che all'inizio ho trovato poetico e infine lezioso. Costituito da squarci sparsi di violenza e bellezza, il romanzo sceglie la seconda persona singolare. Brevissimo, propone pagine introspettive e intrise di lirismo, vicine al gusto della slam poetry, ma non sempre adatte a costruire una vicenda compiuta. Per via della ricerca costante della frase a effetto, ho fatico a scorgere sviluppi significativi.

Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare nell’oceano. Ti sei interrogato su come potevi fare a proteggere quel trauma dal logoramento. Ti sei interrogato sulla partenza, sull’essere altrove. Avevi sempre creduto che se aprivi la bocca in mare aperto saresti annegato, ma se non aprivi la bocca saresti soffocato. E allora eccoti qui che anneghi.

Profondamente contemporaneo ma con uno stile rarefatto, sospeso nel tempo, il romanzo parla di tanto e di poco al tempo stesso. Mi piacevano moltissimo, eppure, questi protagonisti intrecciati stretti come succede ai fili delle cuffiette. Mi piacevano i dialoghi fitti fitti, in quei primi appuntamenti che ci trasformano tutti in ragazzini timidi e smaniosi; i passi coordinati; le playlist condivise. Mi piacevano le linee e i sentieri che tracciavano l'uno verso l’altro, inconsapevoli delle biforcazioni impreviste con l'avvicinarsi di un'estate crudele. Peccato che lui la allontani spesso; peccato che, così facendo, allontani anche il lettore. Non mi sono sentito a mio agio nel bozzolo di lenzuola della coppia protagonista; nei gorghi del loro mare immenso. Sfortunatamente deve essermi sfuggito qualcosa, e mi dispiace sinceramente. Il rollio delle onde lontane e la voce calda di Nelson facevano un rumore bellissimo.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Bee Gees - How Deep is Your Love

venerdì 28 maggio 2021

Recensione: Sette case vuote, di Samanta Schweblin

| Sette case vuote, di Samanta Schweblin. Sur, € 15, pp. 134 |

Io e i racconti: una relazione ormai stabile. La ufficializza, qui e ora, Samanta Schweblin. Sono tornato da lei dopo aver amato i mondi visionari di Kentuki e Distanza disicurezza. Sono tornato ai racconti – i primi che leggo di questapenna argentina – perché ogni nuova settimana implica inevitabilmente un nuovo andirivieni. Uscito qualche giorno fa con Sur, questo volume comprende sette storie affilate come coltelli, in bilico tra malinconia esistenziale e disagio psichico. I temi: la malattia, la solitudine, il pregiudizio. Lontana dalla fantascienza che l'ha resa celebre, questa volta l'autrice scandaglia il disagio quotidiano. Criptica, sottile e metaforica come non mai, condivide con il lettore schegge di vita vissuta che fanno trattenere a lungo il fiato. Da un momento all'altro potrebbe succedere tutto o potrebbe non succedere niente. L'ansia è tutta lì: racchiusa nel dubbio.

Questa è mia madre, mi dico, mentre lei apre i cassetti del comò e tasta sotto i vestiti per accertarsi che anche l'interno dei mobili sia di legno di cedro. Da quando ho memoria siamo sempre andate a vedere le case, abbiamo portato via dai giardini vasi e fiori inadatti. Abbiamo spostato gli irrigatori, raddrizzato le cassette delle lettere, tolto di mezzo oggetti decorativi troppo pesanti per il prato. Appena i miei piedi sono arrivati ai pedali ho cominciato a guidare io la macchina. Questo le dava più libertà.

Una madre e una figlia si divertono a invadere le esistenze altrui: modificano, rubano e stravolgono, mosse da una missione incomprensibile. Una coppia divorziata si accapiglia per l'affido dei bambini: possono forse passare il weekend con i nonni paterni, che in preda alla demenza senile si sono convertiti al nudismo? Un'anziana affetta da disturbi ossessivo-compulsivi, stanca di stare al mondo, impacchetta ogni avere in previsione del funerale e guarda con sospetto il dialogo tra il marito e il  piccolo dirimpettaio. All'indomani di un trasloco, nuora e suocera si scoprono accomunate dal medesimo senso di smarrimento. Una bambina, annoiata dall'attesa in ospedale, prende per mano uno sconosciuto che le promette di comprarle un paio di mutandine coi cuori ricamati. Per sfuggire a una lite familiare, una donna fresca di doccia esce di casa in accappatoio e ha una strana conversazione con l'antennista del condominio.

Concentrati sulla morte. Lui è morto. La signora della casa di fianco è pericolosa. Se non ti ricordi, aspetta.

Proprio come da tradizione, Schweblin garantisce una galleria d'immagini surreali e stranianti, immortalate con accuratezza cinematografica. I suoi protagonisti, al centro di dialoghi densissimi e di situazioni destinate a tacite implosioni, parlano a lungo. Ma più di loro sembrano parlare le cose non dette, quelle incomprese e quelle incomprensibili: il disagio misterioso, insomma, che tinge di nero la maggior parte delle vicende. Il formato del racconto rende Samanta Schweblin ancora più enigmatica. Nel bene e nel male, la concisione delle storie mette in risalto le sue peculiarità formali con il rischio di rendere i suoi intenti più oscuri del solito e di seminare, nel finale, un senso d'irrisolto. C'è del marcio a Buenos Aires e dintorni. Raramente, tuttavia, viene palesato. Lo intuiamo a colpo d'occhio tra le righe, mentre l'autrice scandisce con gelida imparzialità confronti intergenerazionali o traslochi di cui venire a capo. A volte i protagonisti hanno scatoloni da disfare d'urgenza per riappropriarsi della propria vita. Altre, invece, si convertono all'imballaggio – al cambiamento, al riciclo – per liberarsi di un passato superfluo. Portano fanghiglia sotto le scarpe. Seminano vestiti dappertutto. Lasciano oggetti fuori posto e appartamenti sfitti. Spesso votati all'inadeguatezza, vuoti al pari delle case che lasciano, ricercano il loro spazio vitale nei quaranta centimetri quadrati di una banchina. Disseminato di simboli e deliri, Sette case vuote è un vialetto sdrucciolevole – benché percorso con passo sempre fermo – su scenari tanto intriganti quanto insondabili. Non aspettatevi un'accoglienza conciliante da parte della padrona di casa: prima di presentarvi alla sua porta, fareste meglio a fare la sua conoscenza con altre storie; in altre circostanze.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Afterhours – Ritorno a casa

lunedì 24 maggio 2021

Recensione: Animal Spirit, di Francesca Marciano

| Animal Spirit, di Francesca Marciano. Mondadori, € 18, pp. 216 |

Nel corso degli ultimi mesi, durante i miei andirivieni in treno, si è cementato un amore che all'inizio appariva un flirt passeggero: quello verso i racconti. Tra pregiudizi e titubanze, mi sono approcciato al genere con risultati altalenanti. Ma ho scoperto poi che in viaggio non c'è formato migliore per cercare la compagnia delle storie: brevi ma intensissime quando si è fortunati, durano  il tempo che serve ad arrivare alla meta. La scorsa settimana ho portato con me Francesca Marciano. La sua penna è stata un'epifania. Anche sceneggiatrice, l'autrice – italianissima, nonostante i suoi racconti nascano in lingua inglese – torna in libreria con sei racconti che in realtà appaiono sei romanzi a sé. Belli, magici e perfettamente compiuti, propongono un cast popoloso di personaggi inquieti ed errabondi, che cambiano continuamente cielo e paesaggio. Nell'impossibilità, come scriveva Seneca, di cambiare loro stessi.

Julian fissò lo straordinario spettacolo di quel volo. […] “Anche noi siamo così?” di domandò. “Esseri che si muovono nella stessa direzione, mossi dallo stesso impulso, senza saperlo? Esiste forse un unico cervello che ci unisce tutti quanti, un istinto che ci guida in modo da non farci del male mentre avanziamo insieme verso un luogo più sicuro?”

Un'insegnante di yoga perde la testa per un avvocato rampante; rischiano di perdere tutto in nome del fuoco della relazione extraconiugale: alle figlie di lei, un po' selvatiche, spetta il compito di cercare un nuovo equilibrio domestico. Una ragazza senza nome, fresca di disintossicazione, torna a casa per il matrimonio della sorella maggiore ma fugge con un incantatore di serpenti: vicina ad Andor, scoprirà una vocazione imprevista e la sua massima fioritura. Due coppie, una da poco formatasi e l'altra di lunga data, si concedono una vacanza su un'isola greca: i dissapori sono all'ordine del giorno, ma la comparsa di un randagio bianco promette riappacificazioni. Una giovane donna parte all'insegna del New Mexico per restituire il lume della ragione all'ex fidanzato, ecologista affetto da un disturbo bipolare: è l'inizio di un'avventura piena di disperazione e di euforia nei territori indiani, sulle tracce di un leggendario lago blu cobalto. Un regista e un'attrice di mezza età, durante un casting a Roma, si scoprono uniti ben più che dal film da girare: un trauma indelebile e il destino li hanno voluti lì, a confrontarsi in una stanza d'albergo. Una scrittrice in cerca d'ispirazione affitta un appartamento con vista, ma il terrazzo è impraticabile a causa di un'invasione di famelici gabbiani: con la promessa di scacciarli, un fascinoso falconiere le spiegherà come reclamare la propria appartenenza e, soprattutto, come elaborare gli abbandoni.

Accade spesso ai falconieri di perdere gli uccelli. Fa parte del rischio di addestrare una creatura selvatica. Ogni caccia potrebbe essere l'ultima, è sempre il falco a scegliere se tornare da te oppure no.

Animal Spirit, che prende il titolo dal terzo dei sei racconti, è un portagioie. Una raccolta intima e avventurosa che ospita storie eterogenee ma parimenti valide, legate tra loro da un sottile filo d'erba. Mi sarei aspettato, a torto, estenuanti descrizione paesaggistiche; una flora scandagliata con piglio da botanico, una fauna densa di specie esotiche... La Natura, invece, in Francesca Marciano è una presenza ora immanente, ora soltanto metaforica. In Essa i personaggi trovano il sollievo, le risposte, la pace al disagio esistenziale. I trovatelli in libertà ispirano la concordia; i serpenti hanno corpi spaventosi, caldi e pulsanti; la caccia sanguinaria dei falchi causa inattesi sussulti erotici. E ci sono, ancora, alberi che comunicano grazie all'estensione delle loro radici; chiome che cambiano colore scandendo con puntualità il divenire delle stagioni; stormi che paiono mormorare malie nel loro coreografico inseguirsi. Artefice di momenti perfetti e di atmosfere sospese, dove perfino l'impossibile diventa realtà, l'autrice evoca paesaggi lussureggianti pervasi da climi miti e da aure incantate. Spesso, ci conduce lontanissimo. Ma ci rivela anche che, a dispetto dell'esotismo dell'America Latina o dell'incontaminato Mare Egeo, talora basta sollevare per un attimo lo sguardo dalla punta delle nostre scarpe per perdersi nella meraviglia. Del mondo, dell'altro: di un altro mondo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesca Michielin – Cheyenne