lunedì 1 aprile 2019

I ♥ Telefilm: After Life | Love, Death + Robots | Turn Up Charlie

Ci sono dolori che non si superano mai. Soprattutto se, come Tony, cinquantenne intrattabile, sai che nessuno ti amerà quanto o più di tua moglie: l'unica abbastanza ostinata da sopravvivere ai tuoi pessimi scherzi, al tuo crudo senso dell'umorismo, ma non al cancro. Come reagirebbe il perfetto Scrooge se non rifuggendo le parole di conforto degli altri, i morsi del dolore e, dunque, la vita? Permaloso e sarcastico, il protagonista nutre frequenti pensieri suicidi e a salvarlo in corner è l'inseparabile pastore tedesco che lo costringe ad alzarsi a fatica dal letto, a uscire per fare la spesa, a non affogare in un mare a volte fisico e altre figurato. Sulla strada dell'elaborazione incrocerà: spacciatori per consiglieri, prostitute dal cuore d'oro che gli si offrono gratuitamente come colf, vedove fisse al cimitero e nuovo appuntamenti romantici, assieme agli assurdi concittadini da intervistare per il giornale locale – una rivista gratuita dove vengono ospitate mamme che in cucina usano latte materno e lievito vaginale, suonatori di flauto (con il naso), chiazze di muffa sospette (che non somigliano a Gesù, però, ma a Kenneth Branagh). Eccezionalmente scrive recita e dirige un Ricky Gervais con il classico dente avvelenato ma, a sorpresa, tanto cuore in più. Quali speranze restano a un vedovo senza figli, reduce da venticinque anni d'amore? Un sorriso famelico, da squalo, e occhi in cui vedi baluginare qui e lì lacrime inaspettate. Dopo i colpi di fulmine con Catastrophe e Fleabag, gli inglesi consolidano il loro formato vincente con il beneplacito di Netflix: sei puntate di venticinque minuti ciascuna; una rassegna struggente di scuse futili e valide ragioni per continuare, nonostante tutto, a tirare avanti. After Life è un gioiello di commedia nera. Si cede alla retorica soltanto nel finale. Si parla, già in via di guarigione, dello straordinario egoismo del dolore. Il lutto, ribadisce un Gervais acido ma redento, non è una questione privata. Non lo è, in fondo, neppure la nostro vita. (7,5)

Dici animazione. Dici fantascienza. Mix potenzialmente fatale per me, che non ho mai amato né i cartoni animati né un genere che di per sé predilige mostri, esplosioni e voli intergalattici. L'ultima proposta Netflix, eppure, allettava con il suo tam-tam pubblicitario e i grandi nomi coinvolti: a produrre niente meno che Tim Miller e David Fincher. Diciotto storie mai più lunghe di venti minuti, diciotto cortometraggi, diciotto stili differenti: dalla computer grafica più roboante all'essenzialità degli anime, setacciando in ordine casuale i deliri dell'horror, gli orrori di guerre vicine e lontane, la satira e le leggende del lontano Oriente. Tanta bellezza, altrettanta carne al fuoco, anche se come accade nelle antologie qualcosa piace e qualcosa no; anche se non tutto funziona, fra sceneggiature poco approfondite e bozzetti incompiuti, e l'ordine degli episodi non sempre appare strategico. A conquistare il podio sono i miti folkloristici di Buona caccia reinterpretati in chiave steampunk, il femminismo battagliero del Vantaggio di Sonny, le atmosfere distorte della Testimone, senza dimenticare l'arte concettuale del filosofico Zima Blu, l'erotismo mostruoso di Oltre Aquila o i cieli vorticosi dello scenografico La notte dei pesci, rovinato a malincuore dall'ignorante deriva finale. Divertono gli esperimenti umoristici di Tre robot e Alternative storiche; soltanto in teoria il brioso nonsense del Dominio dello yogurt e L'era glaciale. Ma titoli come La discarica, Dare una mano e il Succhia-anime sanno purtroppo di già visto, e che noia, per favore, le sparatorie roboanti di Tute meccanizzate, Dolci 13 anni, Mutaforma, La guerra segreta! Dietro un esemplare sfoggio di mezzi e tecniche, oltre partecipazioni amichevoli che fungono da abile specchietto per le allodole, a ben vedere gli stili animati sono in numero minore rispetto al previsto; di incantare – con il mito, con personaggi femminili resistenti agli urti, con il grottesco – si ha intenzione giusto a tratti. Manca il fil rouge. Manca una cornice. Quelli di Love, Death + Robots, così, restano quadri splendidi ma fini a loro stessi, di piacevolezza e riuscita molto variabili, che non giustificano la natura antologia della serie evento e interessano per metà. Ma questa fantascienza per principianti ha frame da incorniciare e un formato tentatore, che con poco ha intrigato anche il sottoscritto: un dichiarato profano, come si diceva in apertura, allettato da amori e dipartite in pillole coloratissime, meno da automi con un cuore di latta e CGI. (6,5)

Stando a una nota rivista è l'uomo più sexy del mondo. Aspirante James Bond, serio e richiestissimo, Idris Elba mi è sempre parso un attore da film impegnati: anche troppo. Indiscutibilmente bello e bravo, anche sulle soglie dei cinquanta, mostra quanto gli doni anche una leggerezza inedita. Il sex symbol dall'inossidabile pelle scura e dal principesco accento inglese, per ragioni di copione, si trasforma qui nel suo esatto opposto: uno scapolo di origini africane trapiantato a Londra, con un appartamento in periferia da condividere con la zia ficcanaso e poche prospettive per il futuro. Musicista di discreto talento, sul finire degli anni Novanta era stato una meteora: uno da tormentone mordi e fuggi, insomma, incapace di mantenersi sulla cresta dell'onda oltre il minimo sindacale. Il ritorno all'ovile di una storica coppia di amici – lui aspirante attore teatrale, lei (interpretata da Piper Perabo, ex Ragazza del Coyote Ugly) deejay di fama internazionale – dà una spinta alla sua carriera in stallo, anche se sbarcare il lunario talora significa sapersi accontentare. Perfino dell'ingrato ruolo di babysitter per la figlia dei due forestieri, bambina sfacciata a metà fra il tenero e l'insopportabile. Per quanto poco originale, anche grazie all'alchimia con l'altezzosa e fragile coprotagonista, la prima parte in stile About a boy funziona senza guizzi e senza sbadigli. La seconda, in cui con un inspiegabile salto temporale si passa dall'Inghilterra alle lussuriose estati di Ibiza, stordisce con tanta musica ad alto volume, frammenti in scorrimento veloce di sesso occasionale e droghe, ma perde clamorosamente di vista il punto della situazione fino ad arrivare a una chiusa affatto appagante. Turn up Charlie ha pochissimo da raccontare, e per di più lo fa svogliatamente. Commedia dalla foggia modestissima, con una scrittura scontata e derivativa, si regge solo grazie allo status consolidato del protagonista che, in scena, ironizza sulla sua doppia professione di attore e musicista. Anche se ci si domanda, un po' preoccupati, perché il buon Elba figuri perfino fra i creatori. Non funzionano, infatti, la divisione a puntate e il grande investimento di energie. E la serie, nel suo complesso, non risulta all'altezza né della proposta Netflix né di un professionista che sfortunatamente non può essere la sola anima della festa. (5)

15 commenti:

  1. "Afterlife" debbo ancora capire se mi è piaciuto o no.Ha il pregio della velocità, lui oscilla tra suprema tenerezza e voglia di prenderlo a sberle...mi mancano due puntate, mi sono presa una pausa per divorare (mi si passi il termine) la Terza stagione di "Santa Clarita diet"....tirerò le somme alla fine.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Fammi sapere come lo trovi.
      Santa Clarita cominciato ieri. Torno a respirare un po', dopo la full immersion in compagnia di The OA!

      Elimina
  2. Di sicuro After life è una delle serie più riuscite di questo primo trimestre. Love, Death + Robots è stata una mezza delusione, viste anche le aspettative. Sta per arrivare la 2° stagione di Barry!!

    RispondiElimina
  3. Ero curioso di leggere riguardo la serie con Idris Elba, proprio perché come attore è così richiesto (ed è anche un bel vedere), ma se prima non avevo molta voglia, ora anche meno. After life sicuramente sarà un prossimo recupero (al monte....)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non basta il glamour di Elba, purtroppo, a rendere Charlie consigliabile. Con l'acidità di Gervais, invece, saranno risate amare e lacrime. ;)

      Elimina
  4. Mi manca già Gervais, la sua filosofia di vita che condivido -anche se sono meno scorbutica- il suo strano umorismo. Netflix fa bene a consigliarmi i suoi film, i suoi spettacoli: presto ci ricascherò.

    Come mi avevi anticipato, siamo ovviamente sulla stessa linea con i corti robotici: no ai miliari, sì alle donne e al punk. Visti in binge watching perdono effettivamente di potenza, ma fascino ce n'è.

    Infine, grazie per esserti sacrificato con Charlie. Ispirava poco e solo per Elba, e mi confermi avere gli stessi difetti che immaginavo. Lo salto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Salta pure Elba. Sacrificio di poco peso nel mio caso, se seguito a pranzo o mentre lavavo i piatti, ma si fa fatica a capire perché un attorone così si sia prestato...

      Elimina
  5. Con Love Death & Robots ho visto giusto qualche episodio (tre o quattro), ma ultimamente non ho avuto molto tempo e non ho più proseguito! al momento mi sembra interessante :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il buono di queste serie antologiche, se non altro, è che puoi vederle quando capita senza perdere il filo conduttore. :)

      Elimina
  6. Love Death & Robots è molto incostante, ma è normale quando si tratta di produzioni diverse, ma alcuni episodi nel loro piccolo sono uno sballo.
    Purtroppo un po' ermetici ed a volte il taglio finale è troppo netto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quelli ermetici, paradossalmente, sono stati i miei preferiti.
      Ho trovato un capolavoro, oserei dire, quello sull'artista del mistero. Qualche puntata inutile in meno, e il ritmo e la qualità ne avrebbero giovato parecchio!

      Elimina
  7. Da bravo principiante, ho gradito senza troppe lamentele. ;)

    RispondiElimina
  8. Ricky Gervais nel finale si accoldisce un po' troppo, però nel complesso il suo After Life mantiene buoni livelli di cattiveria. Quindi bene così. :)

    Il mix di animazione e fantascienza di Love, Deaths & Robots pure per me potrebbe risultare fatale... :D
    Ma sei sopravvissuto tu, un tentativo posso farlo anch'io.

    Turn Up Charlie mi ispira per la parte da deejay, meno per quella bambinesca. Mi sa che di About a Boy ricorda più la sitcom, che non il libro e il film.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti assicuro che la parte bambinesca è la migliore, quindi figurati...

      Elimina