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martedì 22 marzo 2016

I ♥ Telefilm: How to get away with murder, Galavant, L'ispettore Coliandro

Stagione II
Lo scorso anno avevo conosciuto l'amata, odiata Shonda Rhimes qui, a scuola di crimine. Un legal thriller semiserio, seducente, velocissimo, per chi come me con gli avvocati in tivù ha un brutto rapporto e il più noto Scandal, recuperato in estate, non lo seguiva ancora. How to get away with murder ti insegnava a farti andare a genio l'autrice più prolifica della storia del piccolo schermo e a farla franca con il sangue freddo e la fedina penale pulita, in caso di moderni delitti e castighi. Nemico giurato delle maratone tanto quanto dei personaggi in toga, avevo trovato nella spregiudicata Annalise Keating e nei suoi cattivi allievi una sorprendente eccezione e un titolo da inserire, lo scorso anno, ai margini del mio listone. Guilty pleasure ma non troppo, il primo How to get away me l'ero bevuto in un sorso. E l'autunno successivo, mi accorgevo, restava la sete. Puntuale la seconda stagione e la terza, da quel che leggo, è già certezza, ma a malincuore i nuovi appuntamenti oltre il nastro giallo, tra aule universitarie e salottini esclusivi, deludono e annoiano un po'. In tempi non lontani l'interrogativo era uno, incalzante: chi aveva ucciso il marito della protagonista? Questa volta, invece, la stagione ruota attorno a una nuova domanda, a un ennesimo caso, anche se le risposte si perdono, in una storyline che fa il passo più lungo della gamba e frequentemente si smarrisce. L'indagine portante ruoterebbe, comunque, attorno a due fratelli, accusati di avere assassinato i genitori adottivi, in nome di una ricca eredità e, mormorano i rotocalchi, del loro amore incestuoso. Come da tradizione, si gioca con flashback e anticipazioni, e l'effetto dèjà vu all'inizio cattura: i discepoli riuniti, di nuovo, sulla scena del delitto perfetto. Quello di una Annalise agonizzante in una pozza di sangue, ferita – mortalmente? - da uno di loro. Prima della pausa per le vacanze natalizie, abbiamo una decina di episodi nella media: il giallo è classico, senza grossi guizzi. Dopo, con l'anno nuovo, How to get away with murder predilige l'indagine psicologica, i viaggi nel passato, l'introspezione. Si parla di un bambino mai venuto al mondo, della relazione della selvaggia avvocatessa con il traditore Sam e con una affascinante collega – quella Famke Janssen incapace di invecchiare -, dell'imprinting istintivo con il bisognoso Wes. Cosa sa delle origini di lui? E quanto è coinvolta nel suicidio della madre, testimone in un processo scomodo? La storyline è frastagliata, sfilacciata, e l'indagine su quei fratelli assassini, ma al di sopra di ogni sospesto, né intriga né interessa. Il lato negativo, quello che fa pendere la bilancia verso la delusione, è l'importanza smodata data ai comprimari. Coi pregi e i difetti che ciò comporta. Si perde spesso il punto della situazione, dunque, e in mezzo a coppie improbabili, sicari affranti e riunioni familiari, Alfred Enoch – tanto per fare un esempio - si mostra incapace di dare spessore al suo Wes e Jack Falahee, ammirato in precedenza per la faccia tosta e l'insolenza, accasato col noioso Oliver, appende al chiodo l'indole di Connor. E la domanda, abbandonata quella iniziale, diventa man mano un'altra: ma a noi che importa? Di chi se la spassa con chi, della Keating bisex, di salti in avanti e indietro che, quest'anno, si fanno seguire con distrazione? La Shonda (inter)nazionale, dunque, rivela le falle delle sue infinite trame e ci dà conferma del talento di una Viola Davis tappa buchi, più mattatrice del solito: vulnerabile, umana, materna. A tratti, straordinaria. E questo How to get away che a volte ritorna, in definitiva, vive solo di lei, spietata e inaffidabile, quando invece vorrebbe coinvolgere l'intera classe che affolla l'ingresso della protagonista notte e dì. L'udienza è sciolta. La corte e il sottoscritto si aggiornerano in data da destinarsi, per concedersi un'altra possibilità. (6)

Stagione II
Lo avevamo cantato, ballato, accolto calorosamente. Galavant, intonatissima comedy di cappa e spada, lo scorso inverno, quanto ci aveva stupito? Debuttato con Once Upon a Time in pausa, e dire che quella serie io l'ho abbandonata anni e anni fa, aveva dieci episodi di venti minuti ciascuno, situazioni brillanti e, soprattutto, canzoni così orecchiabili da convincere anche chi il musical, al contrario mio, non lo tollera. Il segreto: leggerezza da vendere, un cast freschissimo e, a scrivere e comporre, tra gli altri, lo stesso Alan Menkel che vanta diciannove nomination e otto vittorie agli Oscar, nella categoria delle migliori colonne sonore. Record, dite? Ma dove li avevamo lasciati, 365 giorni fa, e cos'è di loro, sopravvissuti alla cancellazione già una volta e separati e lontani, ormai, a causa di una trama più ampia e di imprevedibili incidenti di percorso? Lo scopriamo con una canzone: anche il riassunto delle puntate precedenti, infatti, in Galavant è un'occasione in più per cantarsela. Isabella, in definitiva il vero amore del nostro eroe, è tenuta sotto chiave: deve sposare a forza suo cugino, che per avere una decina di anni è un vero demonio, e vincere le insidie di un wedding planner stregone che l'ha soggiogata con un diadema magico. Madalena, vendicativa ex ragazza, regna con il boia Gareth sul regno che fu di quel marito mai stimato. Il protagonista e King Richard, invece, suo storico rivale, si sono alleati: amici per la pelle, adesso, devono salvare l'amata, riconquistare il trono, guidare un esercito di non-morti in una battaglia che vedrà contrapposti ben tre schieramenti. Interverranno il paranormale – con morti e resurrezioni, lucertole che forse sono draghi dormienti o forse no, regine che per la vittoria venderebbero quel poco di anima che resta loro – e, lungo il tragitto, tappa obbligatoria presso regni che portano a nuovi sorrisi e a ennesimi grattacapi, la riconciliazione con famiglie imperfette, il coinvolgimento nella secolare disputa tra (non) nani e (non) giganti. Meno spazio per i comprimari a me tanto cari – i fedeli servitori, i funzionari reali – , ma altrettante canzoni da fischiettare, altrettante ore spese in assoluta allegria. Due puntate in più, rispetto alla prima stagione, ma è l'effetto sorpresa che, questa volta, purtroppo non si ripete.
Restano le canzoni, folli e sempre a tema; le interpretazioni a fuoco e i cameo inaspettati – quello della Minogue, ad esempio, che nel bel Joshua Sasse ha trovato anche un toy boy da ostentare; l'incertezza del rinnovo. La cancellazione è un orso, ci cantano nella canzone conclusiva, e chissà se, come il caro Leo in Revenant, riusciranno di nuovo a spuntarla senza ferite. (6,5)

Stagione V
Il cinema italiano sta facendo passi da gigante. E se vi dicessi che anche la tivù, talora, sorprende, mi prendereste in parola? Erano già cinque anni che non lo vedevamo muoversi, cafone e mitologico al solito, sul piccolo schermo. Non c'era il blog, e non avevo potuto parlarvi di me, afflittissimo, che mi logoravo per l'incertezza di un nuova, eventuale stagione. Non c'era il blog e, nel mio piccolo, non avevevo potuto illuminare gli scettici sulle mirabolanti prodezze dell'ispettore che spara, fa centro e conquista. Quando meno te lo aspetti, L'ispettore Coliandro – la serie italiana più figa su piazza: okay che poco ci vuole, uno dice – rispunta sui palinsesti, con gioia e sommo gaudio da parte del sottoscritto e famiglia. Non lo avete neanche incrociato, dieci anni fa, quando, in sordina, faceva il suo esordio su Rai Due? Il primo caso è una storia di mafia russa e bionde siberiane; il secondo, nella campagna bolognese, lo vuole impegnato a proteggere un testimone autistico; il terzo, con il colpo di fulmine per un'esotica barista non udente e le pressioni del medico legale ultrasessantenne, lo trascinerà sulla pista da ballo; il quarto – il mio preferito, insieme all'ultimo – lo renderà senza memoria e spietato, all'indomani di un brutta botta in testa; il quinto, tra i peggiori, lo vorrà Taxi Driver tricolore in compagnia di una ex e procace miss; il sesto, alla fine di un ciclo, ci darà filo da torcere: il nostro eroe, dato per morto, è infatti prigioniero nello scantinato di un'affascinante e fragile Psycho al femminile. Le citazioni grandi e piccine, una scrittura intelligente, battute cult, la partecipazione vivissima di gente che crede nel proprio lavoro. Quelle partner che, per dirla a modo suo, più che bellissime sono “scopabili”, i colleghi affezionati – la Bertaccini, che ha sposato da poco la sua compagna; Gargiulo e le lasagne di mammà; la risata con sfiato di Gamberini – e, tra una pagina Facebook sempre aggiornata e iniziative nei locali della capitale emiliana, tanta voglia di ringraziare chi di Coliandro ha curato il successo e il prezioso ritorno. Nato dalla penna di Carlo Lucarelli, L'ispettore Coliandro – sbirro provetto ma non troppo, che in ogni puntata cambia caso e ragazza, come un James Bond pane e salame – ha episodi di novanta minuti, perfettamente autoconclusivi, e cinque stagioni brevissime. Alla regia, gli immancabili Manetti Bros e nel cast, accanto a presenze ricorrenti e vecchie conoscenze, uno Giampaolo Morelli da idolatrare seduta stante. Insieme, sempre affiatati, divertentissimi e di corsa, avete già potuto ammirali, ad esempio, in quel delizioso mix di hard boiled e canzone neomelodica che era Song'e Napule. In una colorata Bologna criminale, inquadrata dall'alto coi droni e, con la sua turbolenta movida notturna purtroppo piena di spunti, la legge ha il volto squadrato – la giacca di pelle, gli occhiali di sole anche di notte e, sotto, un occhio azzurro un po' malandrino – di un agente di polizia cresciuto con il sogno di Eastwood, Tomas Milian, gli sparatutto anni '70. Egocentrico, sboccato, maschilista e fiero di esserlo, Coliandro – che un nome di battesimo non sembra proprio averlo, giacché ispettore lo nacque – inciampa per la quinta volta, così, in crimini, fanciulle e meriti. E, senza bisogno di un aggettivo di troppo, lo si riassume con un “bestiale” dei suoi. (7,5)

giovedì 13 aprile 2017

I ♥ Telefilm: Tredici | New Girl VI | How to get away with murder III

La morte tocca, soprattutto quando quel mazzolino di fiori a bordo della strada, quell'articolo triste sul giornale locale, ci ricorda che a venir meno è stato qualcuno della nostra età. Facevo i primi anni di liceo quando una mia coetanea, Carla, fu trovata senza vita nella sua stanza. Non la conoscevo, ma ricordo un sabato mattina passato in classe a parlare di lei, e di come la sua scomparsa ci facesse sentire. Tredici, prodotta da Selena Gomez e tratta dal best-seller di Jay Asher, è una serie importante. Non il solito teen drama vuoto, alla moda, a cui una CW ci ha abituato. Ha come spunto una morte tra i banchi, e dalla tragedia non prende le distanze. Racconta in disordine la storia di Hannah, una diciassettenne che un giorno l'ha fatta finita. La sua lettera d'addio, la sua vendetta, supera i confini della carta e dell'aldilà. La verità di una ragazza morta troppo presto, nell'indifferenza, si diffonde negli auricolari di Clay: un compagno innamorato, che elabora la perdita e cerca indizi. Coloro che nel frattempo hanno già ricevuto le cassette, accusati di averla trascinata a fondo, hanno paura che il più candido tra loro li smascheri. I cattivi hanno punti di rottura, sprazzi di umanità. I buoni, non così immacolati, hanno scatti isterici che ti mettono sul chi va là. I personaggi, più che approfonditi, sono scavati. Possiedono case e famiglie modeste, spesso. Un'aria comune, familiare, non da fotoromanzo patinato – Katherine Langord è bellissima proprio in virtù di qualche curva in più, Dylan Minette è uno di quegli adorabili sfigatelli alla Seth Cohen che faranno strage di cuori. Ci sono tredici episodi per tredici nastri. Una playlist da ascoltare e riascoltare, un cast di esordienti piuttosto in parte, ritmi dilatati. Nel decantato Tredici, purtroppo, ne succedono così tante, ma così tante, che a un certo punto ho smesso di crederci. Più che l'emozione, allora, affiora il fastidio. Verso un dramma così esagerato da risultare inverisimile. Verso una scrittura a tavolino, che vorrebbe compiare gli adulti – guardate che età difficile, guardate il liceo che mondo selvaggio che è – più che raccontare gli adolescenti. Alcol e droghe. Stupro. Guida in stato di ebbrezza. Bullismo. Troppi temi che rimestano a fin di bene nella cronaca nera. Molte minoranze rappresentate in nome del politicamente corretto, fino a sfiorare il parossismo (una coprotagonista cinese, omosessuale, adottata da una coppia di papà gay). Tredici non pecca di superficialità, ma di un un po' di pietismo sì. Di un certo pressappochismo, ma sempre a fin di bene. Fa la voce grossa, dice le parolacce. In realtà, nonostante le arie indie, è un prodotto ben più furbo di quanto sembri. Di quelli così accomodanti e impegnati, però, che criticarlo fuori dai denti significherebbe peccare di insensibilità. Di quelli paraculi, chiamiamoli col loro nome, che ti imboccano con il cucchiaino fino alla fine. Voce fuori dal coro, dico che ne ho capito le intenzioni ma che non mi ha scosso. Allena l'empatia, questo sì. Ci ricorda che ognuno ha i suoi fardelli e i suoi fantasmi. Che essere gentili con qualcuno – che magari, in testa, sta combattendo una guerra segreta – è questione di un attimo. Purché vivere l'adolescenza non diventi camminare sul filo, sulle uova, per paura di mettere un piede in fallo e sbagliare costantemente. (6)

Visto quando capitava ai tempi del debutto televisivo e rivalutato anni dopo, New Girl è la sitcom giusta al momento giusto. Merito di una squadra affiatatissima, di una casa a Brooklyn in cui ogni cosa scoppia in risata, che sopravvive alle coppie scoppiate, ai cali di ritmo, a cambiamenti belli e brutti. Cosa combina, quest'anno, la frizzantissima coinquilina dai vestiti pastello? Come reagisce Jessica Day alle novità? Schmidt e Cece, convolati a nozze nella stagione precedente, vanno a vivere insieme. Winston e la sua collega poliziotta, usciti allo scoperto, seguono le orme dell'altra coppia: radunate le brutte camicie a fantasia e il mitico gatto Ferguson, un'altra parte del quartetto è perciò pronta a spiccare il volo. Nick Miller, alias la mia anima gemella, ha pubblicato il suo primo romanzo e vive una relazione complicata con una certa Megan Fox. Il loft, piano piano, si svuota. Jess ha paura di rimanere sola, e noi assieme a lei. Sarà che nessuno, sotto sotto, ha smesso di fare il tifo per lei e per il burbero Nick, distratto dalle grazie della bella di Transformers. Come si scopriranno cambiati alla fine di questi traslochi, di inevitabili viavai che hanno il sentore triste degli addii? Lo scopriamo al ventiduesimo episodio. Forse, l'ultimo di sempre. La Fox non si esprime sul rinnovo e l'epilogo, perfetto, è un cerchio che si chiude. Di perfetto, purtroppo, c'è quello e poco altro. Un finale che giunge inatteso, annunciato senza il necessario preavviso, che emoziona ma non troppo. A chiosa di un ciclo di episodi piuttosto piatto, sprovvisto della classica verve, a cui onestamente non ho prestato grande attenzione. Non sapevo di assistere all'ultima stagione – sempre, appunto, che di un'ultima stagione si tratti. L'ho guardata in maniera distratta, a tempo perso, alla fine di giornate lunghissime. Non avevo gli occhi dell'amore, insomma. Lo sguardo da pesce lesso che mette tutto in prospettiva. Se dovessimo fermarci qui, mi dispiacerebbe. Né io né questo New Girl – brodo allungato in cerca di un'occasione per riscattarsi eravamo al nostro meglio. Ma, come vecchi amici, ci siamo fatti compagnia sul divano. Senza sentire il bisogno di giudicarci. (6)

In una sessione invernale che mi aveva messo a dura prova, avevo scoperto per la prima volta How to get away with murder e una Shonda Rhimes che, a lungo andare, ti dà i guilty pleasure perfetti e una totale assuefazione. Dopo un'accattivante stagione introduttiva, il legal thriller con qualcosa in più aveva rischiato di perdermi con un secondo appuntamento in cui la protagonista spadroneggiava un po' troppo. In autunno, mi sono puntualmente presentato a lezione da Annalise. Ai primi banchi, i suoi pupilli. Nei flashback, un incendio e un cadavere carbonizzato in cantina. Ci sarà un morto, giusto per il midseason finale. Chi sarà? How to get away with murder, per il terzo anno, ripropone la tipica struttura a incastro e sembra avere imparato dagli errori di percorso. I coprotagonisti hanno spazio per una vita sentimentale al di fuori del salotto esclusivo della loro insegnante. Si formano strane coppie e quelle più affiatate scoppiano per poi rinsaldarsi – bandita l'ambiguità dei primi tempi, quanto sono sono diventati noiosi Connor e Oliver? Il sicario Frank è in fuga e il preferito di Annalise, Wes, fa i conti con le sue origini e un omicidio a cui ha assisitito un finale di stagione fa. Quest'anno il mistero c'è e, a metà, il colpo di scena non manca. Sul tavolo autoptico giace un personaggio chiave, che ha portato con sé i dubbi di una protagonista incriminata. Un incendio doloso, i personaggi in lutto, la verità che salta fuori, e l'opportunismo, in un epilogo calmo ma amarissimo, prende il sopravvento. How to get away with murder, imperfetto ma intrigante, ha al solito qualche sottotrama che funziona e qualche sottotrama che avremmo volentieri evitato; personaggi numerosi, che trovano compattezza attorno a un cadavere caldo; una protagonista rara, che scende a patti e scambia il giusto con l'utile. Insuperati professionisti nell'arte dell'elusione, gli indisciplinati e disorganici membri della classe della Keating la sfangano anche quest'anno. Li mette in riga la Davis, fresca di Oscar, che ha forse bisogno di loro più del solito. Per salvarsi la pelle in carcere. Per distrarsi dal posto vuoto a lezione. (6,5)

lunedì 2 marzo 2015

I ♥ Telefilm: How To Get Away With Murder, Mozart in The Jungle, Red Band Society

Immagino che il mio essere sorpreso risulterà fuori luogo. Quando ho parlato del mio colpo di fumine con How to get away with murder, tutti mi hanno detto con aria di sufficienza: “E che ti aspettavi? E' Shonda. Un nome, una garanzia.” Ecco, io con questa mitica Shonda Rhimes non c'ho mai avuto niente a che fare. L'ho sentita nominare, certo. E conosco, ma esclusivamente di vista, i suoi figli maggiori: Grey's Anatomy e Scandal. Serie fortunatissime e longeve che, con una scusa ed un'altra, non ho mai seguito. Ignaro di un nome status symbol, inconsapevole e restio (diciamolo: sprovveduto), ho conosciuto How to get away quando su Sky sono andati in onda i primi episodi. Molte serie erano in pausa, ma questa era disponibile nella nostra lingua, a portata di mouse, per sere in cui non avevo neanche voglia di vivere, causa studio. Si parte in medias res e la trama, a metà tra So cosa hai fatto e quegli spassosi thriller degli anni duemila con Ashley Judd, ti lascia entrare nella vita di alcuni studenti, alle prese con un corpo da bruciare e con un mentore dal carattere imprevedibile. Retta dalla brava Viola Davis – donnone sensuale come Mike Tyson nelle scene d'amore, inguardabile senza trucco e parrucco, ma con un ruolo brillante -, la serie vive di personaggi che sanno che utile e onesto non coincidono e di persone immorali ma con il fiuto per i successi. A casa della prof Keating, cospirazioni e congetture, in una scuola di vita che non ha banchi o cattedre, né linee a separare insegnante ed allievo, ma passaggi segrete e stanzini in cui sussurrarsi viscide bugie o darsi a del furioso sesso con subordinati e superiori. Insieme alla protagonista di The Help, lo studente squattrinato, i due raccomandati, l'allieva modello con un futuro da fiaba tutto in forse. A spiccare nella massa, la bella Katie Findlay – la ragazza scomparsa di The Killing, la migliore amica di The Carrie Diaries – e la rivelazione Jack Falahee con il suo ambiguo Connor Walsh: gay, intraprendente, sfacciato, il sesso usato come un'arma a doppio taglio. Nonostante il vero coprotagonista sia lo spilungone Alfred Enoch, non c'è gara: Falahee – una stronza al maschile, destinato a diventare molle e fedele nel finale di stagione, ma convincente ugualmente – provoca e fa simpatia. I primi dieci episodi sono uno spasso; gli ultimi, i più lenti dopo tanto rumore, ti strappano la definitiva approvazione grazie a un epilogo col botto e a personaggi sempre ben delineati. Non che il legal thriller sia tutto questo spasso: ho un brutto rapporto col genere. Schivo Grisham al pari dell'ebola e l'idea di darmi alla giurisprudenza – nel periodo delle scelte e dei cambiamenti – non mi ha neppure sfiorato il cervello. Avvocati e processi mi annoiano, sarà che a tavola i miei guardano Forum a pranzo e Law & Order a cena. Ampia premessa per dirvi che se vi aspettate una barbosa serie in toga, avrete di che stupirvi. How to get away lo prendi sul serio – l'ho finito di vedere in lingua, in pochissi giorni: era diventato la mia missione – anche se è divertentissimo, cazzaro, sexy e improbabile. Ma la sua scioltezza, in unione a un montaggio favoloso, è l'equivalente della nicotina nelle sigarette: dà dipendenza. Poco importa se, al servizio della spettacolarità, potrà risultare spesso veloce e inverisimile: ti diverti, pensi al delitto perfetto e, nel frattempo, rimugini su cosa faresti se, in una notte cupa e tempestosa, ti ritrovassi con un cadavere in salotto. La serie della Abc risulta utile per ammazzare il tempo e per scagionarti con classe estrema, se insieme al tempo hai ammazzato pure altro. (7/8)

La scorsa estate i miei incubi andavano al ritmo di musica classica. Ho preparato l'esame di Storia della musica e, sarà che andava dal Madrigale a Miley Cyrus, sarà che le note so leggerle a stento e che quegli spartiti indecifrabili mi facevano venire la strizza, alla fine di quel tormento c'ho messo sopra una pietra. Una croce. Avevo detto addio a quel mondo, come quando le cose che fai a forza, malvolentieri, ti smuovono i succhi gastrici e la noia, ma non la passione. Avevo studiato e non ci avevo messo interesse. Ma a me piacciono il dramma in musica, il teatro, l'orchestra, i backstage. E una delle cose che più mi emoziona al mondo è il suono che fanno in coro tutti gli strumenti mentre vengono accordati, prima dell'apertura del sipario. Sono ritornato sui miei passi, superato il trauma da sessione estiva e, per fortuna, ho voluto concedere un'occhiata al pilot della nuova serie targata Amazon: Mozart in the jungle. Questa è un'altra storia. Tutt'altro che ingessata e seriosa; mai sonnolenta. Alcuni episodi sono dei gioielli, altri servono oggettivamente ad allungare il brodo, ma il livello è alto e il trinomio "sesso, droga e Mozart” vi darà alla testa. La trama: all'alba di uno spettacolo importantissimo, la Filarmonica di New York è messa a soqquadro dall'arrivo di un nuovo direttore d'orchestra. Capello lungo, completi spaiati, idee bizzarre. Un nome che tutti conosceranno: Rodrigo. Interpretato con vigore da Gael Garcìa Bernal, porterà una ventata di gioventù e colore in un ambiente polveroso. Nel frattempo, trascinerà al centro del palcoscenico l'insicura Hailey, tenterà di conquistare una moglie geniale e pazza e proverà a rimpiazzare il vecchio “maestro” senza fargli pesare troppo il suo pensionamento, mentre la direttrice rischia un crollo nervoso e la musica, come nel bellissimo Tutto può cambiare, si fa anche per strada. Accanto al pupillo di Almodòvar, Gondry ed Inarritu, un granitico Malcom McDowell – e guai a ricordargli che sta invecchiando -, la sexy Saffron Burrows e Bernadette Peters, quasi settant'anni e non mostrarli, una voce squillante e un nome che a Broadway è leggenda. Diretto per gran parte dei suoi dieci episodi dal Chris Weitz di About a boy e American Pie – okay, ha girato anche New Moon: doveva rimettere il parquet in soggiorno o tinteggiare il bagno, che vi devo dire? -, Mozart in the jungle ha autorialità e brio, l'immagine di una New York glamour e personalissima che potrebbe rimpiazzare a tempo debito quella del noto Sex & The City, una colonna sonora da manuale. La musica classica non è mai stata così rock 'n roll. L'esaltante Whiplash ha fatto appassionare i profani alle misteriose magie del jazz; questo – scapigliato, ribelle, un po' figlio dei fiori – farà lo stesso con la musica sinfonica. (7)

Red Band Society aveva la strada già spianata. Gli spettatori di Colpa delle stelle, abituati a tante lacrime e alle risate che scoppiano in faccia al cancro. La firma di Steven Spielberg, che coi telefilm non ha in verità molto successo. Una schiera già fitta di fan ed estimatori, non essendo proprio una novità: Red Band Society è Braccialetti Rossi. C'è in Spagna, c'è in Italia; gli americani potevano farsi mancare la versione a stelle e strisce? Ma Red Band Society è arrivato senza il trambusto sperato e, con altrettanto silenzio, è andato via. Cancellato dopo tredici episodi. Mi giurano che sia mille volte meglio la serie italiana, perciò figuriamoci, ma comunque non non dispiace. In molti lamentano i rapporti di convenienza, i legami passeggeri e le amicizie non del tutto disinteressate che si instaurano tra i giovani personaggi. Viene meno la bontà e la fratellanza di cui tutti andavano in cerca, ma quella vena politicamente scorretta ogni tanto mi è garbata. Una storia alla libro Cuore, quando il telefilm è già di per sé gigione, non l'avrei retta. Non ci si annoia, l'andamento è costante – e se piace dall'inizio, come nel mio caso, è un bene, altrimenti anche no – e gli attori, freschi e svegli, benchè coinvolti in una serie non destinata al decollo ma al tracollo, si sono fatti notare, ottenendo un trampolino di lancio notevole. La voce narrante di un bambino in coma guida lo spettatore fino alla fine e ci fa conoscere i personaggi principali, nei momenti costruttivi e in quelli distruttivi. Ci si affeziona a Leo, la mascotte del gruppo: neanche un capello in testa, un arto mancante e il volto del bravo Charlie Rowe. Zoe Levin, vista in Palo Alto, è un paradosso: una ragazza meschina, senza cuore, che in realtà ha un cuore più grande del normale e quello è il guaio. Acida e insensibile, avrà la sua mezza redenzione grazie al personaggio di Darek Kagasoff – odioso ed odiato protagonista di Vita segreta di una teenager americana – che non solo qui è tollerabile, ma in uno degli ultimi episodi – grazie a una svolta toccante – strappa pure una lacrimuccia. Simpatico e sfortunato il Jordi di Nolan Sotillo, adolescente in cerca dell'emancipazione; irritante come pochi personaggi, invece, Emma, ragazza che non mangia e non suscita empatia. Mentre c'è che va e chi viene, chi muore e chi torna a casa sulle proprie gambe, in corsia spazio anche per le storie e gli amori del personale ospedaliero: l'infermiera amareggiata di un'ottima Octavia Spencer; il fascinoso dottore di Dave Annable, col capello sale e pepe del Clooney di E.R e qualche lezione di recitazione presa da quando faceva (male) 666 Park Avenue. Lontani dall'andamento convincente del pilot – divertente, emozionante, sincero – gli ultimi episodi, che potevano essere riscritti per mettere un punto a questa storia non riuscitissima, ma godibile, e invece no. Ho imparato i nomi dei personaggi, ho sorvolato sui loro difetti, ma non chiedetemi adesso se il gioco sia valso la candela: francamente, non saprei. (6)

giovedì 1 ottobre 2015

I ♥ Telefilm: Scandal I-IV, Faking It II, Impastor, Lady Chatterley's Lover

Scandal
Stagione I-IV
I fan di vecchia data, quando vengono a sapere che tu, spettatore compulsivo, non fai parte della loro cricca dicono, sdegnati: non segui Scaldal?, scandalo. Antichi filosofi orientali, invece, lasciavano ai posteri un aforisma che suonava così: tira più un pelo di Olivia Pope – un nome, una garanzia – che un carro di buoi. Così questo recupero da fare si è fatto, in un'estate che mi ha visto poco impegnato ma molto diligente. In un mese e mezzo, in realtà, in cui i più che mi dicevano “ma davvero non guardi Scandal?" hanno avuto la mia riconoscenza e anche un po' del mio odio. Una volta iniziato – complice il brutto tempo dell'ultimo periodo, quattro stagioni arretrate, altri titoli in pausa per le vacanze – non vuole occhi che per lui. Piace perché è ben scritto, impreziosito da interpreti e caratteristi sopra la media, pensato come un compromesso tra il thriller politico e un irrinunciabile guilty pleasure. Lo immaginavo all'inizio serioso, serial su avvocati scrupolosi in giacca e cravatta, ma ai tempi del colpo di fulmine con How to get away with murder – sempre della Shonda che non delude – mi avevano assicurato, al contrario, fosse la quintessenza del trash intelligente. E Scandal rigido e convenzionale non lo è mai; trash raramente. Eclatante e audace sì, ma alla maniera di quell'autrice di cui ho imparato ad apprezzare il gusto e il piglio originale, anche se ci sono cose che continuano a non piacermi. Scandal mi ha coinvolto e sconvolto come chiarivano le premesse e giuravano le promesse, ma – all'inizio, almeno: poi ci ho fatto l'abitudine – a convincermi di meno era proprio la decantata Olivia. L'idolo delle spettatrici; la donna che tutte loro vorrebbero essere da grande. Troppi pianti, troppi bronci, per quella Kerry Washington, impeccabile e splendida nei suoi completi avorio, che a volte, palla che rimbalza tra un innamorato e l'altro, si mostra vulnerabile in una maniera che è in contrasto con i suoi pochi scrupoli e i metodi non convenzionali. Qualcosa di simile succede con Viola Davis, fresca di Emmy: mostrarsi umana, vulnerabile, significa togliersi trucco e parrucca, piangere? Non mi convince il modo che ha la Rhymes di mostrare la fragilità delle sue eroine: una donna che parla di donne potrebbe fare assai meglio. Con gli occhi lucidi e i sospiri affranti, sembrano tante adolescenti: atteggiamento che poco si confà a due vincenti, a due leonesse. Possibile renderle vicine e lontane insieme, senza melò? Ma questa non è solo la storia di una professionista spregiudicata che, tra verità e inganno, fa perdere la testa al Presidente degli Stati Uniti in persona e a Jake, capo del B613. Si parla di avvocati difensori, i più affiatati e costosi che incontrerai, e dei loro facoltosi clienti: statisti, agenti segreti, re. La squadra dei "gladiatori in doppio petto" non conosce sconfitte o tentennamenti: da Huck, hacker e assassino dal commovente passato, a Quinn, allieva brillante, passando per la civettuola Abby e per il dandy Harrison, nessun attore fuori fuoco, nessuna falla. I miei personaggi preferiti, accanto al tenero psicopatico dalla doppia vita, quelli al centro dei rapporti sentimentali più credibili: Mellie, subdola e pungente First Lady che rinascerà spesso dalle ceneri; Cyrus, braccio destro di Fitz che, parlando d'amore, compone con James, di professione giornalista investigativo, una realistica coppia omosessuale di mezza età, non in perfetta forma fisica e mossa dal forte desiderio di adozione. Nella prima stagione: la presunta tresca tra il Presidente e una sua segretaria; vecchia storia che si ripete? Nella seconda, la verità su Quinn e i brogli elettoriali. Nella terza, notizie sulla famiglia di Olivia – ha, infatti, due magnifici mostri per genitori – e sulla gioventù di Fitz: nel frattempo, ci si prepara alle prossime elezioni, e tutto sembra lecito, se in ballo c'è la vittoria finale. Nella quarta, invece, Olivia come Elena di Troia: la bella per cui fare scoppiare una guerra? Scandal va visto, decisamente. Ideale e accattivante hobby che ha tanto pepe e, a volte, un po' di zucchero superfluo che, tutto sommato, si perdona: la folle dipendenza vale la vaga glicemia dei primi tempi. (7/8)

Faking It 
Stagione II
Nel liceo delle pari opportunità, luogo colorato e irrealistico in cui a capo delle cheerleader c'è una ragazza intersessuale e leader degli studenti è un gay rubacuori pieno di smanie, Karma e Amy si erano finte innamorate per la popolarità. Regine del ballo e idoli delle masse, avevano scoperto che le bugie ti portano alla pubblica gogna o, se hai sedici anni, a una storia d'amore che nessuno aveva previsto. Tra le due, poteva esserci l'amicizia e qualcosa di più? Faking It, lo scorso anno, imprevisto e leggero com'era, si era rivelato materiale per una spassosa teen comedy a episodi. Protagoniste bellissime, comprimari utili, un modo nuovo per parlare di diversità che – al cinema o in televisione – sono inserite puntualmente con buonismo, come il decalogo del politicamente corretto prevede. Nella scuola di Faking It – che ricordo, tempo fa, di avere definito un'allegra distopia – personaggi altrove marginali sono alla riscossa e figure tradizionali siedono, invece, ai margini. Immaginate un mondo sottosopra in cui, per essere accettato, devi avere una tua particolarità. Quel buono spunto, nonostante poligoni amorosi e nuovi ingressi, non si perde in una seconda stagione discontinua perché divisa in due parti. La prima, terminata a dicembre. La seconda, invece, iniziata e finita nove mesi dopo per un attacco hacker che non ha preso di mira, questa volta, i nudi di Jennifer Lawrence ma le puntate rimanenti di una storia sempre e comunque piacevole. E' successo, a un certo punto, che la curiosa Amy sia finita a letto, per ripicca, con Liam, l'amato di Karma. Se l'amica non può amarla, potrà forse perdonarla? Mentre da quelle parti si fa all'amore e alla guerra, un preside dittatore vorrebbe rendere la Hester High una scuola normale e i comprimari, tra cotte mostruose e relazioni illecite, vivono nuove disavventure sentimentali. Faking It, parlando di quel che chiede il corpo e di quel che suggerisce in segreto il cuore, di esperimenti e friendzone, continua a essere spontaneo e sexy. Cosa ne pensate del sesso a tre? E la bisessualità sarà verità o leggenda? (7)

Impastor
Stagione I
In questa estate rapida e indolore, con le serie più attese in vacanza e le serate in compagnia delle maratone di Scandal, mi sarò concesso probabilmente solo una novità Avevo bisogno di una comedy breve e fresca per riempire i tempi morti, ma venti minuti di risate e astinenza dalla serietà sembrano difficili da trovare: tra pilot che non decollavano e sitcom che, dopo pochi episodi, avevano già un destino fallimentare, è spuntato poi Impastor. Che, a sorpresa, mi ha abbandonato solo da poco. Ha resistito, alla fine, e ho resistito anch'io. La serie che ha fatto il suo debutto su Tv Land e che, per condotta scorretta, ha fatto borbottare i cattolici più ferventi gira e rigira attorno a uno scambio di identità e a tutti gli imprevisti del caso. Quando Buddy, irresponsabile e pieno di guai, vorrebbe suicidarsi per sfuggire al pugno di ferro dei suoi temibili aguzzini, ecco che gli si presenta un'occasione irripetibile: prendere in prestito la vita dell'uomo che, nel tentativo di salvarlo, è scivolato in acqua e non è più tornato a galla. Chi lo cercherebbe mai, in una comunità in cui tutti sono in attesa di una nuova guida spirituale? Buddy – pastore impostore – fingerà perciò di essere chi non è: un omosessuale in cerca dell'anima gemella e, soprattutto, un sacerdote dalla fede incorruttibile. Commedia americana a puntate, colorita e poco brillante, ma all'occorrenza divertentissima, Impastor funziona come può. I sospetti dei parrocchiani, le attenzioni di una lei bellissima e di un lui che invece aspetta e spera, le ondate migratorie – in paese – di sicari armati fino ai denti. Un po' Big Mama e un po' Il missionario, non farà la storia della televisione ma con il caldo, il tempo libero e la concorrenza di serie mediocri ha avuto, per poco, la sua da dire: sempre sottoforma di battuta di spirito, politicamente scorretta nelle intenzioni ma, in pratica, mai davvero provocatoria. Punto in più, inoltre, per il protagonista. Un Michael Rosenbaum, il Lex Luthor del mio caro Smallville sotto Crescina, che fa piacere rivedere. (6+)

Lady Chatterley's Lover
Film TV
Il classico dell'erotismo che aveva suscitato infinito scalpore, torna in televisione. La storia che tutti conoscono, sotto lo sguardo casto e puro della BBC, ha qui un inizio veloce, un epilogo affrettato e una metà in cui c'era tutto il tempo per dirsi e darsi. I primi minuti riassumono a grandi linee la nascita e la morte dell'unione dei coniugi Chatterley: il colpo di fulmine e un matrimonio in grande stile; il ritorno dalla guerra, ma con la dignità e il fisico a pezzi. Nel frattempo, così, Constance dà inizio a una storia di sesso con il guardiacaccia della tenuta. La televisione inglese, sinonimo di grazia e eleganza, questa volta toppa. L'ultimo Lady Chatterley's Lover, semplificato e ripulito, ha l'aria poco ricercata di una fiction Rai e limiti grandi. Uno dei titoli più osteggiati ha un amaro destino nelle mani della BBC, puntuale ma scolastica, allergica alle debolezze della carne e ai segreti della camera da letto. Il loro ultimo prodotto è una riscrittura pudica e algida, senza il languore dei corpi e il fuoco. C'è più pelle in vista ma prevedibilmente manca il bestiale, il primitivo, il bisogno basico che ha reso Connie e Oliver degni di memoria. Compitino insoddisfacente, televisivo rispetto a standard solitamente elevati, dalla resa discutibile e dal cast mediocre. Se il Richard Madden che fu il Principe Azzurro in Cinderella, nonché presenza fissa in Games of Thrones, se la cava – è bello, ombroso, e il suo personaggio di poche parole non fa pesare le poche espressioni -, fa assai peggio Holliday Grainger. Anche lei nella recente fiaba di Branagh – ma in veste di sorellastra maligna; vista, comunque, in Posh – esibisce una recitazione innaturale, melodrammatica come nel muto del passatato, e l'antipatico nasino all'insù proprio non aiuta. Un riassunto, dunque, per chi volesse sapere com'è che finisce – e deludente è anche il finale rose e fiori – e non avesse tempo di recuperare un romanzo che intimorisce. Da parte mia, il desiderio di un recupero ci sarebbe pure. Anche se mi assicurano una lettura lenta, con poco per cui valga la pena scandalizzarsi, al giorno d'oggi, e noia a volontà. (5)

martedì 3 febbraio 2015

Mr. Ciak: Like Crazy, Gemma Bovery, I nostri ragazzi, Breathe In

Ciao a tutti, amici. Come state? Oggi, per riempire un vuoto lungo quasi una settimana, causa studio ed esami tragicamente imminenti, ho deciso di proporvi una puntata della rubrica Mr. Ciak – che ormai, quando le mie letture vanno a rilento e il blog è in stato comatoso, è un po' il mio jolly. In realtà, non guardo un film da tipo una settimana – e no, la mia maratona di How to get away with murder non vale: le puntate sono corte! - quindi vi parlo di cosa ho visto di recente. Avrei voluto aspettare, parlarvi di altro, perché tutti quei sette e tutti quei film già noti creano solo monotonia, ma boh. E poi se fino a quando non mi libero dalla sessione invernale non riesco a guardare più niente di niente? Quindi, se vi va, sorbitevi le mie chiacchiere sui drammi indie di Felicity Jones, sugli italiani che portano (bene) al cinema un romanzo straniero molto acclamato, sulla commedia francese che – con la bellissima Gemma Arterton e con l'intramontabile Flaubert – fa al solito faville. Un abbraccio, M.

Dopo la scoperta che una Felicity Jones al giorno toglie il medico di torno, ho dedicato una sera a Breathe In e quella direttamente successiva a Like Crazy. Invertendoli, guardandoli al contrario. Due visioni con la firma dello stesso Drake Doremus, con protagonista la stessa inglesina dagli occhi verdi verso cui a vent'anni ho sviluppato una cotta mostruosa, che manco alle scuole medie. Per i motivi sbagliati – ma la bellezza della Jones è poi un motivo sbagliato? - sono andato a ripescare molti dei suoi film che, non so nemmeno io il motivo, mi erano sfuggiti. Lei mi piace perché è lei e perché fa un genere vagamente di nicchia che ha sempre saputo toccare le mie corde segrete. E, a proposito di segreti, quando mi chiedevano “Ma Felicity Jones chi?”, io rispondevo “Quella di Like Crazy”, anche se Like Crazy non l'avevo mica visto. Tutti pensavano il contrario; io non davo smentite. Adesso però me lo chiedo. A cosa diamine pensassi, dove diavolo fossi, quando quattro anni fa al Sundance presentavano un film che anche allora mi sarebbe piaciuto. Riassunta, condensata, ma mai compressa a forza – violata – ci viene raccontata una storia d'amore nella sua interezza. Anna e Jacob si piacciono un mondo, ma lui è americano, lei è una studentessa inglese con un visto in scadenza. Imbrogliano per qualche tempo, lei parte, quando ritorna non può ritornare davvero. Problemi con la dogana. Problemi con chi la aspetta a casa. Odorarsi, conoscersi, poi perdersi mai del tutto. C'è parecchio in un'ora e trenta. La spensieratezza degli anni d'oro, il disincanto dell'età adulta sperimentato anche da chi continua ad avere il volto d'adolescente. La fiamma che si raffredda ma non si spegne. Anton Yelchin e Felicity, insieme a una Jennifer Lawrence di passaggio, sono i teneri e convincenti testimoni di un amore di quelli veri, mentale e fisico, che ha bisogno di un tocco, d'un promemoria, per farsi ricordare. O lo si scorda, con il silenzio e la lontananza. Maturi ed immaturi, zelanti e pigri, sono la pioggia, e il sole, e i check in in aeroporto, e le promesse (non) fatte tanto per. Un Doremus più acerbo e introverso, ma già bravo, li inchioda con i primi piani e le spalle al muro, mentre una fotografia opaca e nuda ce li racconta alle prese con il rimpianto. Lui cattura il significato più profondo dell'assenza, il nocciolo dell'attesa, l'eroico tentativo di imbrogliare il tempo e, con una quiete solo apparente, stupisce con trovate brillanti e un montaggio che mi ha regalato spunti di una bellezza impensata – la serie di istantanee di loro a letto, i campi e contro campi che alternano il corpo della Jones a un posto vuoto sul bus, sei mesi di pratiche e ripensamenti sbrigati buttatando avanti veloce. Il pane quotidiano per chi ama le storie d'amore indie, con dialoghi lunghissimi che sarebbero il sogno di ogni giovane attore, momenti di una maturità che strappano il cuore e ti fanno invecchiare con un singolo passaggio di macchina, svolte impreviste per capire davvero le quali devi essere semplicemente un po'... come loro. Un po' così. Così, senza definizioni. Così, come chi quando guarda uno squarcio di storia d'amore pensa già a come andrà a finire. (7,5)

Nella lontana estate del quarto ginnasio, adolescente brufoloso dato in pasto a una prof di letteratura indicibilmente maligna, leggevo in spiaggia tutta una serie di romanzi minori che lo stesso Verga aveva scordato di aver scritto e un grande classico, Madame Bovary. Verga, mio acerrimo nemico, l'ho odiato senza troppo sforzo; Flaubert no. Mentre, perciò, qui aspettavano Dio solo sa cosa, io già avevo intercettato Gemma Bovery tra le uscite straniere e avevo avuto fiducia nei distributori italiani, che mi vogliono bene e le buone commedie d'oltralpe non se le fanno scappare. Chi mi legge, sa: che penso che il cinema francese abbia una marcia in più, che non c'è posto più affascinante della campagna normanna e che se ci sono toni irresistibili e una protagonista bellissima, allora il gioco è fatto. L'ultimo film di Anne Fontaine è una deliziosa produzione con suggestioni british e carte in regola perfette. Echi letterari, un epilogo tragicomico eppure divertentissimo, garbo, Gemma Arterton. E lo so che ho appena giurato amore eterno a Felicity Jones, ma tanto mica capisce l'italiano lei, no? Gemma Arteron, mai così bella, quasi da combustione spontanea, ha lo stesso nome del suo personaggio e il destino apparente dell'eroina di Flaubert. O almeno di questo è convinto il suo vicino di casa, un fornaio ficcanaso che legge troppo e vive troppo poco. Quanto può fare un romanzo? Tanto, questo è certo, ma conoscere il finale in anticipo forse potrà cambiare il destino di quella conturbante giovane venuta dall'Inghilterra, con marito americano e una flotta di ammiratori segreti che minacciano la sua serenità? Ispirato a una graphic novel, Gemma Bovery è una riscrittura in chiave moderna di un polveroso capolavoro: operazione rischiosa, ma salvata da quei francesi coltissimi, autoironici, nostalgici, che fanno sembrare cosa da niente qualcosa da maneggiare, invece, con cura. Saranno antipatici, o almeno così dice la leggenda, ma hanno una leggerezza inimitabile. Inutile dire che non ci si annoia mai e che quel loro sguardo malizioso, anche in mezzo a presagi e giochi del destino, diverte. Fattura impeccabile; una barriera linguistica impossibile da comprendere non guardano il film in lingua originale, ma discretamente suggerita dal nostro doppiaggio. Fabrice Luchini, con l'ormone non ancora in pensione, una fantasia che fa guai e sogni erotici in costumi ottocenteschi, è ottimo. Gemma Arteron, con un ruolo cucito addosso su quel suo corpo burroso e cosparso di lentiggini, è erotica e ingenua: impastare il pane è la cosa più sexy del mondo. Per non parlare di quando, in una scena con il fortunato biondino già visto il Les Amours Imaginaires, si sfila l'impermeabile... Mi ha ricordato la Malena di Tornatore, muta e raccontata dagli altri - vicini invidiosi che le guardavano nella scollatura e nel buco della serratura; ma anche una creatura inconsapevole, studiata e manipolata come nell'imperdibile Nella casa, con lo stesso Luchini nel cast, un regista più grande, riflessioni in rima – tra sarcasmo e seduzione – sulla realtà che imita il falso e viceversa. (7)

Gli italiani che riadattano un altro romanzo scritto fuori dai nostri confini. Un romanzo che chi ha letto definisce, spesso, un Carnage, in cui quattro adulti si riuniscono per parlare di un misfatto più grande di una scaramuccia tra bambini. In attesa di vedere I nostri ragazzi – che ha cambiato titolo, ambientazione e forse anche qualcos'altro – avrei voluto recuperare il libro, per dirvi come siamo noi quando diamo un'impronta altra a qualcosa che non ci appartiene. I protagonisti sono due fratelli che non potrebbero essere più diversi. Uno crede nell'onestà, l'altro nel potere dei soldi. Mettono da parte i litigi e le divergente una volta all'anno, durante una cena che è un trionfo di maschere, ipocrisie, chiacchiere stantie. Ma quando si insinua il sospetto di un fatto terribile, quando un interrogativo fa capolino attraverso la tivù che annuncia l'ultimo caso di cronaca, allora tutto si ribalta e l'affetto seppellisce la ragione. Prima distanti, poi quasi complici, i quattro si domandano cosa fare, alla notizia che i loro figli perfetti hanno la coscienza sporca. Con una direzione tutt'altro che pedestre, il regista colpisce per la qualità della scrittura e per diverse scelte formali: i dialoghi densi e i patinati luoghi chiusi si alternano a scene in cui il chiasso, attraverso un uso capace della colonna sonora, è messo a tacere e in cui quelle case futuriste, con le linee dritte e i colori freddi, ricordano prigioni. Tra i quattro protagonisti, decisamente convincenti, menzione per una Giovanna Mezzogiorno invecchiata, ma sempre a fuoco, che è un piacere rivedere: il ruolo sgradevole di una madre disposta a chiudere gli occhi davanti all'evidenza, i vestiti castigati contrapposti a quelli provocanti dell'affascinante Bobulova. Calato nel ruolo quell'Alessandro Gassman che spesso, altrove, stona; padrone, sottile, complicato un Luigi Lo Cascio che con i personaggi impegnativi va a nozze. Scomodo, curato, preoccupantemente vicino, sa come non cadere nel facile moralismo: sarà che una morale non c'è e che quel finale tronco, agghiacciante e inaspettato, ribalta yin e yang. Un quartetto di intriganti personaggi calati in una situazione pericolosa, riflessioni e colpe già mostrate ma che incatenano, un epilogo tragico e farsesco, di un nero che soffoca. Notevole, tutto. E tu, persona corretta e generosa, proprio tu: cosa faresti se i tuoi figli fossero gli assassini di cui hai sentito parlare in televisione? (7)

La famiglia perfetta che apre le porte di casa a una studentessa straniera. Una ragazza timida, pacata: una lettrice e una musicista. Una con gli occhi sterminati, che parla la loro stessa lingua, ma con un accento diverso. Quello britannico, che rende tutto più elegante e formale. Sono in tre, in una villa di campagna lontana dalle luci della città, ma quell'estranea, un posto aggiunto a tavola, un'altra bocca da sfamare, un'altra testa pensante, metterà alla prova i loro equilibri. E nulla è dato per certo, quando ci si mettono di mezzo l'attrazione fisica e qualcosa che, forse, somiglia all'amore che tutti sognano. Le tazze da collezione della mamma cadono a terra in mille pezzi; le vecchie amicizie della figlia sembrano avere occhi solo per la nuova arrivata; i desideri autentici del padre, uomo di mezza età che insegna in un liceo ma insegue la grande musica, fanno prepotentemente capolino, mentre il signor Reynolds si scopre innamorato della dolce Sophie. Breathe In è un dramma indipendente di qualche anno fa, che ho recuperato per la voglia di conoscere meglio e più da vicino quella giovane attrice che in La teoria del tutto mi aveva incantato. Ma quant'è bella Felicity Jones? E quanto è delicato questo film? E quante scarse sono le probabilità di vederlo anche da noi? Sarebbe strano vederlo distribuito. Doppiato. Contro natura, quasi, strappare la Jones da quelle atmosfere tenui a cui appartiene e rendere in italiano i dialoghi intimi che costruiscono questo storia d'amore, che poi è una lezione di respirazione. In inglese, come saprete meglio di me, non c'è differenza tra il tu e il voi. You è pronome di seconda persona singola e plurale, e sono le situazioni a farci capire se, formali, ci si dà del lei, oppure se si è passati, con la conoscenza reciproca, a un rapporto più confidenziale. Mi sono chiesto per tutto il tempo quando i due protagonisti avessero oltrepassato la soglia delle buone maniere per scoprirsi confidenti. Ma, in verità, impossibile dire se la loro relazione vada mai oltre qualcosa. Nascosta, trattenuta, platonica. Breathe in parla di un uomo sposato che intraprende una relazione clandestina con la ragazza che ospita per un semestre, ma non esiste malizia. E poi, ai paesaggi bucolici e ai primissimi piani su quei volti acqua e sapone, si aggiunge la musica classica; la professione del musicista. Bravissimi e naturali la Jones e Guy Pearce, in una prima parte in perfetto equilibrio, pure un po' magica, che quando si scopre terrena, dotata di un peso suo, perde qualcosa. Il film di Drake Doremus è l'equivalente di un sussurrare, di uno sfiorarsi, di un non dirsi, di un camminare in punta di piedi. Un mezzo gesto, perlopiù nascosto, che è significativo proprio perché destinato a non completarsi: a non diventare un dialogo, una carezza, un confronto, una fuga. (7)

lunedì 15 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Élite | The Affair S04

Indossano le divise inamidate e le facce da schiaffi dei rampolli di Gossip Girl. Condividono i legami pericolosi e i segreti di How to get away with murder. Si parla di sesso e stupefacenti come in Skins, e non si ha paura di esporre generosamente i corpi o di rivolgersi all'occorrenza allo spacciatore di fiducia. È da una versione meno politicamente corretta di Tredici, però, che si prendono in prestito il cadavere di un'adolescente scomoda e tabù a fantasia. L'enorme differenza è che non siamo né nell'Upper East Side né in una serie a tesi pensata per un pubblico di adolescenti pudibondi. A spalancarsi, infatti, sono le porte di una scuola privata spagnola in cui non esistono censure o benpensanti. Si assisterà agli intrighi e agli amori dei teen drama di ogni dove, quindi, ma calcando la mano. Spesso esagerando non poco, vero, fra omosessualità e fondamentalismo religioso, truffe e gravidanze in forse, zuffe e discriminazione. Ma sono uno spettatore che rinnega talora le mezze misure e, se si tratta di guilty pleasure, pretendo siano così: divertenti e svergognati. Dopo La casa di carta, Netflix e la Spagna sono pronti a mostrarci lo scoppio della rivoluzione in un laccatissimo microcosmo impreparato all'ingresso del proletariato. A scuola ci sono tre nuovi studenti da scrutare con la puzza sotto il naso, infatti, e vengono dai bassi fondi: il timido cameriere Samuel nasconde un fratello galeotto e una cotta per una ragazza impossibile; Cristian, belloccio pronto a svendersi in cambio di un posto al sole, si lascia coinvolgere in un allettante mènage à trois da una coppia di fidanzatini in crisi, pronti a contenderselo per infantile capriccio; Nadia, musulmana praticante, indossa il velo a lezione, diventa l'oggetto di una scommessa erotica alla Cruel Intentions e protegge un fratello gay (in coppia proprio con un tennista della stessa scuola) dalle reazioni repressive di una famiglia troppo religiosa. Li unisce, li divide e li fa scoppiare, gettando prima il sasso e nascondendo poi la mano, la sfuggente Marina: sedicenne ribelle che si trasforma pian piano in vittima imperfetta, con una doppiezza e un'ambiguità che la collega Hannah Baker – capro espiatorio come lei – probabilmente si sognerebbe. Chi l'ha uccisa? Anzi, maestra di frequenti inimicizie quale era, chi l'avrebbe voluta viva? Gli spagnoli si confermano insuperabili con il giallo e gli eccessi delle telenovelas: alla combinazione tra le due cose, al trash che crea dipendenza vera, perciò non si resiste. Ricco, sfrontato, a nudo, Elite scotta per forma e contenuto, rivelandosi con malizia ben più colpevole delle serie affini. I suoi capi di imputazione: detenzione e spaccio, falsa testimonianza, omicidio colposo, atti osceni in luogo pubblico. Che dopo questi otto episodi introduttivi, allora, torni presto in aula: magari sexy e recidivo proprio come lo abbiamo conosciuto, pronti a dichiararlo l'imbattibile guilty pleasure di questa annata. (7)

Riallacciare i ponti con The Affair senza prima passare dalla terza stagione, definita disastrosa da spettatori di fiducia che, come me, avevano apprezzato per due anni consecutivi questo dramma che sempre di sesso, voltafaccia e menzogne parlava. L'ho fatto, sì, in nome di una serie che sembrava essere ritornata fortunatamente agli antichi fasti, sui propri passi, violando una regola non scritta nel manuale degli spettatori seriali: mai barare. C'era il senso di colpa. C'era il presentimento che mi mancassero i nessi logici, le basi, avendo saltato quasi per intero il precedente arco di episodi. Più forte, però, era il desiderio di qualcosa di valido, di qualcosa di ben scritto, se su altri fronti le incensatissime Sharp Objects e Maniac deludevano. Ho fatto bene, decisamente, e da qui sorge una domanda quanto mai piena di sconcerto: perché il passato scivolone, con un pessimo Fraser nel cast e nuove parentesi affatto convincenti, responsabile forse di aver fatto abbandonare a tanti un prodotto che a sorpresa aveva ancora molto da dare? Sono passati un numero imprecisato di anni dai fatti della prima stagione. Sono cambiati i partner, le città, il numero dei figli a carico, la conformazione delle famiglie. A restare è una struttura bipartita che mostra i quattro protagonisti allo specchio, al bivio: ognuno con una propria storia, ognuno con una versione dei fatti. Partiamo da Dominic West, lasciato prima dalla moglie e poi dall'amante, che dopo un best-seller e il carcere scopre la vocazione all'insegnamento e si trasferisce a Los Angeles per il bene di figli che, tuttavia, poco lo considerano: sarà uno studente talentuoso e ribelle a motivarlo, quando tutto sembra perso. Maura Tierney, la ex livorosa, fa invece i conti con la malattia del nuovo compagno – il chirurgo Vic, personaggio a cui si vuole un gran bene – e le tentazioni di Emily Browning, libertina vicina di casa. Ruth Wilson, da sempre donna fragile e problematica, ha avuto intanto un'altra bambina, frequenta un altro uomo – Ben, reduce di guerra perfino più fragile e problematico di lei – e, colta sull'orlo dell'abisso, rischia purtroppo di oltrepassare il punto di non ritorno. Questa, però, è la stagione per eccellenza di un Joshua Jackson in cerca di rivalsa e di se stesso: ora tradito, ora traditore, tenta di esorcizzare lo spettro del primo amore e, attraverso cinque compiti da portare a termine, di dire addio al ricordo di una Alison irraggiungibile. Che fine ha fatto quella Wilson ferita nell'anima, presenza evanescente sin dal primo episodio? In un viaggio a tre verso Princeton nasce un'impensata collaborazione tra West e Jackson, storici rivali costretti a riporre l'ascia di guerra per la donna a cui entrambi tengono ancora. Ci sono meno rancori, meno bugie, ma ugualmente tanti segreti. Scarseggia il sesso spinto, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti (il nono episodio è uno shock) e a qualche rara caduta di stile (vedasi i padri che ritornano per un trapianto di reni, oppure le gravidanze inattese) grazie a una coralità compatta, prima dislocata e poi d'improvviso riunita, galeotta una Alison che fa da mastice e mistero. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso, con un sospiro di sollievo, può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato nel profondo, io davo già per persa. Chiodo scaccia chiodo: lo sanno bene i protagonisti, tentati dall'idea della pace. E così, allo stesso modo, un grande ritorno scaccia al suon di dialoghi intensi e prove viscerali un errore di percorso che, a proposito di The Affair, ci era parso un tradimento imperdonabile. (7,5)

venerdì 13 marzo 2015

Mr. Ciak: Nessuno si salva da solo, The Voices, Two Night Stand, Honeymoon, The Best of me, La Piramide

Avevo lasciato Delia e Gaetano a un tavolo, mentre la pioggia faceva venire giù il mio cielo. I vetri appannati: appannato pure io. Non sapevo se Nessuno si salva da solo m'era piaciuto oppure no. Mi aspettavo una trasposizione indigesta, per rendere giustizia a quel libro brevissimo, ma un po' mattone: cena di qualche ora consumata all'impiedi, con le scarpe che stringevano. Invece Nessuno si salva da solo si è rivelato una parziale epifania, come era già capitato con Non ti muovere. La storia si è ripetuta; l'ultimo progetto della storica coppia si tiene a galla a furia di spinte convulse e, nonostante qualche scenetta sopra le righe che avrei troncato, la voglia di sopravvivere è più forte di uno scivolone. L'attenzione filologica per il romanzo manca e si riscrivono dialoghi e situazioni. Lo zampino della Mazzantini si nota e, a parte la discutibile abitudine di lasciare a comprimari abbozzati il compito di fare spaccati della nostra società, la riuscita generale convince. Meno crudo e più passionale, istintivo, il film incastra nel mezzo dell'ultima cena le immagini liete dei tempi che furono. Foto ricordo di due cambiati poco nell'aspetto, ma stravolti nel sentimento. Lei che gli tiene il muso, lui che le risponde col sorriso fiducioso di tutti gli uomini – perché noi siamo fessi e ci dispiaciamo per tutto. Ai due estremi del ring, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca: bravissimi, soprattutto lei, alle prese con dialoghi lunghi, che strizzano l'occhio al teatro. Si spremono. Per cacciare le lacrime, per sputare fuori le parole più aspre. Le masticano e le digeriscono, le sputano, anche se - tratte da un romanzo pesante e lirico - a volte sono pesanti e liriche anch'esse, ma grazie a protagonisti validi, tu ne senti il peso smorzato. Scamarcio, grandi passi in avanti dai tempi di Tre metri sopra il cielo, ma si sa; la Trinca, bellissima e furiosa, sempre vista da me qui e lì in ruoli piccoli, è una rivelazione: la sua Delia è un personaggio sgradevolissimo, ma lei ha un'intensità forte e sa renderla tollerabile. Il loro dramma è a voce alta. Schiamazza e urla e le loro nevrosi di giovani genitori e di amanti finiti toccano, perché, da figlio di genitor spigolosi, certi litigi li hai origliati. Altre volte, invece, il loro rapporto è violento, ma tenero, e le scene di sesso mostrano due attori uniti da una grande alchimia – anche fisica. E loro sono ottimi soprattutto allora, in armonia col mondo e con loro stessi. I baci in bocca, la saliva, il dare morsi allo stesso cornetto. Perché fingersi tristi non è impossibile, ma fingersi felici sì che è difficile. La pellicola è girata d'un fiato. Si intravedono la Galiena e Angela Molina; alla fine esce Roberto Vecchioni – cantastorie, cantamore – a ricordarci di brindare alla vita. In un melò classico e solido, agrodolce, portatore di tanti difetti del nostro cinema, eppure diretto da un Castellitto abile nel maneggiare i punti di vista e le sue punte di diamante, si giunge a quel finale che, nel romanzo, mi aveva lasciato di sasso. Benché lontano dall'idillio, qui, c'è un ospite a sorpresa: la speranza. Allora, ho detto che questi Delia e Gae, egoisti ma capaci di un concederci un sorriso, mi sono piaciuti di più. A metà tra i finali sospesi prediletti da lei e la consolazione cercata da lui, nelle sceneggiature grossolane con la sua firma. Un punto e si va a capo, nel momento delle mance ai camerieri e dei dessert - e degli amori - buttati in faccia. Quando ritorna la fame. (7)

Potrei essere pazzo, e tutto può essere. Ma non vedevo un film così convincente da un po'. Non mi sono sbilanciato nemmeno per gli Oscar, pensate, sarà che i film che sono piaciuti a tutti io li ho trovati compiaciuti e antipatici. Fatto sta che questo The Voices, notato su un sito di cinema e beccato poi in rete, mi è piaciuto troppo. Inaspettato ma vero, è uno dei prodotti più fighi visti di recente. Una sorpresona di quelle spietate, divertenti, originali: rare. Nei titoli di coda leggo un nome straniero, alla regia, e indago. Ma sapete che Marjane Satrapi, qui per la prima volta lontana dall'Europa, è l'ideatrice di quel Persepolis che io non ho visto, ma che tutti hanno apprezzato? Be', io non lo sapevo. La mia ignoranza ha fatto il suo, come quando mi sono drogato di How to get away with murder senza sapere chi fosse la Rhimes. Lecito, per gli estimatori veri, dunque, aspettarsi una commedia nera sveglia e fuori. Per me, che la Satrapi la scopro qui e che volevo solo guardare una sottospecie di horror, The Voices è stato un colpo di genio. La storia di un efferato serial killer mostrata come fosse una commedia romantica, coi toni pastello, le farfalle che svolazzano, le fabbriche antracite che – nella mente di un sognatore o di un pazzo – diventano ospitali come se le gestisse Willy Wonka. Il mondo di Jerry, imprevedibile sociopatico, è una fiaba. Per essere un individuo che colleziona teste umane, reduce da un' infanzia tribolata, è uno a posto. Stravede per i suoi cuccioli: un cagnone bavoso che è il suo angelo custode e un gatto dal pelo rosso fuoco che, diavolo tentatore, lo squadra da capo a piedi con cattiveria e lo spinge ad uccidere. La confezione, particolarissima, è a metà tra gli splatter movie anni '80 e le velenose commedie musicali di John Waters – non perdetevi l'assurda scenetta da musical, prima dei titoli di coda, in cui gli attori fanno sfoggio di bacini snodati e doti vocali. Si alternano interiora e zucchero filato rosa, perché la Satrapi segue il suo protagonista dentro e fuori dalla sua psiche contorta, e se l'appartamento di lui, nella realtà, è una macelleria di sangue secco e cadaveri, nell'immaginazione di Jerry è lindo e pinto e la testa di Gemma Arteron, che nel frattempo marcisce nel frigo, non va a male. L'amore con Anna Kendrick è possibile e le donne non devono per forza fare la triste fine della sua cara mamma... Con un cast credibilissimo e una resa, ora cupa e ora tutta cuori, che metterà d'accordo chi ama generi cinematografici agli antipodi, è un film assurdo nelle premesse, ma che in realtà ho preso sul serissimo. Ne avrei voluto di più, come se Jerry – come il collega omicida Dexter – potesse avere una serie tutta sua. Impiegatuccio stressato e quieto che ha la faccia di un Ryan Reynolds mai così versatile e convincente. E' sempre il solito lui ma c'è qualcosa – lo sguardo timido, le camicie floreali, il fatto che presti la voce a gatto e cane – che lo rende il più looser dei sex symbol. Tant'è vero che mio fratello, nel mezzo del film, mi ha chiesto se fosse lo stesso tipo piacione di Lanterna Verde & Co. Un tenero Norman Bates, nel suo fiabesco non-mondo di gatti luciferini, teste chiacchierone e Gesù pop star. (7+)

Dopo un amore tramontato, ci vuole un rimpiazzo. Una cosa da poco. Questione di una notte e via. Ed è così che si incontrano Megan e Alec, finiti a letto grazie a un sito d'incontri. Ma svegliandosi... sorpresa! Sono bloccati a casa di lui, per via di una di quelle tormente di neve che ogni tanto paralizzanno la City, e scoprono – abbandonate le lenzuola, recuperati i vestiti – di trovarsi irritanti. Pensavano di concordare su cosa fare a letto, ma lei fingeva l'orgasmo e lui trovava poco sexy il suo modo di liberarsi di jeans e maglietta e cose simili. Calzini sì o calzini no? Luce accesa o spenta? Bacio o non bacio? Alzarsi di soppiatto o addormentarsi abbracciati? Two Night Stand è una commedia semplice, pulita, retta da due giovani attori in gambissima che duettano con leggerezza e malizia: si stuzzicano e parlano per tutto il tempo dei segreti del piacere, senza mai risultare volgari. L'impredibilità delle previsioni meteo e quelle del corazòn li porteranno a una seconda notte insieme, ma in nome della scienza, puramente per la felicità degli amanti che verranno. Come finirà lo sapete già, ma il film è così sorridente e spensierato che è di un già visto che... riguardi. Miles Teller, la rivelazione di Whiplash, e l'adorabile Analeigh Tipton, stella tra le altre cose dello sfortunato Manhattal Love Story, sono belli in una maniera non convenzionale e convincono, perché meno prestanti e molto meno nudi della Kunis e di Timberlake si guardano in quel modo . Quello che gli amanti non si dicono. Quello che lo spettatore sa, ma che comunque si diverte a vedere succedere. Tra The First Time e What If – ugualmente inediti in Italia. Tra Venere e Cupido. (6+)

Honeymoon per molti è uno dei film di genere più interessanti dello scorso anno. Un ritorno alla fantascienza vecchio stile, in cui tutto si intuisce già, ma in cui nulla viene mostrato prima del tempo pattuito. In realtà, non mi ha impressionato come mi avevano assicurato – la storia è risaputa, le svolte sono prevedibili e non è paragonabile a perle inedite come The Babadook – ma è una visione che funziona, soprattutto lì dove l'horror comune toppa: nella parte iniziale. Honeymoon – luna di miele nel profondo del bosco, con donne mantidi e laghi mortali – colpisce per l'aspetto di dramma indie. I dialoghi sinceri, la fotografia mossa, attori affiatati. I canonici venti minuti iniziali degli horror annoiano e, spesso, hanno svolte ridicole: questi, romantici e profondi, invece funzionano a tal punto da risultare quasi meglio del resto. Prendi a cuore quei due giovani e assisti angosciato alla degenerazione del loro sentimento, che è soprannaturale anche se ricorda da vicino il comune tramonto delle storie d'amore. Merito di una scrittura notevole, di una regia che gioca coi rimandi e di due protagonisti che reggono da soli il tutto – giacché i mostri non si vedono; giacché loro, preoccupati e atterriti come fossero in un Paranormal Activity d'autore, convincono pienamente. Da Games of thrones, Rose Leslie – qui molto inquietante. Conosciuto per Penny Dreadful, Harry Treadaway: un giovane talento con la faccia giusta e tutte le carte in regola. Honeymoon è un po' un Amityville Horror al femminile, che cita Antichrist, Funny Games e lo sci-fi d'epoca: una riscrittura detta e non, inserita nella parentesi graffa di un matrimonio che va allo sfascio. Uomini e donne si sa che vengono da pianeti diversi. (6,5)

Capita con le cose che ti porti appresso dall'infanzia. Di guardarle, anche adesso che sei grande, con occhi buoni. Le boy band, i cartoni animati che non danno più in tivù, gli autori che piacevano a tua mamma e che, quando in casa non c'era nient'altro, leggevi anche tu per noia. Sparks è da inserire lì. Una volta all'anno, mi ci riavvicino e, nella noia di una sera infrasettimanale, se sono a casa e non all'università, me lo recupero: mia mamma sul divano, ma tanto si addormenta. The Best of me è una storia delle sue. Questa volta, talmente sfigata che Paul Walker era in lizza per il ruolo del protagonista e, be', sapete che fine ha fatto. L'ha sostituito James Marsden, bello accanto alla sua bella Michelle Monaghan, e i due interpretano una coppia di innamorati che, a vent'anni di distanza, si rincontrano. Sapete come vanno le cose: gente che si bacia sotto gli acquazzoni senza prendersi un coccolone, lunghe lettere, famiglie che si mettono in mezzo perché lei è ricca e lui è povero, amori doppi che esistono solo nei libri, una New Orleans senza uragani ma piena di sole. E non scordiamoci i flashback. Partono, e la Monaghan diventa Liana Liberato, dolce e somigliante, mentre Marsden tale Luke Bracey – un tipo più giovane no, eh? La solita formula. Però, più di tanto, non saprei che dirgli di male. Scrive sempre la stessa storia – cambiano i punti, le virgole, i nomi – ma, purché venga a trovarti ogni tanto, riconosci che nella sua retorica c'è educazione e una certa magia. L'importante è sapersi accontentare di una vicenda che fa un po' estati di Canale Cinque. Perché nessuno ti amerà mai come se vivessi in un suo libro, eppure consolati: non sei in un suo libro, ergo la persona che ti è accanto e non ti ama così forte, probabilmente, non è condannata a lacrimose morti. (5,5)

Ci sono i classici archelogici che vanno a visitare il classico luogo misterioso e inaccessibile, nel classico horror tremolante e buio, uscito addirittura nelle nostre sale. La Piramide oggettivamente non è niente di nuovo. Certo, non è inguardabile, non è la più brutta delle visioni augurabili al nostro nemico, ma è inutile e trascurabile, soprattutto considando il fatto che venga proposto sulla scia del più recente e interessante Necropolis. Stile simile, trama in rima, ma idee giocate meglio, lì, e con più genuinità. Quello, nel profondo delle catacombe parigine, con la Divina Commedia che scendeva a patti con le avventure di Dan Brown, si era guadagnato una sufficienza. Questo, scimmiottando il predecessore – troppo recente e troppo poco importante per essere imitato – e alla lontana il cult Quella casa nel bosco, ci parla di leggende e dinvinità incazzose, ma oltre al sano brivido manca anche il mistero. Il found footage non stanca, vero, ma gli effetti visivi non sono, a tratti, all'altezza della situazione. Descritto così penserete che è uno schifo, ma invece no. Si segue, nonostante il tipico inizio pallosissimo, e l'improbabile svolta finale – costellata di buchi narrativi, ma fantasiosa il giusto – diverte. La mitologia egizia, accanto ai gatti carnivori e alle figure leggendarie dei libri di storia, avrebbe potuto offrire dritte più suggestive. Invece, l'autore del meritevolissimo Alta tensione – splatterone francese con una De France bestiale; l'avete visto? – non fa il massimo con una sceneggiatura esile scritta dagli americani, né con un cast modestissimo, in cui spicca giusto Denis O'Hare. Ma, ottimo in American Horror Story, con le sue mille facce da caratterista, qui non salva una barca che ha accolto acqua nera a bordo e, se non fosse per i canonici novanta minuti, andrebbe miseramente a fondo. (4,5)

sabato 26 agosto 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #2

La mia ignoranza si fa sentire in casi come questo. Death Note, storico manga già oggetto di diversi adattamenti in patria, scopre l'America. Tutti i personaggi perdono gli occhi a mandorla e, si intuisce, gran parte del carisma; qualcuno cambia colore della pelle o connotati. Resta la storia di Light, liceale ai margini con una rabbia a cui dar voce e un quaderno piovuto dal cielo. Pagine vuote da riempire con sangue e inchiostro: i nomi dei suoi nemici in sequenza, e la loro morte nei piani – a consigliarlo, un demone ghiotto di mele e una coetanea senza senso della misura. Quanto ci vuole a passare dalla parte del torto? A trasformare un'occasione di far del bene (in lista, infatti, bulli, assassini e terroristi) in un massacro? Ci si domanda lo stesso nell'adattamento firmato dal buon Adam Wingard, regista horror già apprezzatissimo in You're Next e The Guest. In quale momento, precisamente, questo Death Note spreca il suo potenziale? Dal divano mio fratello, fan di lunga data, sottolinea il fascino delle atmosfere – spesso rovinate però dai toni troppo teen, dalla troppa bontà del Light di Nat Wolff – e l'ingiustificato stravolgimento di alcuni comprimari (L e Mia). Il protagonista e la sua ragazza pon-pon, fidanzatini diabolici assetati e poi prosciugati dal loro stesso senso di onnipotenza, alimentano la leggenda di Kira e fanno proseliti. Sfugge la conta delle vittime, il senso dello loro azioni, e in un attimo passano da nerd medi a geni del crimine; da buoni a cattivi. Mancano le sfumature, la coerenza degli snodi, un po' di sana crudeltà, ma sullo sfondo restano le luci al neon di una Seattle notturna e un'idea di cui, anche da profani, si colgono comunque risorse e lacune. Videoclip vertiginoso e splatter, Death Note non mi è parso il disastro annunciato, benché ridotto all'osso. Il pilot ideale, piuttosto, di una serie di cui non mi dispiacerebbe assistere agli sviluppi; un prodotto supereroistico con il fardello del Signore degli anelli e la dannazione di Chronicle, alla ricerca di qualche torsolo sgranocchiato e del marcio. Basta poco a graziare il look psichedelico, la colonna sonora anni '80 e l'indiscusso buon gusto di Wingard; a lasciare bianca, con buona pace degli estimatori, l'ultima pagina del diario di Ryuk. (5,5)

Un futuro distopico. Seduti a un banco, con cinghie di contenimento e museruola, ci sono bambini che non sono quello che sembrano. Zombie di seconda generazione, hanno una coscienza e una minima speranza di essere rieducati. Melanie sembra diversa dagli altri. Ha tante domande e attimi di tenerezza. Trattiene la fame come può. In La ragazza che sapeva troppo, tratto dal best-seller di Mike Carey, una Matilda infetta si affeziona alla maestra Gemma Arterton. Mi sarei aspettato uno sviluppo lento, melodrammatico, nello stile di Maggie. Il film, presentato in anteprima al Festival di Locarno, ha invece un incipit vincente e uno sviluppo decisamente canonico, da survival – una fuga dalla classica orda di morti viventi, l'arrivo in una città invasa dalla vegetazione. Li aiuta Melanie, l'eccezione alla regola. Ma, come da titolo, la bambina sa troppo. Ha prestato un'esagerata attenzione al mito di Pandora e nell'epilogo che risolleva le sorti di una storia altrimenti già nota, decisamente inaspettato, ci lascia con una morale che non ha nulla di consolatorio. Qual è la differenza tra uomini e mostri? Nasciamo cattivi? Possiamo forse rinnegare la nostra natura? La ragazza che sapeva troppo è un horror non imprescibile, ma coerente. Né spaventoso né ributtante – ha però riusciti effetti speciali artigianali e tocchi splatter, con tanto di infanticidi –, ma capace di qualche buono spunto di riflessione e di una svolta shock. L'idea si perde a metà ma, per fortuna, si ritrova alla fine. E non ti molla più. (6,5)

Adam ha un solido gruppo di migliori amici e un segreto. Alla vigilia del suo compleanno, si dichiara gay davanti alla sua cricca in gran completo. L'imbarazzo e, infine, l'accettazione: Adam è quello di sempre, ma sono gli altri ad aver bisogno di tempo e aiuto per metabolizzare l'accaduto e spingerlo finalmente fuori dal suo armadio. 4thMan Out, pellicola indie che mi ha fatto compagnia in una sera di noia e di Netflix, è il buddy movie che non ti aspetti. Contro i cliché, il film parla di un ragazzo troppo rude per la comunità omosessuale e troppo poco, d'un tratto, per le serate passate a giocare a poker. Decidere di vuotare il sacco con chi ha condiviso l'adolescenza e trova, dall'altra parte, cuori tolleranti ma sospettosi. Tutti i gay sognano di convertire gli etero convinti? Tutti i gay, soprattutto, si somigliano e si pigliano? Tra momenti di toccante coesione e divertenti fraintendimenti, 4th Man Out e il suo buon cast televisivo – accanto al semiesordiente Evan Todd, Parker Young (Imposters) e Chord Overstreet (Glee) – alleggeriscono l'anima e propongono una storia d'amicizia pura, virile, che vince gli appuntamenti tragicomici, gli approcci azzardati e qualsiasi pregiudizio. (7)

Ned frequenta un collegio in cui è il capro espiatorio perfetto. Brama l'anonimato, ma gli assegnano come compagno di stanza un ragazzo che non passa inosservato: l'ultimo arrivato, astro nascente dello sport, condivide assieme a lui pochi metri quadri e, inevitabilmente, punta anche su di lui un po' le luci dei riflettori. A stretto contatto, diventerà il suo peggiore aguzzino? Il bel diavolo della commedia dell'irlandese John Butler ha più di qualche scheletro nell'armadio e tanta voglia di fare amicizia. Non bastano le barricate issate da Ned al centro della stanza. Non basta quel che dice la gente. Complice l'illuminato insegnante del sempre ottimo Andrew Scott, i due prestano voce e chitarra a un'esibizione musicale. Mostrando che in quella scuola non si vive di solo rugby. E che i legami si formano, anche quando opponi resistenza. Film piccolo, educato, ironico nella maniera vincente dei britannici, Handsome Devil aveva belle medie e le carte in regola per essere un bel romanzo di formazione. La memorabilità non è dietro l'angolo. La visione scorre fin troppo veloce, però racconta con delicatezza e qualche colpo di scena la sfida all'omologazione, i manrovesci al bullismo, l'infondatezza delle prime impressioni. Nonostante lo spirito, nonostante gli accenti e i volti giusti, non è né Billy ElliotPride. Però l'ho visto in una di quelle sere in solitaria con il mondo contro, e ai titoli di coda sorridevo tra me e me. Di Handsome Devil dirò che ha troppa carne al fuoco e poco impeto, ma fa star meglio, e tant'è. (6,5)

Il mese di prova con Netflix funziona così. Ti studi il menu, dai un'occhiata alle copertine e, se la noia ha la meglio, di trovi a guardare un film messicano sul cui poster c'è la Karla Souza di How to get away with murder, troppo svestita per passare oltre. Il titolo suona improponibile, ma è una traduzione filologica dallo spagnolo: il cattivo gusto, a sorpresa, non è quindi dei titolisti italiani. Che colpa ne ha il bambino? è Una notte da leoni senza anticoncezionali. La protagonista finisce a letto con uno sconosciuto. Lei è impegnata, snob, ricca di famiglia. Lui fa ancora il liceo e vive con una mamma grottesca. I genitori di Maru rumoreggiano, ma acconsentono a un matrimonio riparatore. L'unione è un contratto. I due alleveranno il nascituro, ma separati. Non vi dico cosa succede: si sa. Il copione, però, ha in serbo nella culla un colpo di scena che spiazza; due protagonisti teneri e naturali; comprimari esilaranti, tra padrini erotomani e autisti galanti. Che colpa ne ha il bambino? è la solita storia, ma importata dall'angolo d'America sbagliato; più scollacciata e adorabile del previsto. E, titolo a parte, colpe non ha. (6)

Coppia di liceali scoppia alla notizia che lei, riottosa quando si parla di dormire insieme, ha diciassette anni e già un passato promiscuo (all'asilo infantile, insomma, sesso droga e rock 'n roll). Lui, amareggiato e in astinenza, finisce a letto per ripicca con un una sconosciuta. Holly ha una casa enorme, tanti segreti, nessuna inibizione: da copione, è una pazza furiosa. Rivelerà la loro tresca? Messa alle strette, farà perfino di peggio? You get me, produzione originale Netflix, originale proprio non è. Teen thriller trash, telefonatissimo, da seguire a cervello spento, ha una regia da videoclip, un dignitoso trio di bei ragazzi (la stalker di turno è l'ex teen idol Bella Thorne, che compensa con un indiscreto sex appeal alle pose da “cagna maledetta”). La cattiva sgambetta in mutandine in corridoio, pistola alla mano; qualcuno è a rischio, ma ci si fa soltanto male un po'. L'Attrazione fatale al tempo dello streaming ha uno spunto che si è abbondantemente esaurito vent'anni fa, ma comunque non spiace. In biancheria a bordo piscina, inutile, involontariamente divertente. Un intrattenimento usa e getta, sulla blanda vendetta di fanciulle sedotte e abbandonate. (4,5)