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martedì 25 febbraio 2025

And the Oscar goes to: The Brutalist | A Real Pain | Flow | The Girl with the Needle

Qual è il prezzo del sogno americano? Recentemente se l'era chiesto Anora, commedia amara in cui il risveglio dalla favola somigliava a un pianto. La domanda riecheggia anche in The Brutalist, un film con la solennità di un cinema che non c'è più. Ambientato in quarant'anni, diviso in due capitoli con tanto di intervallo al centro, è un'epopea degna di Philip Roth. Corbet, classe 1988, sceneggia dal nuovo l'odissea di un architetto ungherese al soldo del filantropo Guy Pierce. Finalmente riunitosi alla moglie Felicity Jones, sopravvissuta ai campi di concentramento, vivrà una parabola oscura dopo un viaggio tra i bianchi marmi di Carrara. Mentre il suo capolavoro si eleva, infatti, la sua vita sprofonda in un abisso di vergogna. È un genio o un parassita? Sulle spalle nervose di Adrien Brody, a lungo a digiuno di ruoli memorabili, poggia il peso immane di una struttura grigia e austera, con corridoi angusti e soffitti altissimi. Il simbolismo del progetto sarà spiegato in un finale, purtroppo, troppo didascalico. The Brutalist, per il resto, è una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson, in cui lo spirito di onnipotenza del committente e l'ossessione dell'architetto si scontreranno con l'impossibilità di cambiare le proprie origini. L'innesto, giacché forzato, non fiorirà. (8)

Dopo la morte dell'affezionata nonna, miracolosamente sopravvissuta ai campi di sterminio, due cugini americani dai caratteri agli antipodi volano insieme fino a Varsavia, Polonia, con lo scopo di omaggiarla. Jesse Eisenberg, per un po' pupillo di Woody Allen, scrive, dirige e interpreta una classica commedia indie dai toni dolce-amari, ritagliando per sé il classico personaggio del newyorkese nevrotico, privilegiato, ipocondriaco. Il ruolo migliore? In un atto generosissimo, lo regala all'amico e collega Kieran Culkin: già in odore di Oscar, nonostante un personaggio cucito addosso, veste qui i panni trasandati di una sorta di Zach Galifianakis votato all'ipersensibilità e agli eccessi. Affascinante e imprevedibile negli sbalzi d'umore, Culkin è il bellissimo cuore emozionale di un film on the road assai poco memorabile per approccio e scrittura — il pensiero corre ai cult Ogni cosa è illuminata o Little Miss Sunshine: A Real Pain è ben lontano dalla loro iconicità —, ma con il pregio di sapere riflettere con un sorriso a fior di labbra di colpa, memoria, elaborazione. Quanto pesa il fardello di essere immigrati di terza generazioni, magari non all'altezza dei sacrifici dei propri antenati? Quanto pesa, soprattutto, questa leggerezza? (6)

Il film animato più bello dell'anno (scorso) arriva dalla sconosciuta Lettonia. Meritatamente candidato a due Oscar, è il diretto rivale di Il robot selvaggio. I due film, favole ambientaliste in cui gli animali imparano per forza di cose a collaborare, hanno a ben vedere più di qualche punto in comune. Ma mentre il film DreamWorks si perde in una seconda parte inutilmente roboante, questo film è un esempio perfetto di tecnica e delicatezza. Sensibile, minimalista, sperimentale, racconta l'odissea di un gatto nero all'indomani di un inspiegabile diluvio. Come un novello Noè, il gatto vincerà la diffidenza per radunare una piccola arca con un labrador, un lemure, un capibara: con loro anche un misterioso airone, che li guida – e giudica – come un dio imperscrutabile. In mancanza di dialoghi, parlano l'espressività dei protagonisti e i rumori d'ambiente, in un gioiello d'immagini e suoni che ha il nitore del documentario. I 90 minuti di durata sembrano forse troppi per uno spunto che si sarebbe prestato meglio al mediometraggio; la morale si perde di vista nel lirismo dell'epilogo. Eppure la visione di Flow angoscia, incanta e stupisce, portandoci alla deriva in un mondo in cui a mancare, per una volta, è l'animale più infestante: l'uomo. (7,5)

Irresistibili atmosfere da fiaba nera. Una fotografia ispirata al meglio del cinema espressionista. Una donna sessualmente repressa, sempre a un passo da un abisso di oscurità. Non sto parlando del sopravvalutato Nosferatu, bensì del danese The Girl with the Needle, in lizza per il Miglior Film Straniero. Ambientato nella Copenhagen del dopoguerra, sceglie un claustrofobico bianco e nero – accompagnato al 4:3, immancabile in questi angosciosi film di nicchia – per rievocare una spaventosa catena di infanticidi realmente accaduti. Indeciso tra il dramma sociale e l'horror, sin troppo manierato per strappare veri brividi, racconta comunque con solidità la vicenda di un'operaia sedotta dal suo datore di lavoro. Rimasta incinta, con un marito invalido appena tornato dal fronte, affiderà il nascituro a una donna misteriosa. Più simile del previsto al film della nostra Maura Delpero, che in definitiva avrebbe meritato un posto in cinquina ben più dell'algido ibrido di Von Horn, non è tanto la storia di una efferata serial killer, quanto uno spaccato su un gruppo di donne mute e abbandonate, private della facoltà di scegliere, qui costrette a commettere l'indicibile pur di assaporare in extremis un briciolo di libertà. Per non essere le vittime della Storia, infatti, tocca forse diventare le carnefici? (7)

giovedì 21 aprile 2022

I film per famiglie degli scorsi Oscar: No Way Home | Crudelia | Luca | Flee | Encanto

[Candidatura per i migliori effetti speciali] Non sono un fan dei film Marvel, ma Spiderman ha sempre avuto uno spazio speciale nel mio cuore. In ogni sua veste, in ogni suo film. Neanche la versione di Tom Holland, fresca e leggerissima, teen, mi è mai particolarmente dispiaciuta, sebbene lontana dallo spirito di sacrificio del fumetto originale. Questo film, complici le attese, le supposizioni, gli spoiler, avrei voluto amarlo: tant'è vero che, a gennaio, ci ho inaugurato l'anno. Furbissimo, pasticciato e fuori fuoco, per me è il peggiore della trilogia nonostante l'innegabile presa emotiva del finale. Può, però, quest'ultima farci ignorare le incongruenze, i difetti sparsi o un'ora introduttiva che sembra una partita a Pokémon (il protagonista, come Ash, acciuffa e isola, infatti, i villain dei famigerati universi paralleli)? Le cose migliorano inevitabilmente nella seconda, incapace di distaccarsi dal purissimo e mal scritto fan service. È il film della maturità per Holland: finalmente ha imparato che da grandi poteri derivano grandi personalità. Ma il film manca di epicità, di pathos e, con ironia forzata, affida un ruolo chiave all'amico pasticcione di Peter Parker. Adulto ma non troppo, questo Spiderman concilia fan nuovi e vecchi. Ma sotto la nostalgia, niente o quasi. Gli si vuole bene comunque, pur constatando quanto il minimo sforzo porti al massimo risultato (al botteghino). (5,5)

[Oscar per i migliori costumi] Siamo negli anni Settanta, ma Crudelia è una Banksy ante-litteram che si muove in un mondo di fake news e spietate primedonne. Di giorno assistente vessata da una stilista diabolica, di notte vandala chiacchierata dall'opinione pubblica, non cerca poveri dalmata da scuoiare (anzi, qui gli indimenticabili cani maculati sono piuttosto feroci!), ma il dolce piacere della vendetta. Si muove a tempo di hit celeberrime, così, in un film glamour e divertentissimo, tragico e bipolare, a metà strada tra un heist movie ed Eva contro Eva (questo, però, è lo show di Emma contro Emma). Dirige con grinta punk Craig Gillesie, regista che di psicopatiche decisamente se ne intende, dopo il cult istantaneo Tonya. Scrive, tra gli altri, lo sceneggiatore dei caustici La favorita e The Great. E per due ore e un quarto, tante ma mai troppe, fanno a gara di bravura la camaleontica Emma Stone – da applausi con accento britannico – e una Emma Thompson più superba che mai. Crudelia è la bomba che nessuno si aspettava in materia di live action. Funziona perché con La carica dei 101 ha poco a che spartire, pur non tradendo mai lo spirito della villain (questa volta non fuma, no, ma è al centro di roghi, rapimenti, omicidi). E perché, soprattutto, non sembra affatto una produzione Disney. (7,5)

[Candidatura per il miglior film d'animazione] Ammettiamolo, è vero: si racconta sempre la solita Italietta da cartolina ferma agli anni Cinquanta. Ammettiamolo, è vero: a metà strada tra La sirenetta e Pinocchio, non c'è proprio niente di nuovo sotto il sole di questa Liguria oleografica, dove si è uniti dal buon cibo, dal pesto fresco e dalle competizioni sportive. Ammettiamolo, è vero: dopo il meraviglioso Soul, la Pixar non si gioca nuovamente la carta di un ennesimo capolavoro. Ma il buon Luca piace proprio perché semplice, nostalgico, dolcissimo. Storia di una creatura marina che sogna la terra ferma, a dispetto dei desideri del resto della famiglia, il primo lungometraggio di Enrico Casarosa è una fiaba vintage sul potere dell'amicizia e sulla ricchezza dell'integrazione: qualcuno, non troppo a torto, ci ha voluto vedere anche tinte arcobaleno alla Luca Guadagnino. Ma ha forse importanza? Negli ultimi venti minuti, è impossibile frenare una pioggia di lacrime. Per il ricordo delle estati più belle, che tristemente finiscono. Soprattutto, per i pregiudizi, le pressioni esterne e le ansie sociali, che sempre ci inibiscono. Prendiamo esempio dallo sfacciato Alberto Scorfano, allora, e in sella a una Vespa a precipizio sul mare gridiamo alle nostre paure: Bruno, silenzio! (8)

[Candidatura per il miglior film d'animazione, miglior documentario, miglior film in lingua straniera] Amin sgambetta per le strade di Kabul ascoltando Take on me. È ancora un bambino, indossa senza imbarazzo una camicia da notte della sorella, ha una cotta per Van Damme: non sa che dovrà correre per tutta la vita. Scappare prima dai talebani, che insanguinano l'Afghanistan con una guerra civile; poi dalla crudeltà dei trafficanti; infine dalla polizia. Separato dalla propria famiglia, sballottato tra Russia e Danimarca, sogna di riunirsi con i parenti in Svezia e inventa, intanto, una vita alternativa. Ormai adulto, si racconta a cuore aperto steso sul lettino di un amico: il regista Jonas Poher Rasmussen. A metà tra documentario e animazione, tra tragedia dell'immigrazione e favola avventurosa, la storia di questa adolescenza odissiaca diventa un piccolo film candidato a tre premi Oscar. Attuale, commovente, delicatissimo, racconta i rastrellamenti, il rimpatrio, le attese spaventose. E, soprattutto, la paura di fidarsi di qualcun altro: un compagno dolcissimo e con il pallino dei gatti rossi, ad esempio, che ama il protagonista pur non sapendo niente di lui. Mettere su casa significa seppellire le proprie origini? Essere felici implica tradire il ricordo dei propri cari? In tempi di guerra, l'amore di Amir ci apre gli occhi. E, qui e lì, promette di riempirceli di lacrime. (7+)

[Oscar per il miglior film d'animazione] Tra le montagne di una splendida Colombia vive una famiglia che potrebbe essere sbucata da una saga della prolifica scrittrice Isabel Allende. Guidata da una severa matriarca, è popolata da diversi tipi di talenti. Tutti i Madrigal, infatti, hanno un potere magico per contribuire alla magnificenza della stirpe. Cosa si prova a essere amaramente la pecora nera della casa? Sprovvista di poteri, la protagonista è una piantagrane che rischia di mandare in malora la tradizione. O così sembra. L'ultima favola Disney, buona giusta in tempo di festività, racconta con discreta originalità le perfezioni apparenti, l'ansia sociale, il perbenismo degli adulti. Ma i numeri musicali senza guizzi (quanto è sopravvalutato Lin-Manuel Miranda?) e uno sviluppo non pervenuto minano alla memorabilità del tutto. Peccato, perché l'esotismo dell'ambientazione e il personaggio dell'iconico zio Bruno, costretto a nascondersi per la sua fama di iettatore, promettevano meraviglia e commozione. Nonostante fosse ambientato a pochi passi da noi – meno ambizioso ma decisamente più riuscito – ci aveva portati più lontano il nostro Luca. (6,5)

venerdì 3 dicembre 2021

Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building

Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)

In fuga da una relazione tossica insieme alla figlioletta, Alex sbarca il lunario come domestica. Pulisce le case dei ricchi, e ne carpisce le storie, i segreti, le felicità apparenti. Alex smacchia, sgrassa e lucida in silenzio. Ma a dispetto degli sforzi titanici non riesce a cancellare i dolori della propria famiglia disastrata, composta da una madre bipolare, un padre assente e un partner tenero ma imprevedibile negli sbalzi d'umore. Attraverso i viavai giornalieri della protagonista, questa miniserie – ispirata a una storia vera – racconta con sguardo partecipe i figli di un Dio minore. Quelli dei sussidi statali, delle case-famiglia, del buoni pasti: i novelli miserabili. Prodotta dagli autori di Shameless e Promising Young Woman, Maid descrive in maniera simile il disagio sociale e la solidarietà femminile senza però mai propendere per il grottesco. Realistica, introspettiva, ma all'occorrenza sognante, è un'ordinaria storia d'ispirazione e coraggio sorretta da un cast straordinario. Benché stupisca il Nick Robinson dell'adolescenziale Tuo, Simon, giganteggiano Margaret Qualley e Andie MacDowell. Mamma e figlia anche nella vita reale – la prima una definitiva consacrazione, l'altra un insperato ritorno di fiamma: le rivedremo entrambe ai Golden Globe – minacciano di andare in pezzi in continuazione. Ma, miracolose fino all'ultimo, non si rompono. (7,5)

Oscar Isaac e Jessica Chastain – quanta bellezza, quanta bravura: ne saranno ben felici i nostri ormoni – si amano e si odiano alla follia nella miniserie ispirata a Bergman. Seppure a ruoli inversi rispetto al film originale, discutono di monogamia, sesso e tradimenti nell'arco di cinque puntate. Lui, insegnante di filosofia, è caloroso e accomodante. Lei, manager ambiziosa, appare più disincantata. Nonostante la sceneggiatura e le performance, di altissimo livello, siano state acclamate all'unisono al Festival di Venezia, il piglio freddo e cerebrale del tutto non è riuscito mai a emozionarmi. Anzi: lo script sembra fare il possibile per renderli insopportabili, con Isaac ridotto a uno zerbino e Chastain trasformata in un'aguzzina capricciosa. Alle “scene” di Hagai Levi – sbrodolate sedute psicoanalitiche mascherate da schermaglie coniugali – manca qualsiasi spontaneità. Possibile che fosse più dolorosa una lite di pochi minuti nell'ultimo Baumbach rispetto a questo profluvio di recriminazioni e pavoneggiamenti stellari? Per riprendersi dall'eventuale delusione, consiglio la terza stagione di Master of None altro tributo al maestro svedese – o Chiamami ancora amore, un Kramer VS Kramer all'italiana prodotto dall'insospettabile mamma Rai. (6)

Una famiglia con detestabili figli adolescenti al seguito. Una coppia di neosposi minacciata dalla tristezza di lei, insofferente verso quel marito capriccioso. Un'appariscente donna di mezza età con un'urna da spargere nell'oceano. E un resort esclusivo, nelle sognanti Hawaii, che per qualche tempo ne accoglie le storie, gli strepiti e i disastri tragicomici, mentre il suo impettito direttore rischia di perdere il suo buon nome. Le esistenze dei villeggiantisi intrecceranno con risultati imprevedibili a quelle dei dipendenti. Grottesca, acidissima, scritta in stato di grazia, The White Lotus fa ridere a denti stretti a proposito di white privilege, patriarcato e perbenismo. Come nella migliore tradizione della satira sociale, la sceneggiatura – perfetta nei primi episodi – bacchetta i vizi di questi riccastri vuoti e superficiali. I toni sono corrosivi, la colonna sonora tribale, il cast strabiliante – l'iconica Jennifer Coolidge su tutti, ma occhio anche ai sorprendenti Murray Bartlett e Alexandra Daddario. Peccato per l'epilogo, agrodolce ma senza coraggio: un ritorno alla normalità (con omicidio) che non convince completamente. Bella, ma non quanto si leggeva in giro ai tempi della messa in onda su Sky, resta la versione riuscita della pessima Nine Perfect Strangers ma non il capolavoro annunciato. (7)

Un attore sul viale del tramonto, un regista in bancarotta e una ventiseienne dal passato enigmatico fanno squadra per indagare su un omicidio avvenuto nel loro condominio. Che la morte di un solitario uomo d'affari sia correlata a quella di una giovane di buona famiglia, caduta dall'ultimo piano qualche anno prima? I sospettati, di tutto rispetto, comprendono anche Nathan Lane e la rockstar Sting. Giocando a fare i detective, i tre protagonisti contribuiscono a creare un un podcast dal successo istantaneo e questa deliziosa comedy d'ambientazione newyorese, che nei suoi momenti più felici ricorda proprio il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan. Peccato che, nonostante qualche trovata particolarmente brillante – il settimo episodio, un prodigio tecnico girato dal punto di vista di un inquilino non udente – e colpi di scena in quantità, il risultato sia tanto piacevole quanto innocuo. Già confermato per una seconda stagione, Only Murders in the Building resta in ogni caso l'intrattenimento ideale per gli amanti di Agatha Christie e per spettatori arzilli anche se in là con gli anni. I suoi pregi maggiori? Aver riporto sugli schermi Steve Martin e Martin Short, irresistibili mattatori, che ammiccano alle nuove generazioni – da qui il coinvolgimento di Selena Gomez – e brindano alla vita scherzando a lungo con la morte; la sigla animata, tra le più belle dell'anno corrente; il format vincente, purtroppo supportato da un intreccio poliziesco tutt'altro che indimenticabile. (6,5)

giovedì 16 gennaio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Klaus | Dov'è il mio corpo? | Frozen 2 | Il re leone

[Miglior film d’animazione] Uno sfaccendato giovin signore viene spedito come postino su un’isola divisa in due da una faida secolare. Il prologo è degno del capolavoro di Bram Stoker. Tra suggestioni gotiche a fantasia – case sbilenche, banchi di nebbia, figuranti spaventosi –, si arriva a una cascina costruita in fondo al bosco: ci vive un omone burbero e spaventoso non meno di altri – un giocattolaio che ha chiuso bottega per smaltire i dolori della vedovanza –, preziosissimo per aiutare il protagonista con la sua missione. Il postino esiliato ha l’obbligo di spedire un dato numero di lettere prima di dimettersi. Come farlo se laggiù vigono la grettezza e l’ignoranza, al punto che l’unica maestra si è improvvisata pescivendola? Inventarsi il personaggio di Babbo Natale, e dunque tutte le tradizioni a lui collegate. Nonostante badi al proprio tornaconto personale, il giovane farà felice i piccoli isolani. E nel mentre, involontariamente, aiuterà gli adulti a voltare pagina: il futuro della nostra società non è forse in mano ai bambini? Klaus è una bellissima fiaba dai vaghi sottotesti politici, che parla d’integrazione e precariato. Se all’inizio ci si lascia ammaliare da un'animazione spigolosa nello stile degli adorati Burton e Selick, le vere sorprese si nascondono in un prosieguo coinvolgente e creativo – a proposito delle origini della leggenda, vi siete mai chiesti il perché del caratteristico costume rosso o degli elfi per aiutanti? – che in chiusura lascia in lacrime. Si sa, ho lo stesso spirito umanitario del Grinch; per Marco Mengoni nei panni di doppiatore, in altre occasioni, avrò soltanto parolacce. Ma il ragazzo che non ama né l’animazione né il Natale, parlando con il cuore in mano, ha trovato riconciliante la visione del film di Sergio Pablos: si spera, un nuovo classico delle prossime festività. Rinfaccia con garbo a noi scettici, infatti, la bellezza delle cose in cui non crediamo abbastanza: l’infanzia, la generosità del prossimo, le favole. (8)

[Miglior film d’animazione] Una mano mozzata fugge dalla cella di una sala autoptica. In cerca di una storia d’amore a cui mettere il punto finale, sfiderà minacce continue – i piccioni, i topi, i cani, la forza di gravità – e cercherà conforto ora nelle carezze di un bambino, ora in una vasca da bagno. Comunque andrà, lascerà un’impronta. Altrove, invece, c’è questo ragazzo: orfano e straniero, sbarca il lunario come fattorino della pizza ma pur di avvicinarsi alla sua lei – in un primo momento soltanto una voce che flirta al citofono – s’improvvisa apprendista. L’attenzione, nei flashback, è focalizzata sulle sue lunghe dita da pianista. Cha sfiorano i tasti e le persone, smussano il legno, abbrancano il vuoto nel salto conclusivo. Cos’hanno in comune, insomma, un arto tronco e un cuore infranto? Da un’immagine all’apparenza macabra, Dov’è il mio corpo? trova lo spunto per un’avventura senza diretti precedenti. Premiato a Cannes e giunto con gioia alla stagione dei premi, l’esperimento del francese Jérémy Clapin ha il bianco e nero di Cuaròn; guizzi registici degni di Noé; la delicatezza intangibile di un anime. Romantico e vitale senza mai essere stucchevole, celebra la complessità del corpo – il nostro unico contatto con l’esterno – in una Francia di gru e igloo. Esperienza emotiva e corporea da provare, ha per isolato difetto la poesia un po’ ermetica di certi esperimenti indipendenti; un’idea da cortometraggio che lascia troppo di suggerito – compreso un epilogo che preferisce essere evocativo anziché incisivo. Poteva essere un capolavoro; poco male se si limita a essere bellissimo. Un’animazione che ha immenso tatto. Ma che, per fortuna, parla anche a tutti gli altri sensi. (7,5)

[Miglior canzone] Il primo Frozen mi aveva commosso come un bambino – tutto merito di Elsa, protagonista testarda e solitaria in cui ogni misantropo potrà rivedersi facilmente –, ma il gran parlarne aveva stufato presto. Materia per giocattoli, parchi a tema e pettegolezzi (sì, vorrei anch’io una fidanzata per la protagonista), rischiava di diventare la parodia di sé stesso con un seguito arrivato più tardi del previsto. Benché Il segreto di Arendelle abbia già infranto un record al botteghino, l’Academy questa volta è andata in direzione contraria: lo ha ignorato, e a giusta ragione? Scritto senza particolari colpi di scena, il film è un nuovo tassello dell’approfondimento psicologico di Elsa e del suo rapporto simbiotico con la sorella minore. In attesa della tanto chiacchierata storia d’amore, intanto la regina basta a sé stessa e ruba puntualmente le attenzioni con nuovi cambi d’abito e magie. Vittima del richiamo della foresta, parte per scoprire le origini di un misterioso patto infranto e di sé stessa. Dopo i dubbi di una prima metà ondivaga e schematica, l’emozione è in agguato nel finale. Il culmine di una ricerca sentita e sofferta, che non rinuncia né alle sequenze d’azione né alle battute di spirito del solito Olaf.  Visivamente superiore al primo – che bellezza l’esplosione naturale dedicata a Mostrati, la canzone più riuscita della colonna sonora – , Frozen si rivela discreto e maturo, grazie al messaggio ambientalista e a un epilogo non scontato. No, non è soltanto ritornelli orecchiabili – ode al gran voce di Serena Autieri – o merchandising. Adatto a grandi e piccoli, pur senza l’effetto sorpresa iniziale, conferma un importante dato di fatto: il gelo è solo nel titolo. (7)

[Migliori effetti speciali] Quella attuale passerà alla storia come la generazione dei remake in live action. Delle copie preferite, forse per maggiore comodità della fruizione, alle versioni originali. Dopo Dumbo e Aladdin, tornati al cinema con attori in carne e ossa e in versione parzialmente aggiornata, è toccato anche al Re Leone: lo ammetto, mai stato uno dei miei cartoni del cuore. Lungo e drammatico, al punto da essere una riscrittura in piena regola dell’Amleto shakespeariano, del film Disney incentrato su lasciti e potere ricordavo soprattutto le spalle comiche – il facocero e il suricato, subito iconici – e le poche canzoni presenti. Forse per la prima volta mi sono approcciato alla versione diretta dall’eppure bravo Jon Favreau senza attese né pregiudizi di sorta. La visione, però, è risultata deludente ugualmente. L’anonima copia carbone di quell’originale, strano ma vero, che nemmeno ricordavo nel dettaglio. Questa savana ha meno energia, meno emozione, meno colore. Fatta eccezione per l’aggiunta di qualche sporadica sequenza descrittiva, per il resto il film resta fedele nei dialoghi, nella trama e negli esiti. A parte per lo straordinario lato visivo – degno dell’attenzione naturalistica di un vero documentario –, non lo si ricorderà per nient’altro. Né per gli arrangiamenti musicali svogliatissimi. Né per un doppiaggio italiano che non brilla, tralasciando però le prove sorprendenti di Leo e Fresi. Tutto è al posto giusto, infatti, e tutto va come da copione, sulla falsa riga del Bardo. Ma il ruggito di questo Simba, sulla rupe dei re, è smorzato e tutt’altro che fragoroso. La colpa, ahimè, non è imputabile soltanto al doppiaggio del pessimo Mengoni. (5,5)

martedì 15 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: The Politician | Big Mouth S03 | Jane The Virgin S05

L’instancabile Ryan Murphy ci riprova. Con l’inizio dell’anno scolastico torna al liceo: mancava dai tempi di Glee. Riecco perciò i colori sgargianti, le faide grandi e piccole, le strategie per primeggiare e sì, perfino le canzoni, se il protagonista – la rivelazione Ben Platt, venticinquenne dal talento sorprendente – ha il pallino segreto del pianobar. Intelligente, affabulatore, bisessuale, al contrario degli allievi di Will Schuester non sogna il musical bensì la presidenza americana: essendo ancora una matricola, gli tocca prima diventare rappresentante degli studenti. Dalla sua ha una parlantina naturale, unita a un abbigliamento che gli ho invidiato per tutte le puntate, e la ricca ma infelice Gwyneth Paltrow come mamma adottiva. Quello che gli manca, a parte l’amore della sua vita – il suo maestro privato di mandarino, morto suicida nel pilot –, è un braccio destro all’altezza: perché non Zoey Deutch, presumibilmente malata di leucemia, a cui la sempre subdola Jessica Lange nasconde informazioni sulle sue reali condizioni? La scalata al potere del protagonista, vittima presto della sua stessa ambizione, prevede un tentato omicidio, tante parole di miele misto a veleno, il trash del Murphy che più ci piace. Commedia nera nello stile di Election, The Politician si difende dagli eccessi con una palette degna di Wes Anderson, un cast divertitissimo e il salto avanti di un epilogo alla Scandal, con in campo altre mattatrici – Judith Leight e Bette Midler – e lo skyline della spietata New York sullo sfondo. La politica annoia. La politica non è un gioco da ragazzi. Non ditelo a Platt e ai suoi simpatici scagnozzi, sopravvissuti agli avvelenamenti più folli e ai luoghi comuni più ostinati, anche se non completamente in salvo dal già visto. L’ape regina di Lucy Boynton, ad esempio, somiglia tanto, troppo alla cheerleader Quinn Febray – ve la ricordate? La serie, in sintesi, non è forse la versione d’autore del guilty pleasure Insatiable? Pur senza plebiscito, comunque, confido che le simmetrie perfette della regia e la doppiezza del candidato rampante bastino per un altro mandato. Il mio voto, intanto, lo ha. (7)

Seguitissime, le lezioni di anatomia di Big Mouth sono arrivate alla terza stagione. I giovani protagonisti stanno per tagliare un traguardo importante, la terza media. E ormai tutti, nessuno escluso, hanno con sé un Mostro degli ormoni, una cotta inespressa, una prurigine da grattare. A scuola si fanno sfilate contro il sessismo. Qualcuno alimenta un rapporto tossico con lo smartphone, qualcuno esplora il vasto spettro della sessualità, qualcun altro assume pasticche per combattere il deficit dell’attenzione. Le migliori amiche si masturbano? La bisessualità è vista con simpatia soltanto fra ragazze? Come reagire alle mani lunghe di un prof? Inferiore alla prima stagione, superiore alla seconda, la serie torna a regalarci trovate memorabili – il musical scolastico ispirato al thriller erotico Rivelazioni, l’episodio monografico dedicato al fantasma di Duke Ellington – e spunti nonsense – la Florida rasa al suolo da un terremoto da Antico Testamento –, con tanto di amichevoli cameo: riusciranno le fate turchine di Queer Eye a rivoluzionare l’esistenza di quel coach Steve in stato d’abbandono? Restano una certa antipatia verso Nick, l’adorazione purissima per il personaggio di Lola e una tenera curiosità verso la vicinanza fra Jay e Missy, gli outsider agli antipodi che trovano rifugio in un mondo di fantasie oscene e fanfiction.  Il difetto? Una formula consolidata, a cui manca da un po’ l’effetto sorpresa, che comunque non rinuncia a piccoli colpi di genio per risultare spassosa, schietta, al passo con i nostri tempi: a ben vedere, perfino istruttiva. Prontamente rinnovata, sembra proprio che la famigerata boccaccia della serie animata Netflix non la smetterà presto di fare allusioni sporche. Riuscirà a inventarsene anche di nuove? (7)

Bisognerebbe partire dalla fine. Affidarsi al diciannovesimo episodio – l’ultimo: un nostalgico backstage con interviste e retroscena –, per lasciar parlare le lacrime del cast e le parole degli sceneggiatori. Dura dirsi addio, soprattutto se significa rinunciare al guilty pleasure per antonomasia: quello che piace alla critica e, a sorpresa, in passato, perfino alla stagione dei premi. Giungono così a conclusione le disavventure di Jane Gloriana Villanueva: protagonista di un’esilarante immacolata concezione e di una serie TV che prima ancora del movimento metoo, del politicamente corretto in risposta a Trump, includeva a bordo donne resistenti agli urti e minoranze latine. Perché potrebbe diventare un classico della commedia sentimentale? Gli ingredienti sono una scrittura scoppiettante; un’irresistibile mescolanza linguistica che a volte preferisce lo spagnolo, altre l’inglese; i toni da fiaba profana, fra momenti di classico realismo magico e bislacche sequenze musicali, che hanno conquistato anche gli ospiti Bruno Mars, Britney Spears, Rosario Dawson. Bisognerebbe partire dalla fine, si diceva allora, perché non basta l’affetto a nascondere i difetti di una stagione conclusiva con pochi spunti e troppi episodi. Scritta su misura dei fan, Jane The Virgin mira al traguardo della centesima puntata – trascurabile il fatto che ormai manchi pochissimo per arrivare all’ovvio lieto fine – e al compleanno della protagonista, qui trentenne. Se l’unico elemento degno di meraviglia è l’amicizia nascente fra Jane e Petra, all’inizio sua storica nemesi, il resto ruota attorno a tre temi lungamente diluiti: la carriera da scrittrice della nostra eroina, in cerca della formula del perfetto romanzo rosa; la cattura della trafficante Sin Rostro; la risoluzione di uno dei triangoli romantici più sentiti del mondo delle serie TV, con un innamorato tornato dall’oltretomba e l’altro diventato nel frattempo povero in canna. Lunga la strada verso la conclusione, senz’altro inutilmente. Ma si è ben contenti di arrivare a una cascata di fiori d’arancio, accanto alla persona giusta – Jane no, non delude –, facendo lo slalom fra saltuari rischi di cancellazione e pregiudizi di sorta. (6,5)

lunedì 23 settembre 2019

I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02

Nel primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando, Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo; dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative, alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale: risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi, medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile, tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.  Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –, quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac. Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso d’irrisolto del titolo. (7)

Benvenuti a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi. L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante: l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta, sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark, quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per entrare nel mood di Halloween. (7+)

Erano giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti; il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)

lunedì 26 agosto 2019

Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel

Non è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì, perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits. (6,5)

Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i profani perderanno facilmente il bandolo della matass in preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità, né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer, caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude Law. (4,5)

Avevo già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso, per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma  – come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però, grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone della collega ma incanta più per l’accento, per la bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi – troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con affetto. (5,5)

Quanti segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia. Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare – e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini, con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la sua leggerezza benefica. (6,5)

Scoperta recente, la serie di Dragon Trainer mi è subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti, questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)

I protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali, tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli, personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy – unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate, tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd, alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi seguito non richiesto. (5)

Era stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese, data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal taglio femminista, che piace all’autore in persona per la colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali: compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler – erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera, uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)

È alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani. Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva sul loop temporale del film precedente: generato non dalla provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare: sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati. Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica – lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi di paura che in passato scarseggiavano. (7)

lunedì 1 aprile 2019

I ♥ Telefilm: After Life | Love, Death + Robots | Turn Up Charlie

Ci sono dolori che non si superano mai. Soprattutto se, come Tony, cinquantenne intrattabile, sai che nessuno ti amerà quanto o più di tua moglie: l'unica abbastanza ostinata da sopravvivere ai tuoi pessimi scherzi, al tuo crudo senso dell'umorismo, ma non al cancro. Come reagirebbe il perfetto Scrooge se non rifuggendo le parole di conforto degli altri, i morsi del dolore e, dunque, la vita? Permaloso e sarcastico, il protagonista nutre frequenti pensieri suicidi e a salvarlo in corner è l'inseparabile pastore tedesco che lo costringe ad alzarsi a fatica dal letto, a uscire per fare la spesa, a non affogare in un mare a volte fisico e altre figurato. Sulla strada dell'elaborazione incrocerà: spacciatori per consiglieri, prostitute dal cuore d'oro che gli si offrono gratuitamente come colf, vedove fisse al cimitero e nuovo appuntamenti romantici, assieme agli assurdi concittadini da intervistare per il giornale locale – una rivista gratuita dove vengono ospitate mamme che in cucina usano latte materno e lievito vaginale, suonatori di flauto (con il naso), chiazze di muffa sospette (che non somigliano a Gesù, però, ma a Kenneth Branagh). Eccezionalmente scrive recita e dirige un Ricky Gervais con il classico dente avvelenato ma, a sorpresa, tanto cuore in più. Quali speranze restano a un vedovo senza figli, reduce da venticinque anni d'amore? Un sorriso famelico, da squalo, e occhi in cui vedi baluginare qui e lì lacrime inaspettate. Dopo i colpi di fulmine con Catastrophe e Fleabag, gli inglesi consolidano il loro formato vincente con il beneplacito di Netflix: sei puntate di venticinque minuti ciascuna; una rassegna struggente di scuse futili e valide ragioni per continuare, nonostante tutto, a tirare avanti. After Life è un gioiello di commedia nera. Si cede alla retorica soltanto nel finale. Si parla, già in via di guarigione, dello straordinario egoismo del dolore. Il lutto, ribadisce un Gervais acido ma redento, non è una questione privata. Non lo è, in fondo, neppure la nostro vita. (7,5)

Dici animazione. Dici fantascienza. Mix potenzialmente fatale per me, che non ho mai amato né i cartoni animati né un genere che di per sé predilige mostri, esplosioni e voli intergalattici. L'ultima proposta Netflix, eppure, allettava con il suo tam-tam pubblicitario e i grandi nomi coinvolti: a produrre niente meno che Tim Miller e David Fincher. Diciotto storie mai più lunghe di venti minuti, diciotto cortometraggi, diciotto stili differenti: dalla computer grafica più roboante all'essenzialità degli anime, setacciando in ordine casuale i deliri dell'horror, gli orrori di guerre vicine e lontane, la satira e le leggende del lontano Oriente. Tanta bellezza, altrettanta carne al fuoco, anche se come accade nelle antologie qualcosa piace e qualcosa no; anche se non tutto funziona, fra sceneggiature poco approfondite e bozzetti incompiuti, e l'ordine degli episodi non sempre appare strategico. A conquistare il podio sono i miti folkloristici di Buona caccia reinterpretati in chiave steampunk, il femminismo battagliero del Vantaggio di Sonny, le atmosfere distorte della Testimone, senza dimenticare l'arte concettuale del filosofico Zima Blu, l'erotismo mostruoso di Oltre Aquila o i cieli vorticosi dello scenografico La notte dei pesci, rovinato a malincuore dall'ignorante deriva finale. Divertono gli esperimenti umoristici di Tre robot e Alternative storiche; soltanto in teoria il brioso nonsense del Dominio dello yogurt e L'era glaciale. Ma titoli come La discarica, Dare una mano e il Succhia-anime sanno purtroppo di già visto, e che noia, per favore, le sparatorie roboanti di Tute meccanizzate, Dolci 13 anni, Mutaforma, La guerra segreta! Dietro un esemplare sfoggio di mezzi e tecniche, oltre partecipazioni amichevoli che fungono da abile specchietto per le allodole, a ben vedere gli stili animati sono in numero minore rispetto al previsto; di incantare – con il mito, con personaggi femminili resistenti agli urti, con il grottesco – si ha intenzione giusto a tratti. Manca il fil rouge. Manca una cornice. Quelli di Love, Death + Robots, così, restano quadri splendidi ma fini a loro stessi, di piacevolezza e riuscita molto variabili, che non giustificano la natura antologia della serie evento e interessano per metà. Ma questa fantascienza per principianti ha frame da incorniciare e un formato tentatore, che con poco ha intrigato anche il sottoscritto: un dichiarato profano, come si diceva in apertura, allettato da amori e dipartite in pillole coloratissime, meno da automi con un cuore di latta e CGI. (6,5)

Stando a una nota rivista è l'uomo più sexy del mondo. Aspirante James Bond, serio e richiestissimo, Idris Elba mi è sempre parso un attore da film impegnati: anche troppo. Indiscutibilmente bello e bravo, anche sulle soglie dei cinquanta, mostra quanto gli doni anche una leggerezza inedita. Il sex symbol dall'inossidabile pelle scura e dal principesco accento inglese, per ragioni di copione, si trasforma qui nel suo esatto opposto: uno scapolo di origini africane trapiantato a Londra, con un appartamento in periferia da condividere con la zia ficcanaso e poche prospettive per il futuro. Musicista di discreto talento, sul finire degli anni Novanta era stato una meteora: uno da tormentone mordi e fuggi, insomma, incapace di mantenersi sulla cresta dell'onda oltre il minimo sindacale. Il ritorno all'ovile di una storica coppia di amici – lui aspirante attore teatrale, lei (interpretata da Piper Perabo, ex Ragazza del Coyote Ugly) deejay di fama internazionale – dà una spinta alla sua carriera in stallo, anche se sbarcare il lunario talora significa sapersi accontentare. Perfino dell'ingrato ruolo di babysitter per la figlia dei due forestieri, bambina sfacciata a metà fra il tenero e l'insopportabile. Per quanto poco originale, anche grazie all'alchimia con l'altezzosa e fragile coprotagonista, la prima parte in stile About a boy funziona senza guizzi e senza sbadigli. La seconda, in cui con un inspiegabile salto temporale si passa dall'Inghilterra alle lussuriose estati di Ibiza, stordisce con tanta musica ad alto volume, frammenti in scorrimento veloce di sesso occasionale e droghe, ma perde clamorosamente di vista il punto della situazione fino ad arrivare a una chiusa affatto appagante. Turn up Charlie ha pochissimo da raccontare, e per di più lo fa svogliatamente. Commedia dalla foggia modestissima, con una scrittura scontata e derivativa, si regge solo grazie allo status consolidato del protagonista che, in scena, ironizza sulla sua doppia professione di attore e musicista. Anche se ci si domanda, un po' preoccupati, perché il buon Elba figuri perfino fra i creatori. Non funzionano, infatti, la divisione a puntate e il grande investimento di energie. E la serie, nel suo complesso, non risulta all'altezza né della proposta Netflix né di un professionista che sfortunatamente non può essere la sola anima della festa. (5)

domenica 24 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Copia originale | At Eternity's Gate | Spider-Man: Un nuovo universo | Gli Incredibili 2

Ci sono biopic e biopic. Quelli sui personaggi da santificare inutilmente e quelli su mine vaganti da assolvere. Copia originale, forse l'unica sorpresa nella piattezza di questi Oscar, è parte della seconda categoria. Chi era Lee Israel? Biografa misantropa, idealista e gattara, non credeva né nel proprio talento né nell'amore. Rispondeva a tono, si vestiva male, non meritava ingaggi o buoni amici. Finché non sono state le soluzioni, gli altri, a trovare lei: prima una lettera d'autore rinvenuta in un volume della biblioteca, e da lì la folle idea di falsificare epistole in serie sfruttando il proprio sapere enciclopedico; poi l'affinità istantanea con un inglese eccentrico e irresponsabile, l'istrione Richard E. Grant, che non sa prendersi cura degli animali domestici, proteggersi dai rischi dell'Aids o dalle domande dei federali, eppure risulta un'indispensabile spalla comica. In un mondo di sedicenti Tom Clancy, autori svenduti alla logica del bestseller, Lee era la pecora nera: costretta infine a esporsi, a metterci la faccia, ma in maniera impensata. A restituirci l'orgoglio, l'umanità e le storture di una truffatrice sui generis con una coscienza tutta sua, è la rivelazione Melissa McCarthy: senza mai strafare, l'attrice comica sposa il cinema impegnato in un passaggio naturalissimo, portando con sé una fisicità irresistibile e quello sguardo già insospettabilmente comunicativo nei film più goderecci. In una New York alleniana, colta e piena di note jazz, c'era una storia che la falsaria non ci aveva ancora spifferato: la sua. Ne viene fuori una commedia dall'impalcatura esile, ma con una scrittura elegante, sardonica e perfino commovente: Copia originale non conosce redenzione, e quello è il bello. Marielle Heller tocca con un crime che sfugge alle definizioni, spiritoso e ritmato com'è, e consacra una grande interprete. Mette in luce uno dei tanti caratteristi a corto di ruoli memorabili. Ci regala abili duetti attoriali e scorci sui sordidi meccanismi editoriali, a cui in particolare i lettori non potranno restare indifferenti. Alcune emozioni, alcune simpatie, non si simulano a comando. Alcune criminali vanno perdonate a occhi chiusi. Alcune copie, come in questo caso, sono migliori dell'originale. (7,5)

Film belli come un quadro. Come un quadro di Van Gogh, nello specifico. Un arista irrequieto, dannato e intrigante, che non poteva non meritarsi un biopic errabondo, malinconico e criptico come questo: non necessario, forse, ma all'altezza dell'omaggio. Il pittore è ad Arles: in cerca dell'essenza della natura, alza il gomito, scaccia i bambini molesti e attende visite per scacciare la solitudine che ha nel cuore. Non sono abbastanza frequenti gli incontri con il fratello, un commovente Rupert Friend. Non è abbastanza lunga l'amicizia con Gaugin, di ritorno dal Madagascar. La fine dell'Impressionismo ha portato gli artisti a rielaborare il rapporto fra pittura e realtà, e Van Gogh sognerebbe di creare un movimento intellettuale, di circondarsi di ospiti pur di non patire la sindrome d'abbandono. Sappiamo che in un raptus si taglierà via l'orecchio e lo offrirà in dono al collega Oscar Isaac. Sappiamo che fine farà: merito dell'irripetibile Loving Vincent. Sulle soglie dell'eternità non aggiunge niente di rilevante al mito dell'uomo, non fa chiarezza sulle modalità della sua dipartita, ma coglie lo spirito di un personaggio che affascina ancora: benché indagato a più riprese, proposto e riproposto. Pensavo che il film perdesse in partenza la sfida di eguagliare la bellezza del capolavoro d'animazione, e invece ammalia e rattrista con le sue lunghe passeggiate nel verde e i suoi colloqui ancora più lunghi, dal gusto teatrale. Julian Schnabel ci mette una regia da maestro, che fra soggettive, primissimi piani e un uso marcato della macchina a mano permette una totale immersione sensoriale: i veri coprotagonisti, perciò, saranno gli steli d'erba, le nuvole, il vento e la luce. Un invasamento panico, insomma, retto da un Dafoe gigantesco e dolente, con attimi di impagabile spensieratezza e monologhi struggenti. Intenso, al punto che a volte si fa fatica a reggerne gli occhi grandi e spiritati; le farneticazioni dai toni messianici. Infarcita di riflessioni estetiche e filosofiche non per tutti, con una seconda parte un po' didascalica, la visione è lenta, perturbante, istruttiva. Per guardare attraverso gli occhi di Vincent i demoni, i desideri, i parti creativi, e condividere con lui un fardello pesante. Per sbirciare, dalla soglia del cinema, uno spiraglio d'eterno. (7)

Hanno ucciso l'Uomo Ragno, chi sia stato non si sa. Lo cantava Max Pezzali e alla fine è successo davvero: il supereroe è morto. Questo, almeno, accade nella Brooklyn di Miles Morales: adolescente goffo e adorabile, con il pallino dei graffiti, un padre poliziotto e un affezionato zio pigmalione. Al risveglio, un giorno, si accorge che c'è qualcosa che non va: colpa dei misteriosi terremoti che fanno tremare l'intera città, oppure del morso di un ragno nei tunnel della metropolitana? Il protagonista pensa sia l'arrivo della pubertà, invece sono i superpoteri. È finito in un fumetto. In una dimensione in cui il famoso Peter Parker non ce l'ha fatta, morto sotto i colpi di un Kingpin al solito violento e sentimentale, Miles ha l'onere di sostituirlo: il compito, distruggere la creazione di un villain che scherza con i piani temporali e il destino. Al punto che, contemporaneamente, si daranno appuntamento nella cameretta di Miles gli Spider-Man di tutti i multiversi immaginabili: le conseguenze sapranno come entusiasmare, attraverso quest'apprendistato spassosissimo. Un trio di ottimi registi, utilizzando il meglio di cui l'animazione è capace, ha proposto sotto Natale un'irresistibile variazione sul tema; una curiosa storia delle origini che, in nome di uno spirito malinconico e giocoso insieme, fa faville con gli stili e le teorie quantistiche. Vengono rivoluzionate le identità e i connotati di comprimari e antagonisti – su tutti zia May, armatrice bad-ass, e un Peter fresco di divorzio – e ci si prende gioco con originalità di sequel, remake e reboot, pasticciando a fantasia con intelligenza e colore. Nonostante un epilogo eccessivamente caotico, che conferma il mio scarso feeling con un genere fatto di esplosioni, onde d'urto e laseroni, Un nuovo universo convince appassionati e profani con un'orgia di citazioni nerd e grandi poteri, da cui puntualmente derivano grandi responsabilità: colpi di scena ben dosati, una tecnica all'avanguardia, un cuore eccezionale. Grazie a un eroe vulnerabile e alla mano, che mi piaceva già interpretato da Maguire, Garfield e Holland. E che qui torna a conquistare in tutte le salse, in ogni universo possibile. (7,5)

Avevo dieci anni, amavo già poco i supereroi e l'animazione digitale, e il soggiorno presso la famiglia Parr mi era piaciuto ma non troppo. Avrò collezionato ai tempi qualche gadget dalle merendine, adesivi o calamite a tema, eppure la tentazione di vederlo una seconda volta non mi ha mai tentato. Sono passati quindici anni dagli Incredibili, e perché aspettare tanto per un sequel fuori tempo massimo? Per insindacabile volontà degli sceneggiatori, i protagonisti non sono cresciuti nel mentre. Non si sono allontanati di un passo degli eventi del film introduttivo. È cambiato il target, tuttavia; sono cambiati gli spettatori, all'epoca bambini e adesso pressoché adulti. Gli aggiornamenti, presenti a piccole dosi, non sono dei più felici: la dimensione corale scarseggia, purtroppo, e l'arrivo di una nuova ondata di femminismo ha fatto sì che questa volta sia Mrs Fantastic a ricoprire un ruolo di potere, mentre per il consorte in fermo ci sono i pannolini di Jack-Jack, i compiti di matematica di Flash, i sospiri d'amore di Violetta. Visivamente accattivante, offre due ore che non pesano, nonostante la sensazione di assistere a semplici scenette giustapposte, e un discreto intrattenimento ad alto budget. Ci si è presi del tempo, però, senza una giustificazione valida. Mi ripeto: quindici anni, e per cosa? Verrebbe da chiederselo ancora e ancora, sì, davanti a una trama semplice e prevedibilissima e alle aspettative dei fan, sostanzialmente mal riposte. E io, che fan non ero né lo sono diventato? Gli Incredibili 2 non sorprende, non volta pagina, non matura, e cerca invano di tenere a freno un potere e un potenziale – mi ha illuminato la mostra Pixar a cui ho assistito a Roma lo scorso gennaio – che neppure il bravissimo Brad Bird, alla regia, sa padroneggiare. (5,5)