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mercoledì 22 aprile 2026

Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue

Bisbetico come i suoi protagonisti, si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo, con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato. Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)

Il matrimonio è la tomba dell'amore? Kristoffer Borgli – norvegese come Joaquim Trier, e come Joaquim Trier debitore ai drammi da camera di Bergman – ci pone la stessa domanda della serie TV Something Very Bad is Going to Happen. Questa volta, però, siamo nei sentieri già battuti dai nostri Confidenza e Perfetti sconosciuti. E a convolare a nozze sono due stelle di Hollywood, Robert Pattinson e Zendaya, che brillano come sempre per bellezza e spontaneità anche lontani dai rotocalchi. Lei ha un segreto risalente all'adolescenza, annidato tra le paure più recondite degli americani; lui, inglese di buona famiglia, all'improvviso tituba. Si ride a denti stretti. Si ammira il talento del duo. Si applaude la brillantezza della sceneggiatura – di quelle originali e ben scritte, da candidare agli Oscar. Ma questa commedia un po' rosa e un po' nera, scandita dai ritmi ossessivi dei thriller psicologici, rischia di afflosciarsi come un soufflé in una seconda parte più convenzionale. Tra cuori infranti e nasi tumefatti, resta un po' di amaro in bocca: nonostante un epilogo più dolce del previsto. (7)

E se il migliore film di Bradley Cooper fosse il suo flop più grande? Con A Star is Born e Maestro, l'attore e regista americano ci ha abituati a un cinema classico, solido, strappa-Oscar. Questa volta cambia genere, ritmo e respiro, preferendo ritagliarsi un ruolo marginale e sposare i tipici toni del Sundance: così facendo, purtroppo, è passato in sordina tanto in patria quanto in Italia. Storia di una crisi coniugale tra cinquantenni, È l'ultima battuta? racconta la nuova routine degli strepiti Laura Dern e Will Arnett: lei, ex pallavolista, si rilancia nel mondo dello sport agonistico e sperimenta le app d'incontri; lui, già voce del malinconico Bojack Horseman, esorcizza la depressione imperante con la stand-up comedy. Il risultato è una commedia amara e adulta nello stile di Noah Baumbach, ma anche sorprendentemente sentimentale come quelle a cui ci ha abituati Cameron Crowe, dove le verità della terapia di coppia riecheggiano tra le risate di un pub affollato. Tutti vogliono essere felici. Ma gli ultimi romantici osano essere infelici insieme. (8)

Quanto appeal può avere il biopic su una coppia di sconosciuti che canta cover di Neil Diamond? Nessuno, pensavo. A sorpresa, invece, nella stessa settimana di Sanremo, mi sono scoperto in una valle di lacrime. Profondamente radicato nella provincia americana, il film musicale di Craig Brewer racconta di un duo affiatatissimo nell'arte e nella vita: lui veterano di guerra, lei parrucchiera, lasciano che il canto metta armonia in vite altrimenti fragili, caotiche, sciagurate. Al centro di gioiose performance live, Hugh Jackman e la candidata all'Oscar Kate Hudson – qui belli e struggenti come non mai – mostrano quello che succede quando le luci dei riflettori si spengono e i lustrini, infine, sono da riporre. Il dramma irrompe, imprevisto. E spezza la voce. Cosa resta di un duo quando un componente viene meno? In questa vicenda ordinaria ma bellissima, di epifanie tardive e sogni da rispolverare, nemmeno il peggio ucciderà la voglia di cantare. Lo spettacolo, come d'altronde la vita, deve continuare. (7,5)

martedì 4 maggio 2021

Recensione: Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata, di Raphael Bob-Waksberg

Forse in Italia il suo nome suonerà sconosciuto. Segnatevelo a caratteri cubitali. Perché Raphael Bob-Waksberg – comico, ebreo, classe '84 – per me è l'erede di Woody Allen. Fantasioso, caustico e brillantissimo, ha regalato a Netflix uno dei suoi prodotti più memorabili: Bojack Horseman serie animata su un cavallo antropomorfo bramoso di notorietà – resta un capolavoro che, a un anno dalla sua chiusura, ci fa sentire ancora orfani. Ho l'impressione, tuttavia, che la TV non sia che soltanto l'inizio della carriera mirabolante dello sceneggiatore. Rieccolo in un'altra veste, quella di scrittore, sugli scaffali delle nostre librerie. Quanto spicca in mezzo all'eleganza monocromatica dei Supercoralli con la sua copertina rosa shocking e un titolo sfacciatamente romantico? Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata non delude le attese. Nonostante la familiarità con i suoi tempi comici, che non ho trovato minimamente depotenziati dal formato del racconto, sorprende comunque per la varietà degli argomenti, degli approcci narrativi, dei generi. Spazia dal romanticismo intimista allo splatter, dalla fantascienza al rimaneggiamento dei classici, sperimentando forme e voci sempre diverse.

Le persone si dividono in due tipi: quelle che non vuoi toccare perché hai paura che si spezzino e quelle che non vuoi toccare perché hai paura che ti spezzino.

Con sensibilità l'autore s'intrufola nei vissuti di uomini e donne, raccontandoli ora in prima, ora in seconda, ora in terza persona. E osa racconti in rima baciata (per ironizzare su San Valentino), abbozzi di pièce teatrali (in scena: il microcosmo familiare), promemoria di attività chiuse per ferie (l'urgenza sopraggiunta all'improvviso: passare un giorno a letto insieme), pagine di guide turistiche (quali luoghi evitare per sfuggire ai ricordi degli ex) e menù di ristoranti stellati (sconsigliabile abbinare alcol e dissapori). Ci sono poi villaggi dov'è buona creanza sgozzare caproni nel giorno delle nozze; realtà parallele invase da acque da Antico Testamento; resort messicani dove ricucire rapporti tra parenti acquisiti; popolosi parchi a tema e concerti interdimensionali. Ma in mezzo a questo divertimento esagerato, di cui il mio post potrà darvi soltanto vaghi indizi, i miei racconti preferiti sono quelli in cui il vulcanico Bob-Waksberg abbassa la voce per raccontarci quello che meglio gli riesce: ossia l'incomunicabilità, il disincanto, la depressione. Possono due innamorati viaggiare per sessant'anni nello stesso vagone senza dichiararsi? Giocando a Taboo, quali sono le parole da tacere per evitare il punto di non ritorno? Che senso ha fuggire in continuazione se la Tristezza è un'amante che non ci lascia andare?

Una statua non viene costruita a partire dalla base – è ricavata a colpi di scalpello da un blocco di marmo – e spesso mi chiedo se non siamo definiti allo stesso modo dalle qualità che ci mancano, delineati dallo spazio vuoto dove un tempo c’era il marmo. Sono seduto in metropolitana. Sono sdraiato sveglio a letto. Guardo un film: rido. E poi, d’improvviso, sono colpito da una verità annichilente: non è quello che facciamo a renderci ciò che siamo. È quello che non facciamo a definirci.

Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata resterà una delle migliori letture dell'anno corrente, perché mi ha fatto ridere, mi ha fatto piangere e mi ha spinto ad appuntare una matita Ikea per sottolineare passo passo le cose urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di essere stato sputato fuori da un frullatore, di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è infatti un dolcetto pescato alla cieca da una scatola di latta –, di essermi preso una sbronza triste con una bottiglia di Merlot. Mi giravano forte lo stomaco e la testa, mi girava il cuore. La vita e la morte, scrive l'autore, si somigliano. Sono terrificanti, schiaccianti, possono accadere in qualsiasi momento. Le si può affrontare in due modi, con la paura o con il coraggio, ma si è destinati in ogni caso a soccombere. Accanto a loro, l'amore: una forza altrettanto ancestrale. Se la nostra disfatta è già scritta nelle stelle, a questo punto, perché non scegliere di essere coraggiosi?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Coma_Cose – Fiamme negli occhi

lunedì 30 novembre 2020

Recensione: Harvey, di Emma Cline

| Harvey, di Emma Cline. Einaudi, € 12, pp. 104 |

È proprio lui, quello sulla bocca di tutti. Non serve il cognome a identificarlo. Produttore cinematografico dalle intuizioni vincenti, più volte entrato nelle grazie dell'Academy per aver investito sui film giusti, all'improvviso è diventato un bersaglio umano. Un'attrice – una sua protetta, una sua vittima – gli ha puntato il dito contro. E sulla scia della prima donna hanno fatto eco le altre dell'harem, in un coro che a suon di Tweet ha denunciato gli abusi di potere, i provini succinti, i massaggi, le camere d'albergo. #Metoo, per confessare al mondo: ho subito anch'io; a Hollywood non è bastato il talento. Travolto dalle onde dello scandalo, l'uomo trova riparo dallo tsunami nella villa in Connecticut di un amico. L'indomani un giudice lo dichiarerà o colpevole o innocente. Queste imperdibili novanta pagine raccontano il suo ultimo giorno di libertà. Qual è lo stato d'animo di un uomo che sta per perdere tutto? Come investe il tempo in attesa del verdetto finale? La giornata comincia all'alba, in un letto madido di sudore, con piccoli malesseri. Prosegue a colazione poi: succo di pompelmo, muffin ipocalorici, una sbirciata ai quotidiani col suo nome in grassetto. Harvey è sempre al telefono. Cerca notizie su di sé su Google, sperando in un commento solidale; fa telefonate; ne rifiuta altre. Attende le visite del personale medico, che propone cure alternative per i suoi dolori cronici, e l'arrivo di figlia e nipote: purtroppo non si fermeranno dopo cena. In sottofondo, il ticchettio dell'orologio: nella casa semivuota aleggia insopportabile; sembra un frastuono supersonico.

Benvenuto, disse il vuoto. Ti stavamo aspettando.

Annoiabile ed estraniato, Harvey non sa di essere spregevole. Anzi: per la classica inconsapevolezza del male, si sente un capro espiatorio. Nel corso della sua routine sonnacchiosa, l'ho immaginato come un incrocio tra il Billy Murray della migliore Sofia Coppola – sornione ma profondamente malinconico – e il cavallo antropomorfo di BoJack Horseman, tutto genio e sregolatezza. Ho letto delle manie, dei tic nervosi, delle piccole pratiche disgustose che tutti noi sbrighiamo quando non visti. Barricata dietro un'algida terza persona, Emma Cline sorprende con il suo piglio caustico, asciutto, lineare. Apparso per la prima volta sul New York Times, il racconto non è la filippica che a giusta ragione ci saremmo potuti aspettare dall'autrice delle Ragazze: una delle narratrici più interessanti di una nuova gioventù femminista e battagliera. Ancora più a fuoco che nel suo bestseller, da me apprezzato a metà, Cline sa muoversi brillantemente nei confini ristretti di questo formato e nelle pieghe di un punto di vista scomodo: capace di grande empatia, eppure mai indulgente, l'autrice emoziona con il ritratto di uno degli uomini più odiati al mondo. In una storia di prevaricazione, sesso e potere, si focalizza eccezionalmente sui postumi. Il risultato è la dipintura di un self-made man rovesciato a forza dal suo trono, che all'improvviso perde sudditi e giullari. Ma non un'ottusa, ingiustificata forma di speranza. Più che spaventato, Harvey è ansioso di tornare in tribunale: confida nell'assoluzione, e allora tormenta in anticipo colleghi, segretarie, investitori. Culla l'idea di un ritorno in pieno stile con l'adattamento cinematografico di Rumore bianco: un romanzo considerato infilmabile. 

Quando le sensazioni iniziarono ad attenuarsi e la stanza cominciò a ricomporsi, provò un dispiacere ben noto, come la tristezza di quando, da piccolo, sentiva avvicinarsi la conclusione di un film, sapendo che presto sarebbe tornato alla dura realtà del mondo. Nel cinema si accendevano le luci, rivelando i popcorn caduti sotto le sedie, le tappezzerie lise, gli spettatori che raccattavano i cappotti scadenti. Perché Harvey non poteva stare così per sempre?

Da un lato mecenate e dall'altro boia, da un lato scaltro e dall'altro puerile, questo Harvey sul viale del tramonto indossa gli stessi calzini rossi di papa Francesco sul rigonfiamento della cavigliera elettronica, ma nasconde magliette sdrucite sotto le ascelle e una carie a cui rimediare quanto prima. Dimagrito bruscamente in seguito a un accidente, ha scoperto che l'annientamento è la dieta migliore contro i chili di troppo. Ha problemi con il correttore automatico, cita a sproposito incipit di cui non ricorda gli autori, suona goffo e pretenzioso alla cornetta, si ingozza di cioccolatini e pasticche guardando Chernobyl in binge watching: ciò che ingerisce potrebbe indurlo al soffocamento o alla disfunzione erettile. Quanti nello show business sapevano davvero delle sue compulsioni? Quanti, nonostante tutto, avevano distolto lo sguardo pur di salire a brindare sul carro del vincitore? Si festeggia insieme, ma ci si lecca le ferite soli. Simbolo del decadimento fisico e morale di una certa America, Harvey è una creatura bifronte. Mantiene integra la sua infida voce da serpente a sonagli, ma si copre di ridicolo involontario con i sogni a occhi aperti sul conto del vicino di casa. Se Gatsby fantasticava sulla luce verde oltre la baia – simbolo dell'irraggiungibile, del futuro, di un'ambizione motivante –, Weinstein spia le mosse di un presunto fuoriclasse al di là di una staccionata bianca. È Don DeLillo? È lui la luce di cui, Harvey come noi, ha bisogno per non spegnersi?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Cola

martedì 18 febbraio 2020

I ♥ Telefilm: The New Pope | BoJack Horseman S06

Morto un papa se ne fa un altro? E se finisce in coma, invece? All’indomani dell’infarto del più bello dei pontefici, i fedeli sono riuniti in preghiera. Risorgerà, si domandano, mentre il fanatismo raggiunge picchi pericolosi e gli altoparlanti trasmettono i respiri del dormiente? Le novizie, tutt’intorno, improvvisano danze ammiccanti nella sigla già cult. Tocca correre ai ripari, e nel giro di poco si succedono due sostituti: il primo, troppo ribelle, ha vita breve; l’atro, abbastanza fragile da risultare manipolabile, sembra essere perfetto. Il nuovo pontefice, affascinante e glorioso come John Malkovich, ha un passato da punk, gli occhi bistrati di mascara e contatti telefonici d’eccezione: Meghan gli chiede consigli di moda alla cornetta; Manson e la Stone, in cameo esilaranti, sono protagonisti di udienze con tutti i sacri crismi. Nonostante intrighi e pericoli sparsi – lo sciopero delle suore, lo scandalo pedofilia, i matrimoni omosessuali, il terrorismo e l’immigrazione –, le attese erano per il ritorno di Lennie. Ci vorrà più del previsto, però, per vederlo avanzare dalle acque con un Speedo bianco a metà tra un modello d’intimo e una divinità marina. Non aspettatevi una lotta all’ultimo sangue. Non aspettatevi un Law protagonista: fino al sesto episodio giace in un letto immacolato, nella venerazione delle masse, e per via del carisma del collega non se ne sente nemmeno grande mancanza. Sempre d’altissimo livello, ma più pasticciata del previsto, la serie di Sorrentino ha questa volta intenti meno a fuoco. E affastella sottotrame, argomenti, scene madri – spiegatemi il senso, per favore, del personaggio della Sagnier – per poi tirare rapidamente le fila nei titoli di coda del nono episodio. The New Pope si prende i suoi tempi, si concede sequenze folli e ritmi lenti, ma gli episodi – il primo e il settimo sono i migliori –, con il senno di poi, sembrano soltanto un lungo preambolo per un epilogo piuttosto insoddisfacente. Con il rischio che il papa del titolo, purtroppo, appaia un semplice tappabuchi. A spadroneggiare, allora, è l’irresistibile Silvio Orlando: burattinaio scaltro e manipolatore, che a sorpresa commuove in uno struggente elogio funebre. Che fumata bianca sia, grazie allo splendore della fotografia di Bigazzi; grazie a una regia al solito funambolica. Ma, nel paragone, gli si preferisce l’alchimia dei Due papi di Netflix – a colloquio, in lotta, in equilibrio. (7)

La depressione è una malattia. Quando si guarisce, quanto dura? Se lo domanda BoJack, ex attore di successo, da sei anni a questa parte. Cavallo con fattezze da uomo, in un mondo dello spettacolo popolato da animali antropomorfi, il protagonista non vede la proverbiale luce in fondo al tunnel. E noi insieme a lui, nella bellissima e dolente serie animata che ha sdoganato nel tempo una tematica tabù. Tra alti e bassi, svolte e ricadute, l’incorreggibile BoJack ci prova e poi ci ricasca. Anche a costo di venire un po’ a noia, nel tempo, con il suo piangersi addosso; con il suo rifugiarsi presso gli alcolisti anonimi, nell’alcol, in un passato idealizzato. Insegnante di recitazione all’università, adesso, ha l’ennesimo ostacolo tra sé e la stabilità: una coppia di reporter sulle tracce dei suoi scandali, in particolare sugli scomodi retroscena dell’ultima notte della sfortunata Sarah Lynn. Come accaduto a Bill Cosby dopo lo scandalo, il protagonista perde perfino i diritti sullo show che l’ha lanciato: vogliono tagliarlo fuori, vogliono cancellarlo. Altrove, lontani ma vicini, Diane ingrassa, si trasferisce e realizza che non serve essere tristi per vendere copie; Peanutbutter, sfortunato in amore, inaugura un ristorante chiacchierato; Todd si riavvicina ai genitori, galeotta Margo Martindale; Princess Carolyn, addolcita dalla maternità, si gode finalmente la compagnia di un uomo fedele. Il lieto fine sembra essere possibile per tutti tranne per BoJack. Che ha paura di scomparire per sempre oltre una porta buia. Che, nella vita vera, farebbe la fine sciagurata di quegli artisti morti in una pozza di rimpianti. Gli sceneggiatori gli regaleranno un briciolo di speranza dopo l’ennesima sbandata? Ottima ma a corto di genialità, la sesta stagione trova smalto negli ultimi due episodi e in una decisione coraggiosa: chiuderla qui, prima di annoiare, dal momento che erano stati esauriti gli argomenti. Giusto così, inutile trascinarsi ulteriormente, anche se comunque dispiace di vero cuore. La stagione si conclude nel migliore dei modi, in cima al tetto sul quale tutto ha avuto inizio, con un dialogo intimo e perfetto che emozionerà i fan di lunga data. Sulle influenze, positive e negative, che ci rendono quello che siamo. Sul fatto che nessuno si salvi da solo e la felicità, a volte, spaventi. Sulla necessità di abituarsi pian piano a una nuova normalità. In un mondo senza BoJack Horseman, ma con tutto – quasi – al proprio posto: compresa l’ultima lettera della parola “Holliwoo”. (7,5)

lunedì 11 novembre 2019

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman S06 | The Kominsky Method S02 | Shameless S09 | Extravergine

Scoperta appena qualche anno fa, si è imposta subito come una delle serie del cuore. BoJack Horseman, infatti, non è soltanto l’ennesimo esempio di un’animazione per adulti che parla alla maniera dei grandi autori. È uno stato d’animo. È uno stile di vita. Tutto finisce, e a volte è sacrosanto così: la parentesi della  serie Netflix, destinata a concludersi in un secondo arco di episodi previsto per gennaio, sta per chiudersi. Degnamente? Difficile dirlo, dal poco che si è visto; bello sperarlo. La visione di questi otto episodi non è stata particolarmente consolante, anzi, costituiscono l’intermezzo più trascurabile di un colpo di fulmine lungo sei stagioni. Cos’è successo? Purtroppo niente di che. Il nostro anti-eroe sta cercando di fare ammenda: ormai in riabilitazione, rivanga gli sbagli passati e soprattutto il giallo della scomparsa di Sarah Lynne. Ma il suo piangersi addosso, questa volta, irrita e annoia. Le cose vanno meglio per Princess Carolyne e Todd, che insieme si prendono cura di un’adorabile cucciolo di porcospino: tenerezza a parte, però, le svolte narrative latitano. Allora ci si consola con Diane e Mr. Peanutbutter: benché non più in coppia, i due rubano la scena con i momenti più appassionanti – lei a Chicago con un nuovo compagno. lui in attesa di convolare a nozze. Il resto? Scenette giustapposte in cui la scrittura si rivela a digiuno di guizzi, con personaggi fuori forma e un’emozione che – fatta eccezione per il settimo episodio, per me il degno finale di questa midseason  – ci si nega. Non dispero. In quel di Holliwoo siamo abituati agli scoop, ai colpi di scena, ai rovesci di fortuna. Ma l’amarezza di questa piccola delusione basta a farmi dire: inutile compiangerlo, BoJack forse ha davvero esaurito gli spunti.

Relegata in quattro e quattr’otto a comedy da seguire durante i pasti, The Kominsky Method di lì a poco si sarebbe divertita a prendermi in contropiede. La solita serie su un paio di adorabili brontoloni alle prese con gli acciacchi della terza età, infatti, avrebbe conquistato i Golden Globe tra sorpresa e scetticismo. Possibile che l’avessi presa sotto gamba? Non lo saprò mai, immagino, ma ho fatto pace con Sandy e Norman grazie a una seconda stagione finalmente all’altezza. Un ritorno di fiamma che somiglia proprio al mancato colpo di fulmine dello scorso anno. La formula, eppure, resta invariata. Ma succede che l’insegnante di recitazione Michael Douglas, sempre affascinantissimo ma allarmato qui da nuove problematiche di salute, riveli un’umanità dolente che non ti saresti aspettato: più bendisposto verso il prossimo, dice sì all’amicizia con una donna e al fidanzato sessantenne della figlia Mandy, interpretato da un irresistibile Paul Reiser. Succede, ancora, che il sarcastico e rancoroso Alan Arkin faccia pace con la figlia alcolista – è uscita definitivamente dal tunnel? – e con lo spettro della moglie Eileen, destinata a far posto a una splendida fidanzata di gioventù. La scrittura di Lorre è più profonda e divertente che mai, e si fa dell’invidiabile autoironia sul mestiere dell’attore – tanto spazio agli allievi di Sandy, con monologhi tratti dalle migliori pièce e un’apparizione del premio Oscar Allison Janney – e perfino sulla comicità tipica delle sitcom – a scuola di recitazione non si portano soltanto pezzi tratti da Il dubbio o Apocalypse Now, infatti, ma anche gli sketch di Due uomini e mezzo. Finalmente a fuoco, brillante come non avevo creduto in passato, The Kominsky Method ha un cast che cresce e una scrittura di qualità. No, non è la classica storia sugli anziani brontoloni. Da ora posso garantirlo anch’io. Per ravvedersi non serve aspettare la saggezza della senilità. (7,5)

Da un decennio ho una costante. Vive nello squallore della periferia di Chicago, risponde al nome di casa Gallagher. Ma ogni relazione conosce momenti di riflessioni, crisi, attimi che attentano al desiderio. Tra me e Shameless è successo con la nona stagione. Ho iniziato a vederla seguendo la programmazione americana e l’ho abbandonata presto, cosa mai accaduta. Colpa di attori importanti che abbandonavano il cast. Colpa, soprattutto, dell’impressione che non avessero tutti i torti: questa banda di matti, ormai, si trascina. Ma con un anno di ritardo sono tornato alla loro porta. Da dirmi avevano poco ugualmente, già, ma la verità è che mi mancavano da morire. Ian, il primo del cast a tagliare la corda, esce presto di scena e indossa la divisa da carcerato; Lip cerca l’equilibrio interiore e le solite ragazze già impegnate; Frank esagera al solito con trovate strampalate e raggiri – questa volta ha una terapeuta bipolare da ingravidare –, e assieme a lui fanno altrettanto Veronica e Kevin. Vere mattatrici della scena sono allora Debbie e Fiona. Se la prima, matura  e volitiva, si assume le responsabilità che spetterebbero al capofamiglia, l’altra ci ricasca: uomini bastardi, piani fallimentari, alcol e droghe. Degna erede di suo padre, si copre di ferite e ridicolo; diventa insopportabile. Ma permette a Emmy Rossum, altra colonna della serie che ci dice addio, di congedarsi con una performance ingiustamente passata in sordina. La decima stagiona va in onda in questi giorni in patria, con una nuova sigla e qualche posto in meno a tavola. Pace è stata fatta, forse, ma non ho fretta. Che la fine sia vicina o meno – sarebbe auspicabile salutare i Gallagher al decimo anniversario –, tornerò in periferia non per curiosità ma per nostalgia. (7)

Si chiama Dafne Amoroso, ha trent’anni e lavora in una redazione alla moda. Vorrebbe scrivere di libri, ma pare che in una Milano tinta di rosa nessuno legga più. Il sesso, al contrario, incuriosisce e solletica. Galeotto un equivoco a tinte bollenti, la protagonista cambia disciplina: dalle novità in libreria ai segreti della camera da letto, senza prima passare dal via. Dafne ha un segreto di cui si vergogna un po’. È ancora vergine. La conoscenza di un bel fotografo potrebbe rendere semplice colmare l’imbarazzante lacuna, ma una ragazza romantica e di sani principi può forse dare cuore e corpo al primo arrivato? Un appuntamento ogni settimana, venti minuti a episodio, volti freschi e la regia di una professionista scoperta con il visionario Riccardo va all’inferno. Capitanato dall’adorabile Lodovica Comello e diretto da Roberta Torre, appassionata di simmetrie ipnotiche e tinte lisergiche, Extravergine avrebbe potuto essere la commedia d’autore che mancava all’Italia. Annunciata come un incrocio tra Bridget Jones e Sex and The City, non ha né l’ironia della single londinese né la sfacciataggine delle amiche di New York. Si lascia seguire, soprattutto per le trovate visive della Torre e le smorfie della bella conduttrice TV – il rischio che stufino entrambe, però, spesso c’è –, ma in dieci episodi leggerissimi troviamo un’idea piacevole e nessuna identità precisa. Il genere chick-lit infatti neanche a puntate, nemmeno in Italia, può permettersi tutto questo candore o una scrittura dai ritmi svogliati. Riuscirà Dafne a perde la verginità, magari incontrando anche il principe azzurro? Dopo aver trovato risposta alla domanda – comunque non abbastanza solida per costituire le fondamenta di una serie TV –, niente ci impedirà di cambiare canale. (5,5)

domenica 30 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le serie TV


10. Kidding
Quand'è che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.

9. Killing Eve
Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.

8. American Vandal
Un giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.

7. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito fulminanti, gli invidiabili colori pastello e un'eroina contro i tabù.

6. The Affair – Stagione IV
Ci sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato, davo già per persa.

5. BoJack Horseman – Stagione V
Sempre un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in onda. Magari in binge watching?

4. Daredevil – Stagione III
La serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir atipica per il genere.

3. Homecoming
Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan. Esmail è andato a scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.

2. L'amica geniale
Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha compiuto il miracolo.

1. The Hauting of Hill House
Si confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli.


I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac), Charlie Cox (Daredevil);
Miglior attrice protagonista: Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky);
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).



Muchacha sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello e impossibile: Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham (Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet);
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).




Sing it back: I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs. Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho Killer: Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry me a river: La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The Haunting of Hill House), L'alzheimer di Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's talk about sex: Il ménage à trois (Élite), L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops, I dit it again – Guilty Pleasure: You, Élite, The Generi

mercoledì 3 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Maniac | BoJack Horseman s05

Lei, ribelle ma vulnerabile, cerca di superare la morte della sorella. Lui, schizofrenico, è chiamato a testimoniare il falso in tribunale per salvaguardare la reputazione della stessa famiglia che lo ha ripudiato, mentre tutt'intorno crede di scorgere i segni di un complotto da sventare. Come i protagonisti strampalati di un boy meets girl del Sundance, si scopriranno complici in un contesto dei più particolari: la sperimentazione di un nuovo farmaco per elaborare e combattere, fase dopo fase, il malessere che li accomuna. Siamo in un futuro minimalista alla Spike Jonze, con gli uffici arredati come in quegli anni Ottanta tornati noiosamente in voga e un'intelligenza artificiale dai desideri di donna che, ammalatasi un giorno di malinconia, s'impunta per sabotare i piani di Justin Theroux, scienziato sopra le righe con questioni irrisolte con mamma Sally Field – adorabile al solito, è sempre lei a prestare la voce a un processore che fa i conti con i lati oscuri del lutto. Ma se i farmaci sperimentali prevedono la somministrazione delle pillole di Matrix, per le cavie si spalancano scenari inimmaginabili soltanto in teoria – vedasi i sogni a occhi aperti di Gondry e Nolan, o perfino i viaggi tra generi cinematografici di un Capatonda in cerca d'autore. I protagonisti a volte sono due coniugi che salvano un roditore dall'essere ridotto in pelliccia, e a volte ladri imbucati a una seduta spiritica dei ruggenti anni Venti; alcune elfi mitici verso un lago miracoloso, altre membri di clan mafiosi in cui il sangue è legge; infine, agenti segreti allo scoppio di un'invasione aliena. Nei loro sogni fanno coppia, anche se non dovrebbero; salvano l'universo, salvando frattanto loro stessi. Un'affinità dettata dal fato o dai piani alternativi di un processore irascibile? Qual è la costante, caos a parte, delle danze da un'esistenza all'altra? A spiegarcelo è Maniac, la serie più attesa dell'anno accanto al già deludente Sharp Objects: commedia terapeutica che di folle, di nuovo, in realtà ha solo qualche nome vincente nel cast. A ben vedere, tolta la confusione degli episodi introduttivi, l'originalità manca. Manca la sostanza, da me preferita alla forma. Manca il cuore, a cui in fase di sceneggiatura si è preferito il cervello. Tanto rumore per nulla? Se non per nulla, comunque per poco. E quel poco lo si deve ai toni da commedia indie, alle citazioni mai rinfrescate a dovere, ai piani sequenza di Cary Fukunaga pasticciati stavolta con lo splatter e la computer grafica. Alle smorfie di Emma Stone, a tratti bella e a tratti bruttissima, a tratti troppa; alla bravura di quello sottovalutato del duo, Jonah Hill, che sembra tristissimo anche quando su di giri. Sarà per questo che si storce il naso, in una chiusa che altrimenti avrei adorato: davanti alla banalità di una risposta – indovinate, coraggio, meglio l'illusione o la vita reale? – che cozza contro la fittizia autorialità del progetto. I motivi che mi hanno reso la visione insospettabilmente leggera e godibile, insomma, sono gli stessi che non hanno elevato la serie in mezzo a un garbuglio di storie già lette, di esperienze già fatte, di film già amati. Maniac non è all'altezza di voci di corridoio che ce lo raccontavano geniale. Piace, a modo suo, ma non da impazzire. (6,5)

Ho calcato per la prima volta i red carpet di Holliwoo lo scorso anno, con un ritardo affatto elegante che mi aveva regalato però la gioia di quattro stagioni consecutive. Questa volta senza corsia preferenziale, mi è toccato aspettare i comodi di Netflix, dei rehab e delle star che amano tardare: mettermi in fila. Ne è valsa la pena, anche se eccezionalmente qualche difetto l'ho scorto. Provato dalle aspettative troppo alte io, oppure nel torto loro, con una Hollyhock assente ingiustificata, un Todd dalle parentesi comiche quanto mai stonate, un ennesimo dramma – quello della dipendenza da farmaci – non percepito come tale prima del nono episodio, in cui tutto si fa serio all'improvviso? Fatto sta che un anno è passato, e che BoJack Horseman resta lo specchio perfetto della nostra epoca; il riflesso di idiosincrasie e nevrosi tutte contemporanee, che spesso sfociano nella patologia. Guardane una stagione, infatti, e grazie a sceneggiatori sempre sul pezzo ricorderai cos'è successo intanto intorno a noi, quel che abbiamo letto o visto, di cosa ci siamo rimproverati con acredine guardandoci allo specchio nei giorni no. Ecco gli scandali sessuali, un femminismo da salotto televisivo, tentati abbordaggi che nell'era del metoo non passano inosservati, dipendenze che chiedono un tornaconto personale a suon di vomito a fiotti o scatti di ira. Diane – e questa è la sua stagione, inutile cercare altri vincitori morali – torna pensierosa e divorziata da un viaggio in Vietnam; Princess Carolyn, qui sottotono, vuole adottare un bambino e vivere da single; Mr. Peanutbutter perfeziona invano le pose da duro e fa un bilancio agrodolce dei propri fallimenti sentimentali. Dopo il mancato Oscar e la mancata paternità, ad aspettare BoJack ci sono invece un giallo a puntate e una sentita lezione di autocritica: non basta rimuginare notte e giorno, scavarsi dentro, per mettersi in salvo dalla depressione. I protagonisti sono dunque chi ancora in cerca, chi in pace. Hanno abbandonato il bivio a cui erano fermi da quattro stagioni a questa parte. Ma non per questo sono più realizzati, più coraggiosi, migliori. Raramente insieme, hanno trame appena accennate e, immersi quanto mai in una forte dimensione metatelevisiva, rischiano di far scomparire il loro privato, e perfino la realtà stessa – ma cos'è poi, se non l'ennesima finzione cinematografica? Questa volta si preferisce procedere per salti temporali, rivangare il passato, mostrare i primi incontri-scontri e le origini della loro tristezza. Sempre un gioiello di scrittura, impegnatissima ma un po' incostante nella pianificazione, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci –, ma a questo giro non strappano il cuore. Accendete: c'è l'esistenza in onda. La pubblicità dice di chiedere aiuto a terzi, in caso di bisogno, e i fantasmi sussurrano dalle tombe che il segreto per vivere felici è essere visti. Magari in bingewatching? (7,5)

mercoledì 27 settembre 2017

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman IV | The Sinner

Fuggiva via dalle costrizioni e dagli impegni, nel finale della scorsa stagione: al galoppo. Metteva la macchina in folle e, da lontano, ammirava le corse degli altri cavalli nel deserto. In quel sogno di libertà impossibile, in quella finestra sospesa, BoJack – star degli anni Novanta condannata all'oblio – ha vissuto per un anno. Ha ignorato i messaggi in segreteria. Ha lasciato che i pettegoli sparlassero. Al suo rientro, all'alba di un nuovo ciclo di episodi, trova la casa a soqquadro, un'adolescente ribelle che cerca suo padre e una città in sollucchero per l'elezione del prossimo governatore (è testa a testa tra Mr. Peanutbutter e un'esilarante Jessica Biel). Restano l'accuratezza dei colori pastello, le gioie di un nonsense affidato a un Todd dichiaratamente asessuale, quel realismo che lascia ancora attoniti e commossi. A Holliwoo ci sono insegne monumentali a cui manca la consonante finale; personaggi dello show business con nient'altro che una notorietà insoddisfacente. Cosa conta, se un ruolo da Oscar non aiuta a dormire meglio? Di cosa mettersi in cerca, quando i copioni prendono polvere in un angolo della nostra villetta con piscina? In una stagione intergenerazionale meno cinica e più femminile, insospettabilmente delicata, gli autori esplorano l'arte del racconto e del farsi da parte. Messe un po' ai margini, perciò, quelle spalle comiche di cui non sentiamo troppo nostalgia. Forse meno vanesio, meno egocentrico, perfino un attore in lotta con le sue radici familiari, per una volta, e non con il ruolo della rivalsa. Si riparte, così, dal bilancio di un viaggio in solitaria che non ha portato la pace sperata. E si decide che è tempo di comportarsi da adulti, anche se belli che cresciuti. Per venire a patti, come Diane e Peanutbutter, con i pregi e i difetti della vita in due. Per appendere un fiocco azzurro o rosa alla porta, ed è il caso di una Princess Carolyn in attesa di una cucciolata. Per riscoprirsi figli (da lacrime il penultimo episodio: struggente retrospettiva sulla vita di mamma Horseman, affetta da demenza senile) e improvvisarsi genitori, in attesa dei risultati del test dei DNA e delle fitte dei colpi di scena. (8)

Il sole brilla. Splendida giornata per darsi a una gita al lago. Due innamorati si mettono le mani dappertutto e ascoltano ad alto volume una canzone. Perché, tutta intenta a sbucciare una pera, una tranquilla casalinga si avventa contro il lui della coppia e lo pugnala sette volte? Cora, una sottovalutata Jessica Biel tornata all'intensità dei Bambini di Cold Rock, giura di non saperlo. C'è la scena del crimine. Ci sono i testimoni. C'è la colpevole, che in tribunale non grida invano la propria innocenza. Indaga un ritrovato Bill Pullman, detective in crisi matrimoniale dalle segrete tendenze sadomasochistiche. L'assassina è già in manette, nel thriller antologico ispirato al romanzo di Petra Hammesfahr. Sulle braccia ha i buchi dei tossicodipendenti, ma non saprebbe cosa farsene, dell'eroina. Negli attimi in cui il suo lato bestiale ha la meglio, complice un innocuo brano da falò, commette gesti inconsulti. Si viaggia nei ricordi rimossi di lei – primogenita in un'angosciante famiglia cattolica, con una sorellina confinata a letto a cui spiegare l'amore e il mondo in differita – e lungo i sentieri battuti ora dal marito Cristopher Abbott, ora dallo stesso Pullman, che non si accontentano dell'apparenza delle cose. Inquietanti uomini mascherati, un cadavere scarnificato, i ghirigori di una carta da parati, sesso, un blackout della memoria lungo due mesi. Storia torbida e sanguinosa, mai eccessiva ma affatto edulcorata, The Sinner ha un mistero e una morbosa forma di curiosità (per le perversioni dell'agente di turno e le prime esperienze di una giovane Biel fuori dal nido) da appagare. I contro: scarsa visibilità, in un'estate che ha portato a una disattenzione generale; il fumo negli occhi di una scrittura che rivela trucchi e limiti a un passo da una conclusione in cui, in ballo, c'è poco meno di quanto ci si saremmo aspettati. I pro: le ottime prove dei protagonisti, un sottovalutato caratterista e un'ex icona adolescenziale non più al “settimo cielo”; otto episodi che sanno come non disperdere la suspance e quando fermarsi; il giusto equilibrio tra giallo e viaggio della psiche, tra eleganza e abiezione. (7)

venerdì 14 luglio 2017

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman | Gypsy | Glow

L'idea di BoJack Horseman non mi ha mai tentato. L'animazione non fa più breccia da un po' e ho sempre considerato I Simpson, I Griffin e Futurama una compagnia come un'altra quando mangio da solo. Di sedermi in poltrona e seguirli per bene, insomma, non ci pensavo. Se fosse stata trasmessa in chiaro, la creazione di Raphael Bob-Waksberg avrebbe subito un trattamento simile. Invece è solo su Netflix (e dura ormai da tre stagioni) e, a fare da ago della bilancia, il consiglio dell'amico giusto al momento giusto (sì, ciao a te). Era amarissimo, mi assicurava, e a vederlo in certi giorni ci si sentiva meno soli. In quelli che al momento sono trentasei episodi, assistiamo alla disfatta di una star degli anni '90. Celebre per una sitcom generazionale, il protagonista è rimasto intrappolato in un passato che gli permette di vivere di rendita. A vent'anni dal successo, cinquantenne, è un parvenu nella sua villetta con piscina – va a letto con chi capita, beve fino al vomito, rosola a fuoco lento nei sensi di colpa e a centro pista. Ospita sul divano un giovane senza arte né parte e, nella prima stagione, viene braccato da una biografa che vuole scavare nella sua vita. Pensa di amarla, ma lei gli preferisce la fedeltà del suo storico rivale. Pensa di essere amato dalla sua agente, ma lei preferisce ignorare l'orologio biologico e trovargli il miglior copione su piazza. L'attore fallito è in cerca di se stesso, ma nel mentre trova una parte che gli srotola il Red Carpet: le luci dei riflettori, il ritorno in carreggiata e megari l'Oscar, aiutano a star meglio? BoJack Horseman, come il recente Feud, è una riflessione su uno star system che non perdona – porte chiuse per attori di mezza età, l'oblio per lo sceneggiatore gay di un programma per famiglie, autodistruzione ed esibizionismo per le Hannah Montana cresciute e, neanche a farlo apposta, un presagio di quel La La Land premiato per errore. Soprattutto, è l'esame di coscienza di una persona in crisi di identità che si sente male da sola e peggio in compagnia. Identica a me, a tratti, nel percepirsi un collezionista di sbagli; mai abbastanza. Ah, sì. Per tutto il tempo ho parlato di un cavallo un po' patetico, che indossa Converse rosse e un pigiama con le mele. Sorprende ritrovarsi nelle massime filosofiche di un quadrupede parlante, infatti. Sorprende scoprire che si ride tanto (i cameo di attori noti, le canzoncine assillanti e gli oggetti d'arredo hanno del geniale), ma che si ride di lui, non con lui. Chi dice che BoJack Horseman è divertente, in fondo, non ha capito niente. Chi dice che la vita è un appuntamento con gli applausi preregistrati di Horsin' Around dovrebbe sapere che somigliamo più a questo disastro qui. Con la stonatura dei colori pastello. Con i cavalli tragicomici che come te e me, in fondo, sempre niente c'hanno capito. (8)

Jean, psicoterapeuta newyorkese, si divide tra casa e lavoro. Ha un marito avvocato, che flirta con la giovane segretaria, e una figlia ribelle. Il suo matrimonio non è così solido, la sua casa scricchiola. E lei, lucida e saggia, in realtà nasconde sotto gli abiti eleganti un animo gitano. Gypsy, anticipato da una serie di foto promozionali che ammiccavano ai baci saffici di Mullholland Drive, parla di una coppia in crisi che la gelosia potrebbe o separare o rinsaldare. Protagonista sensuale ma misurata, una Naomi Watts in ruolo coraggioso per un'attrice matura – al contrario dell'amica Nicole Kidman, colei che a malincuore è l'unico pregio dell'ultima serie Netflix (bene anche Crudup, un altro a cui invecchiare porta bene) non ha ceduto alle tentazioni della chirurgia plastica. Il suo personaggio, mosso da un segreto desiderio di onnipotenza, si intromette nella vita dei pazienti: una giovane tossicodipendente, una mamma messa da parte, un uomo tormentato da una vecchia relazione (come in Love, anche qui Karl Glusman è innamorato pazzo). Le prime due pazienti portano Jean a riallacciare i rapporti con la figura materna; l'ex ragazza dell'ultimo, invece, diventa la sua ossessione amorosa. La situazione le sfuggirà di mano. Psicothriller al femminile, di Gypsy sfuggono il senso e gli alibi. Cos'è: un Closer dalla scrittura non all'altezza? Un In Treatment che viola il codice deontologico? Blando, sbrodolato, senza appeal, appare intimidito dal sesso – tocca aspettare otto episodi per un bacio appassionato, e il resto sono amplessi brutti e interrotti da tagli da boia: il pilot diretto da Sam Taylor-Johnson prometteva l'erotismo, eppure, per quanto patinato – e irrisolto. Finisce in sospeso, con un passato confusionario e un futuro in forse. La presenza della Watts costa, di potenziale inespresso non se ne vede. Lo scorso anno, lo stesso avvenne con The Path: grandi nomi, un'idea interessante su carta, e poi? Gypsy è un viaggio ai confini della sessualità e dei suoi misteri. Se non sei Ozon, rischi di smarrirti. (5)

Il wrestling è sempre stato un momento di coesione tra fratelli. Don't try this at home, dicevano, ma nessuno badava alle avvertenze. I videogiochi a tema, i giocattoli con tanto di ring e la raccolta di figurine, i Funko Pop dei lottatori. Sui canali italiani lo si incrocia meno, ma mio fratello fa le ore piccole seguendo Royal Rumble e compagnia bella, così come io seguo, a febbraio, la notte degli Oscar. L'ennesima produzione Netflix, Glow, è la storia vera di una manciata di donne alle corde. Siamo negli anni Ottanta di Red Oaks, fluorescenti e inflazionati fino alla noia. La protagonista, una bravissima Alison Brie, è un'attrice che non riesce a sfondare: tutt'altro che amabile, è pronta a tradire e tradirsi. Perde la sua migliore amica, dopo essere finita (due volte) a letto col marito, ma trova un ruolo che non aspettava: apprendista lottatrice in uno show di wrestling al femminile. Glow si vede in pochissimo, e nel mentre si ride di gusto. Non ha grandi pro né grandi contro. Netflix si è data alle cancellazioni bastarde e, onestamente, ho cercado di seguirla senza affezionarmici troppo. La serie delle produttrici di Orange is the new black mostra l'allenamento semiserio, la graduale formazione di una squadra affiatata, la ricerca dei costumi sfavillanti e dei personaggi vincenti. Il pubblico deve schierarsi. Il pubblico deve lottare con loro, pur sapendo che ci si picchia, ma per finta – le lottatrici raccontano coi loro corpi le tensioni della guerra fredda, l'amor di patria, la lotta al terrorismo. Non lo sai che è tutto finto? Non lo sai che in camerino hanno una sceneggiatura da sfogliare? Saperlo, da bambino, è stato come scoprire che Babbo Natale non esisteva. Ho iniziato a farci caso un giorno: ai pugni che non centravano il bersaglio, ai rumori dei cazzotti simulati battendo forte i piedi, ai ruoli scritti troppo e male. Con Glow, che eppure svela trucchi e retroscena, qui e lì ho ricreduto a Babbo Natale. (6,5)