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Harvey, di Emma Cline. Einaudi, € 12, pp. 104 |
È
proprio lui, quello sulla bocca di tutti. Non serve il cognome a
identificarlo. Produttore cinematografico dalle intuizioni vincenti,
più volte entrato nelle grazie dell'Academy per aver investito sui
film giusti, all'improvviso è diventato un bersaglio umano.
Un'attrice – una sua protetta, una sua vittima – gli ha puntato
il dito contro. E sulla scia della prima donna hanno fatto eco le
altre dell'harem, in un coro che a suon di Tweet ha denunciato gli
abusi di potere, i provini succinti, i massaggi, le camere d'albergo.
#Metoo, per confessare al mondo: ho subito anch'io; a Hollywood non è
bastato il talento. Travolto dalle onde dello scandalo, l'uomo trova
riparo dallo tsunami nella villa in Connecticut di un amico.
L'indomani un giudice lo dichiarerà o colpevole o innocente. Queste
imperdibili novanta pagine raccontano il suo ultimo giorno di
libertà. Qual è lo stato d'animo di un uomo che sta per perdere
tutto? Come investe il tempo in attesa del verdetto finale? La
giornata comincia all'alba, in un letto madido di sudore, con piccoli
malesseri. Prosegue a colazione poi: succo di pompelmo, muffin
ipocalorici, una sbirciata ai quotidiani col suo nome in grassetto.
Harvey è sempre al telefono. Cerca notizie su di sé su Google,
sperando in un commento solidale; fa telefonate; ne rifiuta altre.
Attende le visite del personale medico, che propone cure alternative
per i suoi dolori cronici, e l'arrivo di figlia e nipote: purtroppo
non si fermeranno dopo cena. In sottofondo, il ticchettio
dell'orologio: nella casa semivuota aleggia insopportabile; sembra un
frastuono supersonico.
Benvenuto,
disse il vuoto. Ti stavamo aspettando.
Annoiabile
ed estraniato, Harvey non sa di essere spregevole. Anzi: per la
classica inconsapevolezza del male, si sente un capro espiatorio. Nel
corso della sua routine sonnacchiosa, l'ho immaginato come un
incrocio tra il Billy Murray della migliore Sofia Coppola –
sornione ma profondamente malinconico – e il cavallo antropomorfo
di BoJack
Horseman,
tutto genio e sregolatezza. Ho letto delle manie, dei tic nervosi,
delle piccole pratiche disgustose che tutti noi sbrighiamo quando non
visti. Barricata dietro un'algida terza persona, Emma Cline sorprende
con il suo piglio caustico, asciutto, lineare. Apparso per la prima
volta sul New York Times, il racconto non è la filippica che a
giusta ragione ci saremmo potuti aspettare dall'autrice
delle Ragazze:
una delle narratrici più interessanti di una nuova gioventù
femminista e battagliera. Ancora più a fuoco che nel suo bestseller,
da me apprezzato a metà, Cline sa muoversi brillantemente nei
confini ristretti di questo formato e nelle pieghe di un punto di
vista scomodo: capace di grande empatia, eppure mai indulgente,
l'autrice emoziona con il ritratto di uno degli uomini più odiati al
mondo. In una storia di prevaricazione, sesso e potere, si focalizza
eccezionalmente sui postumi. Il risultato è la dipintura di un
self-made man rovesciato a forza dal suo trono, che all'improvviso
perde sudditi e giullari. Ma non un'ottusa, ingiustificata forma di
speranza. Più che spaventato, Harvey è ansioso di tornare in
tribunale: confida nell'assoluzione, e allora tormenta in anticipo
colleghi, segretarie, investitori. Culla l'idea di un ritorno in
pieno stile con l'adattamento cinematografico di Rumore
bianco:
un romanzo considerato infilmabile.
Quando
le sensazioni iniziarono ad attenuarsi e la stanza cominciò a
ricomporsi, provò un dispiacere ben noto, come la tristezza di
quando, da piccolo, sentiva avvicinarsi la conclusione di un film,
sapendo che presto sarebbe tornato alla dura realtà del mondo. Nel
cinema si accendevano le luci, rivelando i popcorn caduti sotto le
sedie, le tappezzerie lise, gli spettatori che raccattavano i
cappotti scadenti. Perché Harvey non poteva stare così per sempre?
Da
un lato mecenate e dall'altro boia, da un lato scaltro e dall'altro
puerile, questo Harvey sul viale del tramonto indossa gli stessi
calzini rossi di papa Francesco sul rigonfiamento della cavigliera
elettronica, ma nasconde magliette sdrucite sotto le ascelle e una
carie a cui rimediare quanto prima. Dimagrito bruscamente in seguito
a un accidente, ha scoperto che l'annientamento è la dieta migliore
contro i chili di troppo. Ha problemi con il correttore automatico,
cita a sproposito incipit di cui non ricorda gli autori, suona goffo
e pretenzioso alla cornetta, si ingozza di cioccolatini e pasticche
guardando Chernobyl in binge watching: ciò che
ingerisce potrebbe indurlo al soffocamento o alla disfunzione
erettile. Quanti nello show business sapevano davvero delle sue
compulsioni? Quanti, nonostante tutto, avevano distolto lo sguardo
pur di salire a brindare sul carro del vincitore? Si festeggia
insieme, ma ci si lecca le ferite soli. Simbolo del decadimento
fisico e morale di una certa America, Harvey è una creatura
bifronte. Mantiene integra la sua infida voce da serpente a sonagli,
ma si copre di ridicolo involontario con i sogni a occhi aperti sul
conto del vicino di casa. Se Gatsby fantasticava sulla luce verde
oltre la baia – simbolo dell'irraggiungibile, del futuro, di
un'ambizione motivante –, Weinstein spia le mosse di un presunto
fuoriclasse al di là di una staccionata bianca. È Don DeLillo? È
lui la luce di cui, Harvey come noi, ha bisogno per non spegnersi?
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Cola