Visualizzazione post con etichetta Adam Driver. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Adam Driver. Mostra tutti i post

venerdì 24 dicembre 2021

Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights

Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)

Jonathan Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film, dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata. Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco. Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico, dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda: il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle, ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me, si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)

Può un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio? Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado, l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura, intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni. Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)

In un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima, infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho odiato. (4)

Da Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi, le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York. Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi, poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più indifferenti noialtri. (6)

sabato 7 dicembre 2019

Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia

Qualche giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led, inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e sembra una vita fa. Mentre cercavo di non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove? Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle belve: una sorte che non risparmia nessuno. Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati, ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle parole pesanti. Anche quando tutto è finito si trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una scarpa sciolta. Come permettere che un nostro caro inciampi? Non si può. E così io mi preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato. (8,5)

Dopo il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet, elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning, attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una salvezza dal solito cinismo. (7,5)

Non avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo. Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima, Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però: dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino, Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori, caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in Italia, l’intromissione di un’orribile voce narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui messa in ridicolo e affrontata  in un trip inutilmente sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato, dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)

Altro film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski, il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare, per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva. Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus. Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore. L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà? Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6) 

lunedì 18 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Bohemian Rhapsody | BlacKkKlansman | Se la strada potesse parlare

Doveva essere prima Sacha Baron Cohen, poi Ben Whishaw, ma la scelta è ricaduta all'ultimo su Rami Malek: fra uno slittamento e l'altro, la travagliata scelta dell'attore protagonista aveva accontentato tutti. Alla regia, invece, Brian Singer era stato sostituto nel mentre da Dexter Fletcher: gli scandali sessuali, si sa, non avvisano in anticipo le major hollywoodiane. Con tutti gli accorgimenti delle pellicole sofferte, rattoppate, che soltanto nel mentre decidono cosa essere e cosa non essere, Bohemian Rhapsody ha finalmente visto la luce lo scorso novembre. Nonostante le disastrose premesse, al botteghino si è rivelato un successo straordinario. Gli è andata senz'altro meglio che ad altri biopic al centro di simili rimaneggiamenti, ma il risultato, modestissimo, non cambia. In quale momento la voce solista dei Queen è diventata leggendaria? Da dov'è partita l'ascesa inarrestabile di Freddie Mercury, a cui nemmeno la morte precoce ha tarpato le ali? Nato a Zanzibar, facchino in un aeroporto britannico, aveva quattro incisivi superiori, un'estensione da pelle d'oca e avventure sentimentali che, con l'avvento dell'Aids, facevano tremare la comunità gay. Figlio maggiore in una famiglia di immigrati, sentiva il bisogno di sentirsi parte di qualcosa: tutto partì da una semplice band universitaria. Sognava di vedersi idolo delle folle. Non gli mancheranno attorno cattivi consiglieri, e la solitudine, a giorni alterni, si farà sentire. Quando tutti andranno avanti, si stancheranno di festeggiare e di seguirlo a ruota nelle sue bizze da primadonna. Mai, tuttavia, di starlo ad ascoltare. Biografia parziale e canonica, godibile ma mai all'altezza del suo ispiratore, in Bohemian Rhapsody funzionano quelle canzoni sempiterne; lo scatenato Malek, che compensa con gli sguardi e i movimenti all'impaccio delle parrucche e agli inguardabili denti posticci; le ville piene di gatti adorabili e la freschezza dell'attrice Lucy Boynton, descritta come l'amore di una vita a dispetto del compagno storico. Scarseggiano il sesso, le droghe, gli amanti sbagliati. Scarseggiano gli eccessi, la voglia di provocare e gli autentici colpi di genio. Sovversivo qual era, Mercury si merita ben più di una agiografica vittima dei divieti e dei cambi di rotta. I Queen hanno riempito gli stadi, e continuano a farlo con Adam Lambert come erede spirituale. Riempiono le sale, ora, rubando premi immeritati e infrangendo record. Il loro film piacerà ai fan di vecchia data, alle famiglie riunite, meno agli appassionati. Povero di trovate stilistiche, di guizzi, al punto da stonare un po': un autentico paradosso, dipingendo a spizzichi, bocconi e ritornelli da cantare a memoria un leader dall'intonazione perfetta. (6)

Ci sono quelle storie talmente assurde da essere vere. Ci sono sceneggiature – da premio Oscar, i bookmaker hanno parlato – che brillano senza grandi sforzi, perché la cronaca ha già mostrato umorismo e inventiva in dosi abbondanti. Questa è la storia, assurda per l'appunto, di un poliziotto che ha l'ardine di infiltrarsi in un covo pericolosissimo: il Ku Klux Klan. Un poliziotto afroamericano. Come passare inosservati nella setta intollerante per antonomasia, se la pelle nera e la voce grossa non mentono? Unico sbirro di colore a Colorado Springs, spiccherebbe nella massa di per sé: alle sue origini, aggiungete anche idee reazionarie. Rifiutare il modesto lavoro in archivio e far crollare nel decennio delle rivolte per la guerra in Vietnam, delle manifestazioni per il famoso Black Power, la casa degli orrori. Basta un annuncio sul giornale per comporre un numero di telefono e dichiarare di volerne fare parte dall'oggi al domani. Basta un aiutante – bianco, però – da guidare all'interno passo dopo passo. Non abbastanza militante per la comunità afroamericana, la mente John David Washington si appoggia al braccio Adam Driver, al contrario non abbastanza ebreo. Loro, che non hanno mai pensato alla razza, alla religione, né al dramma delle proprie origini, prenderanno coscienza di sé all'improvviso. I poliziotti, sul chi va là, guardano intanto dalla parte sbagliata. I membri del Ku Klux, affatto invisibili, cercano un nuovo leader carismatico: magari per puntare, un giorno, alla presidenza degli Stati Uniti? L'America, ci si consola invano, non eleggerebbe mai uomini così. O forse sì? Ci ha smentiti l'avvento Trump e, ancora una volta, il terrore è venuto dall'interno, non dallo straniero. Uno Spike Lee in forma smagliante punta il dito, fa nomi su nomi, non le manda a dire. Divertentissimo e arrabbiatissimo, prende in prestito l'aria scanzonata delle commedie poliziesche e un tema che scotta. Un po' classico buddy movie, un po' satira, un po' biografia d'inchiesta, BlacKkKlansman sa ridere della tragedia del razzismo e di se stesso. Ignora qualsiasi retorica, si fa beffe del politicamente corretto, ma conferma nel male la mia scarsa affinità con il cinema di Lee: regista che poco mi piace, e di cui avrò visto i film sbagliati. Appiattito dal doppiaggio e banalizzato strada facendo da uno sviluppo meno originale dello spunto di partenza – due protagonisti prima rivali e poi amici, un piano criminale da sabotare, l'immancabile trucco del microfono nascosto che, in ultima battuta, fa storcere il naso –, intrattiene con il suo carico di indignazione e attualità, grandi attese e grandi nomi. Graffia, ma poco aggiungono gli attori, la regia dai toni retrò, la settima arte. Il messaggio arriva, forte e chiaro, ma ci si aspettava una marcia in più. (6,5)

Passato alla storia per aver soffiato lo scettro a La La Land, Barry Jenkins aveva infastidito più di qualcuno – occhi puntati a quella vittoria politica, a quel dramma tetro preferito al musical di Chazelle –, ma non il sottoscritto. Moonlight mi aveva commosso, imperfetto e strabordante com'era. A colpirmi, l'universalità e la discrezione di un autore che raccontava una storia d'amore senza farne mai un film LGBTQ. Atteso al varco, quest'anno è tornato: l'intento, quello di parlare di persecuzione razziale senza mai scomodare il razzismo. Possibile? Lo splendido romanzo di James Baldwin gli aveva già spianato la strada: si parlava d'amore, mica di odio, e i toni erano quelli inconsueti di una fiaba romantica. In cui lui ama lei, c'è un bambino in arrivo, ma il poliziotto sbagliato accusa l'uomo sbagliato: può Stephan James aver stuprato una donna indifesa? L'incantevole Kiki Layne non ci crede e, con il pancione che cresce, mobilita gli avvocati difensori e le famiglie in frantumi – se quella di Fonny, a proposito di fiabe, sarà composta da matrone bigotte appena uscite dalle pagine di Cenerentola, la ragazza potrà contare sull'ostinazione di Regina King: una mamma che s'impunta, s'improvvisa segugio in viaggio a Puerto Rico, ma non rischia di restare nel cuore con un'eroina femminile che sa di già visto. Bellissima dal punto di vista stilistico, la trasposizione colpisce lo sguardo per l'approccio di un Jenkins esteta come non mai: l'intimità mozzafiato dei piani sequenza, la scelta dei colori pastello, l'avvolgente colonna sonora jazz. Il filtro insolito della favola urbana, tuttavia, fa correre al regista un rischio serissimo: quello di risultare fuori tempo, con un melodramma alla Frank Capra. Mancano la vena sarcastica di Lee, la potenza dialettica di Washington, la concordia di Farrelly, e questo messaggio d'amore, purtroppo, al cinema trova un mondo troppo scettico, troppo cinico. Lì, nella sua semplicità, il suo grande coraggio ma anche la sua insanabile pecca. Il romanzo, scritto cinquant'anni fa, sembra stato pensato ieri; il film, fedelissimo, risulta antiquato. La tristezza, quella vera, nasce davanti al monologo di un vecchio amico appena uscito di galera e terrorizzato all'idea di farvi ritorno. L'empatia, quella vera, è per un Dave Franco che apre casa sua alle coppie felici, mentre i protagonisti – che penetranti sguardi in camera, che volti telegenici – fantasticano su come arredare un open space. Fonny e Tish credono in Dio, nella giustizia, in loro stessi. Se la strada potesse parlare, allora, ti racconterebbe di un epilogo sospeso nella speranza, di un passo indietro per Jenkins, di un tentativo a metà. Al chiaro di luna, Beale Street aveva tutta un'altra forza. (6)