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martedì 3 giugno 2025

Per trenta minuti: Dying for Sex | The Studio | Overcompensating | The Four Seasons

Può una miniserie sulla morte scoppiare di vita? È la scommessa, vinta, di Shannon Murphy. Già premiata a Venezia per Babyteeth, la regista torna a declinare la malattia in chiave umoristica trasponendo la storia vera di Molly Kochan: quarant'anni, due tumori, nessun orgasmo, abbandona il marito imbelle pur di realizzare i suoi desideri più inconfessabili. In francese, d'altronde, chiamano l'orgasmo così: petit mort. Dovremmo quindi stupirci se assisteremo al sesso più libero e pazzo dell'anno in Dying for Sex, storia di una malata al quarto stadio, anziché nel patinato Babygirl? Tragici e spregiudicati, gli otto episodi seguono l'odissea della protagonista dalla diagnosi fino all'ultimo respiro, senza mai staccarsi dal viso di una Michelle Williams radiosa come non mai — sarà colpa della radioterapia? In scena: l'assoluta centralità del corpo femminile. Nel piacere. Nel dolore. Vittima di abusi da bambina, continuamente in balia dei medici da adulta, Molly esercita il pieno dominio di sé stessa soltanto nelle vesti di mistress. Tutto è scoperta, perfino i kink più assurdi, ma potrebbero esserci effetti collaterali: rompersi il femore prendendo a calci gli attribuiti del vicino di casa, ad esempio, o finire per innamorarsi di lui. Ma quella diretta da Murphy è soprattutto una grande storia di sorellanza: l'amicizia tra Williams e l'inseparabile Jenny Slate si candida a rimanere la storia d'amore più struggente dell'anno. (8,5)

Immaginate di poter conoscere i meccanismi produttivi di un immaginario studio cinematografico a Los Angeles. Il responsabile, un Seth Rogen strepitoso come non mai, è un sognatore sprovveduto  e pasticcione che vorrebbe conciliare cinema d'autore e film commerciali. È possibile, però, tra acquisizioni, problemi di budget e pressioni crescenti da parte di pubblico e media? Il cinema è cambiato. È in crisi? Se sì, quanto è grave? A metà tra Boris e Call my Agent, Apple produce una delizia metacinematografica sui retroscena più folli del microcosmo hollywoodiano. Se i Continental Studios contano in squadra anche gli iconici Bryan Cranston, Catherine O'Hara e Kathyn Hahn, il resto del cast vanta cameo non da meno: registi (Scorsese, Howard, Polley, Wilde, Snyder) e attori (Kravitz, Franco, Lee, Efron) sulla cresta dell'onda, infatti, si prestano con autoironia a una satira che si prende estremamente sul serio. Senza mai dimenticare i fasti dei Golden Globe e del CinemaCon, The Studio mostra la frustrazione dei piani sequenza, gli inconvenienti della pellicola, i casting al tempo del politicamente corretto, le guerriglie interne e le mancata riconoscenza. Il tutto con dialoghi fluviali e una regia elettrizzante, che somiglia a un'improvvisazione jazz di Damien Chazelle. (8)

Tornate indietro a quindici anni fa. Su MTV andavano in onda Blue Mountain State, Hard Times, Faking It. Eravamo felici e lo sapevamo. Coprodotta da Amazon e A24, la serie scritta e interpretata dal brillante Benito Skinner è un atto d'amore alle commedie universitarie di quegli anni. Qui aggiornate, però, in una versione immancabilmente più gentile, inclusiva, queer. Tante le partecipazione delle icone televisive del passato: James Van Der Beek, Connie Britton, Kyle MacLachlan. Immancabili, ma questa volta con autoironia, gli attori trentenni chiamati a impersonare un gruppo di matricole. Ambientata all'incirca nel 2014, vanta poster di Megan Fox alle pareti e una colonna spudorata dove Britney, Lady Gaga e Charli XCX guidano i protagonisti tra feste, sesso e segreti. Per quanta lieve ed esilarante, la serie ha un titolo che è tutto un programma: sovracompensazione. Chi non ha mai mentito per aderire alle aspettative del prossimo? Tutti, non soltanto il protagonista gay, nascondono non detti e fragilità private. Tutti, perfino i cattivi di turno, sono vittime delle pressioni sociali e degli stereotipi. Riusciranno, tra una risata e l'altra, a liberarsi delle maschere superflue – e dei vestiti? E noi, riusciremo? (7,5)

Dopo l'esageratissima Unbreakable Kimmy Schmidt, Tina Fey torna come sceneggiatrice e interprete di una nuova dramedy approdata su Netflix sotto silenzio – almeno in Italia. Questa volta più amara e misurata che in passato, vicina alle atmosfere del cinema di Woody Allen, raduna tre coppie di amici di mezza età mostrate in quattro diverse stagioni dell'anno e della vita. Nonostante vantino matrimoni longevi, nessuno è al sicuro: la crisi dei cinquant'anni minaccia di mettere in forse vacanze, relazioni, amicizie. Fey patisce l'apatia del marito, Will Forte; Colman Domingo trova soffocanti le moine dell'iperprotettivo Marco Calvani – che rivelazione, quest'ultimo –; e poi c'è Steve Carell, sempre immancabile, sempre più fascinoso, che all'indomani di un anniversario in pompa magna abbandona la moglie Kerri Kenney-Silver per una trentenne. La trama non è tra le più originali: anzi, si ispira all'omonimo film degli anni Ottanta. Tutto è estremamente classico, ma altrettanto ben scritto. Tutti sono privilegiati, annoiati, ciarlieri, come nei migliori romanzi di Peter Cameron, eppure è matematicamente impossibile non volere loro bene. Occhio all'episodio finale, però: dopo tanta leggerezza, un colpo di scena da crepacuore è in agguato. (7)

mercoledì 13 novembre 2024

L'amore secondo Netflix: Nobody Wants This | Heartstopper S03 | One Day

Lui è un rabbino da poco uscito da una lunga relazione e in attesa della promozione della vita. Lei, invece, è l’autrice eternamente single di un popolare podcast sul sesso. Come nel più classico dei boy meets girl degni di questo titolo, i due – per quanto siano agli antipodi – si incontrano e fanno le scintille promesse. Le famiglie e gli amici, intanto, borbottano. Facendo leva sull’ormai abusato effetto nostalgia, Nobody Wants This è giù un successo rinnovato in tempi record per una seconda stagione. La formula, semplice ed efficace, si limita a far innamorare due degli attori più iconici di una generazione fa – e a farci innamorare nuovamente di loro, ormai bellissimi e spiegazzati quarantenni. Peccato che, a dispetto del talento del redivivo Adam Brody e della prezzemolina Kristen Bell, la loro serie sia una comedy innocua, antiquata, alquanto noiosetta (userei gli stessi aggettivi per il film Tutti tranne te, similmente accolto alla stregua di classico istantaneo), che fa parlare di sé soltanto perché i leggendari Seth Cohen e Veronica Mars si scambiano per la prima volta tenerezze. Più che a una serie Netflix di ultima generazione, somiglia a uno di quegli show dei primi anni Duemila rubati agli oziosi pomeriggi adolescenziali di Italia Uno. Che il titolo avesse ragione? (5,5)

Nick e Charlie stanno crescendo. Ormai sedicenni, iniziano a porsi i primi problemi dei grandi: disturbi alimentari, sesso e università tra cui scegliere. Dolcissimi come sempre, anche se più provati che in passato, continuano a essere l’anima di una commedia romantica surreale ma bella, che poco somiglia, purtroppo o per fortuna, all’adolescenza odierna. In un mondo senza bullismo né discriminazioni, questa volta appare eccessivamente forzata la dimensione corale: pur di includere in ogni puntata quei comprimari variopinti, amichevoli, queer, salta puntualmente fuori una festa, un campeggio, un concerto. Non c’erano modi meno macchinosi, mi domando, per riunirli? Nella stagione più ripetitiva e monotona, però, si nasconde a sorpresa anche l’episodio più prezioso delle tre: un gioiello di scrittura e sensibilità – due punti di vista complementari, lo struggimento della lontananza, un corto sperimentale girato la notte di Halloween – che si termina con gli occhi lucidi e il sincero bisogno di averne altrettanti di così ispirati. Sarebbe stato un finale di stagione ben più memorabile da quello scelto dagli sceneggiatori. Per Kit Connor e Joe Locke, nel frattempo, si prospettano carriere in crescita. Quanto toccherà aspettare per ritrovarli? (7)

Li ho conosciuti all'età di quindici anni. Li ho incontrati nuovamente dopo aver spento trenta candeline. Emma e Dexter – una delle mie coppie preferite di sempre – tornano a un decennio di distanza dall'omonimo film. Ci pensa Netflix, che promette maggiore aderenza al romanzo e offre un ottimo trampolino di lancio a due interpreti che faranno strada: Leo Woodal e Amika Mod. Fedelissima al materiale di partenza – a tratti anche troppo –, questa seconda trasposizione ripropone tutti gli elementi del libro cult: meno, purtroppo, la magia tra i protagonisti. Bravi ma troppo acerbi, gli attori mancano di chimica e fanno rimpiangere  Jim Sturgess e Anne Hathaway. Non aiuta il pressappochismo della messa in scena. Nonostante una storia d'amore lunga vent'anni, Emma e Dexter non sembrano invecchiare mai: Woodal, ad esempio, conserverà il ciuffo biondo del primo episodio per tutto il tempo. Nonostante l'iconicità degli anni Ottanta-Novanta, inoltre, non sono riuscito a respirarli: l'algoritmo  appiattisce tutto sotto un'aria patinata e, in nome dell'inclusività, regala al personaggio femminile origini indiane. Ho preferito il romanzo? Assolutamente. E il film – sì sintetico, ma capitanato da un eccezionale duo attoriale? Sì. Ho pianto comunque, arrivando a un epilogo arcinoto? Inutile chiedermelo. Non mi riprenderò mai da questa cotta, né dal crepacuore che ne consegue. (6,5)

giovedì 30 luglio 2020

Tre stagioni d'un fiato: Boris | Future Man

È la fonte principale di ogni meme. È una delle poche serie italiane cult. Oggi, è più attuale che mai. Sempre al passo, esilarante, premonitrice, Boris è uno dei recuperi più felici della mia vita accanto a Breaking Bad. Scusate se esagero. Nuovamente in voga grazie a Netflix – stendiamo un velo pietoso sulle produzioni originali, ma ben vengano invece le riscoperte –, la serie comica mi ha regalato spunti di riflessione, freddure, siparietti che corro spesso a rivedere. Se ci sono petizioni su petizioni per una quarta stagione, se esiste finanche una pagina Facebook che ogni ora pubblica un frame random della serie, il motivo c’è. All’altezza della sua notorietà, segue le disavventure di una troupe sul set della fiction Gli occhi del cuore 2. Dirige René, un Francesco Pannofino con il sogno impossibile del cinema di qualità, e quest'ultimo si districa come può tra le bizze della “cagna maledetta” Corinna, Carolina Crescentini, e gli strepiti della star Stanis La Rochelle, un iconico Pietro Sermonti in lotta con i limiti di una produzione “troppo italiana”. Come in Scrubs, però, a raccontarli è l’ultimo arrivato: lo stagista Alessandro Tiberi, che sospira appresso alla burbera Arianna, schiva gli sfottò di Biascica, veglia sugli “smarmellamenti” di Duccio, lotta per rimpiazzare un trio di sceneggiatori perdigiorno. E dove fare alloggiare gli ospiti d’eccezione –  Tirabassi, Guzzanti, Timi, Herlitzka, Sorrentino? E le quaglie per la Festa del Grazie poi? E gli straordinari di aprile? E nell’orata all’acqua pazza, tu ce li metti i pachino?  Nonostante i toni sopra le righe, c’è tanta verità nella descrizione dei dietro le quinte. Nella parodia semiseria di un’Italietta provinciale e stagnante, chiusa ai giovani e alle novità. Nei compromessi, nei bocconi amari, nei favoritismi sfrenati. Di stagione in stagione, Boris cresce, matura, si fa meno grezza. I progressi degli Occhi del cuore 2, al centro di un boom inatteso, finiscono per coincidere con quelli della serie stessa. Nella terza stagione si esce un po’ fuori dal seminato, con una tappa a Milano che francamente annoia e una storia d’amore tra due personaggi piuttosto male in arnese, ma per fortuna si ritorna sulla retta via per un finale che non delude le attese. Qual è il segreto del suo successo? Oltre al cast di mattatori affiatatissimi, senz’altro la scrittura irresistibile di Ciarrapico, Torre – purtroppo scomparso lo scorso anno – e Vendruscolo. Ogni episodio, ogni battuta, sono diventati infatti un tormentone resistente al tempo. Sono passati dieci anni dalla sua conclusione. Forse non l’hai seguito, forse non lo sai ancora, ma inconsapevolmente lo citi già. (9)

Lui è Josh. Venticinquenne che vive ancora con i genitori e lavora come inserviente. Loro sono Tiger e Wolf, guerrieri protagonisti del suo videogioco preferito. Cosa succederebbe se le loro realtà collidessero? Quando i personaggi dello sparatutto sbucano nella cameretta di Josh, intento a masturbarsi, possono avere inizio un’amicizia e un’avventura lunghe tre stagione. Il trio, molto mal assortito, dovrà salvare il mondo da una catastrofe futura. Viaggi nel tempo, citazioni anni Ottanta, scenografie varie e ricchissime, le battute sboccate dei produttori Rogen e Goldberg. Intrattenimento leggero, godereccio, di buon cuore, Future Man sorprende piacevolmente nella prima stagione – la migliore delle tre, con un episodio nella villa di James Cameron che ha del geniale – e poi si finisce per seguire con il sorriso, ma senza grande entusiasmo. Dopo i tredici episodi iniziali, un omaggio gustosissimo alle atmosfere e ai temi di Ritorno al futuro, i successivi tredici la prendono sin troppo per le lunghe con le cospirazioni del redivivo Haley Joel Osment e i climi desertici di Mad Max; gli ultimi otto, rapidi e concisi, invece tirano degnamente le fila conducendoci in un’arena alla Hunger Games e in un villaggio edenico – tra gli ospiti, c’è perfino Gesù in persona – sbucato dalla Svezia di Ari Aster. Ondivaga e discontinua, la serie fidelizza comunque grazie all’umorismo dissacrante degli autori di Strafumati e al trio di protagonisti. Josh Hutcherson, adorabile, si prende alla leggera come pochi: frequentemente messo in ridicolo, tra travestimenti femminili e scene di nudo integrale, ha un futuro nel cinema comico. La valchiria Eliza Coupe, una degli allievi della nona stagione di Scrubs, ha una fisicità da stuntwoman e un personaggio non senza ombre. Ma la rivelazione totale è Derek Wilson, bello e folle, con il ruolo più in divenire: vedasi l’hobby dell’alta cucina o la delicatezza sfoggiata come capofamiglia, in una relazione poliamorosa condivisa parimenti con donne e uomini. Imperdibile no, divertente molto, Future Man probabilmente non cambierà il vostro futuro. Ma gli esiti di un’estate altrimenti spesa nella pigrizia, sì. (7)

sabato 20 giugno 2020

Tre novità tutte da (sor)ridere: Upload | Never Have I Ever | Run

Su carta sembrava non promettere niente di buono. Una storia sull’aldilà vista e rivista, sin troppo familiare ai fan di The Good Place e Black Mirror. Contro ogni pronostico, però, Upload sorprende. Ed è pronta a diventare una delle serie più irresistibili dell’anno, con il suo mix di fantascienza e buoni sentimenti; con una storia d’amore e morte ironica ma dolcissima, che qualche volta fa sospirare. Siamo nel solito futuro non troppo lontano in cui la tecnologia sta prendendo il sopravvento. Il protagonista è il solito bellimbusto che per il solito guasto alla macchina fa il solito incidente autostradale e finisce nel solito paradiso personalizzato. La sua anima, infatti, viene caricata in un aldilà per ricchi – tutto vedute mozzafiato e comfort –, ma anche la perfezione nasconde immancabili lati oscuri. Anche da morti, infatti, sussistono le iniquità. Nell’Upload vigono infinite disparità sociali. Alcuni hanno una corsia preferenziale, altri no. E soprattutto, per soggiornare lì, sono necessari i finanziamenti di una persona esterna: nello specifico, quelli di una fidanzata ricca e superficiale a cui, nonostante tutto, restare vincolati vita natural durante. Si può sopravvivere alle difficoltà, se già defunti? Robbie Amell, bello che balla, può fare affidamento sui consigli di Nora: addetta al servizio clienti, vivissima e per questo lontana da lui, con la quale è in contatto h24. Si innamoreranno, a dispetto di una barriera insormontabile. Scrive lo sceneggiatore dell’iconica The Office. I toni, sapientemente indovinati, sono deliziosi. I colpi di scena, con tanto di inseguimenti ed esplosioni sanguinose, non si contano. Il cast è un vero piacere per gli occhi. Insomma, ci sono guai anche in paradiso. Perfino le tecnologie avveniristiche hanno delle falle, dei difetti. Ma Upload – semplice, e per questo semplicemente adorabile – non presenta bug imperdonabili. (7+)

Devi, caustica e spigliata, vorrebbe essere un’adolescente come tante. Mimetizzarsi senza sforzi nella fauna della scuola pubblica. Ma è difficile essere invisibili quando si è involontariamente al centro dell’attenzione. Dopo la morte del padre durante il saggio di fine anno, qualcosa ha fatto crack  nella mente della ragazza e le gambe, di conseguenza, si sono rifiutate di camminare. Bollata come malata immaginaria, ora che è finalmente tornata a camminare non può però guarire dal disagio peggiore: la sua “grossa grassa” famiglia indiana. Vi avverto: a dispetto di qualche cliché di troppo nel finale, la conoscenza di Devi sarà una delle rivelazioni dell’anno corrente. Ha una parlantina a raffica, la risposta sempre pronta, e diverte e intenerisce con una storia di formazione che parla sì di amori impossibili, sì di maturazione, ma soprattutto di origini e accettazione. Qui la giovane è chiamata a fronteggiare le proprie usanze indiane, che le sembrano tanto bigotte, e soprattutto gli agguati del lutto: di tanto in tanto, nel corso degli episodi, qualche flashback struggente minaccerà di strappare lacrime impreviste agli spettatori dal cuore tenero. Consigliata a chi ha voglia di leggerezza ma non solo, Never Have I Ever piace per la rappresentazione spassionata delle minoranze etniche – che meraviglia, ho pensato tra me e me, incrociare tutti quei nomi esotici nei titoli di testa – e per la scrittura al fulmicotone della prezzemolina Mindy Kaling, che fra autobiografismo e invenzione riesce a spiccare in mezzo alle teen comedy rivali: il colpo di genio è la voce narrante del tennista McEnroe, che mi ha fatto pensare con nostalgia a Jane The Virgin. Never Have I Ever, insomma, non è un’altra stupida commedia americana. Soprattutto perché, sia da parte di madre che di padre, è fieramente indiana. (7)

Un messaggio di testo da parte di un’ex fiamma spinge una moglie insoddisfatta ad abbandonare la famiglia per salire sul primo treno. Dice: corri. E una donna sull’orlo di una crisi di nervi, così, segue il fidanzato dei tempi dell’università – nel frattempo diventato life coach – nell’avventura di una notte. Giunti al capolinea, decideranno se tornare insieme o lasciarsi per sempre. Ma il viaggio, ovviamente, presenterà contrattempi tragicomici. Scritta da Vicky Jones e prodotta da Phoebe Waller-Bridge – anche impegnata in un piccolo ruolo bislacco –, Run è una commedia romantica sui generis con ritmi vertiginosi e risvolti degni di un thriller. Un appuntamento appassionato nel segno della nostalgia e del pericolo su due personaggi perennemente braccati, che fuggono dalle responsabilità e dai rimpianti. Il formato, pratico e scorrevole, è insolito per le serie HBO: sette episodi di trenta minuti ciascuno. Perché non realizzarne un ottavo regalando alla serie una conclusione? Impossibile pensare altrimenti davanti a una storia che non ha le carte in regola per una seconda stagione. Lo suggeriscono a malincuore le svolte rocambolesche e irrealistiche della seconda metà, dove i due fanno il passo più lungo della gamba e rischiano di restare intrappolati in una vicenda che senza un prosieguo apparirebbe purtroppo inconcludente. I primi episodi, a metà tra Prima dell’alba e Intrigo internazionale, lasciavano ben sperare. I restanti, purtroppo, si poggiano su un delitto evitabile e sulla tensione erotica tra Merritt Wever e Domhall Gleeson: un duo lontano dai classici canoni di bellezza che a sorpresa sprizza sesso e scintille, oltretutto con performance di peso. Perché, al giorno d’oggi, fare una serie TV su ogni soggetto? Questa volta, per raccontare il rendez-vous degli eterni Peter Pan, sarebbe bastato un semplice film di un’ora e trenta. Fuggiamo via, a gambe levate, ma dalla moda della serialità a tutti i costi. (6)

sabato 21 marzo 2020

Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place

Se non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù, immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone, fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana, coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole – né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente, carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti? Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù – Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)

Lo spunto  è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di serie. I protagonisti di The Good Place – comedy fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato  guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason, monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica; i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’ monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì,  purché sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare, per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)

sabato 14 marzo 2020

Comedy da quarantena: Derry Girls | Crashing | Catastrophe S04

Si chiama Derry ma non è la stessa di Stephen King. Viverci fa paura, qualche volta, ma non per i pagliacci assassini né per le fognature che nascondono insidie da horror. Siamo in Irlanda, negli anni Novanta, e crescere significava far fronte a un nemico spaventoso: il terrorismo. In una terra resa una polveriera dalla religione, dalla politica, dalla divisione tra filobritannici e indipendentisti, provano a restare a galla le quattro ragazze del titolo – cinque non tralasciando James, l’unico maschio dell’istituto, membro a pieno diritto della cricca. Studentesse di una scuola cattolica, severissima e tutta al femminile, le nostre eroine trovano spunti per farci ridere a crepapelle e riflettere in ogni puntata. Comedy breve e leggera nello stile delle migliori produzioni del Regno Unito, Derry Girls resterà forse una delle mie personali sorprese di quest’anno. Vista al solito a cena, come riempitivo da poco, si è fatta volere bene pian piano nonostante quelle protagoniste sardoniche e scostanti; nonostante una parentesi – la questione irlandese – conosciuta soltanto per sentito dire. Come può la Storia, quella con la lettera maiuscola, incidere sulle esistenze di chi la vive sulla propria pelle? Lo scopriremo noi stessi più in là, si spera, a pandemia finita. E nel frattempo, in due stagioni disponibili su Netflix in lingua originale, ce lo raccontano Erin e compagne. Ce lo cantano le canzoni dei Cranberries, insieme agli altri pezzi di una colonna sonora a tema tutta da ballare. Si trova comunque il tempo per innamorarsi del nuovo prete in città. Si tenta la strada della rivolta per assistere a film, concerti, adunate altrove. Si fa il callo a famiglie litigiose ma esilaranti, fonte d’imbarazzo e pettegolezzi a tavola. La comicità è donna, e non ha soltanto il nome di Phoebe Waller-Bridge: occhio anche alla penna di Lisa McGee – blasfema, veritiera, commovente –, con la speranza che qualcun altro saprà raccontare il nostro recente disagio, la nostra gioventù prigioniera, in perle altrettanto preziose. (7,5)

Cosa faceva Phoebe Waller-Bridge prima di Fleabag? Dopo i fasti della serie Amazon, da me amata finanche in tempi non sospetti, se lo saranno chiesti in molti fan. Comparsa in ruoli marginali di film e serie TV, ha scritto la prima stagione del thriller Killing Eve e una miniserie in sei puntate, prodotta ormai quattro anni fa, disponibile sempre su Netflix in versione sottotitolata. Com’è Crashing? Chicca da riscoprire o esordio acerbo? La verità sta nel mezzo. Ambientata quasi interamente in un ospedale in disuso adibito a condominio, ha la struttura e le ambientazioni circoscritte delle sit-com più consolidate. Pochi personaggi da far litigare, ingelosire, innamorare, accoppiare e scoppiare a fantasia. Phoebe, anche attrice, è Lulu: saltata fuori all’improvviso, chiede ospitalità all’amico d’infanzia e mette i bastoni tra le ruote alla futura moglie di lui. Sfortunata in amore, disincantata e un po’ egoista anticipa i tratti che renderanno indimenticabile il personaggio della serie successiva. Insieme a lei: un cinquantenne fresco di divorzio, usato come modello da una pittrice dall’accento francese; il dongiovanni di turno che forse nutre molto più di una semplice simpatia per un altro inquilino – Sam e Fred sono una delle coppie che più “shipperete” in questo periodo. Ci si affeziona nonostante il poco tempo insieme? Decisamente. Si ride? Peggio, ci si scompiscia. Con tempi comici già invidiabili, Phoebe conferma di aver sempre scritto benissimo. Anche se l’ironia di Crashing – meno raffinata, con tanto di battute su cacca, vomito e pipì – potrà infastidire chi (chi?) è contrario a un po’ di becera, irresistibile volgarità. (7)

Mi ero scordato di Catastrophe. Anzi, l’avevano scordata i nostri subbers di fiducia. Mai distribuita in Italia, l’ho seguita per tre anni di fila. Ne ho scritto. L’ho consigliata. Dopo la terza stagione è stata rinnovata per la quarta e ultima. Ma è arrivata così in sordina in patria, purtroppo, che non l’avevo notata nemmeno io. Recuperata un anno dopo e in lingua – mi sono adattato seppure consapevole di non cogliere tutto tutto –, è stata perfettamente all’altezza delle aspettative. Allora perché questo basso profilo? Perché questo ritardo, quest’oblio? Ambientata tra Irlanda e Stati Uniti, la serie raccontava agli esordi la relazione tra Sharon e Rob. Costretti a mettersi insieme per l’arrivo di un figlio inatteso, finivano per fare faville non soltanto a letto. Ironici, innamorati, controcorrente, s’incastravano tra alti e bassi come i protagonisti della affine You’re The Worst. Questa volta devono venire a patti con i vizi di lui, che alza il gomito e trova simpatico il sessismo del datore di lavoro. Questa volta devono venire a patti con la famiglia di lei, che approfitta di un viaggio a Boston per distrarsi, nonostante la mestizia di un funerale in atto. Le recriminatorie saranno all’ordine del giorno. Restare insieme per feeling, allora, o sotto costrizione? Il lieto fine è forse a rischio? Si fa poco sesso. I parenti sono ingombranti e i bambini bisognosi di attenzioni. I lavori, poi, non appagano affatto. Cosa spinge una coppia di quarantenni a lottare per restare unita? In periodo di quarantena, di convivenze forzate, di tensioni alle stelle – quando tutto finirà, secondo voi, ci saranno più gravidanze o più separazioni? –, gli insegnamenti di Sharon e Rob per sopportarsi torneranno utili. (7)

sabato 14 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel S03 | Living With Yourself

Arrivati alla terza stagione, è un’impresa scrivere di The Marvelous Mrs. Maisel senza il rischio di riciclare gli aggettivi degli anni scorsi. Davanti a un prodotto che si ripete senza ripetersi – sempre di gran qualità e all’altezza delle stagioni precedenti, la serie sul mondo della stand-up comedy riesce continuamente a stupire con nuove battute al fulmicotone –, cosa dire? Resterebbe da scrivere soltanto una lettera a Babbo Natale: in un pacchetto ben infiocchettato, infatti, mi piacerebbe tanto trovare il talento di Amy Sherman-Palladino. Come pensa quei dialoghi da ascoltare e riascoltare all’infinito? Come riescono i protagonisti a pronunciarli senza mangiarsi nessuna delle bellissime parole pensate per loro? Come può stare al passo un comparto tecnico che, per non essere da meno, cura allora nel dettaglio le luci, le scenografie e i costumi di una New York lussuosa come in un musical? Più scoppiettante che mai, la serie si supera: la terza stagione è la migliore delle tre. Benché ne abbia fatto una presenza ricorrente nei listoni di fine anno, in precedenza qualche difetto l’avevo trovato: soprattutto in una seconda stagione in cui avevo sentito la nostalgia dei numeri di Midge e percepito come un ingombro le scene dedicate ai suoi familiari. Quest’anno sono stato ascoltato. Felicissimo, ho avuto il mio show – tantissimi monologhi, con la protagonista impegnata in un lungo tour – e non ho patito le parentesi dei genitori di lei. Protagonisti di uno sconcertante declassamento, Abe e Rose si trasferiscono dai consuoceri con effetti esilaranti: con lui impegnato a coordinare un gruppo di giovani comunisti, toccherà alla consorte – svampita, sì, ma abile in fatto di cuore – sgomitare per tornare nel West Side. Quella pecora nera della secondogenita, invece, vicinissima a diventare una comica di professione, apre con successo gli spettacoli di un cantante jazz: con il piede in tre scarpe – l’ex marito, l’ultimo fidanzato mollato, un collega galante –, vola a Las Vegas ma a causa della sua lingua lunga rischia di perdere molto: compresa la manager Susie, chiamata a dividersi tra lei e una rivale che vuol darsi a Strindberg. Ci sono l’aggiunta del sempre in parte Sterling K. Brown e più battute per Jane Lynch, di cui sostengo la simpatia sin da Glee. E poi c’è l’insostituibile Rachel Brosnahan, che piroetta nei piani sequenza, indossa mille abiti diversi, parla a raffica e – e non si sa come – non si stanca. Non stancandoci. (8)

La scoperta di una persona identica a te. Una parvenza di normalità di mantenere, tra moglie e lavoro. Tutte le gag comiche possibili e immaginabili all’interno di genere che sin dalla notte dei tempi prevede scambi e fraintendimenti. Ecco: questo è tutto quello che Living With Yourself, ingiustamente passato in sordina, non è. Se a torto, come ho fatto io, si immaginava una commedia in stile anni Novanta – faccio un titolo in particolare con un’idea simile: Mi sdoppio in 4 –, la sorpresa potrebbe essere dietro l’angolo. Lo si capisce presto. Traviato dalle false aspettative e dalla presenza di un attore spesso coinvolto in pellicole demenziali, in cerca di un riempitivo a cena, mi sono trovato invece in compagnia di una dramedy dal taglio indie con uno spunto degno del Black Mirror delle origini. Cosa saresti disposta a barattare in cambio di un’esistenza perfetta? Un pubblicitario pigro e svogliato, su suggerimento di un collega, fa visita a una strana spa per ritrovare l’ispirazione: non sa che alla fine del trattamento sarà rimpiazzato da un clone – la sua versione bella, propositiva, performante. Qualcosa va storto però. E questi otto episodio saranno guidati dalla verve di un Paul Rudd doppiamente bravissimo; da due protagonisti con la stessa faccia e uno spirito agli antipodi, che si contenderanno senza esclusione di colpi un’unica vita. Se l’uno è un marito disattento che in ufficio per di più ha perso il tocco magico, l’altro è un compagno dolce nonché un dipendente pieno di iniziative. Il troppo storpia, perfezione compresa: allora il clone, proprio come un novello mostro di Frankenstein, stringe un po’ il cuore con il suo sentirsi eternamente fuori posto. Amici-nemici, i due Rudd vogliono uccidersi, scavalcarsi, sostituirsi: fino a un finale rocambolesco e imprevedibile, che rappresenta tuttavia una bella chiusura in caso di mancato di rinnovo. Caratterizzato da uno sviluppo sorprendentemente credibile e da riflessioni talora inquietanti, Living With Yourself racconta la crisi – quella di un matrimonio a un bivio, quella di un uomo smarrito perché spaiato – alla maniera della fantascienza esistenzialista che più piace. Meno leggera del previsto, per fortuna notata anche dai Golden Globe, questa convivenza dell’altro mondo è da sperimentare. (7)

lunedì 2 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: Dickinson | AHS: 1984 | Atypical S03

È un esperimento di quelli che o si amano, o si odiano.  Maleducata, autoironica, postmoderna, la serie Apple gioca con l’incontro-scontro tra corsetti e musica elettronica, con tanto di parolacce, visioni psichedeliche, festini a base di oppiacei. Al passo coi tempi, scherza sul binge e sul sexting:  cosa ci siamo inventati noi, infatti, se nell’Ottocento le pubblicazioni a puntate di Dickens erano l’equivalente delle serie da non spoilerare agli amici e gli autoritratti senza veli, regalati al cascamorto sbagliato, potevano diventare materia di pettegolezzo? Questo sfondo lontanissimo dall’immaginario dei period drama – per fortuna – si rivela la cornice ideale per parlare di una poetessa femminista, bisessuale, libera come l’aria. La giovane Dickinson flirta con la morte, sogna di vedere il circo e i vulcani, vede l’innamorata convolare a nozze con suo fratello, si lega a un mentore sfortunato. Forse inutile specificarlo, si scontra puntualmente con la mamma casalinga – Jane Krakowski: sempre sinonimo di risate assicurate – e con il padre, politico tanto accomodante in privato quanto severo in pubblico. I toni dissacranti di questa commedia adolescenziale raggiungono un ottimo equilibrio soprattutto negli episodi centrali: gemme di scrittura e regia, che soltanto di rado ci fanno distrarre pur di ammirare il gusto di costumi e scenografie. Dickinson, confermata per una seconda stagione, è una visione sorprendente. Ti affezioni a protagonisti e comprimari, rischiando di commuoverti nel finale. Ti dici meravigliato per l’insospettabile verosimiglianza della serie, che permette nel mentre di scoprire le migliori poesie di Emily – traboccanti di erotismo, tematiche macabre e spiritualità, compaiono sullo schermo in caratteri dorati – o di viaggiare nel tempo conoscendo ora le pose di Thoreau, ora l’ambizione della Alcott. Ti scopri innamorato della gamma espressiva di una Heilee Steinfeld da Golden Globe: esilarante nei momenti comici e potentissima in quelli di raccoglimento, l’attrice e cantante ha una passionalità che renderebbe orgogliosa la stessa autrice. Emily è stata capita. L’ho capita qui. Nella produzione in costume che scalcia, pur di uscire dai banchi di scuola e dalle sue gonne pesanti. Nel mix che, dopo Luhrmann e Coppola, istruisce elettrizzando. Dickinson: centonovanta anni e non sentirli. (7,5)

Ambientazioni lacustri, una scalmanata comitiva di amici, quattro assassini, tre piani temporali. Dopo il fallimento della stagione precedente, un imbarazzante crossover che scontentava fan e detrattori, American Horror Story torna seguendo la scia insanguinata di Venerdì 13 e la retromania dilagante, ormai prassi da Stranger Things in poi, qui proposta in verità senza grande spirito di iniziativa. Ryan Murphy si diverte a prendere in prestito il meglio e il peggio di quel filone cinematografico. Ossia: protagonisti insopportabili, sangue a litri, sesso e colpi di scena a raffica. La serie antologica che ha sempre avuto il gusto per l’eccesso nella lista dei difetti, come se la cava omaggiando un sottogenere già trash di per sé? Benché troppo kitsch per essere vero, fra lezioni di aerobica, capelli cotonati e canzoni a tema, il fritto misto di Murphy e company sceglie quest’anno di viversela con assoluta leggerezza e nel segno dell’autoironia. Abbandonando sia la politica statunitense che i crossover, 1984 torna ai toni sopra le righe della sottovalutata Scream Queens. Il risultato è una nona stagione nient’affatto memorabile, ma che in fondo potrebbe suscitare la benevolenza sia dei nostalgici sia di coloro che ricercano colpevolissimi guilty pleasure. Ci sono infatti stralci di cronaca nera – gli omicidi del Night Stalker, trasformato dagli sceneggiatori in un satanista dalle mille vite –, le leggende da falò – le gesta di Mister Tintinnio, accanto a terreni maledetti dove gli spiriti non trovano pace –, le presenze incorreggibilmente pop – la solita Emma Roberts, troppo specializzata nei ruoli di ape regina per convincere come fanciulla indifesa, e la coppia inedita costituita dai simpatici Matthew Morris e Billie Lourd. Ricordati di noi. Lo implorano questi fantasmi. Lo pretendono gli anni Ottanta. (6,5)

Farebbe bene a cambiare titolo. Non più Atypical ma I Gardner, in assonanza con le sit-com che hanno fatto la storia della televisione. Le si augura, infatti, lo stesso futuro. Arrivata già al terzo anno, più corale che mai, la serie Netflix sulla sindrome di Asperger riesce ancora a intenerire e appassionare. Anzi, se lo chiedeste a me, vi direi probabilmente che questi dieci episodi sono i migliori girati finora. La cosa ha davvero del miracoloso: perché sono uno spettatore incostante e l’ennesimo soggiorno a casa di Sam poteva trovarmi con la mente altrove. Contro ogni pronostico, invece, Atypical mi fa suo. Davanti allo schermo, con gli occhi a cuoricino, sorrido e mi emoziono grazie a un intrattenimento vecchio stile che ha dalla sua qualcosa che non passa mai di moda: un cast ben assortito. E qui, dal primo all’ultimo, i personaggi funzionano proprio tutti. Talmente vivi e contraddittori, a volte, che è impossibile non criticarne le scelte oppure trovarli antipatici. L’imprevedibile Sam, alle prese con la routine del college, è il collante per le storie degli altri. Mamma e papà, separati in casa dopo il tradimento della Leight, sono fermi a un bivio: il divorzio è più semplice del perdono? La sorella minore, Casey, si interroga sulla propria sessualità: attratta dalla coetanea Izzie, rischia di mettere da parte Evan, anche noto come il personaggio più adorabile del piccolo schermo. Si possono amare due persone contemporaneamente? Da non dimenticare, infine, Paige e Zahid: spalle comiche insostituibili, la fidanzata e il migliore amico del protagonista lasciano spazio a sorprendenti momenti di fragilità, con lei che subisce l’emarginazione delle matricole e lui traviato, invece, dalla relazione con la ragazza sbagliata. Ognuno o quasi avrà il suo lieto fine. Potremo sentirci nuovamente parte della famiglia, in attesa che dai piani alti arrivi la conferma di una quarta stagione? Lo speriamo, sì, prendendo in prestito dai pinguini studiati da Sam la fedeltà incondizionata, la pazienza e il senso di appartenenza. Le feste mi mettono di malumore, si sa: ho sempre paura di tornare a casa. Posso avere ancora i Gardner, per favore? In alternativa, mi trasferisco al Polo Sud. (7+)

lunedì 1 aprile 2019

I ♥ Telefilm: After Life | Love, Death + Robots | Turn Up Charlie

Ci sono dolori che non si superano mai. Soprattutto se, come Tony, cinquantenne intrattabile, sai che nessuno ti amerà quanto o più di tua moglie: l'unica abbastanza ostinata da sopravvivere ai tuoi pessimi scherzi, al tuo crudo senso dell'umorismo, ma non al cancro. Come reagirebbe il perfetto Scrooge se non rifuggendo le parole di conforto degli altri, i morsi del dolore e, dunque, la vita? Permaloso e sarcastico, il protagonista nutre frequenti pensieri suicidi e a salvarlo in corner è l'inseparabile pastore tedesco che lo costringe ad alzarsi a fatica dal letto, a uscire per fare la spesa, a non affogare in un mare a volte fisico e altre figurato. Sulla strada dell'elaborazione incrocerà: spacciatori per consiglieri, prostitute dal cuore d'oro che gli si offrono gratuitamente come colf, vedove fisse al cimitero e nuovo appuntamenti romantici, assieme agli assurdi concittadini da intervistare per il giornale locale – una rivista gratuita dove vengono ospitate mamme che in cucina usano latte materno e lievito vaginale, suonatori di flauto (con il naso), chiazze di muffa sospette (che non somigliano a Gesù, però, ma a Kenneth Branagh). Eccezionalmente scrive recita e dirige un Ricky Gervais con il classico dente avvelenato ma, a sorpresa, tanto cuore in più. Quali speranze restano a un vedovo senza figli, reduce da venticinque anni d'amore? Un sorriso famelico, da squalo, e occhi in cui vedi baluginare qui e lì lacrime inaspettate. Dopo i colpi di fulmine con Catastrophe e Fleabag, gli inglesi consolidano il loro formato vincente con il beneplacito di Netflix: sei puntate di venticinque minuti ciascuna; una rassegna struggente di scuse futili e valide ragioni per continuare, nonostante tutto, a tirare avanti. After Life è un gioiello di commedia nera. Si cede alla retorica soltanto nel finale. Si parla, già in via di guarigione, dello straordinario egoismo del dolore. Il lutto, ribadisce un Gervais acido ma redento, non è una questione privata. Non lo è, in fondo, neppure la nostro vita. (7,5)

Dici animazione. Dici fantascienza. Mix potenzialmente fatale per me, che non ho mai amato né i cartoni animati né un genere che di per sé predilige mostri, esplosioni e voli intergalattici. L'ultima proposta Netflix, eppure, allettava con il suo tam-tam pubblicitario e i grandi nomi coinvolti: a produrre niente meno che Tim Miller e David Fincher. Diciotto storie mai più lunghe di venti minuti, diciotto cortometraggi, diciotto stili differenti: dalla computer grafica più roboante all'essenzialità degli anime, setacciando in ordine casuale i deliri dell'horror, gli orrori di guerre vicine e lontane, la satira e le leggende del lontano Oriente. Tanta bellezza, altrettanta carne al fuoco, anche se come accade nelle antologie qualcosa piace e qualcosa no; anche se non tutto funziona, fra sceneggiature poco approfondite e bozzetti incompiuti, e l'ordine degli episodi non sempre appare strategico. A conquistare il podio sono i miti folkloristici di Buona caccia reinterpretati in chiave steampunk, il femminismo battagliero del Vantaggio di Sonny, le atmosfere distorte della Testimone, senza dimenticare l'arte concettuale del filosofico Zima Blu, l'erotismo mostruoso di Oltre Aquila o i cieli vorticosi dello scenografico La notte dei pesci, rovinato a malincuore dall'ignorante deriva finale. Divertono gli esperimenti umoristici di Tre robot e Alternative storiche; soltanto in teoria il brioso nonsense del Dominio dello yogurt e L'era glaciale. Ma titoli come La discarica, Dare una mano e il Succhia-anime sanno purtroppo di già visto, e che noia, per favore, le sparatorie roboanti di Tute meccanizzate, Dolci 13 anni, Mutaforma, La guerra segreta! Dietro un esemplare sfoggio di mezzi e tecniche, oltre partecipazioni amichevoli che fungono da abile specchietto per le allodole, a ben vedere gli stili animati sono in numero minore rispetto al previsto; di incantare – con il mito, con personaggi femminili resistenti agli urti, con il grottesco – si ha intenzione giusto a tratti. Manca il fil rouge. Manca una cornice. Quelli di Love, Death + Robots, così, restano quadri splendidi ma fini a loro stessi, di piacevolezza e riuscita molto variabili, che non giustificano la natura antologia della serie evento e interessano per metà. Ma questa fantascienza per principianti ha frame da incorniciare e un formato tentatore, che con poco ha intrigato anche il sottoscritto: un dichiarato profano, come si diceva in apertura, allettato da amori e dipartite in pillole coloratissime, meno da automi con un cuore di latta e CGI. (6,5)

Stando a una nota rivista è l'uomo più sexy del mondo. Aspirante James Bond, serio e richiestissimo, Idris Elba mi è sempre parso un attore da film impegnati: anche troppo. Indiscutibilmente bello e bravo, anche sulle soglie dei cinquanta, mostra quanto gli doni anche una leggerezza inedita. Il sex symbol dall'inossidabile pelle scura e dal principesco accento inglese, per ragioni di copione, si trasforma qui nel suo esatto opposto: uno scapolo di origini africane trapiantato a Londra, con un appartamento in periferia da condividere con la zia ficcanaso e poche prospettive per il futuro. Musicista di discreto talento, sul finire degli anni Novanta era stato una meteora: uno da tormentone mordi e fuggi, insomma, incapace di mantenersi sulla cresta dell'onda oltre il minimo sindacale. Il ritorno all'ovile di una storica coppia di amici – lui aspirante attore teatrale, lei (interpretata da Piper Perabo, ex Ragazza del Coyote Ugly) deejay di fama internazionale – dà una spinta alla sua carriera in stallo, anche se sbarcare il lunario talora significa sapersi accontentare. Perfino dell'ingrato ruolo di babysitter per la figlia dei due forestieri, bambina sfacciata a metà fra il tenero e l'insopportabile. Per quanto poco originale, anche grazie all'alchimia con l'altezzosa e fragile coprotagonista, la prima parte in stile About a boy funziona senza guizzi e senza sbadigli. La seconda, in cui con un inspiegabile salto temporale si passa dall'Inghilterra alle lussuriose estati di Ibiza, stordisce con tanta musica ad alto volume, frammenti in scorrimento veloce di sesso occasionale e droghe, ma perde clamorosamente di vista il punto della situazione fino ad arrivare a una chiusa affatto appagante. Turn up Charlie ha pochissimo da raccontare, e per di più lo fa svogliatamente. Commedia dalla foggia modestissima, con una scrittura scontata e derivativa, si regge solo grazie allo status consolidato del protagonista che, in scena, ironizza sulla sua doppia professione di attore e musicista. Anche se ci si domanda, un po' preoccupati, perché il buon Elba figuri perfino fra i creatori. Non funzionano, infatti, la divisione a puntate e il grande investimento di energie. E la serie, nel suo complesso, non risulta all'altezza né della proposta Netflix né di un professionista che sfortunatamente non può essere la sola anima della festa. (5)

lunedì 4 marzo 2019

I ♥ Telefilm: La casa di carta | Unbreakable Kimmy Schmidt S04

Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Lo Stato, invece, fa l'opposto: ruba ai poveri per dare ai ricchi, generando in risposta scioperi, proteste e qualche vendetta miratissima. Succede questo nella Casa di carta: la serie spagnola di cui tutti parlavano e sparlavano e che al solito, annoiato a priori dal chiacchiericcio diffuso, ho recuperato soltanto ora. Possibile, mi sono domandato a fine visione, che in questo mondo si siano perse le mezze misure? Amato da qualcuno e detestato da altri, senza vie intermedie, questo heist movie a puntate ha in realtà pregi e difetti che tocca riconoscergli. Ventidue episodi ambientati in una manciata di giorni, un ambiente circoscritto e un genere che, su carta, neppure attirava particolarmente: come poteva reggersi la storia di una rapina epica – obiettivo, la Zecca di Stato: nessuna vittima da mietere, un assedio lungo quasi una settimana, una refurtiva di un migliaio di milioni –, senza annoiare? Ben pensato ma dallo spirito affatto serioso, realizzato per altro da spagnoli tanto esperti con il thriller quanto con la soap opera, La casa di carta unisce azione e introspezione, piani criminali e intrecci amorosi, in una formula vincente che soltanto nella seconda parte fa pesare le lungaggini. I rapinatori imbracciano mitragliatori potenti, portano nomi di città, indossano tute rosse e inquietanti maschere di Dalì, ma hanno storie personali da condividere: con lo spettatore, e con ostaggi a cui a volte ci si affeziona. Se la relazione fra gli insopportabili Tokyo e Rio, i giovani del gruppo, infastidisce per il bagaglio post-adolescenziale che porta con sé e le grane che genera, per fortuna ci si lascia coinvolgere dagli altri: Denver, tonto ma di buon cuore, che si invaghisce della donna che avrebbe dovuto freddare e fa i conti con il tenero papà Mosca; lo spietato Berlino, fascinoso e sardonico, con un tallone d'Achille da scoprire e nessuna voglia di dichiarare resa; il Professore e l'agente Raquel, soprattutto, che si avvicinano man mano in una romantica caccia con lui mente segreta dell'intera operazione, lei donna di potere vittima della misoginia dell'ambiente. Con un paio di interpretazioni di ottimo livello – su tutti, Alvaro Morte e Pedro Alonso – e più di qualche volto già scorto in Èlite, il mio recupero è filato liscio come l'olio benché, strada facendo, i piani della banda si complichino: mettete in conto voltafaccia, sacrifici, repentini cambi di rotta. Il soggiorno? L'ho apprezzato senza né amarlo né odiarlo, senza fare le ore piccole per scoprire quel che sarebbe stato di me e di loro, ma con tanta stima verso gli ideatori – qualcuno deve aver amato profondamente Breaking Bad: gli uomini qualunque trasformati in geni del crimine – e un orecchio di riguardo verso la colonna sonora già cult, con una sigla che passa anche in radio e la nostra Bella ciao, inno di una nuova forma di Resistenza. Mani in alto, questa è una rapina! Non opponete resistenza, collaborate, e tutto andrà per il verso giusto! Inutile fare gli eroi o gli alternativi, osteggiare con le azioni e le parole questi novelli Robin Hood soltanto perché di tendenza, nel bel mezzo di colpi pianificati nel dettaglio dove è cosa semplice scoprirsi affetti dalla Sindrome di Stoccolma. (7,5)

Conosciuta da poco e dopo poco, purtroppo, salutata. Con Unbreakable Kimmy Schmidt si era trattato dell'ennessimo recupero dell'ultimo momento, in previsione di un'ultima stagione che, appunto, alla fine non si è fatta attendere. Nel giro di un paio di mesi, così, ho conosciuto e detto addio a Kimmy: rossa tutto pepe in cerca del proprio posto nel mondo dopo quindici anni di prigionia. La protagonista, confinata in un bunker, scopriva in ritardo le meraviglie di New York. Sulla soglia dei trent'anni, poteva forse rivivere la spensieratezza che le avevano rubato? Sì, se in una comedy di quelle divertentissime e scritte a meraviglia, con tempi comici fuori dal comune e comprimari memorabili. Il momento dei saluti era inevitabile. Soprattutto se con il graduale procedere delle stagioni, quegli episodi più lunghi e sempre meno ispirati, quei protagonisti da sognare già felici e sistemati, avevano già fatto intuire la chiusura nell'aria. È stato meglio così. Unbreakable Kimmy Schmidt parte alla grande, si perde un po' a metà, ma recupera la verve nel congedo: cosa non da poco, sa quand'è meglio fermarsi. Le molestie dei produttori hanno sfiorato anche Titus, attore inoccupato che da anni e anni sogna le luci di Broadway: subirle o denunciare, oppure tacere e andarsene via? Jacqueline, non più la moglie trofeo degli inizi, è ormai la versione in carne e ossa della Princess Carolyn di BoJack Horseman: manager rampante, benché senza un ufficio tutto suo, qui al centro di un'appassionatissima lotta con il collega interpretato da un insospettabile Zachary Quinto. Lilian, invece, con quel misto di assurdità e struggimento che l'hanno resa subito il mio personaggio preferito, scopre che il suo palazzo sta per essere demolito: da lì la folle idea di abitarlo come fantasma, pur di non abbandonarlo mai. E Kimmy? Abbastanza sopra le righe da risultare potenzialmente il personaggio più antipatico dei quattro, chiude le danze con un nuovo obiettivo a lungo termine – diventare scrittrice per bambini – e senza una storia d'amore. Orpello inutile, in effetti, in una favola moderna in cui ci si salva da soli senza mai rinunciare alla magia delle giuste simmetrie: questo metaforico cerchio si chiude, così, con in sottofondo Il cerchio della vita e con un piccolo figurante che confessa a Kimmy di sentirsi meno solo quando c'è lei. Culmine ideale di un finale ordinato e ordinario, consolatorio, ad alto tasso emozionale, con tutto quello che i fan pretendevano e qualche guizzo aggiunto nella sceneggiatura. Sì, bambino, sì: con Kimmy a pranzo e a cena, mi sono sentito meno solo anch'io. (7)

lunedì 11 febbraio 2019

I ♥ Telefilm: Sex Education | La compagnia del cigno | The Kominsky Method

Ai miei tempi c'era la serie di American Pie in videoteca o Melissa P. sfogliata di soppiatto al supermercato. Alle scuole medie un po' di sesso lo si vedeva o leggeva così: con la pudicizia verso il tabù. Molto più fortunati possono dirsi gli adolescenti di oggi: seduti al primo banco, attentissimi, prendono appunti e sollevano dubbi esistenziali a lezione da Sex Education. La versione live action di Big Mouth, essenzialmente, che attinge a tratti a Skins, a tratti al recente The End of the F***ng World. Siamo nel solito liceo di provincia e il solito sedicenne imbranato – Asa Butterfield, cresciuto bene dopo la benedizione artistica di Martin Scorsese – fa i conti con l'imbarazzo della mamma sessuologa e la cotta per una ragazza con la fama da bulla. Perché non mettere a frutto un'infanzia passata a sentir parlare di sesso per racimolare qualche soldo, tagliare il cordone ombelicale che lo lega alla sempre fascinosa Gillian Anderson e, se tutto va bene, conquistare l'erede lampo di Margot Robbie? A scuola c'è chi apre troppo le gambe e chi non le apre abbastanza. Chi sogna in segreto un'esperienza omosessuale, chi simula l'orgasmo, chi non si prende cura a sufficienza delle proprie zone erogene. Chi ce l'ha piccolo, chi ce l'ha grande, chi non ce l'ha depilata alla brasiliana. Otis, sotto lauto compenso, ha una risposta per tutto, ma non per il suo cuore misterioso. Né per l'inibizione verso la masturbazione, suo grande cruccio, che gli rende di conseguenza difficile anche il contatto fisico. Scorretta, boccaccesca, nuda e cruda, Sex Education non si fa mancare davvero nulla. Dà quello che promette, fra amplessi sbirciati e grasse risate, ma il risultato sorprende per buon gusto e misura. Modernissima ma con un accurato stile anni Ottanta, l'ultima commedia Netflix gioca con furbizia e impensata grazia le proprie carte vincenti. E fa bene, perché la semplicità, il prendi di qua e il prendi di là dai teen drama di ogni dove, si sposa bene con un cast dalla faccia pulita e una scrittura che, lasciati a sbollire i bassi istinti, a sorpresa scalda il cuore. Con le cliniche per l'aborto dagli Smiths in sottofondo. Con gli amici gay che non disdegnano i travestimenti e, per solidarietà, ti spingono a vestirti come Hedwig oppure a ballare un lento in pista. Con la revisione in chiave politicamente scorretta di un femminismo meno banale al suon di: «È la mia vagina!». C'è del vero nel luogo comune: non esiste sesso senza amore. (7+)

Alle medie adoravo High School Musical: conoscevo tutta la colonna sonora, inutile nascondersi, e l'altro giorno meditavo l'idea di un rewatch in nome della nostalgia canaglia. Alle superiori è stata la volta di Glee: serie subito cult, sfortunatamente in caduta libera dopo la collezione iniziale di plausi e premi in patria. Quest'anno, invece, scartato Rise, contro tutti i pronostici gli ho preferito La compagnia del cigno: una scusa per far fruttare il chiacchierato canone Rai e una bella occasione per portare la musica classica in prima serata, realizzando una serie per gli adolescenti di oggi e di ieri. Ivan Cotroneo, già con Un bacio autore di grande sensibilità, conferma di possedere un tocco delicato e nel suo piccolo fa magie con un cast di reali studenti del conservatorio chiamati per la prima volta a suonare, cantare e recitare. Qualcuno, per altro, con ottimi risultati: benché il protagonista sia Leonardo Mazzarotto, studente sopravvissuto al terremoto di Amatrice in fuga dal disturbo post-traumatico, spicca per spigliatezza il personaggio irresistibile di Hildegard De Stefano, un'ipovedente che spezza cuori a destra e a manca e si fa beffe del politicamente corretto. Il titolo: il nome di un gruppo WhatsApp che ha radunato gli emarginati e i talenti incompresi dell'orchestra di un Alessio Boni non meno spietato di J.K. Simmons. Di giorno direttore d'orchestra con i modi da canaglia, di notte giustiziere accanto ad Anna Valle per vendicare una figlia vittima d'omicidio stradale, Boni divide la scena con valenti addetti ai lavoro (Giovanna Mezzogiorno, mamma saggia ed evanescente morta nei crolli; Alessandro Roja, spumeggiante zio gay una spanna sugli altri), partecipazioni trash (i cameo di Mika e Michele Bravi; Marco Bocci che scimmiotta con ironia il Bernal di Mozart in the Jungle) e giovani leve. Peccato che la lunghezza degli episodi, gli inserti musical mal realizzati e la fotografia di un irriconoscibile Luca Bigazzi intrappolino la serie in stilemi televisivi che, a tratti, vedasi la stucchevole gita ad Amatrice del finale, cancellano i pregi diffusi al suon di nasi da storcere. Si apprezzano comunque le buonissime intenzioni, le ambientazioni milanesi, il tentativo di opporsi con la controprogrammazione al pessimo Adrian, e tanto basta per dirsi contenti. In attesa di un ritorno con gli stessi drammi vincenti, ma meno auto-tune nei ritornelli, più cura alla regia e altrettante armonizzazioni. (6,5)

Si conoscono da metà delle loro vite, e sono vite lunghe. Uno attore di scarso successo a capo di un'accademia di recitazione, l'altro suo fedelissimo manager. Il mondo del cinema, però, fra strizzate d'occhio e grandi nomi fatti tanto per vanteria, resta sullo sfondo. Si sceglie di parlare d'altro: delle gioie e dei dolori condivisi, della salute che va e che viene, dei segreti della terza età. Non si smette di fare sesso a settant'anni, lo sa bene il sempre affascinante Michael Douglas, che nelle sfilate sui Red Carpet continua a non stonare con Catherine Zeta-Jones accanto. Non si smette di considerare i propri figli alieni, lo ribadisce uno struggente Alan Arkin alle prese con il vuoto della vedovanza – ogni tanto, eppure, eccolo confidarsi con lo spettro della moglie in camera da letto – e con le bizze della figlia, alcolizzata da scortare in rehab. Aggiungete qualche vecchio problema familiare e nuove fiamme, la prostata che fa i capricci sotto le mani indelicate dell'urologo De Vito, l'amore altalenante ra due irresistibili brontoloni che nonostante tutto non si stancano mai della reciproca compagnia. Otterrete, così, The Kominsky Method: ultima fatica di un Chuck Lorre che gioca pedine fortunate e agli scorsi Golden Globe, complici due straordinari mattatori per fiore all'occhiello, sbaraglia una concorrenza agguerrita. Imprevedibilmente e, se lo chiedete a me, non troppo meritatamente. Vista agli inizi di dicembre durante i pasti, la serie è stata una compagnia rapida e indolore di cui parlare soltanto a vittoria avvenuta. Prima, infatti, non mi aveva tentato il bisogno di abbinare i soliti aggettivi, di raccontarvi la solita comedy agrodolce, per la quale a torto non vedevo un futuro. La seconda stagione è già stata confermata ai piani alti e questa strana coppia non smette di mietere consensi in rete (chiedetelo a Lisa, ad esempio, gerontofila doc). Affezionato all'umorismo nero di Vicious non meno che alla galanteria di The Old Man and the Gun, invece, io mi sono scoperto lontano dall'ironia più godereccia di Lorre; da una serie sulla settima arte a cui il cinema manca, strano ma vero, che nel giorno giusto potrebbe forse strapparvi più lacrime che risate. (6,5)

mercoledì 23 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs Maisel S02 | Una serie di sfortunati eventi S03

Quanto ci eri mancata, carissima Midge? Rieccoti qui, sempre in tiro e reduce dall'ennesimo trionfo annunciato, con un ritorno all'ovile finito sulla fiducia nel meglio della scorsa annata. L'ebrea della New York bene con all'improvviso un matrimonio in forse aveva scoperto un antidoto imbattibile alla crisi esistenziale post separazione: la stand up comedy. Di giorno commessa nel reparto profumi di un grande magazzino, di notte intrattenitrice nelle peggiori bettole, indossava il suo costume da supereroina – collana di perle, un abito da cocktail – e a raffica parlava e sparlava dei retroscena dell'Upper East Side. Nella seconda stagione qualcosa si muove. Si muove lei, fulmine abbagliante fra Parigi (lì la mamma insoddisfatta), la collina (lì i due mesi di villeggiatura estiva), cinque minuti di notorietà in tivù (lì la consacrazione dopo un tour scomodo e provante). E il cabaret, piuttosto, che fine ha fatto? Relegato in un angolo, se ne sente la mancanza nelle prime cinque puntate. La serie infatti ingrana in ritardo, ma cos'altro potremmo rimproverarle? Spazio alla relazione idilliaca fra i genitori (quella, sì, ci interessa senz'altro un po' meno), al nuovo flirt per Zachary Levy (gli si preferisce tuttavia la dolce persistenza di Joel, o perfino il carisma del pittore Rufus Sewell impegnato in un ruolo secondario) e a una professione che tempra le resistenze di Mrs. Maisel. La rivelazione sulla sua doppia vita saggia la solidità dei rapporti familiari, semina gelosie e dissapori, la mette davanti all'impossibilità di stare dietro a tutto. Nonostante gli spostamenti in automobile, le questioni di cuore e la spiccata dimensione corale facciano sentire fino a metà la mancanza del vero show, la serie dei coniugi Palladino si difende alla grande con la solita grande scrittura e con una Brosnahan di cui confermare il carisma. Che dialoghi, che colori, che verve. E quanto piacciono i riferimenti a The Twilight Zone nei salotti, il gossip su quei Kennedy dai pantaloni di seta, i primi processori a cui insegnare le canzoni per bambini nei Laboratori Bell? Carissima Midge, in questo piccolo mondo maschilista che censura il brio e considera i segreti dell'intimità tabù pruriginosi, mi ripeto, quanto ci eri mancata? (7,5)

Li ho conosciuti per la prima volta da bambino, con il film con Jim Carrey: da me amatissimo ai tempi, scopro che era stato stroncato dagli appassionati della saga letteraria. Li ho incontrati nuovamente, poi, tre anni fa: facce diverse e un diverso formato, ma gli stessi lutti consequenziali; le stesse disavventure architettate da un tutore machiavellico e vanaglorioso. Qualcosa, spiace, non funzionava bene e non ha funzionato poi. Una struttura ripetitiva per forza di cose, un andirivieni frustrante e una fedeltà esagerata verso l'universo del suo brillante creatore. Tredici romanzi, tre stagioni pienissime: il troppo stroppia, soprattutto proposto in binge watching. Dopo la stanchezza subentrata nella stagione intermedia – ancora più corposa, ancora più schematica della precedente –, posso dirmi felicissimo di non aver gettato la spugna. Il meglio, infatti, doveva ancora venire: riservato a sorpresa per un gran finale che scioglie tutti i nodi, svela alleanze e parentele, mostra il meglio di scenografi e sceneggiatori. Una montagna innevata, un sottomarino, un albergo che ospita una convention super segreta, un'isola non così deserta su cui ricominciare daccapo: ambienti circoscritti, il che significa meno meno spostamenti e soprattutto meno puntate. Ce ne vogliono appena sette, più asciutte e leggere del solito, per dire addio con un po' di commozione ai Baudelaire e a un Neil Patrick Harris immalinconito. Assieme a loro,  i cambi d'abito e le bizze della meravigliosa Lucy Punch, l'egocentrismo dell'amata-odiata Carmelita e tante novità: compagnie che si smantellano; fratelli, sorelle, trigemini e latitanti pronti a darsi appuntamento nei fasti della sesta puntata; la tenerezza della piccola Sunny, che si barcamena con allegria contagiosa fra l'alta cucina e i funghi tossici. Lemony Snicket aveva un piano preciso e carte vincenti, questa volta, per avere la meglio sul pericolo irritazione facile. Si intensificano i flashback, fino a toccare la generazione precedente, così come gli inseguimenti alle zuccheriere del mistero foriere di scismi e discordie. Non ho tenuto conto dei colpi di scena impossibili, che a sorpresa non guastano. In una chiusa intelligente e metacinematografica, che dice e non dice, accenna, inventa e lascia l'ultima parola alla freschezza del futuro. In un prodotto mai visto, contemporaneamente pieno di pro e di contro, che nel suo piccolo – con il senno di poi l'ardire del tutto appare infatti frainteso, sottovalutato perfino dal sottoscritto – unisce Burton e Anderson, l'umorismo beffardo alle fiabe per famiglie, per costruire un fortino di lenzuola che rattrista abbandonare. (7)