Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)
lunedì 27 giugno 2022
Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends
venerdì 3 dicembre 2021
Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building
Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)
sabato 18 luglio 2020
L'amore, oggi in TV: Love, Victor | Love Life
Con
il mese del pride da poco passato, più di qualche spettatore avrà
ripensato con un sorriso a fior di labbra a una bella commedia
adolescenziale di qualche anno fa: Love, Simon. Una storia di
scoperta e sessualità, pensata eccezionalmente per il grande
pubblico, con al centro una tematica fortunatamente non più tabù:
l’omosessualità. Normalissimo benché accidentato, l’amore
telematico descritto nel film di Greg Berlanti era raccontato dalla
voce del promettente Nick Robinson. Trasposta sul piccolo schermo, in
uno spin-off annunciato a sorpresa, la vicenda cambia ovviamente protagonista,
ma non i toni ispirati: vi presento Victor allora, un liceale di origini
ispaniche, reduce da un trasferimento e da un’epifania che spaventa. È attratto, infatti, dal suo stesso
sesso. Su Instagram si confessa proprio al noto Simon, in un
metaforico passaggio del testimone: il vecchio protagonista, che
ormai vive a New York con il fidanzato storico, all’occorrenza gli farà da
guida e supporter. Diviso tra un collega di lavoro con il sorriso da
marpione e una bellissima coetanea, verso cui prova però soltanto
un’innocua amicizia, Victor vive nell’incertezza. Come fare
chiarezza? Come dirlo alla famiglia, se a differenza di
quella di Simon è molto tradizionalista? Per quanto
poco indispensabile, la serie Hulu – inizialmente pensata per
Disney Plus – punta su tematiche universali, trattate sì con garbo
ma senza grande originalità, e sulla caratterizzazione di
protagonisti e comprimari. Semplicemente adorabili, si lasciano tutti
seguire con empatia, anche quando la prevedibilità è dietro
l’angolo. Per fortuna ci pensano le famiglie disfunzionali, al
solito, a offrire pensieri e spunti di riflessione. Imperfetta,
ospitale ma all’antica, quella di Victor è estranea al
politicamente corretto: ama il suo secondogenito, ma fa fatica ad
abituarsi alle effusioni tra uomini. Cambierà idea, se il coming out
è nell’aria? Retta sul fascino da ragazzo della porta accanto del
giovanissimo Michael Cimino – omonimo del regista –, Love, Victor mi ha ricordato il formato
delle serie TV che andavano in onda su MTV. Vecchio stile, forse, ma non del tutto superata. (6,5)
Una
serie TV sull’amore: l’ennesima, uno dice. Ma sorprende il fatto
che a produrla sia HBO, disabituata a contenuti freschi e
disimpegnati. Così come sorprende che, in tempo di quarantena, tanto
era positivo il riscontro del grande pubblico, la serie sia stata
resa disponibile per intero senza il bisogno di centellinare gli
episodio. Qual è il segreto del suo successo? Difficile dirlo,
nonostante io sia l’ennesimo a
tesserne le lodi sul web. Love Life racconta, né più né
meno, della vita sentimentale di Darby Carter: trentenne, gallerista,
che nell’arco di dieci episodi insegue l’utopia di
una relazione stabile. Sfortunata con gli uomini sin dal liceo, in
una New York piena tanto di opportunità quanto di cantonate,
la protagonista – interpretata da una bravissima Anna Kendrick,
capace di impersonarla con grazia nelle diverse fasi della sua vita:
forse è il ruolo migliore dell’attrice americana, candidata
all’Oscar per Tra le nuvole – è sempre di corsa, e con la
stessa foga rincorre il principe azzurro. Tra asiatici
avventurosi, cuochi irascibili, storie di una notte e improvvisi
ritorni di fiamma, qualche volte lascerà e qualche volta verrà
lasciata. Carnefice e vittima, cronicamente insoddisfatta, Darby fa
però spazio anche agli altri. E guarda alla madre, che
fa ancora i salti mortali per compiacere i figli; oppure alla
coinquilina, l'incostante Sara, troppo scapestrata per andare a vivere a casa dell’amatissimo Jim. Come spesso capita, il lieto fine
– immancabile – avrà un volto inaspettato. No, non è un’altra
stupida commedia americana, ma una delle poche sorprese dell’anno
corrente. Consolerà gli orfani di Modern Love, attesa chissà
quando per una seconda stagione, e piacerà ai fan di
500 giorni insieme, con una voce narrante che scandaglia i
gesti della Kendrick come già accadeva con i tira e molla tra
Tom e Sole. C’è la durata, ideale: trenta minuti. C’è una
padrone di casa a proprio agio ma generosissima, se si tratta
di far spazio ai personaggi secondari. C’è New York, un
labirinto di scelte sbagliate. Infine la sceneggiatura, ironica con
profondità. Insomma: se non è amore questo, allora cosa? (7,5)mercoledì 20 maggio 2020
Se ne parlano tutti ci sarà un perché: Normal People | Little Fires Everywhere | Hollywood
Qual
era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di
un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie
di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a
dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo
bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno
niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei
baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così
naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori
ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette.
Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult
generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni
sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della
durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai
protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è
piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta,
ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona
di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo
muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé
dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si
rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul
Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo, lei un
incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare
innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo,
all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti
scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione
sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano.
Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal
People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione
così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri.
Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei
social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia
ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia,
sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti
soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)
Villette
a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate
Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che
prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva.
Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti
nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il
finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli
adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di
troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi
avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime
Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla
regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla
base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in
realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una
fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata
esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i
bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre –
maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i
personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i
salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo
responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina
Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della
classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo
personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel
vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è
stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo
Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia
del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si
lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più
convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a
ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già
visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è
tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e
scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo
distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)
Nel
1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi
dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg.
La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non
ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di
ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il
mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno
sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di
colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una
produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi
una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur
mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica
dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era
una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia
in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte
alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze
etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy,
con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di
bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul
talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto
attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving
appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia
guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente
McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi
dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli
inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los
Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre
dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale
smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di
Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un
antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a
fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel
tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo,
così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood
spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il
reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una
speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non
c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque
nostalgia. (7)venerdì 27 marzo 2020
Recensione: Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng
Mentre nel quartiere si confabula dell’adozione in forse dei McCollough, ci si alzerà di frequente da tavola con il broncio; si infrangeranno i dogmi del politicamente corretto parlando per la prima volta di fecondazione assistita o aborto. Purtroppo, con il senno di poi, sono costretto a mettere in discussione quell’incipit forte ed esplicativo all’inizio lodato: dice troppo – colpevole incluso –, mentre l’epilogo aggiunge troppo poco. Nel mezzo mezzo, a dispetto della mancanza di colpi di scena, ci sono per fortuna pagine rimarchevoli e tantissima carne al fuoco. Il successo di Celest Ng, un’intrusa in quel di Shaker Heights, non è solo fumo.
lunedì 18 novembre 2019
I ♥ Telefilm: Looking for Alaska | The End of the F***ing World S02
mercoledì 28 agosto 2019
I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)
Brutta
bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza
tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la
fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni
famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei
sogni segreti, dalla visione di Euphoria
in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i
protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio
dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa
storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta
da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la
folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream,
quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non
funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua
regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito,
toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli
spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque
voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e
scandaloso, Euphoria
non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si
svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di
conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni
episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile,
torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla –
ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore –
ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra
impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le
perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i
minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non
innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato,
della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una
percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una
vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un
malessere nascosto. Ne subiremo le amare
conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e
felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul
ciglio del burrone. (8)
Tre
anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia
urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel
frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie
preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e
sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti
all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha
subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di
quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate,
in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con
la programmazione americana né di badare all’intensità ormai
assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute
d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più,
invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e
dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra
stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura
d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario
fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi
per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è
caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi.
Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa
franca. Qualcuno punta al Canada, pretendendo
diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al
proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una
Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa
bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli
sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere.
L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente
scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed
eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al
cambiamento sociale, trasformandosi in una Che
Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in
piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a
parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che
oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un
simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio –
ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli
ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza,
qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia
benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo
la bella stagione, il suddetto frutto si
rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)
Viene
dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e
inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate.
Come vendere droga online (in fretta) aveva
tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni
contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla
nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo
popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto,
approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti
daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico
papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce
in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico
boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana
coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad,
un po' di Smetto quando voglio
e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui
lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e
scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista,
foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze
psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama –
che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si
rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa
personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di
dipendenza. (5,5)lunedì 12 agosto 2019
I ♥ Telefilm: The Boys | Catch 22
Indossano
calzamaglie attillate. Sfoggiano mantelli svolazzanti, mute e diademi
gemmati. Ispirano il piccolo e il grande schermo, fra produzioni
cinematografiche e reality show. Hanno superpoteri di tutto rispetto,
vero, ma li usano soprattutto per esigenze di marketing. Salvare il
mondo non è una loro priorità: tutt’al più, conquistarlo. Le
immagini promozionali potrebbero ingannarci. A colpo d’occhio, i
protagonisti sembrano proprio i personaggi iconici dei fumetti. Ma
questa Wonder Woman nasconde la propria omosessualità con una
relazione di facciata, Aquaman non sa tenerselo nei pantaloni,
Flash travolge i passanti fino a spappolarli, Superman è un depravato megalomane con qualche problema
con mamma. A ogni azione commettono tremendi
gesti collaterali. E i civili, muti, subiscono. Questa è la storia
di un gruppo di persone qualunque. Ai Sette, vigilanti mascherati che
vegliano incontrastati sulla città di New York, si contrappongono i
ragazzacci del titolo: una squadriglia arrangiata che raccoglie
scarti e relitti umani, disposti a tutto per vendetta. Nello spirito
di Deadpool e Kick-Ass, la nuova serie targata Amazon – ispirata agli eccessi del fumetto di Garth
Ennis e Darick Robertson – è una satira ironica e violentissima
che polemizza contro l’America più guerrafondaia, il trattamento
subito dalle donne ai vertici, l’insopportabile
patriottismo delle creazioni Marvel e DC. Guai a fidarsi di questi
supereroi, perché il più buono fra loro ha comunque la rogna.
Guardateli: nascondono attentamente perversioni sessuali, bugie,
segreti sconcertanti. Contemporaneamente, fanno da vigilanti e da
antagonisti. Sotto il giogo della scaltra Elisabeth Shue e di Antony
Starr, leader carismatico sull’orlo di una crisi d’identità, fa
il suo ingresso nel team anche Starlight: ragazza prodigio di
sanissimi principi, che illusoriamente crede ancora nel bene.
Frustrata da un ambiente manipolatorio e sessista, si avvicinerà suo
malgrado al lato oscuro: come resistere alla compagnia degli
sterminatori di supereroi se, accanto al solito Karl Urban che non
deve chiedere mai, c’è un ventenne dal cuore infranto con il
sorriso impacciato dell’adorabile Jack Quaid – figlio di Dennis e
Meg Ryan, che a ben vedere ricorda un po’ il compianto Anton
Yelchin? Gli effetti speciali sono ben dosati. Gli schiamazzi e gli
scoppi fini a sé stessi si contano sulle dita di una mano.
L’intelligenza della scrittura punta tutto sulla caratterizzazione
perfetta dei protagonisti – chi non “shippa”, per esempio, il
parigino Frenchie e una selvaggia new entry dagli occhi a
mandorla? La serie, già confermata per una seconda stagione, è
consigliata a chi il genere lo segue e, soprattutto, a chi lo evita. C’è
qualcosa di losco dietro il buonismo dei Sette. C’è qualcosa di
strano dietro i loro poteri: forse dono di natura, forse semplice
doping. The Boys potrebbe farteli amare, eppure fa molto
meglio: li demolisce. (7+)
È
ispirato a un romanzo di Joseph Heller pubblicato per la prima volta
sessant’anni fa. Catch 22, trasposto in una miserie Sky
composta da sei episodi, stupisce anche oggi per la sua sconcertante
modernità. La guerra, mostrata letteralmente a tutto tondo, non è
mai stata così grottesca: vista dall’alto, dal punto di vista di
un bombardiere; vista dall’interno, dal punto di vista di un
giovane in stanza sull’isola di Pianosa. Un paradiso di scogliere a
picco e acqua cristallina nelle poche ore d’aria, ma un inferno per il resto del tempo. Yossaran – interpretato da un
sorprendente Christopher Abbott, che per la sua bellezza anni
Cinquanta e una bravura misteriosamente sottovalutata agli Emmy ruba
spesso la scena ai figurati illustri: George Clooney, Hugh Laurie,
Kyle Chandler – vorrebbe tornare a casa. Finge fitte all’appendice,
al fegato, ai testicoli; simula la pazzia. Fa uno spasmodico conto
alla rovescia delle missioni rimaste per non gettare la spugna, tanto
grande è lo sconforto. Ma l’obbiettivo si allontana sempre più, e
le missioni sembrano allungarsi e moltiplicarsi per dispetto. Baciato
dalla fortuna, mentre intanto i compagni muoiono come mosche,
Yossarian si strugge per la vita brevissima dei novellini, la
crudeltà di un’era dove ogni cattiveria è diventata norma, il
destino passivo dei militari e dei civili. Qualcuno di loro si
innamora di una prostituta. Qualcuno se la passa di lusso, addetto
alla mensa. Qualcuno altro, per uno stupido qui pro quo causato dal
nome di battesimo, si trova Maggiore suo malgrado. Un esercito di
analfabeti funzionali, così, distribuisce cariche a destra e a manca
pur di non ammettere errori e strafalcioni; pur di prendere sul serio
il compito di proteggere e servire. Catch 22 spara a vista.
Pallottole di umorismo caustico, nerissimo, che disgustano per gli
schizzi di sangue diffusi e per i bislacchi paradossi logici, scritti
con un’intelligenza dalla levatura quasi teatrale. Tragicommedia
breve e scorrevole, ha la colonna sonora jazz del cinema di Woody
Allen e i toni falsamente scanzonati dei Coen – ora da ridere, ora
da prendere sul serio. Come raccontare le assurdità del conflitto,
infatti, senza sfociare nel nonsense? Non si può. Senza
eroismo, senza patriottismo a stelle e strisce, in poltrona
assistiamo alle disavventure di un insolito anti-eroe e alla
sconfitta dei valori tradizionali, di Dio, degli idealisti più inguaribili. Tutti
vorrebbero essere gli eroi della propria storia. Ma quanti,
piuttosto, hanno il coraggio di dichiararsi codardi e spaventati come
Yoyo: mandati avanti non tanto dalla furia bellica, quanto da una
fortuna sfacciata? (7)mercoledì 7 agosto 2019
I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate
7 novembre 2019
26 settembre 2019
The Witcher
Fine 2019
Fine 2019
Artemis Fowl
2020
Watchmen
Ottobre 2019
Cercando Alaska
18 ottobre
mercoledì 26 settembre 2018
I ♥ Telefilm: Castle Rock | Atypical S02
Gli
acquazzoni, il tè delle cinque, i ritorni che in fondo aspettavi. L'arrivo
dell'autunno porta a domicilio piccole gioie irrinunciabili e
appuntamenti fissi. Quest'anno, in attesa che i palinsesti americani
riprendano a pieno regime, si è ripartiti con dolcezza, dalla
famiglia Gardner. Non una delle sorprese più clamorose dello scorso
anno, non lo nego, eppure produzione così quotidiana, così spontanea, che era
stato un piacere accettarne gli inviti a pranzo e cena per
condividerne la leggerezza e i dispiaceri. Si parlava, da titolo, di
Sam: l'annunciato atipico dei quattro. Diciassette anni, poche parole
e tanti sbalzi d'umore, una forma d'autismo ad alto funzionamento che
lo rendeva poco ferrato in materia di adolescenza e ragazze,
moltissimo invece se di mezzo c'erano pinguini da adottare a
distanza o ghiacciai a rischio di scioglimento. Ci si affezionava a lui – a sorpresa, non il più
problematico del nucleo domestico, nonostante le bizzarrie a fantasia
–, e soprattutto a chi gli stava accanto, con il difficile compito
di essere assennato e paziente; di far bene. Cose impossibili, si
sa: nelle famiglie di ogni dove non esiste né perfezione apparente né
tregua. Dopo il rinnovo, eccoli lì, proprio dove li avevamo
lasciati: mamma Jennifer Jason Leigh, reduce da una relazione
fedifraga smascherata in fretta, è invitata di malo modo ad andare
altrove ma intanto cerca il perdono di tutti; papà Michael Rapaport,
con quel tradimento che ancora brucia nell'orgoglio, si distrae
sposando pienamente la causa del figlio maggiore ma la fatica del
multitasking pesa sia sul fisico che sui nervi; Brigitte Lundy-Paine,
sorella brillante e ambiziosa, cambia scuola e forse gusti sessuali,
se un'avvenente coetanea le dà da pensare. E poi c'è l'ottimo Keir
Gilchrist: in una relazione da definire, quasi diplomato, innamorato
non corrisposto di una terapeuta dagli occhi a mandorla in attesa di
un neonato fuori programma. Meno egocentrico, più adulto, il
protagonista conferma ancora una volta la propria magia: la capacità
inconsapevole di rendere strane e importanti, intense, le esistenze
che sfiora. Naturale proseguimento della prima stagione, senza grandi
intoppi né forzature, Atypical ha dalla sua, questa volta, un'accentuata dimensione corale che funziona e diverte
grazie a comprimari caratterizzati tutti con lo stesso piglio ironico,
tutti con lo stesso cuore d'oro. In un prosieguo che non è il più
atipico che avresti potuto immaginare, ma il più corretto.
(7)giovedì 23 agosto 2018
I ♥ Telefilm: Insatiable | UnREAL S04
In
sovrappeso, seguita a ruota da una migliore amica dai dubbi gusti
sessuali, figlia di una mamma single che per lavoro sforna burritos e
di un padre dall'identità segreta, Patty, diciassette anni e
sentirsene cento, è il ritratto dell'impopolarità in un'età – in
un Paese – che pretenderebbe bellezza, valori tradizionali, modelli
vincenti. Chi poteva immaginarlo che l'ennesima prepotenza – il
pugno di un barbone rissoso – avesse dei pregi? Dimagrita di trenta
chili durante la convalescenza, più avvenente ma non per questo più
felice, la liceale punta alla vendetta. Adesso vuole vincere, anche a
costo di umiliare o allontanare gli altri. Soltanto così può andare
oltre il famigerato soprannome di Maiale Patty. Rimpiazzandolo,
magari, con una nuova reputazione: anche pessima. Sete di sangue e
fame di vendetta portano la semisconosciuta Debby Ryan a incrociare
così la strada di Dallas Roberts, irresistibile cinquantenne in
crisi d'identità – ufficialmente avvocato ma, a porte chiuse,
consulente di bellezza nell'occhio del ciclone –, che si barcamena
fra le arringhe e i pettegolezzi, la moglie Alyssa Milano e il rivale
brillante di un Christopher Gorham che più invecchia, più si fa
bello. Boicottato per presunto fat
shaming, Insatiable è
l'anti-Tredici per
eccellenza: commedia adolescenziale di nero vestita che scherza sullo
stupro, sull'aborto e la sessualità, sui chili in più, con sommo
disappunto di chi non apprezza il grottesco o l'umorismo caustico. A
ben vedere, però, il dente avvelenato è pura apparenza: ecco la
morale, sempre (ben) nascosta dietro l'ennesimo sfottò alle serie TV
a tesi, al perbenismo medio-borghese, a cacce alle streghe in nome
del politicamente corretto che di questi tempi fanno più male che
bene. Cattiva Patty, che per tutta l'adolescenza ha covato tra sé e
sé una rabbia ferocissima, o forse gli altri? I comportamenti
diseducativi dell'ex bruttina, comunque eternamente sulla difensiva,
smascherano infatti l'opportunismo di nemici convertiti in amanti. Si
parte dalle aule di tribunale del pilot, per poi muoversi fra
concorsi di bellezza e aule scolastiche: la stessa giungla
spietata. Insatiable,
ho constatato con un po' di sorpresa, non ha la struttura della
comedy che ci si aspetterebbe: quei quaranta minuti, giudicati troppi
all'inizio, si rivelano utili invece per seguire le vicende di amici,
mentori e figuranti, tutti ugualmente indispensabili – e, sempre
con un po' di sorpresa, tocca scoprire strada facendo quanto gli
intrighi degli adulti divertano più di quelli dei giovanissimi del
cast. La scrittura, per quanto spassosa, non è purtroppo il punto
forte: va incontro a qualche problema con personaggi che troppo in
fretta passano da buoni a cattivi, dall'ira al pentimento insincero;
svolte e situazioni a dir poco sopra le righe, con attori ridotti a
macchiette caricaturali per amore della risata facile; contaminazioni
con l'horror o con le soap opera che mancano tuttavia del candore
sincero di un Jane
The Virgin.
Deliziosamente perfido, questo guilty pleasure al sangue pizzica il
palato con personaggi al limite – dell'immoralità, del buon gusto
– e battute senza peli sulla lingua che scontenteranno i buonisti.
Se la scorrettezza con me vince facile, minaccia sul fronte opposto
di far perdere iscrizioni in casa Netflix: probabilmente non
rivedremo Insatiable,
da sacrificare sull'altare delle future cancellazioni, e me ne
dispiaccio. Morale della favola? La vendetta dà la bulimia. Ma la
mia insaziabile fame di trash, intanto, è stata per fortuna
parzialmente placata. (6,5)
Dopo
l'affannoso trascinarsi della stagione
precedente, inatteso e in sordina torna per la quarta
volta UnREAL.
Il proposito di non proseguire: accantonato senza ripensamenti alla
notizia che all'indomani di questo nuovo arco di episodi – otto, e
non dieci come da patti – non ce ne sarebbero stati altri.
Accorciata, cancellata, la serie scritta dall'acclamata Marti Noxon –
autrice in questo stesso palinsesto del soporifero Sharp
Objects –
era stata infatti salvata da Hulu, e da Hulu messa in streaming per
un binge
watching conclusivo.
Lasciati da parte i toni delle passate puntate, più moraliste e per
questo, forse, inadatte a chi sin dall'inizio domandava
intrattenimento senza tabù, Everlasting –
fittizio programma d'incontri sulla scia del nostro Temptation's
Island –
riscopre fieramente il trash e la crudeltà. Che gli spettatori
armati di un altro po' di pazienza, perciò, si preparino a
un'edizione stellare. Shiri Appleby e Constance Zimmer, all'apparenza
complici e manipolatrici come ai tempi d'oro, hanno chiamato
all'appello vecchi concorrenti affinché a nessuno venisse negato il
lieto fine. Tra questi, un ballerino bisessuale e tossicodipendente,
con un programma tutto suo in uscita e le peggiori intenzioni di
rovinarsi gambe e reputazione; una giovane vittima di stupro che in
gara ritrova proprio il suo assalitore, ben lontano dall'abbandonare
il suo spregevole vizietto; una spogliarellista, un'intrusa, che
nella sorpresa generale dà al femminismo un nuovo volto. Se Quinn,
incinta contro ogni pronostico, a tratti si addolcisce in nome
dell'istinto materno, è una Rachel bionda e spregiudicata a far
sembrare quisquiglie gli scorsi misfatti: totalmente fuori controllo,
fa concorrenza alle partecipanti, facendo perdere il conto degli
amanti e degli errori. È lei la vera nemica delle ragazze in gara, e
soprattutto di sé stessa. Per un lungo tratto, dunque, riaccogliamo
a braccia aperte il black humour, i piani machiavellici, gli
sgambetti che infrangono legge e buon gusto. Cosa vuol saperne la
coscienza, infatti, se lo share parla chiaro? Troppo presto, però,
per cantare vittoria. E ci si mette purtroppo di mezzo quel finale
affrettato, imperdonabilmente tarallucci e vino, all'insegna della
solidarietà – e dell'incoerenza – femminile. Più che una brusca
virata, si fa allora retromarcia. Quando, date le premesse, il
redivivo UnREAL poteva
ambire in extremis persino a superarsi. (6)












