Visualizzazione post con etichetta BBC. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BBC. Mostra tutti i post

lunedì 28 dicembre 2020

[2020] Top 10: Le mie serie TV

10. Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo. 

9. This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto. Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.

8. La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente, si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya Taylor-Joy.

7. Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del girl power, contro le molestie subite.

6. Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato, cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di episodi di genialità superiore.


5. Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con immagini di un lirismo che commuove nel profondo.

4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia. Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o degli angeli.

3. Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma noi no.

2. L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.

1. Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri. Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.

venerdì 11 dicembre 2020

Best-seller sul piccolo schermo: The Undoing | Us

Lei psicologa, lui chirurgo, compongono una coppia perfetta. Nonostante la frenesia della vita newyorkese, dedicano tutto il tempo che serve alla famiglia e alle pubbliche relazioni. Il loro dramma inizia all'indomani di una cena di beneficenza: una delle partecipanti, una giovane mamma di modeste origini, viene trovata massacrata sul retro del proprio laboratorio d'arte. Alla festa spiccava come un pesce fuor d'acqua, perché bella e procace. E, soprattutto, perché profondamente triste. Quale sofferenza nascondeva? Come mai i protagonisti sono i principali sospettati? Nicole Kidman e Hugh Grant, divi intramontabili che tutti avremmo sognato di vedere insieme in una commedia romantica degli anni Novanta, sono finalmente uniti da un'anonima Susanne Bier in una miniserie attesissima. Glamour e invidiabili, anche se spiegazzati, vengono torchiati dalla polizia: qual era il loro legame con la nostra Matilda De Angelis, attrice italiana al centro di una grande produzione internazionale e di un giallo modesto ispirato all'omonimo romanzo di Jean Hanff Korelitz? Non nuova al piccolo schermo, Nicole Kidman torna al ramato e nella sigla canta come fece in Moulin Rouge: superba al solito, regala al personaggio occhi sbarrati per lo shock e rossori. La sua reazione al nudo integrale della De Angelis, insieme a un breve bacio saffico in ascensore, sono già cult. Il migliore, però, è Hugh Grant: un uomo imprevedibile e sornione, nell'occhio del ciclone, a cui l'attore inglese aggiunge la sua naturale faccia da schiaffi, fascinosa anche con qualche ruga in più. È semplicemente un marito infedele, o anche un assassino? Se la prima metà di The Undoing è un patinato thriller erotico con un intrigo che promette scintille, la seconda diventa un dramma processuale senza grandi guizzi narrativi o stilistici. Più lineare del previsto e inutilmente dilungata, la storia avrebbe avuto bisogno della metà delle puntate o di un film di due ore per funzionare meglio. Mentre l'ultimo episodio è necessario per tirare le fila – c'è anche il colpo di scena, dignitoso ma non a effetto –, la maggior parte degli altri sembra voluta soltanto per far spazio al popoloso cast. Peccato che il patriarca Sutherland, il detective Ramirez e l'amica pettegola Lily Rabe abbiano ruoli minuscoli, e a spuntarla a sorpresa sia l'avvocato difensore di un'ottima Noma Dumezweni. Nel complesso senza infamia né lode, per quanto recitata ad arte, The Undoing si segue con curiosità costante. Ma in giro ne parleranno più per il look alla Eyes Wide Shut della ritrovata Nicole o per le forme da capogiro della prezzemolina Matilda. (6,5)

L'ho letto sei anni fa di questi tempi. Quando eravamo ancora una famiglia ma, lo scrivevo nella recensione, mostravamo già le prime crepe preoccupanti. Grande ritorno in libreria dell'autore di Un giorno, Noi era un romanzo diversissimo dal precedente ma non meno struggente. Soprattutto per me, che in fatto di dissapori domestici la sapevo già lunga... Qualche anno dopo avrei avuto la fortuna di incontrare David Nicholls a Milano e di raccontargli di me disturbandolo su una panchina: lui era al cellulare, stava correggendo una sceneggiatura che di lì a poco sarebbe diventata questa miniserie della BBC. Ancora inedita in Italia, Us traspone in quattro episodi il romanzo del 2016. Come appare questa storia oggi, se nel frattempo la mia famiglia si è sfaldata ufficialmente ed è arrivato il Covid-19 a proibire gli spostamenti? La trama segue tappa dopo tappa il grand tour della facoltosa famiglia Petersen: mamma, padre e figlio ormai ai ferri corti, che prima di separarsi tentano di salvare il salvabile in un lungo viaggio per l’Europa. Protagonista assoluto è uno straordinario Tom Hollander, caratterista inglese capace di slanci e patetismi: capofamiglia ansioso e razionale, intrappolato nella grigia routine del mestiere di scienziato, si improvvisa supereroe per recuperare l’amore della moglie Saskia Reeves – odiosissima – e del figlio ribelle, il promettente Tom Taylor. Tra passato e presente, tra Parigi e Venezia, Hollander ripercorre i luoghi nostalgici della luna di miele e bracca il fuggitivo Taylor, adolescente alla ricerca della propria identità sessuale, in lungo e in largo: il protagonista sta inseguendo il figlio o scappando dal responso, ossia la rottura definitiva? Ironico e delicato, inguaribilmente British, Nicholls ci spezza il cuore come soltanto lui sa fare. E ci offre il ritratto agrodolce di una coppia al capolinea, sopravvissuta con difficoltà alla fine della giovinezza e alla morte della primogenita, di cui ormai restano soltanto pochi ricordi in una scatola. Cosa rende una famiglia tale? Le carte di un eventuale divorzio ne sancirebbero la fine? Ogni giorno, soprattutto sotto le feste, me lo domando a proposito della mia. Ci ho ripensato con commozione con questa produzione inglese estranea al lockdown. Il prezioso promemoria di quand'eravamo uniti, spensierati, in viaggio: noi, prima persona plurale. (7)

mercoledì 22 aprile 2020

Quarte stagioni e storie vere: La casa di carta, This is us | Unorthodox, A Very English Scandal

Attualmente ha il primato di essere la serie più vista al mondo. Come da tradizione, sono in molti quelli che amano odiarla: cosa che capita ai successi di pubblico che, al contrario, non riscuotono il consenso unanime della critica internazionale. Accolta con più ferocia del solito, la nuova stagione di La casa di carta è senz’altro la peggiore delle quattro andate in onda, ma il dettaglio non giustifica la pioggia di critiche. Partito negativamente prevenuto, infatti, non mi sono accorto né di cali né di involuzioni. Nel bene e nel male, l’heist movie spagnolo resta il solito: un intrattenimento al cardiopalma, disimpegnato e dai ritmi vertiginosi. Otto episodi che volano, con tanto di irresistibili punte trash – le canzoni di Tozzi e Battiato cantate da un coro di frati fiorentini –, dove vengono subito riprese le fila delle puntate precedenti. Ma dopo lo svelamento di un paio di twist che ci avevano lasciati con il fiato sospeso – come se la caveranno due personaggi dati per morti? –, la serie si concentra sul prosieguo della rapina non aggiungendo nulla alle storie dei singoli personaggi. Una guardia di sicurezza in ostaggio si libera delle manette e semina il terrore. L’azione abbonda, le sparatorie pure, ma tacciono gli attanti: soprattutto i minori. Mentre Rio e Stoccolma restano a corto di battute, con Berlino ormai mostrato in flashback superflui soltanto per amore di fandom, a farci una bella figura sono la spietata Sierra e Nairobi – quest’ultima vero cuore della stagione. Benché si parli di lingotti da fondere, non tutto è oro. Ma l’intrattenimento, se non si è pretenziosi, comunque luccica. (6,5)

Con i Pearson la magia è sempre stata di casa. Ma non si confidava mica in un miracolo. Dopo una terza stagione poco entusiasmante, iniziava a esserci aria di crisi. Deluso, non ho visto la quarta stagione puntata dopo puntata. Ho lasciato accumularle, e nel mentre mi sono giunte all’orecchio voci di corridoio: dicevano che i Pearson erano tornati in pieno stile. Mi sono fidato, ma è servito pazientare. A parte l’introduzione di un paio di nuovi personaggi – cos'avevano da spartire un musicista ipovedente e una soldatessa con tutti gli altri? –, fino all'ottava puntata rari picchi. Quelli, accanto alle lacrime, sono arrivati nella seconda metà della stagione: allora la serie si rende protagonista di una ripresa impossibile. I livelli di scrittura tornano quelli dell’esordio. Gli attori, soprattutto Mandy Moore, sono da premi. Il cuore batte fortissimo. Kate affronta i problemi da neomamma, mentre il marito pensa a rimettersi in forma fisica; Kevin insegue il vero amore e rifugge le dipendenze; Jack, indimenticato, compare a spargere saggezza nei classici flashback. Ma questa, per me, è la stagione ad honorem di Rebecca e Randall: quelli che fanno sacrifici di cui nessuno si accorge; quelli che in silenzio tutelano l’ordine, l’equilibrio e si preoccupano degli altri. Cosa succederebbe se mollassero la presa? Il rischio di scontentare qualcuno, in nome di un bene maggiore, è alto. E allora mi sono rivisto in loro, che ci regalano malinconiche visite al museo o provanti episodi what if, e ci somigliano specialmente nelle imperfezioni; nelle ombre degli stati d’animo. Più umani del capofamiglia Ventimiglia, ormai beatificato. Finalmente, più noi. (8)

È la miniserie di cui tutti parlano. La storia di Esther sta commuovendo grazie alle emozioni suscitate dall’attrice principale. A diciannove anni, già moglie, la protagonista fugge: direzione Berlino. Se la cronaca della sua rinascita sembra già vista – troppo fiabesca, con tutti belli e ben disposti: personalmente ho storto il naso, soprattutto davanti a una vocazione musicale sbucata fuori dal cilindro –, i momenti migliori si nascondono nei flashback che svelano le peggiori sofferenze. Siamo a Brooklyn, in comunità che impone ancora legami e rinunce. Esther si sposa, e il rito nuziale è una sequenza inquietante. Esther è costretta a rasarsi i capelli e a indossare una parrucca, con il taglio immortalato in presa diretta. Esther ha problemi con il sesso, e i suoceri giudicano una donna dai figli che mette al mondo. Girata in yiddish – un misto di americano, tedesco ed ebraico –, la parentesi newyorkese sorprende per l’attenzione documentaristica. E si scontra con un prosieguo sì più positivo, sì più arioso, in cui è forte la cesura tra la storia vera e l’invenzione degli sceneggiatori. Meno lodevole di quel che si legge, a causa di qualche ingenuità in esubero, la miniserie informa comunque e rivela il talento straordinario di Shira Haas. Semiesordiente, si prepara a vincere il vincibile con una performance struggente, retta interamente dal gioco dei suoi occhi meravigliosi; non da meno il marito Amit Rahav, dolcissimo giacché vittima inconsapevole. Logorati da un senso di colpa intrinseco alla loro stirpe, i personaggi vengono a patti con la libertà e il passato in Germania: una vecchia scena del delitto che, per fortuna, qui si trasforma nello sfondo di una rivoluzione. (7)

Come il titolo promette, si tratta di uno scandalo molto all’inglese. E nell’atto pratico – scrittura, regia, recitazione – si conferma essere poi una miniserie molto all’inglese. Raffinata, ironica, confezionata con una professionalità vagamente regale. Recuperata dopo il colpo di fulmine verso la sottovalutata Years and Years – sceneggia la stessa penna –, si era già fatta notare alle premiazioni per menzioni e trionfi inaspettati. Su carta ispirava poco, però, e nei fatti poco mi ha detto. Sfortunatamente non mi interessava affatto conoscere questa storia vera. Jeremy Thorpe, parlamentare, deve proteggersi dalle accuse dell’amante Norman Scott: cosa direbbe l’opinione pubblica della sua omosessualità, e soprattutto del tentato omicidio che ha escogitato? Forte della regia da maestro di Stephen Frears e divisa in tre atti, perfetta nello stile e nella forma, senza grinze, A Very English Scandal ricorda un po’ l’assurdità di I, Tonya. A quegli intrighi, a quegli strafalcioni, a quelle intimidazioni grottesche, quasi non si crede! Eppure è tutto realmente accaduto, parola di Wikipedia. La visione, tuttavia, non lascerà strascichi. La ricorderò per i duetti tra Hugh Grant e Ben Whishaw – il primo, superbo, invecchia lontano dai cliché delle commedie romantiche; il secondo, eppure molto premiato, eccede troppo in smorfie – e per una constatazione quanto mai attuale: la realtà, a volte, supera l’immaginazione. (6,5)

mercoledì 1 aprile 2020

L'insostenibile leggerezza delle dramedy UK: Years and Years | Feel Good

Aprile, presto per darsi ai bilanci. Eppure posso affermare in tutta sicurezza che questa resterà la serie più rappresentativa di quest’anno.  La migliore? Lo dirà il tempo. Chi si sarebbe aspettato un paio di mesi fa che avremmo vissuto questo? L’allarmismo, la quarantena, la pandemia. Il 2020 è un anno surreale, di cambiamenti spaventosi e lunghi strascichi. Mentre siamo chiusi in casa, costretti all’immobilismo per la nostra stessa sicurezza, non ci rendiamo conto che il Corona Virus avrà conseguenze per cui non esiste vaccino. L’economia e la politica si risolleveranno? Qualcuno avrà tempo per dare una chance al mio futuro, in forse già da prima? Impossibile non sentire riecheggiare le domande che incalzano in questa coproduzione HBO: giunta in Italia in sordina, è illuminante  e premonitoria. Perché le insicurezze della famiglia Lyons, inquadrata tra la Brexit e il 2030, sono anche le nostre. Come ci tocca il divenire del mondo, come ci stravolge? Il notiziario annuncia l’elezione di Emma Thompson, politica di estrema destra che sembra una Trump in tailleur. Durante le rimpatriate, tra compleanni, matrimoni e funerali, i Lyons saranno partecipi di bollettini di guerra, evoluzioni scientifiche, involuzioni umane. C’è Stephen, bancario che perde tutto per un investimento sbagliato; Rosy, che non si lascia scoraggiare dal proprio handicap; Daniel, che s’innamora di un clandestino e s’imbarca nell'odissea vissuta dai migranti. Infine Edith, reporter, che pur di denunciare si avvicina a una verità dagli effetti radioattivi. Radunati alla tavola della matriarca, i Lyons sono ciò di cui abbiamo bisogno in tempi disperati. A volte si fanno volere bene come i personaggi di This is us. Altre ci preoccupano, con intuizioni plausibili e invenzioni degne di Black Mirror. Non tutta le tecnologia viene per nuocere. Gli smartphone, un giorno, combatteranno le rivoluzioni al posto delle armi. La memoria digitale è miracolosa, ma quella del cuore di più. Dove saremo tra cent'anni? Morti e sepolti. Dove saremo domani, finita la pandemia. A casa delle nostre nonne. Ad abbracciarci, a brindare, a spettegolare. Years and Years insegna tanto. Ma specialmente che tutto passa, compreso l’irreparabile, ma che noi no, noi non passiamo. (9)

Mae, canadese in trasferta nel Regno Unito, vuole sfondare nella stand-up comedy. Della classe della collega Mrs. Maisel,  però, ha poco. Elfo dalla bellezza androgina e dall’impettinabile ciuffo biondo, la comica aspirante ha un aspetto un po’ buffo e una sensibilità da maneggiare con cura. Vitale, insicura, fragilissima, sa farsi volere bene e biasimare. Si rifugia infatti per comodità in relazioni di conforto e, dopo una scarsa conoscenza, pretende già il per sempre. Ma come può amare il prossimo se non ama abbastanza sé stessa? L’ultima fiamma è George, una maestra alle prese con la prima relazione omosessuale. Benché vivano insieme, la ragazza oppone un’iniziale resistenza a uscire dall’armadio. A fare outing con amici e parenti. La comprensibile vaghezza di George gonfierà a dismisura le paturnie di Mae. Che gioca con i tiri e molla. Che si disintossica dalla droga e infine ci ricasca: o così crede, davanti alla tentazione dello stordimento. Feel Good parla di sessualità, identità di genere, amore, dipendenza da cose e/o persone. Il tutto, con l’insostenibile leggerezza promessa dal titolo. Dramedy a tinte arcobaleno dal basso profilo, vive dei locali fumosi frequentati da cabarettisti e altri brutti ceffi; personaggi divertenti incontrati al gruppo dei narcotici anonimi; genitori lontani che si connettono dal Canada su Skype soltanto per la mitragliata di battute sardoniche pronunciate a raffica dall’adorata mamma Lisa Kudrow. Grazie alla formula consolidata delle produzioni britanniche – bello tornare a rifugiarvisi dopo le gioie fugaci di Crashing e Derry Girls –, Feel Good non fa la voce grossa per spiccare e rischia un po’ di perdersi sul menù affollato di Netflix. Peccato. Perché ha uno stile già riconoscile, riflessioni dalla portata universale e numerose affinità con un’altra mina vagante, Fleabag: auguro a Mae Martin – sceneggiatrice e interprete, proprio come Phoebe – lo stesso successo. (7)

lunedì 10 giugno 2019

I ♥ Telefilm: Fosse/Verdon, Fleabag S02, Killing Eve S02

Rimasto senza successori, Feud raccontava un testa a testa fra dive. Cosa si nascondeva sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? Passato stranamente sotto silenzio, è arrivato infine quest'altro biopic a puntate su un'altra coppia del cinema. Il tema: non il noir bensì il musical, non l'acrimonia bensì l'amore. Quello che dura fino all'ultimo respiro. Quello che sopravvive a un divorzio, infiniti tradimenti, stelle eclissate. Dietro l'apprezzamento parziale della miniserie Fox – realizzata magnificamente, coinvolgente non sempre –, c'è il mio grado di impreparazione. Di Bob Fosse, regista e coreografo osannato dagli Oscar a Cannes, non ho visto niente, ma l'estate mi rende ben propenso ai recuperi da rigattiere. Quali erano i retroscena dei suoi capolavori? Non conoscendoli, mi sono appassionato in minima parte ai travagli produttivi e ai cambi di rotta, ridestandomi grazie all'energia degli inserti danzerecci e alla bravura di interpreti in stato di grazia. Lui, un camaleontico Sam Rockwell, ha problemi con il sesso, con il fumo, con un cuore malandato. Vittima di amanti a fiotti e del gene del tradimento, vive la celebrità come dono e dannazione. Ne va della sua salute, fisica e mentale. Ne va della relazione con una Michelle Williams da Emmy, terza moglie che tale non rimase. Paziente e affranta, la donna scende a compromessi e tenta spesso di allontanarsi dall'ombra del collaboratore. Ma come rinunciare al desiderio di portare in scena Chicago? Fra liti e riappacificazioni, Bob e Gwen scoppiano come coppia ma professionalmente resistono a dispetto dell'età, dei nuovi partner, dei dissapori. Se la stima è una forma d'amore, non smetteranno allora di amarsi fino alla morte di lui: stroncato a sessant'anni da un infarto. Ricostruzione degna di meraviglia delle scene cult e dello spirito di quei decenni ruggenti, Fosse/Verdon ha fatto la gioia di costumisti e direttori dei casting, che questa volta hanno inseguito con la lente d'ingrandimento somiglianze fisiche ed eccellenze. I personaggi, genitori distratti e incostanti, sono profondamente onesti ma difficili da difendere; nelle otto puntate complessive, se ne individua al solito qualcuna di troppo, ma da metà in poi l'alta classe è garantita. Bisognerebbe avere una conoscenza preliminare del cinema di Fosse, però, e resistere ai ritmi lenti degli inizi. Pazientare tanto per la genialità del montaggio quanto per i guizzi della messa in scena – siparietti in bianco e nero da stand up comedy, tentati suicidi come in Rocketman –, o per godere della prova di una Williams nel miglior ruolo della sua carriera. Le vite del duo, canterebbe Liza, sono state un cabaret. Malinconiche e sopra le righe, non potevano essere raccontate altrimenti. Il resto, difetti compresi, è jazz. (7)

Ho aspettato il suo ritorno per anni. Erano bastati sei episodi per trasformarla, ai tempi, in un metro di paragone. E per dirmi innamorato di Phoebe Waller-Bridge, talento comico che infrangeva cuori con una scrittura di cui tutti, presto, si sarebbero accorti. Anche sceneggiatrice di Killing Eve, chiamata in soccorso fra una cosa e l'altra sul set del James Bond di prossima uscita, Phoebe approda su Amazon con il suo personaggio portafortuna e ha venti minuti alla volta per congedarsi. Come eguagliare la bellezza della cena dell'episodio introduttivo, in cui si consumano il dramma di un aborto spontaneo e i convenevoli per un matrimonio da organizzare? Come trovare un'altra spalla che somigli al fascinoso Andrew Scott? Mentre il padre convola a nozze con Olivia Colman e sua sorella ha una crisi di nervi per un brutto taglio di capelli, nelle giornate della protagonista si avvicendano ospiti d'eccezione – Fiona Shaw, Kristin Scott Thomas – e un misto di emozioni contraddittorie, se i bilanci riportano in mente una mamma e una migliore amica finite al cimitero. Tutto è disastroso. Tutto è oro. Perfino la sua cotta, quindi, non potrà che essere assurda: in crisi d'astinenza, la donna finisce nel confessionale di Scott. Un sacerdote adorabile e sboccato, che legge gli attimi di isolamento nei quali la protagonista si estrania, guarda lo spettatore, fa smorfie in camera. La eccita il brivido del proibito, o forse quello sconosciuto del conforto? Bisessuale e blasfema, la figlia illegittima di Gervais si chiude in preghiera. Non ci sarà lieto fine, non calerà una morale dall'alto. Ma il discorso sulla crudeltà dell'amore o uno struggente monologo in lacrime risulteranno abbastanza miracolosi da farci credere nel Padreterno e nel fatto che una trentatreenne londinese sia la regina attuale della risata amara. Sotto la pensilina degli autobus, con altre delusioni aggiunte alla collezione precedente, Phoebe Waller-Bridge scuote la testa. Ci dice di non seguirla. Deve andare per la propria strada. Purtroppo non porta a una terza stagione – Fleabag sceglie di fermarsi qui, di leccarsi le ferite in privato – ma magari somiglierà, finalmente, alla felicità. (8)

Partito come classica spy story, Killing Eve si era tradito in fretta. Per fortuna, aggiungerei. Nella partita a guardia e ladri fra Sandra Oh e Jodie Comer, la prima sbirra e l'altra sicario senza scrupoli, non c'era niente di annunciato in partenza. E, soprattutto, niente di serioso. Ci si accoltella, infatti, si commettono nefandezze e torti impensabili, ma mantenendo sempre il sangue freddo. Nemiche a amiche, amanti forse un giorno non lontano, le due donne agli estremi della barricata si sono studiate a lungo e cercate dappertutto. Quando si sono trovate, durante lo scorso finale di stagione, hanno affilato i coltelli. Sono finite a letto, in un abbraccio insanguinato. Ma come reagire se la tua ossessione amorosa risponde alle tue attenzioni accoltellandoti a Parigi? La vendetta, piatto da servire freddo, placa i bollenti spiriti grazie alla distrazione di un terzo incomodo: un nemico comune da sconfiggere, spiazzando tutti e collaborando. A mali estremi rispondono estremi rimedi. Un po' Hannibal e Clarice, un po' Bonnie e Clyde, la coppia meglio assortita del piccolo schermo punta all'Italia. Roma, quest'anno, ospita la villeggiatura di Aaron Peel: sociopatico ferrato in traffici di dati privati, che tanto i Dodici quanto l'MI6 vorrebbero fermare. Disposti a venirsi incontro sottobanco, i buoni e i cattivi sguinzagliano le sexy Oh e Comer – quest'ultima, a giusta ragione, ruba Bafta e attenzioni a colpi di carisma. L'attrazione fra loro è fisica, cerebrale, o entrambe le cose? In un violento ed esilarante soggiorno italiano, con tanto di vezzosa colonna sonora nostrana e stilosi cambi d'abito, Killing Eve si conferma un piacere perverso. La serie da vedere. Esagera, ma con la solita intelligenza dietro cui si scorge lo zampino di Phoebe Waller-Bridge. Ti rende dipendente, ancor più che in passato, grazie a una Villanelle che spadroneggia incontrastata. Troppo sognare che queste due brutte ceffe scappino e delinquano fino a noi, cuore a cuore? (7,5)

giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)

venerdì 20 aprile 2018

Zapping: Killing Eve, Here and Now, Rise

Si guardano con un sorriso curioso, di sfida, da un lato all'altro di un caffè viennese. Una bambina che mangia un gelato e una giovane donna dal viso di bambola. Da copione, sappiamo che l'adorabile Jodie Comer – già protagonista della miniserie Thirteen, e di una mia cotta mostruosa – è una spietata assassina. La tensione è nell'aria. Si alza. Fa per uscire e avvicinandosi alla bimba... Le rovescia semplicemente la coppetta addosso, per dispetto. Una detective di mezza età si sveglia invece urlando a squarciagola: un incubo, forse un brutto presentimento di ciò che verrà? A far soffrire Sandra Oh, in cerca di un ruolo da protagonista dai tempi di Grey's Anatomy, è in realtà quel fastidioso formicolio alle braccia che ci assale quando ci addormentiamo di traverso. La descrizione di una doppia beffa, di un doppio incipit, per raccontarvi com'è, una sorpresa intitolata Killing Eve. Ironico, seducente, leggero e insospettabilmente violento. Per una volta, nessun poliziotto vizioso e dannato (anche se sappiamo che la Oh, la notte prima, ha fatto fuore al karaoke cantando Il mondo è mio); nessuna sociopatica giramondo così ligia al dovere da non godersi la bellezza delle sue missioni (in Italia deve uccidere il nostro Remo Girone) o il divertimento per i mille travestimenti. Tratto da una serie di romanzi di Luke Jennings, Killing Eve è un Imposters serio ma non serioso; un The Fall vestito di normalità, di rosa. Cosa accadrà quando la protagonista, facendo due più due, seguirà in giro per l'Europa le tracce di sangue e gelato della sadica Comer? Se l'alternarsi dei toni stranisce e spiazza, se adatta Phoebe Waller Bridge – protagonista e autrice dell'irresistibile Fleabag, di cui aspetto ormai da anni il ritorno su Amazon –, difficile dire cosa aspettarsi. Si spera cose altrettanto assurde, in senso buono. Si spera cose belle. (Sì.)

Lui professore di Filosofia con il vizietto delle prostitute d'alto bordo. Lei analista che ha presto abbandonato la professione, in nome di un matrimonio lungo trent'anni e di una famiglia popolosissima. Un colombiano omosessuale, una stilista africana e un vietnamita psicologo – aggiungeteci anche la più anonima e irrequieta delle diciassettenni, sola figlia naturale – sono i tesori di mamma e papà. Riunirsi per il compleanno del patriarca, che spegne sessanta candeline. Assoldare camerieri ispanici e, per principio, scegliersi l'amante orientale. Gli hippie e progressisti Boatwright osteggiano Trump, parlano liberamente di sesso e allucinogeni, sono il frutto concreto – e aspro, asprissimo – di una America che crede ancora nel sogno dell'integrazione razziale. Non è una versione nera, politicamente scorretta, dei drammi domestici di This is us. O forse sì? Gli episodi sono lunghi un'ora, i corpi e i cuori esposti e le prime crepe, al momento del brindisi, iniziano a mostrarsi in quel paradiso multirazziale. Il figlio prediletto ha un nuovo fidanzato hipster e visioni deliranti. Perseguitato dal numero undici, dagli incubi, è indeciso fra la schizofrenia (ereditaria, anche se i geni non son quelli) e il profetismo (siamo pur sempre nell'ultima crezione dell'autore di True Blood, perciò mai dire mai). Il formato, i protagonisti snob e prolissi, annoieranno o diventeranno guide familiari alla scoperta delle contraddizioni di un nido – e di un paese, soprattutto – in pericolo? Per ora, al sicuro sotto il tetto dei premi Oscar Holly Hunter e Tim Robbins, la curiosità verso i segreti retroscena dei Boatwright – antipatici ma simpatici a modo loro, come nella commedia generazionale di John Wells – fanno sperare in un altro invito a cena. (Nì.)

Una scuola di provincia. Un professore illuminato, alle prese con il compito che tutti rifiutano. Un gruppo di ragazzi che non hanno niente in comune, se non il canto. A volte un sogno nel cassetto, altre un segreto da nascondere con un po' di vergogna. I preparativi per uno spettacolo teatrale che fa chiacchierare il corpo docenti – lo scantaloso Spring Awakening, che parla agli adolescenti del risveglio della primavera e del sesso – farà incrociare esistenze e voci diverse fra loro. No, non è un trucco: non è Glee, ma la sua versione indie, d'autore, a confine con L'attimo fuggente. Protagonista, Josh Radnor: il Ted di How I Met Your Mother, con tre figli a carico, il cuore gentile e la speranza di cambiare lo status quo. Lui e Mike Cahill, regista nelle mie grazie sin dai tempi del fantascientifico Another Earth, dirigono un coro di ragazzi diversi, ai margini, che molto probabilmente non hanno però nulla di nuovo da cantare. Con le minoranze e i drammi stipati fino al parossismo in quaranta minuti di pilot in cui omosessualità, immigrazione e sindrome di Down sono vittime del pregiudizio (ma, per forza di cose, anche dei contro del politicamente corretto). Con un utilizzo della telecamera a mano che annoia e appesantisce. Trattandosi di un teen drama – per di più a tinte musical, con arie da Sundance: tutte cose che mi piacciono, insomma – potrei dare a Rise, eppure partito disastrosamente, una seconda occhiata. Nonostante gli sbadigli, la delusione per le stonature e un inizio già col piede in fallo. (No.)

lunedì 11 settembre 2017

Zapping: Strike, Mr. Mercedes, The Mist, Blood Drive

Cormoran Strike, l'investigatore privato dei romanzi di Robert Galbraith – alias, J.K. Rowling –, arriva in tivù. Stessa Londra uggiosa, stessa penna fiume, stesse trame un po' gialle e un po' rosa. Sulla BBC, non cambiare: stessa spiaggia, stesso mare. Sette episodi da cinquanta minuti ognuno, troppi, per farci stare tutte e cinquecento le pagine del Richiamo del cuculo. Una famosa modella assassinata, e da lì la nascita della collaborazione tra Cormoran – burbero, zoppo, eroe di guerra e figlio illegittimo di una vecchia stella del rock – e Robin, segretaria a un passo dalle nozze. Tom Burke è un filino troppo belloccio, ma va bene così; Holliday Granger, vispa e leziosa, è perfetta e perfettina. Nel pilot della serie Strike, fedelissimo, riconosci a colpo d'occhio i personaggi e le situazioni. Come la miniserie del Seggio Vacante, passata non a torto in sordina, si ha però la sensazione che manchi il guizzo, il desiderio di sperimentare. Gli episodi, intanto, si accumulano. Io conosco il colpevole, conosco il movente, conosco il legame tenero ma indefinibile tra lui e lei. Proseguire, ma quando? Rivederlo, ma a mente fresca? Il piacere di seguire le indagini resta immutato, parliamoci chiaro, ma sul piccolo schermo non se ne sentiva forse il bisogno. Dell'ennesimo giallo inglese, dico, con modi signorili e ironia a sprazzi, che ora la mancanza di uno sguardo personale, ora ricordi troppo vividi, lasciano apprezzare soltanto a metà. (Nì.)


Il detective in pensione che ricordavo: appesantito, malinconico, cupo. Il sociopatico spietato e incestuoso che ricordavo: di giorno impiegato in un negozio di elettrodomestici o alla guida di un candido furgoncino dei gelati, di notte genio del male. Ricordavo le immagini di violenza dell'incipit, con tanto di zoom crudele su una mamma e la sua bambina, in fila alla fiera del lavoro – alto il livello di splatter e alta, come suggerisce l'avviso in apertura, la tentazione di fare associazioni con la strage di Nizza. Dopo il pessimo The Mist e il flop La torre nera, in attesa del ritorno di It sotto Halloween, Stephen King ammazza il tempo con la serie ispirata alla trilogia di Mr. Mercedes. Hard boiled in dieci episodi, Mr. Mercedes – sceneggiato dallo stesso David E. Kelley di Big Little Lies – ha il sangue, l'ossessione, l'umorismo. Si intravedono Jerome, valente aiutante barra giardiniere, e il personaggio di una inedita vicina di casa, che tenta un Brandan Gleeson che più perfetto non si può con le vispe proposte di un Tutto può succedere. Si subodora un adattamento finalmente a fuoco, un King non mutilato nel passaggio in TV. E, da fan, ci si commuove quasi al sol pensiero. (Sì.)

Una cittadina immaginaria della provincia americana. Gli adolescenti e gli adulti, i drammi privati dei padri e dei figli. Una prof licenziata, un'adolescente stuprata dall'atleta popolare alla fine di un festino alcolico, l'immancabile migliore amico gay, un soldato e una donna armata fino ai denti. Qualcosa cala dall'alto e li imprigiona sotto lo stesso tetto. No, non è la cupola di Under The Dome, ma ci andiamo vicino. The Mist, tratto da un racconto di un centinaio di pagine dello stesso King, passa al piccolo schermo dopo un film bellissimo - la rilettura, una delle migliori che siano mai state fatte del Re, ha un finale di una crudeltà clamorosa. Prevedibilmente, amaramente, la serie è più vicina a quella malaugurata cupola venuta dallo spazio che al film, a metà strada tra Carpenter e Romero. Gli effetti speciali sono risibili. Gli intrecci annoiano. Il cast, se non fosse per la presenza della Conroy così cara a Murphy e Lynch, sarebbe dei peggio assortiti. Partiamo male. E la situazione potrebbe peggiorare pefino. La nebbia si è appena depositata. Faccio in tempo a salvarmi? (No.)

Gli anni Novanta, ma in chiave distopica. Gli Stati Uniti sono terra bruciata e i sopravvissuti, sporchi, brutti e cattivi, sono pedine in una gara automobilista clandestina. Ovunque è l'anarchia. Il prezzo della benzina è alle stelle. Le macchine sono alimentate da sangue umano. Nel pilot del tamarissimo Blood Drive, ultima creazione di Syfy che ricalca lo stile rétro di A prova di morte e Planet Terror, i radiatori hanno i denti e il sesso ad alta velocità, in combutta con l'adrenalina, disinnesca gli ordigni. Abbondano lo splatter, i nudi maschili e femminili, la polvere. Uno sbirro (il mitico Alan Richson di Blue Mountain State) è costretto a guidare, con una sensuale e spietata compagna di viaggio per non morire. Certo, è trucido (meglio ancora il secondo episodio, con un piccolo rest stop gestito da uno chef cannibale) ma ha anche dei difetti. Divertirà su lungo tratto? Sarà tutto un correre e ammazzare, o questa distopia offrirà anche qualche spunto intelligente? Sarò ancora divertito all'ultimo episodio, d'autunno, a motori spenti? (Sì.)

giovedì 15 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: Black Mirror, Rocco Schiavone, Ash VS Evil Dead II

C'è un ricatto in corso per il primo ministro britannico, costretto a fare sesso con un maiale: a rischio, reputazione e rapporti familiari. In un'imprecisata realtà distopica in cui l'esistenza consiste nell'accumulare punti e chilometri pedalando su una cyclette, la storia d'amore tra due timidi prigionieri in rivolta: satira spietata contro talent show e pornografia online, che trasformano ogni sogno, ogni buona intenzione, in stereotipo. Un microcip sottopelle fa un puntuale back-up dei tuoi ricordi: una cena tra amici, per una coppia messa in crisi dal sospetto, si trasforma in ossessione. Un'altra giovane coppia, ma questa volte felice: lui muore in un incidente stradale, lei non si arrende e, complice la tecnologia, lo rimpiazza con un surrogato con le esatte fattezze del defunto. Una donna senza memoria fugge da individui mascherati in un gioco al massacro: c'entrano un orso bianco, un colpo di scena fortissimo, una punizione esemplare destinata a durare vita natural durante. Se la politica è intrighi e corruzione, candidare a mo' di provocazione l'ologramma di un orsetto a cartoni e il comico che lo doppia: il peluche Waldo, sboccato e pungente, è un simbolo che può fare danni in mano alle persone sbagliate. Infine, Jon Hamm e Rafe Spall in una baita nella tormenta, con la neve e le festività lasciate fuori: il primo è una specie di guru, il secondo è una specie di divorziato senza speranza; uno dei due è una specie di bugiardo. Dopo il colpo di fulmine con la terza, ho recuperato all'incontrario prima e seconda stagione di Black Mirror. Le aspettative, alte di per sé, sono state superare. All'ultima ho infatti preferito l'essenzialità di questi primi episodi: nudi, rapidi, spaventosi. Ho trovato quegli elementi di disturbo, l'angoscia più sconvolgente, che a mio dire erano un po' mancati nella stagione che schierava Netflix e nomi altisonanti in campo: non a caso, lì, era la dolcezza di San Junipero a prevalere. Nelle stagioni introduttive, invece, l'ironia britannica, la scrittura perfetta e il piglio indie sono costanti che rendono gli episodi, sebbene autoconclusivi, parte di una visione più coerente. Di certo, più desolante ancora. Vince il no e Matteo Renzi si dimette, ma c'è il politico del pilot che se la passa peggio; chi vorrebbe un pupazzo come presidente, si domandano, e intanto vince Trump; patiscono la solitudine, comprano solo Apple e si confidano a Siri. Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa: opaco, ma non abbastanza da nascondere il futuro che verrà. Come diventeremo, cosa faremo. E quello che, a sorpresa, già siamo. (8,5)

Rocco Schiavone, vicequestore romano, è mandato al nord per punizione. La neve, il freddo, la gente più chiusa e, magari, meno azione. Ad alta quota, chi esce di casa e si mette a uccidere? Cosa può succedere di male in Valle d'Aosta? Lui non ha le scarpe adatte, i cappotti pesanti, né la minima idea di quanto si sbagli. Gli toccherà risolvere un giallo a puntata. Gli toccherà fare i conti con sottoposti insubordinati, donne fatali e personaggi del passato che, dopo un decennio, reclamano vendetta. Ispirato all'omonimo personaggio di Antonio Manzini – autore che, sarà per via della barbosa Sellerio che lo pubblica, non mi aveva mai ispirato -, Schiavone è un segugio burbero, spiantato, politicamente scorretto. In prima serata impreca, fuma sigarette su sigarette, si fa le canne in ufficio: i politici italiani, ridicoli, borbottano. Presso quei canali Rai che ripropongono sempre le solite repliche, sempre i soliti prodotti mediocri, si preannuncia sorprendente e, fino alla fine, rispetta le promesse – caso isolato accanto allo spassosissimo Ispettore Coliandro, giunto ormai alla sesta stagione. I casi, certo, sono modesti: suicidi, rapimenti, traffici illeciti e, nella risoluzione, solo sporadici colpi di scena. Una cronaca nera ritoccata con sprazzi di umorismo dissacrante e risoluzioni raramente consolatorie. La giustizia, a volte, ha torto marcio. Ma c'è Rocco – impersonato da uno strepitoso Marco Giallini – che vede e provvede. Ha metodi poco ortodossi, amanti litigiose. In sei episodi viene fuori il ritratto di un uomo affascinante, scalto e profondamente solo. Piace questo. Che, come nel noir di ogni dove, Rocco sia un personaggio tormentato: un'anima nera che si accende qui e lì, in sporadici gesti di gentilezza, e nei tete-à-tete serali con una dolce, indispensabile Isabella Ragonese. Aiutano la regia cinematografica di uno storico addetto ai lavori, il Michele Soavi del cult Dellamorte Dellamore; lo stesso Manzini, che sforbicia e sceneggia; la presenza di simpatiche macchiette da barzelletta che smorzano i toni. Per Schiavone le chiamate nel cuore della notte, i segreti da svelare, i bandoli dalla matassa di cui venire a capo, sono una rottura di coglioni del decimo grado. Su una scala da uno a dieci, però, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia? (7,5)

Ash è tornato. Dopo tre film cult e una serie tivù ci ha preso gusto. E anche se appesantito, invecchiato, ingrigito, si è messo comodo. Prodotto dalla Starz dello stesso Sam Raimi, dice che il piccolo schermo è a abbastanza grande per il suo ego spropositato e che, su certi canali, a sangue e frattaglie non c'è freno. Dopo una prima stagione esilarante e sanguinosa, rieccolo: ha lucidato la motosega, si è messo una camicia senza macchie e, epilogo sospeso permettendo, va a caccia di demoni. Gli aiutanti sono quelli – Pablo, ricettivo al male, e l'agguerita Kelly –, ma la perfida Ruby è dalla loro parte. La mia famiglia si è radunata con i pop-corn alla mano per l'evento, così come quelle normali faranno per i concerti di Natale sul Cinque. Bruce Campbell fa inversione di marcia e arriva al paesello natale: ha un'ex fidanzata che, nel frattempo, ha messo su famiglia; un padre che tutti credevano morto; la reputazione da serial killer. Nessuno ha dimenticato gli eventi di La casa; nessuno gli perdona il fatto di essere stato l'unico sopravvissuto. Soprannome impossibile da scollarsi di dosso: “Ashy Slashy”. Il male l'ha seguito fin lì. Dimosterà ai coincittadini che si sbagliano, in fondo, sul suo conto?  Ash Vs Evil Dead cambia pelle – letteralmente, c'è un antagonista che scuoia le vittime e ne ruba l'identità –, ma resta lo stesso spasso. Morti coreografiche, comicità pecoreccia, buoni sentimenti per personaggi dalla cattiva reputazione. Gli episodi, cronologicamente collegati, costituiscono i capitoli di un lungo film anni '80. Non mancano le splendide trovate – il viaggio nel tempo per cambiare il destino sfortunato di un personaggio, una puntata che vira con leggerezza al thriller psicologico per farci dubitare così della lucidità del buon Ash –, e gli omaggi non si contano. Questo Necronomicon ha qualche sbavatura insanguinata, a volere essere pignoli; qualche (tempo) morto qui e lì. Le imprese di Ash non deludono, ma a tratti si patisce una certa ripetitività. Manca l'effetto sorpresa. Manca la novità, accanto all'amarcord. Come prendere un finale né troppo aperto né troppo chiuso? Come lo troverà l'anno prossimo la mia famiglia, se il dèjà vu – perdonate la rima – non si decide a regalare qualcosa di più? (7)

giovedì 4 agosto 2016

I ♥ Telefilm: Preacher | Stag

Jesse Custer è un pastore per caso, in un Texas che sembra il deserto del Sahara. Climi bollenti, sabbia e sale negli occhi, atmosfere sonnacchiose. Turbolento è il suo gregge, però, così come il suo passato: come ci è finito uno come lui, che ha il fisico da bullo e precedenti per rapina a mano armata, a guidare le anime di una comunità non così tranquilla, non così affidabile? All'inizio, sono le piccole cose a rendere pepata una professione tra le più rigorose: i pettegolezzi nelle confessioni, gli scandali in miniatura, gli sporchi segreti delle vite degli altri. Poi, nel mondo, succedono stranezze su stranezze. E pastori come lui, di qualsiasi religione siano, muoiono per autocombustione: una forza misteriosa ha provato a entrare in loro e, trovando la porta chiusa, patapam, li ha fatti esplodere in tanti grovigli di sangue e interiora. Questa forza, che viene chiamata Genesis, in Jesse riesce a mettere le radici, però. Il potere lo rende coscienzioso, ricercato e dannatamente persuasivo. Qualsiasi cosa dica è un ordine a cui è impossibile sottrarsi: che badasse bene alle parole da usare, nei suoi sermoni, perciò. Condannare alla sofferenza eterna uno sprovveduto è questione di un attimo! Ma ha come una freccia luminescente sulla testa e, in breve, la cittadina accoglie turisti sgraditi: malintenzionati, angeli custodi, creature paranormali. Ed ecco che si rivede Tulip, sua focosa ex, e che l'irresistibile vampiro Cassidy decide di nominarsi suo migliore amico ad honorem. Dio latita, ma c'è chi vuole restaurare l'ordine al posto suo. E saranno bombe atomiche, rivelazioni da antico testamento, fulmini e saette. Sangue: copioso. Volgarità e parentesi grottesche: chi ne ha più ne metta. Fantasia: sempre. Noia: nei primi episodi, dunque raramente. Ispirato a un celebre fumetto che tutti hanno letto tranne il sottoscritto, Preacher è la serie che in tanti aspettavano, in questa estate piatta in sala e iperattiva in TV. Popolosa, scorretta e vagamente blasfema, è un'esperienza mistica – realizzata con il beneplacito del simpatico Seth Rogen, che ne ha diretto anche qualche puntata – coi suoi alti e bassi. Mi è piaciuta, e pure tanto, a scoppio ritardato. Pare, infatti, faccia liberamente da prequel al fumetto. Disturbava i fan veri. Mandava in confusione me – ma talora, vuoi la colonna sonora bellissima e le ispirate invettive di Cassidy contro il sopravvalutato cinema dei Fratelli Coen, anche in brodo di giuggiole. A mancargli, i peli sulla lingua, i freni, l'equilibrio. E quanti sbadigli nell'assistere ai piani di un sindaco mefistofelico e nel guardare, scettici, i flashback (che però flashback non sono) su un cowboy del selvaggio West, che non si capisce bene che ci faccia lì? La scelta di restargli fedele, nonostante tutto, è per le atmosfere con cui già andavo a nozze ai tempi di quel True Blood rovinatosi poi strada facendo; le prove perfette del fichissimo Dominic Cooper, del suo iconico socio irlandese, Joseph Gilgun, e della graziosa Ruth Negga, in odore di Oscar, stando ai più, per Loving; il calderone ribollente di intenzioni e le risse da bettola. Preacher è un pasticcio. Un oggetto non identificato che cade in una latta di vernice rosso sangue e crea schizzi ovunque: su pareti, pavimenti e, perfino, il soffitto. I ferventi cattolici scalpiteranno. I vicini si lamenteranno per gli schiamazzi. La certezza che tutto sia una prova per la stagione che seguirà e i comportamenti scriteriati – ci vuole coraggio da leoni a convocare l'Altissimo in videochat - fanno da garante, però, per un futuro pellegrinaggio tra catastrofi, macchine ruggenti, inferno, paradiso e circondario. (7)

Londinesi a flotte nell'uggiosa ma affascinante Glasgow per il matrimonio del loro amico del cuore. Il loro collante convola a nozze e sono invitati tutti. Anche, loro malgrado, il fratello della futura sposa: timido, impettito, fuori posto, con lo smoking ben stirato e la faccia da suola. Sarà la compagnia ideale per darsi a bevute – con rutto libero incluso – nei pub scozzesi? Imbraccerà come si deve il fucile, nella tradizionale caccia al cervo? La compagnia, affiatata dopo anni e anni di scorribande, sa divertirsi, ma l'idea di partenza – la battuta di caccia – va in malora, quando li coglie di sorpresa la tempesta prima, la violenza del prossimo poi. Mimetizzato nei boschi, c'è un assassino dalla mira impeccabile. E loro, da cacciatori, diventano in fretta prede. Cronaca di un tranquillo weekend di nuvole temporalesche e paura, Stag è una miniserie BBC in tre parti che si pone come un faccia a faccia, parzialmente vincente tra l'altro, tra The Hangover e Dieci piccoli indiani. Sanguinaria commedia gialla, tira fuori dal cilindro qualche omicidio ben orchestrato, i colpi di scena più o meno a sorpresa dell'epilogo e un'eccellente compagnia di interpreti. Un po' seria e un po' sarcastica. Il resto lo fanno i sinistri spettacoli naturali e l'umorismo nero all'inglese, verso la cui scorrettezza (non scordiamoci, però, la loro perfetta idiozia ingiustificata) ho un noto debole. Dopo essere scampati a una mina, perciò, qualcuno deciderà di festeggiare saltellando e, oplà, salterà in aria ugualmente; il protagonista indosserà per tre ore una tuta rosa e acrilica a forma di alce; i moventi, conditi dall'ironia, non saranno tra i più inattaccabili. Stag, che tra me e me pensavo potesse essere una di quelle serie a sorpresa, sbucate dal nulla, è invece un intrattenimento piacevole ma che non lascia lunghi strascichi. Una gita nel verde fine a se stessa, in cui si trovano a colpo sicuro risate passeggere, misteri grandi e piccoli, testimoni di nozze sui generis e una chiusa che, davanti a un twist di troppo che stroppia, lì per lì, lascia confusi. Serve mandare indietro veloce, leggere le interpretazioni sui Social, per chiarirsi le idee. E qualcosa va al proprio posto, così, e qualcosa no. Come dopo una notte di bagordi di cui si conservano flash, indizi e cerchi alla testa. E nei vuoti di memoria, profondi come tombe, ecco che ci scappa il morto. (6,5)

lunedì 4 aprile 2016

I ♥ Telefilm: Mr. Robot | Thirteen

Per Lisa, la voce di Rami Malek era ipnotica. Per Marco e tanti altri, già dal pilot si trattava di una delle migliori serie dell'anno. Per StepHania, quel protagonista incappucciato e dal viso che non passa inosservato meritava decisamente un pezzetto di header. Me lo consigliavano loro e non solo, ma io facevo orecchie da mercante. Avevo visto quel pilot, bellissimo a detta dei più, e ne ero uscito confuso e un po' annoiato. Mr. Robot, con gli hacker e le cospirazioni che ogni tanto fanno perdere il filo, non era cosa per Mr. Ink. Finché, in tv, non è spuntato il provvidenziale spot con Belén. Vestita ho fatto fatica a riconoscerla, ma era proprio lei quella che in una pubblicità di Premium, mentre era in videochat, veniva presa d'assalto da un attacco informatico, e voilà. Elliot Alderson, con un click, la eliminava dai social. Amici blogger, mi dispiace, ci voleva la Rodrìguez. Grossomodo, mi sono dato al recupero per due nobili motivi. Se un giorno facessi una passeggiata con la bella soubrette argentina, saprei di cosa parlarle – qualcosa mi lascia intuire, infatti, che non sia ferratissima in fatto di libri. Soprattutto: se le magagne di un personaggio smanettone e psicotico le capiva lei, perché io no? Con mio fratello, così, mi sono messo sul divano a Pasqua e in un paio di sedute abbiamo saputo cosa ci eravamo persi. Il cyber thriller che ha conquistato perfino gli inconquistabili, in maniera assai più complicata, parla di un programmatore che, in compagnia di un gruppo di insofferenti underdogs, mette su un piano per salvare il mondo e far fallire le banche. Banche che, nostra segreta rovina, sono le stesse che in 99 Homes e La grande scommessa facevano ora vittime e ora allibratori miliardari. Underdogs capitanati dal signore del titolo, che ha i tratti di una Christian Slater sulla retta via, e che si ritrovano a confabulare in una sala giochi nei pressi di Coney Island. Spiccano a colpo d'occhio una regia gelida, una scrittura cervellotica e una voce narrante che ipnotizza sul serio. Al giorno d'oggi, ci si meraviglia ancora per banchieri ladroni e serial tanto ben fatti? Direi di no, ci sono i quotidiani online e l'abbonamento Netflix, però Mr. Robot può contare su guizzi il cui genio è incommensurabile, un creativo commento musicale e lo sfuggente Elliot, interpretato da un Rami Malek – lo ricordo con un sorriso, lui, nella comedy The war at home – stupefacente. E la scelta dell'aggettivo non è un caso. Il protagonista, antieroe misantropo e taciturno, è dipendente da morfina; vive di crisi e trip. Confessa i suoi demoni a un'analista che è lui, sotto sotto, a psicanalizzare e dialoga con lo spettatore. Noi, dall'altra parte dello schermo, siamo i suoi amici immaginari. Anima gemella di Lisbeth Salander, lo seguiamo ma non troppo in complotti alla V per vendetta – la serie, nella conclusione, ha i tratti dell'ucronia – e, lui che odia tutto e tutti, ci diverte con poligoni sentimentali irrealizzati. Non schiva infatti le attenzioni di una sexy hacker, della dirimpettaia spacciatrice e di un'amica di infanzia a cui è legato da un lutto simile. Tra i dirigenti della Evil Corp, si inimicherà un personaggio che Bret Easton Ellis amerebbe come un figlio: lo svedese Martin Wallstrom è Tyrell, trasgressivo e ambizioso uomo d'affari con una Lady Macbeth al seguito. Qualcuno suggerisce una somiglianza con Hannibal Lecter e Patrick Bateman? Mr. Robot è interessante, ostico e matto come da programma; a mio dire, però, meno bello di quanto si legga. L'ho detto dell'ultimo Tarantino, che aveva trasformato un caffeinomane in un narcolettivo, e mi ripeto. Il promettente Sam Esmail – già autore della rivelazione Comet – omaggia Palahniuk e Saramago, Fight Club e Enemy, e il suo protagonista cammina nella Time Square deserta di Vanilla Sky. Apprezzo la citazione quando dura poco, io, e se a fare da contraltare c'è uno scipt solidissimo: qui c'è, Esmail è un raro talento, ma, da ignorante in materia, di ciò che ha messo lui – un linguaggio tecnico, tastiere supersoniche, giustizieri come gli Anonymous – ho colto l'essenziale. Mia cara Belén, e Lisa, Marco e StepHania, con la seconda stagione vi saprò dire quello che ho capito. Qui abbondano i vuoti di memoria e i buchi narrativi. Confido ci capirò un bit di più. (7,5)

Ivy Moxam, tredici anni, viene rapita e segregata in uno scantinato. Voleva marinare la scuola, quel giorno, e si trova a vivere l'incubo. Ivy, ormai ventiseienne, sbuca correndo da un'anonima villetta a schiera della periferia londinese. Scalza, scarmigliata, in pigiama. Tredici anni dopo, riesce a scappare. Come nel meraviglioso Room, che nella seconda metà raccontava l'inserimento del dolcissimo Jack e della sua Ma' in una società estranea, anche Thirteen – miniserie britannica scritta bene e realizzata meglio ancora, con la sua fotografia slavata e una colonna sonora inconsueta – parla di una superstite che, all'indomani della fuga, tenta di trovare il proprio posto in un mondo che non riconosce più. Cosa ne sarà stato dei suoi compagni di scuola; cosa della sua famiglia perfetta? La protagonista porta fuori dalla sua cella traumi e segreti. A casa, la attendono altri dolori: due genitori separati, una sorella minore che sta per convolare a nozze, un fidanzatino che si è sposato quando invece le aveva promesso amore eterno, amicizie dalla vita breve e interrogatori insistenti. Se c'è la BBC a produrre, saranno tante l'accuratezza psicologica e le figure di contorno, che qui fanno di tutto per proteggere Ivy da delusioni e speranze infrante. Quanto è impegnativo agire in nome del suo bene? E cosa nasconde? Cinque puntate di un'ora ciascuna, personaggi umani e, soprattutto, una protagonista straordinaria per questo dramma giallo a cui non mancano il ritmo e i colpi di scena. Al contrario di quello che accadeva all'Old Nick della trasposizione del romanzo di Emma Donoghue, in Thirteen il mostro è però a piedi libero. Si lascia dietro un corpo murato nello scantinato, scarsi indizi, un'ennesima famiglia in lacrime: per riavere Ivy, ha rapito un'altra bambina. Si intrecciano attimi di vita quotidiana e indagini e, mentre la protagonista non ce la racconta troppo giusta, si arriva pian piano a capire il disegno globale. Un'immagine che, a onor del vero, sorprende poco. Thirteen si riserva i sussulti per le prime puntate – scelta strana – e, nell'epilogo, si rivela meno intricato e ambiguo di quanto sembrasse. Un'ordinaria storia d'orrore, con una novella Natascha Kampusch a fare da cardine e, per il resto, le sottili conseguenze della Sindrome di Stoccolma. In soldoni: la miniserie è una versione non trash di Finding Carter, un Room senza brividi. Piace, però, per quella Bristol che non ha detective perfetti, soluzioni improvvise, e per Jodie Comer, di cui alla fine mi sono un po' innamorato. Spettrale e espressiva, senza un filo di trucco, mi ricorda la cantante Birdy – altra mia storica cotta – e le bellezze inquiete del cinema di Burton. (7)

mercoledì 13 gennaio 2016

I ♥ Telefilm: Ash vs Evil Dead, Mozart in the Jungle II, And Then There Were None - Dieci Piccoli Indiani

Ash Vs Evil Dead
Stagione I
La gente, quando mi scopre cresciuto a pane e horror anni ottanta, ne è meravigliata. Non si direbbe, mi assicurano, data la mia inconsueta apertura verso generi cinematografici ben diversi – ad esempio, potete star sicuri che la romcom parlatissima, con lui che incontra lei in tutte le combinazioni e le città d'arte possibili, qui avrà sempre un posto speciale – e strano, aggiungono, che più attirato dal sangue che dai cartoni animati sin da bambino, non sia poi diventato un serial killer di fama mondiale. E qui sghignazzano e fanno l'occhiolino. Scherzando scherzando, io rispondo che per quello c'è sempre tempo. Allora, silenzi di tomba. Questo per dire che, tra i miei registi cult, a sorpresa ma non troppo, c'è un certo Sam Raimi. Autore, insieme ai fratelli, di Xena e Hercules, che allietavano i miei pomeriggi su Italia Uno; del solo esempio di cinecomic che mi è rimasto nel cuore, con l'insuperabile trilogia di Spiderman; di horror a basso budget – da non sottovalutare, per me, neanche il divertentissimo e recente Drag Me To Hell – visti con papà quando non avevo l'età. Ash Williams, in particolare nel medievaleggiante L'armata delle tenebre, era il mio eroe, vestito di cotta e maglia e umorismo a non finire. La trilogia partita con Evil Dead – una manciata di ragazzi in una baita nei boschi, forze maligne, il trionfo dello splatter – era finita però prima che io nascessi, nel 1992. E, senz'altro perché vi avevo assistitito in differita, l'idea del remake al femminile di Fede Alvarez, nudo e crudo, mi aveva dato diverse soddisfazioni. Da allora, più o meno, aspetto la reunion. Annunciata, desiderata, attesissima in famiglia. Più di vent'anni dopo, il simpatico Bruce Campbell – legato indissolubilmente a quel ruolo e a quel regista – torna a indossare, con ironia e una specie di strana commozione, una motosega a mo' di guanto e a sfogliare il temibile Necronomicon. Va verso i sessanta, ormai, ma la mano di legno e i racconti sensazionali lo aiutano a rimorchiare nei bar. Finché, sbronzo e piacione, si fa il bello agli occhi della sua ultima amante leggendo i passi di quel libro scritto con il sangue, sulla pelle di un uomo scuoiato. E risveglia così il Male. I demoni e l'oscurità, insieme allo spettatore, lo trovano invecchiato, impreparato, ma sempre sul pezzo. Lavora come commesso in un negozio di elettronica in stile Chuck Bartowski, vive in una roulotte sgangherata, ha la dentiera e il busto ortopedico. Non perde però il tocco. Ha una poliziotta che segue le sue tracce, un'alleata – o è forse una nemica? - con il volto di una Lucy Lawless affascinantissima e due pivelli come aiutanti: Ray Santiago, messicano e imparentato con un brujo, e Dana DeLorenzo, bella e capriciosa. Lui, inutile dirlo, è perdutamente cotto di lei. Morti e battute ad effetto, effetti speciali artigianali, dieci episodi – pochi e brevi, purtroppo – per le dieci tappe di uno spassaso viaggio on the road, che grandi e piccoli bramavano. Raimi produce, e qualche volta dirige, un rinfrescante bagno di sangue e un caloroso ritorno a casa. Anzi, nella Casa. (7,5)

Mozart in the Jungle
Stagione II
Il pubblico, elegantissimo, prende posto a sedere. L'invito al silenzio e, dal palcoscenico, i primi arpeggi. Si apre il sipario e un uomo di spalle, piccino ma energico, spinge la sua orchestra a grandi trionfi. L'applauso, un altro. Dopo l'ingresso del maestro Rodrigo alla Filarmonica di New York, le cose vanno meglio per tutti, o quasi. Lo scorso anno, in una serie rivelazione targata Amazon, nonché preziosa presenta ai Golden Globes di questo stesso 2016, un direttore dal sangue caliente e dai metodi poco ortossi accoglieva a braccia aperte l'avvento della novità. In tanti storcevano il naso, davanti ai suoi capelli indomabili, al passato turbolento, alle prove per strada. Ma quanto ci erano piaciuti, in realtà, gli spettri in costume, il glamour della City, il suono di una leggerezza mai tanto di classe? Quanto attendevamo un altro ciclo di episodi, per sapere se il bacio tra Rodrigo e l'allieva Lola Kirke avrebbe avuto ripercussioni e se la Filarmonica, gravemente indebitata, ce l'avrebbe fatta a risollevarsi? Mozart in The Jungle ritorna, tra dicembre e gennaio, con un seguito all'altezza del non lontano inizio e piccoli dubbi che, però, si rinnovano nel sottoscritto. Perché la serie, benedetta da Chris Weitz e dai compagni di merenda di Sofia Coppola, non si sa quando cominci né quando finisca. Mi spiego. Grandi attori e colonna sonora immensa, ma come una povertà di temi, di stagione in stagione. Cos'è successo nella prima, dopo l'arrivo di Rodrigo? Cosa succede nella seconda, dopo il tour in America Latina? Poco, pochissimo. Gloria, magnifica settantenne, scopre di possedere notevoli doti canore – ma trattandosi di Bernadette Peters, leggenda del musical, è poco lo stupore – e di avere ancora l'età per concedersi un amore o due; l'oboista Hailey, con il fidanzato ballerino impegnato in un reality show, ripensa alle attenzioni del suo Maestro; Cynthia, sexy violoncellista, asseconda le avance di un'avvocatessa che in tribunale però non fa faville; Thomas, ed è impossibile a questo punto non nominare il granitico Malcolm McDowell, lavora alla sinfonia di una vita e seppellisce nel frattempo l'ultima moglie. E cosa capita invece a Rodrigo, in cerca dell'assistente perfetto e, per un arco di episodi, affetto da un fastidioso disturbo uditivo? Sarà come Mozart, eterno enfant terrible, o cagionevole come Beethoven? L'eleganza e l'ordine dello skyline newyorkese, per un po', cedono il posto a una tournée sui mari del sud. Al calore e al colore del Messico. Il buon cibo, le maledizioni, la lettura dei fondi di caffè. Gli amori predetti dalle nonne sagge. Esilarante e ricercato, leggero ma a volte impalpabile, Mozart in the jungle è un passatempo colto e rilassante, per melomani e non solo, a cui questa volta manca maggiore consistenza e la sua città di appartenza. Ma è tanto ben confezionato, tanto sovversivo, che davanti a un Gael Garcia Bernal posseduto dal ritmo – vedeste quanto è coinvolgente e naturale, mentre si dimena e tiene il tempo – è impossibile trovare riparo dall'ispirazione e dall'allegria. Contagiano. (7)

And Then There Were None
miniserie televisiva
Fulmini e saette, un'isola privata tagliata fuori dal mondo, una chiave maestra. Una pistola e, a un tavolo, sconosciuti invitati allo stesso evento: ospiti in una casa labirintica, i cui padroni – stranamente assenti – hanno lasciato il comando ai due domestici, marito e moglie. Tra i piatti fumanti e le posate, al centro, dieci strane statuine d'avorio, che rappresentano ognuno di loro. Dieci vittime – e dieci colpevoli, perché tutti hanno la coscienza sporca – e un assassino che agisce inosservato. Una dopo l'altra, le statuine scompaiono; uno dopo l'altro, gli ospiti muoiono, seguendo l'ordine espresso in una inquietante filastrocca per bambini. I superstiti, sospettosi e pietrificati, vivono sul chi va là. L'indice puntato verso il compagno, il dubbio persistente. In quella villa sferzata dal vento e dalle acque, nessuno entra e nessuno esce: il male è tra loro, l'inferno è in terra. And Then There Were None – per noialtri, Dieci Piccoli Indiani – è il titolo che, a un passo dall'anno nuovo, sotto le feste, si è presentato alla mia porta, con la sua aria inglese al solito impeccabile, il taglio cinematografico, un intreccio di cui non si è mai stanchi a sufficienza. La BBC, in tre puntate, propone la trasposizione del romanzo più celebre della regina del brivido, Agatha Christie, e sorprende in maniera impensata. E da quando sbagliano, questi inglesi, chiederete? Invece, davanti a riproposizioni edulcorate e alquanto mediocri – su tutte, l'ultimo Lady Chatterley's Lover -, lo scorso anno le mie convinzioni hanno vacillato. In prodotti belli ma senz'anima, registi e autori che procedevano con il pilota automatico, tanto savoir faire fine a sé stesso, la dizione troppo perfetta dei britannici – e degli automi doc. And Then There Were None, invece, ha un apparato tecnico di tutto rispetto – fotografia cristallina, scenari da sogno (ebbene sì, io faccio strani sogni), un montaggio sonoro che regala sussulti – e personaggi al di sopra di ogni sospetto che, nei flashback, vengono cesellati gradualmente. In tre ore scarse, forma e contenuto hanno lo stesso peso. Il cast, pieno di giovani promettenti e vecchie volpi, è dei migliori. Il bellimbusto viziato di Douglas Booth, il mercenario dell'aitante Aidan Turner, la tata impenetrabile della rivelazione australiana Maeve Dermody. Tra gli altri, il giudice Charles Dance, la crudele precettrice Miranda Richardson, l'eroe di guerra Sam Neil. Tutti bravissimi e tutti in pericolo, in una storia vista e rivista – purtroppo, a ventun anni, non ho mai letto il romanzo; una delle mie tante, imperdonabili mancanze – il cui finale, culmine di una orchestrazione senza stonature, sorprende anche oggi. Un autentico gioiello di eleganza e scaltrezza. Era il trenta dicembre, per essere precisi. Tardi, ormai, per le aggiunte dell'ultimo minuto al famoso listone. Non abbastanza, comunque, per godersi un altro regalo del piccolo schermo. (8)