Non
è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come
questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono
presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che
Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal
MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per
volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì,
perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del
nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che
mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di
Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice
l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà
l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del
film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non
ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per
costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare
l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento
galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un
esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è
una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al
tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From
Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo
imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi
e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con
noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits.
(6,5)
Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry
Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma
non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le
si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di
scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi
intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i
profani perderanno facilmente il bandolo della matass in
preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il
secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia
più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di
personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro
cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità,
né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer,
caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in
parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe
Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude
Law. (4,5)
Avevo
già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante
probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso,
per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho
aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma –
come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di
sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli
di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca
rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però,
grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca
fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel
mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la
trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per
inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia
s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou
della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della
già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone
della collega ma incanta più per l’accento, per la
bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale
ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical
del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si
lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi –
troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a
quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film
che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con
affetto. (5,5)
Quanti
segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei
record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da
rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda
nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di
genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la
Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia.
Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da
cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a
voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical
perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha
lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare
– e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei
flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini,
con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto
brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we
go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone
all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come
contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe
scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la
sua leggerezza benefica. (6,5)
Scoperta
recente, la serie di Dragon Trainer mi è
subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni
Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al
cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi
della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto
una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che
parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo
padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e
dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti,
questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro
rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in
passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di
riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e
sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi
alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel
mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra
impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e
altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica
di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o
proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio
voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar
andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)
I
protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in
una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza
di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali,
tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli,
personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy –
unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una
chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi
alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate,
tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller
psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in
spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione
fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass
rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti
colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd,
alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi
seguito non richiesto. (5)
Era
stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese,
data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato
essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il
progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal
taglio femminista, che piace all’autore in persona per la
colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon
Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali:
compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler –
erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi
dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco
stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera,
uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina
bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le
braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo
l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e
rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la
personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo
spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto
la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)
È
alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del
capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia
slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani.
Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il
sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più
surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per
tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata
dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva
sul loop temporale del film precedente: generato non dalla
provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende
l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui
non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare:
sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un
aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia
perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati.
Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno
al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a
giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica –
lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi
di paura che in passato scarseggiavano. (7)
