lunedì 22 febbraio 2021

Recensione: Questo giorno che incombe, di Antonella Lattanzi

| Questo giorno che incombe, di Antonella Lattanzi. Harper Collins, € 19,50, pp. 456 |

Lo hanno ribattezzato il Giardino di Roma. Lontano quanto basta dal caos cittadino, è il quartiere perfetto per ricominciare. Le strade portano nomi di attori e cantanti famosi, i parchi intorno sono verdeggianti, la vita trascorre placida. Composto da sei palazzoni azzurri, con al centro un cortile animato dagli schiamazzi dei bambini, il complesso residenziale in cui si trasferiscono Francesca e famiglia sembra paradisiaco. I vicini sono ospitali, anche se un po' ficcanaso: gli appartamenti, infatti, sono sprovvisti di tende. Il cancello rosso all'ingresso ispira un senso di sicurezza diffuso: rossi sono anche i braccialetti ai polsi dei più piccoli. Lì i protagonisti saranno felici, al sicuro. Come nel più classico degli horror, però, niente è come sembra. E ben presto Francesca si trova a fare i conti con i modi scorbutici dei responsabili della portineria, strane ombre che si muovono ai margini del suo campo visivo, atti di piromania inspiegabili... Fino alla tragedia: una sparizione raggelante – un rapimento, forse un omicidio –, che trasforma il tranquillo quartiere in uno scenario da cronaca nera. Che fine ha fatto Teresina? Il pericolo è all'interno: dentro quel condominio non così perfetto; nella testa a soqquadro di Francesca, donna sull'orlo di un tracollo psicologico.

Perché non succede qualcosa a qualcuno? Anche qualcosa di brutto, purché succeda qualcosa (sei una creatura malvagia – scusa, scusa).

Madre di due bambine piccole, moglie nell'ombra del ricercatore universitario Massimo, la protagonista è una trentacinquenne vittima dell'alienazione tipica di molte neomamme. Nevrotica, sfiorita, senza prospettive future, patisce l'insonnia, gli automatismi della routine e lo start working mentre il marito è impegnato altrove: sradicata da Milano e vittima di misteriosi vuoti di memoria, prende a guardare con sospetto e un po' di invidia il vicinato. I condomini formano un organismo policefalo. Dotati di un senso di giustizia tutto loro, si riuniscono in autentiche adunate e sobillano contro chi non si adegua: l'affascinante Fabrizio, ad esempio, violoncellista che preferisce starsene in disparte. Pur di ritrovare sé stessa, Francesca sarebbe disposta a diventare parte di quel coro vagamente mostruoso? Proposto per il premio Strega da Domenico Starnone, Questo giorno che incombe è un romanzo sorprendente. Anzi, è tanti romanzi in uno. Una riflessione amarissima sulla maternità, la solitudine, la depressione. Una storia d'amore tanto spasimata quanto impossibile. Un thriller psicologico che strizza l'occhio al giornalismo d'inchiesta.

Le altre madri sanno tutto, forse. Io non so niente. Se le madri sapessero tutto, i bambini non scomparirebbero. Se le madri sapessero tutto, i figli non sarebbero estranei con sopra la faccia dei tuoi figli. Le madri non sanno niente, e i figli soffrono, crescono, sbagliano, chiedono aiuto da soli nella notte ma nessuno li viene a salvare, crescono, vivono, impazziscono, muoiono, e le madri non sanno niente. Non esiste un sesto senso delle madri. C'è solo il caso, l'amore, la speranza, o il tradimento.

Il troppo stroppia? A giudicare dal parere di qualche lettore scontento, sì. Personalmente ho trovato il microcosmo di Antonella Lattanzi di un magnetismo irrinunciabile, anche se sarebbe meglio per la vostra incolumità non soggiornarvi troppo a lungo. Sensibile nello scandagliare tanto il mondo degli adulti – pulsioni segrete, bugie, tensioni – quanto quello dei bambini – riti, giochi, cantilene –, l'autrice architetta una vicenda oscura, dai ritmi perfettamente cinematografici, dove una scrittura sincopata e ossessiva fa da potente amplificatore. Generosissima, Lattanzi rende il romanzo un concentrato di grandi terremoti interiori, di grandi passioni, con un senso di tragedia che aleggia palpabile dalla prima all'ultima pagina. Minacciato da un predatore senza nome, il quartiere appare d'un tratto in decadenza. Il cortile è una scena del crimine. Mentre fuori dai cancelli si muovono ombre sinistre e giornalisti affamati di scoop, dentro è un assalto continuo ai nervi della povera Francesca. Quella casa, all'inizio inondata di luce, si fa man mano più piccola, più buia, più maligna. E, grazie a un espediente memorabile, comincia a parlare alla donna: autentica coprotagonista, diventa infatti la migliore amica e la peggiore aguzzina di Francesca. Storia di una novella Rosemary's Baby, Questo giorno che incombe ha i palazzoni di Eshkol Nevo e Aisha Cerami – a ogni piano c'è una storia, una voce, un rumore –, ma si lascia divorare grazie alle atmosfere del miglior Polanski. Tesissimo, è un attacco di panico. Un ossimoro. È urlare, ma sottovoce. Di là ci sono le bambine che dormono, meglio non svegliarle.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sunday Girl – Where is my mind

sabato 20 febbraio 2021

Il mio primo incarico: gli insegnanti imparano

12 febbraio 2021. Ore 13:20. 

Ho scattato questa foto la settimana scorsa, in un'aula deserta. Non sapevo che dall'indomani non avrei più rimesso piede nella scuola della mia prima vera supplenza: il liceo scientifico di Ortona (CH) Alessandro Volta. Siamo passati improvvisamente in DAD e la mia ultima settimana di lavoro si è svolta a casa, davanti al computer, senza la possibilità di congedarmi a dovere: c'è voluto poco, infatti, affinché mi affezionassi alla sveglia alle 5:30 del mattino, alle attese e alle accelerate della vita da pendolare, agli altri passeggeri del regionale diretto a Pescara, ai pettegolezzi in aula professori, alla schiettezza un po' rumorosa dei ragazzi di quarta e quinta. 

Ho insegnato, Italiano (l'Illuminismo e Parini, D'Annunzio e Pascoli) e Latino (l'esametro, Lucrezio; Plinio il Vecchio, Quintiliano, Tacito). Ho imparato. A chiedere indicazioni a chicchessia, a fraternizzare con gli autisti degli autobus, a usare il registro elettronico Argo, a tenere testa tanto alle pretese dei superiori quanto a quelle degli studenti, a impostare un compito in classe, poi a correggerlo. In venticinque giorni di viavai, dal 19 gennaio al 12 febbraio, sono diventato un po' più grande. Ho preso confidenza col suono della mia voce, con le molle delle mascherine che mi segano le orecchie, con l'ampiezza delle mie braccia mentre gesticolo. Non so bene quando sia successo né come, ma a un certo punto nei corridoi non mi scambiavano più per un alunno travestito da adulto: finalmente credibile, mi sono sentito al posto giusto, e sì, ho avvertito un fremito di emozione nello spiegare  la musicalità della "Pioggia nel pineto", ma soprattutto nel negare agli studenti recidivi il permesso di andare al bagno.

La supplenza è finita poco fa, ho salutato tutti davanti allo schermo. Chiuso il computer, mi sono guardato intorno in cerca di un nuovo senso da dare alle mie prossime giornate, alle mie nuove attese, e ho pensato: chissà se in strada, prima o poi, riconoscerò lo sguardo di uno studente attento quando potremo tornare a girare a volto scoperto; chissà quando mi sentirò chiamare ancora professo'.

martedì 16 febbraio 2021

Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov


| Lolita, di Vladimir Nabokov. Adelphi, € 12, pp. 395 | 

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Sono passati sessantasei anni da quando Vladimir Nabokov spese queste parole indimenticabili per introdurci la sua protagonista, Dolores Haze, e stupisce constatare come la malia della scandalosa ninfetta continui tutt'ora a illuminare, ardere, far dannare. L'incipit, uno dei più belli di sempre, ci catapulta immediatamente in una storia tossica che non ha bisogno di presentazioni: quella tra Humbert Humbert, accademico di mezza età originario della Costa Azzurra, e l'unica figlia dell'insipida Charlotte, sposata soltanto per bearsi della vicinanza della bambina. Perché Lolita, tredici anni, è questo: una bambina, già consapevole della propria avvenenza, bramata da un predatore sessuale. Il suo stesso patrigno. A dispetto di una tematica che riempe di repulsione – la pedofilia –, il censuratissimo classico dell'autore russo annovera uno stuolo di lettori che ne parlano come del romanzo della vita: cosa lo rende un capolavoro estraneo tanto al tempo quanto alla morale? Attratto dalle mentalità deviate e dagli argomenti scabrosi, ho letto senza formulare giudizi «la confessione di un vedovo di razza bianca»: il diario dettagliato di un'ossessione morbosa che, anziché inquietare, nella prima parte regala sprazzi di impensabile poesia. Il merito spetta a Humbert, il supremo dei narratori inattendibili: con voce musicale e mani da rapace, sceglie parole di miele per svelarci le proprie perversioni. Soave perfino nella turpitudine, irresistibile anche quando osceno, intreccia fantasie pedopornografiche e pensieri omicidi in una tessitura sopraffina di istinti animaleschi, caos e fatalità. Dall'alto di una prima persona tronfia ed egoriferita, Humbert sventola il dito verso una giuria immaginaria. Apostrofa il lettore.

Non siamo dei depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da saper controllare i nostri impulsi in presenza degli adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un'unica occasione di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più categorico, degli assassini. I poeti non uccidono mai.

Tra lunghe digressioni e alibi furbastri, legittimato da una ricca schiera di poeti antichi e criminali, il protagonista sotto accusa costruisce un'orazione ciceroniana dove attraverso gli espedienti retorici più fantasiosi cerca di giustificare ogni scelleratezza. Comunque ben lontani dall'assolverlo, non possiamo non gustarci i suoi guizzi funambolici; un eloquio impreziosito di francesismi e calembour, colto fino a diventare insopportabile; la resa visiva di ambientazioni lussureggianti e lussuriose, d'altri tempi, popolose di creature botticelliane. Se la prima parte sarebbe da imparare a memoria – il capitolo più magistrale, per quanto disturbante, racconta l'inutile veglia di Humbert in attesa che i narcotici agiscano sulla figliastra: medita di violarla nel sonno –, la seconda si trascina fino ad annoiare. Rinunciando a quell'incantevole sentore di sospensione, i protagonisti si dedicano a estenuanti viaggi in macchina che danno al romanzo un'indigesta dimensione on the road. La loro è una fuga dal mondo, dal sospetto altrui, che tuttavia non può tagliare fuori il tempo: continuando a scorrere incessantemente, arrotonda le forme della giovinetta; le aggiunge centimetri in altezza; la rende più ordinaria. Servita e riverita, schiava d'amore o forse perfetta padrona del gioco, Lolita tiranneggia al suon di gelosie e capricci. Bambina fatale, amante dei rotocalchi cinematografici e del tennis, conduce il romanzo verso territori noir e il suo compagno di viaggio in una caccia sincopata, febbricitante, vertiginosa.

La vita è molto breve. Da qui a quella vecchia macchina che conosci così bene ci saranno venti, venticinque passi. È un tragitto brevissimo. Falli, quei venticinque passi. Subito. Immediatamente. Vieni così come sei. E vivremo per sempre felici e contenti.

La mia Lolita – quella che, dall'immaginario collettivo, ricordavo ben prima di fare la sua conoscenza – abita le prime duecento pagine e basta. È una farfalla intrappolata in una cornice, splendida perché cristallizzata, immortalata in tutta l'innocenza dei suoi anni sfacciati. Al posto di trasformarsi in una riflessione sulla fugacità della giovinezza, sull'eternità della poesia, l'epilogo tradisce la compostezza dell'inizio. Privata della sua magia, strappata da un Eden in cui prende languidamente il sole, la protagonista «morta e immortale» viene trascinata in disavventure rocambolesche. Conosce lo squallore dei motel, l'irruenza del sesso, il desiderio di altri malintenzionati, la maturità. Sgualcita, strattonata a destra e a manca, diventa più adulta e perde di poesia. Tradisce Humbert Humbert, secondo me, ma viene a sua volta tradita da Vladimir Nabokov. Non ho apprezzato, in particolare, il salto cronologico degli ultimi capitoli: ambientati a tre anni di distanza dagli eventi narrati, sono un brusco ridestarsi; l'amara consapevolezza che perfino le creature leggendarie, le ninfe, perdano la scintilla. Da questo sogno erotico impossibile, lungo oltre mezzo secolo, sarebbe stato meglio non svegliarsi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Mystery of Love

venerdì 12 febbraio 2021

Verso gli Oscar: Malcolm e Marie | Promising Young Woman | Pieces of a Woman

110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)

Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)

Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)

lunedì 8 febbraio 2021

Recensione: Piperita, di Francesco Mila

 
| Piperita, di Francesco Mila. Fandango, € 18 |

È un esordio di un autore giovanissimo, classe 1996. Ha un titolo e una copertina che sanno d'estate, di freschezza. Ma Piperita è una romanzo che spesso mi ha messo emotivamente alla prova. Iniziato nei giorni da pendolare, nel tragitto casa-lavoro, si è lasciato leggere lentissimamente nonostante le trecento pagine scarse. Ho dovuto metabolizzare i dolori del protagonista, infatti, insieme ai miei. È stato difficile. Quando si parla di tematiche vicine al mio vissuto, mi capita spesso di restare deluso: era successo di recente con l'ultimo Roberto Camurri. Vagamente infastidito dalla pacatezza dell'autore NN – pretendevo bile, lacrime, vergogna: pretendevo di specchiarmici –, ho apprezzato al contrario l'approccio viscerale di Francesco Mila. Leggendo nuovamente di una famiglia disfunzionale, analizzando gli strascichi sentimentali lasciati in eredità dalla sindrome d'abbandono, ho trovato tra le pagine la mia antica rabbia verso gli adulti; le memorie di un'infanzia agrodolce; tutto lo smarrimento della mia generazione. Piperita è un cerotto che ho preferito scollare piano anziché strapparlo via. Ci ho messo tutta la pazienza del mondo, nella speranza che la ferita – nascosta sotto la striscia adesiva – intanto fosse guarita da sé. Questa è la storia di una di quelle famose famiglie infelici a modo loro, ma anche a modo mio.

È una sensazione opprimente: volere disperatamente che una persona se ne vada, per respirare, e quando se n'è andata davvero, non respirare più.

Diviso in due metà opposte ma complementari, il romanzo parte dai primi ricordi di Lapo: ha appena quattro anni quando nasce Emma, sua sorella, e qualcosa si guasta per sempre. Ad esempio il rapporto tra i suoi genitori. Perché papà, medico, sta più in ospedale che a casa? Perché mamma, insegnante, piange più forte della neonata e a volte minaccia fughe, a volte suicidi? Testimoni dell'impotenza del padre e della depressione della madre, Lapo ed Emma sopravvivono a un'infanzia di dissapori grazie alla loro affinità alchemica, che raggiunge i picchi più felici in vacanza. Sua sorella, soprannominata come il personaggio dei Peanuts, è una forza della natura. Simpaticissima, vitale, bugiarda, al lago o in villeggiatura in Calabria inventa storie dentro storie nelle quali è bello rifugiarsi per sfuggire alle tempeste domestiche: perciò sotto il pelo dell'acqua ci sono le lische spettrali dei bambini morti annegati; nella pancia delle donne in dolce attesa si apre una magica finestra; i ricordi di un viaggio a Disneyland si colorano di verità impossibili. I protagonisti condividono le favole, ma anche il sospetto dei tradimenti; il turbamento. Nella seconda parte, inevitabilmente, si trasformano: quando arrivano gli anni della pubertà, cupi e inquieti per definizione, Lapo ed Emma sperimentano lo stesso male che affligge i genitori. L'incomunicabilità è un contagio. Perché Lapo non riesce ad aprirsi completamente con Greta, la sua fidanzata, trincerato dietro comportamenti passivo-aggressivi? Perché Emma smette di mangiare con gusto, fino ad assottigliarsi a vista d'occhio: vuole forse scomparire? Nelle altre stanze, dappertutto, riecheggiano le parolacce e le recriminazioni di mamma e padre. Acuto e impietoso osservatore, il primogenito annota i tira e molla, gli avvocati divorzisti nominati e poi mai consultati, le smanie della genitrice alla toeletta: vanitosa, incostante e bellissima, la madre vive in un frullatore animato da pianti e slanci, periodi oscuri e feste sfrenate, citazioni pretenziose di film e attori hollywoodiani. Cos'ha ereditato Lapo – riccio e cespuglioso, come il papà di origini meridionali – da lei? Se somigliasse al suo mito cinematografico, il divo James Dean, sarebbe un figlio più amato?

Io lo so che non sei cattivo, anche se spesso ti comporti come se lo fossi. E so anche che mi vuoi bene. Ma l'affetto qualche volta bisogna saperlo dimostrare. I demoni, ti assicuro, li abbiamo tutti. Ma se i tuoi li tiene sempre chiusi, per noi respirare è impossibile. Fagli cambiare aria. Mandali a fare la spesa, almeno quando sei con me. Vedrai che farà bene a tutti, ai demoni e a te.

Piperita è un viaggio poetico nel cuore dell'inquietudine giovanile. Destinato a incupirsi di svolta in svolta, si inasprisce e immalinconisce fino a far dimenticare i toni sognanti dell'inizio. A un certo punto, il soprannome infantile del titolo apparirà anacronistico, stonato. A un certo punto l'irresistibile maglia a righe in copertina sarà da riporre negli scatoloni, fuori stagione. Francesco Mila spiazza, con una storia per certi versi risaputa. La spensieratezza di Piperita cede il testimone al cuore pesante, e al cervello pensante, del fratello Lapo. Immediato ma visionario, colto e pop al tempo stesso, il narratore ha un po' della drammaticità di Alessio Forgione e un po' del senso di meraviglia di Fabio Genovesi. Fra aneddoti tenerissimi e riflessioni esistenziali, sogni favolosi e incubi sanguinari, ci apre le porte di una seduta psicoanalitica sull'elitarismo dolore. A lungo ho peccato della stessa superbia: mi credevo il più infelice e incompreso di tutti. Ho allontanato il mio prossimo per non essere allontanato a mia volta; ho preferito la solitudine all'abbandono. La terapeuta e Francesco ci dicono, per fortuna, che non tutto è perduto. Tornerà la stagione delle ciliegie. Tornerà un'altra estate, e al lago o a Napizia indosseremo la solita maglietta a righe. E torneremo a chiamarci a vicenda coi nomignoli, come i personaggi dei Peanuts, anche se nel frattempo saremo maturati lontano dai colori pastello dei fumetti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Ahia!

venerdì 5 febbraio 2021

Let's talk about sex: Pure | Bonding S02 | Big Mouth S04

Marnie pensa al sesso. In continuazione. A occhi aperti e chiusi, immagina di vedere attorno a sé ventri, capezzoli, sederi; incesti, amplessi, ammucchiate anti-Covid. È una sex addicted come Michael Fassbender in Shame? È etero, omo, o forse bisessuale? Quelli che la tormentano sono le classiche paturnie di un disturbo ossessivo-compulsivo? Venticinquenne, protagonista di una logorante lotta contro sé stessa, la giovane sbriga lavori saltuari, alza troppo il gomito, vive a scrocco a casa di un'amica londinese. Inquieta e fuori posto, con i frequenti sguardi in camera del primo episodio e la sua bellezza tutta contemporanea, ricorda perfino un po' l'iconica Fleabag. Possibile mai che una serie così fresca, così pionieristica, sia stata subito cancellata in patria? Possibile che dovessimo affidarci a RaiPlay – solitamente molto pudico – per goderci il romanzo di formazione di una presunta pornomane? A dispetto dell'originalità dell'incipit, Pure esaurisce presto le sue carte vincenti. All'inizio prontissimo a farvi scoprire una chicca nascosta, di episodio in episodio ho iniziato purtroppo ad avvertire una certa insofferenza verso i comprimari – l'amico dongiovanni in astinenza, la collega lesbica, il coinquilino sexy –, inseriti soltanto per ampliare il minutaggio. Episodi più brevi avrebbero giovato, insieme ai riflettori puntati solamente sul talento comico di Charly Clive: Pure funziona a meraviglia quando c'è lei in scena, ma si perde poi nei mari di sbadigli delle sottotrame superflue. Insomma, lungi da me piangerne la prematura cancellazione: ben venga però un prodotto così, per rassicurare tutti gli spettatori in crisi per via della loro sessualità. Ci qualificano le nostre azioni; non i nostri pensieri – peccaminosi. (6,5)

Ci avevano aperto le porte del mondo del BDSM con sfrontatezza, autoironia e piglio inguaribilmente indie. Sebbene in sordina, i protagonisti di Bonding – piccola serie che ai tempi avevo consigliato in lungo e in largo, sulla scia dell'entusiasmo per The End of the Fucking World – sono tornati in una seconda stagione tutt'altro che attesa dal pubblico degli abbonati Netflix. Con il senno di poi, dopo averla vista e dimenticata nell'arco di due serate, posso dire a malincuore che nessuno ne avrebbe sentito realmente la mancanza. La mistress Tiff e l'amico Pete, allievo aspirante, vanno a scuola di sadomaso dopo essersi inimicati gran parte della comunità fetish. Prigionieri di una doppia vita, tentano come possono di conciliare professione e vita sentimentale: lei, che fa fatica a impegnarsi, si scopre innamorata persa del ragazzo di turno, nonostante il ritorno di una vecchia fiamma; lui, invece presissimo da un nerd occhialuto, a Capodanno si rende conto che il fidanzato non ha ancora fatto coming out in famiglia. La principale storia d'amore-odio, però, resta proprio quella tra i protagonisti: due migliori amici con un passato irrisolto, che vivono un rapporto tanto simbiotico quanto tossico. Tiff si sente al sicuro accanto a Pete. Pete, invece, si percepisce spericolato e ribelle in compagnia di Tiff. Sorpresi a un bivio, alle prese con progetti e priorità diverse, popolano otto episodi fitti di monologhi e dialoghi ben strutturati: per questo, purtroppo, il tutto risulta meno spontaneo che nell'esordio. Più patinata, più televisiva, Bonding si allinea ai temi della prima stagione, ma sono lontanissime le atmosfere delle belle commedie festivaliere. Peccato. È rapida e indolore, lì dove avrebbe dovuto impartirci qualche rumorosa scudisciata di più. (6)

La boccaccia di Big Mouth, longeva serie animata Netflix per molti già oggetto di culto, torna a spalancarsi nella quarta stagione. Riversando al solito ora oscenità inenarrabili, ora perle di saggezza. Questa volta si parla di masturbazione maschile e piacere femminile; del ciclo mestruale, sdoganato perfino nelle pubblicità italiane; di transessualità, coinvolgendo nel doppiaggio italiano anche la nostra Vittoria Schisano; di depressione e ansia sociale, personificate rispettivamente da un languido gattone e da una zanzara insopportabile. Sbucati da un capitolo di American Pie – la saga cinematografica per eccellenza che segnò gli anni pruriginosi delle mie scuole medie –, gli episodi iniziali ci portano in campeggio con i protagonisti: sono i più spassosi del ciclo. Finita l'estate, con il ritorno sui banchi di scuola, la monotonia è dietro l'angolo tra coming out, colpi di fulmine e riflessioni sull'identità culturale. Scollegati e caotici, gli episodi della quarta stagione compongono una polifonia nonsense – puntate futuristiche, sprazzi horror, confraternite infernali e fantasmi: chi ne ha più ne metta –, dove la natura demenziale della produzione prevale infine sulla qualità. Questione di punti di vista: per molti è la stagione migliore delle quattro; per me di gran lunga la peggiore. L'anno prossimo tornerò a trovare Nick, Andrew, Jessie e gli altri? Mi risintonizzerò, a colloquio coi miei Mostri degli ormoni? Scontento, per un'educazione sessuale e sentimentale come si deve, aspetterò con il batticuore il ritorno di Sex Education. (5,5)

sabato 30 gennaio 2021

Recensione: La saga di Vigdis, di Sigrid Undset

| La saga di Vidgis, di Sigrid Undset. Utopia, € 18, pp. 170 |

Ho finito di leggere questo romanzo durante la mia supplenza in quinta liceo. I ragazzi stavano facendo il compito di latino. Terminando La saga di Vigdis, opera di un'autrice Premio Nobel per la Letteratura nel 1928, ho pensato proprio ai banchi di scuola. All'ora di epica negli anni del ginnasio. Alla letteratura latina e greca del liceo. Quando in poco spazio – quello esiguo di una versione, quello di una melodiosa strofa in endecasillabi – erano condensati mondi interi, lunghe avventure per terra e per mare. Questo succede anche nell'ultima pubblicazione Utopia, precedentemente arrivata in libreria con Iperborea. Una storia d'onore e vendetta, d'amore e morte, che si dipana nell'arco di un ventennio di lotte ma che su carta dura 170 pagine appena. I capitoli sono snelli; lo stile di Sigrid Undset è semplice e immediato; il linguaggio – fatto di epiteti infraintendibili e attributi altisonanti – ricorda le particolarità dei racconti tramandati a voce. Della narrativa orale, però, il romanzo presenza anche i limiti: alcuni episodi appaiono dettagliatissimi, altri vengono riassunti sbrigativamente; alcune digressioni lasciano spazio a canzoni e miti popolari, a discapito poi di eventi condensati con furia.

Ora sono come un uccello che si dibatte a terra con le ali spezzate. Non può più allontanarsi da dove è caduto e non può vedere più in là del sangue che ha versato. Se cerco di ricordare il passato, mi viene in mente solo il presente. Se ripenso al tempo in cui ero allegra e spensierata, mi sembra solo una premessa per questa fine.

Ambientato tra Islanda e Norvegia, finestra su una cultura lontanissima dalla nostra, il romanzo si è rivelato un'appassionante gita fuori porta. Anziché intimorirmi – per via dei nomi di battesimo impronunciabili, dei luoghi remoti da ricercare uno a uno sull'atlante per meglio orientarmi –, mi ha affascinato dall'inizio alla fine. Oltre le colonne d'Ercole dei miei limiti, lì dove le leggende pagane abbracciano quelle cattoliche, ho letto del colpo di fulmine tra i protagonisti. Ljot, mercante ospite di un fattore, s'innamora della figlia di quest'ultimo: lei ricambia. Ma, ingelosito dalle voci di un presunto tradimento, fa propria la giovane on la forza. Sedotta e violentata, abbandonata nell'onta, Vigdis partorisce un figlio che cresce al suon di botte e rancori. Agli antipodi della barricata, i protagonisti vivono soltanto per rincontrarsi e per riaffrontarsi faccia a faccia. Sono furenti. Sono stati traditi. Nonostante tutto, a modo loro, restano innamorati.

Ma io amo la voglia scura che l'altra aveva tra i seni più di tutta la bellezza di Leikny. E amai di più lei quando mi colpì alla gola col suo coltello di quanto ami Leikny quando mi getta le braccia al collo. Ero meno infelice quando erravo d'inverno sulle montagne di Dovre pensando alla sua maledizione di quanto non lo sia quando torno a Skomedal e so che Leikny mi accoglierà con parole affettuose sulla porta di casa. Preferirei essere dilaniato dagli artigli di un orso bianco che saperla fra le braccia di Kare.

Divorato dal senso di colpa per lo stupro, Ljot è un'anima in pena incapace di perdonare sé stesso: ai successi professionali corrispondono le sciagure private; il suo matrimonio è avvelenato dai dissapori e la sua prole perseguitata dalla sfortuna. Reduce da peregrinazioni disperate, in fuga da una casa in fiamme, Vigdis diventa invece una novella Penelope capace di mediare tra pretendenti e usurpatori: donna di straordinaria resilienza, dispone alleanze; temporeggia; si affranca dichiarandosi padrona del proprio destino. Entrambi immorali, benché nobili d'animo, i protagonisti alimentano le braci di un sentimento sfuggente, viscerale, che nasconde ancora un'ultima scintilla. Sono concessi ritorni di fiamma, però, nell'epica brutale dell'autrice? Tra duelli, diaspore e travestimenti, La saga di Vigdis è una storia d'altri tempi. La cronaca di un amore lungo una vita e una vendetta, che a sorpresa apparirà più moderna del previsto nell'era televisiva di Game of Thrones. È un ritorno sui banchi di scuola, all'ora di epica. Questa volta, per appassionarsi a pulsioni ataviche e a moti femministi ante-litteram, non servirà la parafrasi.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Enya - Only Time 

martedì 26 gennaio 2021

Mr. Ciak in musica: Soul | Ma Rainey's Black Bottom | The Prom | Wild Rose

Dopo averlo incluso nella lista dei migliori film dell'anno e averne tratto ispirazione per un post, sembrerebbe superfluo scriverne ulteriormente. L'ho detto e lo ribadisco: Soul è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci per chiederci scusa. Poetico, profondo e maturo, è l'esperimento più felice di casa Pixar. Se perfino Inside Out e Coco mi avevano lasciato a guance asciutte, il miracolo è avvenuto grazie alle disavventure ultramondane di Joe: pianista jazz, muore all'alba dell'occasione della vita. Intrappolato nell'Antemondo, s'improvvisa mentore per una piccola anima che non ha nessuna fretta di venire al mondo. Perché nascere, gli domanda? Perché quell'attaccamento insensato a un'esistenza spesso e volentieri ingiusta? Che senso ha vivere, se destinati comunque a morire? Storia di due anime in cerca della famosa scintilla, Soul si muove fra paffute bolle di luce, contabili maniaci del controllo, silhouette alla Picasso. Ingegnoso dal punto di vista visivo, riserva altrettante meraviglie nel dipingere il mondo dei viventi: questa New York a cartoni, brulicante e caotica, è infatti di una bellezza alleniana. Prima o poi torneremo a chiacchierare con i barbieri, a danzare tra le foglie e i condotti di ventilazione, a mangiare pizza e lecca-lecca: anche se mai come oggi somigliamo a quelle anime smarrite, ridotte a gusci spaventosi per via dell'ossessione per talento e per la felicità. Mi sono sentito simile ai mostri di Soul tantissime volte; mi ci sento anche adesso. Cosa racconteremo ai bambini che si apprestano a nascere? Quale mondo troveranno? Quale futuro? Il film esistenzialista di Pete Docter, col suo contagioso senso di meraviglia e un protagonista vittima di una frustrazione tutta contemporanea, ci fa da bussola e promemoria. Vi rimetterà al mondo. (8)

Nella Chicago degli Venti, una sala d'incisione diventa un microcosmo di tensioni scandagliato come nella migliore tradizione teatrale. Durante una lunga seduta di registrazione, si suonerà il blues. E si farà spazio a conflitti religiosi, razziali, generazionali. Agli antipodi ci sono loro, che hanno un modo diverso di vivere la musica e il rapporto coi produttori: la cantante sulla bocca di tutti e un anonimo trombettista, che aspira però alla fama. Come suoneranno Black Bottom, il pezzo più famoso del repertorio: seguendo i desideri di Ma, la cui parola è legge, oppure le intuizioni di un giovane di talento? Rigoroso, intenso, importante, il film rinuncia alla dimensione corale di Fences – dramma familiare scritto dallo stesso drammaturgo – per concentrarsi sui poli della contesa. Da un lato abbiamo Viola Davis – qui meno protagonista del previsto, gigioneggia senza mai strafare –, nel ruolo di una diva dispotica e con manie di grandezza: volgare e rissosa, con il trucco sbavato e il volto madido, è una leonessa sul palcoscenico ma nella vita reale è una donna di colore a cui non portano il dovuto rispetto. Dall'altro, invece, c'è Chadwick Boseman: scomparso all'indomani delle riprese, spicca per la scarpe gialle nuove di zecca e per il desiderio di primeggiare. Destinato a commuovere in due monologhi strazianti, è il portavoce di una rabbia giovane che l'attore ha reso eccezionalmente grazie alle sue ultime energie: orgoglioso e disperato, si ostina a prendere a spallate le porte chiuse a chiave. Per lui non esistono divieti. Ma se la porta si affacciasse su un muro di mattoni? I bianchi, dice la protagonista con aria di superiorità, non capiscono il blues. Probabilmente non capiremo fino in fondo neanche il messaggio di questo film, connaturato nella cultura “black”, ma ciò non ci impedirà di applaudirlo. (7+)

In una cittadina di bifolchi, il ballo di un'adolescente omosessuale è messo in pericolo dalle decisioni del consiglio di classe: non potrà ballare con la propria fidanzata. Per contrastare l'episodio di omofobia, è in arrivo una squadra di allegre fate madrine direttamente da New York: tre star di Broadway non più sulla cresta dell'onda si prendono a cuore le sorti della protagonista al suon di balli, canzoni e armonia. Ispirato a una storia realmente accaduta ma già messo in musica sui palcoscenici, The Prom appartiene a un genere che è il mio guilty pleasure sin dai tempi di Glee: il musical. È proprio Ryan Murphy, il creatore della serie per teenager, a dirigere il film Netflix. Porta con sé anche qui il solito armamentario: nomi altisonanti, un gusto kitsch, qualche aspettativa inevitabilmente delusa. Smaccatamente lieto, il film è una festa dai colori sfavillanti e dal cuore delicato per celebrare l'amore e la tolleranza. A onor del vero, nonostante i numeri musicali siano innumerevoli, soltanto pochi risultano davvero memorabili e la stella più splendente del nutrito cast è quella di una Streep ancora una volta in odore di Golden Globe: primadonna vanitosa e narcisista, che non ha mai elaborato la rottura con il marito presentatore televisivo, regala un'entrata di scena trionfale, qualche battuta caustica e inattesi momenti di struggimento davanti al Matrimonio del mio migliore amico. Insieme a lei Corden, attore gay ai ferri corti coi genitori, e una Kidman dall'amaro destino di ballerina di fila. Molto colpevoli, ma altrettanto piacevoli, queste due ore scorrono all'insegna dei buoni sentimenti e ci insegnano l'orgoglio di stare a centro pista. A dicembre, e a Broadway, eravamo tutti più buoni. (6,5)

Lei è Rose. Selvaggia come da titolo. Reduce da un anno di carcere per stupefacenti, madre e figlia borderline, si muove nel grigiore dei sobborghi scozzesi ma punta a Nashville con la fantasia. Si può vivere il sogno americano anche lì, in una plumbea Glasgow dov’è illecito nutrire ambizioni di gloria? Quest’anno protagonista dell’ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, la poliedrica Jessie Buckley si nasconde sotto la frangia spettinata e negli stivali da rodeo in una commedia musicale assai ben accolta in patria. E nasconde una voce meravigliosa, che garantisce alla colonna sonora alcuni pezzi country-folk che in questi giorni non faccio altro che ascoltare e riascoltare. A tratti esilarante, a tratti struggente, la cantante di provincia si sente perennemente inadeguata. Sotto la superficie sbarazzina, cova un’insoddisfazione frustrante. Vive un rapporto conflittuale con la madre – la sempre preziosa Julie Walters –, illude i figli bisognosi con promesse non mantenute, delude la generosissima mecenate. Le cose andrebbero diversamente in Texas, dove tutti nutrono le sue stesse ambizioni? È meglio essere un pesce fuor d’acqua, o un pesce piccolo nell’oceano degli Stati Uniti? In cerca di una propria voce, Rose confida nella maturità; nell’addomesticamento. Perché sono possibili le vie di mezzo, e dove c’è talento può esserci anche equilibrio: essere responsabili no, non significa rinunciare. Storia ordinaria per svelarci un talento straordinario, Wild Rose è un feel-good movie perfetto per le domeniche di pioggia. Una favola moderna – con tre semplici accordi e, nel mezzo, tanta verità –, dove il sentiero di mattoni gialli conduce a casa anziché a Oz. (7)

venerdì 22 gennaio 2021

Recensione: Blankets, di Craig Thompson


| Blankets, di Craig Thompson. Rizzoli Lizard, € 29, pp. 592 |

Scegliere la prima lettura dell'anno richiede molta cura. Dal momento che chi ben comincia è a metà dell'opera, ai principi di gennaio ho messo la mia serenità di lettore nelle mani d'oro di Craig Thompson: un fumettista premiatissimo, capace a detta dei più di trasformare una mia passione recente – ossia i romanzi grafici – in un'autentica opera d'arte. Se non me lo avessero regalato all'ultimo momento, probabilmente non avrei letto Blankets con altrettanta urgenza. E senza questa coperta di patchwork il mio gennaio sarebbe stato un po' più buio di così, e soprattutto più freddo. Storia autobiografica, il graphic novel condensa grazie a sprazzi di dolore e lirismo il vissuto dell'autore: da un'infanzia sofferta, scandita da abusi fisici e psicologici, fino alla scoperta di un talento artistico capace di aprire impensate vie di fuga. Giusto al centro, però, c'è il cuore nevralgico della vicenda: quel primo amore, vissuto tra slanci e sensi di colpa, che aveva il carattere scostante della bella Raina. Craig la conosce al campo della parrocchia, durante le vacanze invernali, e insieme escogitano trovate ingegnose per saltare la messa della domenica o per non unirsi al coro degli altri fedeli. Vissuta inizialmente a distanza – lei vive in Michigan, con due fratelli affetti dalla sindrome di Down e una coppia di genitori in rotta di collisione –, la loro relazione epistolare diventa carnale quando Craig è suo ospite per qualche settimana.

Fa riflettere vedere i bambini che fanno tanta fatica per risalire la collina solo per provare il breve piacere della discesa. Noi adulti viviamo in salita. Su, su, su... Senza arrivare mai da nessuna parte.

Riuniti per un po' sotto lo stesso tetto, gli adolescenti sperimentano il contatto fisico, imparano a conoscere il sapore della pelle dell'altra persona o i rumori impercettibili del sonno, vivono notti che spererebbero interminabili in cui il paradiso sembrerebbe l'attimo presente. Nell'immaginazione, i letti diventano ora zattere contro la tempesta, ora fortini. Essendo un'opera stratificata e matura, però, Blankets non si limita a raccontare il semplice struggimento del romanticismo adolescenziale, ma anche le famiglie. Quella di Raina, faticosa ma amorevole. Quella di Craig, religiosa ai limiti del fanatismo, che ha instillato nel figlio un profondo senso di colpa e l'idea di diventare sacerdote. Crescere significa aprire finalmente gli occhi: accorgersi delle contraddizioni e delle bugie delle Sacre scritture, dei genitori, degli amanti. Se perfino la Bibbia contiene incongruenze grandi e piccole, quanto è possibile fare affidamento sulle promesse di una fidanzatina? A tratti tragico, a tratti esilarante, ma nostalgico e delicato fino alla fine, Thompson è un illustratore ispiratissimo e un narratore pieno di dubbi.

Di notte, quando stai sdraiato a pancia in su e guardi la neve che scende, è facile immaginare di librarti in volo tra le stelle.

Nonostante le visioni apocalittiche di diavoli tentatori pronti a pungolare con un forcone le sue pulsioni sessuali, nonostante la severità con cui bacchetta i genitori negligenti e il crepacuore immancabile dell'epilogo, fa di questa sua confessione a disegni un pacato salmo per onorare il gelido Wisconsin: le luci abbaglianti, le ombre lunghe, i pick-up scalcagnati, i silenzi condivisi, le attese cariche di non detti. L'elettricità statica, qui e lì, solleva scintille imputabili a fate o folletti. Le precipitazioni nevose, benché onnipresenti, non smettono di suscitare nei protagonisti un magico senso di meraviglia. Al momento del disgelo, arriverà l'ora di accettare il nostro passato, la nostra famiglia, noi stessi. Con il cambio di stagione – crescendo –, qualcosa sarà da riporre, qualcosa sarà da buttare via. Cosa ne è stato delle avventure in cortile con un dolcissimo fratello minore? Degli aneddoti, delle punizioni, della complicità? Cosa, ancora, delle lettere d'amore, delle dichiarazioni scarabocchiate sui bigliettini, dei regali? Ci sono cose che non chiuderemo mai in uno scatolone. Ci accompagneranno nei sogni più belli e segreti, nelle notti più pungenti. Resteranno per sempre. Anche se il mito della caverna di Platone fosse applicabile con puntualità alle relazioni umane – conosciamo le persone, infatti, o soltanto le loro proiezioni ingannevoli? –, sarà possibile tendere le mani verso una vecchia fiamma. Che non brucia, non più, ma emana comunque un calore confortante.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – Afterglow

lunedì 18 gennaio 2021

Recensione: Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron

| Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron. Adelphi, € 11, pp. 206 |

Da quando sei triste? Quando gli pongono questa domanda, James fa spallucce. Vorrebbe rispondere che triste lo è da sempre. Paragona il raggiungimento della felicità a una fatica erculea; essere in pace con sé stessi gli appare un'impresa agonistica, un po' come attraversare a nuoto il canale della Manica. Perché questo pessimismo cosmico, per di più alla tenera età di diciotto anni? C'entrano forse il divorzio dei genitori, i dubbi legati a una sessualità ancora inesplorata, la paura di un salto nel vuoto chiamato futuro? Scuote energicamente la testa. Poco importa se l'incostante mamma gallerista sia tornata da un viaggio di nozze a Las Vegas già in procinto di divorziare nuovamente o se il papà affarista, eterno Peter Pan, inganni lo scorrere del tempo con qualche ritocchino di chirurgia estetica; poco importa se qualcuno lo pensi gay, dopo un'adolescenza problematica e solitaria; poco importa dell'iscrizione a un college esclusivo, se all'improvviso medita di mollare gli studi per comprare una casetta isolata nel Midwest. James ha visto crollare le Torri Gemelle senza riportare grossi traumi, è fisicamente in salute, appartiene alla classe privilegiata che beve acqua Evian e spende diciotto dollari per un piatto di pasta. Ma in una metropoli popolata di squali e avvoltoi, percependosi alla stregua di un coniglio candido e indifeso, prevedibilmente non si sente a proprio agio. Ci si può sentire soli a New York? A colloquio con una psicoterapeuta che ha il brutto vizio di rispondere a una domanda con un'altra domanda, James verrà a capo di un viaggio a Washington che l'ha condotto sull'orlo del suicidio. Cos'è successo in gita scolastica? Cosa non è successo?

So di pensare e di parlare nella stessa lingua, e so che in teoria non c’è ragione per cui io non possa comunicare i miei pensieri appena si formano o immediatamente dopo. Eppure la lingua in cui penso e quella in cui parlo sembra spesso talmente lontane che mi pare impossibile colmare il vuoto sul momento o anche retroattivamente. […] Credo che nel mio cervello ci sia un setaccio che impedisce un rapido (e tantomeno simultaneo) travaso di parole. Un po’ come il filtro nello scarico della vasca da bagno. C’è qualcosa che trattiene i pensieri nel cervello e così bisogna cavarli a forza, come quegli schifosi grovigli di capelli bagnati.

Da quando sei triste? Se me lo chiedessero, risponderei anch'io da sempre. Anch'io, come James, non avrei altre argomentazioni. Prendendo in prestito uno dei passi più veritieri scritti da Peter Cameron, potrei aggiungere che a certe domande non c'è risposta; che qualche volta le parole non bastano. Un conto è pensarle, le cose, e un conto è esprimerle a voce alta. Nel passaggio dal cervello alla bocca si perdono sfumature sostanziali, come nelle traduzioni simultanee; i contenuti finiscono per suonare ridotti all'osso, banali. Il disagio di James somiglia al mio. Dal momento che purtroppo o per fortuna l'identificazione è stata istantanea, ho finito per affezionarmi a un romanzo destinato a dividere: o lo si ama o lo si odia. Diviso tra frustrazione e speranza, lieve e filosofico insieme, Un giorno questo dolore ti sarà utile è composto da episodi e dialoghi giustapposti. Manca una trama portante, manca perfino un epilogo. Nonostante tutto, avrei voluto sottolinearlo da cima a fondo, acquistare un diario Smemoranda e trascrivere a penna le pagine in cui mi sono sentito prima spiato, poi tradito, infine compreso. Eccomi qui: stimo noiosa la compagnia dei miei coetanei (James stravede per la nonna); vorrei saltare a pie' pari le tappe, essere già vecchio e avere il peggio alle spalle (come nei dipinti di Thomas Cole); mi vanto di usare al meglio modi e tempi verbali per mettere ordine al caos cosmico (i pensieri sono intrasponibili, perciò le parole vanno dosate con cura); sui social ho una vita parallela ben più interessante di quella vera (iscritto su un sito d'incontri, James si finge colto, di successo e con un pene di ragguardevoli proporzioni).

A volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non sono molto interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche felici, ma non sono molto profonde. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono, un dono crudele, ma pur sempre un dono.

C'è qualcosa che non va? Tutto. Niente. La nostra inquietudine misteriosa è celata dalle acque alte, mentre dall'esterno i più scorgono soltanto la punta dell'iceberg. Essere nella testa ingarbugliata di Cameron è un privilegio. Leggere di James è terapeutico. Non è mai troppo tardi, infatti, per rivivere i propri tormenti adolescenziali. Non è mai troppo tardi, soprattutto, per auscultarsi e scoprirsi così degli adorabili disagiati. A diciotto anni lo avrei considerato uno dei miei romanzi preferiti, ma nella mia vita – prigioniera di uno di quei loop temporali da film – è cambiato poco da allora. Sono irrisolto, confuso, incasinato. Alle vecchie ansie se ne sono aggiunte soltanto di nuove. Ma vado fiero di me e dei dispiaceri grandi e piccoli che mi hanno reso come sono oggi. A quasi ventisette anni, dunque, vado dicendo di essermi imbattuto a scoppio ritardato in una di quelle storie-specchio che riflettono tutte le mie nevrosi; tutte le mie contraddizioni. E anche se sono un personaggio alleniano, cinico e fatalista, non smetterò di prestare fede al titolo. Una frase di Ovidio, una promessa solenne. Perché il dolore non passerà mai, non c'è guarigione né vaccino – non è mal di denti, non è Covid –, ma prima o poi si scoprirà una ricchezza interiore. Vivo con impazienza in attesa di questo giorno, per vantarmi del mio dolore anziché affannarmi a mettergli una museruola.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Samuele Bersani – En e Xanax

giovedì 14 gennaio 2021

Recensione in anteprima: La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli


La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli. Marsilio, € 18, pp. 448 |

Arriva oggi in libreria, ma ho avuto il piacere di leggerlo in anteprima. È un signor thriller, ma ho preferito non alimentare ulteriori misteri: quanto mi sia piaciuto – con il suo carico di efferatezze, l'umorismo nero e i personaggi memorabili – l'ho svelato man mano su Instagram, durante i miei aggiornamenti di lettura. L'esordio di Roberto Cimpanelli, produttore e regista cinematografico, è la nuova dipendenza in cui gli amanti del genere non sapevano di incappare. Rocambolesco, oscuro e marcio fino al midollo, è un bagno di sangue degno del miglior Dario Argento che a sorpresa custodisce anche un cuore letterario. In una Roma bella, caotica e truffaldina, popolata di camioncini profumati di porchetta e cinema all'aperto, un serial killer armato di rampino semina morti ammazzati sul lungotevere: le vittime, col cranio trapassato e i bulbi oculari penzoloni, appartengono alla feccia peggiore. Tutte schedate per reati sessuali, dalla pedofilia alla violenza domestica, vengono giustiziate da un vendicatore fedele alla legge del taglione. Ad apparire fuori posto, tuttavia, è l'omicidio di una perpetua nella parrocchia che fu teatro di una strage degli innocenti: chi voleva colpire realmente l'assassino; quei delitti erano forse stati attribuiti alla persona sbagliata, un maestro di musica poi morto suicida? Tre personaggi diversi come il giorno e la notte, vecchi amici separati da un antico senso di colpa, sono chiamati a indagare: l'indagine sarà di quelle poco ortodosse.

Stanotte noi facciamo un giuramento: questo Male che non finisce mai, che non ha pietà di nessuno e che rinnega Dio, rispetta e teme solo chi ha il coraggio di sfarlo con le sue stesse armi. Noi saremo peggiori di lui, danneremo le nostre anime e lo distruggeremo, qualunque cosa sia.

Tormentato da incubi, Herman ha abbandonato il suo ruolo in polizia per dedicarsi a una piccola libreria. Di madre americana e padre italiano, cresciuto nella Nantucket di Melville, si è rifugiato in una quieta routine e nel letto di innumerevoli amanti per sfuggire all'inquietudine. Abituato ormai a barcamenarsi tra la clientela e i pochi dipendenti – l'adorabile Francesca, studentessa universitaria, e sua zia Giulia, ex professoressa dalla bellezza sfiorita –, il protagonista non avrebbe mai immaginato di ricevere a domicilio degli inquietanti DVD: inquadrature in soggettiva, con l'ausilio di una GoPro, dove le mani guantate dell'assassino commettono gli atti più esecrabili. Coinvolto suo malgrado in un nuovo turbine di violenza, Herman si unisce alla vecchia task force: riallaccia i rapporti con l'affezionato Walter, ispettore pronto a volare a Cuba per drammatici problemi di salute, e rivaluta la fedeltà di Gaetano, commissario in età da pensione rimasto da poco vedovo. Roberto Cimpanelli scava nel loro passato, nella loro psiche, nei loro demoni. Con generosità, impreziosisce il suo esordio con tre personaggi che fanno la differenza. Al centro di un'indagine privata, macchiano le loro fedine penali pur di far trionfare la verità. Fragilissimi, si sono rivolti ora alla fede, ora alla psicoterapia per venire a patti con le proprie coscienze. Ma la ricerca del serial killer diventa per loro un'ossessione viscerale, motivante, che rinsalda amicizie tramontate nonché un disperato attaccamento alla vita. Impari a chiamarli per nome, vuoi loro bene, e poco importa la conta delle loro colpe grandi e piccole.

Moby Dick è un falso obiettivo per cacciatori dilettanti: noi siamo un abisso senza fine, noi vaghiamo nelle tenebre.

Anche a costo di diventare un po' prolisso, La pazienza del diavolo si prende tutto il tempo necessario per approfondirli Compressi come pentole a pressione, per fortuna hanno diritto ad allegri momenti di distensione: il segreto di questo romanzo, per me, è un clima cameratesco, virile, godereccio, che aiuterà anche a metabolizzare gli aspetti più indigeribili – e perché no, meno riusciti – dell'epilogo. Partito come un rigoroso giallo all'italiana, il romanzo si apre nel prosieguo a gustosi sprazzi horror – la cognata di Walter, Estrella, ha infatti legami con la Santeria – per poi sfociare brevemente nella spy-story, con la comparsa di un'eminenza grigia con un ruolo clou nel nostro Paese di mezze verità. In quest'esordio, denso ma imperfetto, si ha l'impressione che qualcosa succeda troppo sbrigativamente e che qualche colpo di scena intuibile, al contrario, venga trascinato troppo per le lunghe. In ogni caso, poco importa: animato di desideri perversi e ferocia, La pazienza del diavolo si divora con impazienza grazie allo stile scorrevole di un autore che conosce alla perfezione i meccanismi dell'intrattenimento. Nero come la pece, è sì un luogo orribile, ma è rischiarato dalla giovialità di tre brutti ceffi che non vedo l'ora di incontrare in un secondo capitolo. Il libraio Herman D'Amore, che ha i dilemmi etici di Moby Dick scritti nel destino, conosce come le proprie tasche la lotta tra Achab e la balena; l'ha somatizzata. Chi bracca chi? Chi è il bene, chi il male? Pur sapendo che nell'abisso c'è posto per entrambi, la caccia resta aperta.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – I Promise

lunedì 11 gennaio 2021

Recensione: Supereroi, di Paolo Genovese


Supereroi, di Paolo Genovese. Einaudi, € 18, pp. 288 |

Si chiamano come i protagonisti di Lucio Dalla, ma ricordano più la coppia in crisi di una bellissima canzone di Brunori Sas. Anziché essere messi in musica, questi Anna e Marco si lasciano analizzare con schiettezza da un terapista d'eccezione, Paolo Genovese. Il regista di Perfetti sconosciuti già pronto a portarli in sala, dove avranno i volti di Jasmine Trinca e Alessandro Borghi – ha racchiuso il loro amore nel romanzo che mi ha tenuto compagnia sotto Natale. Molto più che una semplice commedia romantica, Supereroi si dirama nell'arco di vent'anni. Grazie a un montaggio cinematografico di sorprendente fluidità, passato e presente si alternano e si avvicendano. Si inseguono attraverso flashback e flashforward, in una struttura che ricorda un puzzle. I protagonisti, quindi, siedono a bordo di una macchina del tempo che ce li mostra ora agli albori della loro relazione, ora sul viale del tramonto.

Tu che sei così bravo con i numeri, quante possibilità ci sono che due persone che si incontrano per caso si incontrino una seconda volta?

Si sono conosciuti nei primi Duemila, in una Milano fradicia di pioggia: cercavano entrambi riparo sotto i portici. Lei artista di strada, fumettista aspirante, che si dilettava a immaginare i turisti da anziani; lui futuro docente di Fisica, abituato a ponderare perfino le precipitazioni atmosferiche. Anna è un'anima imprevedibile, Marco tiene i calzini anche durante il sesso. Anna ha paura di essere felice, Marco si getta a capofitto tanto nei progetti accademici quanto in quelli di vita. Se gli opposti si attraggono, perché la routine li ha comunque resi schiavi? Da quando una è appollaiata sul water, mentre l'altro si lava i denti, senza più misteri? Come mai lui si volta platealmente a guardare il culo a un'altra, per strada: è forse insoddisfatto? Fatto di tira e molla, di spensieratezza e gravità, il romanzo di Genovese cattura i gesti quotidiani, i momenti di complicità, le sfide grandi e piccole. Parla con realismo poco consolatorio dei compromessi a cui talora tocca scendere per non perdersi di vista. Se il vostro partner vi tradisse, preferireste una bugia o l'amara verità? Se non volesse né un matrimonio né un figlio, sacrifichereste i vostri desideri per rispettarne la volontà? Messi duramente alla prova dalla convivenza, dall'ansia dell'orologio biologico, dalla spesa all'ultimo momento da fare, Anna e Marco sono i protagonisti di un amore adulto, che cambia modalità ma non per questo scolora. Eccoli: in vacanza vanno sempre nella solita Ponza; al cinema, spesso e volentieri, siedono da soli per inconciliabilità di interessi o di orari; qualche volta consumano i pasti in solitaria...

Voglio fare un fumetto sui supereroi”, dice all'uomo. […] “Che hanno di speciale? Volano? Bruciano? Si trasformano”. “Stanno insieme”.

Trasformati in supereroi nelle strisce a fumetti di Anna – da qui il titolo –, trasmettono leggerezza pur condividendo i pesi della convivenza. Al contrario di Superman, non possono mandare indietro il tempo volando intorno al mondo in senso opposto. Come Spider-Man, qui e lì sono costretti a scegliere tra cuore e cervello, perché da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Pur non aggiungendo niente di nuovo al filone di One Day e Harry ti presento Sally – anzi, la deriva drammatica dell'ultima parte sembra un pegno da pagare al genere strappalacrime per eccellenza –, al momento giusto Supereroi saprà farà strage di cuori grazie a due personaggi profondamente simili a noi. Peccato per qualche forzatura di troppo, che potrebbe farmi preferire il film di prossima uscita al romanzo. Belli anche se più spiegazzati che agli inizi, piacevoli anche quando i toni si incupiscono, vivono l'avventura più coraggiosa che ci sia: restare insieme, nonostante tutto.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Brunor Sas – Per due che come noi

giovedì 7 gennaio 2021

Nove anni online: l'acqua è pur sempre oceano?

Nove anni fa, oggi, scrivevo il mio primo post. Avevo diciassette anni, tantissime idee e altrettanta speranza. Per forza di cose, i compleanni del blog mi immalinconiscono sempre. Finiscono per trasformarsi in un bilancio dell'anno appena trascorso e questa volta, dopo tutto il male che il 2020 ci ha riservato, avrei preferito glissare. Dimenticare questa data e passare direttamente al post successivo. Ma questi appuntamenti, ogni sette gennaio, significano per me lasciare una traccia del mio passaggio. Un picchetto ad alta quota. Come nei videogiochi, sono dei check-point da cui è possibile ripartire. Potrei parlarvi perciò delle convivenze claustrofobiche del lockdown, delle mascherine che ormai penzolano dagli specchietti retrovisori al posto degli Arbre Magique, delle sabbie mobili che impediscono di mettere un piede dietro l'altro, della frustrazione per le opportunità mancate, delle visualizzazioni in calo e dei commenti un po' più timidi del solito. Psicologicamente, sì, è stato un anno impegnativo. Ma non sono mai stato un tipo cagionevole, per fortuna, e allora meglio non crucciarsi troppo per gli sbalzi d'umore: sto bene. Mi sto sforzando di vedere il bicchiere mezzo pieno. La vecchia insoddisfazione ha lasciato il posto alla quieta accettazione che insegna Soul, l'ultimo capolavoro Disney Pixar su un jazzista insoddisfatto. Appassionato com'è, perché il protagonista fa fatica a ritagliarsi un posto nel mondo? Sogna forse troppo in grande? Meglio accantonare la vocazione artistica: che resti soltanto un innocuo hobby?

Conosco una storia che parla di un pesce che va da un pesce anziano e gli dice: “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano”. “L'oceano” risponde il pesce più vecchio “è quello in cui nuoti adesso”. “Questo?” dice il giovane pesce. “Questa è l'acqua. Io invece cerco l'oceano”.

Fino ai venticinque anni avrei voluto mangiare il mondo; poi ho dichiarato indigestione. Avrei voluto l'oceano anch'io, ma a ventisei ho realizzato che il punto in realtà è imparare a galleggiare – in mancanza del Pacifico, anche lo spazio ristretto di una piscina gonfiabile andava benone. Perché non è il talento a essere al servizio della vita, insegna il film d'animazione, ma l'esatto contrario. Sopravvissuto alla crisi del settimo anno, resisto anche al Covid-19 e a tutto quello che mi toglie: compresa la voglia di leggere. Come mandare avanti un blog letterario se il blocco del lettore si è ripresentato più volte nel tempo? Come evadere con l'immaginazione, se barricato in una stanza che d'inverno ha per di più grossi problemi di umidità? L'oceano, dove sta? Ho letto e postato meno del solito, ma probabilmente nessuno se n'è accorto: sono bravo a tamponare. Ho vissuto la mia improvvisa discontinuità senza grossi sensi di colpa né rancori. Anzi, spesso e volentieri ho cercato la condivisione con altri mezzi – Instagram, la spietata concorrenza: da novembre con tanto di soffertissime storie parlate –, senza vivere la cosa come un tradimento verso chi c'era prima dei followers o degli hashtag. La compagnia e l'ispirazione, insomma, le ho trovate dove capitava. Sono diventato più social per sentirmi meno solo. L'importante è stato costruire – anche semplicissimi castelli di carte –, per opporsi all'anno che distruggeva ogni cosa. Qualche nuovo mattoncino, nonostante tutto, l'ho impilato anche qui. Il risultato è una sgangherata casa di Lego che qualche volta fa acqua – presto acquisterò un nuovo dominio: confesso che vorrei dare una rinfrescata alle pareti, cambiare volto; riprovarci –, ma in cui è comunque possibile svernare in attesa della fine dell'apocalisse.