Visualizzazione post con etichetta Sundance. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sundance. Mostra tutti i post

martedì 25 febbraio 2025

And the Oscar goes to: The Brutalist | A Real Pain | Flow | The Girl with the Needle

Qual è il prezzo del sogno americano? Recentemente se l'era chiesto Anora, commedia amara in cui il risveglio dalla favola somigliava a un pianto. La domanda riecheggia anche in The Brutalist, un film con la solennità di un cinema che non c'è più. Ambientato in quarant'anni, diviso in due capitoli con tanto di intervallo al centro, è un'epopea degna di Philip Roth. Corbet, classe 1988, sceneggia dal nuovo l'odissea di un architetto ungherese al soldo del filantropo Guy Pierce. Finalmente riunitosi alla moglie Felicity Jones, sopravvissuta ai campi di concentramento, vivrà una parabola oscura dopo un viaggio tra i bianchi marmi di Carrara. Mentre il suo capolavoro si eleva, infatti, la sua vita sprofonda in un abisso di vergogna. È un genio o un parassita? Sulle spalle nervose di Adrien Brody, a lungo a digiuno di ruoli memorabili, poggia il peso immane di una struttura grigia e austera, con corridoi angusti e soffitti altissimi. Il simbolismo del progetto sarà spiegato in un finale, purtroppo, troppo didascalico. The Brutalist, per il resto, è una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson, in cui lo spirito di onnipotenza del committente e l'ossessione dell'architetto si scontreranno con l'impossibilità di cambiare le proprie origini. L'innesto, giacché forzato, non fiorirà. (8)

Dopo la morte dell'affezionata nonna, miracolosamente sopravvissuta ai campi di sterminio, due cugini americani dai caratteri agli antipodi volano insieme fino a Varsavia, Polonia, con lo scopo di omaggiarla. Jesse Eisenberg, per un po' pupillo di Woody Allen, scrive, dirige e interpreta una classica commedia indie dai toni dolce-amari, ritagliando per sé il classico personaggio del newyorkese nevrotico, privilegiato, ipocondriaco. Il ruolo migliore? In un atto generosissimo, lo regala all'amico e collega Kieran Culkin: già in odore di Oscar, nonostante un personaggio cucito addosso, veste qui i panni trasandati di una sorta di Zach Galifianakis votato all'ipersensibilità e agli eccessi. Affascinante e imprevedibile negli sbalzi d'umore, Culkin è il bellissimo cuore emozionale di un film on the road assai poco memorabile per approccio e scrittura — il pensiero corre ai cult Ogni cosa è illuminata o Little Miss Sunshine: A Real Pain è ben lontano dalla loro iconicità —, ma con il pregio di sapere riflettere con un sorriso a fior di labbra di colpa, memoria, elaborazione. Quanto pesa il fardello di essere immigrati di terza generazioni, magari non all'altezza dei sacrifici dei propri antenati? Quanto pesa, soprattutto, questa leggerezza? (6)

Il film animato più bello dell'anno (scorso) arriva dalla sconosciuta Lettonia. Meritatamente candidato a due Oscar, è il diretto rivale di Il robot selvaggio. I due film, favole ambientaliste in cui gli animali imparano per forza di cose a collaborare, hanno a ben vedere più di qualche punto in comune. Ma mentre il film DreamWorks si perde in una seconda parte inutilmente roboante, questo film è un esempio perfetto di tecnica e delicatezza. Sensibile, minimalista, sperimentale, racconta l'odissea di un gatto nero all'indomani di un inspiegabile diluvio. Come un novello Noè, il gatto vincerà la diffidenza per radunare una piccola arca con un labrador, un lemure, un capibara: con loro anche un misterioso airone, che li guida – e giudica – come un dio imperscrutabile. In mancanza di dialoghi, parlano l'espressività dei protagonisti e i rumori d'ambiente, in un gioiello d'immagini e suoni che ha il nitore del documentario. I 90 minuti di durata sembrano forse troppi per uno spunto che si sarebbe prestato meglio al mediometraggio; la morale si perde di vista nel lirismo dell'epilogo. Eppure la visione di Flow angoscia, incanta e stupisce, portandoci alla deriva in un mondo in cui a mancare, per una volta, è l'animale più infestante: l'uomo. (7,5)

Irresistibili atmosfere da fiaba nera. Una fotografia ispirata al meglio del cinema espressionista. Una donna sessualmente repressa, sempre a un passo da un abisso di oscurità. Non sto parlando del sopravvalutato Nosferatu, bensì del danese The Girl with the Needle, in lizza per il Miglior Film Straniero. Ambientato nella Copenhagen del dopoguerra, sceglie un claustrofobico bianco e nero – accompagnato al 4:3, immancabile in questi angosciosi film di nicchia – per rievocare una spaventosa catena di infanticidi realmente accaduti. Indeciso tra il dramma sociale e l'horror, sin troppo manierato per strappare veri brividi, racconta comunque con solidità la vicenda di un'operaia sedotta dal suo datore di lavoro. Rimasta incinta, con un marito invalido appena tornato dal fronte, affiderà il nascituro a una donna misteriosa. Più simile del previsto al film della nostra Maura Delpero, che in definitiva avrebbe meritato un posto in cinquina ben più dell'algido ibrido di Von Horn, non è tanto la storia di una efferata serial killer, quanto uno spaccato su un gruppo di donne mute e abbandonate, private della facoltà di scegliere, qui costrette a commettere l'indicibile pur di assaporare in extremis un briciolo di libertà. Per non essere le vittime della Storia, infatti, tocca forse diventare le carnefici? (7)

venerdì 8 marzo 2024

And the Award goes to: Povere creature | La zona di interesse | Past Lives | American Fiction | Killers of the Flower Moon

Lanthimos, visionario, sorprende anche per tempismo: il suo ultimo film è il lato oscuro di Barbie. Orgiastico e stordente, racconta le avventure di una creatura in polemica con il suo creatore: passerà da un padrone all'altro per conoscere il sapore delle ostriche, degli umori corporei, del sangue. Al regista greco si può sì rimproverare una parte centrale ridondante, scarso equilibrio (a differenza che in La favorita, insuperato), ma la sua Bella zoppica prima di imparare a danzare. La interpreta una Stone senza vergogna, che trasforma il suo corpo in un bignami di tutti gli stadi dell'evoluzione umana e di tutti gli studi di genere. Deliziosamente blasfema (è Madre, Figlio e Spirito), fa fiorire nei personaggi maschili emozioni sconosciute – la tenerezza in Dafoe, la gelosia in Ruffalo – e diffonde la buona novella intrisa di positivismo. Il suo ritorno alla vita è un inno alla gioia spoglio di retorica, che semina scompiglio fra i perbenisti. Ma l'indimenticabile Baxter, che imparerà presto a non masturbarsi a tavola, a non sputare il cibo sgradito, a non parlare di sesso in pubblico, è una provocatrice schierata contro i mulini a vento dei costrutti sociali. Guicciardini scriveva: “Lo ingegno più che mediocre è dato agli uomini per loro tormento”. E alle donne? L'esperimento che sperimenta ha testa, cuore e clitoride. (8)

Urgente”, “necessario”, “importante”. Lo hanno commentato tutti, e tutti con gli stessi aggettivi. Lo sapete: è il dramma sull'Olocausto che non mostra mai i campi di concentramento, ma la banalità delle famiglie naziste. Lo sapete: in casa Hoss, un paradiso da proteggere, poco importano le urla, gli strepiti, i pianti che cozzano contro il nitore della fotografia; poco importano le piogge di ceneri. Il turbamento dello spettatore nasce proprio lì: dalla freddezza glaciale dei lunghi quadretti domestici; dallo scollamento tra immagine e sonoro. Sperimentale, l'ultimo Glazer si poggia su un'idea vincente. Per quanto stimolante, però, non è un film che ho sentito visceralmente. L'estetica, fulgida, ne fa un'asfittica camera ardente. L'approccio, nuovo, non basta a reggere l'intera visione. I protagonisti, inquadrati in campo lungo, si muovono come i concorrenti di un reality. Resto un amante del cinema narrativo. E La zona di interesse racconta una storia bruttissima, restando per tutto il tempo su una soglia che – se non concettualmente – non ha suscitato interesse. Esporci agli orrori senza filtri, senza morale: ci renderà sempre più saggi o più assuefatti? Vincerà, ma non è il "mio" Miglior Film.  (7)

A vent'anni di distanza dal loro ultimo incontro, una vecchia coppia si dà appuntamento. A New York parleranno di scelte, seconde possibilità, predestinazione. Pacata presa di coscienza, in cui tra le righe si riflette anche di ambizione femminile e identità culturale, Past Lives si inserisce nel filone delle romcom indie. Impossibile non pensare a Linklater, Coppola, Kar-Wai. Immancabili le lunghe carrellate, una città da cartolina, i silenzi riempiti dalla densità di certi sguardi. La regia è una carezza; i protagonisti, dotati di una chimica incantevole, animano un triangolo dagli esiti piuttosto prevedibili. Ma a rimanere impresso è soprattutto il marito di lei, tagliato fuori dai dialoghi dei due innamorati ritrovati; incapace di decifrare i sogni della moglie immigrata e, per questo, inconsolabile. Agrodolce e discreta, Song non osa variazioni sul tema e regala ai romantici tutto ciò che si aspettavano. Volutamente algida, confeziona un film (per qualcuno già cult), forse più fortunato che bello. Past Lives è un ordinario esordio da Sundance che gode di una vetrina straordinaria: gli Oscar. Si ha, tuttavia, la sensazione di averlo già visto altrove. Magari in un'altra vita? (7)

Uno scrittore afroamericano incappa sempre nel solito rimprovero: non scrive storie abbastanza nere. Gli editori, bianchi, bramano vicende di tossicodipendenza, criminalità, sbirri violenti: tutto pur di sgravarsi la coscienza e alimentare il cliché. Per scherzo, il protagonista scrive un guazzabuglio di luoghi comuni. Il romanzo diventerà prima un bestseller. Diciamolo: candidato a cinque Oscar, American Fiction avrebbe meritato soltanto una nomination per la sceneggiatura. Già premiato al Sundance, non brilla per fattura, ma è un'inaspettata ventata d'aria fresca. Originale, divertente, leggero ma non troppo, è una provocazione intellettuale che scardina i meccanismi dei successi editoriali e dei premi letterari. Nonostante le premesse memorabili, il potenziale del tema non viene pienamente sfruttato. Le pieghe pirandelliane vengono talora messe in secondo piano dalle vicende familiari del protagonista; la satira viene stemperata dall'Alzheimer di una mamma anziana, dal coming out del tormentato Sterling K. Brown, da un matrimonio e un funerale. Ma si ride, e di noi. Quante volte abbiamo definito un romanzo “coraggioso”? Quante volte abbiamo fatto ridere sotto i baffi qualcuno come Jeffrey Wright, qui diviso tra orgoglio e denaro? (6,5)

Tratto da una storia vera nerissima, è il film più impegnativo tra i candidati. Con le sue oltre tre ore di durata, è un atto d'accusa contro gli abusi dei bianchi a danno dei nativi. L'indignazione e lo sgomento vengono soffocati dai ritmi dilatatissimi e dall'andamento prevedibile; la piega giudiziaria dell'ora finale, in particolare, annoia e affatica. Leonardo DiCaprio, imbelle, si lascia traviare da un'eminenza grigia con il ghigno di Robert De Niro. Teatrali e gigioneggianti, finiscono per mettere in ombra Lily Gladstone: una mater dolorosa sobria e piena di contegno la cui recitazione misurata, lontanissima da quella grandattoriale del duo, appare piatta al confronto. Dirige Martin Scorsese: la storia del cinema in persona. Ma il cinema è anche andato avanti. E questo classico western di denuncia, con il solito classico Scorsese alla macchina da presa, mostra un regista ormai fermo alla stessa impostazione rigorosa, ai soliti attori virtuosi, alle stesse storie solenni. Lo si candida per rispetto reverenziale. Ma pochi vedranno questa sua ultima fatica film fino alla fine. (5)

lunedì 23 novembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: La vita davanti a sé, Rebecca, Le Streghe, On the Rocks, Palm Springs, His House

Può un classico della narrativa francese essere riadattato oggi, in chiave italiana? In trasferta da Parigi a Bari, La vita davanti a sé cambia sfondo. Ambientato al tempo dell'immigrazione, in una città accogliente e multietnica, sposta il focus dalle avventure di Momò per concentrarsi sull'amicizia con Madame Rosà. I riflettori sono puntati su di lei, ex prostituta sopravvissuta ad Auschwitz, che regala un grande ritorno a Sophia Loren: leggendaria, l'attrice ottantaseienne si fa dirigere dal figlio Edoardo Ponti e punta agli Oscar. Il film, mediocre, è indegno di lei. Vittima di una scrittura ingenua e semplicistica, si accontenta di riassumere superficialmente la trama, garantendo rare scene toccanti. Datatissimo, nonostante la sceneggiatura rimodernata, lo si immaginava melenso e strappalacrime: purtroppo resta tutto abbozzato, commozione compresa. Attorniata da musulmani, ebrei e mamme transessuali, la Loren incarna un personaggio che condensa i suoi ruoli migliori. Sanguigna ma accogliente, severa ma tenera, ha braccia conserte che talora sono capaci anche di accoglienza. Simbolo di un'italianità a tutto tondo, attira gli sguardi e distrae dal resto. Emozionata ed emozionante, suggestiona con la sua sola presenza. Unica punta di diamante, da un lato nobilita l'esistenza artistica del figlio mestierante e dall'altro finisce per oscurarla del tutto. Nota a margine: sospetto e temo che Laura Pausini guadagnerà una nomination per il brano Io sì. (5)

Fiaba nera su una novella Jane Eyre, raggiunse il successo con il classico di Hitchcock. Considerata intoccabile, la Du Maurier è stata in realtà al centro di innumerevoli adattamenti: ricordo quello del 2008, con una superba Melato. Quest'anno, guardato con sospetto, ne è arrivato anche un altro. Serviva? Se considerato un remake, Rebecca non può rivaleggiare con l'originale. All'occhio del lettore, però, apparirà una trasposizione decorosissima con gli stessi pregi e difetti di un gotico che invecchia con classe. Come accade nel romanzo, a una buona prima parte ne segue un'altra assai meno intrigante, fino a un epilogo privo della giusta dose di ambiguità. Filologicamente attento, il film segue alla lettera una vicenda senza più segreti e, per timore reverenziale, non tenta di rimodernarla: aggiunge lievi sfumature horror – vedasi gli episodi onirici o la sequenza del ballo in maschera –, ma si concentra meno sulle ossessioni della protagonista. Se il casting di Hammer, bellissimo nei suoi completi eleganti, appare una scelta sbagliata, è testa a testa tra le ottime primedonne: sfumate negli stati d'animo e aderenti ai personaggi, James e Scott-Thomas sono perfette nel ruolo dell'ingenua sposina e della sulfurea governante. Piuttosto ben diretto e recitato, Rebecca scorre piacevolmente ma non ha niente di nuovo da suggerire. Come la protagonista, cade vittima dei paragoni con un primo film – e una prima moglie – ineguagliabile. (6,5)

Il classico dell'infanzia scritto da Roald Dahl viene riproposto nella versione di Zemeckis a trent'anni di distanza dal film di Roeg. Essendo una storia grottesca, nerissima e con tanto di finale aperto, si temeva una riscrittura all'insegna del politicamente corretto. Per fortuna sono stato smentito. Trasformato in topo, il protagonista cerca il supporto della sempre dolcissima Octavia Spencer per sconfiggere Anne Hathaway: sopra le righe, con un pesante accento straniero e un sorriso tutto zanne, la premio Oscar si diverte e ci diverte, ma è lontana dall'iconicità della Houston. Poco disneyano, Le Streghe si sposta nell'Alabama degli anni Sessanta ed è attentissimo al contesto storico-sociale. Nonostante la scelta di un protagonista afroamericano, negli Stati Uniti avranno storto il naso: l'albergo in cui il film è ambientato, infatti, pullula di camerieri e facchini di colore, com'era norma in quegli anni d'intolleranza. Altro motivo di controversie? La mostruosa trasformazione delle antagoniste, con artigli per mani, sarebbe offensiva per i disabili. Quanto inutile rumore per un film, in realtà, sorprendentemente affine allo spirito dissacrante del romanzo. Benché appaia luccicante e costoso, più attraente per grandi e piccini, il film conserva un cuore giocoso, oscuro e repellente. E ha l'audacia nel seguire battuta per battuta un romanzo figlio del suo tempo, in cui i bambini puzzavano di cacca di cane e, talora, potevano fare una fine bruttissima. (7)

Coprodotto da A24 e Apple, destinato soltanto allo streaming in un'annata malaugurata, l'ultimo film di Sofia Coppola – regista mai particolarmente apprezzata – sorprende pur nella sua assenza di sorprese. Ambientato in una New York tipicamente alleniana, racconta la vicenda di una scrittrice in crisi che per indagare sull'operato del marito chiede consiglio al peggiore degli infedeli: suo padre. Un playboy attempato e un po' misogino, che conosce a menadito i segreti delle relazioni extraconiugali. Tra inseguimenti, viaggi in Messico, vernissage e confronti generazionali, On the rocks è una deliziosa commedia indipendente confezionata come se fosse un bijou. A far faville con una sceneggiatura altrimenti senza infamia e senza lode sono loro, i protagonisti: una splendida Rashida Jones e l'attore feticcio Bill Murray, esemplare nel tratteggiare un bambinone popolarissimo ma fondamentalmente solo. Bravi e affiatati, giocano alle spie e vengono a patti con le loro questioni irrisolte in un faccia a faccia per nulla pretenzioso, che emoziona con ingredienti essenziali. La regista, all'apparenza alle prese con un film minore, è nello sguardo malinconico, nella sensibilità, nei dettagli. Fa la differenza – una differenza sostanziale, eppure impercettibile –, come una lacrima sfuggita a tradimento per ricadere in un bicchiere di Martini. Sul fondo zuccherino, così, lascia l'impressione di un'irresistibile amarezza. (7)

Invitati supponenti, pessima musica, vestiti pacchiani, famiglie perbeniste: cosa c'è di peggio di un matrimonio sullo sfondo delle Montagne rocciose? Riviverlo in loop. Intrappolato nel meccanismo reso celebre da una commedia degli anni Ottanta, Andy Samberg è costretto a rivivere da un un numero imprecisato di giorni lo stesso evento. Il suo frustrante e misterioso limbo – vivificato da sesso occasionale con i presenti, bagordi, scontri e suicidi strampalati – può diventare una specie di paradiso, però, accanto alla persona giusta. Vittima della stessa sorta è l'adorabile Cristin Milioti: una Bojack al femminile, che a sorpresa è la degna controparte del protagonista. Sexy in maniera non convenzionale, impertinenti e allergici alle relazioni solide, i due nascondono segreti, mancanze e fragilità dietro una patina superficiale. Chi erano prima di finire lì? Qual è il rimedio alla solitudine, in un microcosmo cristallizzato? Uno spunto narrativo da poco riproposto in Auguri per la tua morte riesce comunque a stupire grazie a ritmi super, trovate esilaranti e impensati sprazzi fantascientifici. Perseguitati da un J.K. Simmons armato fino ai denti, Andy e Cristin si sarebbero forse innamorati senza avere a disposizione tutto il tempo del mondo? Rinfrescante e romantico, Palm Springs non è il solito film sui multiversi. Il Sundance, dove è stato applaudito in anteprima, aveva ragione. Ho visto per credere. (7+)

Considerato un genere di serie B, l'horror racconta l'attualità attraverso filtri e metafore cariche di impegno. È il caso di His House, apparso su Netflix sotto Halloween, che oltre a qualche sobbalzo in poltrona regala altro, di più: una riflessione sull'immigrazione, che in una chiusa ad alto tasso emotivo mi ha ridotto in lacrime. Quanto sono pesanti i bagagli di un rifugiato? Scampati a una violenta guerra tra tribù, i protagonisti sudanesi hanno raggiunto l'Inghilterra in uno di quei disperati viaggi per mare che affollano i notiziari. Chiamati ad amalgamarsi al resto della comunità, a comportarsi amichevolmente imparando la lingua inglese, si trovano a vivere in una casa troppo grande per due. Ogni dettaglio rinfaccia loro il destino della figlioletta, morta tra le onde. E in quelle stanze squallide e vuote, piano piano, prendono piede i fantasmi. Sbucano dai buchi nei muri, si nascondono oltre la carta da parati sbrindellata e conducono i protagonisti in incubi a occhi aperti dove i defunti si sollevano dal mare come un'orda di zombie. Mentre il marito tenta di abituarsi allo stile di vita occidentale, la moglie oppone resistenza. E parla di stregonerie africane e rituali, di un possibile rimpatrio. Siamo brave persone, ripetono spesso. Questa è casa nostra. Ma chi hanno lasciato indietro? Chi hanno usurpato? I sensi di colpa dei sopravvissuti infestano lo straordinario esordio di Remi Weeks: un mix di cronaca nera e mitologie lontane, con le regole spietate di Parasite, i labirinti claustrofobici di Vivarium e la commozione assicurata di The Haunting of Bly Manor. Teso e intenso, dolorosissimo nel colpo di scena finale, sembra una ghost story scritta da Ken Loach. Dove si conclude il viaggio della speranza? Dopo tutto l'orrore che hanno visto, gli immigrati possono forse temere i demoni? (8)

mercoledì 8 maggio 2019

Mr. Ciak: Dumbo, Benvenuti a Marwen, Instant Family, Unicorn Store

Ci si aspettava poco. Dalla riproposizione di un cartone niente affatto apprezzato da bambino. Dall'ennesimo live action di cui in fondo non si sentiva il bisogno, con Aladdin e Il re leone già attesi al varco nei prossimi mesi. Dal ritorno al cinema di Tim Burton, mio regista del cuore, che purtroppo non indovina il film giusto dai tempi del sentito Frankenweenie. Si è andati in sala senza grandi pretese, con il biglietto pagato tre euro in promozione e un pubblico misto di pargoli e nostalgici. La sorpresa, se di sorpresa si può parlare, è che Dumbo risulti efficace nel suo niente di indispensabile. La fiaba animalista, debitamente aggiornata alla luce di una morale necessaria, più che a un adattamento somiglia a un seguito non dichiarato. Cos'è stato dell'elefante bullizzato per le orecchie a sventola, dopo le sue magiche lezioni di volo? La prima parte, a metà fra omaggio e ammodernamento, è il cartone originale: qualcosa resta, come la toccante Bimbo mio o la famosa sequenza degli elefanti rosa; qualcosa si perde, come il topolino per aiutante qui rimpiazzato dal reduce Farrell e dalla terribile bambina protagonista, scelta più per mamma Thandie Newton che per un'espressività che lascia molto a desiderare. Nella seconda, da emarginato a stella, il protagonista attira le attenzioni di Keaton, cattivo bidimensionale con al seguito l'incantevole e ribelle Eva Green: la scalcagnata compagnia di De Vito, già circense nell'insuperato Big Fish, viene inglobata da una multinazionale da sogno. O da incubo? La bestialità degli uomini e l'umanità degli animali emergerann, come da copione, in una chiusa che è la parte debole: un trionfo di fuochi e fiamme, d'ingombrante CGI, che perdeo amaramente il confronto con la riuscita animazione dell'elefantino. Perché il nuovo Dumbo è sempre lo stesso: imbranato e tenerissimo, cerca la mamma tenuta in cattività e minaccia di commuoverci spesso da dietro i suoi grandi occhi azzurri. Perché Burton, nel bene e nel male, è Burton: scolastico ma in discreta forma, nonostante il lavoro alla buona degli sceneggiatori, ripropone con trasporto la classica parabola dell'emarginato: la poetica del freak, che perde d'originalità in casa Disney, ma lascia spunti di riflessione ai giovanissimi. È il compito di un film per famiglie tanto godibile quanto convenzionale, che condanna la barbarie fuori moda del circo, omaggia la tecnologia e la creatività degli artisti tutti e, nel suo piccolo, sa farti volare a mezz'aria grazie alle orecchie di un'attrazione principali davanti cui è impossibile non sospirare, inteneriti. (6) 

Marwen è un villaggio fittizio in Belgio, assiepato dai nazisti e difeso da un esercito di donne armate fino ai denti. Marwen, ancora, è un mondo in miniatura che si rivela essere ben presto lo specchio consolatorio della realtà: l'elaborazione di un uomo sofferente, con la testa spaccata da una gang di teppisti, mentre si perde appresso agli amori platonici e a missioni di salvataggio degne di una spy story. Disegnatore e miniaturista, divorziato, Mark Hogan nutre una venerazione per il gentil sesso e il pallino per le scarpe con il tacco. Un'ossessione mai chiarita, che suo malgrado l'ha reso protagonista di un tragico attacco omofobico. Traumatizzato, adesso vive attraverso i suoi giocattoli. Lì è un soldato valente e fascinoso, che porta con orgoglio le cicatrici di guerra. Lì la sua vicina di casa, una deliziosa Leslie Mann, accetterebbe di sposarlo su due piedi. Apologo per grandi e piccini, a sorpresa flop al botteghino, Benvenuti a Marwen ha la regia di un Zemeckis in forma smagliante benché sottovalutato, effetti visivi ineccepibili – con loro, scenografie e costumi –, un attore protagonista che fa la differenza. Steve Carrell, senza scimmiottare il ben più famoso Forrest Gump, è come Carrey: un attore comico che, cosa ormai assodata, fa faville nei drammi, grazie a un sorriso svagato che riesce ad essere tenero e struggente insieme. Peccato che la sceneggiatura fatichi a decollare. Se l'idea di girare un biopic a confine fra animazione e live action appare brillante, sfortunatamente non segue a ruota una scrittura senza guizzi che lascia fare tutto al comparto tecnico; all'espressività del mattatore Carrell, colto nel divenire di un viaggio che racconta i meccanismi di difesa, la dipendenza da antidolorifici, il velo di Maya dei filosofi moderni. Quello che ottunde i sensi, ammortizza e c'inganna. Insieme a Mark, un superstite, dovremmo perciò imparare a discernere: la vita, infatti, non è una casa di bambole. (6,5)

Chiunque abbia avuto la sfortuna di sedere in un'aula di tribunale ricorderà le sedie sbrindellate, le attese estenuanti, le domande degli avvocati che scavano come vanghe. La sensazione di disagio, la ferrea volontà di non rimetterci mai più piede. Ma una sera, per caso, ho scoperto che i tribunali non servono soltanto alla caccia alle streghe; alle famiglie che finiscono. Realizzarlo, durante la visione dell'inatteso Instant Family, mi ha commosso in poltrona. Questa è la storia di una coppia senza figli, liberamente ispirata alle vicissitudini dello stesso regista, che si sobbarca un'impresa difficile il triplo: adottare, sì, ma un'orfana ormai adolescente. E i suoi due fratelli minori. Con la loro età malsicura, con i loro traumi, con la voglia di riabbracciare ancora la mamma spacciatrice. Sulle orme di Una scatenata dozzina e This is us, a metà fra l'intrattenimento godereccio e i mèlo dai buoni sentimenti, Sean Anders indovina gli equilibri vincenti di una commedia affatto originale, ma a modo suo sorprendente. Un film vecchio stile che è proprio quello che appare, ma anche l'esatto contrario. Ben scritto, recitato con contagiosa armonia – accanto a Wahlberg e Byrne, occhio alle esilaranti caratteriste Spencer, Cusack, Martindale –, in una serata leggerissima mi ha strappato lacrime e risate in quantità. Rischiava di passare inosservato, eppure, per via del solito poster, per colpa del solito cast. Un tema lodevole è affrontato con realismo inatteso, invece, e note scorrette che non guastano. Perché genitori si diventa, si diventa una famiglia. Basta imparare: insieme. (7+)

E se un invito anonimo promettesse di renderti finalmente felice? Succede a una trentenne in crisi, con una carriera fallimentare in campo artistico e una convivenza forzata sotto il tetto di mamma e papà. Si improvvisa a malincuore segretaria, benché nel frattempo punti ai mondi impossibili del proprio inconscio grazie a un pigmalione dai completi variopinti: un Samuel L. Jackson istrionico ai limiti dell'irritazione, che alla protagonista con la testa fra le nuvole spalanca all'improvviso le porte del sogno. Invitandola a prestare fede all'immaginazione. Ma quando è un bene, quando un male, quando alienazione pura? I bontemponi sono definiti eterni Peter Pan, ma le donne si figurano segretamente addestratrici di unicorni. Store Unicorn, commedia strampalate dalle scenografie arcobaleno e le luci iridescenti, ricorre al bagaglio di uno spirito fanciullesco come antidoto a un'infanzia solitaria e a una giovinezza interrotta. In questo bailamme di personaggi dolci e surreali, dotati di un umorismo talmente particolare che potrebbe non piacere a tutti, spicca il “capitano” Brie Larson: qui impegnata in una doppia veste. Che piacere rivederla alle prese con i pregi e i difetti del cinema indie, momentaneamente in pausa dai blockbuster Marvel! Che piacere rivederla alle origini, nei panni di un'infaticabile sognatrice, mentre mette in scena i mostri e le fate negli armadi del suo passato, in una fiaba sui generis tutt'altro che memorabile ma comunque molto sentita! Mentre si prepara ad accogliere l'amico mitologico allestendo una mangiatoia, per la prima volta torna a vivere. Si guarda intorno, e non è da sola. Un po', la aspettavamo noi. (6)

lunedì 15 aprile 2019

Mr. Ciak: Boy Erased, Ben is back, Wildlife, Mid90s, Hot Summer Nights, La diseducazione di Cameron Post

Si può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso, poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico. Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso personaggi e spettatori, Boy Erased va incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta, infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista, che adatta di proprio pugno e prende in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la libertà. Non si cancella la rabbia. (7)

Anche i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle atmosfere nevose di Manchester by the sea, riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante, Ben is back si fa ansiogeno nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia, all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato nell'arco di una lunga giornata, il film di Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività, ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)

Si sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così, con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche di Wildlife, attesissimo esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby. Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)

I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar, l'interprete recentemente visto in Maniac raduna una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare sullo skateboard. Per diventare la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici, si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)

Sono gli anni del Laureato e Terminator. Di Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet, intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla schiera dei locali né a  quella dei villeggianti. Emblema dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima – l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto, spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back: Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido, pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)

Un'altra identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta. L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito. Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La diseducazione di Cameron Post racconta una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan, eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)

venerdì 8 marzo 2019

Mr. Ciak: Io sono Mia | Lontano da qui | Non è romantico? | Come ti divento bella | Ricomincio da me

Sapete, la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic; quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po' dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana, interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore. Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa, emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia: ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano dalla sua. (7)

Lei è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted, siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi, a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda, prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso, qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo – che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata? – e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati. (8)

Non tutti hanno il fisico per vivere in una commedia romantica. Non di certo Rebel Wilson, goffa e disincantata, che non somiglia affatto a Julia Roberts. Cosa succederebbe se la spettatrice più cinica del mondo, in seguito a uno scippo, si risvegliasse in un mondo parallelo in cui vigono i toni, i colori e i cliché di Pretty Woman? Dai cartelloni pubblicitari scende la splendida Priyanca Chopra per corteggiare l'eterno migliore amico Adam Devine, il vicino di casa spacciatore si evolve nello stereotipatissimo consigliere gay, il minore dei fratelli Hemsworth d'un tratto non ha occhi che per la protagonista. Dal regista di quel gioiellino che fu The Final Girls, altra parodia dal cuore grande, arriva così Non è romantico?. Un collage a fantasia di luoghi comuni e scene topiche, in cui trovare il meglio e il peggio delle romcom di ogni dove. Il risultato è un omaggio autoironico e dalla confezione inaspettatamente curata, con una morale di fondo aggiornata – amare gli altri anziché se stessi rende davvero più completi? – e una Wilson, al solito, vulcanica. Mettete pure in conto coinvolgenti momenti canori degni di un musical, elicotteri privati come se piovessero, un abito elegante per ogni occasione e qualche consapevolezza aggiunta strada facendo: assolutamente, però, niente sesso. Vittime del cinismo diffuso, anche noi abbiamo il dente avvelenato verso il lieto fine. Un po' come le volpi del proverbio, che non arrivano all'uva e fingono allora sia acerba. Che male c'è, invece, a sognare a occhi aperti? A viversi la vita con quest'invidiabile leggerezza, rigorosamente in rosa? (7)

Quanto conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati del Diavolo veste Prada per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti con la voce stridula della diva di Cantando sotto la pioggia, allora tutto può succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una sorta di Big al tempo dei body shaming. La Schumer non cambia di una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti, di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo italiano, Come ti divento bella è una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)

Quanto conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di Younger, le bugie le spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra. Ricomincio da me, ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali, presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica, invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata, è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare, all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)

sabato 4 agosto 2018

I film che leggeremo #1: Young Adult

Tutte le volte che ho scritto ti amo
17 agosto 2018
Un'adolescente coreana per metà, cinque lettere d'addio mai inviate a cinque ragazzi che le hanno spezzato in modi diversi il cuore, l'imprevisto dietro l'angolo. Cosa succederebbe se i tuoi pensieri segreti fossero mandati per errore ai loro reciproci destinatari? Ne avresti abbastanza per farne una popolarissima trilogia Young Adult – avevo recensito il primo capito qui – e, se tutto va per il meglio, un film disponibile ad agosto in streaming su Netflix. Dirige la regista della commedie indie Carrie Pilby, scrive una delle sceneggiatrici della geniale sit-com Man Seeking Woman e, nei panni della protagonista, la bellezza vietnamita Landa Condor – vent'anni e buone chance, dopo la rivelazione Joey King, di farmi rivivere una tardiva cotta adolescenziale.


Dark Hall
1° agosto 2018
Menzionano i produttori di Twilight, riesumano le atmosfere dark degli Urban Fantasy in voga un paio di anni fa e subito, a farti tremare più delle presunte tinte orrorifiche, è la sensazione di già visto; il presagio che questo Dark Hall sarà un fiasco o che, peggio, passerà in sordina al pari degli sfortunati Fallen o La sedicesima luna. Eppure, eppure... Perché scomodare il nome di Rodrigo Cortés, regista dell'ottimo Buried? Perché chiamare all'appello le giovani star AnnaSophia Robb e Isabelle Furhman, con la sempre verde Uma Thurman come direttrice dal polso di ferro? L'autrice del romanzo che prossimamente sarà recensito su questi schermi è niente meno che Lois Duncan: sua la firma dietro il cult anni Novanta So cosa hai fatto. Vent'anni dopo, si replicherà?


Darkest Minds
14 agosto 2018
Provaci ancora 20th Century Fox. Con le saghe Sperling Kupfer da adattare. Con un genere, il distopico, che finora non ha mai saputo bissare il successo di Hunger Games. Con una storia all'apparenza non troppo innovativa, in stile Giffoni, che attira in minima parte con lo zampino dei produttori di Stranger Things Arrival e, nel cast, l'ormai immancabile Amandla Stenberg (un caso, poi, che l'attrice afroamericana fosse la piccola Prim nel film di Gary Ross?). Per fan di superpoteri, amicizie e tentate rivolte. Questa volta, per chi ha ancora l'età.


Crazy & Rich
16 agosto 2018
Negli anni Novanta erano Giovani, carini e disoccupati in una commedia di Ben Stiller. Adesso prima le librerie, poi il cinema, li desiderano Pazzi, ricchi e asiatici nello spirito glamour dell'estate. Tratto dal romanzo di Kevin Kwan, edito in Italia da Mondadori, Crazy & Rich perde l'aggettivo di provenienza, per volontà imperscrutabile dei titolisti italiani, e questo mese trova spazio in sala. Un'altra ragazza dagli occhi a mandorla, dunque, ma questa volta nessun grattacapo romantico: la protagonista, cresciuta negli Stati Uniti, si sposa con uno scapolo d'oro e vola a Est per conoscere la famiglia di lui. Non sapendo si tratti di uno dei maggiori costruttori di una Singapore da favola, né di essere troppo occidentale per una suocera alla Jane Fonda che no, non transige. 



Sei ancora qui – I Still See You
27 settembre 2018
A proposito di nuovi tentativi, a riprovarci è anche l'accoppiata del già mediocre Midnight Sun: il regista Scott Speer e Bella Thorne, teen idol che a onor del vero di tanto in tanto, di ruolo in ruolo, ha il coraggio di reinventarsi un po'. Faranno meglio con Sei ancora qui, intrigante thriller a tinte paranormali in libreria a settembre grazie ai tipi Sperling Kupfer? Una giovane donna perseguitata dagli spettri di un vecchio amore: fin qui, direste, niente di nuovo sotto il sole. E se la Thorne, irriconoscibile con il look dark, si allontanasse da un mondo di languidi sospiri? E se fossimo all'indomani di un misterioso evento catastrofico, in un'apocalittica ucronia che di sci-fi ha in realtà molto poco? Anche se di poco fuori stagione – il genere, infatti, si presterebbe meglio alla leggerezza estiva – si vedrà (e leggerà, e scriverà).


The Hate U Give
19 ottobre 2018 (USA)
Le differenze razziali, il braccio violento della legge, i lati oscuri – ma non troppo lontani dalla speranza del lieto fine – di una America contraddittoria, che non vive solo di sogni e frasi fatte. Il romanzo, edito da Giunti, ha vinto il vincibile: un best-seller, tuttavia, mai diventato mia priorità in whishlist. Ho fatto male, dite? Il produttore esecutivo di quel Mudbound a un passo dagli Oscar e la presenza della prezzemolina Amandla Stenberg lasciano respirare aria di impegno, e di sicuro successo.



The Miseducation of Cameron Post
3 agosto 2018 (USA)
Una Chloe Grace Moretz in stato di grazia viene spedita dalla zia in una clinica di recupero. La sua dipendenza, il suo crimine più inammissibile: ragazze di cui è contro natura innamorarsi. Il tema è lo stesso di Boy Erased, futuro asso pigliatutto ai prossimi Oscar con Nicole Kidman, Russel Crowe e un Lucas Hedges da convertire a forza nel cast. The Miseducation of Cameron Post, tratto da un romanzo semiautobiografico di Emily M. Danforth di cui attendo con ansia l'eventuale edizione italiana, è forse da meno? Le giuste carte in regola, i toni indie e la vittoria a sorpresa allo scorso Sundance – festival venerato da queste parti, inutile ribadirlo – suggeriscono il contrario, e ci regalano a mani basse la trasposizione più interessante di questa rassegna.

mercoledì 1 agosto 2018

Mr. Ciak: Hereditary | Obbligo o verità

A volte ci sono cose peggiori delle magioni infestate, dei paesaggi post-apocalittici, delle infezioni purulete che ti trasformano in bestia. Forme di dannazione istituzionalizzate che richiedono il sacrificio dei pranzi a Natale, rinunce grandi e piccole, libbre di carne viva: le famiglie. Tutte uguali, quelle felici. Maledette a modo loro, invece, le rimanenti. Perché la famiglia è un microcosmo cannibale che, pur di sopravvivere, spesso divora sé stessa: come un Ugolino che non in una torre, bensì su una casa in cima all'albero, incorona e mangia conti e contessine, affinché la follia abbia lunga vita. All'apparenza non sembrerebbero più strani di altri i Graham: una mamma sull'orlo perenne di una crisi di nervi, un papà moderatore per natura, due figli inconciliabili. A unirli e dividerli, facendoli riflettere sul peso di lasciti che appaiono sin da subito improrogabili, è la scomparsa dell'anziana matriarca: donna perseguitata dalla sfortuna con strani amicizie, strani riti, strani geni. A lezione si parla di come il fato abbia sempre la meglio sugli eroi del mito, e dettagli dissonanti – i cenni alla decapitazione e il disgustoso brulicare delle formiche dappertutto, l'esistenza di nipoti prediletti e l'onnipresenza di un simbolo a mo' di stemma araldico – suggeriscono allo spettatore attento il peggio in agguato. E semplici pedine in balia di una sorte cieca, così, ci appaiono i protagonisti. Piccoli, smarriti, al pari delle miniature dipinte tanto da Annie quanto dall'esordiente Ari Aster: regista, autore e cesellatore di una vicenda semi-autobiografica che trasfigura le tare genetiche in presenze infernali. Ecco allora spiegati i campi lunghi e lo spirito tragico che lo accomuna con l'ultimo Lanthimos in sala. Ecco allora la solidità inattaccabile della prima parte – un logorante dramma domestico con gli straordinari Toni Collette e Alex Wolff impegnati a restituirci a suon di urla tutta l'irrazionalità e la scompostezza del cordoglio – scendere a malincuore a patti con le canoniche evocazioni spiritiche della seconda. L'eredità del titolo è triplice: alla matriarca si devono infatti il talento artistico, gli episodi di sonnambulismo che sfociano di frequente nella schizofrenia, e qualcos'altro. Una predestinazione all'orrore che spoglia Hereditary delle sottili metafore iniziali, dell'umano all'insegna del fantastico, rendendo calzanti ma infruttuosi i paragoni con i vicini ficcanaso del miglior Polanski o i posseduti secondo Friedkin. Mentirei, eppure, se dicessi che le immagini della delirante e grossolana deriva finale non agghiaccino il sangue, provocando un disturbo difficile da scacciare. Se dicessi che quando Euripide diventa la versione autoriale di The Visit per discutibili logiche di mercato non faccia paura comunque. Lì i difetti che dividono pubblico e film in due. Da lì il desiderio di non sentire oltre il suono assillante della lingua di Milly Shapiro schioccata contro il palato. O di scorgere nuovi virgulti, nuove radici, in un albero genealogico dove non fioriscono che i fiori del nostro male. Ad atterrire è l'orrore di una madre che ammette fuori dai denti che il suo primogenito non è che un rimpianto, un errore di percorso. Atti notarili a cui è impossibile sottrarsi. La tentazione di scappare lontano per poi ritornare dove si annidano parenti e altri demoni, sempre punto e a capo: a casa. (7,5)

Quando l'horror arriva assieme all'estate, se ne subodora già la pochezza: è nell'aria. In cerca di brividi facili, di un pubblico giovanissimo da richiamare all'attenzione con la scusa dell'attore o dell'attrice del cuore, i distributori finiranno per ignorare automaticamente i prodotti da intenditori – vedasi Revenge, rimandato a settembre – in nome dei pop-corn, delle arie televisive, della perdonabile banalità in casa Blumhouse. Come resistere, però, se alla leggerezza del genere è difficile rinunciare? Non si può, e senza aspettativa alcuna ci si concede Obbligo o verità: come volevasi dimostrare, trascurabile ma non così pessimo. Il regista del secondo capitolo di Kick-Ass accompagna i suoi sfaccendati personaggi in Messico. Se lo spring break aveva portato Ashley Benson fra le braccia di Harmony Korine, all'amica Lucy Hale – compagna sul set di Pretty Little Liars – toccano le chiese vandalizzate e morire al tempo di snapchat. Ai protagonisti, fra i quali il Tyler Posey di Teen Wolf, è chiesto infatti di rispettare alla lettera le regole del gioco. Impossibile tirarsi indietro, impossibile eludere le richieste più folli: chi ci prova non arriva al turno successivo. Come in The Ring, per salvarsi è necessario scaricare la maledizione – non una videocassetta, ma una sfida letale – su un altro gruppo. Come in un Perfetti sconosciuti adolescenziale possono sfuggire le situazioni di mano, e di bocca i segreti scomodi, i tradimenti annunciati, quei dissapori che portano alla tomba senza neppure l'intervento del soprannaturale. Gli standard televisivi si avvertono, forse non soltanto per la suggestione data dal curriculum dei due protagonisti; sulla faccia degli sfidanti e delle vittime future spicca un ghigno stupido, che presubilmente vorrebbe essere inquietante; il finale, oltre che scontato, è pure parecchio brutto. Non abbastanza da minacciare, a sorpresa, i piccoli pro del resto: la scrittura convincente dei drammi interpersonali, degli intrighi e delle ipocrisie, ad esempio, nei passaggi in cui il paranormale appare una buona scusa per riflettere fra le righe sui meccanismi di causa-effetto che regolano le relazioni interpersonali. L'obbligo: rimanere sul divano di sabato sera, con la sveglia puntata presto per l'indomani e poca voglia di impegnarsi. La verità: che il sacrificio sull'altare della mainstream mordi e fuggi, questa volta, non spiace troppo. (6)