Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)
Dopo averlo incluso nella lista dei migliori film dell'anno e averne tratto ispirazione per un post, sembrerebbe superfluo scriverne ulteriormente. L'ho detto e lo ribadisco: Soul è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci per chiederci scusa. Poetico, profondo e maturo, è l'esperimento più felice di casa Pixar. Se perfino Inside Out e Coco mi avevano lasciato a guance asciutte, il miracolo è avvenuto grazie alle disavventure ultramondane di Joe: pianista jazz, muore all'alba dell'occasione della vita. Intrappolato nell'Antemondo, s'improvvisa mentore per una piccola anima che non ha nessuna fretta di venire al mondo. Perché nascere, gli domanda? Perché quell'attaccamento insensato a un'esistenza spesso e volentieri ingiusta? Che senso ha vivere, se destinati comunque a morire? Storia di due anime in cerca della famosa scintilla, Soul si muove fra paffute bolle di luce, contabili maniaci del controllo, silhouette alla Picasso. Ingegnoso dal punto di vista visivo, riserva altrettante meraviglie nel dipingere il mondo dei viventi: questa New York a cartoni, brulicante e caotica, è infatti di una bellezza alleniana. Prima o poi torneremo a chiacchierare con i barbieri, a danzare tra le foglie e i condotti di ventilazione, a mangiare pizza e lecca-lecca: anche se mai come oggi somigliamo a quelle anime smarrite, ridotte a gusci spaventosi per via dell'ossessione per talento e per la felicità. Mi sono sentito simile ai mostri di Soul tantissime volte; mi ci sento anche adesso. Cosa racconteremo ai bambini che si apprestano a nascere? Quale mondo troveranno? Quale futuro? Il film esistenzialista di Pete Docter, col suo contagioso senso di meraviglia e un protagonista vittima di una frustrazione tutta contemporanea, ci fa da bussola e promemoria. Vi rimetterà al mondo. (8)
Lei è Rose. Selvaggia come da titolo. Reduce da un anno di carcere per stupefacenti, madre e figlia borderline, si muove nel grigiore dei sobborghi scozzesi ma punta a Nashville con la fantasia. Si può vivere il sogno americano anche lì, in una plumbea Glasgow dov’è illecito nutrire ambizioni di gloria? Quest’anno protagonista dell’ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, la poliedrica Jessie Buckley si nasconde sotto la frangia spettinata e negli stivali da rodeo in una commedia musicale assai ben accolta in patria. E nasconde una voce meravigliosa, che garantisce alla colonna sonora alcuni pezzi country-folk che in questi giorni non faccio altro che ascoltare e riascoltare. A tratti esilarante, a tratti struggente, la cantante di provincia si sente perennemente inadeguata. Sotto la superficie sbarazzina, cova un’insoddisfazione frustrante. Vive un rapporto conflittuale con la madre – la sempre preziosa Julie Walters –, illude i figli bisognosi con promesse non mantenute, delude la generosissima mecenate. Le cose andrebbero diversamente in Texas, dove tutti nutrono le sue stesse ambizioni? È meglio essere un pesce fuor d’acqua, o un pesce piccolo nell’oceano degli Stati Uniti? In cerca di una propria voce, Rose confida nella maturità; nell’addomesticamento. Perché sono possibili le vie di mezzo, e dove c’è talento può esserci anche equilibrio: essere responsabili no, non significa rinunciare. Storia ordinaria per svelarci un talento straordinario, Wild Rose è un feel-good movie perfetto per le domeniche di pioggia. Una favola moderna – con tre semplici accordi e, nel mezzo, tanta verità –, dove il sentiero di mattoni gialli conduce a casa anziché a Oz. (7)
Cosa
succederebbe se in seguito a un blackout ci svegliassimo tutti in un mondo
senza Beatles? Soltanto un cantante di belle speranze sembra tenere a
mente le migliori canzoni del quartetto. Perché non
spacciarle per proprie pur di ottenere la spasimata notorietà? Dirige Danny Boyle. Scrive Richard Curtis, di solito in equilibrio tra romanticismo e
magia. L’idea alla base, semplice e brillante, purtroppo si rivela uno
specchietto per le allodole: con uno spunto presto accantonato –
pensate a quanti equivoci e alla portata del potenziale comico, se nel
frattempo sono sparite anche le sigarette, gli Oasis, la saga di Harry Potter –,
per parlare della solita scelta tra successo e amore; con uno
sviluppo telefonato e un finale stucchevole. A
sorprendere sono soltanto la regia, sottotono alle prese con la
leggerezza del genere, e una cotta improvvisa per una Lily James splendida come non mai. Passato in sordina e al centro di slittamenti
contini, Yesterday aveva tutto – la colonna sonora da
cantare a squarciagola, la sceneggiatura di una firma amatissima – per diventare
il film del cuore. Invece gli si vuol bene, per poi
scordarlo l’indomani. (6)
Un
altro ragazzo prigioniero della vita di provincia. Un altro straniero,
questa volta pachistano. Altra musica: non i Beatles ma il Boss a
salvare il nostro eroe da tempi amarissimi: una crisi economica che somiglia
preoccupantemente alla nostra, da cui fuggire in maniera
letterale e metaforica con le cuffiette del walkman premute nelle orecchie. Prendete
l’ambientazione di Pride, aggiungete la musicalità di Sing Street. Il risultato, una tipica storia di conflitto
generazionale e bullismo, con canzoni famose a far da collante, finisce
più per somigliare a Un’avventura che ad Across the universe. Le colpe spettano a una scrittura e a un montaggio
troppo televisivi. A toni incerti, sospesi tra il musical e la
commedia adolescenziale. A una colonna sonora a puntino, che
coinvolgerà soltanto i fan di Bruce Springsteen e annoierà i
profani come il sottoscritto. Romanzo di formazione pretestuoso e un po’
smielato, somiglia all'invito a una festa in cui non siamo invitati.
Nell’angolo, annoiati, ci limitiamo a battere il rimo con il piede. (5,5)
Siamo già nell’Inghilterra agrodolce della Brexit, diffidente verso il prossimo. La protagonista – altra aspirante cantante, altra
straniera, altra fangirl: però del compianto George Michael – è una
pasticciona con gravi problemi di salute e di autostima.
Vittimista e disfattista, abile a rinnegare tanto origini etniche quanto sogni, sfoggia
un sorriso forzato in un negozio di articoli natalizi. Fino
all’arrivo di un ragazzo misterioso, che si muove a passo di danza
e salta fuori sempre all’improvviso. Meno sbrilluccicante e brioso del
previsto, per fortuna anche meno stucchevole, Last Christmas
funziona come percorso di maturazione di una convincente Emilia
Clarke e trampolino di lancio per il bel Henry Golden, già visto in
Crazy Rich Asians, con tanto di colpo di scena a effetto –
per quanto intuibile. La partecipazione amichevole di Michelle Yeoh
ed Emma Thompson dà colore al tutto. Commedia romantica nevosa
e interraziale, con una novella Fleabag a bordo, è l’ennesima
variazione sul tema del classico di Charles Dickens. Trasognata e romantica,
magica il giusto, non è l’erede di Love Actually ma
nemmeno un film da evitare nei pomeriggi di Canale Cinque. Odiando il Natale,
sarebbe potuta andare peggio. (6,5)
Lei,
annoiata da un matrimonio lungo quindici anni, desidera la
maternità e divide la casa con un secondo uomo: l’idolo di un
marito ossessivo e distratto, la cui fama è iniziata e finita negli
anni Ottanta. Il cantante in questione, nel frattempo invecchiato, ha
figli sparsi nei quattro angoli del mondo e risponde con curiosità
all’email di lei: non una fan ma una detrattrice, che però tra le
righe lo diverte e lo seduce. Si incontrano a Londra, durante una
riunione di famiglia. Si innamoreranno mica? Da uno spunto fiabesco nasce una commedia tanto verosimile da sovvertire piani e
cliché. All’apparenza, infatti, è tutto sbagliato. Il triangolo
sentimentale si scioglie in fretta; tra Rose Byrne ed Ethan Hawke non c’è una
canonica storia d’amore, con un bimbo che scombina pure le carte in
tavola. Un po’ amicizia di penna, un po’ vendetta, Juliet
Naked è un delizioso colpo di fulmine con un cast di
bravissimi e ritmi invidiabili. Abbondano le riflessioni sui
postumi della fama, sulla genitorialità, su un passato che
imprigiona. E, a sorpresa, trionfa una morale femminista, con una donna
che all’occorrenza ha il coraggio di
scegliere. Garantisce Nick Hornby. (7)
Fissati per quel giorno hanno entrambi appuntamenti importanti. Lui ha un
colloquio presso un’università prestigiosa, lei con l’ufficio
immigrazione. A farli conoscere, coincidenze o il destino? Prima la metropolitana in
ritardo, poi i reciproci incontri slittati, infine una scritta sulla giacca
di lei che casualmente riporta il titolo dell’ultima poesia
di lui. Da un lato abbiamo un ragazzo asiatico con l’animo
poetico. Dall’altro, una ragazza giamaicana affezionata alla
razionalità scientifica. Belli in modo imbarazzante, passeggiano
verso un amore maledetto dalle stelle – lei sarà rimpatriata il
giorno successivo. Boy meets girl di quelli che piacciono a
me, freschi e puliti, con la parlantina fluente e gli hobby
peculiari, è stato un successo
inferiore rispetto a Noi siamo tutto, sempre della stessa
autrice. Più lineare del romanzo, la trasposizione perde la sua
coralità per concentrarsi sui problemi della coppia, ma non la
serendipità di fondo. Melodramma metropolitano dai toni agrodolci, è
un inno agli instant-love e alla città di New York; un Prima
dell’alba al tempo di Donald Trump. Forse il vero antagonista
nelle relazioni a distanza nei film sentimentali di oggi. L’anima
gemella si fermerà davanti alle sue leggi, ai suoi muri? (7)
È
una fiaba a lieto fine. Una commedia romantica a ruoli
invertiti, che nella trama somiglia vagamente a una stagione di
Scandal in salsa scollacciata. Nonostante la durata eccessiva
e qualche inutile volgarità di troppo, Non succede ma se succede
sta discretamente al passo fra femminismo, scandali sessuali, battute
sui multiversi Marvel e le serie HBO da guardare in binge watching. L’intreccio,
consolidatissimo, parla di opposti che si attraggono e di una strana
coppia di innamorati: in realtà, la sola ragion d'essere di
una pellicola godibile ma poco memorabile. Seth Rogen e Charlize
Theron sono infatti ottimi e affiatati. A ben vedere, neanche troppo male
assortiti: lui fa la sua bella figura in smoking; lei rinuncia
all’aura da diva per un ruolo leggerissimo, che a sorpresa ne mette
in risalto gli sconosciuti tempi comici. Avrebbero comunque il mio
voto. Questa è la politica che piace a noi profani. È la favola che noi
maschietti sogniamo. È un’altra stupida commedia americana, sì, ma con
un duo che fa straordinariamente sul serio. (6,5)
Potrebbe fare da anonima spalla comica alla protagonista carina di un film qualsiasi: felicemente in sovrappeso, sopra le
righe. Ma Brittany beve, fa sesso occasionale, si trascura con
amicizie e lavori non all’altezza. Bisogna perdere venti chili per
trovare la giusta leggerezza. Non ne va soltanto del look, ma della
salute. Ispirato a una storia vera, Brittany non si ferma più è
una commedia sulla forza dell’ostinazione. Jillian Bell,
all’apparenza novella Rebel Wilson, regala infatti
un’interpretazione bellissima in una fiaba energica e propositiva,
sbucata a tratti da un episodio di Modern Love. A fare la
differenza è proprio la caratterizzazione di una protagonista non
sempre amabile, ma per questo profondamente umana, che ha paura dei
chili che tornano; dell’ansia da prestazione; del confronto con il
prossimo; dei traguardi che slittano. Ora esilarante, ora patetica,
ma sempre emozionante, la sua vicenda è una seduta di cardiofitness.
Fa bene alle arterie intasate, e al cuore. (7)
È
la storia vera della wrestler Paige, ma sembra una fiaba scritta a tavolina. Ecco una Cenerentola sul ring, mai messa al tappeto. Da sfigatella a campionessa: senza vie intermedie, senza allenamenti, senza muscoli o fatica.
La lanciatissima Florence Pugh, somigliante all’originale ma
sprovvista del fisico adatto al ruolo, è qui al centro di fatiche
unicamente psicologiche: l’acredine con il fratello maggiore, suo
beniamino tagliato fuori dalla competizione all'ultimo; le aspettative dei
genitori; la competizione con le altre campionesse, al contrario di Paige sbucate da una rivista di moda. Non mancano i figuranti graditi –
Headey e Frost –, né i cameo che mi hanno
fatto tornare all’epoca in cui il wrestling lo seguivo.
Oltre al look rock ‘n’ roll, nella biografia di Paige, c’era
ben più da indagare: uno scandalo sessuale a cui si allude soltanto in una
battuta; l’infortunio che brucerà prestissimo la sua carriera. Gli si preferisce il lieto fine. Con un bel cast, un bell’umorismo nella
prima parte e una trasferta, a metà, dove si perdono la grinta e
l’interesse. Colpa della fama, che dà alla testa. Colpa della
banalizzazione dell’orgoglio femminile, al tempo dell’intrattenimento per famiglie. (6)
Sono
uno spettatore che generalmente non si lascia turbare. Jennifer Kent,
già ai tempi del bellissimo esordio, tocca però i tasti giusti. E
al secondo lungometraggio, premiato a Venezia, conferma
il suo ascendente su di me. Tanto The Babadook mi aveva
affascinato, quanto The Nightingale mi ha scosso. Sarà che si
inizia col peggio – uno stupro, l’infanticidio –, per poi
giungere a un epilogo liberatorio, che stempera la sofferenza
in un’alba sull’oceano. In un’Australia trasformata in una
prigione a cielo aperto, un tenente spregevole – un inedito Sam
Claflin, lontano dai soliti film sentimentali – s’invaghisce
di una detenuta irlandese. Il capo di un plotone della morte come può reagire al
rifiuto? Sopravvissuta allo sterminio della famiglia, Clare ricerca
l’aiuto di un aborigeno: entrambi emarginati, i paria troveranno
punti in assonanza in quelle lingue e in quei canti così diversi.
Gli inglesi espropriano, violentano, bruciano, ammazzano. E la
visione non lascia niente di suggerito né di impunito. Il percorso
della coppia, disseminato d’incubi e cadaveri decapitati, risulta
provante e potentissimo, nonostante i discutibili viavai della parte
conclusiva. Classico ma inattaccabile, The Nightingale è
l’epopea western che non avremmo pensato nelle corde della regista;
un horror sui mali della colonizzazione, ambientato in una natura
resa ancora più selvaggia dalla presenza britannica. È uno schiaffo
in faccia per cui ringrazi. Il merito
spetta soprattutto all’interpretazione ribollente di Aisling Franciosi, che
conosce la vendetta ma anche il perdono; che ha seni beffardi che non
smettono di pompare latte; che confida più nelle parole che nella
violenza. La sua commovente collaborazione con Baykali Ganambarr,
indigeno che decifra le orme e il canto degli uccelli, regala un
duetto di rara intensità su un usignolo che non voleva né gabbie né
padroni; che preferiva ruggire anziché cantare. (8)
Stesi
sulla schiena, parlano fitto per dieci minuti. Sono un
padre e una figlia. Lui spiega a lei il sesso e l’amore. Le insegna
che nessuna razza è superiore alle altre. Le tramanda i ricordi di
una mamma da tenere in vita a furia di storie. Le racconta, rivisto e
corretto, il mito dell’arca di Noè. A salvare l’umanità dal
Giudizio Universale è stato davvero un uomo? Sono stretti in una
tenda da campeggio. Sembra una gita nei boschi, ma in realtà è la
fine del mondo. Le donne si sono estinte, non si sa perché, e quella
bambina – vestita da maschietto per camuffarsi – è
un’eccezione alla regola. Il padre, che trasmette infinita
tenerezza, è un uomo di parole e non d’azione. La figlia,
terrorizzata dall’evenienza di un abbandono, vive l’età in cui
inizia a pretendere gonne e giubbotti glitterati. Camminano tra gli
alberi, in cerca di ville o baracche. A volte s’imbattono in
anziani ospitali, altre in bracconieri spietati. Light of My Life,
esordio alla regia di Casey Affleck, non indugia nei sentimentalismi.
Non trasforma la sua giovane protagonista in un canonico simbolo di
resistenza. Per quanto questo atipico survival debba tanto, troppo, a
The Road e I figli degli uomini, l’odissea del minore
degli Affleck ha comunque la sua da dire. Grazie alla voce bassa e
intorpidita dell’interprete che già ci ha commossi con Manchester
by the sea. Attraverso la lentezza di un genere che mostra
poco ma suggerisce tantissimo, parlando più del presente che del
futuro; più di noi che dell’apocalisse. Travolto da un’accusa
per molestie, l’attore e regista fa ammenda con un atto d’amore
al genere femminile lungo un film. Come non credergli, come non
perdonarlo, dopo questa indiscreta lezione di vita e resistenza? (7+)
Mentre
ci si stappa i capelli per Cena con delitto, giallo di cui si
parlerà prossimamente, sotto Halloween – a proposito di feroci
rimpatriate tra parenti serpenti – era già arrivato in sala un bagno di
sangue ad altissima tensione. Una partita a nascondino disputata con
la suspance, dove una Rambo in tulle si emancipa in un battesimo
splatter degno delle migliori regine del brivido. Bella e
carismatica, con un visino che si concede le stesse smorfie di Emma
Stone, la promettente Samara Weaving convola a nozze con uno scapolo
d’oro. Durante la prima notte di nozze, però, la neosposina dovrà vincere una
sfida in particolare per essere accolta in famiglia: sopravvivere.
Con una satira sociale appena accennata, Finché morte non ci
separi somiglia alla versione disimpegnata di Get
Out. Qual è il segreto della famiglia omicida? Ambizione cieca,
o forse c’è lo zampino di Belzebù? I ritmi sono invidiabili,
l’umorismo è di quelli caustici, il divertimento è assicurato. Si
trattiene il fiato. Si maledicono gli antagonisti a ogni comparsata.
Si incita al dente per dente.
Iniziata come una fiaba romantica, la commedia horror culmina con una
perfida luna di miele. Pronti o no, vi vengo a cercare. Ma si è mai
pronti al grande passo? Ai titoli di coda potremmo credere ancor meno nei doveri coniugali, nei legami duraturi, nel lupo che perde il
pelo ma non il vizio: preferendo, almeno sul grande schermo, la morte
all’amore. (7)
C’è
del marcio in Danimarca. C’è chi da quel marcio viene
inevitabilmente corrotto, come Amleto in lotta per la
successione. E c’è chi, invece, quel marcio lo subodora prima di
altri: ovviamente, una donna emancipata e lungimirante. La fidanzata
del personaggio shakespeariano non aveva molta voce in capitolo
nell’opera originale: di lei ricordiamo l’annegamento e,
soprattutto, il capolavoro di Millais che ne fa una ninfa acquatica.
In un’epoca di femminismo e riscrittura, poteva forse mancare la
tragedia filtrata dal punto di vista di Ofelia? All’inizio dama di
compagnia, ci racconta una storia d’amore e vendetta nota ma non
troppo. Piuttosto fedele al Bardo, il film viene rovinato
dall’aggiunta degli ultimi dieci minuti, che lo trasformano in un
calderone di idee di seconda mano, che attingono ora ai veleni di
Romeo e Giulietta, ora ai tradimenti della Dodicesima
notte. Il resto lo fanno le forzature e gli anacronismi; un
rimaneggiamento non richiesto, adatto solo a riscattare la figura
agli occhi delle nuove generazioni. Vicina alla bellezza del pittore
ma lontanissima dalla complessità del personaggio, una Ridley fuori
parte – paradossalmente, convince nelle poche battute che ricalcano
il testo originale – capitana un cast inquadrato dal buon lavoro
del direttore della fotografia, ma che fa storcere il naso per la
parrucca dello zio Clive Owen e il passo falso di Naomi Watts, regina che fa quanto possibile per risultare
credibile. Essere o non essere, è questo il dilemma. Vive la
stessa scissione anche l’adattamento di Claire McCarthy: povero e
frettoloso. (5)
Violet
è una ragazza di belle speranze su un’isola sperduta al largo
delle coste inglesi. Figlia di una genitrice single sommersa dai
debiti, trova un angelo custode in un ex cantate d’opera ridotto a
un clochard solitario: in lei, giovane dalla voce angelica, sembra
vedere l'ombra di un talento cristallino. Brava ma non abbastanza ambiziosa,
protagonista di un talent show, l’adolescente si scopre spaventata
dai bagni di folla e dall’arrivo della puntata finale. Come
fronteggiare le aspettative e la pressione psicologica un ambiente
competitivo? In Teen Spirit, iconico soltanto per il titolo,
c’è l’ascesa di Violet, ma mancano i dubbi, le incertezze, la
battuta d’arresto. Fiaba canonica e un po’ superficiale,
preferisce i toni drammatici a quelli scanzonati e una fotografia
alla Refn, mentre la colonna sonora passa alcuni dei pezzi più ammiccanti delle ultime estati. Restano la regia e il montaggio
accattivanti, a opera del figlio d’arte Max Minghella; la bravura
assodata di Elle Fanning, dotata di una vocalità interessantissima e
sempre perfetta in ruoli che richiedono una bellezza a tratti
angelica, a tratti selvaggia. Telegenico e instagrammabile, con poco
cuore e altrettanta poca grinta, questo musical non ha la stoffa per
la fama. Forse ha l’X Factor – stile, interpretazione, qualche
performance da riascoltare –, ma per renderlo memorabile servirebbe il resto dell’alfabeto. (6)
Un’altra
ragazza di talento, un’altra storia di canto e rivalsa. Si parte
altrove, da lontano. In territori che, all’apparenza, hanno più
che fare con il thriller. Una regia caliginosa ci porta
negli Stati Uniti, nel cuore di una strage scolastica. La giovane
Celeste sopravvive. E canta la sua rinascita fino a diventare una
stella. Ma la sua carriera, inquadrata in tre tappe
fondamentali della formazione, è scandita da tre atti di violenza:
prima la strage, poi il crollo delle Torri Gemelle, infine un
attentato in Turchia. Perseguitata dalla fatalità, la pop star canta
i sogni infantili e il decadimento; l’ambizione e la barbarie.
Simbolo dei più, deve il proprio successo a Dio o a un patto con il
diavolo? Vox Lux, profondo su carta, vorrebbe raccontare
assieme all’evoluzione del personaggio femminile l’involuzione
del panorama musicale. Ma partito sotto i migliori auspici, con la
voce narrante tipica dei documentari, abbandona la cupezza iniziale
per una verbosissima seconda parte. Pretenzioso ma molto ben diretto,
il film di Corbet si articola infatti in una serie di colloqui con la
sorella maggiore di Celeste, la figlia, il manager Jude Law, un
giornalista scandalistico. La colonna sonora è poco
orecchiabile. E la protagonista, interpretata da adulta da una
dimenticabile Portman, incarna il prototipo della celebrità
capricciosa e narcisista, circondata di relazioni fallimentari e
tappe bruciate. Il tutto, in direzione di un epilogo da film-concerto, dove il playback spudorato di Natalie e le coreografie alla
Lady Gaga non sono all’altezza dell’apoteosi istantanea del
personaggio. Lo spettacolo deve continuare. E il film invece? Quando
comincia? (5,5)
Non
è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come
questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono
presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che
Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal
MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per
volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì,
perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del
nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che
mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di
Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice
l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà
l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del
film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non
ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per
costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare
l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento
galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un
esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è
una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al
tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From
Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo
imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi
e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con
noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits.
(6,5)
Avevo
già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante
probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso,
per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho
aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma –
come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di
sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli
di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca
rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però,
grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca
fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel
mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la
trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per
inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia
s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou
della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della
già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone
della collega ma incanta più per l’accento, per la
bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale
ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical
del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si
lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi –
troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a
quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film
che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con
affetto. (5,5)
Quanti
segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei
record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da
rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda
nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di
genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la
Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia.
Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da
cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a
voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical
perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha
lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare
– e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei
flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini,
con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto
brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we
go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone
all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come
contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe
scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la
sua leggerezza benefica. (6,5)
Scoperta
recente, la serie di Dragon Trainer mi è
subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni
Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al
cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi
della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto
una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che
parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo
padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e
dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti,
questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro
rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in
passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di
riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e
sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi
alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel
mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra
impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e
altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica
di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o
proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio
voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar
andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)
I
protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in
una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza
di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali,
tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli,
personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy –
unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una
chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi
alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate,
tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller
psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in
spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione
fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass
rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti
colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd,
alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi
seguito non richiesto. (5)
Era
stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese,
data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato
essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il
progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal
taglio femminista, che piace all’autore in persona per la
colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon
Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali:
compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler –
erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi
dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco
stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera,
uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina
bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le
braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo
l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e
rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la
personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo
spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto
la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)
È
alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del
capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia
slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani.
Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il
sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più
surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per
tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata
dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva
sul loop temporale del film precedente: generato non dalla
provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende
l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui
non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare:
sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un
aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia
perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati.
Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno
al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a
giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica –
lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi
di paura che in passato scarseggiavano. (7)