venerdì 15 ottobre 2021

Recensione: Ivy, di Susie Yang

|Ivy, di Susie Yang. Neri Pozza, € 18, pp. 368 |

Preceduto da paragoni illustri e da un gran dispendio di energie da parte di Neri Pozza, editore solitamente infallibile, Ivy è arrivato in libreria promettendo sconvolgimenti. Poco più che un fuoco di paglia, resterà una delle maggiori delusioni dell'anno corrente. L'ho letto con piacere? Mentirei se dicessi il contrario. Scorrevole e intrigante, nonostante le sue quattrocento pagine, si legge smaniosamente ma in cerca di guizzi, di risvolti sensazionali, che purtroppo non arrivano mai. E le promesse mancate, spesso, irritano più dei romanzi brutti. Presentato come un thriller patinato, a metà tra le atmosfere di Patricia Highsmith e quelle di Donna Tartt, l'esordio di Susie Yang prende in parte spunto dall'infanzia dell'autrice per raccontare la scalata sociale della protagonista. Cresciuta secondo una rigida educazione cinese, fatta di percosse e rinunce, Ivy muove i primi passi in un quartiere di immigrati.

Ormai da tanto aveva capito che la verità non contava, quello che serviva a lei erano le apparenze. Se la lasci depositare, l'acqua fangosa diventa limpida.

Disposta a tutto pur di vivere appieno il famoso sogno americano, inizia a rubacchiare ciò che i genitori le negano – accessori e frivolezze da adolescente per integrarsi meglio a scuola – e baratta la propria verginità soltanto per dispetto. Vittima di sogni a occhi aperti ben più grandi di lei, si macchia di piccoli crimini ma immagina di vivere in un film o in un romanzo ottocentesco: punta a sposarsi, magari con un dottore, perché stando alle massime della nonna un matrimonio di successo sfamerebbe tre generazioni. Diventata maestra elementare, abilissima nel tessere relazioni di convenienza, riallaccia i rapporti con il ricco e volubile Gideon: un ex compagno di scuola con il pallino delle sciate, dei ristoranti stellati e dei cottage in New Hampshire. Mentre i sogni di gloria di Ivy sembrano realizzarsi, spunta però una figura del suo passato: Roux, altro parvenu che minaccia costantemente di smascherarla. Ritratto tanto impietoso quanto banale della sfaccendata borghesia bianca, il romanzo parte in maniera convincente ma si arena in una parte centrale prolissa e salottiera. Le carte in tavola cambiano grazie alla nascita di un pericoloso triangolo sentimentale, di un epilogo prevedibile ma crudele: il cambio di toni e ritmi, tuttavia, lascia straniti.

A volte Ivy aveva l'impressione che in lei ci fossero due persone diverse: la cittadina gentile, generosa, moralmente irreprensibile che cercava di essere con Gideon; e la sua essenza insoddisfatta, pragmatica, opportunista. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché le venisse naturale essere come Gideon – per essere buona – ma non era buona. Era gelosa, meschina, vendicativa.

Le parti migliori restano, allora, quelle dedicate alla contraddizioni della famiglia della protagonista: benché non esente dai cliché, presenta un personaggio – Austin, il fratello minore di Ivy – che mostra le conseguenze alternative di un'infanzia traumatica. Allevato senza amore, smarrito, vive una profonda depressione che l'ha trasformato in un sorta di hikikomori. Volitiva in teoria, ma fragile e dubbiosa nella pratica, sua sorella intanto commette un errore di valutazione. Amore, ricchezza e bellezza possono forse fare la felicità: non regalare la pace. Messo in cattiva luce da paragoni senza fondamento, questo romanzo garantisce un buon intrattenimento, ma non è né noir né rosa, né serio né ironico. Come classificarlo? Commedia nera? Satira sociale? Al pari della sua protagonista eternamente fuori posto – troppo poco cinese in casa sua, troppo poco americana agli occhi dei suoceri –, Ivy resta ferma al bivio del bene e del male.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Applause 

venerdì 8 ottobre 2021

Stagione che vieni, serie TV che vai: Sex Education 3 | Modern Love 2 | Atypical 4 | This is us 5 | Dickinson 2

All'inizio l'avevo sottovalutata, scambiandola per una specie di American Pie. Ma capace com'è di alternare i momenti goderecci alle riflessioni, a sorpresa, Sex Education è una serie che cresce di stagione in stagione. E la terza, per me, è la più bella finora prodotta. Matura e inclusiva come non mai, oltre a seguire l'evoluzione di personaggi ormai amatissimi, ha un occhio di riguardo verso il mondo queer. E l'amore platonico tra l'atleta popolare e il nuovo personaggio non binario, insieme a una scena che affronta la tematica tabù di sesso e disabilità, è di una delicatezza commovente. Di mezzo ci si mette anche la preside Jemina Kirke, cattiva ma non troppo, che per riportare ordine impone divise inamidate e etichette. Nell'impossibilità di esprimere sé stessi, i personaggi sentiranno nostalgia delle lezioni impartite da Otis e Maeve: ormai ai ferri corti – lui in una relazione segreta con Ruby, lei presissima da Isaac –, per un po' si sfiorano a malapena ma faranno scintille in gita. Come può Aimee superare il trauma delle molestie? Con chi possono confessare Eric e Adam, dopo un clamoroso coming out, le prime titubanze? C'è qualcosa di sbagliato nelle fantasie di Lily, che si eccita soltanto con racconti sugli alieni? Mentre gli adulti spiazzano tutti con una gravidanza imprevista – è fiocco roso per Gillian Anderson –, gli sceneggiatori non dimenticano di approfondire i comprimari né di stare al passo. La serie elogia il sesso, in qualunque sua forma, ma condanna il sessismo. Dà voce a ogni identità di genere, mette in mostra ogni corpo. È empatica e formativa, senza mai scadere nel didascalismo: la farei vedere a scuola, vorrei viverci dentro. Perché insegna stare meglio al mondo, e con più leggerezza. (8)

Era la coccola di cui avevo bisogno, soprattutto per riprendermi dai postumi dell'estate appena passata. Ma dopo quel debutto dolce e brillante, finito nel meglio della sua annata, questa volta Modern Love non propone né sensazionali parate di stelle (gli attori più famosi sono Minnie Driver, Anna Paquin e Kit Harrington: pochi e televisivi) né lacrime durature. Di otto episodi ne ho apprezzato fino in fondo soltanto tre. Il primo (la macchina del defunto marito Tom Burke da dare via: preparate i fazzoletti), il sesto (due anime tradite si incontrano e fraternizzano in fila da un terapista: dirige il regista del bellissimo Brooklyn), il settimo (dopo un'isolata notte di passione, due ragazzi gay si incrociano lungo le strade di New York con un espediente narrativo a metà tra Closer e The Affair). Godibili il secondo e il terzo (piccole commedie indie che azzeccano i ritmi e le tematiche, ma sbagliano purtroppo il cast: peccato), di una noia inenarrabile il quarto e il quinto (il primo amore di una stand-up comedian e la scoperta di sé di un'adolescente, forse lesbica, forse asessuale), stucchevole ma guardabile il conclusivo (troppa carne al fuoco, tra ritorni di fiamma e malattia, per non scontentare gli inguaribili sentimentali). Tutt'altro che moderna, romantica a tratti, a questo giro non vi farà innamorare. (6)

D'un fiato, anche se in ritardo sulla tabella di marcia, ho recuperato anche la quinta stagione di This is us. Nonostante i momenti di commozione non si siano negati, complice i ritmi del binge watching, per me è forse la stagione più discontinua e frammentaria del ciclo: soprattutto dopo i fasti impensati della precedente, di una magia pari a quella dell'esordio. Trovo saggia perciò, come annunciato da cast e produttori, la scelta di salutare per sempre la famiglia Pearson il prossimo anno: la sesta stagione sarà l'ultima. I flashback e i flashforward sono introdotti disordinatamente, con flebili fili conduttori a unirli. La costante presenza del Jack di Milo Ventimiglia, a malincuore, appare sempre più forzata. Ma se un Kevin neopapà si conferma il mio preferito dei tre fratelli e Kate, invece, la più insopportabile, sorprende constatare quanto a tenere banco siano quei comprimari un tempo in secondo piano: l'adorabile zio Nicky, la madre biologica di Randall, Beth, Toby, Miguel e soprattutto Madison, futura sposa di Kevin. L'emergenza sanitaria ancora in atto avrà fatto sicuramente la sua parte, guastando i piani di gloria degli sceneggiatori. E per la prima volta, così, viene messo in scena in TV il dramma delle mascherine antisettiche, degli abbracci centellinati, della degenza. Il pregio? Benché dimenticabili, questi quindici episodi sono la campagna vaccinale più efficace su piazza. Per questo e per l'affetto che ormai ci lega, gli perdoniamo qualche sbadiglio qui e lì. (7)

Comedy su un adolescente autistico alle prese con le gioie e i dolori della crescita, è la serie che più mi ha tenuto compagnia negli anni. Giunta alla quarta stagione, non senza qualche tempo morto nel mezzo, Atypical ci dice addio senza grandi sensi di colpa. Il protagonista, Sam, è cresciuto: ha ormai una fidanzata di lunga data, convive con il migliore amico e, a dispetto della sua diagnosi, punta con energia a ottenere l'indipendenza economica e affettiva. Punta a un viaggio in Antartide, soprattutto, per andare a vedere finalmente di persona i suoi animali preferiti: i pinguini, che guarda incantato allo zoo e di cui conosce le caratteristiche a menadito. Ma questa non è più soltanto la sua storia. Nel corso del tempo Atypical ha riservato sempre più attenzione ai personaggi secondari, al punto da seguire nel dettaglio tutti gli altri membri della famiglia Gardner. Mentre i genitori si riavvicinano, dopo il tetro pensiero di divorziare, la sorella maggiore – Casey, il personaggio più in divenire – esplora con consapevolezza i propri limiti e la propria sessualità. Non tutto fila come dovrebbe. Anzi, questa volta dieci episodi sembrano troppi e troppo tirati per le lunghe: trascinandoci, lasciano percepire la pochezza di una trama ormai giunta alle battute conclusive. Al pari di The Kominsky Method (vista, ma senza Alan Arkin nel cast perché scriverne?), Atypical si conclude a malincuore con la stagione più debole e dimenticabile. Ma il finale, dolce e conciliante, compiuto, ripaga comunque le attese. (6,5)

La poetessa americana Emily Dickinson raccontata in versione post-moderna. Non soltanto una trascinante colonna sonora contemporanea e un linguaggio colorito, ma anche: la scrittura febbrile, la speranza e il terrore di essere pubblicata, il sempiterno flirtare con i mostri e i fantasmi della mente umana, la bisessualità. Dopo un esordio folgorante, finito a pieno diritto nel meglio della sua annata, la serie Apple non rinnova il colpo di fulmine ma nemmeno delude. Fresca e godibile, benché sottotono rispetto ai fasti del debutto, non può contare più sul precedente effetto sorpresa e patisce la concorrenza della recente The Great – altro period drama maleducato e dissacrante, ma dalla sceneggiatura più graffiante: recuperatelo! Gli episodi belli per fortuna non mancano – vedasi l'ottavo –, insieme ai comprimari adorabili. Qualcuno ha citato Austin e Lavinia, il fratello e la sorella di Emily? La definizione, invece, mal si addice ahimè a Sue: l'interesse amoroso della protagonista, al centro di un inossidabile triangolo sentimentale, è uno dei personaggi più insopportabili del piccolo schermo. L'ex bambina prodigio Hailee Steinfeld, ribelle e appassionata, sin troppo in un epilogo che non convince per via del suo telefonato ritorno di fiamma, si conferma una magnetica padrona di casa. La sua storia troverà conclusione a novembre, sempre su questi schermi: la terza stagione, per la giovane Emily, sarà l'ultima poesia. Il prossimo mese lecito confidare nel proverbiale canto del cigno? (7)

lunedì 4 ottobre 2021

Recensione: Albicocche al miele, di Elisa Pellegrino

| Albicocche al miele, di Elisa Pellegrino. Mondadori, € 17, pp. 200 |

Quando ho finito l'università, non mi si sono aperte porte: soltanto la terra sotto i piedi. Ero inutile e laureato. La corona d'alloro seccava su una mensola in camera insieme alla mia voglia di fare. L'arrivo del lockdown, perciò, non ha modificato la mia routine: anzi, vedevo il resto del mondo sprofondare finalmente nel mio stesso immobilismo; allinearsi al mio passo strascicato. È stato grazie a Cortomiraggi, in prima linea con carrellate di film bellissimi contro la tristezza, che ho trovato un nome per il malessere che mi affliggeva: quarter-life crisis. Perfetto ritrovo generazionale, la pagina Instragram di Elisa Pellegrino somiglia al suo romanzo d'esordio: una commedia corale leggerissima nei toni, ma tutt'altro che superficiale negli argomenti, a proposito del doloroso smarrimento seguito al termine degli studi. Cosa succede dopo che un professorone in toga ti proclama dottore? Dopo aver radunato baracca e burattini, tocca ritornare all'ovile con la coda tra le gambe in attesa che il futuro si compia. Gli alloggi universitari vengono rimessi sul mercato immobiliare. Gli amici e i coinquilini si separano, consolandosi con videochiamate su Skype o appuntamenti saltuari.

Essere giovani è difficile, è doloroso. Scegliere lo è. Non mi vergogno a dire che i miei anni più belli sono quelli che sto vivendo ora. Mi piacerebbe avere meno pancia e più capelli, ma il mio cuore sta meglio adesso.

I quattro personaggi di Albicocche al miele non sono l'eccezione alla regola. L'autrice dedica loro un lungo capitolo a testa e per ognuno sceglie una stagione dell'anno, un film a tema. Meglio il romanticismo sognante di Before Sunrise o il bagno di realismo di Before Midnight? Intrappolata in una relazione di lunga data e in un noioso lavoro in azienda, Greta – ragazza con un pessimo rapporto con il proprio corpo – usa Hawke e Delpy come metro di paragone. Se all'improvviso sbucasse un'altra terra come in Another Earth, chi non proverebbe sincero terrore davanti a un ventaglio di infinite possibilità? È un pensiero di Giulia, leonessa ambiziosa e all'apparenza realizzata, che comincia a mostrare punti di rottura in una città più grande di lei. La parabola amara di A proposito di Davis fa più bene o più male? Il laconico Diego, non ancora laureato e fermo sulla soglia della friendzone, temporeggia per paura dei cambiamenti. Gli errori commessi sono uno stigma indelebile, o dovremmo imparare a guardarli con affetto alla maniera della vulcanica Frances Ha? Caterina, musicista in terapia per via di qualche problema irrisolto con la madre, sogna a occhi aperti un mondo in cui nessuno la faccia sentire incompresa.

Nell'arte c'è qualcosa che nella vita manca. C'è una logica anche quando l'obiettivo è la mancanza di logica, c'è confusione strutturata, c'è quella parola in quel momento, quel gesto in quella situazione. Qualcuno ci ha pensato prima, capisce? Nella vita invece non è così e se ti capita per caso di afferrare qualcosa devi essere preparato a perderla. […] A volte penso che il cinema mi permetta di capirmi, di accettare certi meccanismi. La finzione mi serve.

Ricordano i coinquilini delle sit-com del nostro cuore. Parlano al suon di citazioni. Filosofeggiano davanti alle pellicole indie. Si imbarcano negli erasmus, negli stage, nei tirocini non pagati. Vivono in un perenne stato d'ansia. Aspettano un'occasione per svoltare, e nel frattempo ti insegnano l'arte della pazienza. Un vecchio legge Il giovane Holden in treno e, guardandoli struggersi, affannarsi, ammette di non rimpiangere la giovinezza. Ma li avvisa di non perdere mai il contatto con la realtà: che l'arte, oltre che un rifugio sicuro, diventi soprattutto una porta. Ora angosciati, ora euforici, i personaggi di Elisa hanno saccheggiato la mia vita e la lista dei miei film preferiti. Si sono appropriati dei miei turbamenti – dei nostri –, e hanno dato loro voce in un romanzo forse un po' acerbo, ma indubbiamente speciale e veritiero. Albicocche al miele è la lettura giusta nei momenti sbagliati. Impossibile aspettarsi uno smaccato lieto fine: per ora, purtroppo, non ci tocca. Ma la consapevolezza di essere parte di una generazione di sfollati, di talentuosi naufraghi stretti su un'unica barca pericolante, è stranamente confortante in queste 200 pagine piene di sincerità. Nella speranza, come diceva qualcun altro, che questo dolore – insieme a queste ansie, questi film, questi libri, queste serie TV – ci sarà utile. Un giorno, sì: un giorno.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Lumineers – Sleeping on the Floor

giovedì 30 settembre 2021

Recensione: I sette mariti di Evelyn Hugo, di Taylor Jenkins Reid

| I sette mariti di Evelyn Hugo, di Taylor Jenkins Reid. Mondadori, € 20, pp. 413 |

«Io sono grande, è il cinema che è diventato piccolo». Con questa frase, una delle battute più famose della storia del cinema, il film Viale del tramonto dava voce allo struggimento di una diva del muto: tagliata fuori dopo l'avvento del sonoro, si rifugiava nella follia. Biografia immaginaria di un'attrice degli anni Cinquanta, I sette mariti di Evelyn Hugo mi ha ricordato a tratti il capolavoro di Wilder: disamina impietosa dello star system, descrive gli aspetti più oscuri di Hollywood e si articola come una lunga confessione. In un salotto dell'Upper East Side, Monique – giornalista inesperta e sfortunata in amore – annota le memorie di una star sulla soglia degli ottanta. Le unisce un segreto: Evelyn ha tanto da dire, e qualcosa di orribile da farsi perdonare. Sempre sulla cresta dell'onda, in grado di passare dal rigore dei film in costume ai nudi della Nouvelle Vague, è diventata iconica per il suo seno prosperoso e per la chiacchierata vita sentimentale.

Hollywood ha proprio questo, di speciale: è sia un luogo sia uno stato d'animo.

Originaria di Cuba ma cresciuta a Hell's Kitchen, si è resa protagonista di un'ascesa impareggiabile. I suoi partner non sono stati altro che i gradini della sua scalata. Ambiziosa, manipolatrice e potente, ha rifiutato le etichette di moglie e madre, anteponendo la carriera al privato. Ha fatto sesso in cambio di ingaggi, ha abortito per non avere intralci, si è prestata ai matrimoni di facciata e alle strategie. Continuamente prigioniera di un ruolo, ormai anziana, si domanda come sarebbe stata un'esistenza normale. Ha dimenticato lo spagnolo e sé stessa. E ha tentato di ritrovarsi, infine, mentre affioravano le prime rughe, i capelli bianchi, i ruoli mediocri, il desiderio di un ritocco estetico, i ricordi. Quali sono state le sue rinunce? Soprattutto, chi è stato il suo vero e unico amore? Incalzante e scorrevole come una sceneggiatura, il romanzo di Taylor Jenkins Reid è una lettura lontana dalle mie, ma che proprio per questo mi ha portato lontano: fino alla Los Angeles degli anni d'oro. Distante dall'agiografia, propone un ritratto che a torto immaginavo più adolescenziale, più blando. Evelyn, invece, è un'antieroina di rara complessità: uno squalo dal forte spirito imprenditoriale, capace di abbracciare ruoli controversi e posizioni scomode.

Se è vero che esistono tanti tipi di anime gemelle, allora tu sei una delle mie.

Ambigua, così com'è ambiguo il rapporto che si instaura con la sua biografa, vive la solitudine straziante di chi ha assistito alla dipartita di tutti i propri cari. È sopravvissuta agli amici e agli amori, e ogni uscita di scena – per quanto annunciata – è un puntuale colpo al cuore. Costellata di trionfi, tragedie e bugie, la sua storia parla con coraggio anche di identità sessuale: nella carrellata di personaggi proposta dall'autrice, infatti, spiccano Harry, un produttore da salvare dallo stigma dell'omosessualità, e Celia, compagna di set unita a Evelyn da molto più di una buona amicizia. Rock Hudson, intanto, muore di AIDS; Elton John fa coming out. Ci si può nascondere pur restando sotto gli occhi di tutti? È stata forte la tentazione di cercare notizie aggiuntive su Evelyn e gli altri. Appaiono così realistici, infatti, che rattrista il pensiero che le pellicole citate siano pura invenzione. Dopo aver riposto il romanzo con un groppo in gola, avrete voglia di rispolverare i film di Marilyn Monroe (suoi i capelli biondi), Liz Taylor (suoi i matrimoni turbolenti) e Jean Seberg (sua la parentesi francese con Godard), nonché di suggerire la conoscenza di questi sette mariti agli appassionati della settima arte.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Holiday – Strange Fruits

sabato 25 settembre 2021

Recensione: Il nostro meglio, di Alessio Forgione

| Il nostro meglio, di Alessio Forgione. La nave di Teseo, € 17, pp. 288 |

Lo avevamo conosciuto con Napoli mon amour, un romanzo di formazione che omaggiava un capolavoro della Nouvelle Vague ma che brillava per lo sguardo neorealista. Reduce da una candidatura al premio Strega, Alessio Forgione torna in libreria e ritrova, a sorpresa, una vecchia conoscenza: Amoresano, protagonista del suo esordio e suo alter-ego. Dopo avercelo raccontato irrequieto e smarrito, in preda alla disperazioni delle ambizioni frustrate, questa volta fa un passo indietro. Riavvolge il nastro. Il nostro meglio si svolge qualche anno prima.

Riprendo a camminare. Percorro via Benedetto Croce e guardo i vestiti e le facce delle persone che mi vengono incontro e mi superano e continuano per la loro strada. Penso che la cosa che più mi piace di Napoli è che mi somiglia e che Napoli è come me: stanca, che ancora si muove e procede, verso dove non si sa, ma procede.

Ventenne, iscritto a scienze politiche, Amoresano è giovanissimo e ancora all'oscuro degli anni che lo aspettano. Nonostante tutto, però, non appare spensierato. Il romanzo, infatti, racconta a ritroso il suo primo dolore: la malattia della nonna. Si può elaborare un lutto quando non è ancora avvenuto? Malinconico per natura, il protagonista è un novello Holden che sfugge alle lacrime cercando dappertutto distrazioni. Frequenta amici e ragazze, va in gita sui monti abruzzesi e, soprattutto, passeggia per dimenticare: tutt'intorno c'è una città brulicante di turisti, drammi e stranezze, con gente che si schianta dai balconi e matti che fanno il bagno nelle fontane. Si può posticipare l'inevitabile? Strutturato come un implacabile conto alla rovescia, il romanzo mescola passato e presente per ingentilire la tragedia del cancro. Ma mentre il passato è dolcissimo, il presente è di una cupezza intollerabile: la pelle della nonna ingiallisce, aumentano i dosaggi di morfina e la malattia, come nell'ultimo romanzo di Anna Giurickovic Dato, diventa la protagonista assoluta. Mai come in questo caso, allora, mi è possibile dividere il romanzo in due parti: individuare ciò che mi ha appassionato e ciò, invece, che non mi è piaciuto.

Penso che forse, dopo che tutto è finito, delle persone ti mancano pure le case dove le hai vissute.

Il nostro meglio è bello, è vincente, è mio, quando porta in scena la coralità della famiglia: tipicamente napoletana, e perciò popolosa e caotica, accoglie bugie a fin di bene, tenerezze e moine. All'oscuro della sua sorte, la nonna è un vulcano di energia: si vanta della carriera universitaria del nipote, a onor del vero non troppo brillante, e raduna il parentado per quelle festività dall'allegria un po' forzata. Gli andirivieni di Amoresano, invece, mi sono parsi scollati dal resto: appesantito dai suoi pensieri esistenzialisti, il giovane si trascina poco convinto tra le prove della band (con l'amico Angelo che sogna, intanto, di partire per Londra) e due flirt che portano a un nulla di fatto (il primo con Maria Rosaria, tabaccaia con il pallino delle poesie tristi, e il secondo con Anna, barista pronta a svelargli le vedute della bella Procida). Ritratto di famiglia con tempesta, Il nostro meglio mi ha ricordato con emozione le estati dai miei nonni: quando alla controra toccava andare a letto, anche soltanto per riposarsi gli occhi. Ma questo Amoresano più giovane e più errabondo non mi ha ricordato, purtroppo, la bellezza struggente del nostro primo incontro. Sono tornato a salutarlo a Napoli: la città era lo splendore di sempre, ma non è stato amore.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pino Daniele - Quando 

lunedì 20 settembre 2021

Recensione: Randagi, di Marco Amerighi

| Randagi, di Marco Amerighi. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 400|

Ci sono uno studente italiano, un gigolò francese e una cinefila madrilena. Sembrerebbe l'inizio di una barzelletta, come afferma a un certo punto uno dei protagonisti, se non fosse che c'è poco di che ridere della storia di questi vuoti a perdere dalle esistenze parallele. Affetti dallo stesso disorientamento, forse in attesa di un miracolo, si muovono tra Pisa e Madrid nei primi anni Duemila. Un po' sopra le righe, all'occorrenza sanno reinventarsi. Prendete Pietro, ad esempio: fresco di conservatorio, riccioluto e in sovrappeso, ammazza il tempo con i videogiochi e vive all'ombra del resto della famiglia – una mamma ipocondriaca, un padre pieno di debiti e un fratello, l'indimenticabile Tommaso, che al contrario suo eccelle nello sport e negli studi. Da un lato fragilissimo, dall'altro sin troppo consapevole delle proprie potenzialità, il ventenne fugge da una presunta maledizione familiare, dal dolore, dal futuro e, soprattutto, da sé stesso. È vero, infatti, che tutti gli uomini della famiglia Benati sono destinati a scomparire in circostanze misteriose?

Ti è mai capitato di aver desiderato così tanto una cosa, Pietro, che quando l'hai ottenuta non avevi più le energie per esserne felice?

In erasmus in Spagna – per perfezionare gli studi, non per fare sesso –, divide la casa con il primo di una strampalata galleria di personaggi: Laurent. Bisessuale, fumantino e sempre mezzo nudo, l'expat francese con un passato da surfista sbarca il lunario rendendo felici attempate signore. E poi c'è Dora, conosciuta a una festa nell'appartamento di amici di amici: italiana per metà, porta il nome di un prode condottiero, restaura pellicole cinematografiche, legge Sylvia Plath, dice un sacco di parolacce e nasconde una specie di guasto dentro. Innamorato, Pietro la segue – non visto – lungo le strade affollate, a lavoro, nei musei in cui la ragazza si ferma a contemplare i capolavori di Hopper. Tutt'intorno ci sono la musica punk, salotti popolati da accademici radical chic, gli attentati terroristici dell'Eta. Randagi somiglia a un hangover a casa di sconosciuti. Quando dopo una festa ci si sveglia a casa d'altri e, imbarazzati ma ciarlieri, seminudi, si fa colazione insieme condividendo vita, morte e miracoli davanti a un piatto di uova all'occhio di bue. Cosa importa: non ci si rivedrà mai più. O forse sì?

Non hai mai l'impressione che sia tutto scritto e che l'unica cosa che ci resta da fare sia avanzare sui binari che qualcun altro ha costruito per noi? A me capita così spesso che certe volte non capisco se sono io a vivere la mia vita o qualcun altro.

Arrivato in libreria alla fine dell'estate, tra le lodi dei padrini Veronesi e Missiroli, potrebbe diventare uno dei romanzi più chiacchierati da qui alla prossima stagione dei premi. Tragicommedia rocambolesca vicina al già vittorioso Colibrì, a tratti mi è parsa profondamente mia; a tratti, invece, piuttosto forzata per via delle troppe digressioni, delle parentesi surreali e di una dimensione corale non sempre funzionale. Al suo secondo romanzo, Marco Amerighi dimostra di avere carattere da vendere: la sua prosa brilla per ironia, freschezza ed efficacia, e accoglie tra le pagine email inviate dalle Ande, biglietti e cartoline. In un'era pre-Covid, racconta la bellezza delle amicizie lampo, i grandi amori e quei dolori, purtroppo, più grandi ancora. Prende avvio con un nonno scomparso durante la guerra di Eritrea e giunge, infine, a una convention di sosia in quel di Viareggio, dove Pietro rischia di essere sodomizzato da un Lenny Kravitz caucasico. Come si passa da un estremo all'altro? Dove vuole andare a parare l'autore? Non credo di averlo capito, sballottato di qua e di là da questa lettura tanto coinvolgente quanto ondivaga. Per fortuna, la casa di Pietro affaccia su Piazza dei Miracoli. E c'è la torre di Pisa, alta e tutta storta, a restituirci una parziale visione d'insieme – alta e tutta storta –, il senso dell'orientamento e una domanda: in quale direzione è il mare?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Nomadi – Io vagabondo

lunedì 13 settembre 2021

Recensione: Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera

| Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera. NN, € 17, pp. 240 |

C'era una bestia nel folgorante esordio di Andrea Donaera. E c'è anche qui, pericolosa ma dormiente, nascosta sotto le palpebre chiuse di Miriam. Gli occhi bellissimi e devastati della diciottenne in coma, infatti, celerebbero una scintilla maligna. O così mormora qualcuno, in una Gallipoli che lontana dai bagordi estivi si trasforma in una specie di Twin Peaks. In una camera da letto vista mare, in cui si respira un miscuglio insopportabile di detergente e polpette fritte, i superstiti si affidano, scettici, alla cosiddetta talking cure: parlano alla ragazza addormentata. E hanno punti di vista così diversi e distinguibili che ti verrebbe da leggerli a voce alta, per dar loro vita come in un podcast.

Ma l'amore è più forte del male. No?

Ci sono Lucio, il sindaco del paese, che nel suo italiano stentato non riesce a trattenere la preoccupazione verso le sorti dell'unica figlia; Mara, l'algida moglie del Nord, che scocca bestemmie contro la famiglia del marito; Gabry, l'amica bolognese, che registrandosi con la webcam ricorda i giuramenti di sangue e le piccole iniziazioni sessuali. Infine Andrea, che porta il nome dell'autore e, romantico per natura, canta Miriam come fosse una novella Beatrice: i due si sono incontrati in un bar, hanno consumato un brusco amplesso in macchina e, al principio del loro amore, sono stati interrotti sul più bello. L'innocenza del loro sentimento mette in moto un'antica faida familiare le cui radici sono intrecciate all'inquietante folklore locale. Figlio di un padre suicida e di una madre gravemente depressa, Andrea è diventato l'apprendista di Papa Nanni, esorcista dalla lingua melliflua convinto che la ragazza sia il demonio. Diviso tra spiritualità e pulsioni terrene, il giovane tesse un dialogo impossibile con la vagheggiata Miriam: nient'affatto angelica, ma al contrario curiosa e ribelle, questa bella addormentata è tentata dall'idea del sonno eterno. Perché aprire gli occhi? Perché mettere nuovamente i piedi a terra? Cosa troverebbe al risveglio, se non il solito paesedimerda?

Penso che è così che nascono le ossessioni: quando cerchiamo qualcuno che ci possa salvare, e ci convinciamo di averla trovata, poi, quella persona. Per me tu sei quella che può salvarmi. Anche se non è vero, anche se magari sono io, in realtà, a dover salvare te: a me basta credere che tu sei la salvezza mia – l'ossessione mia.

Lei che non tocca mai terra è l'incisione di un verso goth metal su una lapide bianca. In un Salento eccezionalmente oscuro, dove l'inverno porta il fango, la neve e le labbra spaccate a sangue, gli schizzi d'acqua salata diventano tutt'uno con le lacrime d'angoscia versate dai protagonisti. Ai piedi del letto di Miriam, travolta da un pirata della strada, elaborano in modi diversi il medesimo dolore. E tentano di venire a capo di un mistero più grande di loro, che forse risale alla guerra in Albania: quando una strega incise sulla sabbia le orme di un uomo e lo maledisse per sempre. Il sangue infetto può essere ereditato? Passare di vena in vena, di generazione in generazione, fino a far marcire il corpo e lo spirito? Spaventoso e dolcissimo, l'autore pugliese il cui cognome è un anagramma si supera. Questa volta è il direttore d'orchestra di una polifonia dalla potenza sconcertante: una fiaba horror di tentazioni irrinunciabili, eterni ritorni e fragorosi big bang, che nel mentre fa strage di madonne e congiuntivi. Questa volta è Poseidone in persona: in balia delle sue onde grigio piombo, tra picchi di tenerezza e abissi di dolore, ti annoda strette strette le budella in preda a un irrinunciabile mal di (a)mare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gaudiano – Polvere da sparo

martedì 7 settembre 2021

Recensione: Macello, di Maurizio Fiorino

| Macello, di Maurizio Fiorino. Edizioni E/O, € 15, pp. 148 |

Ha un titolo forte e una copertina spudorata, di corpi avvinghiati in preda alla passione di una sveltina. Il nuovo romanzo di Maurizio Fiorino, fotografo e scrittore calabrese, urla carnalità sin dal primo sguardo. Prende le mosse in una macelleria della profonda provincia meridionale. E racconta la carne delle bestie appese ai ganci a sgocciolare. Quella, butterata, di due protagonisti brutti e spigolosi. Quella, spasimata e infine negata, che fa gola e vergogna al tempo stesso. Carne fredda, preservata tra i rumori insostenibili di una cella frigorifera. Carne al sangue. Stopposo e sgradevole, soprattutto se confrontato con l'adorabile protagonista del precedente Ora che sono Nato, Biagio è il figlio del macellaio del paese. Orfano di madre, cresciuto da un papà taciturno e umorale, il protagonista – all'inizio del romanzo bambino, al suo termine uomo – boccheggia in un microcosmo stagnante in cui è sempre estate. I pilastri su cui è fondato: la virilità, il silenzio, l'onore.

Avevo quasi sedici anni e nessuno che mi baciasse gli occhi mentre dormivo.

Confinato nel retrobottega, un po' come il Marcus di Indignazione, Biagio si nutre di sguardi spenti e odori pungenti, di repulsione e attrazione. Indossa vestiti usati, scarpe rotte, e ha una cartomante per balia – Lia, che ritiene che sulla famiglia del protagonista gravi il malocchio – e un travestito, Vittorio, per adulatore. Laggiù ognuno ha un vizio, ognuno ha un dolore inconfessato. Il più delle volte i personaggi contribuiscono a ferirsi vicendevolmente, secondo le regole della sopraffazione. Anche Biagio, dunque, ha un vittima su cui scaricare le proprie frustrazioni: Sara, compagna di scuola e moglie mai realmente amata, che lo distoglie dalla fascinazione verso l'enigmatico Alceo, un giovane pittore che coglie a colpo d'occhio l'essenza del protagonista. Lo dipinge, infatti, come un funambolo sospeso nel vuoto. Rinunciando questa volta ai toni calorosi della commedia all'italiana, Fiorino torna con un romanzo in cui non ci sono né speranza né redenzione. Nerissimo, senza fondo, non somiglia granché agli slanci della sua copertina: al contrario, infatti, è una vicenda trattenuta, inesplosa, che ammonisce sulle conseguenze tragiche della repressione e dell'incomunicabilità.

Sei tu che devi restare. Io esisto qui, non esisto da nessun'altra parte.

Breve, con capitoli di poche pagine, Macello avrebbe potuto sviluppare meglio alcune situazioni, alcuni personaggi. O forse una storia di maggiore respiro avrebbe fornito all'autore soltanto gli strumenti per inserirvi altri dolori. Gelido, il figlio del macellaio è un bestione che avverte senza sentire: da un lato animalesco, dall'altro trattenuto, cova in sé un ribollire di sentimenti confuso e oscuro. Ciò che abita nel suo petto irsuto non troverà voce. Biagio prende a pugni le carcasse di maiale, si esercita alla buona per gli incontri di pugilato, ma nel frattempo sogna le carezze di un padre brigante. Ha appena la terza media, il cuore grande, la vescica piccola e un cuore a soqquadro. In fuga da un vecchio paese sepolto dalle piogge, si trascina stanco da un'esistenza all'altra e si aggiunge, inevitabilmente, alle schiere di fantasmi dell'alluvione. Il mare è lontano, il progresso degli anni Ottanta alle porte. La diffusa rassegnazione lo imprigiona, ma al contempo legittima quasi il suo stare al mondo. La speranza, allora, è una e una soltanto: sempre la stessa. Andarsene. Ma in certi paesi è più semplice scomparire.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mannarino – Un'estate

giovedì 2 settembre 2021

Recensione in anteprima: La violenza del mio amore, di Dario Levantino

La violenza del mio amore, di Dario Levantino. € 16, pp. 300 |

Per molti sarà come ritrovare un vecchio amico. Per me, invece, è stata una prima volta. Ho conosciuto Rosario Altieri soltanto ora, con il terzo romanzo che lo vede protagonista nel vertiginoso passaggio all'età adulta. All'inizio ero preoccupato. Mi sarei rovinato la lettura senza aver letto i lavori precedenti di Dario Levantino? Sarei rimasto estraneo ai drammi dei protagonisti, ai loro destini? Per fortuna mi sono accorto prestissimo che La violenza del mio amore, così come i precedenti, oltre a essere stato pensato come autoconclusivo, è uno di quei romanzi fatti non tanto di intrecci quanto di personaggi. Altrettanto in fretta ho colto la sensibilità di Levantino, la sua saggezza, e ho compreso come mai non riesca a staccarsi da questo protagonista al punto da descriverne la crescita romanzo dopo romanzo: a Rosario, infatti, si vuole un bene istantaneo. Nato e cresciuto a Brancaccio, il diciassettenne orfano nutre un sogno purissimo: creare una famiglia con Anna, coetanea che gli annuncia l'arrivo di una figlia. Saranno in grado di fronteggiare le responsabilità genitoriali, se vivacchiano a tempo indeterminato nello sgabuzzino della parrocchia e mettono al mondo una bambina, Maria, gravemente malata?

Non mi lamento, per me la vita è la mortale che ti insegna la favola del dolore. E a me il dolore ha insegnato che la guerra si vince sognando. Mi chiamo Rosario. Quando avevo diciassette anni e undici mesi, Anna è venuta da me con la pancia gonfia di amore e i vestiti stretti. Potevamo perdere la guerra. E invece abbiamo sognato.

Il Rosario che ho conosciuto qui, ora, è un giovane uomo dalla doppia vita. Mentre da un lato lotta contro le ingiustizie del sistema scolastico, cercando invano di farsi valere in un liceo di prof sciacalli e compagni indifferenti, dall'altro sperimenta precocemente la disperazione dei novelli miserabili. È mai possibile che per ottenere una casa popolare tocchi firmare un patto di sangue con i Mandalà, i boss del rione? Quanto frustrano e addolorano il declassamento di Anna, disconosciuta nel frattempo dalla famiglia, e la consapevolezza di non essere un compagno esemplare? Perché non trasferirsi vita natural durante in quella romantica barca rovesciata, su una spiaggia segreta in cui c'è spazio anche per il loro cane, Jonathan? Studente e faccendiere, Rosario si muove lungo il pericoloso discrimine che separa moralità e giustizia. All'apparenza classica vicenda di piccola criminalità e inquietudine adolescenziale, in realtà il romanzo di Levantino è molto di più. Grazie a un grande talento narrativo, unito alle capacità didattiche dell'autore – insegnante di liceo a Monza –, La violenza del mio amore riesce a parlare di riscatto anche nell'immobilismo della profonda Sicilia.

Io, Anna e Jonathan siamo un nido. Anna è la madre di tutti. Dall'interno ci nutre, toglie a lei per dare a noi. È questa la violenza dell'amore: esaurisce chi lo dona, saziandolo; sfama chi ne necessita, affamandolo.

Amaro senza essere pessimista, cupo senza perdere l'incanto infantile, il romanzo fa tesoro delle contraddizioni di Rosario e della sua Palermo grazie a uno spirito fanciullesco, vitale, candido. Il quartiere di Brancaccio è dipinto con nitidezza cinematografica, anche se sono le descrizioni degli odori del mercato di Ballarò a stregare. Rosario, sorpreso in una lunga odissea per la sopravvivenza quotidiana, parla con un'irresistibile inflessione dialettale, ma centellina le parolacce e si eleva con la lettura di Steinbeck, Bukowski e Foscolo. Pulito dentro e fuori, bello in un quartiere brutto, lotta contro le ingiustizie sociali e ripone fiducia in battaglia, un insegnante alla Attimo fuggente, e in un prete che ho immaginato ispirato a Padre Puglisi. Il ritratto di un piccolo eroe controcorrente diventa un quadretto di famiglia che fidelizza, fa stringere i denti e incrociare le dita. Una volta salutatolo, ho provato nostalgia per Rosario. Ma i romanzi precedenti da recuperare e chissà quando, un altro capitolo da aspettare. Quando ritornerà a raccontare la bellezza, lo squallore e le contraddizioni che vi sono nel mezzo, mi farò trovare pronto.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Zucchero – Come il sole all'improvviso

lunedì 30 agosto 2021

Recensione: Sorelle, di Daisy Johnson


| Sorelle, di Daisy Johnson. Fazi, € 17, pp. 200 |

Classe 1990, l'inglese Daisy Johnson vanta primati storici e paragoni illustri. È stata la più giovane finalista al Man Booker Prize e, stando ai commenti della stampa internazionale, il suo stile la renderebbe l'anello di congiunzione tra Shirley Jackson e Stephen King. Davanti a un curriculum come questo, ci ero già cascato con l'esordio. Ma Nel profondo tragedia di mostri e incesti, tanto affascinante quanto nebulosa – non mi aveva convinto affetto. Avrei cambiato idea con Sorelle, incentrato questa volta sul legame viscerale e inquietante tra consanguinee?

Mia sorella è un buco nero. Mia sorella è un tornado. Mia sorella è il capolinea mia sorella è la porta chiusa a chiave mia sorella uno sparo nel buio. Mia sorella mi sta aspettando.

Luglio e Settembre sono nate a soli dieci mesi di distanza. Si completano le frasi a vicenda, mangiano dallo stesso piatto, dormono su un unico cuscino. Perdono la verginità all'unisono. Benché diciassettenni, non sembrano voler abbandonare le sicurezze dell'infanzia. Rifugiate in un microcosmo di fiocchi colorati, giochi proibiti e segreti da svelare, tagliano deliberatamente fuori il resto del mondo: perfino la madre Sheela, scrittrice gravemente depressa, che si limita a essere una custode discreta e a immortalarle talora nei propri libri illustrati. Il romanzo prende avvio con un trasferimento repentino. Dopo essersi lasciate Oxford alle spalle, si stabiliscono nella casa di una zia paterna: un relitto fatiscente, eretto nell'impervia brughiera, occupato da ragni, falene e piante urticanti. Pian piano il lettore si renderà conto della differenza che passa tra le due adolescenti. Mentre Luglio è romantica e fedele, Settembre è dispotica e prevaricatrice. Sottopone continuamente la sorella a crudeli prove di coraggio, a insostenibili riti di iniziazione. Cosa le ha portate a rifugiarsi laggiù? Quella casa che scricchiola nella notte è forse infestata? O il problema sono proprio le due sorelle, con i loro non detti, con i loro traumi da elaborare? Tutte le spiegazioni trovano posto, per fortuna, nelle ultime trenta pagine: meritevoli, anche se prevedibili, stringono il cuore in una morsa d'angoscia.

La Casa ha i muri portanti. Ecco cosa portano: l'infinita tristezza di mamma, gli scatti d'ira di Settembre, la mia muta incapacità di fare tutto quello che gli altri mi chiedono di fare, le stagioni, la morte dei piccoli animali nella macchia qui intorno, ogni parola d'amore o di rabbia che ci diciamo l'un l'altra.

Abbracciando le immagini del genere body horror, Daisy Johnson parla di bullismo e revenge porn, d'identità e malattia mentale. A lasciare dubbi sono le centottanta pagine precedenti; i capitoli brevi e frammentari, simili a schegge fuggevoli o poco più; la mancanza di discorsi diretti; una scrittura lisergica ed evanescente, tutta lazzi e frasi a effetto, che ben presto finisce per annoiare. Si ha l'impressione di conoscere la storia a menadito. Luglio e Settembre, nomi bislacchi e atteggiamenti sibillini a parte, non hanno niente di nuovo da condividere e si muovono stancamente in un immaginario orrorifico già fitto di affinità elettive, parentele mortifere, simmetrie inquietanti. A Halloween si vestono come le gemelline di Shining e, a zonzo, chiedono dolcetto o scherzetto. Nella routine di tutti i giorni scelgono l'isolamento e gli outfit delle protagoniste di Abbiamo sempre vissuto nel castello. E somigliano un po' perfino alle italiane Sorelle Soffici, sottovalutatissimo romanzo di Pierpaolo Vettori uscito ormai dieci anni fa, o a alle protagoniste di uno dei romanzi più memorabili dell'anno, Il valore affettivo, che similmente scandagliava il sangue e i panni sporchi. Confermo a malincuore l'impressione iniziale: Daisy Johnson non fa per me e non la leggerò oltre. Troppo abbozzate le sue trame, troppo evanescente il suo stile. Gira terribilmente a vuoto. Se avete apprezzato il romanzo precedente, andate pure a trovare Luglio e Settembre nel cuore della brughiera. Se, come me, lo avevate già mal sopportato di vostro, sappiate che qui non cambierete idea: leggete i titoli da me citati piuttosto, prendete appunti, e andate a giocare a rimpiattino con altri disagi, con altre sorelle.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo - La casa

mercoledì 25 agosto 2021

Recensione: Cattedrale, di Raymond Carver


| Cattedrale, di Raymond Carver. Einaudi, € 20, pp. 226 |

Non mi piacciono i racconti. Qualche mio vecchio post cominciava così: con un'ammissione di colpa. Di lì a qualche mese, con gli autori giusti al momento giusto, avrei cambiato idea. I racconti, infatti, mi hanno tenuto compagnia negli andirivieni in treno durante le supplenze. Belli e vari, spesso sorprendenti, si prestavano alle letture sul breve tratto: ogni ripartenza diventava una storia nuova. Dopo quest'epifania potevo forse lasciarmi sfuggire il capolavoro del padre del racconto breve, per di più in una versione Supercoralli dal prezzo concorrenziale? Ho conosciuto Raymond Carver in vacanza. Dal canto mio, amavo già gli stili minimalisti, le storie di vita vissuta, le narrazioni caratterizzate più dai non detti che da fatti eclatanti. Sono un estimatore di quel cinema indie in cui succede poco o niente, ma è tutto bellissimo; del cantautorato americano. In libreria stravedo per Haruf, Williams, Strout. Perché allora con Cattedrale, la prima pietra da cui gli autori citati hanno senz'altro preso le mosse, non è stato l'amore sperato? Costituita da dodici racconti sciolti, la raccolta racconta con pacato disincanto un Paese di crisi economiche, vizi e divorzi, ciambelle e champagne, sogni inossidabili.

I sogni, be', sono le cose da cui ci si risveglia.

Un uomo e sua moglie vanno a cena da uno strampalato collega di lavoro con un singolare animale domestico e un calco di denti per soprammobile: nel protagonista nasce un desiderio di famiglia che non avrebbe dovuto concretizzare. Una coppia cerca di riaccendere la scintilla nella casa di un amico comune: l'amore sarebbe tale anche altrove? Una donna fa fronte alla disoccupazione del consorte e al frigo in panne. Su un treno per Strasburgo, un uomo medita sul pessimo rapporto con il figlio: meglio saltare quella fermata? Un bambino viene investito nel giorno del suo compleanno ma il pasticciere, all'oscuro, insiste con la torta da consegnare. Tra incubi e tradimenti, un gruppo di venditori di vitamine sperimenta l'alienazione. Un orecchio tappato diventa sintomo dell'incomunicabilità coniugale. In una clinica di disintossicazione in pieno inverno vengono inoltrate telefonate a carico di fidanzate o ex. Una donna con una pistola in borsa attacca bottone con due sconosciuti in attesa al binario. Abbandonato dalla moglie, un papà single conosce un'affabile tata. Due albergatori accolgono una famiglia zeppa di debiti. Un cieco, vedovo di fresco, domanda delucidazioni al marito di un'amica sulle fattezze di una cattedrale.

M'è appena venuta in mente una cosa. Ma tu ce l'ha un'idea di cos'è una cattedrale? Cioè, di che aspetto ha? Capisci? Se qualcuno ti dice “cattedrale”, hai un'idea di che cosa sta parlando? Per esempio, la sai la differenza che passa tra quella e una chiesa battista?

Malinconici e sospesi alla maniera dei dipinti di Hopper, fatti di sguardi smarriti e luoghi sfitti, i racconti non brillano mai per immediatezza. Ma bruciano a fuoco lentissimo e, piano, lasciano apprezzare quella scrittura fredda e severa, pudica e senza apparenti guizzi, frutto di una scarnificazione sudata. La maggior parte di essi, purtroppo, mi ha lasciato indifferente. Carver avrebbe potuto limare ancora, fare un'ulteriore cernita? A cinque, invece, ripenso con emozione. Ricorderò le penne di uno struzzo, un cottage n presto, un telefono che squilla e squilla su un lutto inconfessabile, una magica Mary Poppins della porta accanto e, soprattutto, l'edificio che dà il nome alla raccolta. Annunciata da un documentario sul medioevo alla TV, spiegata prima in teoria e poi in pratica, descritta e soltanto infine disegnata, la cattedrale mostra come a volte le parole non arrivino dappertutto. Allora tocca stringere le mani di uno sconosciuto, impugnare insieme una matita e disegnare portali, guglie e rosoni. Per riscoprire, all'unisono, nel buio, la luce del mondo.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Dylan – Mr. Tambourine Man

martedì 17 agosto 2021

Recensione: La figlia oscura, di Elena Ferrante

 
| La figlia oscura, di Elena Ferrante. E/O, € 9,90, pp. 145 |

Leda è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze. Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana – grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro, Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda –, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca; un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti, destinata a cambiarle entrambe.

Certe volte scappare serve a non morire.

Recuperato in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, La figlia oscura contiene una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di François Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima di quel particolare scombussolamento interiore chiamato “frantumaglia”.

Perché hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa”.

Agli antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere; Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi – e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei, motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola

sabato 14 agosto 2021

Recensione: L'acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito

| L’acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito. Bompiani, € 18, pp. 304 |

Quando i best-seller dividono, può capitarmi di leggerli più per curiosità – da che parte della barricata mi schiererò? – che per interesse verso la trama. Sono pronto a lasciarmi sorprendere. È accaduto così con il terzo romanzo della giovane Giulia Caminito, reduce dal successo al premio Strega e dal trantran dei lettori. Qualcuno scommetteva in una folgorazione totale; qualcun altro, invece, mi metteva bene in guardia da pesantezza e lungaggini. L'acqua del lago non è mai dolce è un romanzo difficile per stile e protagonisti, e difficile è stato il nostro rapporto: un amore-odio cresciuto di pagina in pagina, che all'inizio mi ha elettrizzato e all'ultimo mi ha stancato.

Io vorrei dire che tutti mentiamo sulla nostra famiglia, è quello il covo delle nostre più ardite bugie, dove nascondiamo la nostra identità, ci inventiamo favole, proteggiamo ingiustizie, facciamo incetta di luoghi comuni e ci barrichiamo dietro alle grida, le urla, i misteri; ma non è questo che dico, lo guardo e ribatto: Raccontami un’altra storia.

La storia, nel migliore stile dei romanzi di formazione, segue la crescita di Gaia. Si tratta di un'educazione sentimentale dura e rigorosa, ambientata nel peggio della provincia romana: un luogo di piscine mai finite, luna park decadenti e giardini pieni di siringhe in cui la protagonista cresce insieme ai genitori derelitti e a una nidiata di fratelli maschi. Sono i primi Duemila, ma sembrano gli anni Settanta: la povertà è alle stelle, in casa si consumano litigi e rivoluzioni, in salotto non ci sono né il modem né TV. Dopo un'infanzia di abiti smessi e libri di seconda mano, spesa in un lugubre scantinato di venti metri, Gaia si sposta nelle palazzine popolari ad Anguillara. La seguiamo lungo tre stadi della sua esistenza, descritti in un eterno tempo presente: prima le medie, poi il liceo classico, infine la facoltà di filosofia. Spronata da Antonia, indimenticabile mamma, coraggio cocciuta e battagliera come Anna Magnani, Gaia tenta di superare l'imbarazzo per le proprie origini mimetizzandosi tra la borghesia.

La casa che la attende ora è una famiglia, una ferita pulsante, un ascesso scoppiato, un bisturi che ha diviso lembi di pelle.

Tralasciando Antonia, gli altri personaggi non suscitano empatia: gli amici e i fidanzati della protagonista risultano intercambiabili, definiti soltanto dal nome di battesimo, e Gaia resta impressa per l'esagerazione dei suoi gesti. Bulla, vandala, piromane, assassina mancata, tenta la strada delle antieroine indomabili – penso a Lila – ma risulta sgradevole e inverosimile: non un corpo di carne e ossa, ma una semplice voce. All'inizio mi ha irretito, grazie a uno stile denso e barocco, ma complice un prosieguo ridondante ho finito per trovare la scrittura – per quanto bella – ingombrante, pretenziosa. Senza quelle metafore ardite, senza quel periodare ellittico e studiatissimo, mi sarei più soffermato sui drammi dei personaggi – a me, purtroppo, estranei – che sulla confezione? I confronti sono sorti spontaneamente. L'acqua del lago non è mai dolce ha i viavai di Di Pietrantonio, le amicizie tossiche di Avallone e D'Urbano, le arrampicate sociali di Ferrante, e ciò che di nuovo aggiunge – penso, ad esempio, alla vaga denuncia contro i mali dell'eternit o al tema del suicidio – è affrontato con approssimazione. A restare, nel bene e nel male, uno stile che ricorda proprio il fascino del lago di Bracciano: denso, tetro e limaccioso, ma anche stagnante. Qualcuno, tuttavia, sul fondo scorgerà il baluginare di un presepe sommerso; un po' di luce.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Alessandra Amoroso – Immobile

martedì 10 agosto 2021

Recensione: Una vita come tante, di Hanya Yanagihara


| Una vita come tante, di Hanya Yanagihara. Sellerio, € 22, pp. 1091 |

Hey Jude, don't make it bad, take a sad song and make it better. Da qualche giorno, mi scopro spesso a canticchiare la canzone dei Beatles. Stonature e tutto, la dedico al protagonista di questo romanzo e, un po', anche a me stesso. Quando ho iniziato a leggere Una vita come tante – impresa lunga oltre mille pagine – avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. E di una storia in cui smarrirmi. Pazientemente, senza l'ansia di fingermi spensierato o di aggiornare il blog, mi sono preso del tempo per me e per la mia malinconia. Anziché fuggirla, l'ho assecondata. Fino a quel momento i romanzi più lievi mi infastidivano tanto quanto le hit estive alla radio, e allora ho scelto una vita difficile: la terapia d'urto. Qualcuno mi ha avvisato: leggere un romanzo così disperato sarebbe stato controproducente. Ma vi ho riposto piena fiducia, invece, e ho pregato affinché il mio cuore fosse maltrattato, ma con garbo. Cercavo la catarsi. E ringrazio per il fatto di averla trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Avrei voluto che il ritornello di questa proseguisse all'infinito.

Quando sei fatto come me, devi accontentarti di quello che ti arriva.

Hey Jude, refrain, don't carry the world upon your shoulders. A reggerlo, il mondo, per fortuna ci sono gli amici di sempre. JB, artista di origini haitiane, è specializzato nei ritratti delle persone care: travolto dal successo, rischia di perdersi tra lussi e droghe. Malcolm, architetto di buona famiglia, lavora in uno studio che sta anestetizzando lentamente la sua fantasia. Willem è il classico attore che sbarca il lunario come cameriere: il talento, e soprattutto una nobiltà d'animo commovente, gli spianano la strada verso Hollywood. Né le lunghe sedute di trucco né i viaggi di lavoro distolgono quest'ultimo dal prendersi cura di quel migliore amico e coinquilino che fa letteralmente da centro gravitazionale. Jude porta le maniche lunghe anche in estate, è affetto da una misteriosa zoppia che a volte lo costringe a muoversi in sedia a rotelle, è reduce da un'infanzia da orfano di cui non fa volentieri menzione. Jude sa cantare e preparare dolci, ha mille talenti inespressi, e in tribunale fa faville come avvocato, al punto da guadagnarsi un mentore: Harold, insegnante di rara dolcezza, chiamato talora a raccontarci i protagonisti in prima persona. Jude è un enigma, spesso affascinante, spesso frustrante. Perché crede di non meritarsi nient'altro che il disprezzo? Perché, succube del passato, coltiva una solitudine siderale a dispetto dei molti che gli offrono solidarietà, sesso, vie di fuga? Mitizzato, alla stregua di un personaggio di Hardy o Dickens, non anela alla libertà: non la conosce. Si limita a passare da un aguzzino a un altro, a schivare il contatto fisico, a immaginare lo scherno nascosto dietro un innocuo complimento. Saprebbe meritarselo, l'amore vero? Nonostante tutto, vivrà una delle relazioni più romantiche e sorprendenti di cui serbi memoria.

L’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante.

Quanta violenza nel suo passato. Quanta incertezza nel suo futuro. E l'autrice non ci risparmia i dettagli più sordidi, infelici e rocamboleschi, al punto che – non a torto – qualcuno ha reputato eccessivo l'accanimento verso Jude e irrealistico il suo bagaglio esperienziale. Per me, tuttavia, c'è un malinteso alla base: questo romanzo, tragico senza mai diventare pessimista, non è stato pensato come uno spaccato contemporaneo. Anzi: nonostante l'iconica ambientazione newyorchese, i personaggi vivono in una città sospesa nel tempo, senza traccia di lotte politiche, razzismo o omofobia. Lontani dal divenire storico, creano una storia parallela altrettanto importante, in cui – proprio come sull'Isola che non c'è – non esiste null'altro a parte loro. Sono moltissime le pagine strazianti, in quarant'anni di amicizia, ma ho speso le migliori lacrime soprattutto per le cose belle: non per le brutture. Per la dedizione, la pazienza e la generosità dei personaggi secondari. Per la sessualità, che si fa fluida pur di uniformarsi alla solidità di certi attaccamenti. Per la continua capacità di stupirsi e per l'invidiabile senso di appartenenza. Per chi smette di bere caffè, taglia via la crosta dei toast, bacia con gli occhi chiusi e costringe il protagonista ad amarsi un po'. E a bere, mangiare, smettere di tagliarsi, anche a costo di piantonarlo, portarlo in spalla, afferrarlo per i capelli mentre se ne va alla deriva. La vita è un diritto o un dovere?

A quel punto gli tornava in mente l’affermazione di Harold seconda la quale la vita trovava sempre il modo di ricompensarti per quello che ti toglieva, e si rendeva conto di quanto fosse vera, anche se a volte gli sembrava che la vita non si fosse limitata a ricompensarlo, ma avesse deciso di farlo nel modo più sontuoso, come se cercasse disperatamente il suo perdono e lo ricoprisse di ogni ricchezza, offrendogli tutto ciò che esisteva di più bello e desiderabile nella speranza che superasse il proprio risentimento e le consentisse di accompagnarlo negli anni a venire.

Egoisticamente ho provato il desiderio di non arrivare mai all'ultima pagina. Di allungare ulteriormente i tormenti di Jude, pur di essere ancora parte della routine del gruppo, come accade al cospetto delle sitcom più longeve. Con stile pieno e limpidissimo, Hanya Yanagihara firma una moderna Bohème in grado di comunicare un senso di invincibilità accanto alla precarietà diffusa. In questi appartamenti dai mattoni rossi, con le classiche scale antincendio arrugginite sulla facciata, c'è sempre una festa o una cena. Tra ricadute e accidenti, benché defilati, io e Jude ci siamo goduti i brindisi, le preghiere e le risate: è stato confortante lasciarsi cullare fino al sonno da queste voci, senza mai sentirsi tagliati fuori. La vita come tante di Jude St. Francis, in realtà, è una vita come nessuna, raccontata per di più in un romanzo come pochi. Perché, in definitiva, appare infinitamente tribolata? Semmai il contrario: è fortunata. È raro, infatti, che la vita ci ricompensi per tutto ciò che ci ha tolto. E questa volta mi sono soffermato non su ciò che sottrae, ma su ciò che di miracoloso regala. Hey Jude, ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare, ti devo perdonare. Non sei mai stato una canzone triste, ma come avresti potuto saperlo? Non hai mai conosciuto i Beatles, o la tenerezza.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hey Jude