Bella, bionda, sorridente. Ci voleva qualcuno di bravissimo per trasformare Barbie, simbolo del consumismo e del sessismo, in un'icona femminista. Hollywood ha schierato la coppia Gerwig-Baumbach, paladini del cinema indie, e un cast di attori impegnatissimi, in cui spicca Margot Robbie nelle doppie vesti di protagonista e produttrice. Bella, bionda, sorridente? Lei lo è senz'altro, e nuovamente, dopo Babylon, tiene tutti in scacco con una lacrima: questa volta è il simbolo dell'umanità spasimata. Barbie, in cerca di sé stessa, lascia il suo mondo pastello alla scoperta della California. Perché è improvvisamente tormentata dalla cellulite, dai piedi piatti e dal pensiero della mortalità? Pattina fino alla California per interrogare Mattel sui difetti di fabbrica. Con lei, il Ken di un esilarante Ryan Gosling: stanco di stare all'ombra della compagna, negli Stati Uniti scopre i pregi del patriarcato. Sì, perché a Barbie Land è tutto a rovescio e, in una fantasmagorica società matriarcale, gli uomini sono semplicemente uomini: le donne, invece, possono essere tutto. Gerwig centra il cast, i costumi e le scenografie da Oscar, i toni da commedia demenziale senza però ma trascurare una scrittura allusiva e intelligente. Schiacciata tra blockbuster e cinema femminista, crea un film che ha molte idee. E, spesso, molto confuse. Vittima dei troppi viavai e dei troppi spiegoni, Barbie ha il contro di rimarcare in grassetto la propria morale. Avrebbe avuto bisogno di essere asciugato in fase di montaggio. O, al contrario, di diventare un leggerissimo e delirante sogno pop come nei sogni più sfrenati di Ken: perché, a quel punto, non un musical? Il risultato, destinato a sbancare comunque, è una via di mezzo che non soddisferà completamente chi pretendeva la sceneggiatura perfetta anticipata dalle recensioni d'oltreoceano. Ci sono sbavature di troppo, poche sfumature di grigio, in quest'abbagliante rosa shocking. (7)
sabato 5 agosto 2023
Fiabe per bambini femministi (e adulti intelligenti): Barbie | Nimona | La sirenetta
giovedì 21 aprile 2022
I film per famiglie degli scorsi Oscar: No Way Home | Crudelia | Luca | Flee | Encanto
[Candidatura per i migliori effetti speciali] Non sono un fan dei film Marvel, ma Spiderman ha sempre avuto uno spazio speciale nel mio cuore. In ogni sua veste, in ogni suo film. Neanche la versione di Tom Holland, fresca e leggerissima, teen, mi è mai particolarmente dispiaciuta, sebbene lontana dallo spirito di sacrificio del fumetto originale. Questo film, complici le attese, le supposizioni, gli spoiler, avrei voluto amarlo: tant'è vero che, a gennaio, ci ho inaugurato l'anno. Furbissimo, pasticciato e fuori fuoco, per me è il peggiore della trilogia nonostante l'innegabile presa emotiva del finale. Può, però, quest'ultima farci ignorare le incongruenze, i difetti sparsi o un'ora introduttiva che sembra una partita a Pokémon (il protagonista, come Ash, acciuffa e isola, infatti, i villain dei famigerati universi paralleli)? Le cose migliorano inevitabilmente nella seconda, incapace di distaccarsi dal purissimo e mal scritto fan service. È il film della maturità per Holland: finalmente ha imparato che da grandi poteri derivano grandi personalità. Ma il film manca di epicità, di pathos e, con ironia forzata, affida un ruolo chiave all'amico pasticcione di Peter Parker. Adulto ma non troppo, questo Spiderman concilia fan nuovi e vecchi. Ma sotto la nostalgia, niente o quasi. Gli si vuole bene comunque, pur constatando quanto il minimo sforzo porti al massimo risultato (al botteghino). (5,5)
[Oscar per i migliori costumi] Siamo
negli anni Settanta, ma Crudelia è una Banksy ante-litteram che si
muove in un mondo di fake news e spietate primedonne. Di giorno
assistente vessata da una stilista diabolica, di notte vandala
chiacchierata dall'opinione pubblica, non cerca poveri dalmata da
scuoiare (anzi, qui gli indimenticabili cani maculati sono piuttosto
feroci!), ma il dolce piacere della vendetta. Si muove a tempo di hit
celeberrime, così, in un film glamour e divertentissimo, tragico e
bipolare, a metà strada tra un heist movie ed Eva contro
Eva (questo, però, è lo show
di Emma contro Emma). Dirige con grinta punk Craig Gillesie, regista
che di psicopatiche decisamente se ne intende, dopo il cult
istantaneo Tonya.
Scrive, tra gli altri, lo sceneggiatore dei caustici La
favorita e The Great.
E per due ore e un quarto, tante ma mai troppe, fanno a gara di
bravura la camaleontica Emma Stone – da applausi con accento
britannico – e una Emma Thompson più superba che mai.
Crudelia è la bomba che nessuno
si aspettava in materia di live action. Funziona perché con La
carica dei 101 ha poco a che
spartire, pur non tradendo mai lo spirito della villain (questa volta
non fuma, no, ma è al centro di roghi, rapimenti, omicidi). E
perché, soprattutto, non sembra affatto una produzione Disney. (7,5)
[Candidatura per il miglior film d'animazione] Ammettiamolo,
è vero: si racconta sempre la solita Italietta da cartolina ferma agli
anni Cinquanta. Ammettiamolo, è vero: a metà strada tra La
sirenetta e Pinocchio,
non c'è proprio niente di nuovo sotto il sole di questa Liguria oleografica,
dove si è uniti dal buon cibo, dal pesto fresco e
dalle competizioni sportive. Ammettiamolo, è vero: dopo il
meraviglioso Soul, la
Pixar non si gioca nuovamente la carta di un ennesimo capolavoro. Ma
il buon Luca piace
proprio perché semplice, nostalgico, dolcissimo. Storia di una
creatura marina che sogna la terra ferma, a dispetto dei desideri del
resto della famiglia, il primo lungometraggio di Enrico Casarosa è
una fiaba vintage sul potere dell'amicizia e sulla ricchezza
dell'integrazione: qualcuno, non troppo a torto, ci ha voluto vedere
anche tinte arcobaleno alla Luca Guadagnino. Ma ha forse importanza?
Negli ultimi venti minuti, è impossibile frenare una pioggia di
lacrime. Per il ricordo delle estati più belle, che tristemente
finiscono. Soprattutto, per i pregiudizi, le
pressioni esterne e le ansie sociali, che sempre ci inibiscono.
Prendiamo esempio dallo sfacciato Alberto Scorfano, allora, e
in sella a una Vespa a precipizio sul mare gridiamo alle
nostre paure: Bruno, silenzio! (8)
[Candidatura per il miglior film d'animazione, miglior documentario, miglior film in lingua straniera] Amin
sgambetta per le strade di Kabul ascoltando Take on me. È
ancora un bambino, indossa senza imbarazzo una camicia da notte della
sorella, ha una cotta per Van Damme: non sa che dovrà correre per
tutta la vita. Scappare prima dai talebani, che insanguinano
l'Afghanistan con una guerra civile; poi dalla crudeltà dei
trafficanti; infine dalla polizia. Separato dalla propria famiglia,
sballottato tra Russia e Danimarca, sogna di riunirsi con i parenti
in Svezia e inventa, intanto, una vita alternativa. Ormai adulto, si
racconta a cuore aperto steso sul lettino di un amico: il regista
Jonas Poher Rasmussen. A metà tra documentario e animazione, tra
tragedia dell'immigrazione e favola avventurosa, la storia di questa
adolescenza odissiaca diventa un piccolo film candidato a tre premi
Oscar. Attuale, commovente, delicatissimo, racconta i rastrellamenti,
il rimpatrio, le attese spaventose. E, soprattutto, la paura di
fidarsi di qualcun altro: un compagno dolcissimo e con il pallino dei
gatti rossi, ad esempio, che ama il protagonista pur non sapendo
niente di lui. Mettere su casa significa seppellire le proprie
origini? Essere felici implica tradire il ricordo dei propri cari? In
tempi di guerra, l'amore di Amir ci apre gli occhi. E, qui e lì,
promette di riempirceli di lacrime. (7+)
[Oscar per il miglior film d'animazione] Tra
le montagne di una splendida Colombia vive una famiglia che potrebbe
essere sbucata da una saga della prolifica scrittrice Isabel Allende.
Guidata da una severa matriarca, è popolata da diversi tipi di
talenti. Tutti i Madrigal, infatti, hanno un potere magico per
contribuire alla magnificenza della stirpe. Cosa si prova a essere
amaramente la pecora nera della casa? Sprovvista di poteri, la
protagonista è una piantagrane che rischia di mandare in malora la
tradizione. O così sembra. L'ultima favola Disney, buona giusta in
tempo di festività, racconta con discreta originalità le perfezioni
apparenti, l'ansia sociale, il perbenismo degli adulti. Ma i numeri
musicali senza guizzi (quanto è sopravvalutato Lin-Manuel Miranda?)
e uno sviluppo non pervenuto minano alla memorabilità del tutto.
Peccato, perché l'esotismo dell'ambientazione e il personaggio
dell'iconico zio Bruno, costretto a nascondersi per la sua fama di
iettatore, promettevano meraviglia e commozione. Nonostante fosse
ambientato a pochi passi da noi – meno ambizioso ma decisamente più
riuscito – ci aveva portati più lontano il nostro Luca.
(6,5)
martedì 26 gennaio 2021
Mr. Ciak in musica: Soul | Ma Rainey's Black Bottom | The Prom | Wild Rose
Dopo averlo incluso nella lista dei migliori film dell'anno e averne tratto ispirazione per un post, sembrerebbe superfluo scriverne ulteriormente. L'ho detto e lo ribadisco: Soul è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci per chiederci scusa. Poetico, profondo e maturo, è l'esperimento più felice di casa Pixar. Se perfino Inside Out e Coco mi avevano lasciato a guance asciutte, il miracolo è avvenuto grazie alle disavventure ultramondane di Joe: pianista jazz, muore all'alba dell'occasione della vita. Intrappolato nell'Antemondo, s'improvvisa mentore per una piccola anima che non ha nessuna fretta di venire al mondo. Perché nascere, gli domanda? Perché quell'attaccamento insensato a un'esistenza spesso e volentieri ingiusta? Che senso ha vivere, se destinati comunque a morire? Storia di due anime in cerca della famosa scintilla, Soul si muove fra paffute bolle di luce, contabili maniaci del controllo, silhouette alla Picasso. Ingegnoso dal punto di vista visivo, riserva altrettante meraviglie nel dipingere il mondo dei viventi: questa New York a cartoni, brulicante e caotica, è infatti di una bellezza alleniana. Prima o poi torneremo a chiacchierare con i barbieri, a danzare tra le foglie e i condotti di ventilazione, a mangiare pizza e lecca-lecca: anche se mai come oggi somigliamo a quelle anime smarrite, ridotte a gusci spaventosi per via dell'ossessione per talento e per la felicità. Mi sono sentito simile ai mostri di Soul tantissime volte; mi ci sento anche adesso. Cosa racconteremo ai bambini che si apprestano a nascere? Quale mondo troveranno? Quale futuro? Il film esistenzialista di Pete Docter, col suo contagioso senso di meraviglia e un protagonista vittima di una frustrazione tutta contemporanea, ci fa da bussola e promemoria. Vi rimetterà al mondo. (8)
Lei è Rose. Selvaggia come da titolo. Reduce da un anno di carcere per stupefacenti, madre e figlia borderline, si muove nel grigiore dei sobborghi scozzesi ma punta a Nashville con la fantasia. Si può vivere il sogno americano anche lì, in una plumbea Glasgow dov’è illecito nutrire ambizioni di gloria? Quest’anno protagonista dell’ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, la poliedrica Jessie Buckley si nasconde sotto la frangia spettinata e negli stivali da rodeo in una commedia musicale assai ben accolta in patria. E nasconde una voce meravigliosa, che garantisce alla colonna sonora alcuni pezzi country-folk che in questi giorni non faccio altro che ascoltare e riascoltare. A tratti esilarante, a tratti struggente, la cantante di provincia si sente perennemente inadeguata. Sotto la superficie sbarazzina, cova un’insoddisfazione frustrante. Vive un rapporto conflittuale con la madre – la sempre preziosa Julie Walters –, illude i figli bisognosi con promesse non mantenute, delude la generosissima mecenate. Le cose andrebbero diversamente in Texas, dove tutti nutrono le sue stesse ambizioni? È meglio essere un pesce fuor d’acqua, o un pesce piccolo nell’oceano degli Stati Uniti? In cerca di una propria voce, Rose confida nella maturità; nell’addomesticamento. Perché sono possibili le vie di mezzo, e dove c’è talento può esserci anche equilibrio: essere responsabili no, non significa rinunciare. Storia ordinaria per svelarci un talento straordinario, Wild Rose è un feel-good movie perfetto per le domeniche di pioggia. Una favola moderna – con tre semplici accordi e, nel mezzo, tanta verità –, dove il sentiero di mattoni gialli conduce a casa anziché a Oz. (7)
giovedì 7 gennaio 2021
Nove anni online: l'acqua è pur sempre oceano?
Nove anni fa, oggi, scrivevo il mio primo post. Avevo diciassette anni, tantissime idee e altrettanta speranza. Per forza di cose, i compleanni del blog mi immalinconiscono sempre. Finiscono per trasformarsi in un bilancio dell'anno appena trascorso e questa volta, dopo tutto il male che il 2020 ci ha riservato, avrei preferito glissare. Dimenticare questa data e passare direttamente al post successivo. Ma questi appuntamenti, ogni sette gennaio, significano per me lasciare una traccia del mio passaggio. Un picchetto ad alta quota. Come nei videogiochi, sono dei check-point da cui è possibile ripartire. Potrei parlarvi perciò delle convivenze claustrofobiche del lockdown, delle mascherine che ormai penzolano dagli specchietti retrovisori al posto degli Arbre Magique, delle sabbie mobili che impediscono di mettere un piede dietro l'altro, della frustrazione per le opportunità mancate, delle visualizzazioni in calo e dei commenti un po' più timidi del solito. Psicologicamente, sì, è stato un anno impegnativo. Ma non sono mai stato un tipo cagionevole, per fortuna, e allora meglio non crucciarsi troppo per gli sbalzi d'umore: sto bene. Mi sto sforzando di vedere il bicchiere mezzo pieno. La vecchia insoddisfazione ha lasciato il posto alla quieta accettazione che insegna Soul, l'ultimo capolavoro Disney Pixar su un jazzista insoddisfatto. Appassionato com'è, perché il protagonista fa fatica a ritagliarsi un posto nel mondo? Sogna forse troppo in grande? Meglio accantonare la vocazione artistica: che resti soltanto un innocuo hobby?
Conosco una storia che parla di un pesce che va da un pesce anziano e gli dice: “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano”. “L'oceano” risponde il pesce più vecchio “è quello in cui nuoti adesso”. “Questo?” dice il giovane pesce. “Questa è l'acqua. Io invece cerco l'oceano”.
Fino ai venticinque anni avrei voluto mangiare il mondo; poi ho dichiarato indigestione. Avrei voluto l'oceano anch'io, ma a ventisei ho realizzato che il punto in realtà è imparare a galleggiare – in mancanza del Pacifico, anche lo spazio ristretto di una piscina gonfiabile andava benone. Perché non è il talento a essere al servizio della vita, insegna il film d'animazione, ma l'esatto contrario. Sopravvissuto alla crisi del settimo anno, resisto anche al Covid-19 e a tutto quello che mi toglie: compresa la voglia di leggere. Come mandare avanti un blog letterario se il blocco del lettore si è ripresentato più volte nel tempo? Come evadere con l'immaginazione, se barricato in una stanza che d'inverno ha per di più grossi problemi di umidità? L'oceano, dove sta? Ho letto e postato meno del solito, ma probabilmente nessuno se n'è accorto: sono bravo a tamponare. Ho vissuto la mia improvvisa discontinuità senza grossi sensi di colpa né rancori. Anzi, spesso e volentieri ho cercato la condivisione con altri mezzi – Instagram, la spietata concorrenza: da novembre con tanto di soffertissime storie parlate –, senza vivere la cosa come un tradimento verso chi c'era prima dei followers o degli hashtag. La compagnia e l'ispirazione, insomma, le ho trovate dove capitava. Sono diventato più social per sentirmi meno solo. L'importante è stato costruire – anche semplicissimi castelli di carte –, per opporsi all'anno che distruggeva ogni cosa. Qualche nuovo mattoncino, nonostante tutto, l'ho impilato anche qui. Il risultato è una sgangherata casa di Lego che qualche volta fa acqua – presto acquisterò un nuovo dominio: confesso che vorrei dare una rinfrescata alle pareti, cambiare volto; riprovarci –, ma in cui è comunque possibile svernare in attesa della fine dell'apocalisse.
martedì 29 dicembre 2020
[2020] Top 10: Il mio cinema, nell'anno che il cinema ce l'ha tolto
10. His House: Presentato in anteprima al Sundance, un horror indipendente che racconta con i toni della ghost story la tragedia dell'immigrazione clandestina. Per riflettere, nello stile del cinema di Ken Loach, ma con qualche brivido in più.
9. Shirley: Un po' biopic, un po' thriller, purtroppo inedito in Italia, è un faro acceso sulla vita oscura di un'autrice famosissima – anzi famigerata – interpretata qui dalla camaleontica Elisabeth Moss. Per chi è affascinato dai meccanismi del parto creativo, soprattutto quando genera mostri.
8. Ema: L'ultima fatica del cileno Pablo Larraìn, all'indomani di innumerevoli film politici, si dedica anima e corpo a una storia controversa e passionale su una ballerina pansessuale e sul suo desiderio di maternità nonostante tutto. Contro natura, oltre natura.
7. Il buco: Poetico, politico, claustrofobico, è uscito nel clou del primo lockdown. Qualcuno lo ha amato, qualcuno lo ha odiato, qualcun altro ha amato odiarlo. Ma questa distopia spagnola a tinte forti – ambientata in un carcere verticale dove vige la legge del più forte – è forse il film più rappresentativo dell'anno.
6. Favolacce: Sono giovani, sono belli, sono volenterosi. Soprattutto, sono il futuro che il cinema italiano non sapeva di meritare. Fabio e Damiano D'Innocenzo, premiati in pompa magna per la miglior sceneggiatura allo scorso Festival di Berlino, sono infine giunti a seminare turbamento anche su Amazon Prime Video.
5. Swallow: Si chiama picacisco, ed è una compulsione che spinge a inghiottire oggetti di varia forma e natura per dar voce a un disagio interiore. È questo il tema di un esordio shock – un horror originale, elegante, femminista –, con una Bennett in fuga dalla sua gabbia dorata.
4. Soul: Lo abbiamo visto un po' tutti sotto Natale ed è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci. È l'ultimo capolavoro Disney-Pixar. Per me il film più maturo, adulto e profondo del filone.
3. Jojo Rabbit: Ai tempi non mi era piaciuto in realtà. Lo avevo definito innocuo, una favoletta più graziosa che bella. Però ci ripenso spesso e con emozione, e vorrei che il 2020 finisse proprio come finisce il film del premiato Waititi: ballando, con David Bowie in sottofondo.
2. Sto pensando di finirla qui: In pole position non poteva mancare lui, Charlie Kaufman, con un viaggio al termine della notte e della ragione folle, destabilizzante, logorante. Riempie prima di orrore, poi di nostalgia.
1. Sound of Metal: Negli anni Venti c'era il cinema muto. È possibile, oggi, un cinema sordo? Da quest'idea difficoltosa ma coraggiosissima parte un piccolo dramma disposto a farsi valere alla prossima stagione dei premi. Un'odissea lunga due ore interpretata da un incredibile Riz Ahmed, nel ruolo di un batterista che perde l'udito e sperimenta, così, un nuovo mondo. Quel mondo diventa anche il nostro. In un cinema che è esperienza umana, e condivisione.
giovedì 16 gennaio 2020
And the Oscar goes to Mr. Ciak: Klaus | Dov'è il mio corpo? | Frozen 2 | Il re leone
[Miglior
film d’animazione] Uno
sfaccendato giovin signore viene spedito come postino su
un’isola divisa in due da una faida secolare. Il prologo è degno del capolavoro di Bram Stoker. Tra suggestioni gotiche
a fantasia – case sbilenche, banchi di nebbia, figuranti spaventosi
–, si arriva a una cascina costruita in fondo al bosco: ci vive un
omone burbero e spaventoso non meno di altri – un giocattolaio che
ha chiuso bottega per smaltire i dolori della vedovanza –,
preziosissimo per aiutare il protagonista con la sua missione. Il
postino esiliato ha l’obbligo di spedire un dato numero di lettere
prima di dimettersi. Come farlo se laggiù vigono la grettezza e
l’ignoranza, al punto che l’unica maestra si è improvvisata
pescivendola? Inventarsi il personaggio di Babbo Natale, e
dunque tutte le tradizioni a lui collegate. Nonostante badi al
proprio tornaconto personale, il giovane farà felice i piccoli
isolani. E nel mentre, involontariamente, aiuterà gli adulti a
voltare pagina: il futuro della nostra società non è forse in mano
ai bambini? Klaus
è una bellissima fiaba
dai vaghi sottotesti politici, che parla d’integrazione e
precariato. Se all’inizio ci si lascia ammaliare da un'animazione spigolosa nello stile degli adorati
Burton e Selick, le vere sorprese si nascondono in un prosieguo
coinvolgente e creativo – a proposito delle origini della leggenda,
vi siete mai chiesti il perché del caratteristico costume rosso o
degli elfi per aiutanti? – che in chiusura lascia in lacrime. Si
sa, ho lo stesso spirito umanitario del Grinch; per Marco Mengoni nei
panni di doppiatore, in altre occasioni, avrò soltanto parolacce. Ma
il ragazzo che non ama né l’animazione né il Natale, parlando con
il cuore in mano, ha trovato riconciliante la visione del film di
Sergio Pablos: si spera, un nuovo classico delle prossime festività. Rinfaccia con garbo a noi scettici, infatti, la bellezza
delle cose in cui non crediamo abbastanza: l’infanzia, la
generosità del prossimo, le favole. (8)
[Miglior
film d’animazione] Una
mano mozzata fugge dalla cella di una sala autoptica. In cerca di una
storia d’amore a cui mettere il punto finale, sfiderà minacce
continue – i piccioni, i topi, i cani, la forza di gravità – e
cercherà conforto ora nelle carezze di un bambino, ora in una vasca
da bagno. Comunque andrà, lascerà un’impronta. Altrove, invece,
c’è questo ragazzo: orfano e straniero, sbarca il lunario come
fattorino della pizza ma pur di avvicinarsi alla sua lei – in un
primo momento soltanto una voce che flirta al citofono –
s’improvvisa apprendista. L’attenzione, nei flashback, è
focalizzata sulle sue lunghe dita da pianista. Cha sfiorano i tasti e
le persone, smussano il legno, abbrancano il vuoto nel salto
conclusivo. Cos’hanno in comune, insomma, un arto tronco e un cuore
infranto? Da un’immagine all’apparenza macabra, Dov’è
il mio corpo? trova lo
spunto per un’avventura senza diretti precedenti. Premiato a Cannes
e giunto con gioia alla stagione dei premi, l’esperimento del
francese Jérémy Clapin ha il bianco e nero di Cuaròn; guizzi
registici degni di Noé; la delicatezza intangibile di un anime. Romantico e vitale senza mai essere stucchevole, celebra
la complessità del corpo – il nostro unico contatto con l’esterno
– in una Francia di gru e igloo. Esperienza emotiva e corporea da
provare, ha per isolato difetto la poesia un po’ ermetica di certi
esperimenti indipendenti; un’idea da cortometraggio che lascia
troppo di suggerito – compreso un epilogo che preferisce essere
evocativo anziché incisivo. Poteva essere un capolavoro; poco male
se si limita a essere bellissimo. Un’animazione che ha immenso tatto.
Ma che, per fortuna, parla anche a tutti gli altri sensi. (7,5)
[Miglior
canzone] Il primo
Frozen
mi aveva commosso come un bambino – tutto merito di Elsa,
protagonista testarda e solitaria in cui ogni misantropo potrà
rivedersi facilmente –, ma il gran parlarne aveva stufato presto.
Materia per giocattoli, parchi a tema e pettegolezzi (sì, vorrei
anch’io una fidanzata per la protagonista), rischiava di diventare
la parodia di sé stesso con un seguito arrivato più tardi del
previsto. Benché Il
segreto di Arendelle abbia
già infranto un record al botteghino, l’Academy questa volta è
andata in direzione contraria: lo ha ignorato, e a giusta ragione?
Scritto senza particolari colpi di scena, il film è un nuovo
tassello dell’approfondimento psicologico di Elsa e del suo
rapporto simbiotico con la sorella minore. In attesa della tanto
chiacchierata storia d’amore, intanto la regina basta a sé stessa e ruba
puntualmente le attenzioni con nuovi cambi d’abito e magie. Vittima
del richiamo della foresta, parte per scoprire le origini di un
misterioso patto infranto e di sé stessa. Dopo i dubbi di una prima
metà ondivaga e schematica, l’emozione è in agguato nel finale.
Il culmine di una ricerca sentita e sofferta, che non rinuncia né
alle sequenze d’azione né alle battute di spirito del solito
Olaf. Visivamente superiore al primo – che bellezza
l’esplosione naturale dedicata a Mostrati,
la canzone più riuscita della colonna sonora – , Frozen
si rivela discreto e
maturo, grazie al messaggio ambientalista e a un epilogo non
scontato. No, non è soltanto ritornelli orecchiabili – ode al
gran voce di Serena Autieri – o merchandising. Adatto a grandi e
piccoli, pur senza l’effetto sorpresa iniziale, conferma un
importante dato di fatto: il gelo è solo nel titolo. (7)giovedì 1 agosto 2019
Mr. Ciak ad agosto: la mia ultima volta al cinema con Pensieri Cannibali e White Russian
venerdì 7 giugno 2019
Mr. Ciak in musica: Rocketman | Aladdin
Quanto devono essere state belle quelle vite che approdando al cinema si fanno musical? La riflessione
valeva tanto per i circensi di The Greatest Showman –
spettacolo spettacolare per tutta la famiglia – quanto per Sir
Elton John, idolo generazionale con un cinquantennio di carriera alle
spalle. Non è tutto oro quel che luccica. Spesso, dietro la musica
leggera, si nascondono i fardelli. In Rocketman lo
dimostra bene un incipit che è tutto un programma: insaccato in una
tutina rosso fuoco, il protagonista marcia come un drago nel
corridoio di una clinica. Elton, a un bivio, sceglie di
disintossicarsi. Scenografico anche nel momento del bisogno, lava i
panni sporchi in una seduta psicoanalitica che nella sequenza
successiva si è trasformata già in fiaba. E c’è più personalità
in poche immagini che in due ore di Bohemian Rhapsody.
Benché non eguaglierà al botteghino l’agiografia di Mercury, il
biopic di Fletcher – sostituto di Singer nelle ultime fasi del film
sui Queen – è superiore per resa e impegno. La storia del
grassoccio Reginald, brutto anatroccolo che raggiunge la vetta ma
perde sé stesso, non ci risparmia l’alcol, le pasticche, un
rimpinzarsi di sesso e cibo che portarono alla bulimia. Conta numeri
ispiratissimi – il piano sequenza con Saturday Night’s
Alright, le struggenti Your song o Sorry
seems to be the hardest word, il tentato suicidio
sulle note della canzone eponima –, qualche caratterista
bidimensionale – Bryce Dallas Howard e Richard Madden, troppo
antipatici per essere veri: tenerezza infinita, al contrario, per
l’amico fraterno Jamie Bell – e un’ampia gamma di emozioni, in
un evento all’altezza di una carriera di cui in verità poco sapevo. Come il
regista di Dolor y Gloria, il cantante inglese si nutre d’affanni
e d’applausi. Si perde nel passato, sperando di venirne a capo. A
metà tra una seduta degli alcolisti anonimi e una baraonda colorata,
Fletcher attinge direttamente al vangelo secondo John: c’è un po’
di autocelebrazione, vero, ma per fortuna compensano tanta brutale onestà e il
contrappunto vincente dell’umorismo britannico. Non cronaca
scolastica, ma commedia musicale in tutto è per tutto, ha una
scrittura semplice e parabolica, ma risulta comunque innovativo. Sono
le canzoni dello stesso artista, come fu per i Beatles in Across the universe, a raccontarne gli alti e i bassi e non si respira
l’aria viziata, insincera, delle commemorazioni postume. Vivissimo,
onnipresente e fiero, il vero Elton può godersi in vita un
tributo trascinante che emozionerà fan e non. Dietro gli occhiali da
sole, sotto le piume di struzzo, battono il cuore e il talento puri
di un Egerton da Oscar. Tragico e festoso, di un’allegria ora
malinconica e ora isterica, l’attore indovina il ruolo
della vita e non lo spreca. Canta, balla, recita
senza diventare mai macchietta. Piccolo, anagraficamente e di
statura, è un razzo sul punto di esplodere. Fa fumo, rumore, e la
gioia di chi ama la bella musica e soprattutto il cinema solido. Il
suo film, che gli è affine, è un razzo. Non puoi che smarriti nella
sua scia, e fra gli applausi. (7,5)
Le
premesse sono le stesse del recente Dumbo. Ci si
aspettava poco. Dall’ennesimo live action stimato non necessario.
Dal nuovo film di Guy Ritchie, regista mai apprezzato
particolarmente. Ma mi hanno portato in sala il giusto stato d’animo e
il biglietto ridotto, insieme a un’adorazione viscerale per
il capolavoro di ventisette anni fa. Avrebbe potuto essere uno
sfacelo: gli appassionati di lunga data, si sa, sono una brutta
bestia. Ma dopo un prologo goffo, a sorpresa, Aladdin ingrana
e appassiona. Un diesel che, contro tutti i pronostici, aspettava
proprio l’ingresso del Genio Will Smith per superare l’empasse
iniziale: criticato a priori sui social, l’attore afroamericano
strappa risate a scena aperta grazie ai pezzi scoppiettanti (su
tutti, Un amico come me) e alle mosse riciclate dal successo di Hitch, con cui
conquistare l’altrettanto buffa ancella di Jasmine o trasformare
il protagonista in principe durante una colorata parata trionfale. La
seconda metà, con un intermezzo a palazzo tutto nuovo – il
culmine, un’esilarante scena di breakdance – e un epilogo che,
per quanto fedele, mi sono goduto più del previsto avendone scarsi
ricordi, riesce a far digerire la scelta di uno Jafar lontano dal
cattivo viscido e sornione della versione originale e quel briciolo
di delusione per Il mondo è tuo, duetto compromesso da
una fotografia sin troppo cupa. Ritchie, contenuto il giusto, può
concedersi rallenty e volteggi in libertà grazie al
fisico atletico dell’azzeccato Mena Massoud e a una trama già di
per sé molto frenetica. Poco deve inventare: per essere un cartone,
l’originale era pieno zeppo di intrighi. Lì, al solito, si
annidano i difetti e i pregi di operazioni simili a questa. Copie stinte che
nulla aggiungono ai capostipiti e, se tutto fila liscio, come in
questo caso, nel bene nulla tolgono. L’avventura di Aladdin resta
magica anche con attori in carne e ossa, sebbene meno incisiva, e al
contrario di ciò che succedeva nel pessimo La bella e la bestia poco si ha da dire contro il decoroso adattamento
italiano, il casting perfetto dei protagonisti principali e
l’inserimento di un’immancabile dimensione femminista che,
complice la potenza della splendida Naomi Scott, non risulta mai
stucchevole – certo, quanti luoghi comuni nel testo di Speechless,
novella Let it go con acuti da pelle d’oca. Il
confronto è inevitabile. E, inevitabilmente, questo nuovo
adattamento lo perderebbe. Ma approcciato con basse aspettative, per
via dell’aria kitsch e posticcia dei trailer, la riscrittura in
salsa Bollywood del classico Disney mi ha sinceramente divertito e,
su un tappeto volante, ha fatto volare via due ore di visione e i
pregiudizi che portavano con sé. (7)























