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venerdì 16 gennaio 2026

Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry

Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)

Una legge non scritta condanna Stephen King a trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel, un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi: l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte. Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta, siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza, la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà, The Mist. Del grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)

E se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente: con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda, affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare, eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere). Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)

mercoledì 31 dicembre 2025

La mia top 10: le migliori letture del 2025






10. Ava Anna Ada – Ali Millar (Sur)

Cosa succederebbe se Lanthimos dirigesse Salburn, ma in chiave saffica e apocalittica?

9. Le notti di Salem – Stephen King (Sperling Kupfer)

Il classico dell'horror che omaggia i classici dell'horror. 

8. Avete presente l'amore? – Dolly Alderton (Rizzoli)

Un irresistibile spettacolo di stand-up sul dramma di un amore che finisce. 

7. Il cielo è dei violenti – Flannery O'Connor (Minimum Fax)

La scoperta tardiva di una delle regine della narrativa americana. 

6. I ragazzi della Nickel – Colson Whitehead (Mondadori)

La tragedia del razzismo in un romanzo col respiro delle avventure d'altri tempi. 








5. Raccontami tutto – Elizabeth Strout (Fazi)

Lucy Barton e Olive Kitteridge si incontrano: il crossover che non sapevi di aspettare.

4. Il Nix – Nathan Hill (Rizzoli)

Dall'autore di Wellness, una commedia politica con l'urgenza della contestazione giovanile.

3. Il giorno dell'ape – Paul Murray (Einaudi)

Il romanzo più chiacchierato dell'anno. Quello col finale più sconvolgente. Per questo, indimenticabile.

2. Cent'anni di solitudine – Gabriel Garcia Marquez (Mondadori)

Una saga familiare lunga sette generazioni. Il libro che ci ricorda perché amiamo i libri.

1. La radice del male – Adam Rapp (NN)

Un intreccio tra rievocazione e cronaca, dove i traumi passano di padre in figlio. Quanto male. E quanto bene, eppure, verso i membri della famiglia Larkin.

venerdì 7 novembre 2025

Recensione: La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo

 La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo. Feltrinelli, € 20, pp. 432 |

È un grande anno per il cinema horror. Per non essere da meno, anche Feltrinelli si è messa al passo con un romanzo citazionista e dalle atmosfere vintage, che farà la gioia e il terrore degli amici cinefili. Ambientato nel cuore degli anni Novanta, in un sobborgo residenziale ormai in decadenza, racconta di una banda di amici con l'hobby dei film di genere e delle bravate. A sedici anni, la morte è un pensiero incidentale. Al TG: qualche incidente stradale, suicidi in sordina, la piaga dell'Aids. Medhi, membro dell'unica famiglia straniera del quartiere, è vittima del bullo della scuola. Alex ha da poco sepolto la madre, divorata dal cancro. Tom, ossessionato dagli insetti, vorrebbe aizzare una scolopendra contro il patrigno. Max, fidanzato con la bella del liceo, è attratto dal gemello di lei. Lena, l'ultima arrivata, è in fuga da un passato violento.

A volte era sembrato a Lena che lei e i suoi amici sarebbero stati in un certo modo eterni e che l'universo esistesse solo per loro, semplicemente perché erano là a posarvi lo sguardo. Ma ormai era consapevole della loro fugacità, fragilità e impermanenza, aveva acquisito quella consapevolezza del tempo che passa, preleva quello che gli devi e non offre in cambio che un po' di oblio.

Tutti hanno le proprie ombre. Tutti sono attratti dalla casa nell'impasse des Ormes. È lì che si manifestano le fobie e i desideri più sfrenati, in un budello infernale a metà tra il sonno e le veglia. Il folgorante Jean-Baptiste Del Amo, colpevolmente scoperto qui e ora, è la luce in un mondo prigioniero della penombra, dove gli incubi si mescolano ai sogni erotici e i bassi istinti prendono il sopravvento. In un angosciante gioco di specchi e doppelganger, sarà impossibile distinguere una dimensione dall'altra e arginare le conseguenze. Derivativo sin dalle premesse, appesantito da una cinquantina di pagine di troppo e non sempre fedele alla sua dimensione corale, La notte devastata resta comunque una lettura sinceramente spaventosa in cui riecheggiano le grida di It, Nightmare, Amityville Horror.

L'innocenza può essere un inferno.

A elettrizzare, tuttavia, non sono soltanto gli insetti giganti, i parti mostruosi, gli sfondi lovecraftiani, ma la descrizione di un'adolescente sensoriale e irrequieta che tanto somiglia a quella dei romanzi del connazionale Nicolas Mathieu. Divisi tra frustrazione, fumo e noia, i protagonisti si scoprono prigionieri di un film horror con la colonna sonora dei Nirvana, in cui l'incanto infantile è ormai spacciato e la consapevolezza del tempo, della diversità e dell'oblio, conducono sulla soglia del più spaventoso dei mondi: quello degli adulti. Si sopravvive alla morte dell'innocenza?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are 

martedì 7 ottobre 2025

Recensione: Le notti di Salem, di Stephen King

| Le notti di Salem, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 14, pp. 656 |

Per un lungo periodo della mia vita — tra la fine delle elementari e il liceo —non ho letto altro che Stephen King. Nella mia vecchia camera, sul letto, ho una mensola con schierati tutti i suoi romanzi più famosi. Anzi: avevo. Quest'estate ho riposto tutte le mie cose, smantellando scaffali e ricordi, per l'imminente trasloco di papà. La mia adolescenza è in un garage — materiale fragile, maneggiare con cura. Ma ho voluto sottrarne una piccola parte, tenendo fuori dagli scatoloni uno dei pochi classici finora mai affrontati: Le notti di Salem. Tra incanto e terrore, proprio come accadeva da ragazzino, ho realizzato che il me adolescente non sbagliava: Stephen King resta il più grande narratore sulla faccia della terra.

Ogni notte bisogna combattere la stessa battaglia e l'unica cura è l'inevitabile atrofizzazione delle facoltà immaginative, quell'evoluzione che si chiama età adulta.

Scritto sul finire degli anni Settanta, il romanzo è cinema allo stato puro. Benché lontano dall'introspezione di It, contiene già traccia del capolavoro che arriverà qualche anno dopo. Anche qui abbiamo una cittadina immaginaria dove i fantasmi del Vietnam, gli scandali e i segreti affollano le confessioni più nere dei parrocchiani. Anche qui abbiamo un ritorno a casa, alle origini del male, e un gruppo di eroi coraggiosi — accanto a Ben, scrittore in cerca di ispirazione, ci sono un professore a un passo dalla pensione e un piccolo boyscot ossessionato da Houdini. Le assi scricchiolano. Le porte cigolano. Le risate argentine dei bambini ghiacciano il sangue nel cuore della notte. Su tutto e tutti, ritta su un poggio come un dio crudele, domina Casa Marsten: teatro di un misterioso omicidio-suicidio dopo la crisi di Wall Street, attira puntualmente uomini malvagi e, questa volta, diventerà testimone di una mattanza senza pari. Sopravvivranno in pochi.

L'oscurità è quando i mostri ti prendono.

Chi sono gli ultimi arrivati, Staker e Barlow, e cosa contengono quelle casse polverose portate dall'Inghilterra? Che fine hanno fatto i fratelli Glick e perché i cadaveri fuggono via dall'obitorio, tenendo in scacco il borgo? Con un montaggio alternato degno dei maestri del cinema, King segue la lotta alla sopravvivenza dei suoi protagonisti dal tramonto all'alba. Ogni scena è sezionata con attenzione autoptica. Ogni personaggio, perfino il più dimenticabile, ha un background indagato nel dettaglio. I ritmi sono implacabili. Ma è nelle lunghe sequenze corali — le migliori — che King sfoggia tutto il talento di cui è capace, spostandosi in volo da una casa all'altra di Lot. Viene fuori, così, il ritratto oscuro di una America provinciale e perbenista, dove gli eredi di Dracula troverebbero tutt'ora terreno fertile. Tra acqua santa, aglio e paletti, King si diverte come un bambino dispettoso. E cinquant'anni dopo non smette di divertirci, con l'omaggio a Bram Stoker che esisteva — e mordeva — prima di Netfix, prima del binge watching, prima dei remake.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Dead Can Dance – The Host of Seraphim

giovedì 6 luglio 2023

Recensione: Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti

| Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti. Mondadori, € 20, pp. 367 |

In estate ho guadagnato centimetri in altezza. Ho iniziato a preferire i boxer in spiaggia, imbarazzato dalla prima peluria. Mi sono innamorato. L'estate resta il tempo in cui si cresce. Ho iniziato a odiarla, forse, da quando ho smesso. Cristallizzato in questa anonima forma adulta, ho preso a lamentarmi soltanto dei difetti dell'afa in città. Ma le cose belle succedono nella bella stagione. E, da ragazzino, non ho fatto eccezione neanch'io. Dai miei nonni leggevo Harry Potter sui gradini e mi sentivo già grande. Ma sotto il sole della controra bramavo poi di sentirmi piccolo, piccolissimo, appresso agli altri bambini del circondario: randagi che sarebbero andati via come me, a settembre, e di cui non avrei avuto più notizie. Recentemente ho chiesto di loro a mio fratello – il solo testimone di quei giorni lontani, a parte me – per sincerarmi che non fossero tutti parte di un lungo sogno. A mettere in moto questa eccezionale macchina del tempo fatta di ricordi e disincanto, curiosità e nostalgia, è stato l'ultimo romanzo di Lavinia Petti: amatissima sin dall'esordio, mi ha sempre portato lontano. Questa volta, invece, mi ha portato vicino: più vicino a me stesso.

Ho fatto sogni che mi sono sembrati più veri dell'estate dei miei dodici anni.

Sono tornato ad avere dodici anni in un paesello della Campania e a credermi il re di una tribù selvaggia. Ho corso a perdifiato, costruito un fortino, origliato i segreti degli adulti. Ho sperato, invano, di non diventare uguale a loro. Questo romanzo è per i fan di Ferrante e King. Per tutti coloro che hanno barattato un bosco per un giardino di cemento, e ne stanno ancora smaltendo il trauma. Abbarbicato in cima a una collina, il Paradisiello ha leggi tutte sue e le cicatrici profonde della Seconda guerra mondiale. Siamo negli anni Sessata. Elia fa le scuole medie, ha appena perduto la sorellina, è attratto dai brividi freddi di Edgar Allan Poe e Ai confini della realtà. I suoi nuovi amici lo chiamano il “poeta”. Cova in sé un gusto per il macabro che li seduce tutti e ha un occhio attentissimo con cui rimesta a piacimento fra le violenze, i peccati e gli amori degli altri condomini. Nell'affidarlo alle cure della zia Giovanna, il padre gli ha promesso che vivrà l'estate più incredibile della sua vita. Lavinia Petti tiene fede alla parola del genitore. Dove nascono le ombre ama scorrazzare nei venti ettari di un rigoglioso giardino condominiale, di cui tuttavia è severamente vietato cogliere i frutti, e spingersi oltre i confini di un bosco grande quanto l'oceano. Si mormora che laggiù, vent'anni prima, sia sparito il giovane Nino Basile: fu opera del diavolo? I protagonisti, per ammazzare il tempo, cercano risposte fra gli alberi. Ma il loro gioco, oltre a scomodare una tragica verità, li porterà allo scontro con la generazione precedente e, soprattutto, a perdere l'innocenza primigenia. Gli adulti sono guasti. È possibile ingannare le lancette dell'orologio e restare bambini? Niente dura per sempre. Amaramente, ce lo ricordano l'autrice partenopea e la sua inconfondibile voce da cantastorie.

È a questo che servono le storie, poeta? A ricordare le cose dimenticate? A cercare quelle perdute? Ad aggiustare quelle rotte?

Il suo terzo romanzo è una fiaba nerissima di boschi senzienti e cani famelici, in cui la cosa più spaventosa resta l'inevitabile: il divenire. C'è da avere paura degli uomini in giacca e cravatta, non di quelli che portano maschere di cervo. C'è da sperare che la natura sopravviva ai venti della civilizzazione, e che ci sopravviva. Sorretta da una morale ecologista sorprendentemente attuale, la lettura avrebbe incantato il Michele bambino che nel silenzio di una casa addormentata, in mutande e canottiera, era solito divorare romanzi di formazione e gialli. Oggi, invece, ha finito per commuovere un adulto diventato tale senza nemmeno accorgersene: uno che ha perso e si è perso, che ha giurato e poi se l'è rimangiato, che ha preferito il grigiore di Londra alle fate dell'Isola che non c'è. Lavinia Petti ci ricorda che ogni storia di fantasmi è una storia d'amore. E che alcune ombre vanno custodite e coltivate, coccolate, perché temono la solitudine. C'è vita nell'oscurità di certi tunnel; ha vita il buio. Onoriamolo. Ciò che non si dimentica non muore mai.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Aranciata

lunedì 30 agosto 2021

Recensione: Sorelle, di Daisy Johnson


| Sorelle, di Daisy Johnson. Fazi, € 17, pp. 200 |

Classe 1990, l'inglese Daisy Johnson vanta primati storici e paragoni illustri. È stata la più giovane finalista al Man Booker Prize e, stando ai commenti della stampa internazionale, il suo stile la renderebbe l'anello di congiunzione tra Shirley Jackson e Stephen King. Davanti a un curriculum come questo, ci ero già cascato con l'esordio. Ma Nel profondo tragedia di mostri e incesti, tanto affascinante quanto nebulosa – non mi aveva convinto affetto. Avrei cambiato idea con Sorelle, incentrato questa volta sul legame viscerale e inquietante tra consanguinee?

Mia sorella è un buco nero. Mia sorella è un tornado. Mia sorella è il capolinea mia sorella è la porta chiusa a chiave mia sorella uno sparo nel buio. Mia sorella mi sta aspettando.

Luglio e Settembre sono nate a soli dieci mesi di distanza. Si completano le frasi a vicenda, mangiano dallo stesso piatto, dormono su un unico cuscino. Perdono la verginità all'unisono. Benché diciassettenni, non sembrano voler abbandonare le sicurezze dell'infanzia. Rifugiate in un microcosmo di fiocchi colorati, giochi proibiti e segreti da svelare, tagliano deliberatamente fuori il resto del mondo: perfino la madre Sheela, scrittrice gravemente depressa, che si limita a essere una custode discreta e a immortalarle talora nei propri libri illustrati. Il romanzo prende avvio con un trasferimento repentino. Dopo essersi lasciate Oxford alle spalle, si stabiliscono nella casa di una zia paterna: un relitto fatiscente, eretto nell'impervia brughiera, occupato da ragni, falene e piante urticanti. Pian piano il lettore si renderà conto della differenza che passa tra le due adolescenti. Mentre Luglio è romantica e fedele, Settembre è dispotica e prevaricatrice. Sottopone continuamente la sorella a crudeli prove di coraggio, a insostenibili riti di iniziazione. Cosa le ha portate a rifugiarsi laggiù? Quella casa che scricchiola nella notte è forse infestata? O il problema sono proprio le due sorelle, con i loro non detti, con i loro traumi da elaborare? Tutte le spiegazioni trovano posto, per fortuna, nelle ultime trenta pagine: meritevoli, anche se prevedibili, stringono il cuore in una morsa d'angoscia.

La Casa ha i muri portanti. Ecco cosa portano: l'infinita tristezza di mamma, gli scatti d'ira di Settembre, la mia muta incapacità di fare tutto quello che gli altri mi chiedono di fare, le stagioni, la morte dei piccoli animali nella macchia qui intorno, ogni parola d'amore o di rabbia che ci diciamo l'un l'altra.

Abbracciando le immagini del genere body horror, Daisy Johnson parla di bullismo e revenge porn, d'identità e malattia mentale. A lasciare dubbi sono le centottanta pagine precedenti; i capitoli brevi e frammentari, simili a schegge fuggevoli o poco più; la mancanza di discorsi diretti; una scrittura lisergica ed evanescente, tutta lazzi e frasi a effetto, che ben presto finisce per annoiare. Si ha l'impressione di conoscere la storia a menadito. Luglio e Settembre, nomi bislacchi e atteggiamenti sibillini a parte, non hanno niente di nuovo da condividere e si muovono stancamente in un immaginario orrorifico già fitto di affinità elettive, parentele mortifere, simmetrie inquietanti. A Halloween si vestono come le gemelline di Shining e, a zonzo, chiedono dolcetto o scherzetto. Nella routine di tutti i giorni scelgono l'isolamento e gli outfit delle protagoniste di Abbiamo sempre vissuto nel castello. E somigliano un po' perfino alle italiane Sorelle Soffici, sottovalutatissimo romanzo di Pierpaolo Vettori uscito ormai dieci anni fa, o a alle protagoniste di uno dei romanzi più memorabili dell'anno, Il valore affettivo, che similmente scandagliava il sangue e i panni sporchi. Confermo a malincuore l'impressione iniziale: Daisy Johnson non fa per me e non la leggerò oltre. Troppo abbozzate le sue trame, troppo evanescente il suo stile. Gira terribilmente a vuoto. Se avete apprezzato il romanzo precedente, andate pure a trovare Luglio e Settembre nel cuore della brughiera. Se, come me, lo avevate già mal sopportato di vostro, sappiate che qui non cambierete idea: leggete i titoli da me citati piuttosto, prendete appunti, e andate a giocare a rimpiattino con altri disagi, con altre sorelle.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo - La casa

giovedì 24 giugno 2021

Recensione: I buoni vicini, di Sarah Langan

 
| I buoni vicini, di Sarah Langan. Sem, € 18, pp. 392 |

È il quattro luglio. Un buon giorno per sentirsi americani. Siamo a Maple Street, un ridente quartiere di Long Island in cui tutto sembra essere al posto giusto: tranne gli ultimi arrivati in città, i Wilde, che con i loro accento di Brooklyn faticano a integrarsi. I classici festeggiamenti per il giorno dell'Indipendenza, così, li colgono tagliati fuori. In disparte, spiano dalle tapparelle i rituali dei vicini. Perché non li hanno invitati al loro barbecue; si saranno forse dimenticati di avvisare? L'apertura di una dolina, durante un'estate talmente torrida da non avere precedenti, semina il caos in quel luogo perbene. Dalla voragine, un taglio purulento nel cuore della terra, fuoriesce un bitume nauseabondo. Lampante metafora del marcio annidato sotto gli occhi di tutti, l'evento lascerà emergere mostri terrificanti. Il romanzo di Sarah Langan, erede di Shirley Jackson e Ira Levin stando ai plausi della critica statunitense, parte in medias res. Senza indorare la pillola.

I residenti di Maple Street si vestivano business casual. Avevano impieghi affidabili che raggiungevano a bordo di auto affidabili. Erano sempre di fretta, anche se dovevano andare solo al supermercato o in chiesta. Riversavano il senso di inquietudine, insieme a ogni altra cosa, sui figli. I Wilde erano diversi.

Ambientato in un futuro tutt'altro che lontano, minacciato dai mali dell'inquinamento e da continui sconvolgimenti politici, ha un piglio cinematografico e una struttura varia, che anticipa le tragedie che verranno tramite trafiletti di giornali e interviste ai diretti testimoni. I cronisti di di nera parlano di un massacro. Gli psicologici si interrogano sui traumi delle nuove generazioni. A Broadway ne hanno tratto perfino uno spettacolo teatrale. Sappiamo che tutto è partito dalla morte di Shelley, precipitata nella dolina. Si è trattato di un incidente? La dodicenne fuggiva forse da qualcosa, da qualcuno? Se state pensando a un novello It, in attesa di carne fresca proprio sotto la superficie, avete sbagliato storia. I mostri in questione sono il conformismo, l'intolleranza, il pettegolezzo. Il quartiere punta il dito contro Arlo Wilde accusandolo di pedofilia. Il rocker ha un passato di dipendenze, ha le braccia tatuate, è marito di Gertie (benché incinta, veste in maniera troppo sexy), è papà di Julia (adolescente sfacciata) e di Larry (fragilissimo, probabilmente autistico). Comincia una caccia alle streghe che include aggressioni, vandalismo, calunnie, irruzioni notturne. A reggere fiaccola e forcone è il capogruppo, Rhea Shroeder: madre di quattro figli all'apparenza perfetta, custodisce gelosamente un lato oscuro che in passato ha già mietuto una vittima. Gli abitanti del quartiere sono eroi o assassini?

A volte mi immagino di essere un gigante, di spappolare la mia famiglia nel palmo della mano. Vorrei che morissero per poter essere libera. Non posso lasciarli, sono la loro madre, non mi è permesso. E quindi li odio. È una cosa orribile, vero? Dio, sono un mostro?

Mentre gli adulti perdono il controllo, i soli innocenti sono i giovanissimi, capaci di coraggio e solidarietà in un epilogo talmente catartico da commuovere. Al pari di Them, agghiacciante serie Amazon Prime Video che raccontava le disavventure di una famiglia afroamericana in un sobborgo degli anni Cinquanta, I buoni vicini non va per il sottile, ma ha l'insolito pregio di non prendersi troppo sul serio. Macabramente divertente, adotta un filtro grottesco che rende un po' difficile affezionarsi ai personaggi e sceglie i sentieri della satira per raccontare, in quattrocento pagine zeppe di efferatezze, una verità indigeribile. In questo microcosmo corrosivo, fatto di passati desolanti, futuri effimeri e reazioni spropositate, quali ruoli avremmo preso pur di sentirci membri attivi della comunità? E se il nostro dovere civico, in una società alla deriva, fosse scagliare la prima pietra?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Maneskin – Zitti e buoni

venerdì 27 novembre 2020

Recensione: Distanza di sicurezza, di Samanta Schweblin

 
| Distanza di sicurezza, di Samanta Schweblin. Sur, € 15, pp. 108 |

Per la prima volta mi è successo di mettere in pausa un romanzo a otto pagine dalla fine. In preda ai sudori freddi, vittima di una paura immotivata, l'ho chiuso e poggiato sulle ginocchia. Temevo di scoprire cosa sarebbe successo alla fine. Temevo, soprattutto, di saperlo già. Fulmineo, logorante, febbricitante, il secondo romanzo che leggo dell'argentina Samanta Schweblin – pubblicato in passato da Rizzoli – è stato riproposto con la classica eleganza minimalista dopo il successo di Kentuki. In un dialogo a punti di vista alterni, fitto e intricato, l'autrice dà voce a una donna e a un bambino. Lui, seduto sul letto di un pronto soccorso che sembra parte di un inquietante limbo, incalza l'interlocutrice con domande continue costringendola a ricordare cosa le sia capitato. Il tempo scarseggia: le ripete così, la allarma. Cosa c'è davvero in ballo? Per vincere l'oblio, Amanda racconta. Di una vacanza in campagna con la figlioletta Nina, lontano da tutto e da tutti. Della quiete del soggiorno, così diversa dall'insopportabile trantran cittadino, tra fiori profumati e limonate rinfrescanti. Delle chiacchiere a bordo piscina con la dirimpettaia, Carla, che indossa un bikini dorato e parla con tormento del figlio David: un bambino con qualcosa fuori posto all'indomani di un piccolo incidente al fiume, che in giardino tumula anatre stecchite con paletta e secchiello. Influenzata dalle ansie dell'altra madre, Amanda vorrebbe partire prima del previsto per la capitale, ma qualcosa va storto nel momento del congedo. Qual è l'attimo in cui ha abbassato la guardia? Quando ha lasciato che i vermi e l'irreparabile prendessero il sopravvento?

Prima o poi succederà qualcosa di brutto”, diceva mia madre, “e quando sarà, voglio averti vicino”.

Inscenato su un sfondo all'apparenza innocuo, il romanzo ci ricorda che la tranquillità perfetta talora implica anche il totale isolamento. In una campagna alla fine del mondo, la protagonista non perde mai di vista quella sua bambina dai modi di principessa – educatissima, stringe un topolino di peluche e siede con la cintura di sicurezza agganciata sul sedile posteriore. Amanda anticipa, calcola i rischi, di notte setaccia la campagna circostante con una torcia. Surreale ma plausibile, la sua è la storia di un genitore che nonostante le accortezze ha perso il controllo. Stranissima, al contempo poetica e delirante, la vicenda garantisce la costruzione di una suspance palpabile e di un microcosmo da un lato appena accennato, dall'altro perfettamente compiuto. Sulla meta scelta da Amanda e Nina – una novella Terra dei fuochi – grava forse una specie di maledizione. Il silenzio è innaturale. Non c'è bestiame. In mancanza di medici, ci si rivolge alla strega che vive coi suoi sette figli nella casa verde. L'acqua ha un cattivo odore, i campi di soia frusciano, radioattivi; i liquami che bagnano le mani non sono rugiada; all'orizzonte si sollevano i pennacchi di fumo delle industrie pesanti. E come non confessare i brividi alla vista dei bambini del luogo: chiazzati di macchie, mutilati, orribilmente deformi?

Strana può essere anche la più normale delle cose. Strano può essere anche solo sentirsi ripetere ogni volta “non è importante” a ogni domanda. Ma se tuo figlio non ha mai risposto prima in quel modo, la quarta volta che gli chiedi perché non mangia, o se ha freddo, o lo mandi a letto, e lui risponde, come balbettando, come se ancora stesse imparando a parlare, “non è importante”, io ti giuro, Amanda, che ti tremano le gambe.

L'incubo bucolico della bravissima Samanta Schweblin ricorda i redivivi del migliore Stephen King e le paranoie di Shirley Jackson, ma allo stesso tempo non è uguale a nient'altro. Con le sue sole 108 pagine, è poco più che un racconto. Il genere d'appartenenza, su carta, sarebbe la fantascienza. Ambientato in un futuro che forse è già qui, contiene infatti una riflessione tutt'altro che sottile sui mali dell'inquinamento, che stravolgono il volto della natura e mettono in pericolo il destino delle generazioni future. Ma non è quello il punto. Ipnotizzato, più lo sfogliavo e più sentivo montare una tensione crescente: sul chi va là, dovevo respirare profondamente, farmi coraggio e proseguire. Perché la distanza di sicurezza del titolo, rubando la definizione all'autrice, è quella che passa tra una mamma e il suo bambino per assicurarsi che stia bene. È un prolungamento del cordone ombelicale, è il filo rosso che li lega. Nel corso della lettura, questo filo si tende, si tende, si tende... E la preoccupazione che stritoli i protagonisti fino all'asfissia o, peggio, che dopo l'ennesimo strattone possa spezzarsi, fa sentire vulnerabili. Fa sentire, indipendentemente dalla biologia, madri.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Cranberries – Animal Instinct

lunedì 26 ottobre 2020

Recensione: L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel


| L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 18, pp. 380 |

Nugoli di lucciole inseguiti nel cuore della notte. Un palloncino intrappolato su un ramo. I campi di colza a perdita d'occhio. Giallo, dappertutto. E poi il rosso. Quello della marmellata di fragole, dei sassi puntuti barattati con un fiore, delle case sull'albero profanate dal sesso e dalla morte, dei corpi sbrindellati sul tavolo autoptico. L'estate che sciolse ogni cosa è il sole e il sangue: un colore caldo. Una scintilla che a un certo punto libera vampe altissime e vibrazioni indimenticabili. Al cinema si chiamano scene madri. Le riconosci dalla colonna sonora che s'impenna e dal cuore che sale in gola, dalla macchina da presa che segue gli eventi come se all'improvviso fossero parte di una coreografia struggente. L'esordio della straordinaria Tiffany McDaniel è tutto una scena madre. Un'escalation senza requie, che brucia – di dolori, di passioni, d'indignazione – e lascia addosso i segni dell'ustione. Un'ustione virulenta e bellissima, che confondendosi con le pieghe della carne finirà poi per somigliare a un ricamo.

Avevo commesso l'errore di sentire la parola diavolo e pensare alle corna. Ma voi sapete che in Wisconsin c'è un lago, un luogo prodigioso, con questo nome? In Wyoming c'è una splendida roccia intrusiva chiamata così. Esiste perfino una spettacolare varietà di mantide religiosa conosciuta come “il fiore del diavolo”. E una pianta. Perché, nel sentire diavolo, ho pensato a un mostro? Perché non mi è venuto in mente il lago, invece? O un fiore che cresce sulle sue sponde? Oppure una mantide in preghiera su una roccia? Un errore grossolano, davvero, aspettarsi la bestia, perché a volte, sì, a volte tocca al fiore portarne il nome.

Se potesse, l'anziano Fielding pagherebbe oro per una macchina del tempo. Ormai ricurvo per l'artrosi, vive un tormentoso dissidio interiore a bordo di una roulotte: da un lato l'anelito al cielo – non a caso ripara tetti e stappa comignoli –, dall'altro un senso di colpa che lo spinge a privarsi di ogni compagnia (una donna dai capelli lunghi come corde, un tenero pompiere) per purgarsi dei peccati di un'infanzia codarda. È stato bambino in Ohio, nell'estate rovente che sciolse tanto il tangibile quanto l'intangibile. Correvano gli anni Ottanta: luci al neon, tessuti sfavillanti, gli Alphaville alla radio che promettevano una giovinezza imperitura, il filtro della nostalgia che smussa e abbellisce. Ma è forse un caso se George Orwell intitolò il suo capolavoro proprio 1984? Profetico, il romanzo distopico sembra anticipare il caos di quell'anno particolare. La televisione parlava dell'avvento dell'Aids, Fielding aveva tredici anni e alla sua porta, mentre i ventilatori rumoreggiavano e i frigoriferi degli alimentari venivano saccheggiati, si presentava il diavolo in seguito a un annuncio sul giornale. Pressoché suo coetaneo, Lucifero aveva una salopette lisa, la pelle nera e gli occhi verdi: dagli amici si faceva chiamare semplicemente Sal. Per Fielding e i suoi parenti, più che un amico, sarebbe diventato parte integrante della famiglia. Sal avrebbe spinto papà Autopsy a ragionare sulle ambiguità del suo mestiere di avvocato, mamma Stella a vincere l'agorafobia, zia Fedelia a cambiare acconciatura. Con lungimiranza, avrebbe capito ben prima degli altri perfino i segreti di Grand: quel primogenito fortunato nello sport e sfortunato in amore, vittima prima delle aspettative altrui e poi del pregiudizio. Fuori dal giardino dei Bliss, intanto, si agitavano i moti di una folla vendicativa e rissosa. 

Non poter volare significa non poter più inseguire la cometa, né ascoltare il canto delle stelle. Come posso sopravvivere? Cosa mi resta dopo aver perso il dono più grande? Ora per me c'è solo la terra, il mio paradiso finito per sempre. Non ci sarà mai più nessun cielo per me. Nessun Dio. Io sono l'avvertimento ai bambini prima di coricarsi. Dite le vostre preghiere, non cadete nel peccato, altrimenti diventerete il diavolo, colui che è sprofondato nell'abisso e non può sperare in nessuna salvezza.

Guidati da Elohim, il vedovo della casa di fronte, ecco gli abitanti brandire Bibbie e additare il nuovo arrivato: che negli incidenti degli ultimi tempi – aborti, atti vandalici, sabotaggi – ci sia lo zampino di Sal? Stretti da un morsa soffocante, i Bliss commetteranno un unico errore: essere ospitali. Perseguitato alla stregua di un novello Edward mani di forbice, Sal condivide in un linguaggio aulico parabole e aneddoti dell'Eden perduto. Che siano ricordi? In quanti modi si può essere bambini? In quanti, soprattutto, si può perdere l'innocenza? Mosso inizialmente dal desiderio di godersi appieno le vacanze estive, il giovane Fielding imparerà a mettere in discussione gli insegnamenti degli adulti e le Sacre Scritture, a essere irrispettoso della legge, a combattere piccole battaglie per vincere una guerra più grande. Con il viso sporco di lucido da scarpe come Rambo, si muove nella terra di confine tra l'infanzia e l'adolescenza. Questo romanzo di formazione – lirico, caloroso, scioccante – è un album che raccoglie il suo primo lutto, il suo primo nodo alla cravatta, il suo primo amore non corrisposto verso la fragile Dresden Delmar, i suoi primi dubbi verso una famiglia che a torto gli pareva perfetta.

Io sarò il ragazzo nero. E tu la ragazza bianca. E il mondo dirà no. Ma noi diremo sì e saremo l'unica eternità che conti.

Tiffany McDaniel suona soave anche nella tragedia. Grazie al suo talento cristallino, i miti crollano con grazia, le bandiere a stelle e strisce si stracciano senza sfilacciarsi, la fine del sogno americano è un incantevole tramonto. L'inferno, ci racconta l'autrice, è un corridoio lungo il quale si aprono porte infuocate. Il paradiso, invece, deve somigliare alla sua scrittura: un equilibrio divino che consente a ogni bassezza di essere compensata, per mezzo di un benevolo contrappasso, con momenti di commovente lirismo. Destinato a imporsi nel novero dei miei preferiti, questo  è il romanzo che ha fatto innamorare la rete. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono, ma con il senno di poi la pubblicità non sarà mai abbastanza. Smaliziato,  credevo di conoscere già i mostri nascosti nel Buio oltre la siepe. Niente, però, mi aveva preparato all'abisso in agguato dietro i campi di colza. L'estate che sciolse ogni cosa scioglierà il razzismo, l'omofobia, l'ignavia. Stillerà gocce di lacrime e sudore, di condensa e veleno. Sarà il disincrostante per i dotti lacrimali inutilizzati e le coscienze sporche. Purificati, una volta giunti all'ultima pagina vedremo il mondo – i suoi gialli abbacinanti e i suoi rossi spaventosi – senza più cataratte.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen - I'm On Fire 



venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

sabato 2 maggio 2020

Miniserie "fantastiche" e dove trovarle: Tales from the Loop | The Outsider

Cosa accadrebbe se l’America rurale dei romanzi di Kent Haruf incontrasse i temi della fantascienza? Tales from the Loop, serie antologica distribuita su Amazon Prime Video, sembra nascere da una contaminazione simile. Il risultato è un esperimento poetico e incantevole, che non regala né incastri né spiegazioni istantanee, ma immagini di una bellezza tanto straordinaria da commuovere. Gli otto episodi sono dei mediometraggi pressoché autoconclusivi che ruotano attorno alle vicende della famiglia di Jonathan Pryce e Rebecca Hall:  suocero e nuora sono ai vertici di una misteriosa azienda che gioca con scienza e magia nel sottosuolo di un’imprecisata cittadina. A occhio e croce siamo negli anni Ottanta, ma non aspettatevi colori e canzoni a tema: la fotografia avvolge con le sue sfumature tenui, infatti, e la colonna sonora è un brivido continuo garantito dal talento di Glass. Sui poster, inoltre, s’intravedono dei bambini che corrono e a torto si potrebbe pensare a una riproposizione di Stranger Things: niente di più sbagliato. I racconti che compongono la serie vivono di suggestioni e piccole idee, di pelle d’oca. Molto tristi, a ben vedere, mettono però l’anima in pace come soltanto alcuni autori sanno fare. Sullo sfondo di un Paese bellissimo e malinconico, in cui perfino la fantascienza non fa inutili schiamazzi, giacciono abbandonati vecchi robot e carcasse di marchingegni. Con ritmi lenti e immersivi veniamo a conoscenza di una bambina la cui casa è stata risucchiata dal cielo; dell’amicizia tra due ragazzi al centro di un classico scambio di corpi; di un primo amore così spasimato da fermare il tempo; di un nonno alle prese con la malattia, di un padre con le sue ossessioni, di un custode con un triangolo omosessuale; infine di un’isola deserta che ospita un mostro e di una riconciliazione che supera i fiumi del tempo. Mancano le corrispondenze e gli incastri, le vicende restano piuttosto slegate, ma il dettaglio non impedisce di apprezzarne la bellezza complessiva. Lo spettatore è chiamato ad astrarre, a contemplare. A immergersi e basta, senza chiedersi mai se toccherà il fondo; se arriverà a riva. Tales from the Loop, amata più del previsto, è il non-luogo dove arrivano la fantascienza e i mezzi televisivi. Dove arriva la nostra emozione, e per restarci. (7,5)

Stephen King non è nuovo alle pessime trasposizioni. Le eccezioni, anzi, si contano sulle dita di una mano. Come da tradizione, The Outsider era già stato opzionato per una miniserie a scatola chiusa: per fortuna, arrivato in libreria, il contenuto era di quelli belli. Al tempo della lettura, infatti, questo mi era parso un grande ritorno. Un mix tra noir e horror, sorretto da un cast di personaggi memorabili. Come poteva la HBO, sinonimo di qualità, fare male? I pareri degli altri spettatori vi racconteranno un’altra versione della storia: le otto puntate, con lo zampino di Jason Bateman, sono state accolte con il favore di pubblico e critica. Persone, nella maggioranza dei casi, che conoscono poco lo stile del Re e che sono passate alla trasposizione senza prima approfondire la lettura. Io, da fan della prima ora, ne sono uscito deluso e tremendamente annoiato. Ho spalmato la serie in oltre un mese di visione. Sebbene fedele nei fatti – la trama e lo svolgimento sono identici: dopo il sanguinoso omicidio di un bambino, la polizia fa i conti con l’enigma di un colpevole sin troppo facile da incastrare –, The Ousider è la versione ingrigita, rallentata e appiattita della storia originale. Mancano le citazioni interne, il famoso gusto pulp dell’autore, l’ironia bramata perfino nelle situazioni più cruente. I personaggi, serissimi, sono condannati a un anonimato che li rende irriconoscibili. Non ho voglia di riportarvi nemmeno i nomi dei membri del cast, a tal punto mi hanno lasciato indifferente, ma è emblematico il caso di Holly: già presente nella trilogia di Mr. Mercedes, su carta era la risposta femminile a Sheldon Cooper. Distaccata, goffa e geniale, nella serie è tutt’altro: una consulente pensierosa e immusonita, interpretata dalla comunque brava Cynthia Erivo, diversissima dalla controparte cartacea non soltanto per il dettaglio trascurabile del colore della pelle. Lentissima, la serie fa svogliatamente il verso ai toni di True Detective. E la deriva paranormale, quando infine si palesa, finisce per apparire soltanto più stonata. Stravolto spesso in fase di sceneggiatura, Stephen King sembrerebbe essere stato più fortunato in quest’occasione. Meno maltrattato che in altre produzioni, tuttavia, raramente è stato così frainteso. (4,5)

sabato 9 novembre 2019

Mr. Ciak: Parasite | Doctor Sleep | L'uomo del labirinto

Li vediamo setacciare la casa, un seminterrato infestato dalle blatte, in cerca del segnale wi-fi da rubare ai vicini. Sono i membri di una famiglia di disperati che all’occorrenza sa reinventarsi, glissando sui legami di parentela o pompando il curriculum. Qualcuno potrebbe definirli degli imbroglioni, parassiti. Ma se appaiono in verità un gruppo di lavoratori instancabili, che male c’è a insediarsi a casa dei ricchi facendo qualche sgambetto per primeggiare? Agli antipodi, infatti, c’è una villa che è un capolavoro di design: due bambini irrequieti, cagnetti di razza e una coppia di genitori attraenti, con il classico uomo d’affari assente e una moglie con la testa tra le nuvole. In un Oriente devastato dalla lotta di classe e dalle disparità, è necessario fare di necessità virtù: in nome di una strana forma di nepotismo, piano piano, i protagonisti – un tutor d’inglese, una maestra d’arte, un autista e una domestica – rimpiazzano il personale preesistente. Quando i gatti non ci sono, i topi ballano. E nel tempo restante recitano come attori navigati la loro lista di menzogne, soprattutto se c’è da coprire le tracce dei loro dispetti. Ma potrebbe smascherarli un odore che fa arricciare il naso ai potenti. È quello di chi condivide lo stesso sangue sporco. È quello della povertà. Guerra tra disperati al tempo dei ricatti online e dei rifugi anti-Corea del Nord, l’ultimo vincitore della Palma d’oro è una commedia caustica e divertentissima, talora dai toni perfino fiabeschi, che spiazza con il bagno di sangue dell’epilogo e riflessioni a proposito di disparità sociali esemplificate nel contrasto alto-basso, grigliate in giardino ed esondazioni da arginare. Si ride a denti stretti e ci si indigna fino a perdere le staffe, senza però ricorrere mai a passaggi didascalici. Imbastito come una tragicommedia degli equivoci, ma teso come un thriller psicologico, Parasite si poggia su una sceneggiatura da Oscar e sulla regia millimetrica di Bong Jooh-ho. I colpi bassi, gli spruzzi di sangue e una vena sentimentale fortissima porteranno, nonostante tutto, a una di quelle chiuse commoventi possibili grazie alla magia del cinema asiatico. Ai travasi di bile, infatti, si risponde con una risata isterica degna di Arthur Fleck e con un messaggio di resilienza in codice Morse. Abbiate cura di questi parassiti, non correte ai ripari con la disinfestazione. Sono i protagonisti del mio film dell’anno. (9)

Qual è il termine oltre il quale un sequel può dirsi fuori tempo? Sono passati trentanove anni da Shining e sei dall’arrivo in libreria del secondo capitolo. King, infatti, aveva un conto in sospeso con questa storia. Ai ferri corti con Kubrick – regista colpevole di avere stravolto il materiale di partenza dello scrittore del Maine –, ha voluto ricondurci all’Overlook attraverso le disavventure di un Danny cresciuto. Tanto di cappello al talento di Mike Flanagan, questa volta schiacciato tra l’incudine e il martello: da un lato la visione di Kubrick e dall’altra quella di King; da un lato un epilogo sotto zero e dall’altro un drappo di fuoco e fiamme. Avrebbe saputo mediare? Equilibrista e arredatore di incubi bellissimi, fa il possibile confezionando l’intrattenimento che non ti aspetteresti sotto Halloween: un film lungo ed elegante, con nessun sobbalzo e una squadra di cattivi – capitanati da una magnetica Ferguson, superiore al resto del cast  – protagonista tanto quanto gli eroi. Meno spavaldo del previsto, fedele a un seguito che parte da lontano e giunge all’hotel con un pretesto da poco, Flanagan non si butta a bomba. Si prende il suo tempo: ossia quasi tre ore. Ci insegna, con la solita emozione, che non tutte le paure vanno chiuse in un cassetto. Ci mostra, in una sequenza debitrice agli archivi di Inside Out, i cassettoni dove sono racchiusi i segreti e le memorie di una bambina speciale – e guai a frugarci dentro, benché la sequenza del viaggio astrale di Rose Cilindro sia una delle migliori del film. Flanagan fa il giro lungo e, quando arriva al punto di partenza rifiuta di entrare dalla porta principale. Crea enfasi, ci prepara alla resa dei conti. E ci porta infine lì dove perfino un profano non vedeva l’ora di tornare: i corridoi dove si annidano le gemelle diaboliche, le vecchie marcescenti e i tricicli spericolati. Proprio qui, ahimè, si nascondono le pecche di un’operazione troppo rispettosa per rischiare, che prepara il terreno all’omaggio anziché preoccuparsi di essere memorabile. È fuori tempo massimo il sequel che adesso deve fare i conti anche con la Stranger Things mania – soprattutto se, a ben vedere, Dan e Abra ricordano Hopper ed Eleven? È destinato a rimanere nell’ombra l’horror che per incutere paura si limita a macinare strizzate d’occhio e citazioni? Ai posteri la sentenza. Nel dubbio, risulta comunque gradevole il dialogo telepatico e intergenerazionale tra passato e presente. Anche se la “luccicanza” di Doctor Sleep, con affetto, è luce riflessa. (6,5)

Ci sono storie che funzionano meglio su carta, perché troppo lunghe, troppo intricate, troppo immaginifiche. E  ci sono quei finali abbastanza clamorosi, per fortuna, da funzionare dappertutto. È questo il destino dell’Uomo del labirinto, ritorno alla regia dell’autore Donato Carrisi. Questa volta, come sapranno i lettori a lui affezionati, la faccenda si complica ulteriormente: ci sono un profiler straniero, un investigatore dalle ore contate e una ragazza sopravvissuta alle sevizie di un moderno Enigmista. Siamo in un tempo vago, al centro di una metropoli devastata dalla canicola e dagli annunci apocalittici. Ma i nomi dei personaggi, un po’ italiani e un po’ stranieri per depistarci, rendono le ambientazioni tanto care all’autore vagamente posticce nel passaggio al cinema. La sensazione iniziale, infatti, è quella di trovarsi in un girone infernale – fra figuranti spaventosi e testimoni grotteschi – grazie alle tappe di una caccia al tesoro forse più adatta al linguaggio delle serie TV. Donato ha cura nel dettaglio delle scenografie e della messa in camera, e dirige senza ansia da prestazione un cast di stelle non sempre brillanti come la loro fama garantirebbe: se Hoffman prende parte alla produzione devotamente e umilmente, con un ruolo piuttosto stratificato, il collega Servillo esagera in una prova sin troppo manierata; un plauso alla Bellè, invece, imbruttita e costretta in un letto d’ospedale, che regala anima e corpo al personaggio della mancata vittima – nonostante qui e lì, purtroppo, il doppiaggio  ne appiattisca le buone intenzioni. I difetti non sono pochi, e comprendono anche lungaggini e sottotrame da asciugare in fase di sceneggiatura, e superano senz’altro quelli del giallo precedente: una storia più radicata nel nostro paese, al contrario, che guardava alla cronaca nera anziché ai puzzle di Christopher Nolan e poteva vantare a bordo un ispirato Boni. Ma le sbavature hanno tutte a che fare con la passione di un professionista, narratore in primis, che nel passaggio alla pellicola tende a mettere tanto, troppo del proprio universo espanso: anche a rischio di confondere i profani. Con l’ambizione di un novello Icaro che si brucia, vero, ma lascia comunque ammirati. In un panorama italiano a corto di thriller, di colpi di scena o di testa, come non restare affascinati dalla follia di un salto più lungo della gamba? (7)

giovedì 31 ottobre 2019

Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween

Corrono gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle antologie a tema e della retromania dilagante. Il risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una non così inedita. Di quelle da sussurrare al buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)

Cose da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati, effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia. C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più attentamente il bollettino meteorologico. (7)

Una coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea: dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili – Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –, piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza, risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e anticorpi. (6,5)

Non ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New Orleans ma non rinuncia alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi, escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski, garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa. L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)

Costretta a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario, rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile, The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici, divertimento e orrore? (7,5)

Dopo Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti, poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)

Il medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da  Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti, racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri. Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia, ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a sorpresa il loro fascino polveroso. (7)

Cresciuto dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent, contro i cliché. (5,5)

Un’altra mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi, bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky, incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione, Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le stesse. (6)

Nell’era segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi, meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo abbiamo già scordato. (4)