Due poliziotti di generazioni diverse, inizialmente ai ferri corti, uniscono le loro forze in cerca di un serial killer di donne ancora a piede libero. Il primo è il coriaceo Denzel Washington, rimasto bruciato da un vecchio caso del passato; il secondo è Rami Male, al contrario giovane e fiducioso. Nella sala degli interrogatori, sotto torchio, siete invece Jared Leto: un villain dalla pancia posticcia e dai capelli unti, inquietante e mellifluo come pochi. Capita raramente di vedere tre attori premi Oscar radunati nello stesso film. Un thriller dichiaratamente anni Novanta, che nel titolo italiano promette a torto una caccia all'uomo e all'indizio. Dopo una buonissima prima parte, il film di Hancock – poco più che un mestierante hollywoodiano – tradisce premesse e promesse in un proseguo più da buddy movie esistenzialista che da poliziesco, dove vengono messi in scena i caratteri inquieti dei personaggi maschili e soprattutto i loro metodi poco ortodossi. Mentre i due protagonisti parlano per cliché e frasi fatte, ben interpretati ma noiosamente già visti altrove, sorprende la performace di un Jared Leto che ha gioco facile per brillare: reduce da una meritata nomination ai Golden Globe, gigioneggia, seduce e spiazza. Il resto? Una mancata stagione di True Detective che ammicca all'ambiguità sottile di Seven, fa rimpiangere la potenza del coreano Memorie di un assassino e parla dell'importanza sostanziale dei piccoli dettagli, pur mancando di una grande trama portante. (5,5)
Sono
madri e nonne, dirimpettaie. Quando nessuno può osservarle, si
intrufolano l'una in casa dell'altra. E si amano di nascosto. Il loro
amore – omosessuale, anziano – scontenterebbe
più di qualcuno. Nonostante l'età, le due fanno progetti:
vorrebbero vender casa, ricominciare. Ma per paura di confrontarsi coi figli non si dichiarano.
Fino a quando un ictus non le separa e una delle due, immobilizzata,
viene affidata prima a una badante, poi ai figli egoisti, infine alle
case di riposo; l'altra, trattata alla stregua di un'estranea, si
limita allora a elemosinare momenti insieme. A spiare la
vita dallo spioncino. Se stare insieme è un crimine, un'irruzione,
ci sarà mai un posto per entrambe? Tagliato ingiustamente fuori dalla
cinquina degli Oscar, ai Golden Globe rappresentava il cinema
francese. Diretto dall'esordiente italiano Filippo Meneghetti, Deux è
un dramma devastante e viscerale, la cui tematica spaventa soltanto a
pensarci. Benché durante la visione scorrano copiosamente lacrime di tenerezza e
di rabbia, il film stupisce per il suo approccio da thriller: fatto
di attimi mancati e di piccoli presagi, di sparizioni, indaga i corpi
rattrappiti, i misteri della vecchiaia e della memoria.
Spaventosamente plausibile eppure pieno di bellezza, Deux
ti sale con le ginocchia sul petto. Ti conduce in un turbinio di
emozioni. E ora, ti chiedi? Cosa succederà? Cosa faranno?
Caracollanti, Barbara Sukowa e Martine Chevallier – straordinarie
– ti prendono per mano nell'epilogo. E sulle note di una canzone
italiana, e dei colpi dei loro battiti malandati, ti stringono forte nel
romanticissimo delirio di un lento. (7,5)
Nel
primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando,
Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e
Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a
produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo;
dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già
sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si
aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative,
alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle
serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e
spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo
psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale:
risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare
con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di
essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la
protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi,
medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è
una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia
mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma
iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore
verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il
dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile,
tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.
Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al
romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone
è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa
sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione
all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –,
quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle
situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della
trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina
al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non
far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà
fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac.
Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente
una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso
d’irrisolto del titolo. (7)
Benvenuti
a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi.
L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma
dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è
spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione
alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama
mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante:
l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta,
sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in
ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La
colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark,
quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi
dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un
villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia
si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma
lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara
di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e
tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non
si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o
cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani
rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare
l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa
Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un
po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in
territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in
chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio
quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti
è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo
Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente
paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James
Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle
ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e
sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo
Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per
entrare nel mood di Halloween. (7+)
Erano
giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure
dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl
e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi
aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi
adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era
il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo
cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca
di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con
l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi
sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le
pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice
della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti;
il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da
un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i
volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati
sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per
l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza
assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per
fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno
divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda
stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far
presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap
opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora
scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo
dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una
moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe
di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci
si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti
spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà
tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)
Ricevere
una motosega come regalo di compleanno. E, tra gli applausi e le
incitazioni dei parenti, metterla in moto e rivolgerla contro il primo malcapitato. Piccoli assassini
crescono, nell'ennesimo film ispirato ai mostri del
compianto Tobe Hooper. Ci si guadagna, così, una scontata adolescenza in un
ospedale psichiatrico, nonostante il gran scalpitare della matriarca
Lili Taylor. E da quell'istituto che non disprezza l'elettroshock e
le maniere forti, una notte, si scappa in tanti con un piccolo
pretesto, trascinandosi dietro un'infermiera costretta suo malgrado a
fidarsi del più docile tra loro. La struttura on the road e i
personaggi depravati, trucidi, ricordano il primissimo Rob Zombie o
Robert Rodriguez. Sulle loro tracce, gli agenti Stephen Dorff e Finn
Jones – senza troppe sorprese, più selvaggi e cattivi della gang di psicopatici in libertà. C'è un interessante cambio di rotta nel
momento in cui prima si invertono i ruoli di potere, poi cambiano
bruscamente le preferenze dello spettatore. Gli inseguitori diventano
inseguiti, o viceversa. I cattivi tenenti del profondo Texas degli
anni Sessanta ci tentano, quasi, con il crimine preferito alla legge. Leatherface, film a
sé sul primo amore e la cruenta adolescenza del membro più famigerato
della famiglia Hewitt, è un horror dalla parte dei cattivi. Reboot
trascurabile, sì, ma con la mano pesante dei registi del cult francese
A l'interieur. Più europeo che
americano: sporco, con sangue a fiumi, necrofilia e una trama che
abbozza perfino un colpo di scena, nel tirare le conclusioni. C'è del buono, insomma, nel
cattivo gusto di Alexandre Baustillo e Julien Maury. Adesso, prego,
apritegli porte che non somiglino più a questa qui. (5,5)
Una
turista australiana con lo Reflex al collo incontra un ragazzo di
quelle parti, rispettabile professore di inglese. Siamo nella stessa Germania affascinante e sgranata di quel Victoria girato d'un fiato. Berlin
Syndrome, presentato in anteprima al Sundance e immancabilmente
al Festival di Berlino, sembrerebbe un boy meets girl di quelli che
tanto mi piacciono. Si passeggia chiacchierando, ci si conosce
ingannano il poco tempo a disposizione. Teresa Palmer e Max Riemelt
(sì, proprio il biondo del compianto Sense8)
sono belli, bravissimi, presi. Lei sta per tornare a casa e lui,
innamorato già al primo sguardo, vorrebbe che restasse. Nessuno ti
potrà sentire, le sussurra al culmine della passione. Un invito ad
abbandonarsi al piacere, o una minaccia? Berlin Syndrome sembrerebbe una
rilettura europea, indipendente, di un'Attrazione fatale a
rovescio. Riemelt la chiude in casa, la lega alla testiera del letto
e, dopo un tentativo di fuga, le spappola le dita. Sembrerebbe,
ancora, un rape and revange: ci sono le violenze fisiche e
psicologiche, infatti, e il desiderio costante di insorgere. Il thriller di
Cate Shortland è niente di tutto ciò, ma anche tutte e tre le cose insieme.
Ha un occhio interessante, due ottime performance, un sociopatico dal
profilo insolito – rispettato dai suoi studenti, popolare tra i
colleghi, premuroso con il padre morente. Fa sì che lei abbia
bisogno di lui, che diventi il suo mondo: usando ora la carota e
ora il bastone, ammaestrandola. Il sesso non sembra più stupro. La
cattività appare una scelta di vita. Accurato e sottile, Berlin Syndrome è
però di una lentezza e una ripetitività snervanti. Una prigionia
resa nel dettaglio, troppo? Difetti grandi e piccoli di una regia a lungo indecisa
tra il dramma e la vendetta? (6)
[1962]
Papà Hudson ha reso Jane una stella del
palcoscenico. I boccoli biondi della sua
bambina prodigio hanno ispirato perfino una bambola. Molti esemplari resisteranno
alll'eclissarsi della notorietà di lei: scalzata dalla sorella
rivale, Blanche, che crescendo ha voluto pareggiare i conti. Un incidente, all'apice della gloria, le ha tarpato le
ali e spezzato le gambe. Bloccata in sedie a rotella, vive di rendita
e delle cure della sola Jane. In un cupo castello dedicato al dio
passato, dove non sono ammessi visitatori e in cui, a lungo andare,
l'insofferenza miete vittime. Chiudete in una stanza due sorelle che
si accusano a vicenda di essersi rovinate la vita. Mettete sullo
stesso set due dive sul viale del tramonto, professioniste che fanno
di qualsiasi capriccio una questione personale, e buttate via la
chiave. Allo scontro tra titani a colpi di battute taglienti
sopravviverà la più posata Joan Crawford o l'insuperata Bette
Davis? Se la prima è la vittima messa a
tacere, vessata e schernita con una crudeltà così esemplare da
divertire, l'altra pianifica un impossibile ritorno al passato. L'indimenticabile Jane nasconde topi e passerotti
ammazzati sotto la cloche; strega con gli occhi spiritati, lo
straordinario sprezzo del ridicolo e il trucco sbavato. Qual è la sorte dei ragazzini bollati
anzitempo come promettenti, poi incapaci di mostrarsi all'altezza
della situazione? Cos'è stato dei ritornelli di Nikka Costa, del
biglietto aereo per Macaulay Culkin, del sesto senso dello struggente
Haley Joel Osment? Che fine ha fatto Baby Jane? La
domanda te la pone il titolo di un thriller psicologico passato alla
storia. Uno di quelli che suscitano reverenza, che recuperi con
sessant'anni di ritardo. La scusa perfetta: Feud,
la serie antologica che accende i riflettori su una faida che seguì le protagoniste anche fuori
dal set. Nonostante il bianco e nero, Che
fine ha fatto Baby Jane? non
è invecchiato di un giorno. Genitore degenere di qualsiasi Misery
non deve morire; figlio tiranno del capolavoro Viale
del tramonto;
stella fissa. (8)
[2009] Il giovane Hubert condivide un
appartamentino kitsch con l'irritante Chantale. A volte sono cane e gatto, altre
metà complementari. A detta del giovane, la donna è la persona che
più odia sulla faccia della terra. Affermazione forte, ma tutto
nella norma: lui è un adolescente scalpitante, lei è una madre che
lo ostacola con la scusa di ciò che è meglio per lui. Siamo nella
provincia canadese, illuminata a sprazzi dai ninnoli e dai centrini
colorati di una casa di bambole;
siamo in un film del talentuoso Dolan. Per la precisione, il primo.
Lui – attore, autore, regista – aveva vent'anni. L'invidia
dovrebbere rendermelo antipatico. Quella, e la consapevolezza di non
avere apprezzato pienamente i film che hanno preceduto il suo
effettivo capolavoro – il ciarliero Les
Amours Imaginaires,
il nebuloso Tom à
la ferme.
Lì c'erano, accanto a un lato visivo comunque potentissimo, un
lezioso compiacimento di fondo e molto autobiografismo: tra arte,
omosessualità e pop-art, in un duplice ruolo, troppo Dolan per una
conoscenza preliminare. Qui, alle radici dell'enfant prodige, è
presente di tutto un po'. Ma, benché molto acerbo, ho trovato J'ai
tué ma mère un'opera
prima fresca e sincera. I rapporti interpersonali al limite, la
dolcezza e le urla, i piatti infranti e gli aforismi da incorniciare.
Anche agli inizi, una genitrice che somiglia proprio a Anne Dorval:
tenuta a distanza, contestata, tanto da nascondergli l'esistenza di
un fidanzato non per timore di non essere accettati, ma per puro
dispetto; una madre nevrotica, ispiratrice di continue invettive e
instancabili recriminazioni. Accanto a lei, un capriccioso e imberbe
Dolan: all'occorrenza ottimo attore e pessimo figlio unico. Uccide la
madre nei temi in classe, dicendosi orfano.
Nei suoi sogni segreti, si inseguono all'ombra di un bosco: lei, nel
clou di un curioso ma delicato complesso di Edipo, indossa l'abito da
sposa. Hubert è un adolescente con il mondo contro e in cerca di se
stesso, Chantale è una mamma chioccia che non si accorge di
soffocarlo per paura di un ulteriore abbandono. Come loro, tutti i
figli imperfetti e tutte le mamme single. Come Dolan, già in tempi
non sospetti, nessuno. Dietro l'ingannevole confessione di un
presunto matricida, J'ai
tué ma mère è
una storia vera. Lo
schizzo in potenza che precede il disegno di Mommy,
indimenticabile atto. (7,5)
[2010]
Oliver ha tempo a sufficienza per fare un bilancio. Vive solo, il suo
lavoro da illustratore lo tiene impegnato ma non troppo. Gli fa
compagnia un Jack Russel e il pensiero di un'affascinante attrice
francese, che alle feste mascherate ha l'aria di essere infelice
tanto quanto lui. Il protagonista ha scelto di travestirsi da Freud.
Per uno scherzo del subconscio o per precisa volontà, chissà, la
maschera dello psicanalista la dice lunga sui problemi personali di
Oliver. Su una famiglia strana e sfortunata, perfino più delle
nostre, che si è decimata nel giro di pochi anni: prima è morta la
madre, portata via da un tumore; poi l'ha seguita a ruota il padre,
con lo stesso male e un clamoroso outing prima di andarsene.
L'arzillo genitore ha approfittato della vedovanza, del poco tempo a
disposizione, per uscire allo scoperto: si è avvicinato alla storia
della comunità LGBT e ai siti di appuntamento; ha incontrato un
personal trainer infedele ma presente, che è stato con lui fino alla
fine dei suoi giorni. In Beginners, autobiografia agrodolce
sotto forma di commedia indipendente, c'è un Ewan McGregor –
bravissimo, al solito – in fase di elaborazione. Medita, ricorda,
si innamora dello spirito girovago della Laurent. Fa respiri profondi
e passeggiate al parco e nei corridoi degli hotel. Per essere sempre
in fuga, d'un tratto si fossilizza a riavvolgere il passato. Mette
radici in una camera d'albergo con la moquette a terra, accanto a una
sconosciuta. Pensa alla scoperta della tenerezza e della sessualità
di Cristopher Plummer, ma senza rancore: lo compiange, un po'
imbarazzato all'idea di gestirne il disordine postumo e il compagno
in lutto. Confronta il passato e il presente, e c'è spazio per gli
schizzi, le fotoricordo e gli sprazzi di genialità molto cari al
cinema del già promettente Mike Mills (quest'anno apprezzatissimo
con 20th Century Women, gioiello in
sordina). Ci sarà spazio anche per l'amore, dopo aver preso atto che
quello tra i suoi genitori è stato una sciarada ma non proprio
tutto, eppure, è perduto? Vedasi la leggerezza di Plummer:
pienamente se stesso a settantacinque anni. Vedasi gli adorabili
difetti della nostra lei: amante dei libri usati e delle case vuote.
Come il titolo rivela, i protagonisti sono tre individui alle prime
armi. Impreparati a voltare pagina – a convivere in pace, a morire
in silenzio –, ma non del tutto inadatti. Plummer deve avere fatto
sua la lezione alla scuola serale. Assente ma presente,
dà ripetizioni sentimentali a principianti in attesa di ravvedersi e
di rivedersi. Se l'amore è questione di famiglia, meglio
condividerne i segreti. (7,5)
[2016]
A proposito di registi
francofoni che adoro: posto anche a Ozon. Il parigino che viene dal mondo della moda e spazia con nonchalance dal
thriller alla commedia musicale, è stato a Venezia con l'applaudito Frantz.
Un melodramma postbellico che rinuncia coraggiosamente al colore e si
rifà a una pellicola di Lubitsch. In un paesello tedesco
del primo Novecento, una vedova di guerra piange il promesso
sposo. Sulla sua tomba, un giorno, trova un fiore. A depositarlo, un
soldato francese. Adrien parla di Frantz, ma non come farebbe un
semplice amico. Fa breccia nei cuori dei genitori del
defunto, seduce l'anticonformista Anna. Poi sparisce, nel clou di una
rivelazione, e le lettere inviate a lui ritornano al mittente. Chi era
quel forestiero per il soldato caduto? Cosa si nasconde nei suoi modi
gentili, nelle sue risposte vaghe, nello sguardo altrove? Come
l'ultimo Dolan, anche Ozon sceglie di allontanarsi dalle piste
consuete. Restano integri il mistero, il fascino, la
splendida cura della regia. A malincuore, dopo una bellissima parte
introduttiva, si fanno presto i conti con ciò che manca. Frantz
è sobrio, lento,
raffinatissimo. Il regista cede al richiamo di un film diverso dal
solito. A un omaggio classico, languido, che riflette sulla verità e
il perdono. Alla trama si rimprovera una certa piattezza, purtroppo,
e sono le bugie e il ricordo a colorare magicamente i concerti
privati del sempre bravissimo Niney (brutto ma bello, come
solo i francesi possono) e i sorrisi della raggiante Beer. La
pacatezza del bianco e nero ammorbidisce le passioni proibite,
l'impostazione rigorosa abbraccia un'estetica splendida e trascura il coinvolgimento. Le cose belle, però, piacciono. E la
classe rètro dell'etereo Frantz – un
Ozon a metà, sprovvisto del suo eros e della sua ambiguità –
incanta. Lo si apprezza, se non altro, per la Grande guerra
raccontata dal punto di vista dei sopravvissuti a una generazione
perduta, rievocata attraverso le inimicizie tra tedeschi e francesi:
vicini di casa, eppure rivali. Finito il conflitto, finirà l'odio? E
la vedovanza di una ventenne che, un po' come noi, si aspettava
dall'elusivo amico di Frantz l'enigma, la svolta, l'amore ? (6)
Quando
parlo di cinecomic è perché mi porta a vederli di peso papà.
Quando capita, lo faccio sempre con gli stessi toni. Tocca annoiarvi
anche con la cronaca dell'ultimo giunto in sala?
Benché diretto dalla regista di Monster, il cinecomic sulle
origini dell'amazzone DC non fa breccia. Cominciamo malissimo, con una
prima metà vittima spesso del ridicolo involontario: su un'isola
interamente popolata da donne – una novella Lesbo protetta da
schiere di Xena –, Gal Gadot è una Sirenetta che
sceglie di seguire il naufrago Chris Pine nel mondo reale. Fuori c'è la guerra, ed è tutta colpa di Ares. E
anche una Europa grigiastra e sotto assedio, in cui tutti vanno di
fretta e indossano abiti scomodi. Se sopravvissuti all'incipit, la seconda parte si farà seguire con meno smorfie:
un po' Allied, tra battute
maliziose e gala a cui infiltrarsi; un po' un Hacksaw Ridge
in gonnella, con mine calciate
ed eroismo spiccio in trincea. L'amore tra due che si somigliano e si
pigliano sboccia, nonostante gli uomini servano solo per procreare e
le ragazze sappiano divertirsi da sé. I villain abbondano – un
nazista e la sua scienziata rubata a Austin Powers,
un Ares da ridere in chiusura – e, insieme all'inconsistenza
della sceneggiatura, risultano i tasti più dolenti. Rito di
iniziazione di una mancata femminista Disney, il Wonder
Woman della Jenkins è
un film introduttivo e non da cestinare in toto. Purtroppo, pecca di
una CGI non sempre inappuntabile e di quella sciatteria che non
perdono. Diana, come tutte le bellissime con la fascia da miss, fa discorsi sulla pace nel mondo e l'importanza dell'amore. A
lei dobbiamo la fine della Seconda guerra mondiale e gli uomini che si lasciano
volentieri salvare dalle loro innamorate, riposto l'orgoglio. Le
bambine e Alice Sabatini prendano appunti, intanto, così da
snocciolare sogni edificanti e la storia contemporanea secondo Zack Snyder nel prossimo futuro. (5,5)
Tom,
sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di
silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi,
lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare
ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina
senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada
sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe
l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto
cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il
riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti.
Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e,
da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le
prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti.
Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente
immerso nella finzione da prenderla come una questione personale.
Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica.
La luce sugli oceani non
è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la
casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate
e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue
Valentine, anche Alicia Vikander
mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare
ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi
svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della
bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario
Fassbender. La luce sugli oceani è
una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul
peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza,
viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i
naviganti. Potevano privarlo delle tante
lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde
della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza
guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi,
come fuori stagione. (7,5)
Siccome
cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano
con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri
corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di
fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del
solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra
Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due
tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si
mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se
ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim
Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti,
è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già
assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota
Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con
l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori,
ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili –
finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui
sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando
dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere
inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna
sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli
addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue
divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e
insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso
del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non
vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa
la sua. (5)
Al
cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli
animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più
sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse
Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni
di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma
legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la
tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli
animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a
tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo:
raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey,
infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il
proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce
narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A
volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul
punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione.
Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del
pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale
che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non
approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie
generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare
attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un
Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai
margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on
me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da
copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite
ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua
la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che
intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa
esagerato abuso. (6)
Una
reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono
immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che
eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di
lui. Pastorale Americana è
la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La
maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran
pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere
in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di
Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un
film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi
scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di
una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per
me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi
l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i
dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la
prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la
recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la
Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione,
ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione,
soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena
inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive.
Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia
nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare
che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria
bellezza. (7)
Sophie,
orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle
mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il
mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia
in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili,
imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l
GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia
libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi
di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un
Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia,
ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi
lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta
lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel
recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione
verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo,
sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i
piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la
storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia
straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta
pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato.
Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G”
dell'acronimo. (4,5)
Nella
Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni
del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso
di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una
storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono
un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa,
gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello.
Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi
dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato?
Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone
è una ghost story che ha i suoi
pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e
dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane
Eyre e Giro di vite,
ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che,
passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben
confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare,
nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia
frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel
dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of
Thrones – bella come una ninfa
di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti
o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che
le pietre non dicono. (5)