Visualizzazione post con etichetta Hulu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hulu. Mostra tutti i post

lunedì 27 giugno 2022

Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends

Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)

È stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica. Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui, soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria sceglie il cammino dell'arte per l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire, ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di uno spacciatore e, a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer, regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo puntata: da amare e odiare. (8)

Lui, goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro, popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e, presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per altre due stagioni, Heartstopper è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti – contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non bastano mai. (7)

Lei è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra, storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro, inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più una riproposizione – impossibile – di Normal People che l’adattamento di Parlarne tra amici. Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo più bello – da trasporre. (6,5)

venerdì 3 dicembre 2021

Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building

Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)

In fuga da una relazione tossica insieme alla figlioletta, Alex sbarca il lunario come domestica. Pulisce le case dei ricchi, e ne carpisce le storie, i segreti, le felicità apparenti. Alex smacchia, sgrassa e lucida in silenzio. Ma a dispetto degli sforzi titanici non riesce a cancellare i dolori della propria famiglia disastrata, composta da una madre bipolare, un padre assente e un partner tenero ma imprevedibile negli sbalzi d'umore. Attraverso i viavai giornalieri della protagonista, questa miniserie – ispirata a una storia vera – racconta con sguardo partecipe i figli di un Dio minore. Quelli dei sussidi statali, delle case-famiglia, del buoni pasti: i novelli miserabili. Prodotta dagli autori di Shameless e Promising Young Woman, Maid descrive in maniera simile il disagio sociale e la solidarietà femminile senza però mai propendere per il grottesco. Realistica, introspettiva, ma all'occorrenza sognante, è un'ordinaria storia d'ispirazione e coraggio sorretta da un cast straordinario. Benché stupisca il Nick Robinson dell'adolescenziale Tuo, Simon, giganteggiano Margaret Qualley e Andie MacDowell. Mamma e figlia anche nella vita reale – la prima una definitiva consacrazione, l'altra un insperato ritorno di fiamma: le rivedremo entrambe ai Golden Globe – minacciano di andare in pezzi in continuazione. Ma, miracolose fino all'ultimo, non si rompono. (7,5)

Oscar Isaac e Jessica Chastain – quanta bellezza, quanta bravura: ne saranno ben felici i nostri ormoni – si amano e si odiano alla follia nella miniserie ispirata a Bergman. Seppure a ruoli inversi rispetto al film originale, discutono di monogamia, sesso e tradimenti nell'arco di cinque puntate. Lui, insegnante di filosofia, è caloroso e accomodante. Lei, manager ambiziosa, appare più disincantata. Nonostante la sceneggiatura e le performance, di altissimo livello, siano state acclamate all'unisono al Festival di Venezia, il piglio freddo e cerebrale del tutto non è riuscito mai a emozionarmi. Anzi: lo script sembra fare il possibile per renderli insopportabili, con Isaac ridotto a uno zerbino e Chastain trasformata in un'aguzzina capricciosa. Alle “scene” di Hagai Levi – sbrodolate sedute psicoanalitiche mascherate da schermaglie coniugali – manca qualsiasi spontaneità. Possibile che fosse più dolorosa una lite di pochi minuti nell'ultimo Baumbach rispetto a questo profluvio di recriminazioni e pavoneggiamenti stellari? Per riprendersi dall'eventuale delusione, consiglio la terza stagione di Master of None altro tributo al maestro svedese – o Chiamami ancora amore, un Kramer VS Kramer all'italiana prodotto dall'insospettabile mamma Rai. (6)

Una famiglia con detestabili figli adolescenti al seguito. Una coppia di neosposi minacciata dalla tristezza di lei, insofferente verso quel marito capriccioso. Un'appariscente donna di mezza età con un'urna da spargere nell'oceano. E un resort esclusivo, nelle sognanti Hawaii, che per qualche tempo ne accoglie le storie, gli strepiti e i disastri tragicomici, mentre il suo impettito direttore rischia di perdere il suo buon nome. Le esistenze dei villeggiantisi intrecceranno con risultati imprevedibili a quelle dei dipendenti. Grottesca, acidissima, scritta in stato di grazia, The White Lotus fa ridere a denti stretti a proposito di white privilege, patriarcato e perbenismo. Come nella migliore tradizione della satira sociale, la sceneggiatura – perfetta nei primi episodi – bacchetta i vizi di questi riccastri vuoti e superficiali. I toni sono corrosivi, la colonna sonora tribale, il cast strabiliante – l'iconica Jennifer Coolidge su tutti, ma occhio anche ai sorprendenti Murray Bartlett e Alexandra Daddario. Peccato per l'epilogo, agrodolce ma senza coraggio: un ritorno alla normalità (con omicidio) che non convince completamente. Bella, ma non quanto si leggeva in giro ai tempi della messa in onda su Sky, resta la versione riuscita della pessima Nine Perfect Strangers ma non il capolavoro annunciato. (7)

Un attore sul viale del tramonto, un regista in bancarotta e una ventiseienne dal passato enigmatico fanno squadra per indagare su un omicidio avvenuto nel loro condominio. Che la morte di un solitario uomo d'affari sia correlata a quella di una giovane di buona famiglia, caduta dall'ultimo piano qualche anno prima? I sospettati, di tutto rispetto, comprendono anche Nathan Lane e la rockstar Sting. Giocando a fare i detective, i tre protagonisti contribuiscono a creare un un podcast dal successo istantaneo e questa deliziosa comedy d'ambientazione newyorese, che nei suoi momenti più felici ricorda proprio il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan. Peccato che, nonostante qualche trovata particolarmente brillante – il settimo episodio, un prodigio tecnico girato dal punto di vista di un inquilino non udente – e colpi di scena in quantità, il risultato sia tanto piacevole quanto innocuo. Già confermato per una seconda stagione, Only Murders in the Building resta in ogni caso l'intrattenimento ideale per gli amanti di Agatha Christie e per spettatori arzilli anche se in là con gli anni. I suoi pregi maggiori? Aver riporto sugli schermi Steve Martin e Martin Short, irresistibili mattatori, che ammiccano alle nuove generazioni – da qui il coinvolgimento di Selena Gomez – e brindano alla vita scherzando a lungo con la morte; la sigla animata, tra le più belle dell'anno corrente; il format vincente, purtroppo supportato da un intreccio poliziesco tutt'altro che indimenticabile. (6,5)

sabato 18 luglio 2020

L'amore, oggi in TV: Love, Victor | Love Life

Con il mese del pride da poco passato, più di qualche spettatore avrà ripensato con un sorriso a fior di labbra a una bella commedia adolescenziale di qualche anno fa: Love, Simon. Una storia di scoperta e sessualità, pensata eccezionalmente per il grande pubblico, con al centro una tematica fortunatamente non più tabù: l’omosessualità. Normalissimo benché accidentato, l’amore telematico descritto nel film di Greg Berlanti era raccontato dalla voce del promettente Nick Robinson. Trasposta sul piccolo schermo, in uno spin-off annunciato a sorpresa, la vicenda cambia ovviamente protagonista, ma non i toni ispirati: vi presento Victor allora, un liceale di origini ispaniche, reduce da un trasferimento e da un’epifania che spaventa. È attratto, infatti, dal suo stesso sesso. Su Instagram si confessa proprio al noto Simon, in un metaforico passaggio del testimone: il vecchio protagonista, che ormai vive a New York con il fidanzato storico, all’occorrenza gli farà da guida e supporter. Diviso tra un collega di lavoro con il sorriso da marpione e una bellissima coetanea, verso cui prova però soltanto un’innocua amicizia, Victor vive nell’incertezza. Come fare chiarezza? Come dirlo alla famiglia, se a differenza di quella di Simon è molto tradizionalista? Per quanto poco indispensabile, la serie Hulu – inizialmente pensata per Disney Plus – punta su tematiche universali, trattate sì con garbo ma senza grande originalità, e sulla caratterizzazione di protagonisti e comprimari. Semplicemente adorabili, si lasciano tutti seguire con empatia, anche quando la prevedibilità è dietro l’angolo. Per fortuna ci pensano le famiglie disfunzionali, al solito, a offrire pensieri e spunti di riflessione. Imperfetta, ospitale ma all’antica, quella di Victor è estranea al politicamente corretto: ama il suo secondogenito, ma fa fatica ad abituarsi alle effusioni tra uomini. Cambierà idea, se il coming out è nell’aria? Retta sul fascino da ragazzo della porta accanto del giovanissimo Michael Cimino – omonimo del regista –, Love, Victor mi ha ricordato il formato delle serie TV che andavano in onda su MTV. Vecchio stile, forse, ma non del tutto superata. (6,5)

Una serie TV sull’amore: l’ennesima, uno dice. Ma sorprende il fatto che a produrla sia HBO, disabituata a contenuti freschi e disimpegnati. Così come sorprende che, in tempo di quarantena, tanto era positivo il riscontro del grande pubblico, la serie sia stata resa disponibile per intero senza il bisogno di centellinare gli episodio. Qual è il segreto del suo successo? Difficile dirlo, nonostante io sia l’ennesimo a tesserne le lodi sul web. Love Life racconta, né più né meno, della vita sentimentale di Darby Carter: trentenne, gallerista, che nell’arco di dieci episodi insegue l’utopia di una relazione stabile. Sfortunata con gli uomini sin dal liceo, in una New York piena tanto di opportunità quanto di cantonate, la protagonista – interpretata da una bravissima Anna Kendrick, capace di impersonarla con grazia nelle diverse fasi della sua vita: forse è il ruolo migliore dell’attrice americana, candidata all’Oscar per Tra le nuvole – è sempre di corsa, e con la stessa foga rincorre il principe azzurro. Tra asiatici avventurosi, cuochi irascibili, storie di una notte e improvvisi ritorni di fiamma, qualche volte lascerà e qualche volta verrà lasciata. Carnefice e vittima, cronicamente insoddisfatta, Darby fa però spazio anche agli altri. E guarda alla madre, che fa ancora i salti mortali per compiacere i figli; oppure alla coinquilina, l'incostante Sara, troppo scapestrata per andare a vivere a casa dell’amatissimo Jim. Come spesso capita, il lieto fine – immancabile – avrà un volto inaspettato. No, non è un’altra stupida commedia americana, ma una delle poche sorprese dell’anno corrente. Consolerà gli orfani di Modern Love, attesa chissà quando per una seconda stagione, e piacerà ai fan di 500 giorni insieme, con una voce narrante che scandaglia i gesti della Kendrick come già accadeva con i tira e molla tra Tom e Sole. C’è la durata, ideale: trenta minuti. C’è una padrone di casa a proprio agio ma generosissima, se si tratta di far spazio ai personaggi secondari. C’è New York, un labirinto di scelte sbagliate. Infine la sceneggiatura, ironica con profondità. Insomma: se non è amore questo, allora cosa? (7,5)

mercoledì 20 maggio 2020

Se ne parlano tutti ci sarà un perché: Normal People | Little Fires Everywhere | Hollywood

Qual era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette. Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta, ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo,  lei un incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo, all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano. Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri. Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia, sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)

Villette a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva. Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre – maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)

Nel 1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg. La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy, con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo, così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque nostalgia. (7)

venerdì 27 marzo 2020

Recensione: Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng

| Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 374 |

Dalle rovine di una casa rispettabile – di quelle tutte uguali, da ricchi, che suggeriscono ordine maniacale, perfezione e decoro – si sollevano le spire di un incendio doloso. Dalle camere dei Richardson sono partiti focolai che hanno inglobato la proprietà in una cortina asfissiante. Dal prato, i membri della famiglia contemplano la disfatta. Si leccano le ferite, additano il colpevole. Com’è potuto accadere? Da un’immagine decisamente cinematografica – non stupisce l’arrivo di una serie TV con due attrici d’eccezione, Reese Whiterspoon e Kerry Washington, debuttata in patria nei giorni scorsi – prende avvio il bestseller di Celeste Ng. Corteggiato sin dai tempi della pubblicazione, l’ho rispolverato per prepararmi alla trasposizione. Denso e corposo – quasi quattrocento pagine, con capitoli piuttosto lunghi –, avrebbe potuto darmi noie in un periodo in cui riesco a leggere poco e male. A sorpresa, nella migliore tradizione dei page turner, ha generato un’istantanea dipendenza.
Quanto ci piace, infatti, curiosare nelle vite altrui? Quanto è divertente smascherare le bugie del perbenismo? Dopo la lettura di La storia di un matrimonio, così, ho conosciuto nuovi segreti coniugali; ennesimi divari generazionali; un nuovo quartiere residenziale dove non è tutto oro quel che luccica.

Proprio quando pensi che sia tutto finito, trovi un modo. […] Come un incendio prativo. Ne ho visto uno anni fa, mentre eravamo in Nebraska. Sembra la fine del mondo. La terrà era bruciata e nera e tutto il verde era sparito. Ma dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere cose nuove.  Anche le persone sono fatte così, sai? Ricominciano da capo. Trovano un modo.
Anche se non stonerebbe immaginare i protagonisti negli anni Cinquanta, siamo nell’era di Tori Amos e Bill Clinton. La sordida relazione tra il Presidente e la sua stagista fa parlare eccezionalmente di sesso a tavola e a scuola. In un clima già teso, a bordo di una Volkswagen fanno il loro ingresso Mia – fotografa hippy che si arrangia come tuttofare – e Pearl, quindicenne stanca dei continui trasferimenti. Desiderosa di stabilirsi lì in pianta stabile, l’ultima arrivata vince la solitudine e si intrufola nella famiglia degli affittuari.
I Richardson hanno quattro figli pressoché coetanei di Pearl, e accolgono a braccia aperte la studentessa dall’aria bisognosa: generosi e spontanei, neanche particolarmente antipatici, possiedono la naturalezza dei privilegiati di cui si parlava anche in Parasite. Ma a una certa età si è sempre affascinati da ciò che non si può avere, dallo scintillio misterioso dall’altra parte della barricata: la minore dei Richardson, una mina vagante di nome Izzie, compie il percorso inverso rispetto a Pearl. Si avvicina a Mia, semplice donna delle pulizie ma dal talento artistico folgorante. Come preferire gli incarichi ordinari della madre Elena, blanda firma di un quotidiano locale, ai collage della fotografa? Come identificarsi con la donna che ha fatto della genitorialità una professione anziché sognare il passato enigmatico e la vocazione dell’inquilina girovaga?
Grazie a una scrittura agile e bella, che con leggerezza invidiabile scava a fondo e all’occorrenza si libra in coinvolgenti voli pindarici – ho amato i capitoli monografici con le sperimentazioni di Mia –,  la narratrice onnisciente spia dal buco della serratura i membri del suo cast. A proprio agio con la gestione dei diversi punti di vista, la Ng sviscera approfonditamente i pensieri e le azioni dei personaggi: con il rischio di risultare, a volte, un po’ ridondante.

Per un genitore, un figlio non è solo una persona: un figlio è un luogo, una specie di Narnia, uno spazio vasto ed eterno dove il presente che stai vivendo, il passato che ricordi e il futuro che stai attendendo con ansia coesistono nello stesso istante. […]  È un luogo in cui trovare rifugio, a patto di sapere come entrarci. E ogni volta che lo lasci, ogni volta che tuo figlio esce dal tuo campo visivo, hai paura di non potervi più fare ritorno.
Benché non sia un thriller, Tanti piccoli fuochi ne ha il ritmo e gli intrighi. È un garbuglio di fraintendimenti, bugie e non detti, di cui soltanto lettore e narratrice hanno la visione d’insieme. Alcuni personaggi non vengono mai sfiorati dalle conseguenze della vicenda in atto. Altri, senza grandi epifanie, cambiano seduti sui gradini del portico. A differenza che nella serie TV, immagino ben più focalizzata sullo scontro ideologico tra Mia e Pearl, queste donne agli antipodi non si accapigliano e di rado figurano nella stessa pagina. I veri protagonisti sono i loro figli, imprevedibili e ormonali, insieme al magnetismo che lo status dell’una esercita sull’altra. Le madri di Celeste Ng ascoltano, ficcanasano, agiscono per un bene maggiore. E ci fanno riflettere sui bambini nati in serie, su quelli mai venuti al mondo, su quelli promessi e poi pretesi indietro. Cos’è più forte: la biologia o l’amore? 
Mentre nel quartiere si confabula dell’adozione in forse dei McCollough, ci si alzerà di frequente da tavola con il broncio; si infrangeranno i dogmi del politicamente corretto parlando per la prima volta di fecondazione assistita o aborto.  Purtroppo, con il senno di poi, sono costretto a mettere in discussione quell’incipit forte ed esplicativo all’inizio lodato: dice troppo – colpevole incluso –, mentre l’epilogo aggiunge troppo poco. Nel mezzo mezzo, a dispetto della mancanza di colpi di scena, ci sono per fortuna pagine rimarchevoli e tantissima carne al fuoco. Il successo di Celest Ng, un’intrusa in quel di Shaker Heights, non è solo fumo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Adele – Rumor Has It

lunedì 18 novembre 2019

I ♥ Telefilm: Looking for Alaska | The End of the F***ing World S02

Avevo sedici anni, John Green era il migliore autore dell’universo ed ero perdutamente innamorato di Alaska Young. Una che accumula libri usati come fossero gioielli. Una che beve, fuma, impreca. Una che la dà a tutti ma non si concede mai a nessuno. Uno di quei personaggi che a una certa età, insomma, segnano l’immaginario: dieci anni dopo non l’ho scordata. Anche se nel frattempo John Green ha scritto altro, superando il successo del suo esordio indie. Anche se non sempre l’ho apprezzato, in salute o in malattia. Ho scoperto una cosa: che la cotta per Alaska è rimasta incorrotta anche sul piccolo schermo. Oggetto di una miniserie Hulu senza una distribuzione italiana, il romanzo di formazione ambientato agli inizi del Duemila funziona alla perfezione anche a episodi con i suoi primi baci, primi strusciamenti, primi dolori. Purtroppo passata sotto silenzio, la trasposizione – un gioiellino di scrittura e recitazione – si è rivelata un impensato terremoto emotivo, capace dal nulla di riaprire vecchie ferite: a volte erano i segni dei dardi di Cupido, infatti, altre traumi insuperati. Pur senza meriti stilistici, Looking for Alaska conquista subito grazie a un’irriverente anima da canaglia, ma con il procedere della visione si rivela infine struggente. Quanti prodotti per ragazzi hanno il coraggio di mettere in scena l’assoluta centralità del dolore? Quanti sanno trattarlo senza l’intromissione del politicamente corretto, ma affrontandolo ora da una prospettiva religiosa, ora da una filosofica? Tutti all’inseguimento di un Grande Forse, i protagonisti fanno a gara di sbronze e sensi di colpa – e se sceneggia il veterano Josh Schwartz, piccole e grandi aggiunte daranno profondità anche ai comprimari: tralasciando un Charlie Plummer non all’altezza del ruolo di protagonista, gli applausi sono per Denny Love (uno straordinario Colonnello), Sofia Vassilieva (la dolcissima Lara), Ron Cephas Jones (il professor Hyde, qui con un amore omosessuale che emoziona). Tra grasse risate e pianti torrenziali, ho ricordato perché all’epoca ne avessi consigliato la lettura in lungo e in largo. E come mai alla protagonista del mio romanzo, più tardi, avrei dato i tratti dello sfuggente sogno erotico di Miles, qui interpretata da Kristine Froseth: bella come Margot Robbie, e per di più già bravissima, farà strada marciando su nuovi cuori infranti mentre il deejay passa Fix You. Lo spettatore, proprio come la matricola protagonista, la osserva e la venera, spaventato da un inquietante conto alla rovescia che avanza. Alaska Young resterà sempre il mistero della mia gioventù. E il giallo dei suoi spericolati anni alla Cobain, tutt’ora, sfavilla fino a farmi lacrimare. (8)

Lo abbiamo visto sia con The Handmaid’s Tale, sia con Big Little Lies. Pessima idea cavalcare l’onda del successo, se significa superare a piè pari l’intento originario dell’autore. Entrambe tratte da bestseller, le due serie TV hanno guadagnato stagioni aggiunte e perso infinita credibilità. Quando un romanzo viene annacquato per allungare il proverbiale brodo, infatti, difficile confidare in buoni risultati. Il pregiudizio è toccato anche alla seconda stagione di The End of the F***ing World: ispirata a un fumetto destinato a chiudersi con una scioccante tragedia finale, la fuga dei due sociopatici più amati di Netflix poteva forse avere un degno prosieguo? Al di sopra delle aspettative – pensati senza grandi forzature, ma assolutamente pretestuosi nello svolgimento – i nuovi otto episodi risultano sì superflui, ma hanno il merito di non snaturare la personalità dei personaggi e di allinearsi allo stile della prima stagione. I trascorsi di Alyssa e James, infatti, li hanno resi più buoni, più umani, più cresciuti. Purtroppo, anche meno spassosi. Lei, vestita di bianco, è una sposa in fuga il giorno delle nozze. Lui, impettito dentro un brutto abito elegante, porta un’urna sottobraccio di cui non svelerò il contenuto. Bravissimi e subito iconici, Jessica Barden e Alex Lawther sono diventati tutt’uno con i loro ruoli: tanto algida lei quanto adorabile lui, costituiscono una coppia tenera e mal assortita come poche. Per questo gli si vuol bene. Soprattutto in una stagione a corto di svolte, che gira in tondo e poi torna sui luoghi della prima, retta soltanto dall’innegabile alchimia del duo. Insieme, così, superano le incertezze e le lungaggini di una scrittura che vorrebbe stare al passo ma non può: non abbastanza caustica, non abbastanza memorabile. Brava altrettanto, qui, è colei che vorrebbe farli scoppiare: pazza d’amore, Naomi Ackie viaggia sul sedile posteriore e semina pallottole con incise promesse di morte. Poteva andare meglio. Poteva andare peggio. La decorosa via di mezzo accontenterà comunque i fan, sempre attratti dalla ricercata colonna sonora rètro, dalla regia hipster e dalla promessa di uno spasimatissimo lieto fine. Quest’ultimo non scontenterà nessuno, giuro. Neanche chi, vagamente deluso, non vorrà perdonare alla serie di non essere stata di nuovo la fine del mondo. (7)

mercoledì 28 agosto 2019

I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)

Brutta bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei sogni segreti, dalla visione di Euphoria in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream, quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito, toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e scandaloso, Euphoria non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile, torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla – ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore – ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato, della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un malessere nascosto. Ne subiremo le amare conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul ciglio del burrone. (8)

Tre anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate, in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con la programmazione americana né di badare all’intensità ormai assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più, invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi. Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa franca.  Qualcuno punta al Canada, pretendendo diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere. L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al cambiamento sociale, trasformandosi in una Che Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio – ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza, qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo la bella stagione, il suddetto frutto si rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)

Viene dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate. Come vendere droga online (in fretta) aveva tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto, approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad, un po' di Smetto quando voglio e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista, foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama – che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di dipendenza. (5,5)

lunedì 12 agosto 2019

I ♥ Telefilm: The Boys | Catch 22

Indossano calzamaglie attillate. Sfoggiano mantelli svolazzanti, mute e diademi gemmati. Ispirano il piccolo e il grande schermo, fra produzioni cinematografiche e reality show. Hanno superpoteri di tutto rispetto, vero, ma li usano soprattutto per esigenze di marketing. Salvare il mondo non è una loro priorità: tutt’al più, conquistarlo. Le immagini promozionali potrebbero ingannarci. A colpo d’occhio, i protagonisti sembrano proprio i personaggi iconici dei fumetti. Ma questa Wonder Woman nasconde la propria omosessualità con una relazione di facciata, Aquaman non sa tenerselo nei pantaloni, Flash travolge i passanti fino a spappolarli, Superman è un depravato megalomane con qualche problema con mamma. A ogni azione commettono tremendi gesti collaterali. E i civili, muti, subiscono. Questa è la storia di un gruppo di persone qualunque. Ai Sette, vigilanti mascherati che vegliano incontrastati sulla città di New York, si contrappongono i ragazzacci del titolo: una squadriglia arrangiata che raccoglie scarti e relitti umani, disposti a tutto per vendetta. Nello spirito di Deadpool e Kick-Ass, la nuova serie targata Amazon – ispirata agli eccessi del fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson – è una satira ironica e violentissima che polemizza contro l’America più guerrafondaia, il trattamento subito dalle donne ai vertici, l’insopportabile patriottismo delle creazioni Marvel e DC. Guai a fidarsi di questi supereroi, perché il più buono fra loro ha comunque la rogna. Guardateli: nascondono attentamente perversioni sessuali, bugie, segreti sconcertanti. Contemporaneamente, fanno da vigilanti e da antagonisti. Sotto il giogo della scaltra Elisabeth Shue e di Antony Starr, leader carismatico sull’orlo di una crisi d’identità, fa il suo ingresso nel team anche Starlight: ragazza prodigio di sanissimi principi, che illusoriamente crede ancora nel bene. Frustrata da un ambiente manipolatorio e sessista, si avvicinerà suo malgrado al lato oscuro: come resistere alla compagnia degli sterminatori di supereroi se, accanto al solito Karl Urban che non deve chiedere mai, c’è un ventenne dal cuore infranto con il sorriso impacciato dell’adorabile Jack Quaid – figlio di Dennis e Meg Ryan, che a ben vedere ricorda un po’ il compianto Anton Yelchin? Gli effetti speciali sono ben dosati. Gli schiamazzi e gli scoppi fini a sé stessi si contano sulle dita di una mano. L’intelligenza della scrittura punta tutto sulla caratterizzazione perfetta dei protagonisti – chi non “shippa”, per esempio, il parigino Frenchie e una selvaggia new entry dagli occhi a mandorla? La serie, già confermata per una seconda stagione, è consigliata a chi il genere lo segue e, soprattutto, a chi lo evita. C’è qualcosa di losco dietro il buonismo dei Sette. C’è qualcosa di strano dietro i loro poteri: forse dono di natura, forse semplice doping. The Boys potrebbe farteli amare, eppure fa molto meglio: li demolisce. (7+)

È ispirato a un romanzo di Joseph Heller pubblicato per la prima volta sessant’anni fa. Catch 22, trasposto in una miserie Sky composta da sei episodi, stupisce anche oggi per la sua sconcertante modernità. La guerra, mostrata letteralmente a tutto tondo, non è mai stata così grottesca: vista dall’alto, dal punto di vista di un bombardiere; vista dall’interno, dal punto di vista di un giovane in stanza sull’isola di Pianosa. Un paradiso di scogliere a picco e acqua cristallina nelle poche ore d’aria, ma un inferno per il resto del tempo. Yossaran – interpretato da un sorprendente Christopher Abbott, che per la sua bellezza anni Cinquanta e una bravura misteriosamente sottovalutata agli Emmy ruba spesso la scena ai figurati illustri: George Clooney, Hugh Laurie, Kyle Chandler – vorrebbe tornare a casa. Finge fitte all’appendice, al fegato, ai testicoli; simula la pazzia. Fa uno spasmodico conto alla rovescia delle missioni rimaste per non gettare la spugna, tanto grande è lo sconforto. Ma l’obbiettivo si allontana sempre più, e le missioni sembrano allungarsi e moltiplicarsi per dispetto. Baciato dalla fortuna, mentre intanto i compagni muoiono come mosche, Yossarian si strugge per la vita brevissima dei novellini, la crudeltà di un’era dove ogni cattiveria è diventata norma, il destino passivo dei militari e dei civili. Qualcuno di loro si innamora di una prostituta. Qualcuno se la passa di lusso, addetto alla mensa. Qualcuno altro, per uno stupido qui pro quo causato dal nome di battesimo, si trova Maggiore suo malgrado. Un esercito di analfabeti funzionali, così, distribuisce cariche a destra e a manca pur di non ammettere errori e strafalcioni; pur di prendere sul serio il compito di proteggere e servire. Catch 22 spara a vista. Pallottole di umorismo caustico, nerissimo, che disgustano per gli schizzi di sangue diffusi e per i bislacchi paradossi logici, scritti con un’intelligenza dalla levatura quasi teatrale. Tragicommedia breve e scorrevole, ha la colonna sonora jazz del cinema di Woody Allen e i toni falsamente scanzonati dei Coen – ora da ridere, ora da prendere sul serio. Come raccontare le assurdità del conflitto, infatti, senza sfociare nel nonsense? Non si può. Senza eroismo, senza patriottismo a stelle e strisce, in poltrona assistiamo alle disavventure di un insolito anti-eroe e alla sconfitta dei valori tradizionali, di Dio, degli idealisti più inguaribili. Tutti vorrebbero essere gli eroi della propria storia. Ma quanti, piuttosto, hanno il coraggio di dichiararsi codardi e spaventati come Yoyo: mandati avanti non tanto dalla furia bellica, quanto da una fortuna sfacciata? (7)

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

mercoledì 26 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Castle Rock | Atypical S02

Ci sono nati il cane Cujo, l'antiquario di Cose preziose, i bambini di Stand By Me, lo scrittore fuori di sé di La metà oscura. Castle Rock, Maine, è la città immaginaria che nutre i crimini di sangue e i best-seller di sicuro successo. L'isola che non c'è, potremmo dire, o meglio: l'inferno che voleva esserci; farsi anche TV, se l'orrore piace pure a puntate. Le produzioni ispirate ai successi di King, tuttavia, le si accoglie sempre con un altro tipo di paura: quella che accompagna gli adattamenti deludenti, i progetti morti sul nascere in quanto mediocri. Così è stato, almeno, prima per Under the Dome, poi per The Mist. Quale destino si doveva mettere in conto invece per la sperimentale Castle Rock, serie scritta dal nuovo che il Re non lo avrebbe adattato, bensì omaggiato? L'omaggio, chiariamolo, è molto alla lontana: soprattutto ai conoscitori superficiali, potrebbe apparire perfino pretestuoso; uno specchietto per le allodole. In dieci episodi, ambientazioni a parte, del mondo di King – auguri a lui, che lo scorso venerdì ha spento settantuno candeline – in realtà c'è poco: la prigione di Shashank sullo sfondo, l'invecchiato ma valente sceriffo Pangborn, una giovane che per fardello ha il cognome del famigerato Jack Torrence. Non si vuole battere il ferro finché è caldo, no, così come non ci appare un vezzo, l'ennesimo easter egg, un cast con una manciata di attori già familiari a questo universo – parlo di Carrie e It, una meravigliosa Sissy Spacek e lo spiritato Bill Skarsgard, qui in borghese e alle prese con ruoli tutti diversi. È di ritorni a casa, invece, che si parla, con l'avvocato André Holland chiamato a fare luce sui misteri della propria infanzia. Di un giovane senza nome né memoria, prigioniero in un'ala nascosta del carcere, che forse è una vittima, forse un pericolo imminente. Si viaggia tra presente e passato, a cavallo tra realtà, soprattutto se nelle ultime puntate – magistrali la settima e la nona, autentici e toccanti girotondi temporali – l'immancabile J.J. Abrams ci mette lo zampino. Qualcosa e qualcuno non funzionano: il taglio tanto classico da risultare un po' compassato, ad esempio, o i personaggi di Jane Levy e della eppur brava Melanie Lynskey. Ma, se non tutto fila a regola d'arte, comunque fa piacere scorgere tra le righe il King meno indagato: introspettivo, malinconico, esistenzialista. Quello per pochi eletti. Nella fascinosa ma irrisolta Castle Rock, infatti, non ci sono enigmi più grandi del fluire del tempo, della memoria che svanisce invecchiando, delle ormai proverbiali sliding doors. Ci si allontana coraggiosamente, anche a costo di risultare meno vendibili, dalle atmosfere del tormentone Stranger Things, dalle trasposizioni fedelissime che puntualmente fanno flop, dallo scrittore tutto spauracchi che solo un profano si aspetta su carta. Le vie e i sentieri che si diramano, gli incroci, sono potenzialmente inesauribili. La serie Hulu non imbocca sempre quelli giusti, ma neppure i più scontati. Se ne va spesso a tentoni, nel bosco, fra multiversi e maledizioni, e nel suo smarrirsi scopre luoghi bizzarri nonché svolte dall'impensata bellezza lirica. E insieme a quest'ibrido degno di interesse, così, realizziamo strada facendo, al buio, che tutte le strade portano a casa. In una Castle Rock insolita, ma che intanto ti fa primo cittadino e suo prigioniero. (7)

Gli acquazzoni, il tè delle cinque, i ritorni che in fondo aspettavi. L'arrivo dell'autunno porta a domicilio piccole gioie irrinunciabili e appuntamenti fissi. Quest'anno, in attesa che i palinsesti americani riprendano a pieno regime, si è ripartiti con dolcezza, dalla famiglia Gardner. Non una delle sorprese più clamorose dello scorso anno, non lo nego, eppure produzione così quotidiana, così spontanea, che era stato un piacere accettarne gli inviti a pranzo e cena per condividerne la leggerezza e i dispiaceri. Si parlava, da titolo, di Sam: l'annunciato atipico dei quattro. Diciassette anni, poche parole e tanti sbalzi d'umore, una forma d'autismo ad alto funzionamento che lo rendeva poco ferrato in materia di adolescenza e ragazze, moltissimo invece se di mezzo c'erano pinguini da adottare a distanza o ghiacciai a rischio di scioglimento. Ci si affezionava a lui – a sorpresa, non il più problematico del nucleo domestico, nonostante le bizzarrie a fantasia –, e soprattutto a chi gli stava accanto, con il difficile compito di essere assennato e paziente; di far bene. Cose impossibili, si sa: nelle famiglie di ogni dove non esiste né perfezione apparente né tregua. Dopo il rinnovo, eccoli lì, proprio dove li avevamo lasciati: mamma Jennifer Jason Leigh, reduce da una relazione fedifraga smascherata in fretta, è invitata di malo modo ad andare altrove ma intanto cerca il perdono di tutti; papà Michael Rapaport, con quel tradimento che ancora brucia nell'orgoglio, si distrae sposando pienamente la causa del figlio maggiore ma la fatica del multitasking pesa sia sul fisico che sui nervi; Brigitte Lundy-Paine, sorella brillante e ambiziosa, cambia scuola e forse gusti sessuali, se un'avvenente coetanea le dà da pensare. E poi c'è l'ottimo Keir Gilchrist: in una relazione da definire, quasi diplomato, innamorato non corrisposto di una terapeuta dagli occhi a mandorla in attesa di un neonato fuori programma. Meno egocentrico, più adulto, il protagonista conferma ancora una volta la propria magia: la capacità inconsapevole di rendere strane e importanti, intense, le esistenze che sfiora. Naturale proseguimento della prima stagione, senza grandi intoppi né forzature, Atypical ha dalla sua, questa volta, un'accentuata dimensione corale che funziona e diverte grazie a comprimari caratterizzati tutti con lo stesso piglio ironico, tutti con lo stesso cuore d'oro. In un prosieguo che non è il più atipico che avresti potuto immaginare, ma il più corretto. (7)

giovedì 23 agosto 2018

I ♥ Telefilm: Insatiable | UnREAL S04

In sovrappeso, seguita a ruota da una migliore amica dai dubbi gusti sessuali, figlia di una mamma single che per lavoro sforna burritos e di un padre dall'identità segreta, Patty, diciassette anni e sentirsene cento, è il ritratto dell'impopolarità in un'età – in un Paese – che pretenderebbe bellezza, valori tradizionali, modelli vincenti. Chi poteva immaginarlo che l'ennesima prepotenza – il pugno di un barbone rissoso – avesse dei pregi? Dimagrita di trenta chili durante la convalescenza, più avvenente ma non per questo più felice, la liceale punta alla vendetta. Adesso vuole vincere, anche a costo di umiliare o allontanare gli altri. Soltanto così può andare oltre il famigerato soprannome di Maiale Patty. Rimpiazzandolo, magari, con una nuova reputazione: anche pessima. Sete di sangue e fame di vendetta portano la semisconosciuta Debby Ryan a incrociare così la strada di Dallas Roberts, irresistibile cinquantenne in crisi d'identità – ufficialmente avvocato ma, a porte chiuse, consulente di bellezza nell'occhio del ciclone –, che si barcamena fra le arringhe e i pettegolezzi, la moglie Alyssa Milano e il rivale brillante di un Christopher Gorham che più invecchia, più si fa bello. Boicottato per presunto fat shamingInsatiable è l'anti-Tredici per eccellenza: commedia adolescenziale di nero vestita che scherza sullo stupro, sull'aborto e la sessualità, sui chili in più, con sommo disappunto di chi non apprezza il grottesco o l'umorismo caustico. A ben vedere, però, il dente avvelenato è pura apparenza: ecco la morale, sempre (ben) nascosta dietro l'ennesimo sfottò alle serie TV a tesi, al perbenismo medio-borghese, a cacce alle streghe in nome del politicamente corretto che di questi tempi fanno più male che bene. Cattiva Patty, che per tutta l'adolescenza ha covato tra sé e sé una rabbia ferocissima, o forse gli altri? I comportamenti diseducativi dell'ex bruttina, comunque eternamente sulla difensiva, smascherano infatti l'opportunismo di nemici convertiti in amanti. Si parte dalle aule di tribunale del pilot, per poi muoversi fra concorsi di bellezza e aule scolastiche: la stessa giungla spietata. Insatiable, ho constatato con un po' di sorpresa, non ha la struttura della comedy che ci si aspetterebbe: quei quaranta minuti, giudicati troppi all'inizio, si rivelano utili invece per seguire le vicende di amici, mentori e figuranti, tutti ugualmente indispensabili – e, sempre con un po' di sorpresa, tocca scoprire strada facendo quanto gli intrighi degli adulti divertano più di quelli dei giovanissimi del cast. La scrittura, per quanto spassosa, non è purtroppo il punto forte: va incontro a qualche problema con personaggi che troppo in fretta passano da buoni a cattivi, dall'ira al pentimento insincero; svolte e situazioni a dir poco sopra le righe, con attori ridotti a macchiette caricaturali per amore della risata facile; contaminazioni con l'horror o con le soap opera che mancano tuttavia del candore sincero di un Jane The Virgin. Deliziosamente perfido, questo guilty pleasure al sangue pizzica il palato con personaggi al limite – dell'immoralità, del buon gusto – e battute senza peli sulla lingua che scontenteranno i buonisti. Se la scorrettezza con me vince facile, minaccia sul fronte opposto di far perdere iscrizioni in casa Netflix: probabilmente non rivedremo Insatiable, da sacrificare sull'altare delle future cancellazioni, e me ne dispiaccio. Morale della favola? La vendetta dà la bulimia. Ma la mia insaziabile fame di trash, intanto, è stata per fortuna parzialmente placata. (6,5)

Dopo l'affannoso trascinarsi della stagione precedente, inatteso e in sordina torna per la quarta volta UnREAL. Il proposito di non proseguire: accantonato senza ripensamenti alla notizia che all'indomani di questo nuovo arco di episodi – otto, e non dieci come da patti – non ce ne sarebbero stati altri. Accorciata, cancellata, la serie scritta dall'acclamata Marti Noxon – autrice in questo stesso palinsesto del soporifero Sharp Objects – era stata infatti salvata da Hulu, e da Hulu messa in streaming per un binge watching conclusivo. Lasciati da parte i toni delle passate puntate, più moraliste e per questo, forse, inadatte a chi sin dall'inizio domandava intrattenimento senza tabù, Everlasting – fittizio programma d'incontri sulla scia del nostro Temptation's Island – riscopre fieramente il trash e la crudeltà. Che gli spettatori armati di un altro po' di pazienza, perciò, si preparino a un'edizione stellare. Shiri Appleby e Constance Zimmer, all'apparenza complici e manipolatrici come ai tempi d'oro, hanno chiamato all'appello vecchi concorrenti affinché a nessuno venisse negato il lieto fine. Tra questi, un ballerino bisessuale e tossicodipendente, con un programma tutto suo in uscita e le peggiori intenzioni di rovinarsi gambe e reputazione; una giovane vittima di stupro che in gara ritrova proprio il suo assalitore, ben lontano dall'abbandonare il suo spregevole vizietto; una spogliarellista, un'intrusa, che nella sorpresa generale dà al femminismo un nuovo volto. Se Quinn, incinta contro ogni pronostico, a tratti si addolcisce in nome dell'istinto materno, è una Rachel bionda e spregiudicata a far sembrare quisquiglie gli scorsi misfatti: totalmente fuori controllo, fa concorrenza alle partecipanti, facendo perdere il conto degli amanti e degli errori. È lei la vera nemica delle ragazze in gara, e soprattutto di sé stessa. Per un lungo tratto, dunque, riaccogliamo a braccia aperte il black humour, i piani machiavellici, gli sgambetti che infrangono legge e buon gusto. Cosa vuol saperne la coscienza, infatti, se lo share parla chiaro? Troppo presto, però, per cantare vittoria. E ci si mette purtroppo di mezzo quel finale affrettato, imperdonabilmente tarallucci e vino, all'insegna della solidarietà – e dell'incoerenza – femminile. Più che una brusca virata, si fa allora retromarcia. Quando, date le premesse, il redivivo UnREAL poteva ambire in extremis persino a superarsi. (6)