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mercoledì 29 aprile 2026

Le migliori novità in streaming: Beef S02 | DTF ST. Louis | Il signore delle mosche | Love Story

Loro, Isaac e Mulligan, sono i manager di un golf club acquisito da una matriarca che sguazza nel torbido: in crisi, riversano l'amore che resta sul bassotto. Gli altri, Melton e Spaeny, lavorano come factotum nello stesso club: giovani, belli, innamorati, sgomitano per la promozione e per l'assistenza sanitaria. Come nella stagione precedente, tutto parte da una lite furibonda. E, ancora una volta, i toni vengono portati all'eccesso quando i conflitti personali si specchiano nei conflitto di classe. Un po' come nell'ultimo Guadagnino, i boomer sfidano la Gen Z: chi ne uscirà – se non vincente – almeno più pulito? Cinica, arguta, urlatissima, Beef può contare su un cast di stelle – anche se è quella del buffo e struggente Melton, a sorpresa, a brillare più forte – e su una certezza incrollabile: nessuno batte i coreani, quando si tratta di rivalsa. Ancora più divertente della prima stagione, ma appesantita dalle tinte inutilmente crime del finale a Seul, la serie antologica chiarisce ciò che Materialists non aveva avuto il coraggio di confessare. Il capitalismo è il grande nemico dell'amore romantico. I soldi ci cambieranno tutti: cambieranno tutto. Amarsi, però, significa accettare il peggio del nostro partner: no? (7,5)

Nessuno è normale se visto da vicino. È la frase che ricorre più spesso in DTF St. Louis: una delle serie più strane, sfuggenti, belle di quest'anno. È una commedia nera? È un thriller erotico? È tutto e il contrario di tutto? Voyeuristica, goffa, volutamente cringe, racconta il risveglio di un trio di cinquantenni dell'estrema periferia. Lui, Bateman, è un meteorologo insoddisfatto. L'altro, un Harbour da Emmy, è un interprete della lingua dei segni che patisce la disfunzione erettile e i chili di troppo. Tra loro, c'è Cardellini: la moglie del secondo. C'entrano un'app d'incontri e un appuntamento in cui scappa il morto. Scritta e diretta da Steven Conrad, con un cast in stato di grazia, la serie ruota intorno a un triangolo in cui non mancano né i feticismi né le tenerezze, mentre indaga il detective Jenkins: chi ama chi, soprattutto quando c'è di mezzo un'assicurazione sulla vita? Specchio nero della generazione dei boomer, la serie affronta il supremo dei tabù: quello della vulnerabilità maschile. E alla fine sarà impossibile non portarsi nel cuore il protagonista (trovato morto già nel pilot), con il suo bisogno di essere visto, compreso, desiderato. Anche a costo di accettare un match con un perfetto sconosciuto. E di spingersi in una piscina dismessa, in una notte buia e tempestosa. (8)

È la nuova serie TV del pluripremiato autore di Adolescence. E tutti, a quest'ora, dovrebbero parlarne. Perché Jack Thorne torna a raccontare l'inferno privato dei nostri nostri bambini, fragili e feroci. Questa volta, la riflessione parte dal classico senza tempo di William Golding: Il signore delle mosche. Ambientata su un'isola tropicale, in un microcosmo senza regole né adulti, la miniserie Sky – presto anche su Netflix, dove otterrà maggiore visibilità – analizza le spaventose dinamiche di potere che prendono piede tra i superstiti di un disastro aereo. Sono maschi. Hanno tutti undici anni. Tutto è un gioco: perfino farsi la guerra. Introspettivo, sanguinoso, angosciante, l'adattamento è un delirio di onnipotenza dal fascino tribale, in cui gli stridori delle colonna sonora e la fotografia acida gettano in un incubo che lascia scioccati e stupefatti. Attuale come non mai a settantadue anni dal romanzo, questa visione nera e pessimista ti lascia con un dubbio. I giovani sono speranza, vero? Sono futuro? Ma quale futuro? (7,5)

Lui, John, è il figlio del compianto Presidente Kennedy: scapolo d'oro in procinto di lanciare una nuova rivista. Lei, Carolyn, è la promettente pupilla di Calvin Klein: c'è il suo intuito dietro l'ascesa di Kate Moss. Sono glamour, ricchi, innamorati. Cosa potrebbe andare storto? Ryan Murphy produce una nuova serie antologica dedicata alle storie d'amore più famose e sospirate – ci sono già supposizioni su quale sarà la prossima. Questa, destinata com'è noto alla tragedia, ci trasporta nella magia degli anni Novanta e nell'inferno della sovraesposizione mediatica. I paparazzi, già complici della morte di Lady D, uccideranno anche la relazione tra i protagonisti? C'è qualche lungaggine di troppo. A tratti, aria patinatissima: da soap opera. Il cast, eppure, è di quelli delle grandi occasioni (Watts è una Jackie straordinaria, Gummer la degna figlia di mamma Meryl) e, nell'intendo di far rivivere il mito e la maledizione della famiglia Kennedy, Love Story segna la nascita di due nuove star: Paul Anthony Kelly (ex modello, esordiente) e Sarah Pidgeon (perfetta nei manierismi, nelle pose, e con un naso che è già iconico). (7)

mercoledì 9 giugno 2021

Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston

La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)

La famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato. Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro. Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –, trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi – vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva, coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)

Se l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi – lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni. La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me, non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna, amante e spia, persuade il marito con le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento, cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo). Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo, si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia. Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al potere, al passo coi tempi nonostante le guance incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)

Anno che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente, a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti, ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo. (5,5)

venerdì 9 ottobre 2020

L'importanza di chiamarsi Ryan Murphy: Ratched | The Boys in the Band

Stando a Wikipedia è ai primi posti fra i cattivi più iconici della storia del cinema. Cuffietta inamidata, sguardo luciferino, metodi poco ortodossi. Chi era l’infermiera Ratched, l’indimenticabile aguzzina di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo? A cinquant’anni di distanza dal film capolavoro, l’instancabile Ryan Murphy tenta di spiegarci le origini del male. Lo fa citando – troppo poco la pellicola originale, in verità, e moltissimo gli anni Sessanta –; lo fa inventando alberi genealogici, sottotrame e moventi. La giovane infermiera trova il volto dell’attrice feticcio Sarah Paulson. Non nuova alle collaborazioni con l’autore televisivo né ai racconti del terrore, l’interprete aggiunge alla collezione l’ennesimo ruolo intrigante e perverso. E un’altra grande performance. Austera, elegante e bellissima, la Paulson ci mostra Mildred prima che diventasse Ratched. Infermiera di guerra, nei primi episodi cerca mezzi leciti e illeciti per essere assunta presso un dato istituto psichiatrico: l’ultimo arrivato – il pluriomicida Finn Wittrock – e la caporeparto – Judy Davis, superba – le daranno filo da torcere, mentre l’infido D’Onofrio si prepara a diventare senatore. La serie comincia sotto gli auspici migliori. Gli abiti sono una gioia per gli occhi, la fotografia che vira al verde è un omaggio al miglior Hitchcock, il profilo psicologico della protagonista inquieta. Purtroppo, come puntualmente capita, l’equilibrio ha i minuti contati. L’autore esagera. Con il sangue, con il sesso, con i volti noti, con vicende di contorno sbucate da una soap opera patinatissima. Stufa e annoia, inoltre, inserendo l’immancabile componente amorosa per ammiccare alla comunità gay: non me ne voglia Cynthia Nixon, che come il vino buono invecchia con classe, ma la sua relazione con la Paulson appare stucchevole. Serviva per forza sessualizzare un personaggio tanto misterioso? Serviva, ancora, trasformare una villain in un’anti-eroina piuttosto politicamente corretta? Ratched  è un sapiente falso d’autore. Non ha nulla in comune con il film di Forman, né per toni grotteschi né per contenuti. Ma, tra sigla e comparto tecnico, appare una delle stagioni più godibili degli ultimi anni di American Horror Story: peccato dovesse essere tutt’altro nelle intenzioni. (6,5)

Squadra vincente non si cambia. A Broadway così come su Netflix. Questa volta nelle vesti di semplice produttore esecutivo, Ryan Murphy adatta una celebre pièce con un cast di amici fidatissimi. Già chiamati a interpretare questi ruoli a teatro, già più volte entrati nelle grazie dell’autore, nove assoluti animali da palcoscenico passano sul piccolo schermo nella trasposizione fedele di The Boys in the Band. Già portato al cinema negli anni Settanta dal regista William Friedking, il film – uno di quelli d’interni, e soprattutto d’interpretazioni – mostra le spiacevoli conseguenze di una festa di compleanno. Radunati a casa di un sorprendente Jim Parsons – il più triste, crudele e contraddittorio del gruppo – per festeggiare il luciferino Zachary Quinto, otto amici affiatati sono costretti ad accogliere un ospite dell’ultimo minuto: un compagno d’università in crisi matrimoniale, che non sa nulla dell’orientamento sessuale dei presenti. Lo script, effettivamente un po’ datato e non sempre in equilibrio perfetto, passa in fretta dalla frizzante leggerezza del primo atto alle rivelazioni gravose del secondo. Dopo un acquazzone improvviso, i personaggi si spostano dal terrazzo al salotto. Lì avrà inizio un gioco al massacro, dove qualcuno dirà troppo e qualcun altro troppo poco. Prima della paura dell’Aids, prima della nascita della comunità LGBTQ, gli omosessuali newyorkesi dovevano essere così: il drammaturgo Matt Crowley e il regista Joe Mantello ne fanno un ritratto figlio dei suoi tempi, a tratti sin troppo disincantato e amarognolo. A ben vedere cosa hanno in comune i personaggi, se non il fatto di essere uniti dallo stesso segreto? Accettarsi a vicenda è abbastanza per volersi bene? Ora sguaiato, ora malinconico, ora desolante, The Boys in the Band racconta i cuori infranti, le coppie aperte e l’omertà diffusa con i pregi e i difetti tipici degli adattamenti cinematografici: funzionerà senz’altro maggiormente a teatro. Ma il risultato, un Perfetti sconosciuti diretto da Ozpetek, merita ugualmente l'applauso. (7)

mercoledì 20 maggio 2020

Se ne parlano tutti ci sarà un perché: Normal People | Little Fires Everywhere | Hollywood

Qual era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette. Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta, ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo,  lei un incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo, all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano. Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri. Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia, sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)

Villette a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva. Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre – maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)

Nel 1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg. La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy, con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo, così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque nostalgia. (7)

martedì 15 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: The Politician | Big Mouth S03 | Jane The Virgin S05

L’instancabile Ryan Murphy ci riprova. Con l’inizio dell’anno scolastico torna al liceo: mancava dai tempi di Glee. Riecco perciò i colori sgargianti, le faide grandi e piccole, le strategie per primeggiare e sì, perfino le canzoni, se il protagonista – la rivelazione Ben Platt, venticinquenne dal talento sorprendente – ha il pallino segreto del pianobar. Intelligente, affabulatore, bisessuale, al contrario degli allievi di Will Schuester non sogna il musical bensì la presidenza americana: essendo ancora una matricola, gli tocca prima diventare rappresentante degli studenti. Dalla sua ha una parlantina naturale, unita a un abbigliamento che gli ho invidiato per tutte le puntate, e la ricca ma infelice Gwyneth Paltrow come mamma adottiva. Quello che gli manca, a parte l’amore della sua vita – il suo maestro privato di mandarino, morto suicida nel pilot –, è un braccio destro all’altezza: perché non Zoey Deutch, presumibilmente malata di leucemia, a cui la sempre subdola Jessica Lange nasconde informazioni sulle sue reali condizioni? La scalata al potere del protagonista, vittima presto della sua stessa ambizione, prevede un tentato omicidio, tante parole di miele misto a veleno, il trash del Murphy che più ci piace. Commedia nera nello stile di Election, The Politician si difende dagli eccessi con una palette degna di Wes Anderson, un cast divertitissimo e il salto avanti di un epilogo alla Scandal, con in campo altre mattatrici – Judith Leight e Bette Midler – e lo skyline della spietata New York sullo sfondo. La politica annoia. La politica non è un gioco da ragazzi. Non ditelo a Platt e ai suoi simpatici scagnozzi, sopravvissuti agli avvelenamenti più folli e ai luoghi comuni più ostinati, anche se non completamente in salvo dal già visto. L’ape regina di Lucy Boynton, ad esempio, somiglia tanto, troppo alla cheerleader Quinn Febray – ve la ricordate? La serie, in sintesi, non è forse la versione d’autore del guilty pleasure Insatiable? Pur senza plebiscito, comunque, confido che le simmetrie perfette della regia e la doppiezza del candidato rampante bastino per un altro mandato. Il mio voto, intanto, lo ha. (7)

Seguitissime, le lezioni di anatomia di Big Mouth sono arrivate alla terza stagione. I giovani protagonisti stanno per tagliare un traguardo importante, la terza media. E ormai tutti, nessuno escluso, hanno con sé un Mostro degli ormoni, una cotta inespressa, una prurigine da grattare. A scuola si fanno sfilate contro il sessismo. Qualcuno alimenta un rapporto tossico con lo smartphone, qualcuno esplora il vasto spettro della sessualità, qualcun altro assume pasticche per combattere il deficit dell’attenzione. Le migliori amiche si masturbano? La bisessualità è vista con simpatia soltanto fra ragazze? Come reagire alle mani lunghe di un prof? Inferiore alla prima stagione, superiore alla seconda, la serie torna a regalarci trovate memorabili – il musical scolastico ispirato al thriller erotico Rivelazioni, l’episodio monografico dedicato al fantasma di Duke Ellington – e spunti nonsense – la Florida rasa al suolo da un terremoto da Antico Testamento –, con tanto di amichevoli cameo: riusciranno le fate turchine di Queer Eye a rivoluzionare l’esistenza di quel coach Steve in stato d’abbandono? Restano una certa antipatia verso Nick, l’adorazione purissima per il personaggio di Lola e una tenera curiosità verso la vicinanza fra Jay e Missy, gli outsider agli antipodi che trovano rifugio in un mondo di fantasie oscene e fanfiction.  Il difetto? Una formula consolidata, a cui manca da un po’ l’effetto sorpresa, che comunque non rinuncia a piccoli colpi di genio per risultare spassosa, schietta, al passo con i nostri tempi: a ben vedere, perfino istruttiva. Prontamente rinnovata, sembra proprio che la famigerata boccaccia della serie animata Netflix non la smetterà presto di fare allusioni sporche. Riuscirà a inventarsene anche di nuove? (7)

Bisognerebbe partire dalla fine. Affidarsi al diciannovesimo episodio – l’ultimo: un nostalgico backstage con interviste e retroscena –, per lasciar parlare le lacrime del cast e le parole degli sceneggiatori. Dura dirsi addio, soprattutto se significa rinunciare al guilty pleasure per antonomasia: quello che piace alla critica e, a sorpresa, in passato, perfino alla stagione dei premi. Giungono così a conclusione le disavventure di Jane Gloriana Villanueva: protagonista di un’esilarante immacolata concezione e di una serie TV che prima ancora del movimento metoo, del politicamente corretto in risposta a Trump, includeva a bordo donne resistenti agli urti e minoranze latine. Perché potrebbe diventare un classico della commedia sentimentale? Gli ingredienti sono una scrittura scoppiettante; un’irresistibile mescolanza linguistica che a volte preferisce lo spagnolo, altre l’inglese; i toni da fiaba profana, fra momenti di classico realismo magico e bislacche sequenze musicali, che hanno conquistato anche gli ospiti Bruno Mars, Britney Spears, Rosario Dawson. Bisognerebbe partire dalla fine, si diceva allora, perché non basta l’affetto a nascondere i difetti di una stagione conclusiva con pochi spunti e troppi episodi. Scritta su misura dei fan, Jane The Virgin mira al traguardo della centesima puntata – trascurabile il fatto che ormai manchi pochissimo per arrivare all’ovvio lieto fine – e al compleanno della protagonista, qui trentenne. Se l’unico elemento degno di meraviglia è l’amicizia nascente fra Jane e Petra, all’inizio sua storica nemesi, il resto ruota attorno a tre temi lungamente diluiti: la carriera da scrittrice della nostra eroina, in cerca della formula del perfetto romanzo rosa; la cattura della trafficante Sin Rostro; la risoluzione di uno dei triangoli romantici più sentiti del mondo delle serie TV, con un innamorato tornato dall’oltretomba e l’altro diventato nel frattempo povero in canna. Lunga la strada verso la conclusione, senz’altro inutilmente. Ma si è ben contenti di arrivare a una cascata di fiori d’arancio, accanto alla persona giusta – Jane no, non delude –, facendo lo slalom fra saltuari rischi di cancellazione e pregiudizi di sorta. (6,5)

lunedì 19 novembre 2018

I ♥ Telefilm: AHS Apocalypse | I Medici. Lorenzo il Magnifico

Quando si è in caduta libera non resta che un ultimo gesto disperato: tornare alle origini. American Horror Story, da otto anni a questa parte, ha sempre avuto dalla sua ambizioni e difetti esagerati. Dalle case infestate al circo, passando attraverso gli istitutiti di igiene mentale e la politica contemporanea, ha saputo rinnovarsi nel bene e nel male. Prendendo una china sfortunata da cui, tra spettatori che danno forfait e mancati successi nella stagione dei premi, anche gli autori non avranno visto ritorno. Quest'anno si ripiega perciò sulla furbizia, in mancanza di idee brillanti; e a sorpresa, pensate un po', ci si trova a rivalutare in positivo anche le caotiche Hotel, Roanoke e Cult. Si parla di un futuro prossimo in cui, all'indomani di un'apocalisse ordita da una coppia di hacker sopra le righe e l'Anticristo, i sopravvissuti vivono in un bunker arredato come una fortezza medievale: sono parte dell'èlite – un'ereditiera, una presentatrice tivù, una gloria del cinema horror – e per capriccio hanno portato laggiù amanti, parrucchieri e domestiche. Nei primi episodi assistiamo a una convivenza claustrofobica fatta di strepiti, regole ferree e tracolli psicologici. Dal terzo in poi, forse l'unico degno di nota, un ribaltamento a sorpresa trasforma Apocalypse in quello che era stato preventivamente annunciato: un crossover. Non vi dico come né perché – i nessi, fidatevi, sono futilissimi – ma scendono in campo le streghe di Coven, stagione da me tutt'altro che apprezzata, per salvare le sorti della serie e sconfiggere un Diavolo in terra agghindato a metà tra Lady Oscar e un cattivo di Twilight. Che fine aveva fatto la Congrega al femminile e come ha potuto ingannare la morte? Cos'è stato di Michael Langdon, il bambino infernale concepito alla fine di Murder House? Le streghe hanno trovato la passata formazione e cercano la nuova Suprema: appaiono sprecate, a tal proposito, le partecipazioni in sordina di Farmiga, Rabe e Bassett, se a lungo rubano la scena le battute salaci delle sempre straordinarie Sarah Paulson e Frances Conroy. L'incursione sui luoghi maledetti della stagione introduttiva è d'obbligo, ma l'effetto nostalgia fa sorridere senza compiere miracoli: un inchino al cameo di Jessica Lange, il rischio glicemia per il tardivo lieto fine degli amatissimi Tate e Violet, e subito si scappa a far guerra contro l'Anticristo – con una piccola tappa in quell'Hotel Cortez senza più tracce di Lady Gaga. Veli pietosi sui flashback nella Russia dei Romanoff, su una Bates in versione Terminator, sulle trasformazioni camaleontiche di un Peters che cambia pelle ma resta svestito di ruoli memorabili. Compitino presuntuoso e stucchevole, impunemente trash, l'ultimo American Horror Story sembra l'opera di un feticista dello show che si sognava sceneggiatore improvvisato: il risultato, godibile ma spesso involontariamente comico, è una fanfiction fine a se stessa che regala alla premiata ditta di Murphy la sua annata peggiore. Bisogna forse auspicarsi conflagrazioni da fine del mondo per far tabula rasa dello sfacelo in corso? (5)

Dopo l'approccio negativo con la prima stagione e qualche pregiudizio di troppo, lo scorso anno avevo evitato senza rimpianti il soggiorno nella corte più raffinata d'Italia. Non ho conosciuto il Cosimo di Richard Madden, così, né assistito alla progettazione della famosa cupola di Brunelleschi. Qualcuno mi consigliava di tornare sui miei passi, ma la pigrizia e la scarsa attrazione verso le produzioni in costume hanno sempre avuto la meglio sull'idea passeggera di recuperare la fortunata collaborazione tra Rai e Stati Uniti. Approfittando della natura antologica della serie kolossal, non so nemmeno io perché, ogni martedì sera per quattro settimane mi sono ritrovato ad assistere agli intrighi e ai sospiri di due generazioni successive di Medici. Cosimo e Contessina, ancora rimpianti, si sono trasformati in leggenda nel ricordo del popolo toscano. L'antico splendore, però, ha un prezzo salatissimo. Se le strutture desiderate dall'illustre avo sono ancora solide e inattaccabili, lo stesso non può dirsi del potere della famiglia. Fra la secolare rivalità con i Pazzi di Sean Bean – questa volta, statene certi, non passerà a miglior vita troppo presto –, le trattative con gli Sforza e i disperati tentativi di procurarsi i favori di papa Raoul Bova, gli sconvolgimenti sono nell'aria. Con l'arte e la poesia messe ai margini, abbondano le alleanze politiche e matrimoniali, e voltafaccia di cui si finisce per perdere il conto. Il risultato finale non annoia né coinvolge, grazie o a causa delle trame arzigogolate e di parentesi romantiche rubate a man bassa a uno sceneggiato per signore. C'è la volitiva Clarice, non la classica moglie oggetto, desiderosa di imporsi ai danni della fatale e pessima Alessandra Mastronardi. Ci sono i biondissimi Bradley James e Matilda Lutz – rispettivamente Giuliano e Simonetta, in posa per un capolavoro pittorico dell'amico Botticelli –, amanti appassionati nonostante il matrimonio oppressivo e la salute cagionevole di lei; la sorella minore Aurora Ruffino, invece, è innamorata del nemico giurato come in una riscrittura di Romeo e Giulietta. A prendere le redini di tutto con un colpo di stato è il giovane Lorenzo, amato dalle donne e odiato dai restanti altri: il britannico Daniel Sharman, che già rubava la scena in Teen Wolf per una bellezza e una mascella fuori dal comune, si conferma il migliore di un cast miscellaneo – poco convincente, in definitiva, l'interazione fra voti internazionali e nostrani, con gli ultimi penalizzati dal doppiaggio scadente – insieme a Matteo Martari, antagonista dal fascino sinistro. Impossibile farsi bastare l'opulenza di scenografie, costumi, trucco e parrucco. E no, non contano nemmeno la sigla di Skin o le scene di nudo audaci per la prima serata. Avrebbero giovato una sceneggiatura meno romanzata e più solida, i ritmi sostenuti proposti negli episodi conclusivi: I Medici, tocca riconoscerglielo, è una serie che per fortuna migliora strada facendo. Fino a un finale appassionato e violento – la congiura dei Pazzi non poteva che essere il logico congedo –, dove l'azione e il sangue delle vittime sacrificali trionfano sui languori da Harmony e i buchi di una sceneggiatura che distingue fra figli e figliastri. Nella programmatica scena di chiusura, culmine perfetto, arriva infatti la Primavera a rianimare in time lapse una tela squarciata. E assieme a lei, allora, fioriscono le speranze per un prosieguo da attendere perfino con un briciolo di curiosità aggiunta. (6,5)

martedì 3 aprile 2018

I ♥ Telefilm: The Assassination of Gianni Versace | Santa Clarita Diet S02

I tribunali che piacciono agli Emmy abbandonati per il glamour dell'alta moda. Le mani sporche di sangue di un campione al di sopra di ogni sospeto – scagionato nonostane prove fino alla fine contro di lui – per i delitti di un signor nessuno che senza particolare talento, senza gli appoggi giusti, sperava di farsi ricordare con l'omicidio, non vedendo altra via. Dopo il controverso caso Simpson, la seconda stagione di American Crime Story – altra serie antologica di Ryan Murphy, altro successo di critica e pubblico gravemente a rischio al suo ritorno – sceglie gli anni Novanta, la comunità omosessuale sotto minaccia, la fine di un mondo di scatti e lustrini in seguito alla caduta del suo solo re. Gianni Versace, sparato in pieno viso sui gradini della sua villa di Miami. L'ultimo di una lunga lista di morti: il nome di maggior risonanza. Allo stilista calabrese interpretato da un Edgar Ramirez somigliantissimo ma relegato a un ruolo marginale sono dedicate poche scene – la routine con il bel Ricky Martin, messo barbaramente alla porta dopo la scomparsa del compagno, e i piccoli grandi dissapori con l'opportunista Donatella di una Cruz biondo platino che, fra la vistosa parrucca e quel pesantissimo accento spagnolo affatto mascherato, ci fa rimpiangere le falcate sbilenche della nostra Virginia Raffaele. Se la discutibile scelta di attori latini per interpretare una famiglia italiana lascia il tempo che trova e un po' di imbarazzo davanti a cadenze irritanti e una visione in lingua originale da tradire questa volta per gli eventuali pregi del doppiaggio, non dispiacerà allontanarsi dal mondo dello stilista – anche a costo di perdere il punto della situazione – per seguire gli amori e i misfatti del famigerato Andrew Cunan, una scommessa vincente di nome Darren Criss. Il giovane attore, già notato per l'ugola d'oro ai tempi di Glee, ha la truffa nel sangue, un'indole menzognera e gli scatti di follia, le mosse sopra le righe, di un novello Patrick Bateman. A dispetto di grandi nomi non all'altezza dell'attesa, accanto al sadico gigolò brillano ottimi caratteristi nell'ombra: il feticcio Finn Wittrock, cacciato dalla Marina per il suo orientamento sessuale e amico intimo del serial-killer sbagliato; la vedova inconsolabile della straordinaria Judith Light; la madre di Cunan, Joanna P. Adler. Dopo una prima stagione sin troppo rigorosa, Murphy – noto ormai per gli scarsi dosaggi e le occasioni sprecate – si dà a un andamento frammentario e disordinato, che parla tra le righe dell'arma a doppio taglio che è il sogno americano. Mentre il mistero della colpevolezza di Simpson veniva lasciato saggiamente in sospeso, in The Assassination of Gianni Versace si procede a una romanzata umanizzazione del colpevole, assumendo così il punto di vista che al primo ciclo di puntate – troppo cronachistiche per i miei gusti: lì il difetto – mancava. Ma anche quel gusto per il kitsch, per cast patinati e inutilmente popolosi, così caro a un creatore confuso negli intenti e in equilibrio precario sulle passerelle. (5,5)

Come si dice: chi non muore si rivede. In quel di Santa Clarita, possibilmente, dove il vicinato è esemplare, le casette una bomboniera e i giardini rigogliosi. Un sogno per agenti immobiliari pronti a vendere e i novelli non-morti, che devono divorare dirimpettai impiccioni, seppellire cadaveri in giardino e placare i bollenti spiriti nello scantinato. La famiglia Hammond tocca entrambe le categorie da quando una ritrovata Drew Barrymore ha vomitato letteralmente l'anima sulla moquette di uno sconosciuto, risvegliandosi affamata di carne umana e cattive intenzioni. Perché? In una seconda stagione che perde l'effetto sorpresa della prima, ma conserva al fresco sangue e leggerezza, se ne ricercano le cause. Su Netflix si diventa zombie mangiando vongole avariate al ristorante cinese, per la falda idrica inquinata dalle scorie industriali, o forse per un virus che rende le stranezze, perfino l'apocalisse, una questione borghese. Come ingannare l'attesa e i morsi della fame in cerca di una soluzione rimandata – o almeno si spera – a un prossimo ciclo di episodi? I succhi biliari di un serbo aiutano a prevenire la degenerazione dei tessuti cellulari, uno squadrone di neonazisti bibliofili appare un capro espiatorio da sacrificare a cuor leggero e una testa parlante – quella di un autoironico Nathan Fillion, fatto fuori per via dei suoi modi da marpione – potrebbe mettere una buona parola, se la poliziotta della porta accanto ficca troppo il naso. La figlia tutta pepe, sempre sul filo della friendzone, cerca con successo altri contagiati e combatte i conati di vomito. La mamma, nei suoi raptus omicidi, perde stivaletti, cadaveri e frulla gomiti durante i pasti. Il papà, un Thimothy Olyphant ancora rivelazione, accetta con un sorriso nervoso l'improvviso cambiamento dei ruoli di genere, del carattere della coniuge, delle priorità. Perfetto esempio di amore incondizionato, ritratto di una comunità unita che diverte e intenerisce, Santa Clarita Diet è la commedia horror per chi ha sempre desiderato Modern Family, La vita secondo Jim, Tutto in famiglia – insomma, quelle sitcom quotidiane e briose che per anni ci hanno fatto compagnia all'ora di cena: avete presente? – con il gusto dell'orrido. C'è bisogno dell'altro per coprire i propri misfatti e le tracce che ci sbugiardano. Ce n'è bisogno, soprattutto, per conservare l'umanità che non abbiamo già sepolto. Sul fondo di un congelatore a pozzetto. (6,5)

venerdì 24 novembre 2017

I ♥ Telefilm: AHS: Cult | Red Oaks - Stagione 3

L'avvento di Donald Trump alla presidenza generava proteste in piazza e piogge di meme su Facebook. Il logo di American Horror Story per dire che per una fetta di America l'orrore era appena cominciato. Ryan Murphy ha battuto il ferro finché era caldo. Ha preso alla lettera gli SOS sui social. E per il settimo appuntamento con una serie antologica tra alti e bassi ha scelto gli Stati Uniti di oggi, sì. Una stagione attuale, satirica, politicamente schierata, che per il raccapriccio lo prende dall'intolleranza, dall'estremismo, dalla regressione allo status quo ante. A onor del vero, da chi Trump lo sostiene a spada tratta ma anche da chi, agli antipodi, lo ostaggia. Tutto ha inizio dalla sconfitta a sorpresa della Clinton. Qualcuno si strugge: una coppia omosessuale con un bambino da crescere. Qualcuno esulta: un sadico mosso da un folle delirio di onnipotenza che del nuovo presidente vorrebbe emulare i gesti e l'ascesa, per poi un domani rimpiazzarlo. Per molti è un altro 11 settembre: il dissenso, l'insicurezza, alimentano infatti nuove e vecchie fobie. Per altri invece è l'ora di dar vita a una setta di assassini a sangue freddo, con gli inquietanti abiti dei clown, i mezzi delle camicie nere e le promesse melliflue di Manson. Puntare al disordine, al potere: mettere in pericolo le vite degli elettori, così da assicurargli certezze e riparo al momento debito. Qualche donna, silenziosamente, si distacca dal gruppo; si ribella al culto di un leader misogino, ingrato, filo-fascista in nome del famoso orgoglio femminile. Cult, tra politica e femminismo, ha temi caldissimi ma omaggia il gore degli horror meno sofisticati – Saw, The Purge. Ha guizzi interessanti, nella scrittura, ma esagera al solito – troppa violenza, troppi toni inconciliabili fra loro, ma finalmente pochi attori sui quali concentrarsi. Se dei pessimi Alison Pill, Colton Haynes e Billie Lourd (gli ultimi due, in una certa sequenza, in procinto di darsi a un ridicolo ménage a trois) nessuno sentiva la mancanza, per il carismatico Evan Peters è tempo di mostrarsi perfettamente all'altezza della situazione in un camaleontico one man show. Lo affianca e lo combatte una Paulson un po' in sordina, vero, con un ruolo pronto a sorprendere con moderazione dopo un inizio all'insegno delle urla e dell'antipatia più profonda. Cult non fa paura come gli home invasion a cui si ispira e non va tanto per il sottile per essere vera e propria satira. A lungo, non sa dove andare a parare. Fino all'ultimo, pur irritando meno dello scorso anno, pur pasticciando nei limiti consentiti, non si lascia mettere bene a fuoco. Ingrana a metà, tardi ma non troppo, quando si rivela una stagione cattiva, e dalla parte dei cattivi. In cui il più buono ha la rogna. In cui il potere, il sangue, ti logora e ti infetta. L'America, e American Horror Story, strombazzano di voler essere grandi di nuovo. Così basta? (6,5)

Chi si aspettava di ritornare per il terzo anno su quei campi da tennis? Non io, probabilmente, quando Red Oaks era una comedy carina e poco più, semisconosciuta e dal destino incerto. Qualcosa però è cambiato lo scorso inverno. Quando, di nuovo tra gli oziosi villeggianti del country club di provincia, avevo trovato a sorpresa protagonisti più cresciuti, giardini e idee più verdi. Il coming of age prodotto da Steven Soderbergh, al solito inatteso per via di quell'Amazon poco a sua agio con il martellante battage pubblicitario di casa Netflix, è giunto all'ultima pagina. Alla sua ultima stagione. Sei episodi per la fine di un decennio fortunato, di un'epoca, di un'estate sospesa. Di una comedy piccolissima, ma per me tutt'altro che trascurabile – alla regia, per dire, si alternano ora David Gordon Green, ora Gregory Jacobs. Capitanata dall'immancabile Craig Roberts, che porta in campo la sua adorabile aria da attore indie, personalità e buon umore, Red Oaks si conferma brillante e scorrevole, nostalgica forse più che in passato. Ti dici che è un addio, infatti. David, single per scelta altrui, si muove tra incontri poco imbarazzati con le storiche ex, i sorrisi ricambiati di un'aspirante stilista e un lavoro poco soddisfacente presso uno studio cinematografico. Vuole ancora fare il regista, essere un altro Godard, ma intanto si accontenta di portare i caffè. A New York: lontano dal cloro negli occhi, lontano dalle racchette, e non senza un certo dispiacere. Il padre è alle prese con l'apertura di una nuova paninoteca, mamma Jennifer Grey con la liberazione del coming out, l'amico Wheeler con la gelosia per uno schianto di bagnina al di fuori dalla sua portata eppure misteriosamente innamorata di lui. In crisi esistenziale, pensano chi più e chi meno al cambiamento; al reinventarsi in fretta. Perché tutto ha un prezzo. Anche questi anni Ottanta troppo omaggiati, troppo stilizzati, troppo svenduti su altri canali. Anche il country club, soprattuto, puntato da una squadra di spietati acquirenti giapponesi. Può chiudere i battenti? Può licenziare i suoi dipendenti e congedare così la sua affezionata clientela? La terza stagione della serie di Jacobs è equilibrata ma forse frettolosa a tratti. Segna la fine dei match, delle sdraio al sole, dei sogni di gioventù – perché infranti o perché realizzati. Lasciamo David e gli altri cresciuti, ancora. All'ennesimo bivio, che stavolta somiglia alla costruzione di un lieto fine. Con un po' di amarezza, eretto proprio sulle macerie di quel Red Oaks da molti amato, da molti odiato. (7)

sabato 6 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Feud | Fargo | Bates Motel V

Murphy non si ferma. Lo sceneggiatore più inarrestabile (e instabile) che c'è torna con l'ennesima serie antologica. Con una seconda stagione già confermata, Feud ha fatto il suo debutto parlando della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford. Ormai sul viale del tramonto, le due leggende erano tornate a sfidarsi nel cult Che fine ha fatto Baby Jane. Quanto di vero e quanto di simulato c'era in quell'odio che ricordiamo a distanza di mezzo secolo? Feud, tra biopic e rotocalco, mostra le premiazioni, i livori, il girato. Ha una Jessica Lange autoironica e calcolatrice, strepitosa nei panni della Crawford: attrice più bella che capace, si vociferava, incapace di rinunciare al rosa shocking. Antipatica nel suo narcisismo, commuove a sorpresa nel decadimento finale. Con lei una magnetica Sarandon, che della Davis ricalca la voce roca, lo sguardo, la scortesia. La paura, certo, era che il tutto si trasformasse in una mezza soap opera. Murphy, adorante, qui fa rare concessioni al kitsch e nessun errore. Il cast è centratissimo e meno affollato del solito, nonostante comprimari illustri – Tucci, Molina, Judy Davis nel ruolo che in Trumbo fu di Helen Mirren. La piacevolezza della scrittura, poi, accoglie di buon grado i capricci, gli strepiti, gli exploit. Quando le luci si spengono, quando la compezione non ha ragione d'essere, cosa resta? Perché vivere se non per detestarsi? Si accumulano allora le sigarette spente, i tappi di champagne, le rughe. Tagliate fuori, come la Swanson in Viale del tramonto, si sperimenta la compagnia della solitudine. La storia dei dissapori tra Bette e Joan affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione e un po' seduta spiritica mascherata a festa, Feud è una miniserie in cui lo star system celebra e condanna se stesso. Ti svela, così, come negli anni abbia sedotto e abbandonato le proprie amanti; destinato all'aridità i tanti fiori all'occhiello. Il tutto, creando da una semplice intuizione un nuovo tassello del filone del divismo – e Feud non teme paragoni né primi piani. Hollywood, mamma chiocca e matrigna degenere, non è un paese per cuori docili e vecchie signore. (7,5)

In un periodo in cui in sala c'è poco, e di quel poco non viene neanche voglia di parlarne, fare come le stelle di Hollywood. Tradire il cinema con il piccolo schermo. Complice la noia delle feste comandate e l'uscita di una terza stagione, ho recuperato gli inizi dell'acclamato Fargo. L'adattamento televisivo di un cult degli anni Novanta, uno dice, e ti mobiliti solo adesso? Questione di momenti sbagliati, di film visti nella superficialità di uno sbadiglio, ma non sono un estimatore dei Coen. Disinteressato, ne ho letto distrattamente le lodi qui e lì. Assistiamo a fatti realmente accaduti, ci assicura una scritta che compare all'inizio di ogni episodio. L'ennesima burla degli sceneggiatori. Che amano prendersi gioco dello spettatore e irretirlo con massime surreali, coincidenze a cui si presta fede, intrighi troppo impossibili per essere veri. L'umorismo nero e il protagonista, un timido assicuratore vessato dal prossimo, fanno subito pensare a Breaking Bad. Martin Freeman, maltrattato da moglie e concidittadini, incontra nella sala d'aspetto del pronto soccorso un Billy Bob Thornton più iconico che mai: a quel perfetto sconosciuto, a quella canaglia, racconta tutti i suoi guai. Non sa di stare confessando i suoi desideri a un sicario senza scrupoli. Undetto d'un fiato, così, genera una carneficina esagerata: di quelle che fanno socchiudere gli occhi e, se ami il cinismo gratuito, ridere a crepapelle. Alla fine del primo episodio si contano la bellezza di quattro morti ammazzati in una cittadina spazzata dalla neve. Fatta eccezione per un'agente messa in un angolo, la polizia locale non ha né i mezzi né la voglia di mettersi a ficcanasare. Ma quando il sangue scorre non puoi fermarlo. E il delitto perfetto di un tale, come un'emorragia, chiama a sé l'attenzione della malavita e una bizzarra girandola di violenza. In Fargo, meravigliosamente sopra le righe, si chiacchiera a suon di apologhi e si spara a bruciapelo. C'entrano le piaghe d'Egitto – piovono sangue e cavallette sull'imprenditore Oliver Platt -, la fragilità del ghiaccio, l'ira dei miti. Le persone che cambiano dal giorno alla notte, e si trasformano in predatori. La città è disorganizzata: abbastanza da pensare di poterla fare franca. Ma è piccola, un buco di mondo: ci si pesta i piedi, ci si dà sui nervi anche non volendo. La neve custodice le tracce delle loro assurde "rocambolerie", e la memoria non può fare altro che imitarla. (8)

Non pensavo che la chiusura del motel più famoso del piccolo schermo potesse lasciarmi addosso questa tristezza. Bates Motel, riscrittura del capolavoro di Hitchock, era infatti iniziato sotto una cattiva stella. Aveva difetti grandi due stagioni. La pazzia emergeva a partire dalla terza. Quando il liceo finiva, gli ospiti sparivano, il giovane Psycho covava cattivi pensieri. Il resto, a beneficio di chi aveva preferito rimandare l'abbandono, era stato una sorprendente escalation. Parco di splatter e generosissimo dal punto di vista emotivo, Bates Motel aveva avuto forse il suo apice nel decimo episodio della quarta stagione. Succedeva l'irreparabile e un Norman distrutto rimaneva in compagnia di un cadavere trafugato. L'ultima stagione, ambientata qualche anno dopo, si allinea al film originale ma sceglie una conclusione diversa. Marion Crane – Rihanna, impegnata in un discutibile cameo – parcheggia sul vialetto. Si concede la famosa doccia, ma sotto la furia delle coltellate muore qualcun altro. Norman commette errori su errori, va incontro a un epilogo annunciato. Al solito, non si rinuncia a sottotrame più o meno accessorie: la sete di vendetta dello sceriffo galeotto e il riavvicinarsi di Olivia Cooke e Max Thieriot – affiatati genitori di una neonata da tenere all'oscuro - richiamano protagonisti e figuranti dove le tragedie della famiglia hanno avuto inizio. Egregio padrone di case, con la sognante Dream a little dream of me in filodiffusione, un Freddie Highmore psicotico e sottovalutatissimo; lo spettro dell'indispensabile sobillatrice Vera Farmiga, invece, si accontenta di aleggiare tra cucine assolate e scene del crimine. All'inizio lo si mal sopportava. Alla fine, preoccupati per cosa sarà di lui e dei suoi incubi assurdi, si tifa per la redenzione della mela marcia. Perché quello al Bates Motel resta sì un pernottamento modesto, su Tripadvisor e in streaming c'è di meglio, ma mantiene le promesse – che sarà turbolento e senza ritorno, volubile e poco confortevole, degno di tutta la fiducia che gli hai regalato. Dispiace fare il check out. Dispiace congedarsi da Norman, serial killer di cui sentirò la mancanza, e voltargli le spalle. Potrebbe essere l'ultima volta. Potrebbe nascondere un coltello e pugnalarci alla schiena, sognandosi Norma. (7)

sabato 24 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The OA, La mafia uccide solo d'estate, American Crime Story

Prairie torna a casa a sette anni dalla sua scomparsa. Fa incubi premonitori, chiama nel sonno un misterioso ragazzo e, cieca, ha recuperato la vista. Ora ci vede, ora sa. In segreto raduna cinque concittadini in una casa abbandonata – un bullo, una insegnante, un'adolescente in transizione, l'alunno modello e lo sfattone – e, a lume di candela e a porte aperte, racconta una storia che parte in Russia e sembra concludersi nello scantinato dove Prairie e altri come lei, sopravvissuti già una volta alla morte, sono stati sottoposti agli esperimenti di uno scienziato desideroso di carpire i segreti dell'aldilà. Si palesano i primi parallelismi: laggiù, in una specie di serra con telecamere ovunque, la protagonista aveva altri quattro compagni. Di uno, l'amato Homer, chiede spesso. Com'è fuggita via, quando ha recuperato la vista  e cosa spera di ottenere da quegli incontri notturni? Si può scomparire nel nulla, e dal nulla si può riapparire? Forse sì: The OA, inattesa e poco pubblicizzata, è stata infatti rilasciata da Netflix con un gioco di prestigio. Un attimo prima non c'era, quello dopo sì. Brit Marling, musa indie che già camminava all'ombra di una seconda Terra in Another Earth, scrive a quattro mani e recita. Con lei, il regista di The East e un cast di volti nuovi: tralasciando Jason Isaacs, antagonista irreprensibile, spiccano il coraggioso Emory Cohen (romantico italo-americano in Brooklyn) e il manesco Patrick Gibson. La serie parte come un giallo: i misteri, anziché avere fine, iniziano da lì. Si resuscita come in Les Revenants e nel nuovo testamento; accadono le grandi bizzarrie di Stranger Things; agiscono i personaggi eterogenei di Sense8, colti in intense sequenze d'insieme; affiorano i grattacapi dell'isola di Lost, sospesa com'era tra corpo e spirito, realtà ed elaborazione. Esempio di narrazione ad ampio respiro, la serie viaggia fra generi, toni e universi paralleli. Gli autori hanno completa carta bianca: fanno di te e dei loro prigionieri ciò che vogliono. Otto episodi in caduta libera sono questione di fiducia: dove atterrerai? In un epilogo poco chiarificatore, nebuloso come il resto, che sta spazientendo il web. I nessi dell'episodio della discordia non li ho colti lì per lì, ma fatto sta che mi ha commosso: con le sue coreografie di gesti, la cronaca nera che fa capolino a mano armata, le pareti bianchissime del paradiso o degli ospedali. Ci ho ragionato su e poi, quando ho capito che non serviva, ho realizzato di averlo amato. Inutile farsi troppe domande: non avresti risposte soddisfacenti, né la chiave di lettura che ti schiude le porte dei suoi prodigi. In The OA non ci sono scorciatoie. O ci credi, o non ci credi. Ci sono le fiabe nordiche, con stanze trapunte di stelle; spiritualità e intelletto; cattolicesimo e filosofie new age. Azzardati e indefinibili, sperimentali, gli episodi si sono fatti seguire però con più semplicità del previsto: la mollezza negli arti, la sospensione dell'incredulità, una magica sensazione di abbandono. The OA è una visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine. (9)

Salvatore, sensibile e curioso, appunta tutte le domande che ha su un quaderno rosso e, da un appartamento che dà su Palermo, scruta il mondo ad altezza bambino. Si interroga sulle relazioni umane e il futuro. Pensa con un brivido alla parola mafia, ma ha paura a pronunciarla. Gli hanno detto, tanto, che la mafia non esiste. E, seppure esistesse, non si curerebbe certo di loro quattro. Una famiglia qualsiasi che reagisce all'eco della storia e che, suo malgrado, fa i conti con la cronaca. Perché mamma Pia – un'intensa Anna Foglietta – è condannata a un infame precariato: in graduatoria hanno sempre la meglio i falsi invalidi, i raccomandati, e lo sconforto la porta a ricambiare le attenzioni di un galante maestro. Perché a papà Lorenzo – omino onesto impersonato dal bravissimo Claudio Gioè - negano il mutuo se non accetta di far favori a destra e a manca. Perché uno dei primi amori di Angela, diciassettenne che ha condannato il compagno di banco ai dettami della regola dell'amico, finisce in protezione testimoni e lo zio Massimo si rende protagonista di un'inquietante scalata al potere. Perché l'angelo custode del piccolo Salvatore è Boris Giuliano: poliziotto assassinato nella crociata contro Cosa Nostra. Siamo nel 1979. Di mafia si moriva. Trent'anni dopo, nell'esordio di Pif alla regia, se ne poteva invece anche ridere: ispirato e agrodolce, La mafia uccide solo d'estate era una fiaba che puntava alla prima serata. Diliberto fa da voce narrante e affida il timone a un cast in armonia. La fiction, in pillole, riesce a far bene parlando del male. Divertente e struggente, trasognata, mescola verità e finzione: Riina e Provenzano giocano a carte e complottano; Buscetta è ghiotto delle melanzane ripiene di Pia; Giuliano se ne intende di prime cotte e virtù. Dove troveremo gli adorabili Giammaresi, qui immortalati in uno splendido finale sospeso, l'anno prossimo? L'insospettabile Rai fa l'en plein. Se l'insubordinato Rocco Schiavone, infatti, è la novità, La mafia uccide solo d'estate – tra commedia all'italiana e neorealismo - è un pegno al passato. Ricorda le famiglie riunite davanti ai primi televisori a colori. Sa di già visto. Ma lo rivedi, fai chapeau, ti emozioni. (7,5)

In un quartiere sicuro e popoloso, un cane abbaia insistentemente in direzione di un giardino. La polizia scoprirà i cadaveri di una donna e del suo amante: tutti gli indizi conducono alla porta del marito di lei. La risoluzione del caso sembra scontata e intuitiva. Il colpevole dev'essere l'ex, possessivo e manesco. Ma ha la pelle nera, un nome importante, una fama che lo precede. Cos'ha fatto davvero O.J. Simpson, talentuoso giocatore di football e stella di Una pallottola spuntata? Il duplice omicidio, da bello che risolto, si rivela così più spinoso del previsto. Nascevo quell'anno - 1994 - e conoscevo il caso solo per sentito dire. Simpson, per me, era la spalla comica di Leslie Nielsen: non uno sportivo né un criminale. Poco interessato, ho rimandato a lungo la visione della prima stagione di American Crime Story, che in dieci episodi ricostruisce le indagini e l'estenuante processo. L'ho recuperata per dovere di cronaca. Purtroppo, pur trovandola appassionante e ben realizzata, mi ha lasciato poco coinvolto. Ha pregi lampanti, qualità innegabili: legal thriller senza intoppi, si avvale di attori straordinari – accanto ai redivivi Gooding Jr. e Travolta, la perfezionista Sarah Paulson e la rivelazione Sterling K. Brown – e riscatta il nome di Ryan Murphy dal trash. Vengono immortalate la tentata fuga, la scrupolosa formazione della giuria, le strategie degli avvocati. Ci si gioca la carta del razzismo a piacimento. Parlando di diritti civili e poliziotti intolleranti, l'assassinio passa in secondo piano. American Crime Story non si schiera e non cerca la verità, non sposa particolari punti di vista e non sveglia il cane che dorme. Riferisce sul banco dei testimoni le stesse controversie sollevate ventidue anni fa. Come nel caso dell'agiografico Sully o dell'impersonale Spotlight, la cronaca avvince ma oltre a interpretazioni maiuscole e al taglio chirurgico, limite mio, ho trovato poco altro. Il verdetto, sebbene espresso in suo favore, dichiara The People V. O.J. Simpson asciutto e imparziale; magistrale e  senz'anima. (7)

mercoledì 23 novembre 2016

I ♥ Telefilm: AHS - Roanoke | Black Mirror - Stagione 3

American Horror Story rinnova il mistero e la delusione. A sei anni dal debutto, in una stagione che fino all'ultimo si è tenuta stretta il segreto del suo tema, la serie antologica conferma pregi e difetti. Ryan Murphy – che neanche sul fronte Scream Queens, quest'anno, convince – ha più furbizia che talento. In Roanoke ci si lascia impressionare da pubblicità, struttura e frattaglie. Preceduta da poster che dicevano tutto e niente, anticipata da spot ingannevoli, la sesta stagione si ispira alla leggenda di una colonia americana scomparsa. Su quei luoghi, ai giorni nostri, sorge la casa che hanno acquistato Matt e Shelby: la coppia non trascorrerà un felice soggiorno. Sopravvissuti per miracolo, i due raccontano la verità alle telecamere di un programma televisivo. Roanoke ha una particolarità che in principio incuriosisce: è una serie tivù nella serie tivù, un racconto stratificato. Ogni personaggio avrà un suo doppio. Ognuno avrà un copione e, poi, un lato privato. La stagione, più breve del solito, si divide in due metà: cinque episodi per ricostruire con lo stile del documentario la sfortunata villeggiatura presso una novella Amityville; cinque episodi, a mo' di reality show, per raccontare il ritorno della troupe e dei protagonisti reali nella casa infestata. Mi aspettavo una stagione più asciutta e ordinata. Un cast oggetto di un trattamento finalmente decoroso, con una Paulson protagonista; una straordinaria Kathy Bates, nei panni della Macellaia; una Lady Gaga incantratrice, per fortuna ridimensionata a comparsa. Dieci episodi sono troppi: perché la tensione si disperde nel finale e la noia del già visto abbonda. Non piace l'horror – non quello alla The Blair Witch Project My Little Eye, con cenni sparsi a Rob Zombie e Non aprite quella porta –, se trascinato, spezzettato, diluito. Dieci episodi, se di cognome fai Murphy e non hai il senso della misura, diventano però pochi: per contenere tutti gli amici affezionati che hai, tutti gli attori feticcio, non basterebbe il doppio del minutaggio. Le puntate sono ridimensionate, il cast è rigorosamente immutato: gli attori in soprannumero muiono come mosche. Alcuni - Gaga, gli amatissimi Peters e Farmiga - fanno appena capolino; alcuni - Wittrock, Bomer - ci sono e neanche te ne accorgi; altri - la Paulson, che fa immensa antipatia con le sue arie da prima della classe - passano per la corsia preferenziale, rubando battute ai meno lesti. Tutti sacrificabili, sull'altare di un autore recidivo. Sin dall'inizio abbondano figuranti, idee, violenza: ghost story classica, ma mostrata per vie traverse, Roanoke non è però quel che sembra. E cos'è? A malincuore, il solito guazzabuglio. Un calderone di nomi, citazioni, momenti belli e momenti brutti, che in meno episodi fa danni maggiori. L'ennesimo inutile massacro – di attori, spunti, tempo. (5)

Se non sei abbastanza social, non esisti: la reputazione dipende dal numero dei like e, qualora diminuissero all'improvviso, una damigella d'onore potrebbe diventare un'ospite malaccetta. Un australiano giramondo, bloccato a Londra senza il becco di un quattrino, si presta come cavia per un videgioco: dal survival horror, talmente realistico da fagocitarlo, forse non c'è via d'uscita. Timido adolescente con l'ormone impazzito viene immortalato da una webcam mentre si masturba: per proteggere la sua privacy in pericolo, sotto ricatto, il ragazzo obbedisce alle folli richieste di un aguzzino sconosciuto; a sorpresa, ha da perdere più del previsto. Due ragazze, belle e diverse, s'innamorano in discoteca: il loro paradiso privato è una struggente illusione che ha il suono esatto degli anni '80. Soldato a caccia di un mostruoso nemico, apre gli occhi sull'insensatezza della violenza e della guerra. I più odiati dal web muiono misteriosamente; a decretarne la sanguinosa dipartita, sciami di api assassine e hashtag che ammazzano. Ritagli di storie, frammenti di film d'autore, per la terza stagione di Black Mirror: parto da qui, in ritardo e all'oscuro, non sapendo bene cosa aspettarmi sul piccolo schermo da questa fantascienza varia, minimale, umanistica; da una serie sulla bocca di tutti, a lungo trascurata. La si può vedere come capita: ogni episodio è infatti un cortometraggio a sé – e “corto”, con durate che oscillano dai cinquanta ai novanta minuti, è un aggettivo discutibile – e, se dovessi trovargli un difetto, è proprio l'ordine, la disposizione delle trame, che mi ha lasciato interdetto. Gli episodi conclusivi sono infatti tra i meno memorabili; l'ultimo, giallo dai risvolti catastrofici, è ingiustificatamente lungo. Il resto – tra l'adrenalico e il sentimentale, la satira e il thriller psicologico – è un inquietante prisma che usa la fantascienza come originale corollario. Il futuro dei disparati (disperati) protagonisti di Black Mirror è vicinissimo; per molti, già qui. Il puzzle angosciante, policromo, giudizioso ha il nero del titolo e, in un capolavoro come San Junipero, il suo opposto. Nel ritratto desolante a opera di giovani leve del cinema internazionale – doveroso il cenno al grande Joe Wright in apertura –, prevale comunque l'amaro in gola. Gli alieni verdi di cui farneticavamo da bambini, gli abitatori del futuro, sono nevrotici e tecnologici quanto noi. Ci inquietano le coincidenze; ci si mette nei panni scomodi di protagonisti al limite: calzano a pennello. Sorprende la capacità di condensare storie di senso compiuto in un tempo ristretto; lo spaziare qui e lì senza uscire mai fuori traccia; la consapevolezza che i sei episodi di Black Mirror durino un pomeriggio e molto più. Il loro riflesso, infatti, è un'ombra scura che non ti scolli di dosso. (8)