Con
alcune storie, forse, tocca soltanto litigare per entrarci in
sintonia. Mi è successo con il nuovo romanzo di Coco Mellors. Da me
attesissimo, si è lasciato leggere per buona parte in perfetto
silenzio: non riuscivo ad ammettere nemmeno a me stesso, infatti, quanto mi
stesse deludendo. Colpa di dinamiche familiari non sempre credibili —
i genitori, all'indomani di un lutto terribile, sono completamente
assenti —, di dialoghi talmente verbosi da rubare la scena al
cordoglio, di un gruppo di protagoniste descritte tutte con i
superlativi assoluti delle donne toste, forti, indipendenti. Per
fortuna, ci ho fatto la pace nella seconda metà. Cresciute nel Upper
West Side, Le
sorelle Blue
sembrano le figlie di
Cleopatra e Frankenstein.
Ti
voglio bene anch'io. Senza “anche”.
Nate
da una coppia di genitori inseparabili e disfunzionali, ne hanno
ereditato le dipendenze. Fuggite da un capo all'altro del mondo per
scappare al dolore e ai rimorsi, si ritrovano nella casa in cui sono
state bambine per l'anniversario della morte di Nicky. Da quando una
overdose di antidolorifici l'ha portata via, le superstiti si sono
trovate a fare i conti con una nuova formazione. Come funziona un
terzetto? Avery, la primogenita, si è costruita una vita perfetta in
un sobborgo inglese alla giusta distanza dal suo passato di
eroinomane: da sempre punto di riferimento per le sorelle, si scopre
pietrificata all'evenienza di diventare madre, rischiando di
ricascare nelle antiche abitudini. Bonnie, la meno memorabile, è un'ex
campionessa di boxe: l'attrazione segreta verso il suo allenatore
l'ha spinta a trasferirsi in California, dove lavora come buttafuori.
Lucky, la più piccola, è una modella a Parigi nella settimana della moda: dedita alle notti in
bianco e agli eccessi, è cresciuta troppo in fretta in un mondo dove
gli uomini sono predatori e alle donne è richiesta la massima
frivolezza. Rotta per sempre l'armonia di un'infanzia di letti a
castello e Spice Girls, possono riuscire a innamorarsi nuovamente
della vita?
Si
erano scritte pagine e pagine sull'amore romantico, sul legame
profondo che unisce gli amanti. Ma anche quest'altro tipo di amore
meritava estasi, meritava canzoni. Prima ancora di conoscere il corpo
di un amante, lei conosceva già quello delle sorelle: si era
specchiata nei loro piedi lunghi, negli occhi chiari, nelle membra
eleganti e nelle orecchie arrotondate.
Di
gran lunga più convenzionale del romanzo d'esordio, per me malinconico ed effervescente come alcune commedie newyorkesi di Woody Allen,
l'opera seconda di Mellors è una parabola esistenziale imperfetta ma vivissima, che la speranza incrollabile e le simmetrie sottili
trasformano in una versione contemporanea di Piccole
donne.
Peccato che protagoniste pretendano tutte indistintamente di essere Jo March. Alleate
contro il mondo, ma per il resto acerrime rivali, serbano i peggiori
segreti per loro stesse pur di proteggersi. Il rischio: isolarsi.
Toccherà salvare un frigorifero rosa dalla nettezza urbana,
convertire una lite in piena regola in una toccante occasione di
confronto, per rivalutarsi. E rivalutarle. È una storia che parla di
rapporti di sangue, d'altronde. Era necessario prima azzuffarsi un
po' per diventare parte della famiglia.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Billie Eilish - Birds of a Feather
|
Ava Anna Ada, di Ali Millar. Sur, € 19, pp. 310 |
Cosa
succederebbe se Yorgos Lanthimos dirigesse Saltburn,
ma in chiave saffica e apocalittica? Lei, Anna, è una influencer con
una ricca rete di follower e un lussuoso faro ristrutturato per casa.
L'altra, Ava, è una prostituta adolescente, all'occorrenza anche
babysitter. Si incontrano in circostanze scioccanti: Anna sta
prendendo a calci il cadavere del suo cane, morto di overdose. Ava la
raggiunge, nel suo impermeabile giallo, e il riconoscimento è
immediato: quella ragazzina è la copia sputata di Ada, la figlia
della protagonista. Ma mentre Ada si è lasciata morire di anoressia,
Ava ha fame di tutto. Ha inizio un ménage fatto di collezioni
macabre e sadomasochismo, di morsi sul seno e spine sotto pelle,
mentre la natura minaccia di prendere il sopravvento: quell'estate
elettrica preannuncia realmente tsunami?
Il
tempo è una cosa da caderci dentro e attraversarlo, se uno sa come
si fa.
Tre
personaggi femminili sui generis, tre nomi palindromi, tre maschere che si
divertono ad alternarsi e confonderci in un gioco delle parti senza
inibizioni né regole. Si può far rivivere chi non c'è più?
Nell'esordio di Ali Millar — imperdibile per i fan della letteratura weird di Schweblin,
Awad, Rouopenian — tutti, perfino il fratellino minore che
fantastica di avere una cerniera per cambiare pelle, vorrebbero
essere la compianta Ada. Sullo sfondo della Punta, un non-luogo
sospeso tra Inghilterra e Scozia, il romanzo è inscenato in una
società distopica in cui le persone sono schedate sulla base del
loro Valore: l'apparenza, allora come oggi, conta più di tutto.
La
prima volta che io e Leo siamo usciti dopo la nascita di Adam, mi
sono resto conto che me ne stavo seduta in mezzo a un pub
dondolandolo leggermente, abituata com'ero a cullarlo per farlo
addormentare. Una serie di minuscole follie: è questo che significa
amare con quell'intensità. Che significava.
Popoloso
di donne splendide e crudeli, nonché intriso di un umorismo
nerissimo, Ava Anna Ada
è una psichedelia sull'elaborazione del lutto, i lati oscuri della
maternità e i misteri del piacere, a cui l'autrice scozzese conferisce
l'andamento liquido delle onde e una sensorialità sorprendente.
Morboso, oscuro, caleidoscopico, mostra la stessa scena da
prospettive diverse e fa un uso brillante della prima persona
plurale. Il Noi, così, è sintomatico del legame inscindibile tra le
protagoniste — dove finisce l'una, dove inizia l'altra? Ma anche il
punto di vista degli Dei, a volte annoiati, altre crudeli, davanti
allo spettacolo catastrofico della nostra scompostezza. Quest'anno, scommetto, non leggerete niente di simile.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Lady Gaga – Abracadabra
| Gotico
salentino, di Marina Pierri. Einaudi, € 17, 50, pp. 240 |
Cosa
ci fanno Mary Shelley, Shirley Jackson e una giornalista in crisi
creativa nella stessa casa infestata? Con una lingua onomatopeica e
barocca, capace all'occorrenza di coloriture dialettali
sorprendentemente divertenti, ce lo spiega Marina Pierri: come la sua
protagonista, una salentina trapiantata a Milano, qui alle prese con
il suo romanzo d'esordio. Di ritorno all'ovile dopo la morte del
padre, Filomena Quarta, quarant'anni, non ha né soldi né un marito
né un lavoro. Aspirante scrittrice, albergatrice apprendista, medium
presunta, vorrebbe trasformare la residenza di famiglia in un B&B:
peccato che il suggestivo casolare, ormai abbandonato a sé stesso in
un intrico di pini marittimi e gramigna, sia considerato vittima
della “malumbra”. I compaesani superstiziosi si segnano, e non
hanno tutti i torti. Le finestre, infatti, si spalancano
all'improvviso; i muri strillano sotto il trapano dei manovali; i
corridoi vibrano di nenie inquietanti e il bosco ama confondere i
viandanti.
Non
devo avere timore di me stessa, né di questo luogo. È la ma
famiglia ed è la mia storia. Ho letto abbastanza racconti del
terrore per sapere come funziona.
Sardonica
e sfrontata, Filomena si fa coraggio ospitando Alba, l'esilarante
migliore amica non binaria, e Antonio, un tenero agricoltore in fuga
dal cliché del maschio meridionale. Con loro, come già
preannunciato, gli spettri delle autrici di Frakenstein
e L'incubo di Hill
House:
chi meglio di loro potrebbe giudicare il manoscritto di Filomena e,
soprattutto, fare i conti con le apparizioni agghiaccianti di una
suora in cerca di vendetta? La resa dei conti, immancabilmente,
avverrà la notte di Halloween. Erudita, brillante, citazionista,
Pierri si rifà ai capostipiti del gotico senza prendersi troppo sul
serio e confeziona un gioco metaletterario assolutamente delizioso,
in cui Dimora Quarta diventa un rifugio per diseredati — noi, la
generazione dei “se” — e una cassa di risonanza per l'orrore delle violenze di genere. L'amorevole Mary,
curiosamente dipendente dai reel di Instagram, ricorda l'amore
tossico con Shelley, gli aborti, i giorni della vedovanza a Lerici;
Shirley, invece, anestetizza con l'alcol l'astio verso un marito
editor che la considerava in primis una casalinga, poi un'autrice.
Scrivere
non è un mestiere per vigliacchi.
Loro
e altre donne senza voce, così, tornano sotto forma di fantasime per
invadere le nostre stanze e le nostre coscienze. Il rombare della
loro rabbia, mista però a una tenerezza disarmante, sormonterà per
intensità il lugubre cigolio di qualsivoglia porta. Sullo sfondo:
una Puglia autentica e lontana dal mare; la stessa in cui si è
trasferita mia madre all'indomani di una separazione che, per anni,
mi ha voluto rancoroso verso una regione che da qualche estate a
questa parte, infine, ospita le mie vacanze. Gotico
salentino
è un prontuario per famiglie infestate perfetto anche per chi, come
me, troppo pavido per elaborare, a lungo ha nutrito un'ingiustificata
paura verso i propri fantasmi.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Doechii – Anxiety
Mi
dichiaro colpevole. Avevo dimenticato quanto brava fosse Paola
Barbato. Autrice tanto talentuosa quanto prolifica, ha scritto tutto
e dappertutto: dai fumetti per Bonelli ai romanzi a puntate su
Wattpad. Elegante come non mai, entra nella scuderia Neri Pozza per
seminare colpi di scena e conferme. Incalzante, adrenalinico,
tesissimo, La torre d'avorio è una caccia all'uomo — anzi,
alla donna — che non conosce tregua. Ma è, soprattutto, la storia
di un gruppo di personaggi femminili dalla psicologia oscura, qui scandagliata senza
pregiudizi. I nostri demoni, infatti, sono al sicuro con Barbato. E tra
reiette, a sorpresa, può nascere anche un commovente senso di
famiglia. Prendete La pazza gioia, il capolavoro di Paolo
Virzì, e vestitelo di nero: dategli una macchina con il serbatoio
pieno, sicari alle calcagna e un'arma a portata di mano. Il
romanzo è la storia della seconda vita di Mara: ormai cinquantenne,
vive sotto falso nome in un appartamento stipato di scatoloni e
rimorsi. Un decennio prima i notiziari l'hanno dipinta come una
spietata femme fatale: affetta dalla sindrome di Münchausen, aveva
avvelenato i suoi familiari. Tutto per prendersi
cura di loro e mostrarsi, così, la madre modello richiesta dalla
società.
È
come se avessi dentro una belva addormentata. E finché non sarò
sicura che sia morta, farò di tutto perché nessuno si avvicini.
È
possibile sfuggire al proprio passato, se qualcuno ci ha intrappolato
in un'imprevedibile macchinazione? Accusata di una lunga catena di
nuovi avvelenamenti, la protagonista fugge. E ritrova Moira, ex
bancaria che investì la dirimpettaia per via di un parcheggio
conteso; Fiamma, che sfoga il suo pericoloso sex appeal su Onlyfans;
Maria Grazia, che, vessata in casa e al lavoro, sparò al suo capo;
Beatrice, splendida ereditiera morbosamente ossessionata dai defunti.
Amiche per la vita e per le morte, le protagoniste sono talmente ben
caratterizzate che ognuna meriterebbe un romanzo a sé. Strette da un legale indissolubile, costituiscono il pregio maggiore
di un romanzo dallo straordinario cast d'insieme destinato a una
seconda parte, però, inutilmente rocambolesca e improbabile.
Superfluo anche lo strascico finale. All'inizio fortemente
claustrofobico, La torre d'avorio diventa poi un tour de
force sui misteri insolvibili della mente umana e sulle
imperfezioni dell'essere genitori. Mara non è sola. Mara non è
guarita. Non ci si riprende mai, infatti, dall'inferno di sé stessi.
La bestia che ha dentro non è morta: dorme. Brutalmente oneste, le
nostre antieroine hanno nostalgie profonde ma nessuno senso di colpa.
Radioattive, recidive, animano uno dei romanzi più vitali dell'anno.
Anche se, paradossalmente, lo scoprirete pieno di morti.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Alice Cooper – Poison
|
Oliva Denaro, di Viola Ardone. Einaudi, € 18, pp. 312 |
È
possibile consigliare un romanzo che non hai apprezzato? È quello
che mi ritrovo a fare con Oliva Denaro: un grande successo di
pubblico, forte di una struttura cinematografica e di tematiche così forti da non lasciare
indifferenti. Anche quando ho storto il naso per le troppe frasi a
effetto, per i comprimari troppo anacronistici, per le ambientazioni
troppo stereotipate, infatti, mi sono scoperto commosso
dal dramma della protagonista: sedici anni, impossibilitata a
proseguire gli studi, oggetto delle attenzioni del ragazzo sbagliato.
Ispirandosi liberamente alla vicenda di Franca Viola, Viola Ardone ci parla
di disparità e consenso, violenza e aborto. Erano gli anni di Mina e
delle Kessler alla TV. Ma, in Italia, essere donna era una condanna.
Non
voglio sembrare più bella, non voglio seguire consigli, non voglio
obbedire a nessuno più. A che è valso? Al posto delle tabelline e
dei verbi irregolari avrebbero dovuto insegnarci a dire di no, tanto
il sì le femmine lo imparano dalla nascita
Con
il sopraggiungere del ciclo, nella routine della giovane Oliva cambia
tutto: vietato correre forte, vietato indovinare la forma delle
nuvole accanto all'amico di sempre. La sua bellezza in boccio attira
gli sguardi di Pino, i capelli neri di brillantina e un fiore di
gelsomino dietro l'orecchio: il giorno del loro incontro è colorato
di inquietanti segnali. Scorrerà il sangue. Con capitoli brevi ed
efficaci, l'autrice ci racconta di un'epoca non molto lontana in cui
la verginità appariva il solo valore femminile e della rieducazione
di un'adolescente inconsapevole, all'inizio, di essere la parte lesa.
L'onore macchiato? Si era soliti correre ai ripari o con le nozze, o
con la lupara. Tra dettagli folkloristici e scene dal forte impatto
visivo, con tanto di piccole concessioni all'horror (gli animali
ammazzati, il rapimento), Ardone affianca Oliva a personaggi macchiettistici: dall'amica comunista alla sorella vittima di percosse,
fino ad arrivare a quel papà dolcissimo ma troppo sensibile per i suoi tempi. E cosa dire dei Paternò, gli antagonisti, che gestiscono una
pasticceria proprio come i fratelli Solara?
La
politica la facciamo tutti, in un modo o nell’ altro, ribatte, ogni
cosa è politica: le nostre scelte, quello che siamo o non siamo
disposti a fare per noi e per gli altri.
Ho
avuto, a tratti, l'impressione di leggere un romanzo scritto con Elena Ferrante tenuta sul comodino. Una storia intensa, ma con il pilota
automatico inserito, che osa qualche guizzo soprattutto nelle scelte
lessicali volutamente colorite (a lungo andare, però, ho trovato
ridondanti i vari: “Piccinna”, “Non lo preferisco”, “Sono
favorevole”). Mi sono emozionato e indignato. Ho pensato di
consigliarlo a mia madre e ai miei studenti. Ma lì dove l'esordio
alla regia di Cortellesi osa una magnifica variazione sul tema,
Ardone si adagia nella stesura di un compitino senza errori, più
importante che bello. Il femminile singolare non esiste, pensa Oliva. Se le smentite devono passare attraverso questo
romanzo, allora, ben venga. Non mi è piaciuto, ma all'interno ci ho
trovato una ragazzina con un tacco rotto che trova il
coraggio di camminare in direzione contraria. Io sono favorevole a
Oliva; meno a come è stata raccontata.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Gigliola Cinquetti – Non ho l’età
Nell'omonima
miniserie di Valeria Golino, è la voce suadente di Tecla Insolia a
guidarci nel dedalo dei pensieri di Modesta. Queer, determinata,
machiavellica, si inebria della forza segreta dell'odio ma inneggia
all'amore libero. Ora ingenua e ora spietata, profondamente
consapevole della sua intelligenza, ci sussurra la fiaba nera di una
serva divenuta padrona. È possibile, seppure al termine di una lunga
serie di nefandezze, arrivare a gioire con la nostra antieroina?
Assolutamente sì, in una storia di curiosità intellettuale,
emancipazione e lotta di classe, che prende avvio nella povertà
delle campagne verghiane e giunge, infine, presso i palazzi nobiliari
di Tomasi di Lampedusa. Questo, però, non è che l'inizio delle
vicende di Modesta. Ci saranno altri uomini (dopo il gabellotto
Carmine: Mattia, Carlo, Marco) e altre donne (dopo suor Leonora e la
principessina Beatrice: Joyce e Nina); ci saranno figli biologici e
figli acquisiti (Prando, Jacopo, Ida, Ntoni); arriveranno i
totalitarismi e le loro promesse illusorie rivolte ai giovanissimi,
un altro conflitto mondiale, una democrazia di cui diffidare.
Per
prepararsi alla rivoluzione si deve bere tanta e tanta fantasia.
Attratta
dalla rivoluzione ma nauseata dalla guerra, sedotta da una carriera
in politica ma troppo idealista per appendere il ritratto del Re o
del Duce in salotto, Modesta maturerà con grazia e nessun rimpianto
in una casa in cui farà da benefattrice a geniali trovatelli, spie
in incognito, sognatori instancabili. L'orfana incendiaria degli
inizi diventa la matriarca di una comune definita “una piccola
repubblica”; una donna come tante e come nessuna, impensierita
dalle ansie della maternità e dalla Certa che incombe. I suoi
protetti sconfesseranno amaramente ciò che lei ha insegnato loro? E
se la vecchiaia, a ben vedere «una giovinezza cosciente»,
riservasse altre avventure, altri amori? Golino adatta soltanto la
prima delle quattro parti di un romanzo asimmetrico e fluviale,
splendido e spossante, che spesso ha l'andamento frammentario di
certe poesie, di certi ricordi, di certi sogni. Lo ha scritto
Goliarda Sapienza cinquant'anni fa, ma non l'ha mai visto pubblicato:
protagonista di travagliate vicende editoriali e di una rocambolesca
vita da film, l'autrice meriterebbe un discorso a parte. Quest'anno
si celebra il centenario della sua nascita. Ma l'iconica Goliarda, in
realtà, doveva venire dal futuro. Lascia in eredità alla sua
Modesta l'ateismo, le simpatie comuniste, la fame di tutto e subito.
L'Etna è un seno, la lava zampilla al posto del latte: nutrite col
fuoco, sono destinate a non morire mai. Nella mia vita ci sarà
sempre un prima e un dopo di loro.
E
se questo mio vecchio ragazzo si stende su di me col suo bel corpo
pesante e lieve, e mi prende come ora fa, o mi bacia fra le gambe
proprio come Tuzzu faceva allora, mi trovo a pensare bizzarramente
che la morte orse non sarà che un orgasmo pieno come questo.
Scritto
in una lingua assonanzata e musicale, il romanzo slitta a piacimento
dalla prima alla terza persona, da pagine dense di dialoghi a ellissi
narrative che restituiscono informazioni confuse sul destino di
taluni secondari. L'andamento: quello imprevedibile di una
cantastorie controcorrente, contro natura, nata per seminare
dappertutto un magico disappunto. Le ambientazioni: la testa febbrile
di Modesta, il suo corpo flessuoso, e una Sicilia claustrofobica che
spalanca occhi e cuore davanti allo spettacolo improvviso del mare.
Laggiù, in quel blu fino ad allora immaginato attraverso gli occhi
dell'indimenticato Tuzzu, la protagonista imparerà a nuotare. Ma
anche a cavalcare, a fumare la pipa, a mostrarsi nuda senza l'ausilio
del buio. A dare piacere. A darsi piacere. E a organizzare feste
sfrenate dove i vivi ballano con i loro fantasmi e le fiaccole
illuminano a giorno l'isola. Non si dimentica mai come si galleggia
al largo, né la gioia di essere stati eccezionalmente ospiti
nell'esistenza di una donna tanto scandalosa. Ora voglio nuotare
controcorrente, progettare colpi di stato, chiamare un gatto Mody,
ribellarmi sempre. Rubare tutta la vita che posso. L'arte della
gioia è un diritto di natura: «come il pane, come l'acqua, come
il sole».
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Parola (Rework) feat. Anna Caragnano
Per
rievocare una guerra maledetta che «ha ammazzato tutti, anche i
vivi», Nicoletta Verna diventa medium pur di intercedere con gli
spettri di un mondo in fiamme. Dopo un esordio di chirurgica
bellezza, è tornata finalmente in libreria con un romanzo d'altre epoche, che si
snoda implacabile dal delitto Matteotti alla Liberazione. Nemmeno
l'arrivo degli alleati rimarginerà, in conclusione, le voragini.
Siamo in una Romagna di balere, concorsi di bellezza e fuoco. Lì,
presso il Grand Hotel di Castrocaro, nascerà la Repubblica di Salò.
Ma sulle montagne, intanto, un gruppo di fuorilegge è armato fino
ai denti per l'idea della libertà. L'autrice, questa volta, intinge la penna nel
sangue vivo. Macchia e straborda, e il rosso densissimo non sbiadisce. È
una Storia di fantasmi, la sua. La protagonista, dunque, non poteva
che essere una creatura liminare come Redenta: sopravvissuta alla
polio, accompagnata dalle apparizioni dei fratelli defunti e
perseguitata dalla scarogna, si muove sul confine smarginato che
separa i vivi dai morti.
“La
vita vale più di un'idea”. “Dipende da quale vita. E da quale
idea”.
Il
padre le ha attribuito un nome breve: sarà più semplice inciderlo
sulla lapide, quando creperà. Redenta non crepa: si
innamora di un futuro partigiano, il sognatore Bruno, ma va in
moglie a un gerarca fascista pluridecorato in Abissinia, Vetro. Redenta parla
tardi e poco, ma sente forte: e, dentro di sé, in segreto, alimenta
una voce assordante. Redenta ha una gamba matta: procede piano, ma
arriva dappertutto. Vittima di un marito-orco capace di gesti di
raccapricciante sadismo, la giovane donna è prigioniera della fiaba
di Barbablù. Rischia la morte anche Iris, la seconda voce narrante del romanzo, ma
per perseguire un ideale: dotta e bellissima, ha abbandonato l'insegnamento per
amore del leggendario Diaz, il leader partigiano ricercato dal
battaglione M. Mentre Redenta subisce la violenza, vivendo ora attese
struggenti e ora i morsi della miseria, Iris è in prima linea:
leggiamo di lei come se fosse l'eroina di un romanzo di
spionaggio, in cui l'energia futurista del conflitto genera
un'eccitazione mista a orrore. Sì è mai realmente soggetti attivi,
tuttavia, sotto lo schiaffo della storia? È proprio nelle disgrazie
che il cuore degli uomini è solito mostrarsi nella sua più nuda
verità.
“No
che non ti ammazza”, avrei voluto dirle. “Purtroppo resti viva. E
domani ti ricorderai di questa pena e ti sembrerà che non sia mai
finita. Perché il male che patisci una volta lo patisci per sempre”.
Tra
nefandezze e amori impossibili, rivalità e confidenze, le
protagoniste si scopriranno più vicine del previsto sotto lo sguardo imperscrutabile di uno degli antagonisti più spregevoli della mia memoria di
lettore. Indimenticabili per umanità e ferocia, questi Giorni di
Vetro in cui «non c'è niente di vero, eppure non c'è niente di
falso» sono fusi insieme da un'autrice abile come gli artigiani di
Murano. Tra le qualità di Verna, eppure, non c'è la delicatezza. Ha
mani pazienti ma pesanti; una lingua di tritolo. Seduta in bilico su
una pila di macerie fumanti, sporca di cenere, l'autrice conta i caduti
e fa una stima dei danni. Ma nelle sue pagine, benché
tragiche, per fortuna non tutto è perduto; non tutte le cause si
rivelano perse. Salvare qualcuno significa salvare sé stessi. E le
bastarde senza gloria di Castrocaro resisteranno – ed esisteranno –
per darci una lezione quanto mai attuale: perfino sotto le bombe, è
vietato morire per mano di un amante violento.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Barbara Pravi – Voilà
|
My Dark Vanessa, di Kate Elizabeth Russell. Mondadori, €
15, pp. 384 |
Una
quindicenne dall'indole malinconica e dai lunghi capelli rossi
stringe una relazione con il suo professore di letteratura,
quarantaduenne che riserva carezze di carta vetrata alle sue
studentesse più talentuose. È una vicenda di sopraffazione
psicologica, potere, ossessione. Non una storia d'amore. Ma come
raccontarla agli altri se perfino colei che l'ha vissuta preferisce
definirsi complice di una tormentosa folie
à deux,
anziché vittima inerme? Abituata a essere invisibile, orgogliosa
delle proprie stranezze e dei propri dolori, Vanessa legge troppo
(soprattutto il conturbante Nabokov, di cui custodisce gelosamente
una copia annotata) e vive troppo poco, fin quando le attenzioni di
un adulto non la rendono finalmente protagonista di una storia. Una
storia alla Lolita, per di più, il suo romanzo preferito, in cui una
giovane ninfetta esercita il suo fascino seduttorio sul patrigno
soggiogato. Almeno illusoriamente. Non è sempre facile riconoscere
un predatore sessuale quando lo si ha davanti, e il goffo professor
Strane sembra diverso. E la fa sentire diversa. Ma all'indomani del
caso Weinstein, una schiera di donne insorge e denuncia gli abusi
subiti. Vanessa potrebbe diventare la loro portabandiera. Ma la
consapevolezza che Strane abbia fatto lo stesso ad altre la riempie
non di orrore, bensì di una bruciante gelosia. Non era, dunque,
l'unica?
Quando
io e Strane ci siamo conosciuti, io avevo quindici anni e lui
quarantadue, poco meno di trent'anni tondi a separarci. È così che
all'epoca definivo la nostra differenza di età: perfetta. Mi piaceva
la relazione numerica tra i nostri anni, i suoi tre volte i miei. Mi
immaginavo tre piccole me che trovavano posto dentro di lui: la prima
avviluppata al cervello, la seconda al cuore, la terza liqueffatta a
scivolargli nelle vene.
In
giorni in cui mi sono trovato a riflettere sulla violenza di genere
in classi di quasi solo ragazze, ho letto quest'esordio molto
dibattuto qualche anno fa: un romanzo scomodo e incisivo, dal punto
di vista sdrucciolevole, sulla catabasi di un'altra promising
young woman
nel sessismo dell'ambiente accademico americano. Sono i
primi anni Duemila. Spaventati dalla vicina strage del liceo
Columbine, gli adolescenti benestanti frequentano le scuole private.
Il loro mito è Britney Spears, candida ma ammiccante, adulta ma
bambina, che in un iconico videoclip non trattiene l'impazienza per
il termine delle lezioni. La parabola discendente della protagonista
somiglia a quella del popstar, strumentalizzata dai media fino a quel
crollo psicologico forse più celebre perfino della hit d'esordio.
Vanessa è padrona di sé. Con le sue piccole mani, ha infangato la
propria reputazione per proteggere quella di Strane. Come può
considerarsi vittima del disturbo post-traumatico da stress una
giovane tanto audace e volitiva? Questo fa forse di lei una nemica
delle donne? A dispetto di uno stile tutt'altro che memorabile,
giacche troppo acerbo, Russell ha per le mani materiale incandescente
e fa del suo meglio per rendere giustizia a una storia attuale,
complessa.
Non
appena è successo ho desiderato che accadesse di nuovo. Una ragazza
normale non avrebbe reagito così. È vero che c'è qualcosa di
oscuro in me, da sempre.
Lontana
dai banchi di scuola, la seconda parte – la più riuscita –
affronta il disagio struggente di una vita interrotta. All'inizio la
presenza di Strane inquieta. Ma alla fine, a sorpresa, è la sua
assenza a farsi lacerante. Ormai trentenne, con la paura di essere
invecchiata e per questo non più desiderabile, ossessionata dalle
cicatrici indelebili del passato, Vanessa vorrebbe rinunciare al suo
orco se farlo non implicasse anche rinunciare a sé stessa. La
mancata elaborazione crea un comodo stato di sospensione; il
vittimismo è una coccola. Ogni giorno appare la prosecuzione della
sua prima adolescenza, terribile ma mitizzata. Una ragazzina appare
desiderabile, una ragazzina è sollevata dalle responsabilità, una
ragazzina viene facilmente assolta. Si legge come un thriller, My
Dark Vanessa,
ma è la storia a tinte forti di un'educazione affettiva che
consiglierei anche alle mie studentesse. Come si impara ad amarsi, se
ci hanno amato – il verbo, a questo punto, non calza più – in
maniera terribile? Come si diventa donne?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Fiona Apple – Criminal
In
maniera superba ha raccontato gli ambigui giochi di potere tra un
avvocato e una sottoposta. È tornata, poi, con una storia per me
meno incisiva, sui non detti tra donne. Questa volta, più elegante e
matura, si cimenta con il romanzo storico – genere di cui non sono
un fan – senza snaturarsi. Femminile, femminista, Resta con me,
sorella è una storia di
autoaffermazione e riscatto ambientata nel Veneto del primo
dopoguerra. Emanuela Canepa porta fin laggiù la sua scrittura
scabra, chirurgica, e un'altra primadonna controcorrente. Anita ha lo
stesso nome della sposa di Garibaldi e un destino all'apparenza
segnato. Sacrificatasi per il bene della famiglia, sconta nove mesi
di prigionia per una colpa non sua. Nessuno indaga più
approfonditamente, nessuno si oppone: essere donna, insegnano, è
sacrificio. Abituata a stare ai margini sin dalla morte del padre, la
protagonista trova considerazione e amicizie nel carcere della
Giudecca. Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, oscura e
claustrofobica, le prigioniere si confondono con le carceriere:
dietro le sbarre hanno divise simili e lo stesso destino. È la luce
plumbea del carcere, però, a regalare le pagine più ispirate
all'autrice – ho pensato a Margaret Atwood – e un riflettore ad
Anita. Abile con i numeri, diventa presto la responsabile dei
rendiconti e attira l'attenzione di Noemi: prigioniera sui generis,
enigmatica e imperiosa, che domina stoffe ed esseri umani con
sorprendente flessibilità.
Capita che il tessuto voglia mettersi
contro di te, che l'ago rifiuti di forare la stoffa. Ma poi, a forza
di spingere da una parte all'altra, si trova il ritmo e la pezza
diventa come una cosa tua, viva e docile, che ti appartiene e ti
ubbidisce.
Nemiche-amiche come nella saga di Ferrante, si fanno
una promessa: aspettarsi per aprire insieme un atelier. Le cose,
tanto a livello narrativo quanto a livello tematico, cambiano nella
seconda metà. Quando si passa dal silenzio delle celle al
chiacchiericcio della città, dalle feritoie della Giudecca allo
stordimento sensoriale di Venezia, qualcosa si perde: la forza
d'animo della protagonista, ad esempio, che fra uomini e riunioni familiari rischia di smarrirsi nei
labirinti sommersi della laguna. Bisogna essere cauti coi
sogni e con l'amore. A un inizio tesissimo segue uno svolgimento più
dilatato nei tempi, in cui pesano l'assenza di Noemi e qualche chiacchiera salottiera di
troppo. Se la storia delle due minaccia di subire una battuta
d'arresto, a irrompere e affascinare è la Storia con la lettera
maiuscola: presso i Berlendis, la famiglia dove Anita finirà per
lavorare come domestica, si nominano con entusiasmo le provocazione
dei futuristi, gli scandali di Sibilla Aleramo, l'arrivo del Milite
Ignoto, le contraddizioni di una Venezia da traghettare verso il
futuro. Quali erano le possibilità di riscatto al tempo delle nostre
bisnonne? Tra le difficoltà grandi e piccole del quotidiano, nel bel
mezzo dell'aridità del mondo, i sogni riuscivano forse a superare i
confini della notte?
La conoscenza ti renderà libera, Anita.
Non farti sopraffare dal mondo. Io so che puoi moltissimo.
A
momenti alterni, l'autrice ci spinge ad appoggiare e biasimare le sue
protagoniste. Perfino gli obiettivi della scostante Noemi si fanno
confusi nel finale: la carcerata ottiene sempre quello che vuole, ma
cos'è che vuole? Canepa non romanticizza il passato. E non scrive –
non può – un lieto fine netto per Anita, Noemi, Clelia, Luisa e le
altre. Regala loro, tuttavia, una bellissima ora d'aria, profumata di
arance e pensieri vaghissimi di vendette trasversali, in cui la
libertà è uno stato mentale. Dalla Giudecca si sente il mare che
gorgoglia.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Elisa – Una poesia anche per te
Come
in Carol, lo splendore intramontabile degli anni Cinquanta fa
da sfondo all'amore proibito fra due donne. Come in Victor
Victoria, la maggiore attrazione di un nightclub è una cantante
che si esibisce in abiti maschili e, seducente, ammicca alle
spettatrici sedute in prima fila. Come nella Fantastica Signora Maisel, la vita notturna della città offre sorprese e talenti:
peccato che i raid della polizia siano all'ordine del giorno. Risulta
semplice immaginare il frusciare delle gonne a campana, l'odore della
lacca, le luci e le ombre delle insegne al neon. Ma siamo nella
multietnica San Francisco, in una famiglia cinese tutta d'un pezzo.
Allevata con rigore per diventare una brava donna di casa, la
diciassettenne Lily sogna le dive del cinema e di andare sulla luna.
Ritaglia fotografie di Katherine Hepburn sui giornali, occhieggia le
donne prorompenti sulle copertine dei romanzi rosa, custodisce gli
articoli sulla artista di punta del Telegraph Club. Bravissima nella
resa di un contesto storico attendibile e dettagliato, Malinda Lo
firma una storia per giovani lettori che racconta i primi palpiti, le
gioie del contatto fisico, lo sconcerto dello scoprirsi diversi dagli
altri. Per farlo si affida ai suoi personaggi, lasciandosi guidare
alla scoperta della loro identità – di genere, sessuale,
culturale. Ma talora ne risentono i ritmi, piatti soprattutto nella
seconda metà, e appesantiti da qualche tematica di troppo. Accanto
ai classici espedienti del genere (il ballo scolastico da
organizzare, una migliore amica da sostenere per un concorso di
bellezza a Chinatown, l'attrazione ricambiata per una coetanea con il
mito di Amelia Earhart), infatti, ci sono gli sconvolgimenti politici
(la minaccia di russi e giapponesi, la caccia ai simpatizzanti
comunisti) e i flashback sugli immigrati di prima generazione (i
genitori di Lily, la zia paterna). Combattuto al pari della sua
protagonista fra senso d'appartenenza e desiderio di ribellione, La
notte scorsa al Telegraph Club è
la cronaca discontinua ma toccante dell'ultimo anno di libertà prima
del college. Cosa comporta uscire dai confini angusti del proprio
quartiere? Cosa significa, oggi come ieri, sentirsi parte di una
minoranza? Bisogna spingersi fino a Marte, colonizzare un altro
pianeta, per trovare il coraggio di mostrarsi senza maschere? In un
momento storico in cui appariva più plausibile un'odissea nello
spazio che la parità – nel 1969 Armstrong volerà sulla luna, ma
bisognerà aspettare il nuovo millennio per la legalizzazione delle
unioni omosessuali –, Lily scoprirà con meraviglia che non è
necessario spingersi troppo lontano per liberarsi dalla forza di
gravità e dalle convenzioni sociali. Basta un bacio in un vicolo
deserto. O la luce rivelatrice di un torbido locale notturno.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: The Ronettes – Be My Baby
|
Animale,
di Lisa Taddeo. Mondadori, € 22, pp. 343 |
In
tutti gli uomini, sottopelle, si nasconde un potenziale stupratore.
Questa idea provocatoria era alla base del film Promising Young Woman: nella commedia nera di Emerald Fennell, la protagonista –
fintamente vulnerabile – tendeva agguati a predatori sessuali in
giacca e cravatta. Spregiudicato, aggressivo e senza peli sulla
lingua, il romanzo di Lisa Taddeo persegue la medesima crociata
femminista, ma senza l'arma dell'ironia. Animale è una lettura
brutta, sporca e cattiva. Forse troppo? Ambientato in una Los Angeles
lontanissima dallo sfavillio dello show business, segue la fuga
rocambolesca di Joan. Prigioniera di un
passato traumatico, tenta a ogni costo di avvicinare Alice – bella
insegnante di yoga di cui brama l'amicizia – ma scappa dalla vendetta di Eleanor, figlia borderline del suo ex
amante. Le sue ultime relazioni non sono finite bene. Mentre era a
cena con la sua nuova fiamma, soprannominata Big Sky, ha assistito al
suicidio di Vic: padre di famiglia sedotto e abbandonato, si è fatto
esplodere la testa in un ristorante newyorchese. Qualcuno come Joan
conosce il senso di colpa? Calamita per i maschi, repellente per le
femmine, conduce uno stile di vita al di sopra delle sue possibilità
economiche e fiuta occasioni in ogni dove. Perfino nella sua ultima
sistemazione, sul fondo di un canyon polveroso a pochi passi da una
vecchia comune per scambisti, troverà amanti e oggetti luccicanti capaci di farle gola.
Se
qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei
depravata. La depravazione mi è stata utile. A fare cosa, non
saprei. Ma sono sopravvissuta al peggio. Sopravvissuta è la seconda
parola che sceglierei.
“Quando
sei diventata così puttana?”, le domanda qualcuno a metà romanzo.
“È una lunga storia”, risponde lei. Ed è una lunga storia anche
quella che, per scagionarla o forse per renderle finalmente
giustizia, firma la brava e divertita Taddeo. Il suo ultimo romanzo,
fascinoso e respingente insieme, a tratti pervaso di una bizzarra
tenerezza, è una vicenda per stomaci forti in cui le donne sono
tutte mantidi religiose e gli uomini tutti approfittatori. Prende
avvio come un film erotico degli anni Settanta, ma presto si anima di
armonie stridenti e accoglie tematiche provanti: stupro, aborto,
omicidio. Ma la violenza del contenuto, oltre che per l'innegabile
gusto di provocare, serve soprattutto per giungere gradualmente alla
comprensione della doppia natura della protagonista: sempre in
compagnia ma sempre sola, inquieta e contraddittoria, usa e viene
usata a momenti alterni; è vittima della dipendenza affettiva di un
amore non corrisposto ma, allo stesso tempo, tiranneggia su un amante sottostimato.
Solo
le persone che vivono la loro vita in modo molto abitudinario, che
non hanno mai conosciuto un dolore umiliante, possono amare il sabato
e la domenica. A me davano un senso di precaria solitudine. Sembrava
sempre che tutti fossero scappati in un posto dove io non ero stata
invitata. Piscine azzurre e cocktail su vassoi rotondi. Oppure laghi
neri e altalene di pneumatici.
Da
bambina leggeva Stephen King in piscina ammiccando come Lolita, amava
alla follia la sua passionale famiglia italiana, immaginava con
smania i segreti degli adulti. Ha sofferto le pene dell'inferno, è
cresciuta nella fretta e nella deviazione. Crede che il delitto sia
l'unica soluzione, a volte, e che la follia sia la libera espressione
di un dolore più profondo. Animale si
legge come un thriller efferato, ma nell'epilogo risuona come un
monito per le generazioni future. Laggiù il sudore
imperla le fronti, il sole picchia forte, gli indumenti si
appiccicano alla pelle. I vesti bianchi, ormai sporchi, sono da
tingere di rosso per camuffare il sangue versato. Fuori i coyote
asserragliano le abitazioni e ululano quando percepiscono l'arrivo
del ciclo mestruale. Braccata, animale tra gli animali, Joan non ha
mai paura e gironzola dentro casa con le scarpe alte. Il tonfo dei
suoi tacchi – stilettate sul parquet – rivaleggia con gli
ululati: simbolo di erotismo senza tempo, eco di solitudine senza
requie.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Maneskin – I Wanna Be Your Slave
| La spinta, di Ashley
Audrain. Rizzoli, € 18. pp. 347 |
Le
donne della nostra famiglia sono diverse. Cresciuta con questo ammonimento, Blythe si è sposata con il desiderio di
smentire la sorte comune tanto alla madre quanto alla nonna: Cecilia
e Etta, sangue dello stesso sangue, hanno passato l'esistenza a
odiarsi. Lei si sottrarrà alla maledizione: sarà
migliore di loro. Affetta dalla sindrome dell'angelo del focolare,
sul finire della prima gravidanza si accorge che nonostante tutto
l'abisso è una tappa comune. Giovane, bella e innamorata, comincia a
sfiorire a vista d'occhio dopo la nascita di Violet.
Mentre il marito Fox si addolcisce, Blythe conosce la spietatezza del
rigetto. Chi ha detto che essere un genitore è il mestiere più
bello del mondo? Frustata dalle levatacce, dalle smagliature e dai
capezzoli doloranti, da una bambina che sembra preoccupantemente più
scaltra dei coetanei, la protagonista prende a guardarla con
sospetto: dal momento che Violet è sempre al centro di incidenti
misteriosi, dispotica e capricciosa per natura, Blythe si convince
gradualmente dei disturbi comportamentali della piccola.
Ma qual è il confine tra le colpe della figlia e le
esagerazioni della donna, ormai insofferente? Le cose cambiano con la nascita di Sam, ma
l'idillio non è di casa. Lo capiamo sin dalla prima
pagina: seduta in macchina, la protagonista guarda dall'esterno la
nuova vita del marito e le macerie fumanti della propria.
Le
madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare
figli che muoiono. E non dovrebbero fare figli cattivi.
Strutturato
come una lunga confessione in seconda persona, il romanzo d'esordio
della bravissima Ashley Audrain procede a ritroso in cerca delle
radici del disagio. Destinata a diventare l'ombra di sé stessa, la
narratrice sperimenta una doppia alienazione: da un lato quella delle
neomamme, motori della famiglia destinate a smarrire la loro
identità; dall'altro quella delle donne tradite, declassate,
abbandonate in solitudine a smaltire i postumi dell'elaborazione.
Struggente e viscerale, Blythe si squarcia il ventre a mani nude e
fruga nei labbri del suo cesareo; ci lascia scorgere, così, i demoni
di un'intimità tormentosa. La sua sincerità è tale da mettere
spesso in imbarazzo. Leggere di lei è come sorprendere di spalle una
persona nuda, vulnerabile. La spinta è
quella da cui si libera il vagito acuto della nascita; è uno
sgambetto sullo scivolo; è una muffola rosa sul manico del
passeggino. Ma indica altresì una farsa, una forzatura, una violenza
in primis verso sé stessi. Quante donne si sentono messe in croce
perché non tagliate per il ruolo di madri? Quante, ancora, si
percepiscono instabili in preda agli sconvolgimenti ormonali e alla
depressione post-parto?
I
seni erano appassiti come la pianta che avevamo in cucina e che non
mi ricordavo mai di innaffiare. La pancia stava in bilico sul segno
dell'elastico delle mutande come marshmallow bucherellati con lo
stecchino. Ero spappolata. Ma contava solo che riuscissi fisicamente
a mandare avanti tutto; il mio corpo era il nostro motore. Perdonavo
ogni cosa, alla donna irriconoscibile nello specchio. Non una sola
volta ho pensato che il mio corpo non sarebbe mai più stato così
utile: necessario, affidabile, prezioso.
Sono
un maschio, biologicamente non potrò mai capire la contraddittorietà
di certi sentimenti. Ma romanzi raffinati come questo, per quanto
oscuri siano, ci permettono di spingerci oltre i limiti del nostro
sesso di appartenenza: è un dono, è una maledizione. All'apparenza
thriller d'intrattenimento come tanti se ne trovano in libreria, La spinta è in realtà
una tragedia familiare potente e dolorosa, elettrizzante fino
all'ultimo rigo, dove le riflessioni sulla rivalità madre-figlia si
intrecciano alle spirali elicoidali del DNA. Genitori si nasce o si
diventa? E figli? Abbiamo forse diritto a una scelta alternativa, se
nei nostri geni c'è già scritta una storia nera senza speranza di
redenzione? Ne sconsiglierei la lettura alle neomamme: probabilmente
hanno bisogno di un conforto qui assente. Ma, contraddicendomi con
altrettanta energia, finirei poi per consigliarla soprattutto a loro:
tutt'altro che consolatoria, Ashley Audrain propone un ritratto
femminile vicino al filmPieces of a Woman e lontano da qualsivoglia idillio. Lo sentiranno affine – e per questo
rappresentativo – le madri dubbiose, quelle sole, quelle sbagliate.
Le madri di oggi, in lockdown, braccate dalle notti in bianco delle
zone rosse.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Connie Francis – Who's Sorry Now
110
minuti, due soli attori, un film girato in pieno
lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da
camera che vanta l'autore della serie TV Euphoriama che nello stile
– il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il
ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza.
È l'una del mattino. Un regista e la sua musa
tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni
della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di
giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario
amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee,
non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o
di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché,
soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato
dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante,
John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si
braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni
da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al
formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo
della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e
tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa
l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista
del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex
ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una
pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo
pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora
coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di
bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà
l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco
di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani
–, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando
il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante
disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed
energia. Il risultato è un manuale di
critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di
coppia. (8)
Non
fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey
Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti
vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle
etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and
revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane
protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata
degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante
dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le
lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa
di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È
strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita
affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a
serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista
chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e
spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta
infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo
suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è
successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e
le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le
ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex
compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete
di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria
Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla
nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera
fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney
Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e
fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste.
Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è
un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore
Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla
Miglior Sceneggiatura Originale. (8)
Una
giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In
seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita
breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque
irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo
film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel
parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano,
c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e
sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli –
le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una
volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di
lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella
seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della
propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta,
nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua
sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore.
Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare
il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di
indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove:
un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella
controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della
famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e
soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice
– Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf,
controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che
contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza
del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante,
quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un
puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il
didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba
emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare
schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)
|
Un'amicizia, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 19, pp. 447 |
Ogni
amicizia è una storia d'amore. Come si resta uniti nonostante tutto?
Se smarriti, come ci si ritrova? Per una coppia di amici non esistono
terapisti o consulenti matrimoniali; non è previsto il sesso
riparatore per riconciliarsi; non sono contemplati figli, case di
proprietà, bollette da pagare o altri collanti. L'amicizia deve
bastare a sé stessa in quanto tale, è pura e svincolata, è un
autogoverno destinato o all'eternità o all'implosione. Senza
compromessi. Ma quando finisce fa più male di una separazione: è un
lutto da cui non ci si riprende più. Perché gli amori vanno e
vengono, ma l'amicizia – al pari della famiglia – resta. Elisa e
Beatrice non si parlano da tredici anni, e la prima si sente ancora
orfana dell'ex compagna di banco del liceo Pascoli. Rifugiata nei
ricordi dell'adolescenza, in una città di fantasmi di cui evita le
strade principali, la protagonista recupera dal fondo del buio sei
diari: lì sono contenute le cronache dei cinque anni delle superiori
– i più belli – e quelle del primo anno da universitaria fuori
sede, in una Bologna destinata a dividere. In apnea, Elisa trascura
il Natale imminente e i propri doveri per battere al portatile questa
confessione ossessiva, viscerale, sincera. Per liberarsi
dell'indimenticata Bea, o forse per riappropriarsene. Chi era la
Rossetti, oggi influencer amata e odiata al pari della nostra Chiara
Ferragni, prima di essere sulla bocca e sugli schermi di tutti? Può
forse un personaggio pubblico custodire ancora un privato, dei
segreti?
Crescere
è una perdita.
Nella
vita c'è chi posa e chi scatta. Sempre al di qua dell'obbiettivo,
Elisa è stata un'assistente di scena, una confidente, una testimone.
Mossa dal desiderio di proteggerla, a dispetto di oltre un decennio
di silenzi, qui gratta la carta delle riviste patinate per cercare la
donna nascosta dietro l'icona di stile. Emergerà la verità, o Bea
resterà soltanto uno strappo? In un nostalgico amarcord, una Silvia
Avallone al suo meglio ci conduce a ritroso alla scoperta dei
dissapori tra le protagoniste. Empatica e generosa, l'autrice di
Acciaio vuole un bene dell'anima alle sue ragazze. E noi non
possiamo che fare altrettanto, in un romanzo generazionale densissimo
che avrei voluto non finisse più. Il merito maggiore spetta in
particolare alla narratrice, che ha la mia sensibilità, la mia
formazione umanistica e i miei dolori. Trapiantata da Biella a
un'anonima cittadina della costa toscana, Elisa conosce gli scatoloni
chiusi e gli abbandoni. Affidata alla tutela di un padre dolce ma
pressoché sconosciuto, stritola la cornetta in attesa di un
ripensamento della madre: donna passionale e incostante, l'ha
strappata a forza da una casa odorosa di hashish e ribellione per
garantirle gli equilibri mancati al primogenito, l'irrecuperabile
Niccolò. Topo di biblioteca con la Morante per talismano, a
Ferragosto conoscerà Bea: al contrario ricca e appariscente, con una
mamma-manager che l'ha educata a eccellere.
Perché
si legge? Perché non rimanere altro. Nessuna vocazione nobile si
annida nel gesto di aprire un libro. […] Per leggere occorrono
necessità e disperazione: è una cosa che si fa in galera, in
solitudine, in vecchiaia, nell'emarginazione; quando né la TV né
Internet distraggono dal fatto che nella vita si perde, e si perde
tutto; e chi conosci ti sembra felice e tu ti consumi d'invidia;
quando l'unica soluzione è farla finita e diventare un altro.
Strette
sotto la pioggia, a bordo di un cinquantino truccato, le migliori
amiche ruberanno un jeans tempestato di Swarowski e condivideranno
tanto la buona quanto la cattiva sorte (la verginità persa
all'unisono, le risse in cortile per un tradimento, le irruzioni
abusive nel “covo”). Unite soprattutto nei momenti più luttuosi,
saranno l'una la zattera dell'altra: famiglia, sostegno e ospitalità.
Destinata ai luccichii del glamour ma attratta dagli stili di vita
degli outsider, Beatrice più si agghinda e più si occulta.
Orgogliosa e vendicativa, eccelle nelle arti femminili e seduce
sottilmente i parenti di Elisa fin quasi a usurparla. Travolte dalla
rivoluzione digitale e stritolate nelle maglie del tempo, le loro
vite andranno alla deriva a causa dei rovesci di fortuna e delle
incomprensioni. Correvano anni che ricordo benissimo. C'erano il
walkman, il telefono fisso, i quiz di Cioè, i Nokia 3310, i
film a noleggio, gli ammiccamenti di Britney Spears e i Blink-182
sparati in cuffia. Si parte dalla caduta delle Torri Gemelle, si
passa per la torrida estate del 2003, si giunge alla vittoria ai
Mondiali. Le connessioni Internet lentissime cedono il passo al
dinamismo dei blog, le amicizie diventano quelle superficiali delle
chat di Facebook. Qui e lì avrei voluto picchiettare sulla spalla
della Avallone, condividere un ricordo per un ricordo: dirle sai,
c'ero anch'io, ho il tuo stesso bagaglio di esperienze. La tecnologia
diventa in fretta obsoleta. Le stelle, perfino quelle più
splendenti, tramontano. E loro?
Beatrice
e io avevamo quattordici anni eppure lo sapevamo già, che il futuro
è un tempo che toglie e non aggiunge.
Un'amicizia
ha il suono dello scirocco e degli album scartabellati. Per me è
stato un po' come frugare nella borsa di una donna, scardinare il
lucchetto di un diario segreto: uno scippo a tradimento, uno scasso.
Ho avuto l'impressione di leggere considerazioni troppo intime per
essere destinate proprio a me; dovevo averle rubate. È per questo
che non ho sottolineato le frasi più belle, anche se avrei voluto.
Se mi sono esentato dall'appuntare a margine i titoli di romanzi,
film e canzoni che l'autrice suggeriva tra le pagine. Ne ho avuto più
cura del solito, sono stato delicato, come al cospetto di qualcosa di
presto in prestito senza permesso. Sono così diverse tra loro Elisa
e Bea? E da me, per tutto il tempo seduto all'ultima fila di un liceo
classico ormai chiuso per mancanza di iscritti? Entrambe
cristallizzate, una nel ghiaccio di una perenne nostalgia e l'altra
in un selfie col filtro bellezza incorporato, si evocano in un
epilogo pervaso da una tensione crescente. L'una di fronte all'altra,
si strapperanno pelle e capelli per vendetta, o si uniranno per
ballare a Capodanno? Le catene invisibili delle aspettative disattese
le hanno ancorate alle rispettive routine. Rompendole, si potranno
finalmente legare in un abbraccio che spezza le ossa e rinsalda il
cuore? In quest'anno di distanza sociale, l'ho sperato. “Menzogna e
sortilegio”, menzogna o sortilegio, questa lettura bellissima è
una macchina del tempo che mi ha risarcito di tutto l'affetto non
dato: spaventato dal presente, tormentato dal futuro, mi sono allora
rivolto al passato. Inforcavo un Quartz scassato, pogavo ascoltando
gruppi rock nei capannoni fuori città, meditavo di fare un piercing
o un tatuaggio, dicevo che sarei diventato famoso: davanti, avevo
tutta la gioventù del vecchio mondo.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Elisa – Promettimi