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venerdì 3 aprile 2020

La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The Hunt

Ispirata al classico di H.G. Wells, la vicenda dell’Uomo invisibile è stata portata più volte sul grande schermo, ma sempre dalla prospettiva dello scienziato. Eccezionalmente, questa volta, il reboot omonimo sceglie di concentrarsi su un comprimario. La vittima per eccellenza dell’uomo: colei che ne divide il talamo nuziale. La protagonista braccata, infatti, è la moglie di un ottico maniaco del controllo che in gran segreto ha brevettato la tuta dell’invisibilità. La vena orrorifica, soprattutto nell’ottima parte introduttiva, è tenuta a bada per lasciare spazio alle paranoie e ai silenzi di un thriller psicologico teso e raffinatissimo. Il film non ha né eccessi gore né effetti speciali in quantità. La protagonista punta il dito, farnetica, si rannicchia su di sé, accende tutte le luci di casa e fissa intensamente il vuoto. Se la trama è presto detta – una versione paranormale di A letto con il nemico –, a far la differenza sono quei dettagli inattesi nell'intrattenimento mainstream. Una regia sapiente, che fa crescere la suspance nella desolazione dei campi lunghi o nei piani sequenza più frenetici. La performance di Elisabeth Moss – spaventata, delirante, spavalda – che regge queste due ore di visione con una gamma espressiva da prima della classe. Gli si rimprovera, allora, soltanto qualche buco di sceneggiatura nella conclusione; un epilogo liberatorio ma un po’ telefonato. The Invisible Man è un aggiornamento sentito, femminista, intelligente, di cui si coglie finalmente il senso. Ai mostri dello studio Universal, così, se ne affianca un altro ben più diabolico: lo stalking. (7,5)

Un’isola. Un faro. Un apprendistato lungo un mese. Ma, alla scadenza dei giorni, non arriva nessuna scialuppa. Non si vedono mai la terraferma, né altre facce. La convivenza tra un umile subordinato e il suo capo, già faticosa, diventa infernale. Si fruga nei reciproci vissuti. Ci si scaglia contro il russare dell’altro, i suoi ordini, i suoi umori, il suo tanfo. Soltanto l’alcol, che scorre a fiumi, appiana le divergente. In tutti gli altri momenti, invece, pesano i silenzi, l’astinenza, le limitatezze del luogo. Come evitare di trasformarsi in bestie a causa della solitudine? Ecco avvicendarsi presagi, visioni, sospetti, cadaveri che riaffiorano, creature alla Lovecraft. Paranormale o suggestione? La catabasi dei protagonisti, tuttavia, è un’escalation  di follia che punta in alto: alla lanterna del faro, al centro della contesa maggiore. Mènage a due, The Lighthouse – odiato a Cannes, poi rivalutato dal pubblico – è giocato sui contrasti tra Dafoe e Pattinson. Se il primo è un lupo di mare dispotico e umorale, il secondo è un giovane senza passato che minaccia di peccare di hybris sovvertendo l’ordine. Il taglio e la fotografia evocano il cinema muto. La scrittura, teatrale, vive di faccia a faccia e monologhi dolenti. I personaggi incarnano tipi umani brutti, sporchi e cattivi. In realtà, a ben vedere, è tutto bellissimo. In realtà, senza sorprese, i due sono magistrali. Ma il film, lento e inesorabile, si lascia seguire piuttosto passivamente: sin dalle premesse, infatti, immaginiamo che i misteri del faro rimarranno inspiegati. Dopo The Witch, il regista predilige l’ermetismo di alcuni film festivalieri e, a mio dire, pecca di una spocchia che risulta inutilmente pretenziosa trattandosi di un'opera seconda. Eggers non delude, ma nel tentativo di fare il passo più lungo della gamba in uno sforzo prometeico non va né avanti né indietro. Resta dove lo avevamo lasciato ai tempi dell’esordio, giù talentuoso, ma in attesa di essere messo meglio a fuoco. Perché nessun autore, nessun film, dovrebbero rimanere isole. (7)

Il buco è una prigione verticale dalla struttura dantesca. Si sviluppa in altezza per oltre duecento piani, collegati tra loro da un montavivande: all’ora del pasto, ogni giorno, i misteriosi carcerieri fanno scivolare da un piano dopo l’altro un carrello carico di leccornie da chef stellati. Gli occupanti più vicini al piano zero hanno pance piene e vita facile, tutti gli altri si cibano di scarti. Spingendosi al suicidio, all’assassinio, al cannibalismo. Il protagonista è un sognatore con la mente zeppa di pensieri idealisti. Arrivato con una copia del Don Quisciotte, spera di lottare contro i mulini a vento del sistema; di educare i compagni all’equanimità, alla parsimonia, al rispetto. C’è forse un inghippo nel sistema? C’è, soprattutto, una via di fuga? Preceduto dalle lodi diffuse della rete, questo esordio spagnolo è all’altezza delle aspettative: perfino il finale, contestato sui social, mi ha emozionato all’inverosimile. Particolarmente attuale nel clou della pandemia, tra convivenze forzate e resse nei supermercati, Il buco caldeggerà il pessimismo o strizzerà l’occhio alla speranza? Torbido e cruento, è una allegoria sanguinosa e ispirata che ricorda le atmosfere di The Cube e Snowpiercer. Ma ha argomentazioni attuali, tutte sue, e una visione personale che si esprime dal gusto estetico alla scrittura. Prodotto a basso budget, con il minimalismo della migliore fantascienza indipendente, il film premiato a Torino brilla per una sceneggiatura da applausi sorretta da un manipolo di attori votati alla causa – il vecchio compagno di branda, in particolare, regalerà non pochi incubi. Feroce, poetico, politico, si conferma uno dei migliori film di genere presenti sul catalogo Netflix. (8)

Biglie, viti, aghi, batterie. Sono soltanto alcuni degli acuminati passatempi segreti di Hunter, una giovane e bella moglie trofeo che ha sviluppato un singolare disturbo ossessivo per cercare attenzione: ingoiare oggetti. Dagli angoli più disparati della sua lussuosa villa con piscina, la chiamano ninnoli e utensili. La tentano. Da dove arriva quella fame d’amore che la spinge a rimpinzarsi di corpi contundenti? Avvolta da uno stile anni Sessanta, sia nell’eleganza del design che nei colori pastello, una Haley Bennett degna di nomination è la sorprendente padrona di casa di un’ordalia psicologica senza fine. Se tutt’intorno abbondano le simmetrie maniacali, all’intero della protagonista si agita un magma spaventoso. Sottostimata, sola, mite, osa far rumore nell’atto dell’ingoio. Assordante, il suo disagio ha radici tutte da scoprire. Nell’abbraccio di un collega ubriaco. Sotto un letto dove appisolarsi con un tuttofare dagli occhi umidi. A colloquio con un grande Dennis O’Hare, in un faccia a faccia sul perdono e sulle eredità letteralmente commovente. Esiste guarigione? Forse, ma non passerà attraverso un finale consolatorio: ne avrei immaginato uno diverso, per la povera Hunter, ma avrebbe fatto meno male nell’assestarsi l’ultimo schiaffo. E guarigione e digestione, pare, passano da altro dolore. Grido d’aiuto femminista, profondo e perturbante, Swallow è il primo film davvero memorabile visto quest’anno. Difficile da mandare giù, altrettanto da scordare. (8)

Potremmo riassumerlo in poche parole. The Hunt è un Hunger Games ad alto tasso splatter, vietato ai minori non accompagnati.  È la versione disimpegnata di Get Out e quella più politicamente schierata di Finché morte non ci separi. Una classica partita a nascondino in cui a cambiare, questa volta, sono puramente le relazioni tra cacciatori e cacciati. I primi liberali, di sinistra. Gli altri repubblicani fedeli a Trump e alle armi, gretti e razzisti per natura. Lì dove gli elettori statunitensi hanno visto un attacco al loro Presidente, al punto da arrivare a sabotare l’uscita del film in sala, in realtà si nasconde una satira scalmanata che bacchetta parimenti entrambi i lati della barricata. Non c’è chi ha torto e chi ha ragione. Se abbondano i volti presi in prestito dal piccolo schermo – Emma Robert, Justin Hartlley: un consiglio, non affezionatevi troppo alle loro sorti –, la vera lotta è tra Betty Gilpin, una Rambo al femminile già apprezzata in Glow, e l’autoironica Hilary Swank. Diverte vedere le due attrici darsele di santa ragione in cucina, in un corpo a corpo che ricorderà quello tra Uma Thurman e Vivica A. Fox in Kill Bill. Nonostante le citazioni orwelliane, però, non aspettatevi grandi riflessioni: The Hunt brilla per acume e umorismo soltanto a sprazzi incostanti. Il resto è un divertissement nella norma: breve, spassoso, ultraviolento, dove la satira iniziale cede ben presto il passo al rosso arterioso tanto apprezzato dagli amanti dell’horror. Dardi, bombe, pallottole. Una carneficina impegnata in teoria, ma senza grandi pretese nell’atto pratico. Tanto rumore per nulla?  Anche se soltanto per lo sgranocchiare dei popcorn in sottofondo e per qualche risata fra amici lontani, potrebbe valerne la pena. (6,5)

lunedì 23 settembre 2019

I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02

Nel primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando, Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo; dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative, alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale: risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi, medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile, tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.  Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –, quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac. Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso d’irrisolto del titolo. (7)

Benvenuti a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi. L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante: l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta, sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark, quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per entrare nel mood di Halloween. (7+)

Erano giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti; il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)

venerdì 14 giugno 2019

Dear Old Mr. Ciak | Tutto su Almodóvar

2006. Un cadavere da occultare, un incendio doloso, una donna scomparsa. Partiamo in quarta. Partiamo con il migliore dei suoi film: quello insuperato. Lo splendido Volver, secondo soltanto a Tutto su mia madre in quanto a premi, ha le fattezze di un gineceo ospitale e coloratissimo. Irrinunciabile, nonostante il macabro delle tematiche affrontate e il carattere spigoloso delle padrone di casa. Per una volta tutt'altro che soffocante, la provincia madrilena è un porto sicuro che invita Penelope Cruz e sua sorella a gettare le ancore. A ripopolare le case infestate, grazie a tutta la vitalità di cui è capace la morte e a tutta la fatalità, al contrario, annidata nella vita. Se la prima fa i conti con l'assassinio del marito, l'altra chiacchiera amabilmente con lo spettro della madre. Sotto forma di un fantasma in incognito, la magica Carmen Maura lascia la tomba e aiuta i propri cari. In un paesello in cui sciogliere i nodi del passato confidando nella vaghezza del domani, si onorano i defunti e si disonorano le famiglie omertose. Ci si prende cura non tanto dei morti, quanto dei vivi. Volver ha in sé il dolce e l'amaro, gli sposalizi perfetti, una scrittura felicissima dal gusto teatrale. E un posto a sedere in un ristorante abusivo, che nella cella frigorifera custodisce l'armonia e i cadaveri. Mi ha insegnato che bisogna pensare alle stanze sfitte, non alle lapidi. Confidare nella furbizia, dire di tanto in tanto qualche bugia a fin di bene, senza rinunciare però al conforto del meraviglioso. (8,5)

2002. Più che a una conversazione somiglia a un sussurro. Negli ospedali sono proibiti gli schiamazzi. In corsia, al capezzale di donne sospese fra la vita e la morte, fanno conoscenza due amanti respinti: il primo, compagno di una torera dalla vita sentimentale messa al vaglio; il secondo, infermiere che ha fatto della guarigione di una danzatrice in coma una questione privata. Signorile e discreto, Parla con lei si concede le esibizioni di Pina Bausch e non il playback delle drag queen. I colori, più tenui, sono quelli delle cliniche private: addio alle carte da parati sfarzose, all'horror vacui degli arredi floreali. Meno scalmanato, pur non tradendosi mai, questo delicato esperimento è un'eccezione alla regola senza prosecutori. Peccato che un sentimento a senso unico, nel silenzio generale, rischi di diventare in fretta ossessione. I protagonisti rifuggono la solitudine e imparano il dialogo. Le loro donne sono davvero gusci vuoti? A riempirle intervengono passioni inquadrate fra passato e presente; le coreografie del balletto e della mattanza; i risvolti inattesi di una moderna tragedia, bella come un'opera lirica. Pedro parla con loro, e con noi. Di un grande cinema che si concentra sulle piccole cose. Di una bella addormentata e del suo goffo salvatore, che sognano amplessi fantastici – in una sequenza cult un lillipuziano passeggia sul corpo nudo della fidanzata fino alla porta aperta delle gambe – e altre condivisioni. Della vita che torna in circolo e, infine, germoglia all'improvviso. Qualcuno ci vedrà il peccato, qualcuno poesia da parafrasare. Qualcun altro, confuso ma felice, il miracolo. (8)

2004. Quando un maestro del travestitismo si maschera per scherzo da Ozon, non possono che nascere i thriller erotici sapientemente orchestrati. Quelli che ammiccano con il cinema, con l'aspect ratio, con la bellezza perturbante dei loro primi attori. Anticipatore della svolta noir portata poi ai massimi livelli con La pelle che abito, La mala educaciòn ha colpi di scena a raffica, ambientazioni un po' sofisticate e un po' pacchiane, una scrittura machiavellica come non mai. Bambola russa di storie dentro storie, è un film nel film. Una vicenda spacciata per vera, come suggeriscono i titoli di coda, in cui si parla dei misteri annidati nella sessualità, nelle infanzie e nelle produzioni cinematografiche turbolente. Tutto ha inizio con la perdita dell'innocenza ai tempi del collegio, con l'attrazione per un piccolo compagno di scuola che suscita immediatamente la gelosia di un sacerdote indegno della tonaca. Abbastanza per farne un racconto autobiografico materia di ricatto? Abbastanza per trarne una versione cinematografica, ma con un finale alternativo? La realtà supera l'immaginazione. E quest'ultima, in caso di traumi o falle, per fortuna vi sopperisce. In un cast maschile con attori en travesti per ospiti fissi, abbonderanno le scene torbide – il sesso è l'arma a doppio taglio per eccellenza, anche se la femme fatale è un lui – e gli ammiccamenti del bellissimo Bernal, insieme ai magheggi di un doppio regista e alla fantasia di un cinema in bilico fra genio e soap. Fra arrendevolezza – lo spettatore, infatti, va trattato coi guanti bianchi – e maleducazione irresistibile. (7,5)

1999. Successo irripetibile di pubblico e critica, premiato prima a Cannes e poi agli Oscar, se ne parla come di un fenomeno. Ogni giorno, sui social, almeno una pagina cinefila ne condividerà citazioni o frame. Chi non si è mai imbattuto nella donna in trench che indugia davanti al poster di Un tram che si chiama Desiderio? Chi, conoscitore o profano, non associa immediatamente il titolo in questione al nome del regista? A vent'anni di distanza dall'uscita, colpa di aspettative alle stelle, di Tutto su mia madre mi sono sfuggiti i meriti particolari. Suo film più rappresentativo – di un abbagliante rosso kitsch, sullo sfondo di una Barcellona LGBT –, non è fra i migliori. Ci sono una mamma inconsolabile, una suorina dubbiosa, una migliore amica transessuale e un'attrice affetta da mal d'amore. Non è una barzelletta, bensì l'inizio di un'amicizia vera, anche se c'è un problema: tre donne su quattro hanno avuto una relazione con il medesimo uomo, un fuggitivo che a sorpresa ha cambiato sesso e anche città. Se Cecilia Roth piange il figlio morto, però, Penelope Cruz sta per metterne al mondo un altro. C'è paura per l'Aids, e il rischio che il padre del nascituro si faccia vivo. E in mezzo c'è tanto cinema, il migliore, con maratone sul divano o pièce che ti tentano ad approfondire la Davis, la Leigh, Williams. Ma non mancano le cadute di stile, le sbavature, in una sceneggiatura che offre bellezza (il monologo di Agrado) e trash (la sorte della Cruz, il flashforward dell'epilogo). Tanto di Almodóvar, ed ecco spiegata la canonizzazione ufficiale, non tutto. (7)

1997. Si comincia alla lontana, in una Spagna sotto dittatura, e si arriva nel pulp degli anni Novanta seguendo la giovinezza di un ragazzo sfortunato: partorito su un autobus, finisce in prigione per colpa dell'amore a senso unico verso la nostra Francesca Neri. Lui la desidera, lei lo respinge e, fra i poliziotti intervenuti, c'è Javier Bardem. Lui sconta ingiustamente la pena, l'altra si lega al salvatore per puro senso del dovere. La libertà del protagonista, all'insegna della vendetta più dolce – il sesso –, unirà cinque solitudini e condurrà a un epilogo da film western. Poligono sentimentale lungo svariati anni, Carne tremula è un dramma del desiderio in cui tutti sono stati a letto con tutti ma, titolo a parte, di erotismo ce n'è poco. Grezzo, cupo, senza fronzoli o orpelli, è senz'altro invecchiato peggio di altre produzioni. Ma si domandava poco, lo ammetto, a un titolo minore. Sorprendentemente palpitante, in grado di ispirare simpatie e antipatie grazie all'umanità dei personaggi, può contare su incipit degno di nota fra le luminarie di Madrid e piccolissimi inciampi, lì dove spuntano armi e sparatorie: materia con cui il regista è poco a suo agio, ma apprezziamo lo sforzo. Dieci anni dopo riproporrà la stessa equazione di attrazioni, gelosie e ripicche con Gli abbracci spezzati: elegante e, purtroppo, gelido come nessuno. (7)

2009. Epopea amorosa fra un regista e la sua diva, legata per interesse anche a un crudele industriale, Gli abbracci spezzati si muove fra set, ville e grattacieli. Cambi d'abito, trucchi e parrucche. Di estrema classe, ma estremamente manierato, regala forse le sequenze più curate ma ha la sua debolezza nella prevedibilità di situazioni e personaggi. Si avverte la mancanza di matrone generose e schiette, qui offuscate dalle pose glamour di una Cruz, a onor del vero, bella come la compianta Audrey Hepburn. Ci si strugge, ma soprattutto per la latitanza della tipica autoironia che dà a questo thriller sentimentale l'aria di un algido e magniloquente contenitore hitchcockiano. È il film più americano di un regista, eppure, mai stato tentato dall'idea dell'espatrio. Il più lungo. Quello, in assoluto, dal titolo più bello. Lo avevo visto dieci anni fa, trovandolo un gioiello. Ma a una seconda visione non mi ha colpito altrettanto: il lavoro di fino di un Pedro diverso, un po' in ombra, che omaggia il noir dell'epoca d'oro e, con il pilota automatico, scrive una storia che gli appartiene ma non abbastanza. (6,5)

1989. Un po' giallo all'italiana, un po' commedia sexy, cosa non è Légami? Unica concessione fatta al Pedro delle origini, quello leggero e scollacciato dei primi film di culto, il film – il cui titolo è tutto un programma – racconta la convivenza morbosa fra una pornodiva e il suo stalker. Un giovane Banderas, pazzo di Victoria Abril, minaccia di tenerla legata alla testiera del letto fino a farla innamorare. Ogni dettaglio, dalla colonna sonora sopra le righe di Ennio Morricone ai nudi integrali, dai curiosi personaggi borderline a quello di un regista sporcaccione a un passo dal pensionamento, mostrano un Pedro che, senza scadere mai nella volgarità, diverte se stesso e noi con le prurigini e il tabù. Di sesso, probabilmente, non ha mai parlato altrettanto. E di sesso si parla dall'inizio alla fine, rinunciando senza grandi sensi di colpa alla consueta coralità, con una scrittura brillante che fonde sindrome di Stoccolma, sadomasochismo e romanticismo. Peccato per il finale, fin troppo rose e fiori. In una camera da letto di vizzi e viziosi, infatti, la stranezza maggiore resta una: quanto sono misteriose le strade battute di Cupido, spiritello dispettoso e beffardo? Su Netflix ce lo ha confermato Bonding: anche i dominatori sognano una fiaba d'amore. E nodi più forti. (6,5)

1988. Ci sono titoli che entrano nell'immaginario collettivo, talmente famosi da diventare modi di dire. Chi non ha mai definito così, sull'orlo, una conoscente che sta perdendo le staffe? Chi, più o meno consapevolmente, non pensa ogni volta agli eccessi di questa commedia d'interni? Nonostante sia ben lontano dall'opera d'esordio – lo precedono sette film, ma di quelli che ho poco desiderio di recuperare –, a Donne sull'orlo di una crisi di nervi spetta il primato di averlo lanciato a livello internazionale, mentre per la consacrazione toccherà aspettare Tutto su mia madre. Ironico, penserete, che definisca due titoli tanto rappresentativi al di sotto delle aspettative: ma tant'è. Caos metropolitano di letti bruciati, telefoni rotti e vetri infranti, la commedia al femminile racconta un'altra convivenza provvisoria. Carmen Maura, sedotta e abbandonata, droga del gaspacho per servirlo al traditore. Ma in casa, in un volare di oggetti buttati dal balcone e di ospiti intossicati, irrompono un'amica con manie di persecuzione e un'ex moglie di ritorno dal manicomio. Collaborazione istantanea, grottesca e verbosissima come piace a me, le Donne sull'orlo invecchiano bene grazie a un fascino senza tempo che si rifà al cinema degli anni Settanta e a una scrittura di levatura drammaturgica. Ma strepiti e folleggiamenti sono belli quando durano poco, e se fra un urlo e l'altro si infilano magari le riflessioni di Carnage o Perfetti sconosciuti. Altrimenti il mal di testa è servito, soprattutto ai danni di un taciturno come il sottoscritto, e questo gaspacho della discordia non lo si digerisce senza Alka-Seltzer. (6)

lunedì 4 marzo 2019

I ♥ Telefilm: La casa di carta | Unbreakable Kimmy Schmidt S04

Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Lo Stato, invece, fa l'opposto: ruba ai poveri per dare ai ricchi, generando in risposta scioperi, proteste e qualche vendetta miratissima. Succede questo nella Casa di carta: la serie spagnola di cui tutti parlavano e sparlavano e che al solito, annoiato a priori dal chiacchiericcio diffuso, ho recuperato soltanto ora. Possibile, mi sono domandato a fine visione, che in questo mondo si siano perse le mezze misure? Amato da qualcuno e detestato da altri, senza vie intermedie, questo heist movie a puntate ha in realtà pregi e difetti che tocca riconoscergli. Ventidue episodi ambientati in una manciata di giorni, un ambiente circoscritto e un genere che, su carta, neppure attirava particolarmente: come poteva reggersi la storia di una rapina epica – obiettivo, la Zecca di Stato: nessuna vittima da mietere, un assedio lungo quasi una settimana, una refurtiva di un migliaio di milioni –, senza annoiare? Ben pensato ma dallo spirito affatto serioso, realizzato per altro da spagnoli tanto esperti con il thriller quanto con la soap opera, La casa di carta unisce azione e introspezione, piani criminali e intrecci amorosi, in una formula vincente che soltanto nella seconda parte fa pesare le lungaggini. I rapinatori imbracciano mitragliatori potenti, portano nomi di città, indossano tute rosse e inquietanti maschere di Dalì, ma hanno storie personali da condividere: con lo spettatore, e con ostaggi a cui a volte ci si affeziona. Se la relazione fra gli insopportabili Tokyo e Rio, i giovani del gruppo, infastidisce per il bagaglio post-adolescenziale che porta con sé e le grane che genera, per fortuna ci si lascia coinvolgere dagli altri: Denver, tonto ma di buon cuore, che si invaghisce della donna che avrebbe dovuto freddare e fa i conti con il tenero papà Mosca; lo spietato Berlino, fascinoso e sardonico, con un tallone d'Achille da scoprire e nessuna voglia di dichiarare resa; il Professore e l'agente Raquel, soprattutto, che si avvicinano man mano in una romantica caccia con lui mente segreta dell'intera operazione, lei donna di potere vittima della misoginia dell'ambiente. Con un paio di interpretazioni di ottimo livello – su tutti, Alvaro Morte e Pedro Alonso – e più di qualche volto già scorto in Èlite, il mio recupero è filato liscio come l'olio benché, strada facendo, i piani della banda si complichino: mettete in conto voltafaccia, sacrifici, repentini cambi di rotta. Il soggiorno? L'ho apprezzato senza né amarlo né odiarlo, senza fare le ore piccole per scoprire quel che sarebbe stato di me e di loro, ma con tanta stima verso gli ideatori – qualcuno deve aver amato profondamente Breaking Bad: gli uomini qualunque trasformati in geni del crimine – e un orecchio di riguardo verso la colonna sonora già cult, con una sigla che passa anche in radio e la nostra Bella ciao, inno di una nuova forma di Resistenza. Mani in alto, questa è una rapina! Non opponete resistenza, collaborate, e tutto andrà per il verso giusto! Inutile fare gli eroi o gli alternativi, osteggiare con le azioni e le parole questi novelli Robin Hood soltanto perché di tendenza, nel bel mezzo di colpi pianificati nel dettaglio dove è cosa semplice scoprirsi affetti dalla Sindrome di Stoccolma. (7,5)

Conosciuta da poco e dopo poco, purtroppo, salutata. Con Unbreakable Kimmy Schmidt si era trattato dell'ennessimo recupero dell'ultimo momento, in previsione di un'ultima stagione che, appunto, alla fine non si è fatta attendere. Nel giro di un paio di mesi, così, ho conosciuto e detto addio a Kimmy: rossa tutto pepe in cerca del proprio posto nel mondo dopo quindici anni di prigionia. La protagonista, confinata in un bunker, scopriva in ritardo le meraviglie di New York. Sulla soglia dei trent'anni, poteva forse rivivere la spensieratezza che le avevano rubato? Sì, se in una comedy di quelle divertentissime e scritte a meraviglia, con tempi comici fuori dal comune e comprimari memorabili. Il momento dei saluti era inevitabile. Soprattutto se con il graduale procedere delle stagioni, quegli episodi più lunghi e sempre meno ispirati, quei protagonisti da sognare già felici e sistemati, avevano già fatto intuire la chiusura nell'aria. È stato meglio così. Unbreakable Kimmy Schmidt parte alla grande, si perde un po' a metà, ma recupera la verve nel congedo: cosa non da poco, sa quand'è meglio fermarsi. Le molestie dei produttori hanno sfiorato anche Titus, attore inoccupato che da anni e anni sogna le luci di Broadway: subirle o denunciare, oppure tacere e andarsene via? Jacqueline, non più la moglie trofeo degli inizi, è ormai la versione in carne e ossa della Princess Carolyn di BoJack Horseman: manager rampante, benché senza un ufficio tutto suo, qui al centro di un'appassionatissima lotta con il collega interpretato da un insospettabile Zachary Quinto. Lilian, invece, con quel misto di assurdità e struggimento che l'hanno resa subito il mio personaggio preferito, scopre che il suo palazzo sta per essere demolito: da lì la folle idea di abitarlo come fantasma, pur di non abbandonarlo mai. E Kimmy? Abbastanza sopra le righe da risultare potenzialmente il personaggio più antipatico dei quattro, chiude le danze con un nuovo obiettivo a lungo termine – diventare scrittrice per bambini – e senza una storia d'amore. Orpello inutile, in effetti, in una favola moderna in cui ci si salva da soli senza mai rinunciare alla magia delle giuste simmetrie: questo metaforico cerchio si chiude, così, con in sottofondo Il cerchio della vita e con un piccolo figurante che confessa a Kimmy di sentirsi meno solo quando c'è lei. Culmine ideale di un finale ordinato e ordinario, consolatorio, ad alto tasso emozionale, con tutto quello che i fan pretendevano e qualche guizzo aggiunto nella sceneggiatura. Sì, bambino, sì: con Kimmy a pranzo e a cena, mi sono sentito meno solo anch'io. (7)

sabato 20 ottobre 2018

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Apostle, Ghostland, Upgrade, La settima musa, Dark Hall

L'isola ai confini della realtà di The Wicker Man, la comunità ortodossa di The Village, la superstizione a confine con il paranormale di The Witch. Apostle, punto d'approdo dopo un lungo e turbolento viaggio della fede, racconta l'inquietudine di uno Stevens dallo sguardo allucinato – e il passato tragico del personaggio, simile per dubbi e vissuto al Garfield dell'ultimo Scorsese, poco giustifica gli occhi, i vezzi e i sussurri di un interprete che, ancora una volta, trovo l'anello debole di una produzione altrimenti interessantissima –, in missione per salvare la sorella minore: prigioniera di una setta legata a una misteriosa entità femminile e con a capo Michael Sheen, non così al sicuro sul suo scranno di profeta. L'isola sta morendo, un po' per un colpo di stato già nell'aria, un po' perché l'aridità minaccia di consumare i campi e i cuori dei fedeli. Se in un horror esoterico, con una morale ecologista piuttosto vicina a quella di Aronofsky, non mancheranno i sacrifici umani per placare un'anziana dea – agghiaccianti e rare le sue apparizioni, fra rovi d'improvviso fioriti –, sacrificando sull'altare della superstizione compaesani ribelli, fanciulle vittime di amori proibiti e ultimi arrivati. Ecco, allora, le teste trapanate e le mani monche, i laghi di melma che portano verso direzioni sconosciute, le streghe oscure e affascinanti di una mitologia quasi argentiana. Per fortuna, benché sia il nostro primo incontro ufficiale, a dirigere c'è il regista cult Gareth Evans: il gore del survival si tempra così con l'angoscia claustrofobica dei thriller psicologici, il lerciume dei contenuti si raffina grazie all'indiscutibile bellezza della regia, i risvolti fantastici parlano in realtà tra le righe dei mali della colonizzazione e di un proselitismo militante che miete vittime innocenti. In nome di un Dio, in definitiva, schiavo degli uomini. E di una fede cieca che, insieme, unisce e divide. Il risultato: una delle produzioni di genere più dense di quest'anno e, accanto ad Annientamento, a oggi, probabilmente il miglior film Netflix. La parabola oscura, eppure non senza speranza finale, non senza purificazione, di un autore con un disegno registico che non avrà del divino, no, eppure tanto basta. Per mietere, da qui in avanti, nuovi proseliti. (7,5)

Si apre con una dedica al genio di Lovecraft l'ultimo film del francese Laugier. Il regista dell'acclamato Martyrs, da me invece apprezzato giusta in teoria, torna con stile grazie a un horror che attinge impunemente dal genere – all'appello, maniaci, burattini, spettri e streghe, cannibalismo – e non si può dire che questa volta vada tanto per il sottile. Sconcertante per chiasso, efferatezza e sovrabbondanza, Ghostland è un campionario di luoghi comuni rozzo e disordinato, urlante e sempre in fuga. La storia: quella di due sorelle prigioniere di una coppia di psicopatici. Non sarà facile dimenticare, soprattutto quando una delle due – la Crysal Reed di Teen Wolf, diventata scrittrice dopo l'accaduto – torna a casa per sostenere la problematica Taylor Hickson, gravemente sfregiata proprio durante le riprese. Le protagoniste, ragazzine amanti delle storie dell'orrore, diventano loro malgrado parte di una di esse. In un'ora e trenta si sgolano, vengono picchiate e inseguite, si divincolano: infine, ricominciano da capo. Altre giovani donne prigioniere, dunque; altre martiri di un autore che si diverte a tormentarle, a tormentarci, con un film fragile ma efficace. Kitsch, zeppo di eccessi e cianfrusaglie come lo è, d'altronde, la casa del titolo italiano, questo baraccone di sevizie, cliché e salti in poltrona paura non ne fa, ma affascina. Grazie ai toni fiabeschi e al colpo di scena a metà, per quanto intuibile, che celebra il potere immaginifico della scrittura – e, insieme, del cinema – contro l'impedimento di qualsiasi gabbia. (7)

Un meccanico e sua moglie vengono aggrediti in un quartiere malfamato: la donna muore e lui, ridotto a un vegetale, vive per vendicarsi. Messa così, nulla di nuovo sotto il sole. Ma Upgrade, che a sorpresa in rete colleziona medie esagerate e spettatori già fan, ha dalla sua le ambientazioni: non siamo negli anni Settanta del Giustiziere della notte, ma in un futuro distopico alla Black Mirror in cui la tecnologia ci ha superati e i miracoli della medicina hanno un nuovo volto. Quello di giovani scienziati che al vedovo propongono una soluzione prodigiosa: un microchip per dargli finalmente mobilità. Guidato da un'intelligenza artificiale, il protagonista e il suo sistema operativo si danno a una canonica caccia al colpevole. Le luci al neon sono le stesse di Refn, i commenti ironici quelli degli ibridi più tamarri, le mosse – scontate, in un finale pieno di tentati colpi di scena – quelle di un giallo già visto. Non è nemmeno l'originalità degli sfondi, dunque, a giustificare la popolarità del fanta-thriller a tinte splatter con Logan Marshall Green: non troppo a suo agio, a onor del vero, con un personaggio sarcastico e manesco in stile Bruce Willis. Perché allora tanti plausi per l'ennesima riscrittura del mito di Frankenstein, che qui attinge da RoboCop a Ex Machina divertendo nel mentre, sì, ma senza innovazione? Vendicarsi, nel futuro, sarà infatti più semplice ma non meno letale. Per un upgrade del revenge movie – qualcuno ha fatto il nome della Fargeat? –, meglio tuttavia cercare altrove. (6,5)

Era stata la visione di Veronica e Marrowbone a ispirarmi in tempi recenti una piccola ode all'horror d'importazione iberica. In un panorama a corto di idee che ormai poco ha da offrire, quando il mistero e la paura parlano spagnolo le sorprese sono spesso garantite. Avrebbe forse fatto eccezione il veterano Balaguerò? La critica, insoddisfatta, scriveva amaramente di sì: La settima musa non piaceva ai più. Come accade in questi casi, l'ho visto allora per amore di completezza: le aspettative ridimensionate per forza di cose. È bastata la lettura di Alighieri in apertura per lasciarmi affascinare da una storia che di letteratura parla, e che dunque non poteva non piacere a uno studente di Lettere che crede nel potere delle parole, nella bellezza di una Irlanda battuta da pioggia e vento, nella purezza di un filone che sa stupire senza inganni sulla scia di dame velate, case buie e manicomi abbandonati. Cosa conduce un professore in lutto e una mamma stripper sulla scena di un omicidio rituale? Quale entità animava la penna di Shakespeare? Cosa speravano di ottenere prima di andare incontro a morte certa i membri del Cerchio Bianco, lettori con il pallino dell'esoterismo? Le incarnazioni delle mitiche muse si muovono in mezzo a noi. Ingannano, ammaliano, uccidono. Due personaggi dall'ambiguo ruolo chiave si fanno strada così in un horror punta-e-clicca, che prende in prestito qualche immagine dalla triologia di Argento e, grazie alle atmosfere natualmente lugubri e a colpi di scena indovinati in un epilogo agrodolce, fa dimenticare i difetti di uno spunto destinato presto a essere semplificato, assieme alla recitazione incerta del cast seminoto – in ruoli di supporto, citiamo la Potente e Lloyd. I segreti stanno, al solito, nei buoni sentimenti, nella presenza di bambini da preservare, nello stupore un po' infantile al cospetto di horror a cui mancherà senz'altro qualcosa ma non, complice stavolta lo zampino delle figlie di Zeus e Mnemosyne, l'ispirazione. (6,5)

Ho varcato le porte della Blackwood leggendo il romanzo di un'autrice da noi poco celebrata. Lois Duncan, eppure, ha una produzione di tutto rispetto e pioniera del genere, maestra del guilty plesure, al cinema ha regalato già un cult negli anni Novanta: chi non ricorda, infatti, l'uomo uncinato e il cast di So cosa hai fatto? Senza sorprese, Dark Hall – atteso senza aspettative, nonostante la regia di un Cortés che dai tempi di Buried insegue invano un altro film vincente – non rischia di bissare il successo del teen horror scorso ma, purtroppo o per fortuna, nemmeno di avvicinarsi ai batticuori in salsa gotica di Stephanie Meyer. Rispetto al romanzo, piccolo Young Adult degli anni Settanta debitamente aggiornato, abbiamo una protagonista più problematica; cinque e non quattro studentesse prodigio; una scuola meno prestigiosa, alternativa giusto al carcere minorile, gestita con il polso di ferro e l'accento francese da una carismatica Thurman. Il soggiorno, all'insegna di una educazione fatale per qualcuna delle protagoniste, regalerà paura e ispirazione. Mentre il romanzo non calcava la mano sulla natura diabolica della Blackwood, il film arricchisce, modifica e migliora quando serve: si andrà perciò di frequente incontro a destini cruenti; non mancheranno gli sprazzi horror, relegati però ai soli incubi; si amplia quell'epilogo tutt'oggi poco all'altezza, ma senz'altro meno frettoloso, tra flashback aggiunti e fiamme realizzate in una discutibile computer grafica. Buona la regia, nonostante la modestia del progetto; bella la ex bambina prodigio di Un ponte per Terabithia, nelle vesti di una protagonista invischiata in un'indagine meno macchinosa che su carta. Ma al cinema, pur aumentano i piccoli brividi e la conta delle vittime, tocca fare i conti con un pubblico ormai smaliziato. Perfino davanti a una ghost story non così classica, non così adolescenziale, ma dalle implicazioni ampiamente sorpassate. (5,5)

lunedì 15 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Élite | The Affair S04

Indossano le divise inamidate e le facce da schiaffi dei rampolli di Gossip Girl. Condividono i legami pericolosi e i segreti di How to get away with murder. Si parla di sesso e stupefacenti come in Skins, e non si ha paura di esporre generosamente i corpi o di rivolgersi all'occorrenza allo spacciatore di fiducia. È da una versione meno politicamente corretta di Tredici, però, che si prendono in prestito il cadavere di un'adolescente scomoda e tabù a fantasia. L'enorme differenza è che non siamo né nell'Upper East Side né in una serie a tesi pensata per un pubblico di adolescenti pudibondi. A spalancarsi, infatti, sono le porte di una scuola privata spagnola in cui non esistono censure o benpensanti. Si assisterà agli intrighi e agli amori dei teen drama di ogni dove, quindi, ma calcando la mano. Spesso esagerando non poco, vero, fra omosessualità e fondamentalismo religioso, truffe e gravidanze in forse, zuffe e discriminazione. Ma sono uno spettatore che rinnega talora le mezze misure e, se si tratta di guilty pleasure, pretendo siano così: divertenti e svergognati. Dopo La casa di carta, Netflix e la Spagna sono pronti a mostrarci lo scoppio della rivoluzione in un laccatissimo microcosmo impreparato all'ingresso del proletariato. A scuola ci sono tre nuovi studenti da scrutare con la puzza sotto il naso, infatti, e vengono dai bassi fondi: il timido cameriere Samuel nasconde un fratello galeotto e una cotta per una ragazza impossibile; Cristian, belloccio pronto a svendersi in cambio di un posto al sole, si lascia coinvolgere in un allettante mènage à trois da una coppia di fidanzatini in crisi, pronti a contenderselo per infantile capriccio; Nadia, musulmana praticante, indossa il velo a lezione, diventa l'oggetto di una scommessa erotica alla Cruel Intentions e protegge un fratello gay (in coppia proprio con un tennista della stessa scuola) dalle reazioni repressive di una famiglia troppo religiosa. Li unisce, li divide e li fa scoppiare, gettando prima il sasso e nascondendo poi la mano, la sfuggente Marina: sedicenne ribelle che si trasforma pian piano in vittima imperfetta, con una doppiezza e un'ambiguità che la collega Hannah Baker – capro espiatorio come lei – probabilmente si sognerebbe. Chi l'ha uccisa? Anzi, maestra di frequenti inimicizie quale era, chi l'avrebbe voluta viva? Gli spagnoli si confermano insuperabili con il giallo e gli eccessi delle telenovelas: alla combinazione tra le due cose, al trash che crea dipendenza vera, perciò non si resiste. Ricco, sfrontato, a nudo, Elite scotta per forma e contenuto, rivelandosi con malizia ben più colpevole delle serie affini. I suoi capi di imputazione: detenzione e spaccio, falsa testimonianza, omicidio colposo, atti osceni in luogo pubblico. Che dopo questi otto episodi introduttivi, allora, torni presto in aula: magari sexy e recidivo proprio come lo abbiamo conosciuto, pronti a dichiararlo l'imbattibile guilty pleasure di questa annata. (7)

Riallacciare i ponti con The Affair senza prima passare dalla terza stagione, definita disastrosa da spettatori di fiducia che, come me, avevano apprezzato per due anni consecutivi questo dramma che sempre di sesso, voltafaccia e menzogne parlava. L'ho fatto, sì, in nome di una serie che sembrava essere ritornata fortunatamente agli antichi fasti, sui propri passi, violando una regola non scritta nel manuale degli spettatori seriali: mai barare. C'era il senso di colpa. C'era il presentimento che mi mancassero i nessi logici, le basi, avendo saltato quasi per intero il precedente arco di episodi. Più forte, però, era il desiderio di qualcosa di valido, di qualcosa di ben scritto, se su altri fronti le incensatissime Sharp Objects e Maniac deludevano. Ho fatto bene, decisamente, e da qui sorge una domanda quanto mai piena di sconcerto: perché il passato scivolone, con un pessimo Fraser nel cast e nuove parentesi affatto convincenti, responsabile forse di aver fatto abbandonare a tanti un prodotto che a sorpresa aveva ancora molto da dare? Sono passati un numero imprecisato di anni dai fatti della prima stagione. Sono cambiati i partner, le città, il numero dei figli a carico, la conformazione delle famiglie. A restare è una struttura bipartita che mostra i quattro protagonisti allo specchio, al bivio: ognuno con una propria storia, ognuno con una versione dei fatti. Partiamo da Dominic West, lasciato prima dalla moglie e poi dall'amante, che dopo un best-seller e il carcere scopre la vocazione all'insegnamento e si trasferisce a Los Angeles per il bene di figli che, tuttavia, poco lo considerano: sarà uno studente talentuoso e ribelle a motivarlo, quando tutto sembra perso. Maura Tierney, la ex livorosa, fa invece i conti con la malattia del nuovo compagno – il chirurgo Vic, personaggio a cui si vuole un gran bene – e le tentazioni di Emily Browning, libertina vicina di casa. Ruth Wilson, da sempre donna fragile e problematica, ha avuto intanto un'altra bambina, frequenta un altro uomo – Ben, reduce di guerra perfino più fragile e problematico di lei – e, colta sull'orlo dell'abisso, rischia purtroppo di oltrepassare il punto di non ritorno. Questa, però, è la stagione per eccellenza di un Joshua Jackson in cerca di rivalsa e di se stesso: ora tradito, ora traditore, tenta di esorcizzare lo spettro del primo amore e, attraverso cinque compiti da portare a termine, di dire addio al ricordo di una Alison irraggiungibile. Che fine ha fatto quella Wilson ferita nell'anima, presenza evanescente sin dal primo episodio? In un viaggio a tre verso Princeton nasce un'impensata collaborazione tra West e Jackson, storici rivali costretti a riporre l'ascia di guerra per la donna a cui entrambi tengono ancora. Ci sono meno rancori, meno bugie, ma ugualmente tanti segreti. Scarseggia il sesso spinto, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti (il nono episodio è uno shock) e a qualche rara caduta di stile (vedasi i padri che ritornano per un trapianto di reni, oppure le gravidanze inattese) grazie a una coralità compatta, prima dislocata e poi d'improvviso riunita, galeotta una Alison che fa da mastice e mistero. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso, con un sospiro di sollievo, può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato nel profondo, io davo già per persa. Chiodo scaccia chiodo: lo sanno bene i protagonisti, tentati dall'idea della pace. E così, allo stesso modo, un grande ritorno scaccia al suon di dialoghi intensi e prove viscerali un errore di percorso che, a proposito di The Affair, ci era parso un tradimento imperdonabile. (7,5)

venerdì 8 giugno 2018

Mr. Ciak: Il sacrificio del cervo sacro, Assassinio sull'Orient Express, Marrowbone, The Strangers: Prey at Night

Yorgos Lanthimos. Un nome affermato, una garanzia di perfezione formale e insensata cattiveria. Prima la famiglia vittima di sé stessa nell'interessante ma da me odiato Kynodontas. Poi la distopia di The Lobster, in cui la solitudine era una malattia da debellare. Adesso, l'America borghese di The Killing of the Sacred Deer. Il cast blasonato, le villette simmetriche, una Ellie Goulding assurdamente inquietante nella colonna sonora e questa volta, sin dal titolo, un'inconfondibile matrice greca, tragica. Il chirurgo di Colin Farrell ha mani infallibili, due figli e, a letto, la moglie di un'algida Nicole Kidman con cui consumare innocue fantasie necrofile. Cosa lega il capofamiglia a un misterioso adolescente che lo tiene sotto scacco, costringendolo allo stesso sacrificio di Agamennone? Forse una maledizione da non spiegare mai, forse una connaturata persuasione. Le dinamiche tra Farrell e il sinistro Barry Keoghan sembrerebbero quelle sottili di un home invasion in cui tutti possono essere soggiogati o sedotti – su carta, infatti, si è nei territori di Pasolin e Ozon. Il ragazzo invece non si accontenta degli orologi, dei pranzi pagati, delle attenzioni di una famiglia perfetta: desidera vendetta, e di quelle che sfuggono a qualsiasi spiegazione logica. Lanthimos, al solito, provoca, stranisce e nega facili soluzioni. Bravissimo ma imperscrutabile, firma un'altra opera difficile da digerire. Splendido e ributtante, The Killing of the Sacred Deer mi è piaciuto e mi ha fatto schifo insieme – visto lo scorso dicembre, mai metabolizzato, trova ora spazio sul blog e in sala. Tiro al bersaglio con suoni martellanti e immagini ipnotiche, colpisce alla cieca il cuore e il nucleo familiare. Ti immobilizza. Poi gli occhi sanguinano. La morte – delle certezze, del cervo caro ai folli e ai greci – giunge alla fine. Nemmeno quella, però, porta pace. Tocca stare al gioco e basta, come quei personaggi smarriti al centro delle stanze, schiavi della tyche; come quegli attori grandissimi, qui volutamente meccanici e alle prese con dialoghi stranianti. Vittime, noi e loro, di lunghe carrellate e di campi più lunghi ancora. Di un regista che si crede Kubrick, Haneke, Dio, e non a torto. (7,5)

L'ho letto lo scorso inverno proprio su un treno, ma il mio primo Agatha Christie non entusiasmava. La trasposizione di un regista abile e fedelissimo, quando si tratta di rimaneggiare grandi classici, dunque non urgeva. Perché affrettarsi, perché ripassare tanto presto l'ABC della teatrale maestra Agatha? Sono passati così quei sei, sette mesi d'ordinanza. Quel che basta per recuperare Assassinio sull'Orient Express in qualità blu-ray e, soprattutto, in lingua originale: la visione sottotitolata è obbligatoria, infatti, con quel cast polifonico; con un doppiaggio che questa volta appiattisce e irrita. Com'era prevedibile, l'intreccio resta intoccabile: un convoglio di lusso che punta al cuore dell'Europa, un detective a bordo, il delitto del gangster Depp ad atterrire (tra gli altri) suor Cruz, la contessa Dench, l'ereditiera di una Pfeiffer in forma smagliante – una compagnia di nomi abbastanza risonanti, insomma, da potersi permettere caratteristi d'eccezione come la Coleman, Jacobi o Gad fra i dipendenti. A capitanarli, un fascinoso Branagh qui in doppia veste: meno gigioneggiante e despota che in passato, l'attore shakespeariano ha un accento naturalissimo e la tentazione di strafare, di cedere al teatro, soltanto nell' interrogatorio finale in cui avanza verso sospettati allineati con le stesse simmetrie di Leonardo da Vinci. Come regista, invece, fa volteggiare la sua macchina da presa con eleganza anche in un ambiente all'apparenza limitante; non annoia né favorisce qualche attore in particolare; aggiunge bei cenni di modernità, tra discriminazioni, rare concessione alla computer grafica, riferimenti alla vita sentimentale di Poirot e una chiusa d'impatto, che sospende i giudizi morali. Assassinio sull'Orient Express procede laccato, attinente e rigoroso fino alla meta pattuita. Non si capisce francamente il parlarne male, equilibrato e di tutto punto com'è. Non si capisce, però, neppure il continuo bisogno di adattarle e riadattarle, storie di cui noto il colpo di scena, svanito l'appeal. Nonostante in comfort del viaggio. (6,5)

Quattro orfani inglesi. Il Nuovo Mondo, un nuovo cognome. La fuga oltreoceano da qualcuno – qualcuno con il loro stesso sangue maledetto – che non deve trovarli. Vivono in un fortino fatiscente in cui, al bando gli adulti, tutto è un lungo gioco, tutto è un segreto da tacere. Nessuno deve sapere che vivono soli, senza un tutore. Nessuno specchio incrinato deve essere liberato dal suo drappo. Ci sono cose a cui, eccetto il piccolo di casa, non si fa cenno. Stranezze, spifferi, uno spettro inquieto come quinto inquilino. Ancora segreti, gelosie, macchie scure. Sul soffitto, nella coscienza. Un avvocato assetato di denaro e l'amore del primogenito per l'inarrestabile Anya Taylor-Joy rischiano di infrangere l'idillio dei giovani Marrowbone – loro, e le assi della soffitta che di notte non smettono di scricchiolare. Hanno i volti di alcuni degli attori più talentuosi delle nuove generazioni – Charlie Heaton, Mia Goth e, da Captain Fantastic, un bravissimo George MacKay – e il candore, la complicità, dei personaggi del Giardino Segreto e Una serie di sfortunati eventi. L'uomo sbarca sulla luna, ma i loro hobby inconsueti sembrano fuori dal tempo. Internet ti suggerisce si tratti di un horror eppure, per un po', sembra di assistere a un film vecchio stile, con atmosfere gotiche ma fiabesche e vicessitudini da racconto d'avventura. Dotato di una fortissima componente emotiva, con un colpo di scena capace di renderti vicino il soprannaturale, Marrowbone non tradisce la classicità delle sue ispirazioni romanzesche né, checché ne suggeriscano le ambientazioni, la sua provenienza europea. Scrive e dirige, infatti, Sergio G. Sanchez, già sceneggiatore dello struggente The Orphanage. Benché non ai livelli del suo titolo di maggior successo, Sanchez – qui al suo esordio alla regia – confeziona un film forse già visto, ma abbastanza raro. Perché ti ci affezioni nel mentre, e ti emozioni. Perché sotto il lenzuolo di questo fantasma batte un cuore grande e spezzato, e decifrare i suoi sussulti, le sue richieste, rende la convivenza una metafora che sa di malinconia. (7)

Sono passati dieci anni dall'uscita di The Strangers, thriller già di per sé poco memorabile che ricordo come la versione a stelle e strisce del francese They e quella meno divertente di You're the Next. L'idea di un sequel appariva fuori tempo massimo nell'era in cui The Purge – home invasion a tinte distopiche – macinava proseliti e capitoli su capitoli. Prey at Night con il film con Liv Tyler ha poco a che fare. Capitolo indipendente, per non dire così scollegato da risultare immotivato, non si rifà al logorio di un filone che vive di spazi ristretti e case d'improvviso claustrofobiche, ma segue le disavventure di una famiglia intrappolata in un parcheggio per roulotte. I genitori glamour di turno sono Martin Handerson e Christina Hendricks (quest'ultima sì procace, ma non abbastanza da usare l'ingombro della sua quinta misura come arma di distruzione di massa); la figlia ribelle, invece, è la sempre espressiva Bailee Madison, lasciata bambina ai tempi di Hai paura del buio e qui trovata sexy scream queen. È proprio la notte buia e nebbiosa dei racconti dell'orrore. E se in un survival di quelli senza fronzoli, senza trame innovative, si scappa, si crepa e s'ammazza, incalzati da serial killer mascherati che uccidono perché possono. Tra i superstiti, la regia del Johannes Roberts di 47 metri, che qui gioca a fare John Carpenter tra campi lunghissimi, zoom schiaccianti e un'immancabile colonna sonora anni Ottanta; un gusto piuttosto raffinato, che si nota nel taglio stilistico e nella messa in musica di qualche omicidio in particolare – la sequenza in piscina con le luci al neon e Total Eclipse of the Heart è d'esempio. Il difetto: il ritorno di The Strangers sugli schermi è anacronistico proprio come ci appariva in partenza, ininfluente. Avrebbe potuto avere un altro titolo. Avrebbe dovuto giustificare l'attesa; passaggi della staffetta che vanno avanti da due lustri e, adesso, da due film. Non sarebbe stato meglio chiuderla prima, la stagione della caccia? (5,5)

mercoledì 19 luglio 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #1

Chi mangia troppo, chi mangia troppo poco. Chi ha appeso un sogno al chiodo. Chi aspetta un bambino. Nella clinica gestita dal dottor Keanu Reeves fa il suo ingresso una Lily Collins sempre più brava, sempre più bella, costretta a fronteggiare quei demoni conosciuti in prima persona. Magra come un chiodo, incazzata con il mondo, sta perseguendo questo folle progetto: lasciarsi morire. Si va di psicologia spicciola, si procede con le belle parole (tutto passa, vedrai). Fino all'osso, leggero ma brutale, è un ricovero coatto in una casa piena di altri casi umani, quando le ipotesi e le promesse di pronta guarigione non sortiscono effetto. Sarà che mal comune è davvero mezzo gaudio. Sarà che ci si salva da soli, sì, ma le attenzioni di un eccentrico inglese che pretende baci e fiducia aiutano a fare pace con il proprio riflesso. Il disagio della protagonista parte da lontano. Lo stomaco, così, ha assecondato la lista delle sue mancanze. I suoi compagni, tra bugie e colpi di testa, ispirano orrore e simpatia. Trovano continui mezzi per farsi male – correre in cerchio nella stanza, stancarsi a furia di addominali – ma, per tutto il tempo, cercano una buona ragione per sopravvivere. E qualcuno ce la fa, qualcuno no. Nello stile di It's a Kind of Funny Story e Altruisti si diventa, Fino all'osso diverte e colpisce forte con un zoom sull'anoressia che non trascura gli occhi lividi, le costole sporgenti, il peggio di un corpo allo stremo. Messo allo stecchetto ma affamato di emozioni, è di un già visto che è necessario rivedere – soprattutto con questi toni sardonici, con questo cast ricchissimo. Lascia un angolino a fine pasto per la speranza. Voglia di abbuffarsi con queste storie qui, di adorabili ragazzi interrotti, e di imparare a respirare daccapo. L'adolescenza tira in dentro la pancia, si vede brutta, schiva la bilancia. Pesa. (7)

Sarah è una donna sull'orlo di una crisi di pianto: depressa, deve sobbarcarsi interamente il mestiere di madre. Mandy ha uno spirito anticonformista e i capelli che cambiano colore seguendo gli stati d'animo. Parlandovi di loro, dovrei aggiungere che a un certo punto si incontrano: mentirei. Le protagoniste di Lovesong si conoscono da tutta la vita. Lontane ma presenti, complice l'alcol e un bacio strappato, non sono soltanto migliori amiche. Rivedersi tre anni dopo per il matrimonio di Mandy. E, tra dubbi e ripensamenti, fare chiarezza. Ci si può amare senza ammetterlo? Dare in affitto il cuore ma lasciare il posto vacante per un'ospite, significa tradire? Lovesong è una canzone improvvisata, che non ha picchi e non ha ritornelli. Indefinibile, misteriosa, e per questo mai banale. Sulla persistenza dei sentimenti umani, e la loro assoluta vaghezza. Dramma liminare e sommesso, non vuole raccontare un altro amore omosessuale senza inizio e senza fine. Bensì qualcosa di meno e qualcosa di più. Travalica con discrezione il confine dell'amicizia, ma non oltrepassa i limiti. Timidamente, Jena Malone e Riley Keough se ne stanno sulla soglia per tutto il tempo – la prima nella sua comfort zone, l'altra di una maturità interpretativa straordinaria. Si incontrano in una parentesi, di tanto in tanto. E richiede più tempo studiarsi, vincere la ritrosia, che darsi. Ci sono, di mezzo, la lentezza di un certo cinema, silenzi parlanti, l'attrazione incontrovertibile travestita da simpatia. Gli sguardi lunghissimi, significativi, belli, che ti fanno venir voglia di urlare, in cima alle montagne russe. (7)

L'hotel che ospita il ballo di fine anno. Due coppie, una notte. La prima è in crisi matrimoniale. La seconda, di diciottenni alle prese con l'estate delle grandi scelte, si è composta per caso al termine di un prom al di sotto delle aspettative. Da un lato un sentimento che finisce, dall'altro uno che nasce da una serata di pugni sul naso e pessimi cocktail. 1 Night piace a prescindere per il poster e il quartetto di protagonisti – Anna Camp e Justin Chatwin, Isabelle Fuhrmann e, direttamente dal fiacco The Path, Kyle Allen. Belli, diversissimi per aspetto ed età, ma uniti dalle magiche simmetrie di certe sceneggiature e di dialoghi così, che san proprio di vero. 1 Night, in un'ora e un po', confronta generazioni e relazioni. Quanto è facile darsi per scontati? Possibile usare una coppia ai primi passi a mo' di promemoria? L'amore, in fondo, è una macchina del tempo. Sulla scia dei ricordi felici e della surreale “cometa” di Sam Esmail, viene fuori un film allo specchio: meno bizzarro e meno memorabile di quanto ci si aspetterebbe, ma per fortuna non meno godibile. Ci sono i bagni in piscina e i soffitti da contemplare nelle stanze d'albergo, la nostalgia e le farfalle. Cinquanta percento teen comedy, cinquanta percento dramma matrimoniale. Il tutto, rigorosamente indie. E, in certe sere, basta. (6,5)

Il primo ragazzino nato su Marte torna sulla Terra. Nessuno sa di lui, se non una coetanea con cui ha stretto una fitta corrispondenza online. Come comportarsi senza sembrare un alieno appena sbarcato dall'astronave, letteralmente? The Space Between Us è il racconto di un'adolescenza in orbita. Se fosse un romanzo, sarebbe uno di quei young adult che incastro volentieri tra una cosa e l'altra. Da Marte, infatti, non arriva soltanto la subdola creatura del mediocre Life, ma anche un visitatore che somiglia a Asa Butterfield – è cresciuto, Hugo Cabret, ma la faccia da eterno bambino e il poco carisma non aiutano. Sua dolce metà, quella Britt Robertson che fa sempre piacere rincontrare. In fuga da Gary Oldman, i due ragazzi si danno a un viaggio in macchina in cerca del padre di lui e dell'amore. Seguendo la pioggia e l'oceano. Ma l'atmosfera, purtroppo, rischia di schiacciare chi (in preda all'euforia) ha scordato la propria natura. Il film cita Il cielo sopra Berlino, ma ricorda più Bubble Boy o Sbucato dal passato. Quelle commedie degli anni Novanta con una resa più che discreta e una scrittura televisiva; un'idea originale, ma un po' buttata via. Tenero, prevedibile e di buon cuore, però, regala due ore senza peso che non pretenderei indietro. (6)

Sandra Oh e Anne Hache, brave come non mai, sono ex compagne di college che si danno da sempre sui nervi. La prima, moglie trofeo; l'altra, artista che sbarca il lunario come cameriera. Sullo sfondo, New York: una città abbastanza grande per evitarsi. Mettile insieme una sera, durante la stessa cena. Rissa inevitabile nell'androne. Capelli strappati, calci e pugni. In mezzo c'è il non detto, un'antipatia viscerale che fa ridere e preoccupa. Qualcosa va male. In momenti diversi, nell'arco del bizzarro Catfight, entrambe saranno destinate a un colpo in testa e a un coma lunghissimo. Cosa si sono perse nel mentre? La commedia nera di Onur Tuker fa sì che le loro sorti si alternino: la ricca diventa domestica; la povera, pittrice affermata e in dolce attesa. In TV passano le notizie di un conflitto fittizio in Medio Oriente (colpa di Trump?), con tanto di ritorno alla leva obbligatoria. Pur di non pensarci su, le due si aggrappano all'unica certezza che resta: odiarsi. Film di botte da orbi e dialoghi implacabili, sarcastico e non troppo demenziale, Catfight riflette sui corsi e i ricorsi storici; la fugacità dell'amore; la persistenza dell'antipatia; la paura del futuro. Mette al tappeto, ma la riflessione scatta a scoppio ritardato. Con un po' di sforzo. Quando ricerci il senso di quello che hai visto, a fine visione, e lo trovi, ma con l'intoppo. Lascia un sorriso amaro, un po' di disturbo, qualche escoriazione. (5,5)

Una camera d'albergo. Una donna riversa in una pozza di sangue. La porta chiusa dall'interno. Com'è entrato l'assassino? Soprattutto, com'è uscito? L'odissea di Adriàn e Laura è iniziata così: un contrattempo, e un giovane uomo d'affari imbocca una strada secondaria. La proverbiale strada nuova preferita a quella vecchia lo porta a scontrarsi con un automobilista: il ragazzo muore. Denunciare il delitto ed esporsi mediaticamente? I due amanti diabolici fanno sparire il corpo. Cosa collega i due crimini, le due morti, a parte la presenza del sospetto Adriàn? Gli spagnoli e la suspance fanno faville. Oriol Paulo, già autore degli ottimi El Cuerpo e Con gli occhi dell'assassino, confeziona con Contratiempo un giallo hitchcockiano che non lascia scampo. All'immagine di apertura, brillante, risponde una trama di sottili cambi prospettici, ipotesi, slittamenti che sconvolgono le carte in tavola. Contratiempo è serrato e intricatissimo. Il trucco c'è ma non si vede. Nella sua voglia di sorprendere a ogni costo, qui e lì, la verosimiglianza si perde. I piani machiavellici di Paulo, i suoi collaudati colpi di scena, sembrano improbabili. Però Contratiempo è un film di genere che, costi quel che costi, tiene alta la guarda e dà quello che promette: cosa non da poco, ti sorprende. E l'essere preso in contropiede, quell'esclamazione di meraviglia che ti strappa di bocca, conta più di qualche passaggio frettoloso o di risvolti troppo eclatanti per essere veri. I tasselli si incastrano, basta aspettare. Basta non toccarli. Perché l'equilibrio, forse, non è che un'altra illusione. (7+)