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lunedì 30 dicembre 2024

La mia top 10: Le migliori serie TV del 2024

10. Rivals – Disney Plus

Il sesso, gli scandali, la TV. Umorismo britannico e un trio in stato di grazia. Il guilty pleasure è servito.

9. Storia della bambina perduta – Rai Play

Lila e Lenù ci dicono addio. Con loro, si chiude una delle pagine più importanti della TV italiana.

8. Qui non è Hollywood – Disney Plus

Un agghiacciante caso di cronaca diventa una miniserie di impensata empatia, ingiustamente criticata dall’opinione pubblica. I tre protagonisti offrono le migliori interpretazioni dell’anno: altro che Hollywood.

7. Dostoevskij – Sky

I Fratelli D’Innocenzo dividono anche a puntate, con una serie di asfissiante cupezza, ma con un Timi talmente tormentato da ereditare a pieno titolo il distintivo dagli sbirri di True Detective.

6. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – Sky

La leggendaria storia degli 883 per raccontare la provincia, gli anni Novanta, l’amicizia. Un feel-good movie lungo otto ore, perfetto anche per i non fan.

5. Kaos – Netflix

Gli dei, oggi. Intrighi, sesso e potere, per una trasposizione audace come nella tradizione di Luhrmann. Non eravamo pronti a questa ventata d’originalità: l'hanno cancellata dopo una sola stagione.

4. The Bad Guy – Amazon Prime Video

La serialità italiana e la mafia: storia di una lunga relazione. Mettete tutto in discussione, però, davanti a questa commedia nera che fa tramare lo Stato e le vene dei polsi. Lo Cascio è il Conte di Montecristo che né Niney né Claflin potranno eguagliare.

3. Baby Reindeer – Netflix

Una miniserie shock per svelare il più grande dei tabù: la vulnerabilità maschile.

2. Expats – Amazon Prime Video

Siete stanchi di vedere la solita Kidman – algida, manierata, noiosamente perfetta? Ammiratela qui, in un dramma lacerante tutto al femminile, in cui smarrisce il suo bambino a Hong Kong. Ma ritrova l’immensità di cui l’avevamo scordata capace.

1. L’arte della gioia – Prossimamente su Sky

È arrivata al cinema la scorsa estate, ma è attesa sul piccolo schermo al principio dell’anno nuovo. Preparatevi a essere sedotti. Spregiudicate e machiavellica, Golino conquista Cannes e consacra il talento di Tecla Insolia: è nata una star. 

lunedì 25 marzo 2024

Piccolo schermo, grandi star: Supersex | True Detective S04 | Expats | Lezioni di chimica

Quando insegnavo a Ortona, si percepiva l'eco della sua notorietà. Rocco Siffredi era un supereroe. Piace, dunque, la scelta di raccontarlo come il personaggio di un fumetto: il suo potere lo porterà lontano. Lo interpreta Alessandro Borghi, bravissimo nel catturarne l'accento e la risata nasale; impavido, e a giusta ragione, nel nudo. Sentimentale e animalesco, provinciale e cosmopolita, raccoglie le confessioni dell'uomo dietro il pornodivo: Siffredi è stato un funambolo sospeso tra eros e thanatos; uno degli ultimi testimoni di una generazione folle e trasgressiva, cannibalizzata dall'ignoranza verso la malattia (ruba la scena l'amica storica Moana Pozzi, dagli occhi tristi e dalle parole sibilline). Ottimamente recitata, ma didascalica e discontinua, la serie Netflix si affida troppo al talento dei protagonisti. Delude la sceneggiatura, che parla poco di sessualità; molto di famiglie disfunzionali; troppo di piccola criminalità (il fratellastro Giannini ha una storyline inutilmente ampia). Pop ma seriosi, gli episodi non hanno né la malinconia decadente di Shame, né la verità di Pleasure. Risultano superflui nelle tinte crime e frettolosi nell'epilogo. Affascinanti, invece, i personaggi femminili: donne fittizie (fatta eccezione per la moglie Rosa), che incarnano nei corpi e negli sguardi diverse facce del desiderio, dell'amore, dell'intimità. Se la modella Linda Caridi si conferma incantevole, a restare impressa è la cognata Jasmine Trinca: irraggiungibile, è l'occasione mancata, il chiodo fisso, una vittima del maschilismo che ne ha fatto una prostituta anziché una diva. In una storia di “cazzi e pistole”, insomma, hanno la meglio gli occhi delle donne. Bramati, pretesi, mai compresi (a partire da quelli, inflessibili, di una madre in lutto), fotteranno perfino colui che voleva fottere il mondo. (7)

È in Alaska, in un periodo dell'anno in cui la notte si confonde col giorno e il gelo è perpetuo, che prende le mosse la quarta stagione di True Detective. Questa volta è tutta al femminile e le tinte, con tanto di citazione al classico di John Carpenter in apertura, sono ineditamente horror. È pur sempre un poliziesco classico, solido: non aspettatevi il paranormale. I fantasmi sono quelli della solitudine e della malattia mentale. La suggestione è legata al folklore della comunità Inuit. Il caso, spaventoso, ruota attorno alla morte per congelamento di un gruppo di scienziati: analizzavano i ghiacci in cerca di un miracoloso microrganismo. Chi o cosa hanno scomodato con le loro ricerche? Come sono legati all'omicidio irrisolto di una giovane attivista in lotta contro la miniera locale? Indagano la rediviva Foster e la rivelazione Reis: la prima ex mangiatrice di uomini segnata dalla tragedia, l'altra sbirra spirituale e anticonformista, hanno età e metodi agli antipodi. Le uniranno un segreto scomodo, la solidarietà tra donne e una giovane leva da guidare, interpretata da un bravissimo Finn Bennett che, seppure in sordina, ruba spesso la scena alle due giganti. Più lineare e meno prolissa delle stagioni precedenti, si imbastardisce un po'. Accetta le contaminazioni, il femminismo hollywoodiano, le riflessioni ecologiste. I fan coi paraocchi, uomini in maggioranza, la stroncano. Ma, pur non essendo memorabile, si difende benissimo schierando un duo affiatato, ambientazioni affascinanti e, soprattutto, una dimensione familiare e umana che, a dispetto delle temperature artiche, la rendono la stagione più calorosa delle quattro. (7)

Le esistenze di tre donne si intrecciano a Hong Kong. In Cina c'è aria di rivolta. I giovani, barricati sotto gli ombrelli, condividono slogan e canzoni. Sono in rivolta anche le protagoniste (una americana, una indiana, una coreana), che mettono tutto in discussione all'indomani di una tragedia. Meglio tornare indietro o restare? Antipatiche, privilegiate, talmente umane da apparire sgradevoli, sono pessime nei rapporti interpersonali: le colf, viste ora come confidenti e ora come rivali, gestiscono case e famiglie al posto loro. Il quinto episodio, quasi un film a sé stante, si apre ai ritornelli dei manifestanti, alle nostalgie delle domestiche, ai comprimari nell'ombra. I restanti, meravigliosamente diretti da Lulu Wang, costituiscono un reticolo di femminilità a confronto. In questa miniserie, destinata a restare tra le migliori dell'anno, c'è chi ha perduto un figlio, chi non lo vuole, chi lo aspetta ma da un amante occasionale. Dolorosamente bello, il dramma di Expats mostra le risate isteriche in obitorio, gli incantesimi del make-up per nascondere i lividi della violenza domestica, i pianti catartici che spezzano le maledizioni. Amiche per affinità, nemiche per caso, le attrici protagoniste fanno a gara di intensità. E Nicole Kidman, qui struggente mater dolorosa, è così solidale da permettere alle sorprendenti Serayu Rao e Ji-young Yoo di brillare. Inscenato su uno sfondo esotico, il loro ritorno alla vita si interroga sul significato della parola “casa”; riempie i silenzi con le canzoni di Blondie, Adele e degli Abba; insegna che il dolore e il senso di smarrimento, così come certi misteri, non saranno mai archiviati. Ci si può convivere: a patto di non tremare quando non vedremo più la terraferma all'orizzonte. È lungo, il viaggio dell'elaborazione. Ma, costrette insieme a bordo, Nicole e le altre si scopriranno non più straniere a loro stesse. (8)

Cosa ci fa una scienziata alla conduzione di un programma di cucina per casalinghe disperate? Cos'è accaduto affinché una donna solitaria, fredda e razionale si trovasse (autentico scandalo, nei rigidissimi anni Cinquanta) con una figlia a carico e senza un marito? Scopritelo in una serie dolcissima e di buoni sentimenti, di cui invidierete gli outfit dai colori pastello e gli appassionati monologhi sul female empowerment. Certo, a volte la carne al fuoco risulta troppa: femminismo, questione razziale, origini familiari; all'appello c'è perfino un episodio raccontato dal punto di vista di un cagnalone divorato dai sensi di colpa. Ma in Lezione di chimica, dramedy ispirata all'omonimo bestseller edito Rizzoli prontamente finita fra le mie preferite del 2023, l'attrice Premio Oscar Brie Larson si rivela essere una padrona di casa arguta e volitiva, a cui vorrete in fretta un gran bene, e il romantico collega Lewis Pullman una rivelazione ingiustamente snobbata nella stagione dei premi maggiori. La scienza non ha tutte le risposte. In una reazione chimica contano anche l'inevitabile, l'inatteso. E in un incontro, in un amore, conta sempre la predestinazione. La miniserie Apple TV è un chicca per gli spettatori nostalgici di The Marvelous Mrs Maisel, ma anche anche gli orfani inconsolabili di This is us. Ci troverete la stessa energia, la stessa magia. (7,5)

sabato 15 gennaio 2022

Biografie da Oscar: Spencer | Belfast | King Richard | Being the Ricardos

A che serve l'ennesimo biopic, per di più con The Crown in corso d'opera, sull'icona più famosa al mondo? Ultimo ritratto di signora per Pablo Larraín, Spencer racconta i tre giorni di agonia di un matrimonio lungo dieci anni; la donna in pezzi prima del mito inscalfibile. Diana festeggia il Natale in un castello stregato in cui i riscaldamenti sono sempre spenti, le ceneri dei vecchi regnanti ricoprono ogni cosa e i servitori, invitati al silenzio, sono schierati come un esercito. Ma, aggrappata alla tazza in ghingheri come una sposa, Diana vomita, disobbedisce e semina dissensi: il suo tormento si manifesta con l'autolesionismo. In una scena già cult, si strappa la collana e ingoia le perle insieme a una zuppa immangiabile. Favola nera o forse horror dell'anima, il film è una psichedelia di danze, spettri e fagiani dove tutto, fatta eccezione per l'epilogo, è gelo. In questo inferno di ghiaccio, Kristen Stewart si rivela una scelta tanto azzardata quanto vincente: sorprendente con accento british, presta gli occhi malinconici e il temperamento nervoso a una figura in tensione perenne, in grado di sciogliersi soltanto al cospetto dei figli e di Sally Hawkins; i costumi da Oscar fanno il resto. Si può fuggire a un destino segnato? C'è spazio per i miracoli, in un mondo in cui perfino i bambini sono educati alla violenza della caccia? Per fortuna il buon cinema tutto può. Il qui e ora non esistono, sussurra Diana: passato, presente e futuro sono la stessa cosa. Il tempo si fonde come in Dalì, allora, e attraverso questo magma Diana Spencer può andare incontro alla vita (e alla morte) nei luoghi in cui è stata bambina spensierata. È possibile la stessa felicità? Basta lasciare in pegno il vestito buono agli spaventapasseri e, fanculo il mondo, inseguire «gli amori, lo shock e le risate». (8)

Dopo Cuarón, Almodóvar e Sorrentino (anche Spielberg è atteso al varco con un'operazione simile), è il turno di Kenneth Branagh: riacciuffare una carriera ondivaga al suono di ricordi agrodolci. Il tutto rigorosamente in bianco e nero, con una fotografia talmente incantevole da essere degna del cinema Pawlikowski. Siamo nell'Irlanda degli anni Sessanta. Il piccolo alter-ego del regista si difende con uno scudo di latta dai draghi, dai drammi familiari, dagli sconvolgimenti politici. Benché molto preso dalle scorribande e da una coetanea, è impensierito da una serie tematiche: i genitori, sommersi dai debiti, meditano di andare altrove; i nonni, anziani, seminano perle di saggezza e preoccupazioni; le strade, un tempo familiari, ospitano barricate durante gli scontri tra protestanti e cattolici. Ogni elemento è al posto giusto, selezionato per non scontentare: mamma e papà sono di un'avvenenza fuori dal comune anche quando discutono (Caitríona Balfe è, a onor del vero, intensissima), gli anziani brontolano da Oscar (inspiegabile il casting di Ciaràn Hinds, di vent'anni più giovane della Dench e invecchiato malamente a colpi di trucco), le visite al cinematografo offrono significativi squarci di colore al biancore generale. Ma in Belfast, purtroppo, è tutto talmente attrattivo da risultare furbetto, patinato, piatto. Ogni anno c'è un film che sembra accontentare tutti tranne me: questo sarà l'anno di Branagh, con la pellicola più sopravvalutata e, forse, premiata della stagione. Un pugno di cartoline provenienti da un'infanzia così artefatta da sembrare di nessuno. (5,5)

L'ascesa di Venus e Serena Williams dal punto di vista dell'uomo che le ha messe prima al mondo, poi sui campi da tennis (solitamente appannaggio dei ricchi bianchi privilegiati): Richard, il loro papà. Ambientato nei primi anni Novanta, con le campionesse poco più che bambine, questo biopic tanto classico quanto appassionante mette in scena i sacrifici, l'orgoglio e lo spirito di abnegazione di una famiglia vincente. Padre di cinque figlie femmine, il protagonista ha un piano per ognuna di loro: cambieranno il mondo e si salveranno dal ghetto. Ma la perdizione esiste soltanto nel loro quartiere, o anche nelle competizioni del circuito professionistico? Solido nella prima parte, in cui prevale la grazia della dimensione corale, il film perde qualche colpo nella seconda: più concentrata sugli esordi di Venus, fa porre qualche domanda sulla condotta del genitore. La loro è una famiglia o un team? È giusto predisporre il futuro dei figli ancora prima che nascano? Quelli di Richard erano sogni o ossessioni? Disinteressata ad approfondire le controversie sul papà-manager, Hollywood sceglie per la vicenda un taglio fiabesco e toni bonari. Non stupisce, allora, la scelta di Will Smith come protagonista: idolo di generazioni vicine e lontane, qui spiegazzato come non mai, rispolverara i discorsi motivazionali del set di Muccino e punta facilmente agli Oscar. Pregi e difetti di un dramma sportivo senza ombre e con una morale sul valore dell'umiltà (non secondaria, però, al divertimento), che piace anche ai profani. (6,5)

Agli spettatori italiani Lucille Ball e Desi Arnaz diranno pochissimo. Star di una sitcom degli anni Cinquanta, erano i nostri Sandra e Raimondo. L'ultimo film del sempre bravissimo Sorkin è un biopic che ce li mostra a un crocevia: accusata di simpatizzare per il comunismo, Lucille fa i conti con i tradimenti del marito e una seconda gravidanza. Come mandare avanti comunque lo show? Nonostante Javier Bardem sia una spalla esemplare, Being the Ricardos è una masterclass tutta al femminile. Già anima della sitcom originale, Lucy diventa ancora il fulcro del tutto: Sorkin la mostra dagli esordi fino alla retrocessione in radio, in preda al fervore delle riprese e durante le tensioni del quotidiano. Buffa sul set, tutta smorfie e gridolini, nel privato era una padrona di casa perfezionista, polemica e sbloccata. Contestatissima da alcuni spettatori, una Nicole Kidman fresca di Golden Globe incarna entrambe le anime del personaggio alla perfezione e strega con un mimetismo che le arrochisce la voce e stravolge il viso (più del chirurgo, sì). La vicenda ha scarso appeal, soprattutto per il pubblico straniero? La struttura a tasselli non appare sempre funzionale? Se amate le grandi performance e i grandi autori, sedetevi ugualmente in poltrona e applaudite Sorkin. La sua è una commedia elegante, pulita, all'apparenza semplicissima. Ma, proprio come I Love Lucy, di quella semplicità che soltanto i set collaudati sanno rendere nascondendo gli sforzi del cast sotto il tappeto. (7)

martedì 26 gennaio 2021

Mr. Ciak in musica: Soul | Ma Rainey's Black Bottom | The Prom | Wild Rose

Dopo averlo incluso nella lista dei migliori film dell'anno e averne tratto ispirazione per un post, sembrerebbe superfluo scriverne ulteriormente. L'ho detto e lo ribadisco: Soul è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci per chiederci scusa. Poetico, profondo e maturo, è l'esperimento più felice di casa Pixar. Se perfino Inside Out e Coco mi avevano lasciato a guance asciutte, il miracolo è avvenuto grazie alle disavventure ultramondane di Joe: pianista jazz, muore all'alba dell'occasione della vita. Intrappolato nell'Antemondo, s'improvvisa mentore per una piccola anima che non ha nessuna fretta di venire al mondo. Perché nascere, gli domanda? Perché quell'attaccamento insensato a un'esistenza spesso e volentieri ingiusta? Che senso ha vivere, se destinati comunque a morire? Storia di due anime in cerca della famosa scintilla, Soul si muove fra paffute bolle di luce, contabili maniaci del controllo, silhouette alla Picasso. Ingegnoso dal punto di vista visivo, riserva altrettante meraviglie nel dipingere il mondo dei viventi: questa New York a cartoni, brulicante e caotica, è infatti di una bellezza alleniana. Prima o poi torneremo a chiacchierare con i barbieri, a danzare tra le foglie e i condotti di ventilazione, a mangiare pizza e lecca-lecca: anche se mai come oggi somigliamo a quelle anime smarrite, ridotte a gusci spaventosi per via dell'ossessione per talento e per la felicità. Mi sono sentito simile ai mostri di Soul tantissime volte; mi ci sento anche adesso. Cosa racconteremo ai bambini che si apprestano a nascere? Quale mondo troveranno? Quale futuro? Il film esistenzialista di Pete Docter, col suo contagioso senso di meraviglia e un protagonista vittima di una frustrazione tutta contemporanea, ci fa da bussola e promemoria. Vi rimetterà al mondo. (8)

Nella Chicago degli Venti, una sala d'incisione diventa un microcosmo di tensioni scandagliato come nella migliore tradizione teatrale. Durante una lunga seduta di registrazione, si suonerà il blues. E si farà spazio a conflitti religiosi, razziali, generazionali. Agli antipodi ci sono loro, che hanno un modo diverso di vivere la musica e il rapporto coi produttori: la cantante sulla bocca di tutti e un anonimo trombettista, che aspira però alla fama. Come suoneranno Black Bottom, il pezzo più famoso del repertorio: seguendo i desideri di Ma, la cui parola è legge, oppure le intuizioni di un giovane di talento? Rigoroso, intenso, importante, il film rinuncia alla dimensione corale di Fences – dramma familiare scritto dallo stesso drammaturgo – per concentrarsi sui poli della contesa. Da un lato abbiamo Viola Davis – qui meno protagonista del previsto, gigioneggia senza mai strafare –, nel ruolo di una diva dispotica e con manie di grandezza: volgare e rissosa, con il trucco sbavato e il volto madido, è una leonessa sul palcoscenico ma nella vita reale è una donna di colore a cui non portano il dovuto rispetto. Dall'altro, invece, c'è Chadwick Boseman: scomparso all'indomani delle riprese, spicca per la scarpe gialle nuove di zecca e per il desiderio di primeggiare. Destinato a commuovere in due monologhi strazianti, è il portavoce di una rabbia giovane che l'attore ha reso eccezionalmente grazie alle sue ultime energie: orgoglioso e disperato, si ostina a prendere a spallate le porte chiuse a chiave. Per lui non esistono divieti. Ma se la porta si affacciasse su un muro di mattoni? I bianchi, dice la protagonista con aria di superiorità, non capiscono il blues. Probabilmente non capiremo fino in fondo neanche il messaggio di questo film, connaturato nella cultura “black”, ma ciò non ci impedirà di applaudirlo. (7+)

In una cittadina di bifolchi, il ballo di un'adolescente omosessuale è messo in pericolo dalle decisioni del consiglio di classe: non potrà ballare con la propria fidanzata. Per contrastare l'episodio di omofobia, è in arrivo una squadra di allegre fate madrine direttamente da New York: tre star di Broadway non più sulla cresta dell'onda si prendono a cuore le sorti della protagonista al suon di balli, canzoni e armonia. Ispirato a una storia realmente accaduta ma già messo in musica sui palcoscenici, The Prom appartiene a un genere che è il mio guilty pleasure sin dai tempi di Glee: il musical. È proprio Ryan Murphy, il creatore della serie per teenager, a dirigere il film Netflix. Porta con sé anche qui il solito armamentario: nomi altisonanti, un gusto kitsch, qualche aspettativa inevitabilmente delusa. Smaccatamente lieto, il film è una festa dai colori sfavillanti e dal cuore delicato per celebrare l'amore e la tolleranza. A onor del vero, nonostante i numeri musicali siano innumerevoli, soltanto pochi risultano davvero memorabili e la stella più splendente del nutrito cast è quella di una Streep ancora una volta in odore di Golden Globe: primadonna vanitosa e narcisista, che non ha mai elaborato la rottura con il marito presentatore televisivo, regala un'entrata di scena trionfale, qualche battuta caustica e inattesi momenti di struggimento davanti al Matrimonio del mio migliore amico. Insieme a lei Corden, attore gay ai ferri corti coi genitori, e una Kidman dall'amaro destino di ballerina di fila. Molto colpevoli, ma altrettanto piacevoli, queste due ore scorrono all'insegna dei buoni sentimenti e ci insegnano l'orgoglio di stare a centro pista. A dicembre, e a Broadway, eravamo tutti più buoni. (6,5)

Lei è Rose. Selvaggia come da titolo. Reduce da un anno di carcere per stupefacenti, madre e figlia borderline, si muove nel grigiore dei sobborghi scozzesi ma punta a Nashville con la fantasia. Si può vivere il sogno americano anche lì, in una plumbea Glasgow dov’è illecito nutrire ambizioni di gloria? Quest’anno protagonista dell’ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, la poliedrica Jessie Buckley si nasconde sotto la frangia spettinata e negli stivali da rodeo in una commedia musicale assai ben accolta in patria. E nasconde una voce meravigliosa, che garantisce alla colonna sonora alcuni pezzi country-folk che in questi giorni non faccio altro che ascoltare e riascoltare. A tratti esilarante, a tratti struggente, la cantante di provincia si sente perennemente inadeguata. Sotto la superficie sbarazzina, cova un’insoddisfazione frustrante. Vive un rapporto conflittuale con la madre – la sempre preziosa Julie Walters –, illude i figli bisognosi con promesse non mantenute, delude la generosissima mecenate. Le cose andrebbero diversamente in Texas, dove tutti nutrono le sue stesse ambizioni? È meglio essere un pesce fuor d’acqua, o un pesce piccolo nell’oceano degli Stati Uniti? In cerca di una propria voce, Rose confida nella maturità; nell’addomesticamento. Perché sono possibili le vie di mezzo, e dove c’è talento può esserci anche equilibrio: essere responsabili no, non significa rinunciare. Storia ordinaria per svelarci un talento straordinario, Wild Rose è un feel-good movie perfetto per le domeniche di pioggia. Una favola moderna – con tre semplici accordi e, nel mezzo, tanta verità –, dove il sentiero di mattoni gialli conduce a casa anziché a Oz. (7)

venerdì 11 dicembre 2020

Best-seller sul piccolo schermo: The Undoing | Us

Lei psicologa, lui chirurgo, compongono una coppia perfetta. Nonostante la frenesia della vita newyorkese, dedicano tutto il tempo che serve alla famiglia e alle pubbliche relazioni. Il loro dramma inizia all'indomani di una cena di beneficenza: una delle partecipanti, una giovane mamma di modeste origini, viene trovata massacrata sul retro del proprio laboratorio d'arte. Alla festa spiccava come un pesce fuor d'acqua, perché bella e procace. E, soprattutto, perché profondamente triste. Quale sofferenza nascondeva? Come mai i protagonisti sono i principali sospettati? Nicole Kidman e Hugh Grant, divi intramontabili che tutti avremmo sognato di vedere insieme in una commedia romantica degli anni Novanta, sono finalmente uniti da un'anonima Susanne Bier in una miniserie attesissima. Glamour e invidiabili, anche se spiegazzati, vengono torchiati dalla polizia: qual era il loro legame con la nostra Matilda De Angelis, attrice italiana al centro di una grande produzione internazionale e di un giallo modesto ispirato all'omonimo romanzo di Jean Hanff Korelitz? Non nuova al piccolo schermo, Nicole Kidman torna al ramato e nella sigla canta come fece in Moulin Rouge: superba al solito, regala al personaggio occhi sbarrati per lo shock e rossori. La sua reazione al nudo integrale della De Angelis, insieme a un breve bacio saffico in ascensore, sono già cult. Il migliore, però, è Hugh Grant: un uomo imprevedibile e sornione, nell'occhio del ciclone, a cui l'attore inglese aggiunge la sua naturale faccia da schiaffi, fascinosa anche con qualche ruga in più. È semplicemente un marito infedele, o anche un assassino? Se la prima metà di The Undoing è un patinato thriller erotico con un intrigo che promette scintille, la seconda diventa un dramma processuale senza grandi guizzi narrativi o stilistici. Più lineare del previsto e inutilmente dilungata, la storia avrebbe avuto bisogno della metà delle puntate o di un film di due ore per funzionare meglio. Mentre l'ultimo episodio è necessario per tirare le fila – c'è anche il colpo di scena, dignitoso ma non a effetto –, la maggior parte degli altri sembra voluta soltanto per far spazio al popoloso cast. Peccato che il patriarca Sutherland, il detective Ramirez e l'amica pettegola Lily Rabe abbiano ruoli minuscoli, e a spuntarla a sorpresa sia l'avvocato difensore di un'ottima Noma Dumezweni. Nel complesso senza infamia né lode, per quanto recitata ad arte, The Undoing si segue con curiosità costante. Ma in giro ne parleranno più per il look alla Eyes Wide Shut della ritrovata Nicole o per le forme da capogiro della prezzemolina Matilda. (6,5)

L'ho letto sei anni fa di questi tempi. Quando eravamo ancora una famiglia ma, lo scrivevo nella recensione, mostravamo già le prime crepe preoccupanti. Grande ritorno in libreria dell'autore di Un giorno, Noi era un romanzo diversissimo dal precedente ma non meno struggente. Soprattutto per me, che in fatto di dissapori domestici la sapevo già lunga... Qualche anno dopo avrei avuto la fortuna di incontrare David Nicholls a Milano e di raccontargli di me disturbandolo su una panchina: lui era al cellulare, stava correggendo una sceneggiatura che di lì a poco sarebbe diventata questa miniserie della BBC. Ancora inedita in Italia, Us traspone in quattro episodi il romanzo del 2016. Come appare questa storia oggi, se nel frattempo la mia famiglia si è sfaldata ufficialmente ed è arrivato il Covid-19 a proibire gli spostamenti? La trama segue tappa dopo tappa il grand tour della facoltosa famiglia Petersen: mamma, padre e figlio ormai ai ferri corti, che prima di separarsi tentano di salvare il salvabile in un lungo viaggio per l’Europa. Protagonista assoluto è uno straordinario Tom Hollander, caratterista inglese capace di slanci e patetismi: capofamiglia ansioso e razionale, intrappolato nella grigia routine del mestiere di scienziato, si improvvisa supereroe per recuperare l’amore della moglie Saskia Reeves – odiosissima – e del figlio ribelle, il promettente Tom Taylor. Tra passato e presente, tra Parigi e Venezia, Hollander ripercorre i luoghi nostalgici della luna di miele e bracca il fuggitivo Taylor, adolescente alla ricerca della propria identità sessuale, in lungo e in largo: il protagonista sta inseguendo il figlio o scappando dal responso, ossia la rottura definitiva? Ironico e delicato, inguaribilmente British, Nicholls ci spezza il cuore come soltanto lui sa fare. E ci offre il ritratto agrodolce di una coppia al capolinea, sopravvissuta con difficoltà alla fine della giovinezza e alla morte della primogenita, di cui ormai restano soltanto pochi ricordi in una scatola. Cosa rende una famiglia tale? Le carte di un eventuale divorzio ne sancirebbero la fine? Ogni giorno, soprattutto sotto le feste, me lo domando a proposito della mia. Ci ho ripensato con commozione con questa produzione inglese estranea al lockdown. Il prezioso promemoria di quand'eravamo uniti, spensierati, in viaggio: noi, prima persona plurale. (7)

venerdì 26 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Big Little Lies S02 | La casa di carta S03

Il libro è sempre meglio del film. Al giorno d'oggi il luogo comune vale anche per le serie TV? Aiutato dai tempi più estesi, il piccolo schermo può trasporre un romanzo meglio del cinema. Cosa succede, però, quando non ci si vuol fermare al primo ciclo di episodi? Quando la televisione scavalca gli autori, va oltre a tentoni, e quei romanzi autoconclusivi li supera per trarne a ogni costo una seconda stagione? Lo abbiamo scoperto in anticipo con The Handmaid's Tale: il soggiorno a Gilead era faticoso lo scorso anno, quindi figuriamoci adesso – il terzo di fila. A giugno, invece, lo abbiamo visto accadere con la commedia a tinte thriller sulle disavventure delle cinque di Monterey: spesso in conflitto fra loro, si scoprivano amiche inseparabili davanti a un segreto di troppo. L'omicidio di uno stupratore. Se il romanzo terminava lì, all'insegna della solidarietà femminile, la serie al contrario doveva andare oltre: troppa la voglia di riunire quel cast d'eccezione, troppo grande il capriccio di bissare i fasti passati alla stagione dei premi. Ma chi troppo vuole, diciamolo, nulla stringe. E nei sette episodi del ritorno di Big Little Lies si fa fatica a trovare un senso. Lo si capisce dalla durata delle puntate, più brevi che mai. Lo si legge nero su bianco in rete, fra i disastri commessi in post-produzione e le resistenze da parte della new entry verso Andrea Arnold: di solito bravissima, la regista fa rimpiangere l'incredibile lavoro di Vallée a causa di un montaggio brusco e di una colonna sonora, questa volta, scelta senza amore. Il problema maggiore resta però la trama assente. Lo spunto: i sospetti verso le protagoniste. Ma agli sceneggiatori interessano la crisi matrimoniale della Whiterspoon fedifraga, i debiti di una Dern sull'orlo di una crisi di nervi, la timida relazione della Woodley, il passato di una sorprendente Kravitz con ridicola mamma medium al seguito, lo scontro titanico fra la Kidman e la Streep. Celeste, da poco vedova, rischia infatti di essere trascinata in tribunale dalla suocera sospettosa. Al pari del figlio scomparso – il fascinoso Skarsgard, che portava sesso e contraddizioni nella prima stagione –, il nuovo personaggio è così subdolo e malpensante, un misto di falsa gentilezza e tic nervosi, che potrebbe regalare a Meryl nuovi trionfi: il suo urlo a cena, non a caso, è già cult. Poco interessata a rivangare i traumi di Perry, così come a seguire le indagini della polizia, la serie risulta di conseguenza poco interessante. Un inutile strascico che, escluso l'affiatamento delle attrici, quest'anno forse non aveva ragione d'essere. La sola consolazione: dati i costi esorbitanti e gli impegni del cast, probabilmente ci si fermerà qui. Di grande, parafrasando il titolo, per un po' resterà soltanto la mia delusione. (6)

A proposito di ritorni forzati. A proposito di incipit improbabili. A proposito di serie TV che non si accontentano di fermarsi quando sarebbe meglio, ma macinano instancabilmente consensi e denaro. La settimana scorsa, su Netflix, ha fatto nuovamente capolino la maschera di Dalì. Dopo un recupero recentissimo, risalente appena allo scorso aprile, a separarmi dalla banda di rapinatori ci sono stati pochi mesi: l'attesa, dunque, non l'ho doppiamente sentita. Sia perché il ritorno era alle porte, sia perché – anche a costo di ripetermi – dico che sarebbe stato più saggio fermarsi alla fuga rocambolesca della seconda stagione. Ma i criminali, com'è ormai noto, fanno sempre di testa loro. Mentre si godono la refurtiva in luoghi esotici, vengono riuniti d'urgenza: Rio è stato catturato. La colpa, ovviamente, è dell'odiatissima Tokyo: gatta morta volubile e scostante, che pianta in asso l'innamorato e per tre giorni va altrove a folleggiare. Il pensiero di Rio torchiato, torturato, mobilita il Professore a organizzare un nuovo colpo: l'ideatore originale era il compianto Berlino, che pur di non abbandonare la produzione s'intravede spesso in qualche nostalgico flashback italiano. Si punta allo scambio degli ostaggi. Si punta non ai soldi, ma all'oro. Qualcosa, come si diceva all'inizio, non torna: La casa di carta fa storcere il naso per la poca necessità del tutto, per il fanservice spudoratissimo, eppure funziona anche con tanto di intoppi. Non mancano le novità: l'ingresso in squadra di Palermo, cattivo che non fa rimpiangere Berlino; la sbirra Alicia, irresistibile cane da caccia con un pancione di nove mesi; il rapporto tenerissimo fra Helsinki e Nairobi, i miei personaggi preferiti, sospeso fra amicizia e amore impossibile. Nessuna menzione, invece, meriterebbe il Professore: fuori forma, patisce l'intromissione a gamba tesa di Raquel. Non mancano, ancora, le spettacolarità di sorta: un caveau sommerso, da perlustrare con la muta da sub; i dirigibili che gettano denaro contante per distrarre la folla; le lezioni di mimetizzazione quando si è messi alle strette. Aggiungete a fantasia ritmo, colonna sonora, montaggio. Partito sotto i peggiori auspici, l'heist movie spagnolo mi ha smentito strada facendo con la furbizia intelligente di chi – vedasi il finale shock – sa rendere indispensabile il binge di un'ennesima stagione. Quando si entra nel vivo dell'azione, e del trash, La casa di carta si conferma l'intrattenimento perfetto. (7)

venerdì 10 agosto 2018

I film che leggeremo: Oscar-Friendly

Il primo uomo 
31 ottobre 2018
Dalle stelle di City of Stars alla luna. Dal musical al biopic a tinte action, sempre facendo tappa presso quel Festival di Venezia, a fine agosto, che già aveva portato fortuna la prima volta. Ryan Gosling è Neil Armostrong, nel film ispirato all'omonimo bestseller di James R. Hansen. La curiosità, onestamente, questa volta vola bassa. Genere abbastanza consolidato da essere venuto a noia, cast che poco osa – la moglie di Armstrong è Claire Foy: guarda caso, compagna di vita del sofferente Andrew Garfield in Ogni tuo respiro – e, unico grandissimo pro, un instancabile Chazelle che punta al firmamento e all'en plein.


Se la strada potesse parlare
30 novembre 2018
Chazelle e Jenkins sono destinati ancora a incontrarsi. Dopo la clamorosa gaffe di due anni fa, si spera vivamente che a fare da arbitri non saranno Beatty e Faye Dunaway. Il regista di Moonlight torna, e un trailer montato ad arte lascia intuire che in ballo abbia stile, impegno e forti emozioni. Adatta un romanzo di James Baldwin, prossimamente in ristampa grazie a Fandango Libri, ma abbandona il mondo LGBT – lo scrittore afroamericano, eppure, è noto soprattutto per il cult gay La stanza di Giovanni – senza tralasciare il razzismo, gli amori proibiti, le strade. Che parlano, sì, e in anteprima al Festival di Toronto forse ci racconteranno una storia destinata a far breccia.


Suspiria
2 novembre 2018 (USA)
In principio c'era Suspiria De Profundis. Romanzo-confessione del giornalista Thomas de Quincey che da un viaggio nell'Italia dell'Ottocento portava con sé un lungo incubo e la conoscenza delle tre Madri. Dario Argento aveva dedicato un film a ognuna di loro. Il primo, a cui avrebbero seguito gli imperfetti Inferno e La terza madre, era Suspiria: cult irripetibile, pronto a farsi remake. Non si storce il naso, però, se a occuparsene è l'esteta Guadagnino. I personaggi mantengono i nomi originali, il cameo di Jessica Harper appare quanto mai doveroso ma, titolo a parte, i due film sembrano avere poco altro in comune. Cambia il taglio – freddissimo, alla Von Trier –, cambia la durata – sfiorerà, pare, le tre ore complessive – e cambia il pubblico, se le streghe di Suspiria sono pronte non troppo a sorpresa a infestare festival solitamente chiusi al genere. Getterà un incantesimo sulla Laguna? E sull'Academy, pronta nel 2019 a mettersi in gioco con una categoria aggiuntiva: quella dei film popolari?


Beautiful Boy
12 ottobre 2018 (USA)
Com'è che si dice? Stagione dei premi che vai, Timothée Chalamet che trovi. Lo straordinario Elio di Chiamami col tuo nome, vincitore morale agli Oscar, non vuole diventare una meteora di passaggio. Tanti progetti nel cassetto – Allen, Villeneuve, Gerwig – e altrettanta voglia di lasciarsi nuovamente stupiti e commossi davanti al primo film americano del regista dello struggente Alabama Monroe. Una storia vera, di padri figli e dipendenze da stupefacenti, in cui Chalamet è il bellissimo (e problematico) ragazzo del titolo, mentre il versatile Carrell è il genitore imperturbabile che vorrebbe ricondurlo sulla retta via: quella che porta a casa. I fortunati lo vedranno sempre a Toronto. Gli altri, aspettando l'uscita italiana, lo leggeranno in libreria con Sperling Kupfer.


Mary Queen of Scots
8 novembre 2018
Si sono incrociate in tempi recenti sul Red Carpet: nominate l'una per Lady Bird, l'altra per Tonya. Bionde, giovani e bravissime, Saoirse Ronan e Margot Robbie condividono il set e la corona nel dramma in costume Mary Queen of Scots. Cugine, amiche-nemiche, rivaleggiano per il regno e per l'Oscar: si trasformano. Se a Soirse donano la treccia rossa e la fierezza dell'appassionata Mary, la bellissima Margot raccoglie il testimone di Cate Blanchett, s'imbruttisce e diventa Elisabetta I. Il romanzo di John Guy porta il nome della prima, ma a giudicare almeno dall'intensità del trailer – con quella sovrana inedita: stempiata, incompresa, sterile – potrebbero spuntarla a sorpresa le fragilità della Non protagonista.


Boy Erased
22 novembre 2018
Adolescenti omosessuali da convertire in nome della fede nell'Altissimo. Se ne era già parlato in The Miseducation of Cameron Post, coming of age vincitore dell'ultimo Sundance Film Festival. Il tema shock sarà lo stesso nel ritorno alla regia dell'attore-regista Joel Edgerton, che per l'occasione adatta di proprio pugno le memorie di Garrard Conley in uscita per le Edizioni Black Coffee e guida un cast stellare con Nicole Kidman e Russel Crowe, gentitori preoccupati, e un Lucas Hedges che alla verde età di ventidue anni indovina come un rabdomante ruoli su ruoli. Teniamolo d'occhio anche nel dramma Ben is Back, in cui è diretto dal padre John e affiancato da una ritrovata Julia Roberts.


The Wife - Vivere nell'ombra
4 ottobre 2018
Le proverbiali donne dietro i grandi uomini. Le attrici fuori classe, sfortunatamente nell'ombra. Colpa dell'età che avanza e di Hollywood che fa di conseguenza marcia indietro, o semplicemente dei progetti sbagliati? Glenn Close e Joan, la protagonista dell'omonimo romanzo di Meg Wolitzer a ottobre in libreria per Garzanti, hanno più di qualche tratto in comune. Che The Wife, un Big Eyes ambientato tuttavia nello spietato mondo della letteratura, possa essere il loro canto del cigno come giura già qualche bookmaker? 

venerdì 8 giugno 2018

Mr. Ciak: Il sacrificio del cervo sacro, Assassinio sull'Orient Express, Marrowbone, The Strangers: Prey at Night

Yorgos Lanthimos. Un nome affermato, una garanzia di perfezione formale e insensata cattiveria. Prima la famiglia vittima di sé stessa nell'interessante ma da me odiato Kynodontas. Poi la distopia di The Lobster, in cui la solitudine era una malattia da debellare. Adesso, l'America borghese di The Killing of the Sacred Deer. Il cast blasonato, le villette simmetriche, una Ellie Goulding assurdamente inquietante nella colonna sonora e questa volta, sin dal titolo, un'inconfondibile matrice greca, tragica. Il chirurgo di Colin Farrell ha mani infallibili, due figli e, a letto, la moglie di un'algida Nicole Kidman con cui consumare innocue fantasie necrofile. Cosa lega il capofamiglia a un misterioso adolescente che lo tiene sotto scacco, costringendolo allo stesso sacrificio di Agamennone? Forse una maledizione da non spiegare mai, forse una connaturata persuasione. Le dinamiche tra Farrell e il sinistro Barry Keoghan sembrerebbero quelle sottili di un home invasion in cui tutti possono essere soggiogati o sedotti – su carta, infatti, si è nei territori di Pasolin e Ozon. Il ragazzo invece non si accontenta degli orologi, dei pranzi pagati, delle attenzioni di una famiglia perfetta: desidera vendetta, e di quelle che sfuggono a qualsiasi spiegazione logica. Lanthimos, al solito, provoca, stranisce e nega facili soluzioni. Bravissimo ma imperscrutabile, firma un'altra opera difficile da digerire. Splendido e ributtante, The Killing of the Sacred Deer mi è piaciuto e mi ha fatto schifo insieme – visto lo scorso dicembre, mai metabolizzato, trova ora spazio sul blog e in sala. Tiro al bersaglio con suoni martellanti e immagini ipnotiche, colpisce alla cieca il cuore e il nucleo familiare. Ti immobilizza. Poi gli occhi sanguinano. La morte – delle certezze, del cervo caro ai folli e ai greci – giunge alla fine. Nemmeno quella, però, porta pace. Tocca stare al gioco e basta, come quei personaggi smarriti al centro delle stanze, schiavi della tyche; come quegli attori grandissimi, qui volutamente meccanici e alle prese con dialoghi stranianti. Vittime, noi e loro, di lunghe carrellate e di campi più lunghi ancora. Di un regista che si crede Kubrick, Haneke, Dio, e non a torto. (7,5)

L'ho letto lo scorso inverno proprio su un treno, ma il mio primo Agatha Christie non entusiasmava. La trasposizione di un regista abile e fedelissimo, quando si tratta di rimaneggiare grandi classici, dunque non urgeva. Perché affrettarsi, perché ripassare tanto presto l'ABC della teatrale maestra Agatha? Sono passati così quei sei, sette mesi d'ordinanza. Quel che basta per recuperare Assassinio sull'Orient Express in qualità blu-ray e, soprattutto, in lingua originale: la visione sottotitolata è obbligatoria, infatti, con quel cast polifonico; con un doppiaggio che questa volta appiattisce e irrita. Com'era prevedibile, l'intreccio resta intoccabile: un convoglio di lusso che punta al cuore dell'Europa, un detective a bordo, il delitto del gangster Depp ad atterrire (tra gli altri) suor Cruz, la contessa Dench, l'ereditiera di una Pfeiffer in forma smagliante – una compagnia di nomi abbastanza risonanti, insomma, da potersi permettere caratteristi d'eccezione come la Coleman, Jacobi o Gad fra i dipendenti. A capitanarli, un fascinoso Branagh qui in doppia veste: meno gigioneggiante e despota che in passato, l'attore shakespeariano ha un accento naturalissimo e la tentazione di strafare, di cedere al teatro, soltanto nell' interrogatorio finale in cui avanza verso sospettati allineati con le stesse simmetrie di Leonardo da Vinci. Come regista, invece, fa volteggiare la sua macchina da presa con eleganza anche in un ambiente all'apparenza limitante; non annoia né favorisce qualche attore in particolare; aggiunge bei cenni di modernità, tra discriminazioni, rare concessione alla computer grafica, riferimenti alla vita sentimentale di Poirot e una chiusa d'impatto, che sospende i giudizi morali. Assassinio sull'Orient Express procede laccato, attinente e rigoroso fino alla meta pattuita. Non si capisce francamente il parlarne male, equilibrato e di tutto punto com'è. Non si capisce, però, neppure il continuo bisogno di adattarle e riadattarle, storie di cui noto il colpo di scena, svanito l'appeal. Nonostante in comfort del viaggio. (6,5)

Quattro orfani inglesi. Il Nuovo Mondo, un nuovo cognome. La fuga oltreoceano da qualcuno – qualcuno con il loro stesso sangue maledetto – che non deve trovarli. Vivono in un fortino fatiscente in cui, al bando gli adulti, tutto è un lungo gioco, tutto è un segreto da tacere. Nessuno deve sapere che vivono soli, senza un tutore. Nessuno specchio incrinato deve essere liberato dal suo drappo. Ci sono cose a cui, eccetto il piccolo di casa, non si fa cenno. Stranezze, spifferi, uno spettro inquieto come quinto inquilino. Ancora segreti, gelosie, macchie scure. Sul soffitto, nella coscienza. Un avvocato assetato di denaro e l'amore del primogenito per l'inarrestabile Anya Taylor-Joy rischiano di infrangere l'idillio dei giovani Marrowbone – loro, e le assi della soffitta che di notte non smettono di scricchiolare. Hanno i volti di alcuni degli attori più talentuosi delle nuove generazioni – Charlie Heaton, Mia Goth e, da Captain Fantastic, un bravissimo George MacKay – e il candore, la complicità, dei personaggi del Giardino Segreto e Una serie di sfortunati eventi. L'uomo sbarca sulla luna, ma i loro hobby inconsueti sembrano fuori dal tempo. Internet ti suggerisce si tratti di un horror eppure, per un po', sembra di assistere a un film vecchio stile, con atmosfere gotiche ma fiabesche e vicessitudini da racconto d'avventura. Dotato di una fortissima componente emotiva, con un colpo di scena capace di renderti vicino il soprannaturale, Marrowbone non tradisce la classicità delle sue ispirazioni romanzesche né, checché ne suggeriscano le ambientazioni, la sua provenienza europea. Scrive e dirige, infatti, Sergio G. Sanchez, già sceneggiatore dello struggente The Orphanage. Benché non ai livelli del suo titolo di maggior successo, Sanchez – qui al suo esordio alla regia – confeziona un film forse già visto, ma abbastanza raro. Perché ti ci affezioni nel mentre, e ti emozioni. Perché sotto il lenzuolo di questo fantasma batte un cuore grande e spezzato, e decifrare i suoi sussulti, le sue richieste, rende la convivenza una metafora che sa di malinconia. (7)

Sono passati dieci anni dall'uscita di The Strangers, thriller già di per sé poco memorabile che ricordo come la versione a stelle e strisce del francese They e quella meno divertente di You're the Next. L'idea di un sequel appariva fuori tempo massimo nell'era in cui The Purge – home invasion a tinte distopiche – macinava proseliti e capitoli su capitoli. Prey at Night con il film con Liv Tyler ha poco a che fare. Capitolo indipendente, per non dire così scollegato da risultare immotivato, non si rifà al logorio di un filone che vive di spazi ristretti e case d'improvviso claustrofobiche, ma segue le disavventure di una famiglia intrappolata in un parcheggio per roulotte. I genitori glamour di turno sono Martin Handerson e Christina Hendricks (quest'ultima sì procace, ma non abbastanza da usare l'ingombro della sua quinta misura come arma di distruzione di massa); la figlia ribelle, invece, è la sempre espressiva Bailee Madison, lasciata bambina ai tempi di Hai paura del buio e qui trovata sexy scream queen. È proprio la notte buia e nebbiosa dei racconti dell'orrore. E se in un survival di quelli senza fronzoli, senza trame innovative, si scappa, si crepa e s'ammazza, incalzati da serial killer mascherati che uccidono perché possono. Tra i superstiti, la regia del Johannes Roberts di 47 metri, che qui gioca a fare John Carpenter tra campi lunghissimi, zoom schiaccianti e un'immancabile colonna sonora anni Ottanta; un gusto piuttosto raffinato, che si nota nel taglio stilistico e nella messa in musica di qualche omicidio in particolare – la sequenza in piscina con le luci al neon e Total Eclipse of the Heart è d'esempio. Il difetto: il ritorno di The Strangers sugli schermi è anacronistico proprio come ci appariva in partenza, ininfluente. Avrebbe potuto avere un altro titolo. Avrebbe dovuto giustificare l'attesa; passaggi della staffetta che vanno avanti da due lustri e, adesso, da due film. Non sarebbe stato meglio chiuderla prima, la stagione della caccia? (5,5)

giovedì 21 settembre 2017

Mr. Ciak a reti unificate - Aggiungi un post(o) in sala

Sai che c'è di nuovo, di giovedì? 
Che la rubrica a quattro mani di Pensieri Cannibali e White Russian - uno sguardo sui film in arrivo in sala, settimana dopo settimana - ha voglia di cambiare un po'. Le frecciatine fra il Cannibale e Mr. Ford, così, fanno spazio a un ospite. Per inaugurare post uguali ma diversi, guarda un po', hanno fatto posto proprio a me. Onoratissimo, mi siedo in mezzo ai due litiganti. Adesso arriva il bello, e lì li voglio sentire: ragazzi, che si va a vedere nel weekend?

L'inganno
Cannibal Kid: Quale modo migliore per aprire la rinnovata rubrica sulle uscite settimanali, se non il nuovo film della migliore regista del mondo? Sofia Coppola torna con un nuovo attesissimo lavoro e spero che Mr. Ink mi appoggi dagli attacchi del bruto Mr. Ford, che cercherà di convincere il mondo che la Coppola Jr. dopo Bling Ring sia un'Autrice finita, ma non è vero. Se proprio dobbiamo attaccarla, facciamolo per quella cacchiata natalizia di A Very Murray Christmas. L'inganno dovrebbe comunque segnare un ritorno alle sue origini, quelle del capolavoro assoluto Il giardino delle vergini suicide, nonostante il fatto che si tratti di un remake mi lasci un po' perplesso. Il film originale, La notte brava del soldato Jonathan, ho anche provato a guardarlo, ma devo ammettere di aver abbandonato la visione per noia dopo pochi minuti. Sarà che io già non sono un grande fan del Clint Eastwood regista, ma certo che come attore era (ed è) proprio una cagna maledetta, ahahah! Il film è tratto inoltre da un romanzo, che però manco Mr. Ink ha letto. E se non l'ha fatto lui che legge 3 mila libri al giorno, mi sa che non l'ha fatto nessuno né in questo mondo, né sulla città dei mille pianeti.
Ford: Sofia Coppola è per me un'incognita. È riuscita, negli anni, a tirare fuori film sopravvalutati e radical chic - Lost in translation -, produzioni decisamente interessanti - Marie Antoinette e Il giardino delle vergini suicide - e schifezzine inutili - Bling ring -. La notte brava del soldato Jonathan è un classico totale ed un thriller pazzesco e semisconosciuto, che ovviamente io adoro - la coppiata Siegel/Eastwood garantisce -, dunque un remake potrebbe scavare la pietra tombale per la figlia d'arte qui al Saloon, ma chissà. Quello che è certo è che la presenza di Mr. Ink potrebbe spostare gli equilibri di una rubrica troppo spesso rovinata dagli assurdi commenti di Cannibal Kid.
Mr. Ink: Riaprirò un’antica ferita del Cannibale, e chiedo perdono, ma a me Sofia Coppola non è mai piaciuta. Certo, ci sono Le vergini suicide e i fiumi di parole di Lost in Translation, che somiglia tanto a quelle commedie indie che dico io. Certo, dove lascio il buon gusto dell’irriverente Marie Antoinette? Sulla scia della noia di Somewhere, sotto gli zerbini dello stupidissimo Bling Ring. Vorrei dichiararmi scettico, ma L’inganno e il suo cast ispirano. Non abbastanza da recuperarsi quel romanzo troppo datato né da riscoprire il film con un giovane Eastwood che come attore no, non brillava di certo, ma tanto da fiondarsi al cinema.

Valerian e la città dei mille pianeti
Cannibal Kid: Non sono un patito di sci-fi come quel nerd di Ford e Luc Besson mi piace solo a tratti. Questo Valerian che qualcuno (stranamente non io) ha definito uno Star Wars sotto LSD mi attira però parecchio, complice un gran bel cast (Cara Delevingne + Dane DeHaan + Rihanna + Clive Owen + Ethan Hawke) e il fatto che sia una francesata e non un'americanata. Il rischio cacchiata è altissimo, però I want to believe.
Ford: ho sempre detestato Besson. Da prima che iniziassi a detestare Cannibal Kid. Cosa accadrà dopo questa settimana a Mr. Ink? Per scoprirlo non si dovranno girare mille pianeti, ma arrivare a leggere tutta la nuova versione della rubrica.
Mr. Ink: Correva l’anno 1994. Gli estimatori di Forrest Gump e Pulp Fiction guerreggiavano, in tempo di Oscar – scommetto che, almeno per quella volta, il Cannibale e Ford stavano dalla stessa parte della barricata. Da qualche parte, nascevo io. E, crescendo, mi sarei defilato dalla diatriba a modo mio: se penso a quell’annata, infatti, penso a Léon (mio fratello, sapete, non si è chiamato così per un soffio) e poi a tutto il resto del cinema. Ho un occhio di riguardo per Besson, e quanto amo il bianco e nero del suo Angel-A, ma gli effetti speciali a profusione e le due ore e venti di durata di Valerian non mi avranno facilmente. Con buona pace delle sopracciglia di Cara e del lanciatissimo DeHaan, che dal basso del suo metro e un po’ mi colpisce sempre con un carisma non da poco.

Kingsman – Il cerchio d'oro
Cannibal Kid: Il primo Kingsman m'era sembrato un action spionistico decente, una specie di versione più simpatica e teen del vecchio e antipatico James Ford... volevo dire James Bond. Detto ciò, non sentivo per niente il bisogno di un secondo capitolo che si preannuncia guardabile, ma tutt'altro che imperdibile.
Ford: il primo Kingsman mi era parso una robetta uguale a mille altre assurdamente incensata da gente che non capisce nulla di Cinema come Cannibal Kid. Non sentivo affatto il bisogno di un secondo capitolo, ma neppure del mio socio, eppure sono ancora qui a sopportarlo dopo anni.
Mr. Ink: Questa volta scontento entrambi! Quel lato di me che, da bambino, voleva fare l’agente segreto – tra i miei cult di infanzia, accanto a classici grandi e piccoli, ha un posto tutto suo la videocassetta del primo Spy Kids – aveva scalpitato per Kingsman. E se è bene diffidare dai sequel, il villain interpretato dalla Moore, il ritorno a sorpresa di Colin Firth e le prime impressioni diffuse online mi dicono: sta’ un po’ zitto e goditela, ti divertirai da matti. Di nuovo.


Noi siamo tutto
Cannibal Kid: Mr. Ink è un patito di young adult, sia romanzi che film, persino più di quanto lo sia io. Incredibile, ma vero. Ciò nonostante, non ha apprezzato un granché questo Noi siamo tutto. Perché, Mr. Ink, peeerché? Non è che ti stai trasformando in Mr. Ford? La romantica storia di una tipa reclusa in casa che si innamora del suo vicino ha davvero tutto per essere detestato con tutto il suo cuore dal perfido blogger di Lodi. Come Colpa delle stelle, persino più di Colpa delle stelle! Io l'ho già visto e a breve ne parlerò. Domanda retorica: secondo voi riuscirò a criticarlo?
Ford: lo young adult è un genere che ancora fatico a capire, a meno che non si tratti di uno young adult nello stile di Hank Moody. Lascio quindi al finto giovane di questa rubrica Cannibal Kid ed al giovane vero Mr. Ink il compito di dipanare la matassa a proposito di questo film.
Mr. Ink: Ammiccava a Noi siamo infinito, ma sperava di essere il nuovo Colpa delle stelle (in modo diverso, inutile dire, la mia anima teen aveva adorato entrambi). Purtroppo somiglia più a uno di quei filmini leggerissimi, estivi, che arrivano in sala col tempismo sbagliato. Male non gli si vuole, per carità, ma la fuga di Amandla Stenberg – Cannibale, le sue magliette attillate ti ispireranno forse il titolo “Noi siamo tette?” – non convince, neanche chi, in certi giorni, si fa rabbonire come me. Fatto sta, ho lasciato sfitti i miei dotti lacrimali per This is us.

Glory – Non c'è tempo per gli onesti
Cannibal Kid: Per la serie “pellicola autoriale della settimana che solo il Ford de 'na vorta si sarebbe sorbito e ora manco più lui”, ecco Glory, una produzione bulgaro-greca che racconta di un uomo che trova un sacco di soldi su un binario del treno e invece di tenerseli decide di consegnargli alla polizia. Eroe o pirla?
Ford: pellicola che ai tempi avrei scovato in qualche sala deserta di Milano per darmi un certo tono da critico e cinefilo radical. Per fortuna questi tempi sono finiti, ed ora prendo le cose come vengono, in pieno Lebowski style. E spero prenderà non troppo male questa collaborazione anche Mr. Ink.
Mr. Ink: Sono uno spettatore semplice. Mi sono fermato a “produzione bulgaro-greca”.

L'equilibrio
Cannibal Kid: L'equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra. Chi è Vincenzo Marra?
E io che ne so?
Meglio chiederlo a Mr. Ink, che lui se ne intende di cinema italiano, al contrario di Ford che negli ultimi tempi se ne intende soltanto di vacanze.
Ford: l'arrivo di Ink a commentare le uscite in sala accanto al sottoscritto e a Cannibal darà equilibrio a questa rubrica? Non saprei davvero. Quello che è certo, è che questa rubrica potrebbe risultare più interessante del film.
Mr. Ink: Come può parlarvi di un film che si chiama L’equilibrio uno come me, che cade anche da seduto? Se Marra non vi attira, e chi vi dà torto, confidate di vedermi capitombolare dal vivo, un giorno di questi. Di sicuro vi divertite di più.

2 biglietti della lotteria
Cannibal Kid: Una commedia on the road che così, a un primo sguardo, sembra una versione rom di Tre uomini e una gamba e Così è la vita. Potrebbe anche essere simpatico, ma ho le stesse probabilità di guardarlo di quelle che ho di vincere alla lotteria. Soprattutto considerando che io non gioco mai alla lotteria.
Ford: non sono un patito di lotterie e gioco d'azzardo, dunque difficilmente punterò su questo film. Un po' come su Cannibal. Per quanto riguarda Ink, staremo a vedere.
Mr. Ink: A proposito di gioco, ragazzi, punto su altro. Magari sulla conta delle mattonelle del bagno: cose così.

Tiro libero
Cannibal Kid: Una pellicola italiana sul basket, che affronta anche il tema della disabilità?
Pareva un film interessante e coraggioso. Poi ho visto il trailer, che trasuda amatorialità e retorica da tutti i pori. E ho visto che nel cast c'è Biagio Izzo, uno che sta al cinema come Ford sta al... cinema. Ho così capito che questo, più che un tiro libero, è un colpo basso.
Ford: produzione molto casereccia italiana legata ad un tema sociale. Se l'avessero chiamato autogol avrebbe avuto più senso.
Mr. Ink: Ne so poco di sport, figuriamoci di basket. Le mie lacune, sospetto, non le colmerà Alessandro Valori, con Izzo e Conticini in squadra. Non esattamente l’NBA del nostro cinema.