Lanthimos, visionario, sorprende anche per tempismo: il suo ultimo film è il lato oscuro di Barbie. Orgiastico e stordente, racconta le avventure di una creatura in polemica con il suo creatore: passerà da un padrone all'altro per conoscere il sapore delle ostriche, degli umori corporei, del sangue. Al regista greco si può sì rimproverare una parte centrale ridondante, scarso equilibrio (a differenza che in La favorita, insuperato), ma la sua Bella zoppica prima di imparare a danzare. La interpreta una Stone senza vergogna, che trasforma il suo corpo in un bignami di tutti gli stadi dell'evoluzione umana e di tutti gli studi di genere. Deliziosamente blasfema (è Madre, Figlio e Spirito), fa fiorire nei personaggi maschili emozioni sconosciute – la tenerezza in Dafoe, la gelosia in Ruffalo – e diffonde la buona novella intrisa di positivismo. Il suo ritorno alla vita è un inno alla gioia spoglio di retorica, che semina scompiglio fra i perbenisti. Ma l'indimenticabile Baxter, che imparerà presto a non masturbarsi a tavola, a non sputare il cibo sgradito, a non parlare di sesso in pubblico, è una provocatrice schierata contro i mulini a vento dei costrutti sociali. Guicciardini scriveva: “Lo ingegno più che mediocre è dato agli uomini per loro tormento”. E alle donne? L'esperimento che sperimenta ha testa, cuore e clitoride. (8)
Ci
si aspettava poco. Dalla riproposizione di un cartone niente affatto
apprezzato da bambino. Dall'ennesimo live action di cui in fondo non
si sentiva il bisogno, con Aladdin e Il re leone già
attesi al varco nei prossimi mesi. Dal ritorno al cinema di Tim
Burton, mio regista del cuore, che purtroppo non indovina il film
giusto dai tempi del sentito Frankenweenie. Si è andati in
sala senza grandi pretese, con il biglietto pagato tre euro in
promozione e un pubblico misto di pargoli e nostalgici. La sorpresa,
se di sorpresa si può parlare, è che Dumbo risulti efficace nel suo niente di indispensabile. La fiaba animalista,
debitamente aggiornata alla luce di una morale necessaria,
più che a un adattamento somiglia a un seguito non dichiarato. Cos'è
stato dell'elefante bullizzato per le orecchie a sventola, dopo le
sue magiche lezioni di volo? La prima parte, a metà fra omaggio e
ammodernamento, è il cartone originale: qualcosa resta, come la
toccante Bimbo mio o
la famosa sequenza degli elefanti rosa; qualcosa si perde, come il
topolino per aiutante qui rimpiazzato dal reduce Farrell e dalla
terribile bambina protagonista, scelta più per mamma Thandie Newton
che per un'espressività che lascia molto a desiderare. Nella
seconda, da emarginato a stella, il protagonista attira le attenzioni
di Keaton, cattivo bidimensionale con al seguito l'incantevole e
ribelle Eva Green: la scalcagnata compagnia di De Vito, già circense
nell'insuperato Big Fish,
viene inglobata da una multinazionale da sogno. O da incubo? La
bestialità degli uomini e l'umanità degli animali emergerann, come
da copione, in una chiusa che è la parte debole: un trionfo di fuochi
e fiamme, d'ingombrante CGI, che perdeo amaramente il confronto con
la riuscita animazione dell'elefantino. Perché il nuovo Dumbo è
sempre lo stesso: imbranato e tenerissimo, cerca la mamma tenuta in
cattività e minaccia di commuoverci spesso da dietro i suoi grandi
occhi azzurri. Perché Burton, nel bene e nel male, è Burton:
scolastico ma in discreta forma, nonostante il lavoro alla buona
degli sceneggiatori, ripropone con trasporto la classica parabola
dell'emarginato: la poetica del freak, che perde d'originalità in
casa Disney, ma lascia spunti di riflessione ai giovanissimi. È il
compito di un film per famiglie tanto godibile quanto convenzionale,
che condanna la barbarie fuori moda del circo, omaggia la tecnologia
e la creatività degli artisti tutti e, nel suo piccolo, sa farti
volare a mezz'aria grazie alle orecchie di un'attrazione principali
davanti cui è impossibile non sospirare, inteneriti. (6)
Marwen
è un villaggio fittizio in Belgio, assiepato dai nazisti e difeso da
un esercito di donne armate fino ai denti. Marwen, ancora, è un
mondo in miniatura che si rivela essere ben presto lo specchio
consolatorio della realtà: l'elaborazione di un uomo sofferente, con
la testa spaccata da una gang di teppisti, mentre si perde appresso
agli amori platonici e a missioni di salvataggio degne di una spy
story. Disegnatore e miniaturista, divorziato, Mark Hogan nutre una
venerazione per il gentil sesso e il pallino per le scarpe con il
tacco. Un'ossessione mai chiarita, che suo malgrado l'ha reso
protagonista di un tragico attacco omofobico. Traumatizzato, adesso
vive attraverso i suoi giocattoli. Lì è un soldato valente e
fascinoso, che porta con orgoglio le cicatrici di guerra. Lì la sua
vicina di casa, una deliziosa Leslie Mann, accetterebbe di sposarlo
su due piedi. Apologo per grandi e piccini, a sorpresa flop al
botteghino, Benvenuti a Marwen ha la regia di un Zemeckis in
forma smagliante benché sottovalutato, effetti visivi ineccepibili –
con loro, scenografie e costumi –, un attore protagonista che fa la
differenza. Steve Carrell, senza scimmiottare il ben più famoso
Forrest Gump, è come Carrey: un attore comico che, cosa ormai
assodata, fa faville nei drammi, grazie a un sorriso svagato che
riesce ad essere tenero e struggente insieme. Peccato che la
sceneggiatura fatichi a decollare. Se l'idea di girare un biopic a
confine fra animazione e live action appare brillante,
sfortunatamente non segue a ruota una scrittura senza guizzi che
lascia fare tutto al comparto tecnico; all'espressività del
mattatore Carrell, colto nel divenire di un viaggio che racconta i
meccanismi di difesa, la dipendenza da antidolorifici, il velo di
Maya dei filosofi moderni. Quello che ottunde i sensi, ammortizza e
c'inganna. Insieme a Mark, un superstite, dovremmo perciò imparare a
discernere: la vita, infatti, non è una casa di bambole. (6,5)
Chiunque
abbia avuto la sfortuna di sedere in un'aula di tribunale ricorderà
le sedie sbrindellate, le attese estenuanti, le domande degli
avvocati che scavano come vanghe. La sensazione di
disagio, la ferrea volontà di non rimetterci mai più piede. Ma una sera, per
caso, ho scoperto che i tribunali non servono soltanto alla caccia
alle streghe; alle famiglie che finiscono. Realizzarlo, durante la
visione dell'inatteso Instant Family, mi ha commosso in
poltrona. Questa è la storia di una coppia senza figli, liberamente
ispirata alle vicissitudini dello stesso regista, che si sobbarca
un'impresa difficile il triplo: adottare, sì, ma un'orfana ormai
adolescente. E i suoi due fratelli minori. Con la loro età
malsicura, con i loro traumi, con la voglia di riabbracciare ancora la
mamma spacciatrice. Sulle orme di Una scatenata dozzina e This
is us, a metà fra l'intrattenimento godereccio e i mèlo dai
buoni sentimenti, Sean Anders indovina gli equilibri vincenti di una
commedia affatto originale, ma a modo suo sorprendente. Un film
vecchio stile che è proprio quello che appare, ma anche l'esatto
contrario. Ben scritto, recitato con contagiosa armonia – accanto a
Wahlberg e Byrne, occhio alle esilaranti caratteriste Spencer,
Cusack, Martindale –, in una serata leggerissima mi ha strappato
lacrime e risate in quantità. Rischiava di passare inosservato,
eppure, per via del solito poster, per colpa del solito cast. Un tema
lodevole è affrontato con realismo inatteso, invece, e note scorrette che non
guastano. Perché genitori si diventa, si diventa
una famiglia. Basta imparare: insieme. (7+)
E
se un invito anonimo promettesse di renderti finalmente felice?
Succede a una trentenne in crisi, con una carriera fallimentare in
campo artistico e una convivenza forzata sotto il tetto di mamma e
papà. Si improvvisa a malincuore segretaria, benché nel frattempo
punti ai mondi impossibili del proprio inconscio grazie a un
pigmalione dai completi variopinti: un Samuel L. Jackson istrionico
ai limiti dell'irritazione, che alla protagonista con la testa fra le
nuvole spalanca all'improvviso le porte del sogno. Invitandola a
prestare fede all'immaginazione. Ma quando è un bene, quando un
male, quando alienazione pura? I bontemponi sono definiti eterni
Peter Pan, ma le donne si figurano segretamente addestratrici di
unicorni. Store Unicorn, commedia strampalate dalle
scenografie arcobaleno e le luci iridescenti, ricorre al bagaglio di
uno spirito fanciullesco come antidoto a un'infanzia solitaria e a
una giovinezza interrotta. In questo bailamme di personaggi dolci e
surreali, dotati di un umorismo talmente particolare che potrebbe non
piacere a tutti, spicca il “capitano” Brie Larson: qui impegnata
in una doppia veste. Che piacere rivederla alle prese con i pregi e i
difetti del cinema indie, momentaneamente in pausa dai blockbuster
Marvel! Che piacere rivederla alle origini, nei panni di
un'infaticabile sognatrice, mentre mette in scena i mostri e le fate
negli armadi del suo passato, in una fiaba sui generis tutt'altro che
memorabile ma comunque molto sentita! Mentre si prepara ad accogliere
l'amico mitologico allestendo una mangiatoia, per la prima volta torna a vivere. Si guarda intorno, e non è
da sola. Un po', la aspettavamo noi. (6)
Si
può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della
sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso,
poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza
spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare
assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico.
Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso
novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema
sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da
sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di
contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che
mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si
nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il
temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso
personaggi e spettatori, Boy Erased va
incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo
freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca
riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta,
infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla
recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori
della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in
ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista,
che adatta di proprio pugno e prende
in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno
i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si
allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la
libertà. Non si cancella la rabbia. (7)
Anche
i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche
a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e
parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle
atmosfere nevose di Manchester by the sea,
riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con
i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia
Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti
alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante,
Ben is back si fa ansiogeno
nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della
provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i
risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella
sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia,
all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato
nell'arco di una lunga giornata, il film di
Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività,
ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni
indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che
hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro
interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per
riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli
sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)
Si
sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e
vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire
la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da
aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo
all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si
arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così,
con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un
matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso
testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli
occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato
dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che
luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di
Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche
di Wildlife, attesissimo
esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori
difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai
ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più
insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby.
Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe
Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in
piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva
minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al
cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)
I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah
Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a
cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar,
l'interprete recentemente visto in Maniac raduna
una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia
con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal
talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro
cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello
dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare
sullo skateboard. Per diventare
la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna
approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce
al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non
rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per
gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più
distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s
racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di
provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici,
si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni
deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione
perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha
confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della
vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da
narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle
intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)
Sono
gli anni del Laureato e
Terminator. Di
Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet,
intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla
schiera dei locali né a quella dei villeggianti. Emblema
dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un
corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una
disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima –
l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe
leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una
straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto,
spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze
fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i
piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast
di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer
Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un
romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome
dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già
diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più
superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta
drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e
serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back:
Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi
notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido,
pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)
Un'altra
identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta
siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta.
L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di
scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro
che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i
traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere
sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede
fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I
toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito.
Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli
citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria
al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La
diseducazione di Cameron Post racconta
una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né
originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan,
eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e
semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i
suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)
Sapete,
la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di
Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit
della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic;
quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a
un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che
l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al
guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini
purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte
precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza
tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e
maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e
molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche
in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po'
dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di
un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel
cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice
partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è
troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel
melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di
Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana,
interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il
compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al
rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è
un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin
nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore.
Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a
cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse
ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa,
emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia:
ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano
dalla sua. (7)
Lei
è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un
allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se
pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted,
siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a
proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è
un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi,
a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di
una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a
cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al
piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più
pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda,
prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per
portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi
componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso,
qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo –
che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni
premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le
contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal
al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti
ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente
umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di
bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione
dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi
giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata?
– e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima
affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della
protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che
passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker
ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due
estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro
le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo
mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i
geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe
richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati.
(8)
Quanto
conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy
Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra
epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana
a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace
proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati
del Diavolo veste Prada
per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può
essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti
con la voce stridula della diva di Cantando sotto la
pioggia, allora tutto può
succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara
disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una
sorta di Big al tempo
dei body shaming. La Schumer non cambia di
una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano
crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo
pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio
e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti,
di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo
italiano, Come ti divento bella è
una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con
una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer
da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per
fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano
troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)
Quanto
conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora
una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa
nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di
Younger, le bugie le
spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso
curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra
con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra.
Ricomincio da me,
ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina
incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali,
presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette
la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di
una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che
rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica,
invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore
richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata,
è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare,
all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella
anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è
un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo
pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi
veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di
genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)
A
volte ci sono cose peggiori delle magioni infestate, dei paesaggi
post-apocalittici, delle infezioni purulete che ti trasformano in
bestia. Forme di dannazione istituzionalizzate che richiedono il
sacrificio dei pranzi a Natale, rinunce grandi e piccole, libbre di
carne viva: le famiglie. Tutte uguali, quelle felici. Maledette a
modo loro, invece, le rimanenti. Perché la famiglia è un microcosmo cannibale che, pur di
sopravvivere, spesso divora sé stessa: come un Ugolino che non in
una torre, bensì su una casa in cima all'albero, incorona e mangia conti e contessine, affinché la follia abbia lunga vita.
All'apparenza non sembrerebbero più strani di altri i Graham: una
mamma sull'orlo perenne di una crisi di nervi, un papà moderatore
per natura, due figli inconciliabili. A unirli e dividerli, facendoli
riflettere sul peso di lasciti che appaiono sin da subito
improrogabili, è la scomparsa dell'anziana matriarca: donna
perseguitata dalla sfortuna con strani amicizie, strani riti, strani
geni. A lezione si parla di come il fato abbia sempre la meglio sugli
eroi del mito, e dettagli dissonanti – i cenni alla decapitazione e
il disgustoso brulicare delle formiche dappertutto, l'esistenza di
nipoti prediletti e l'onnipresenza di un simbolo a mo' di stemma
araldico – suggeriscono allo spettatore attento il peggio in
agguato. E semplici pedine in balia di una sorte cieca, così, ci
appaiono i protagonisti. Piccoli, smarriti, al pari delle miniature
dipinte tanto da Annie quanto dall'esordiente Ari Aster: regista,
autore e cesellatore di una vicenda semi-autobiografica che
trasfigura le tare genetiche in presenze infernali. Ecco allora
spiegati i campi lunghi e lo spirito tragico che lo accomuna con
l'ultimo Lanthimos in sala. Ecco allora la solidità inattaccabile
della prima parte – un logorante dramma domestico con gli
straordinari Toni Collette e Alex Wolff impegnati a restituirci a
suon di urla tutta l'irrazionalità e la scompostezza del cordoglio –
scendere a malincuore a patti con le canoniche
evocazioni spiritiche della seconda. L'eredità del titolo è
triplice: alla matriarca si devono infatti il talento artistico, gli
episodi di sonnambulismo che sfociano di frequente nella
schizofrenia, e qualcos'altro. Una predestinazione all'orrore che
spoglia Hereditary delle sottili metafore iniziali, dell'umano
all'insegna del fantastico, rendendo calzanti ma infruttuosi i paragoni con i vicini
ficcanaso del miglior Polanski o i posseduti secondo Friedkin.
Mentirei, eppure, se dicessi che le immagini della delirante e grossolana deriva finale non agghiaccino il sangue,
provocando un disturbo difficile da scacciare. Se dicessi che quando
Euripide diventa la versione autoriale di The Visit per discutibili logiche di mercato non
faccia paura comunque. Lì i difetti che dividono pubblico e film in
due. Da lì il desiderio di non sentire oltre il suono
assillante della lingua di Milly Shapiro schioccata contro il palato.
O di scorgere nuovi virgulti, nuove radici, in un albero genealogico
dove non fioriscono che i fiori del nostro male. Ad atterrire è l'orrore di una madre che ammette fuori dai denti che il suo
primogenito non è che un rimpianto, un errore di percorso. Atti
notarili a cui è impossibile sottrarsi. La tentazione di scappare
lontano per poi ritornare dove si
annidano parenti e altri demoni, sempre punto e a capo: a casa. (7,5)
Quando
l'horror arriva assieme all'estate, se ne subodora già la pochezza:
è nell'aria. In cerca di brividi facili, di un pubblico giovanissimo
da richiamare all'attenzione con la scusa dell'attore o dell'attrice
del cuore, i distributori finiranno per ignorare automaticamente i
prodotti da intenditori – vedasi Revenge, rimandato a settembre – in nome dei pop-corn, delle arie televisive, della perdonabile
banalità in casa Blumhouse. Come resistere, però, se alla
leggerezza del genere è difficile rinunciare? Non
si può, e senza aspettativa alcuna ci si concede Obbligo o
verità: come volevasi
dimostrare, trascurabile ma non così pessimo. Il regista del secondo
capitolo di Kick-Ass accompagna
i suoi sfaccendati personaggi in Messico. Se lo spring break aveva
portato Ashley Benson fra le braccia di Harmony Korine, all'amica
Lucy Hale – compagna sul set di Pretty Little
Liars – toccano le chiese
vandalizzate e morire al tempo di snapchat. Ai protagonisti, fra i
quali il Tyler Posey di Teen Wolf,
è chiesto infatti di rispettare alla lettera le regole del gioco.
Impossibile tirarsi indietro, impossibile eludere le richieste più
folli: chi ci prova non arriva al turno successivo. Come in The
Ring, per salvarsi è necessario
scaricare la maledizione – non una videocassetta, ma una sfida
letale – su un altro gruppo. Come in un Perfetti
sconosciuti adolescenziale possono sfuggire le situazioni di mano, e di bocca i
segreti scomodi, i tradimenti annunciati, quei dissapori che portano
alla tomba senza neppure l'intervento del soprannaturale. Gli
standard televisivi si avvertono, forse non soltanto per la
suggestione data dal curriculum dei due protagonisti; sulla faccia
degli sfidanti e delle vittime future spicca un ghigno stupido, che
presubilmente vorrebbe essere inquietante; il finale, oltre che
scontato, è pure parecchio brutto. Non abbastanza da minacciare, a sorpresa, i
piccoli pro del resto: la scrittura convincente dei drammi
interpersonali, degli intrighi e delle ipocrisie, ad esempio, nei
passaggi in cui il paranormale appare una buona scusa per riflettere
fra le righe sui meccanismi di causa-effetto che regolano le
relazioni interpersonali. L'obbligo: rimanere sul divano di sabato sera,
con la sveglia puntata presto per l'indomani e poca voglia di
impegnarsi. La verità: che il sacrificio sull'altare della
mainstream mordi e fuggi, questa volta, non spiace troppo. (6)