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giovedì 21 aprile 2022

I film per famiglie degli scorsi Oscar: No Way Home | Crudelia | Luca | Flee | Encanto

[Candidatura per i migliori effetti speciali] Non sono un fan dei film Marvel, ma Spiderman ha sempre avuto uno spazio speciale nel mio cuore. In ogni sua veste, in ogni suo film. Neanche la versione di Tom Holland, fresca e leggerissima, teen, mi è mai particolarmente dispiaciuta, sebbene lontana dallo spirito di sacrificio del fumetto originale. Questo film, complici le attese, le supposizioni, gli spoiler, avrei voluto amarlo: tant'è vero che, a gennaio, ci ho inaugurato l'anno. Furbissimo, pasticciato e fuori fuoco, per me è il peggiore della trilogia nonostante l'innegabile presa emotiva del finale. Può, però, quest'ultima farci ignorare le incongruenze, i difetti sparsi o un'ora introduttiva che sembra una partita a Pokémon (il protagonista, come Ash, acciuffa e isola, infatti, i villain dei famigerati universi paralleli)? Le cose migliorano inevitabilmente nella seconda, incapace di distaccarsi dal purissimo e mal scritto fan service. È il film della maturità per Holland: finalmente ha imparato che da grandi poteri derivano grandi personalità. Ma il film manca di epicità, di pathos e, con ironia forzata, affida un ruolo chiave all'amico pasticcione di Peter Parker. Adulto ma non troppo, questo Spiderman concilia fan nuovi e vecchi. Ma sotto la nostalgia, niente o quasi. Gli si vuole bene comunque, pur constatando quanto il minimo sforzo porti al massimo risultato (al botteghino). (5,5)

[Oscar per i migliori costumi] Siamo negli anni Settanta, ma Crudelia è una Banksy ante-litteram che si muove in un mondo di fake news e spietate primedonne. Di giorno assistente vessata da una stilista diabolica, di notte vandala chiacchierata dall'opinione pubblica, non cerca poveri dalmata da scuoiare (anzi, qui gli indimenticabili cani maculati sono piuttosto feroci!), ma il dolce piacere della vendetta. Si muove a tempo di hit celeberrime, così, in un film glamour e divertentissimo, tragico e bipolare, a metà strada tra un heist movie ed Eva contro Eva (questo, però, è lo show di Emma contro Emma). Dirige con grinta punk Craig Gillesie, regista che di psicopatiche decisamente se ne intende, dopo il cult istantaneo Tonya. Scrive, tra gli altri, lo sceneggiatore dei caustici La favorita e The Great. E per due ore e un quarto, tante ma mai troppe, fanno a gara di bravura la camaleontica Emma Stone – da applausi con accento britannico – e una Emma Thompson più superba che mai. Crudelia è la bomba che nessuno si aspettava in materia di live action. Funziona perché con La carica dei 101 ha poco a che spartire, pur non tradendo mai lo spirito della villain (questa volta non fuma, no, ma è al centro di roghi, rapimenti, omicidi). E perché, soprattutto, non sembra affatto una produzione Disney. (7,5)

[Candidatura per il miglior film d'animazione] Ammettiamolo, è vero: si racconta sempre la solita Italietta da cartolina ferma agli anni Cinquanta. Ammettiamolo, è vero: a metà strada tra La sirenetta e Pinocchio, non c'è proprio niente di nuovo sotto il sole di questa Liguria oleografica, dove si è uniti dal buon cibo, dal pesto fresco e dalle competizioni sportive. Ammettiamolo, è vero: dopo il meraviglioso Soul, la Pixar non si gioca nuovamente la carta di un ennesimo capolavoro. Ma il buon Luca piace proprio perché semplice, nostalgico, dolcissimo. Storia di una creatura marina che sogna la terra ferma, a dispetto dei desideri del resto della famiglia, il primo lungometraggio di Enrico Casarosa è una fiaba vintage sul potere dell'amicizia e sulla ricchezza dell'integrazione: qualcuno, non troppo a torto, ci ha voluto vedere anche tinte arcobaleno alla Luca Guadagnino. Ma ha forse importanza? Negli ultimi venti minuti, è impossibile frenare una pioggia di lacrime. Per il ricordo delle estati più belle, che tristemente finiscono. Soprattutto, per i pregiudizi, le pressioni esterne e le ansie sociali, che sempre ci inibiscono. Prendiamo esempio dallo sfacciato Alberto Scorfano, allora, e in sella a una Vespa a precipizio sul mare gridiamo alle nostre paure: Bruno, silenzio! (8)

[Candidatura per il miglior film d'animazione, miglior documentario, miglior film in lingua straniera] Amin sgambetta per le strade di Kabul ascoltando Take on me. È ancora un bambino, indossa senza imbarazzo una camicia da notte della sorella, ha una cotta per Van Damme: non sa che dovrà correre per tutta la vita. Scappare prima dai talebani, che insanguinano l'Afghanistan con una guerra civile; poi dalla crudeltà dei trafficanti; infine dalla polizia. Separato dalla propria famiglia, sballottato tra Russia e Danimarca, sogna di riunirsi con i parenti in Svezia e inventa, intanto, una vita alternativa. Ormai adulto, si racconta a cuore aperto steso sul lettino di un amico: il regista Jonas Poher Rasmussen. A metà tra documentario e animazione, tra tragedia dell'immigrazione e favola avventurosa, la storia di questa adolescenza odissiaca diventa un piccolo film candidato a tre premi Oscar. Attuale, commovente, delicatissimo, racconta i rastrellamenti, il rimpatrio, le attese spaventose. E, soprattutto, la paura di fidarsi di qualcun altro: un compagno dolcissimo e con il pallino dei gatti rossi, ad esempio, che ama il protagonista pur non sapendo niente di lui. Mettere su casa significa seppellire le proprie origini? Essere felici implica tradire il ricordo dei propri cari? In tempi di guerra, l'amore di Amir ci apre gli occhi. E, qui e lì, promette di riempirceli di lacrime. (7+)

[Oscar per il miglior film d'animazione] Tra le montagne di una splendida Colombia vive una famiglia che potrebbe essere sbucata da una saga della prolifica scrittrice Isabel Allende. Guidata da una severa matriarca, è popolata da diversi tipi di talenti. Tutti i Madrigal, infatti, hanno un potere magico per contribuire alla magnificenza della stirpe. Cosa si prova a essere amaramente la pecora nera della casa? Sprovvista di poteri, la protagonista è una piantagrane che rischia di mandare in malora la tradizione. O così sembra. L'ultima favola Disney, buona giusta in tempo di festività, racconta con discreta originalità le perfezioni apparenti, l'ansia sociale, il perbenismo degli adulti. Ma i numeri musicali senza guizzi (quanto è sopravvalutato Lin-Manuel Miranda?) e uno sviluppo non pervenuto minano alla memorabilità del tutto. Peccato, perché l'esotismo dell'ambientazione e il personaggio dell'iconico zio Bruno, costretto a nascondersi per la sua fama di iettatore, promettevano meraviglia e commozione. Nonostante fosse ambientato a pochi passi da noi – meno ambizioso ma decisamente più riuscito – ci aveva portati più lontano il nostro Luca. (6,5)

sabato 3 ottobre 2020

Mr. Ciak: Sto pensando di finirla qui | Shirley | The Vast of Night | Le strade del male

Quando Charlie Kaufman decide di adattare un romanzo, vietato aspettarsi trasposizioni senza guizzi. Il mago degli arrovellamenti psicologici prende una storia già frustrante su carta – in molti hanno abbandonato la lettura a metà – e la rende ancora più criptica. C’è una coppia in macchina: lui sembra soddisfatto, lei comincia a covare un’insoddisfazione profonda. Si cena tutti insieme, in una fattoria, e i parenti sono stranissimi. Poi, sulla via del ritorno, una tappa in gelateria nonostante le temperature sottozero e una visita in un liceo popolato solamente da un anziano custode. Cosa vogliono dirci queste fermate? A chi appartiene il punto di vista che ci racconta questa storia d'incomunicabilità? A dispetto della confezione elegante e glaciale, Sto pensando di finirla qui è un pentolone di disagi e suggestioni. Alla tormenta di neve corrisponde il tormento della rivelazione Jessie Buckley e del sempre più impegnato Plemons: parlano tantissimo – degli scritti di Wallace, del cinema di Cassavetes, di fisica, poesia e relazioni –, ma glissano sullo show camaleontico di mamma Collette; su un futuro vago e su un passato traumatico. Agevolato dalla lettura del romanzo, ho finito con l’amare questo film. Soprattutto in un epilogo che con un colpo d’ala si distacca dalla claustrofobia di Reid e sceglie di esprimersi attraverso l’animazione, il musical. Come funziona la mente umana? Quando siamo a pezzi vediamo tutto nero o possiamo evadere fino a vedere la vita in Technicolor? Kaufman ci guida in un viaggio al termine della notte, e della ragione, che sembra tante cose e nessuna insieme. Un teatro popolato da antichi fantasmi, con figuranti vestiti a festa per celebrare la fine di tutto quanto. O l’inizio di una tardiva speranza? (8)

Chi era Shirley Jackson, l’autrice che King annovera fra i suoi maestri? Una donna depressa, dedita all’alcol e all’insoddisfazione; brutta se confrontata con un marito gaudente. La sua fama di scrittrice horror le ha conferito presto un fascino stregonesco fino a farne un tutt’uno con i suoi personaggi. Cinica e affermata, qui viene descritta nel mezzo di una crisi sentimentale e creativa che coincide con l’arrivo di una coppia di neosposi: lui assistente universitario, lei moglie trofeo. La simmetria tra le due donne le porterà a scoprirsi complici. L’ambiguità del rapporto è coronata per di più dalla stesura di un racconto ispirato alla vicenda di una ragazza scomparsa: la terza protagonista femminile, benché assente; la terza protagonista in cerca della propria voce. Shirley ne avrà abbastanza per darne a tutte e tre? Quasi uscito da un romanzo dei suoi, il film è un biopic fuori dai canoni. C’è tutto: il processo editoriale, il parto creativo, le luci e le ombre di una pessima fama, il femminismo, l’attrazione non detta che si fa ossessione. Come The Hours, ritratto di Virginia Woolf che mescolava finzione e verità, Shirley coglie le peculiarità di un’autrice sull’orlo del baratro e senza bisogno di trucchi la immortala grazie alla performance di una Moss al suo meglio. Fuoriclasse impareggiabile, l’attrice australiana è una bestia di raro talento. Quanto sprezzo, quanta fierezza, quanta sensualità. Accanto a lei brilla la stella di Odessa Young: fragile e timida, con una bocca grande e sgraziata, prima intenerisce e poi sconvolge con un personaggio inafferrabile. L’identificazione con la ragazza scomparsa si farà inquietante. Tra fantasticherie, effusioni e sospetti, il mistero maggiore sarà l’amicizia che la lega alla Jackson. Operazione stratificata, al passo coi tempi senza mai essere ruffiana, piacerà ai cultori dell’autrice e incuriosirà i profani. Dopo aver sbirciato sulla scrivania di Shirley, e nel suo cuore, vorrete necessariamente conoscere anche il contenuto dei suoi libri. (7,5)

Una centralinista ciarliera con il pallino di Nancy Drew e uno speaker radiofonico dalla parlantina a raffica captano frequenze misteriose. È una tranquilla sera degli anni Cinquanta nel New Mexico. Il resto della città è distratta dagli schiamazzi di una partita in corso nella palestra del liceo. Chi baderebbe alle stranezze del cielo, a parte i protagonisti? A metà tra un podcast e una puntata di Ai confini della realtà, The Vast of Night omaggia i classici della fantascienza – dai classici in bianco e nero a Spielberg – e le infinite possibilità della narrazione. È prolisso. È ondivago. È sospeso. A tratti, puro esercizio stilistico. Ma agli espedienti della messa in scena, ai dialoghi fiume, ai soliloqui teatrali e ai piani sequenza si reagisce con due occhi grandi così. E altrettanta meraviglia suscita la scrittura, non tanto per le tematiche – in definitiva già sentite – ma per lo sperimentalismo del cinema fieramente indipendente. Esordio alla regia da incorniciare, farà la gioia dei cinefili doc armati di pazienza. Davanti alla vastità della notte, e alla potenzialità di questo cinema, non si trattengono i brividi. Lassù qualcuna ci guarda. E noi, preferendolo al rivale Netflix, continuiamo a guardare sorpresi le proposte di Amazon Prime Video. (7)

Più grande è il cast, più clamoroso è il guazzabuglio! Impossibile non pensarlo davanti allo sperpero di talenti delle Strade del male. Chi non vorrebbe vedere il film che ha riunito sullo stesso set gli attori delle principali saghe degli ultimi anni – da Spiderman a It, da Edward Cullen al Soldato d’inverno, senza scordarci Dursley di Harry Potter? Quella che potrebbe sembrare una sinergia degna degli Avangers, in realtà, è al servizio di una storia luttuosa e serissima: anche troppo. Ispirato al romanzo di Donald Ray Pollock, il film di Antonio Campos è vittima delle proprie ambizioni e di un intreccio che funzionerà  su carta, meno su pellicola. Nonostante le due ore e diciotto, forse avrebbe meritato una miniserie per raccontare queste generazioni di uomini. Figli di genitori assassinati o assassini, a loro volta costretti a uccidere o a uccidersi per sottrarsi al malessere, i protagonisti trovano pace nelle illusioni dell’amore o nell’abbaglio della fede. Immersi nelle atmosfere del Southern Gothic, dovrebbero essere brutti, sporchi e cattivi. Netflix li scambia con uno squadrone di giovani, belli e celebri, confezionando un film sin troppo patinato per rendere giustizia a una storia scabrosa. Poco amalgamate tra loro, le vicende appaiono giustapposte e i personaggi inconciliabili, legati soltanto dal filo delle coincidenze. Antonio Campos ha intenzioni buone ma confuse: pasticcia con un cast difficile da gestire. A parte un Holland sorprendentemente maturo e un Pattinson che qui gioca a fare Waltz, gli altri attori si ritagliano partecipazioni ininfluenti. Né thriller né dramma, né carne né pesce, Le strade del male è un fritto misto di star servito su un letto di blanda disperazione. A dispetto delle tinte fosche e del sangue sparso, non è Tarantino. (5,5)

lunedì 26 agosto 2019

Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel

Non è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì, perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits. (6,5)

Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i profani perderanno facilmente il bandolo della matass in preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità, né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer, caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude Law. (4,5)

Avevo già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso, per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma  – come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però, grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone della collega ma incanta più per l’accento, per la bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi – troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con affetto. (5,5)

Quanti segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia. Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare – e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini, con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la sua leggerezza benefica. (6,5)

Scoperta recente, la serie di Dragon Trainer mi è subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti, questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)

I protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali, tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli, personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy – unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate, tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd, alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi seguito non richiesto. (5)

Era stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese, data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal taglio femminista, che piace all’autore in persona per la colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali: compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler – erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera, uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)

È alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani. Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva sul loop temporale del film precedente: generato non dalla provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare: sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati. Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica – lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi di paura che in passato scarseggiavano. (7)

venerdì 4 agosto 2017

Mr. Ciak: Spider-Man: Homecoming, Slam, Covenant, Una, 2:22

Non inizierò nella solita maniera. Quando mi hanno proposto Homecoming non ho protestato. Spider-Man, infatti, fa eccezione in tutte le salse. Sentivo come mie le sfortune, la timidezza e le porte in faccia di Peter Parker ancora prima di incrociare, crescendo, avversità, musi lunghi e sonori no. Certo, da buon nostalgico, il Peter che intendo io è quello della trilogia di Raimi – checché se ne dica, però, ho sempre trovato generosissima dal punto di vista emotivo la serie tronca con Andrew Garfield. Fa eccezione, a modo suo, anche l'adolescente di Jon Watts: meno me, meno solitario, ma tre lustri e cinque film dopo non chiedevamo altri copia-incolla. Il nostro eroe di quartiere, sprovveduto e pasticcione, si mette sulla strada di un contrabbandiere di armi iper-tecnologiche. In ballo meno del solito, in questo reboot umoristico e ben scritto, a confine con il teen movie – da cui prende in prestito gli amori non corrisposti, i buffi amici nerd e, purtroppo, quell'esagerazione tutta americana di inserire minoranze etniche a sproposito in nome del politicamente corretto (che passi Zendaya nei panni dell'amata, ma non un Flash Thompson guatemalteco e sprovvisto del physique du role). La gara di decathlon o acciuffare i cattivi? Il prom o sventare un piano criminale? Homecoming ti precede, sa dove andrai a parare, e si difende con autoironia: i commenti a proposito della bella zia Marisa Tomei non si contano; il protagonista, per molti troppo giovane, è ribattezzato “Bimbo ragno”; Keaton ritrova le ali dopo Birdman ma coglie in contropiede, sul finale, con un gustoso colpo di scena. Riuscito apprendistato per entrare tra gli Avengers e nelle grazie di spettatori scettici, l'ennesimo Spider-Man sceglie la spensieratezza dell'adolescenza e tutto l'entusiasmo di cui Tom Holland è capace. Da grandi poteri, questa volta, piccole responsabilità. Ma, a quindici anni, sarebbe un peccato bruciare le tappe. (7)

Samuele crede nello skateboard e nell'amore. Quando conosce Alice, capisce che è quella giusta. Ancora al liceo e con un futuro che spaventa, fa i conti con il diventare genitore. Questione di disattenzione. Questione di genetica: i suoi, infatti, l'hanno avuto alla stessa età. Darsi alla fuga, come suggerisce l'esilarante papà Marinelli? Provarci, come consiglia mamma Trinca? L'esordiente Ludovico Tersigni, con una spontaneità che non si insegna, resiste: non vuole che anche quel bambino, come lui, si senta un errore di gioventù. Ispirato all'omonimo romanzo di Nick Hornby, Slam è una commedia adolescenziale ma non troppo; un altro volto felice di un cinema che desidera dedicarsi a progetti nuovi. Le gravidanze indesiderate, un protagonista dubbioso, Roma: stessi temi del recente Piuma. Cos'ha Slam che il teen movie di Johnson non aveva? Una scrittura fresca e intelligente, che conserva la voce narrante di Tony Hawk e si diverte un mondo a giocare con i salti temporali della struttura (Sam si sveglia, a volte, e sono passati mesi o anni: deve rimettersi al passo e scoprire, in fondo, che non ha nessun rimpianto); un cast perfetto, di giovani leve e promesse mantenute; i toni semiseri, i dilemmi realistici, che rendono gli esiti non così scontati. Dirige con energia Andrea Molaioli, braccio destro di Moretti e autore del celebrato La ragazza del lago, e si vede. Produce Netflix. Certo: avremmo voluto più Marinelli e meno finali su finali; una durata più contenuta. Certo: sorridenti e leggeri, spensierati ancora per poco, ci si getta a colpo sicuro lungo una rampa. Si salta in alto, magari si vola. E si atterra in piedi, in un rumore familiare di ruote e risate. (6,5)

La serie di Alien è cara a una generazione che non è la mia. Negli anni mi sono dedicato al recupero di capitoli originali, sequel e spin-off, senza però mai farne miei personali oggetti di culto. Covenant, a voler essere precisi, è il sequel di Prometheus: un Ridley Scott non al suo meglio, una mitologia confusa e poco accattivante ma, con il senno di poi, non il disastro annunciato. Lo stesso, purtroppo, non vale per la regata fantascientifica arrivata in sala la scorsa primavera. Di Convenant dicevano il peggio e io non ci credevo. La solita critica, poco convinta in partenza. I fan dell'indimenticabile Ripley, difficili da rabbonire. Avevano ragione loro: Covenant è brutto. Perché girarci attorno? In due ore che si avvertono tutte nella loro pesantezza, i soliti astronauti risvegliati prima del tempo cercano tracce di vita umana sul pianeta in cui i personaggi del film passato, ovviamente già belli che rimossi, hanno lasciato lo scalpo. Un team anonimo e senza leader carismatici rischia di portare a bordo la solita piaga contagiosa. Alla piattezza della prima mezz'ora, rispondono qualche sprazzo di violenza e un doppio Fassbender – e per quanto sia bravo, per quanto faccia comunque piacere vederlo all'opera, dispiace quest'anno la scelta di progetti inutili quanto o più di questo. Covenant annoia e irrita. In giro, ha trovato le cattive parole che merita: il blockbuster che si atteggia a cinema d'autore e non riesce a essere né una cosa né l'altra, infatti, è un mostro della peggior specie. Freddarlo al mio "via". (4)

Una. Non come l'articolo indeterminativo, ma come il nome di battesimo di una donna che, un giorno qualsiasi, guida fino a una fabbrica in cui si trema per i tagli al personale. Deve incontrare un uomo, mostra una foto. Lui ha cambiato identità, è sposato, ma il destino l'ha rintracciato ugualmente. I due hanno una questione in sospeso. Un tempo sono stati al centro di un amore sconveniente, di un'ossessione che perdura. Quando lei aveva tredici anni e lui, adulto, era il suo vicino di casa. Di cosa parliamo quando parliamo di pedofilia? La bambina ingenua e l'orco cattivo, con la cronologia del computer piena di brutture. Ci figuriamo la manipolazione, lo stupro. E se quel vicino, condannato a quattro anni di carcere, non avesse mai guardato un altro innocente con malizia? E se la bambina, infatuata ma lucida, avesse voluto seguirlo in una fuga volontaria oltre la Manica? In Una, dramma fedelissimo alla propria natura teatrale, il presunto aguzzino incontra la presunta vittima. L'aggettivo, per dire che sfugge ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per dire che agli occhi della giustizia c'è un colpevole ma non un cattivo, e che il faccia a faccia tra questi strani amanti intriga e destabilizza. Camminano come animali in gabbia, lungo un confine impercettibile. Non si sa cosa vogliano. Soprattutto, non si sa con chi schierarsi. Il tema, spinoso, è discusso con ambiguità. Così tanta che si resta in piedi, confusi, all'insegna di un finale sospeso di quelli che piacciono a me. Parlano fuori dai denti di sesso, e arrivano a un passo così dal farlo. Si rimproverano di essersi rovinati la vita. Tentano di andare avanti, di confrontarsi, perché non si sono mai mossi di un passo dal giorno del processo – lei sopraffatta da una mamma chioccia, lui sempre sul chi va là. Chi dei due ha avuto la peggio? Di cosa la fragile e seducente Rooney Mara, per molti in odore di nomination, accusa un contrito Ben Mendelson: mi hai rubato l'adolescenza, o perché mi hai lasciato sola? (7)

New York. Dove le luci dei grattacieli sono più numerose delle stelle. Dylan crede di poterle leggere. Vede schemi ovunque. Portano a Grand Central; a un balletto in cui conosce Sarah, gallerista nata il suo stesso giorno. A cosa vogliono condurlo le simmetrie? Cosa succede quando l'orologio fa il suo giro e, sulla città, una stella muore? Thriller romantico dagli spunti suggestivi, 2:22 crea una piacevole suspance che si rivela disattesa solo in parte. Più modesto nell'architettura che nella resa, il film sembra poggiarsi su quei paradossi temporali, su quella fantascienza discreta di viaggi nel tempo e amori a scorrimento veloce, che da queste parti trovano sempre un angolino tutto loro. Più Storia d'inverno che Premonition, più sospiri passeggeri che sceneggiature a orologeria, il boy meets girl a incastro ha protagonisti belli in modo assurdo e un triangolo sentimentale che non convince, per l'improponibile taglio di capelli del terz'uomo e l'andare a puntare tanto, se non tutto, su un melodramma in rewind. In 2:22, il ticchettio e le scie chimiche portano su scene del crimine passate, teorie di eterni ritorni, coincidenze che fan parlare di reincarnazioni. Credi che il colpo di fumine sia una storia già scritta? Credi che il destino abbia un piano alternativo per te e per lei, o che il futuro sia tabula rasa? Poco accattivanti ma sufficienti le risposte. Scontato, infatti, che due come Huisman e la Palmer, ora e per sempre, si somiglino e si piglino. Senza additare i déjà vu della sceneggiatura: semplicemente, è selezione naturale. (6)