Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)
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venerdì 24 dicembre 2021
Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights
Jonathan
Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni
all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo
capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film,
dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno
dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello
spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata.
Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre
festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti
artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco.
Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un
Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico,
dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima
di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce
le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni
del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda:
il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un
passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle,
ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance
dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di
Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il
resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente
trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me,
si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)
Può
un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio?
Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema
dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici
senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear
Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata
con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a
scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un
fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di
Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il
defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado,
l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura,
intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le
contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche
personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e
l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo
fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si
dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni.
Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la
colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)
In
un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror
con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva
esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno
di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa
volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima,
infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti
a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio
d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver
s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia
prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto
della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della
seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si
perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di
gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal
trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette
si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di
ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano
dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical
alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le
idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e
pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho
odiato. (4)
Da
Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un
musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di
Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi,
le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York.
Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui
è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia
un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e
fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non
importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di
coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non
sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi,
poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano
gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento
irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una
festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort
food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data
la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più
indifferenti noialtri. (6)
sabato 7 dicembre 2019
Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia
Qualche
giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che
c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e
qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led,
inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come
andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre
scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria
obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti
alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni
trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della
mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro
anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e
sembra una vita fa. Mentre cercavo di
non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle
mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato
a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa
amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra
Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente
devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno
avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare
la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi
conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non
averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti
esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa
di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio
restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un
decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere
prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los
Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in
collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove?
Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci
si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle
belve: una sorte che non risparmia nessuno.
Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove
parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora
quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine
il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in
una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi
sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati,
ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse
più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle
parole pesanti. Anche quando tutto è finito si
trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical
al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona
amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una
scarpa sciolta. Come permettere che un nostro
caro inciampi? Non si può. E così io mi
preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il
padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato.
(8,5)
Dopo
il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo
dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina
e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello
skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti
galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da
un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una
sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista
ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In
forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto
giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi
doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea
con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può
contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al
passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i
protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet,
elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il
giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning,
attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di
bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai
biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a
scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno
sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di
famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La
pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore
del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la
ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante
come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi
trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello
e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una
visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una
salvezza dal solito cinismo. (7,5)
Non
avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato
piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo.
Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito
evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi
dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo
particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi
peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie
che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo
stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a
piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo
film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da
un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della
recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per
brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista
part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot
Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la
splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima,
Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in
una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie
sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però:
dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino,
Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una
Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori,
caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto
temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in
Italia, l’intromissione di un’orribile voce
narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui
messa in ridicolo e affrontata in un trip inutilmente
sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a
confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino
usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per
riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato,
dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)
Altro
film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale
e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo
dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski,
il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando
a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a
scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere
l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne
il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto
scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione
davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un
irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean
Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu
Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare,
per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma
schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva.
Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca
enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a
una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus.
Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a
lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale
ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola
deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore.
L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di
uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in
tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà?
Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si
dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora
attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri
bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di
trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6)
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lunedì 18 febbraio 2019
Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Bohemian Rhapsody | BlacKkKlansman | Se la strada potesse parlare
Doveva
essere prima Sacha Baron Cohen, poi Ben Whishaw, ma la scelta è
ricaduta all'ultimo su Rami Malek: fra uno slittamento e l'altro, la
travagliata scelta dell'attore protagonista aveva accontentato tutti.
Alla regia, invece, Brian Singer era stato sostituto nel mentre da
Dexter Fletcher: gli scandali sessuali, si sa, non avvisano in
anticipo le major hollywoodiane. Con tutti gli accorgimenti delle
pellicole sofferte, rattoppate, che soltanto nel mentre decidono cosa
essere e cosa non essere, Bohemian Rhapsody ha
finalmente visto la luce lo scorso novembre. Nonostante le disastrose
premesse, al botteghino si è rivelato un successo straordinario. Gli
è andata senz'altro meglio che ad altri biopic al centro di simili
rimaneggiamenti, ma il risultato, modestissimo, non cambia. In quale
momento la voce solista dei Queen è diventata leggendaria? Da dov'è
partita l'ascesa inarrestabile di Freddie Mercury, a cui nemmeno la
morte precoce ha tarpato le ali? Nato a Zanzibar, facchino in un
aeroporto britannico, aveva quattro incisivi superiori, un'estensione
da pelle d'oca e avventure sentimentali che, con l'avvento dell'Aids,
facevano tremare la comunità gay. Figlio maggiore in una famiglia di
immigrati, sentiva il bisogno di sentirsi parte di qualcosa: tutto
partì da una semplice band universitaria. Sognava di vedersi idolo delle folle. Non gli mancheranno attorno cattivi consiglieri, e la solitudine, a giorni
alterni, si farà sentire. Quando tutti andranno avanti, si
stancheranno di festeggiare e di seguirlo a ruota
nelle sue bizze da primadonna. Mai, tuttavia, di starlo ad ascoltare.
Biografia parziale e canonica, godibile ma mai all'altezza del suo
ispiratore, in Bohemian Rhapsody funzionano
quelle canzoni sempiterne; lo scatenato Malek, che compensa con gli
sguardi e i movimenti all'impaccio delle parrucche e agli
inguardabili denti posticci; le ville piene di gatti adorabili e la
freschezza dell'attrice Lucy Boynton, descritta come l'amore di una
vita a dispetto del compagno storico. Scarseggiano il sesso, le droghe, gli amanti sbagliati.
Scarseggiano gli eccessi, la voglia di provocare e gli autentici
colpi di genio. Sovversivo qual era, Mercury si merita ben più di una agiografica vittima dei divieti e dei cambi di rotta. I Queen
hanno riempito gli stadi, e continuano a farlo con Adam Lambert come
erede spirituale. Riempiono le sale, ora, rubando premi immeritati e
infrangendo record. Il loro film piacerà ai fan di vecchia data,
alle famiglie riunite, meno agli appassionati. Povero di trovate
stilistiche, di guizzi, al punto da stonare un po': un autentico
paradosso, dipingendo a spizzichi, bocconi e ritornelli da cantare a
memoria un leader dall'intonazione perfetta. (6)
Ci
sono quelle storie talmente assurde da essere vere. Ci sono sceneggiature – da premio
Oscar, i bookmaker hanno parlato – che
brillano senza grandi sforzi, perché la cronaca ha già mostrato
umorismo e inventiva in dosi abbondanti. Questa è la storia, assurda
per l'appunto, di un poliziotto che ha l'ardine
di infiltrarsi in un covo pericolosissimo: il
Ku Klux Klan. Un poliziotto afroamericano. Come passare inosservati
nella setta intollerante per antonomasia, se la pelle nera e la voce
grossa non mentono? Unico sbirro di colore a Colorado Springs,
spiccherebbe nella massa di per sé: alle sue origini, aggiungete
anche idee reazionarie. Rifiutare il modesto lavoro in archivio e far
crollare nel decennio delle rivolte per la guerra in Vietnam, delle
manifestazioni per il famoso Black Power, la casa degli orrori. Basta
un annuncio sul giornale per comporre un numero di telefono e
dichiarare di volerne fare parte dall'oggi al domani. Basta un
aiutante – bianco, però – da guidare all'interno passo dopo
passo. Non abbastanza militante per la comunità afroamericana, la
mente John David Washington si appoggia al braccio Adam Driver, al
contrario non abbastanza ebreo. Loro, che non hanno mai pensato alla
razza, alla religione, né al dramma delle proprie origini,
prenderanno coscienza di sé all'improvviso. I poliziotti, sul chi va
là, guardano intanto dalla parte sbagliata. I membri del Ku Klux,
affatto invisibili, cercano un nuovo leader carismatico: magari per
puntare, un giorno, alla presidenza degli Stati Uniti? L'America, ci
si consola invano, non eleggerebbe mai uomini così. O forse sì? Ci
ha smentiti l'avvento Trump e, ancora una volta, il terrore
è venuto dall'interno, non dallo straniero. Uno Spike Lee in forma
smagliante punta il dito, fa nomi su nomi, non le manda a dire.
Divertentissimo e arrabbiatissimo, prende in prestito l'aria
scanzonata delle commedie poliziesche e un tema che scotta. Un po'
classico buddy movie, un po'
satira, un po' biografia d'inchiesta, BlacKkKlansman sa
ridere della tragedia del razzismo e di se stesso. Ignora qualsiasi
retorica, si fa beffe del politicamente corretto, ma conferma nel
male la mia scarsa affinità con il cinema di Lee: regista che poco
mi piace, e di cui avrò visto i film sbagliati. Appiattito dal
doppiaggio e banalizzato strada facendo da uno sviluppo meno
originale dello spunto di partenza – due protagonisti prima rivali
e poi amici, un piano criminale da sabotare, l'immancabile trucco del
microfono nascosto che, in ultima battuta, fa storcere il naso –,
intrattiene con il suo carico di indignazione e attualità, grandi
attese e grandi nomi. Graffia, ma poco aggiungono gli attori, la
regia dai toni retrò, la settima arte. Il messaggio arriva,
forte e chiaro, ma ci si aspettava una marcia in più. (6,5)
Passato
alla storia per aver soffiato lo scettro a La
La Land,
Barry Jenkins aveva infastidito più di qualcuno – occhi puntati a
quella vittoria politica, a quel dramma tetro preferito al musical di
Chazelle –, ma non il sottoscritto. Moonlight mi
aveva commosso, imperfetto e strabordante com'era. A colpirmi,
l'universalità e la discrezione di un autore che raccontava una
storia d'amore senza farne mai un film LGBTQ. Atteso al varco,
quest'anno è tornato: l'intento, quello di parlare di persecuzione
razziale senza mai scomodare il razzismo. Possibile? Lo splendido
romanzo di James Baldwin gli aveva già spianato la strada: si
parlava d'amore, mica di odio, e i toni erano quelli inconsueti di
una fiaba romantica. In cui lui ama lei, c'è un bambino in arrivo,
ma il poliziotto sbagliato accusa l'uomo sbagliato: può Stephan
James aver stuprato una donna indifesa? L'incantevole Kiki Layne non
ci crede e, con il pancione che cresce, mobilita gli avvocati
difensori e le famiglie in frantumi – se quella di Fonny, a
proposito di fiabe, sarà composta da matrone bigotte appena uscite
dalle pagine di Cenerentola,
la ragazza potrà contare sull'ostinazione di Regina King: una mamma
che s'impunta, s'improvvisa segugio in viaggio a Puerto Rico, ma non
rischia di restare nel cuore con un'eroina femminile che sa di già
visto. Bellissima dal punto di vista stilistico, la trasposizione
colpisce lo sguardo per l'approccio di un Jenkins esteta come non
mai: l'intimità mozzafiato dei piani sequenza, la scelta dei colori
pastello, l'avvolgente colonna sonora jazz. Il filtro insolito della
favola urbana, tuttavia, fa correre al regista un rischio serissimo:
quello di risultare fuori tempo, con un melodramma alla Frank Capra.
Mancano la vena sarcastica di Lee, la potenza dialettica
di Washington, la
concordia di Farrelly,
e questo messaggio d'amore, purtroppo, al cinema trova un mondo
troppo scettico, troppo cinico. Lì, nella sua semplicità, il suo
grande coraggio ma anche la sua insanabile pecca. Il romanzo, scritto
cinquant'anni fa, sembra stato pensato ieri; il film, fedelissimo,
risulta antiquato. La tristezza, quella vera, nasce davanti al
monologo di un vecchio amico appena uscito di galera e terrorizzato
all'idea di farvi ritorno. L'empatia, quella vera, è per un Dave
Franco che apre casa sua alle coppie felici, mentre i protagonisti –
che penetranti sguardi in camera, che volti telegenici –
fantasticano su come arredare un open space. Fonny e Tish credono in
Dio, nella giustizia, in loro stessi. Se la strada potesse parlare,
allora, ti racconterebbe di un epilogo sospeso nella speranza, di un
passo indietro per Jenkins, di un tentativo a metà. Al chiaro di
luna, Beale Street aveva tutta un'altra forza. (6)
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