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martedì 3 giugno 2025

Per trenta minuti: Dying for Sex | The Studio | Overcompensating | The Four Seasons

Può una miniserie sulla morte scoppiare di vita? È la scommessa, vinta, di Shannon Murphy. Già premiata a Venezia per Babyteeth, la regista torna a declinare la malattia in chiave umoristica trasponendo la storia vera di Molly Kochan: quarant'anni, due tumori, nessun orgasmo, abbandona il marito imbelle pur di realizzare i suoi desideri più inconfessabili. In francese, d'altronde, chiamano l'orgasmo così: petit mort. Dovremmo quindi stupirci se assisteremo al sesso più libero e pazzo dell'anno in Dying for Sex, storia di una malata al quarto stadio, anziché nel patinato Babygirl? Tragici e spregiudicati, gli otto episodi seguono l'odissea della protagonista dalla diagnosi fino all'ultimo respiro, senza mai staccarsi dal viso di una Michelle Williams radiosa come non mai — sarà colpa della radioterapia? In scena: l'assoluta centralità del corpo femminile. Nel piacere. Nel dolore. Vittima di abusi da bambina, continuamente in balia dei medici da adulta, Molly esercita il pieno dominio di sé stessa soltanto nelle vesti di mistress. Tutto è scoperta, perfino i kink più assurdi, ma potrebbero esserci effetti collaterali: rompersi il femore prendendo a calci gli attribuiti del vicino di casa, ad esempio, o finire per innamorarsi di lui. Ma quella diretta da Murphy è soprattutto una grande storia di sorellanza: l'amicizia tra Williams e l'inseparabile Jenny Slate si candida a rimanere la storia d'amore più struggente dell'anno. (8,5)

Immaginate di poter conoscere i meccanismi produttivi di un immaginario studio cinematografico a Los Angeles. Il responsabile, un Seth Rogen strepitoso come non mai, è un sognatore sprovveduto  e pasticcione che vorrebbe conciliare cinema d'autore e film commerciali. È possibile, però, tra acquisizioni, problemi di budget e pressioni crescenti da parte di pubblico e media? Il cinema è cambiato. È in crisi? Se sì, quanto è grave? A metà tra Boris e Call my Agent, Apple produce una delizia metacinematografica sui retroscena più folli del microcosmo hollywoodiano. Se i Continental Studios contano in squadra anche gli iconici Bryan Cranston, Catherine O'Hara e Kathyn Hahn, il resto del cast vanta cameo non da meno: registi (Scorsese, Howard, Polley, Wilde, Snyder) e attori (Kravitz, Franco, Lee, Efron) sulla cresta dell'onda, infatti, si prestano con autoironia a una satira che si prende estremamente sul serio. Senza mai dimenticare i fasti dei Golden Globe e del CinemaCon, The Studio mostra la frustrazione dei piani sequenza, gli inconvenienti della pellicola, i casting al tempo del politicamente corretto, le guerriglie interne e le mancata riconoscenza. Il tutto con dialoghi fluviali e una regia elettrizzante, che somiglia a un'improvvisazione jazz di Damien Chazelle. (8)

Tornate indietro a quindici anni fa. Su MTV andavano in onda Blue Mountain State, Hard Times, Faking It. Eravamo felici e lo sapevamo. Coprodotta da Amazon e A24, la serie scritta e interpretata dal brillante Benito Skinner è un atto d'amore alle commedie universitarie di quegli anni. Qui aggiornate, però, in una versione immancabilmente più gentile, inclusiva, queer. Tante le partecipazione delle icone televisive del passato: James Van Der Beek, Connie Britton, Kyle MacLachlan. Immancabili, ma questa volta con autoironia, gli attori trentenni chiamati a impersonare un gruppo di matricole. Ambientata all'incirca nel 2014, vanta poster di Megan Fox alle pareti e una colonna spudorata dove Britney, Lady Gaga e Charli XCX guidano i protagonisti tra feste, sesso e segreti. Per quanta lieve ed esilarante, la serie ha un titolo che è tutto un programma: sovracompensazione. Chi non ha mai mentito per aderire alle aspettative del prossimo? Tutti, non soltanto il protagonista gay, nascondono non detti e fragilità private. Tutti, perfino i cattivi di turno, sono vittime delle pressioni sociali e degli stereotipi. Riusciranno, tra una risata e l'altra, a liberarsi delle maschere superflue – e dei vestiti? E noi, riusciremo? (7,5)

Dopo l'esageratissima Unbreakable Kimmy Schmidt, Tina Fey torna come sceneggiatrice e interprete di una nuova dramedy approdata su Netflix sotto silenzio – almeno in Italia. Questa volta più amara e misurata che in passato, vicina alle atmosfere del cinema di Woody Allen, raduna tre coppie di amici di mezza età mostrate in quattro diverse stagioni dell'anno e della vita. Nonostante vantino matrimoni longevi, nessuno è al sicuro: la crisi dei cinquant'anni minaccia di mettere in forse vacanze, relazioni, amicizie. Fey patisce l'apatia del marito, Will Forte; Colman Domingo trova soffocanti le moine dell'iperprotettivo Marco Calvani – che rivelazione, quest'ultimo –; e poi c'è Steve Carell, sempre immancabile, sempre più fascinoso, che all'indomani di un anniversario in pompa magna abbandona la moglie Kerri Kenney-Silver per una trentenne. La trama non è tra le più originali: anzi, si ispira all'omonimo film degli anni Ottanta. Tutto è estremamente classico, ma altrettanto ben scritto. Tutti sono privilegiati, annoiati, ciarlieri, come nei migliori romanzi di Peter Cameron, eppure è matematicamente impossibile non volere loro bene. Occhio all'episodio finale, però: dopo tanta leggerezza, un colpo di scena da crepacuore è in agguato. (7)

sabato 22 febbraio 2020

Mr. Ciak: Yesterday, Blinded By the Light, Last Christmas e altri feel-good movies

Cosa succederebbe se in seguito a un blackout ci svegliassimo tutti in un mondo senza Beatles? Soltanto un cantante di belle speranze sembra tenere a mente le migliori canzoni del quartetto. Perché non spacciarle per proprie pur di ottenere la spasimata notorietà? Dirige Danny Boyle. Scrive Richard Curtis, di solito in equilibrio tra romanticismo e magia. L’idea alla base, semplice e brillante, purtroppo si rivela uno specchietto per le allodole: con uno spunto presto accantonato – pensate a quanti equivoci e alla portata del potenziale comico, se nel frattempo sono sparite anche le sigarette, gli Oasis, la saga di Harry Potter –, per parlare della solita scelta tra successo e amore; con uno sviluppo telefonato e un finale stucchevole. A sorprendere sono soltanto la regia, sottotono alle prese con la leggerezza del genere, e una cotta improvvisa per una Lily James splendida come non mai. Passato in sordina e al centro di slittamenti contini, Yesterday aveva tutto – la colonna sonora da cantare a squarciagola, la sceneggiatura di una firma amatissima – per diventare il film del cuore. Invece gli si vuol bene, per poi scordarlo l’indomani. (6)

Un altro ragazzo prigioniero della vita di provincia. Un altro straniero, questa volta pachistano. Altra musica: non i Beatles ma il Boss a salvare il nostro eroe da tempi amarissimi: una crisi economica che somiglia preoccupantemente alla nostra, da cui fuggire in maniera letterale e metaforica con le cuffiette del walkman premute nelle orecchie. Prendete l’ambientazione di Pride, aggiungete la musicalità di Sing Street. Il risultato, una tipica storia di conflitto generazionale e bullismo, con canzoni famose a far da collante, finisce più per somigliare a Un’avventura che ad Across the universe. Le colpe spettano a una scrittura e a un montaggio troppo televisivi. A toni incerti, sospesi tra il musical e la commedia adolescenziale. A una colonna sonora a puntino, che coinvolgerà soltanto i fan di Bruce Springsteen e annoierà i profani come il sottoscritto. Romanzo di formazione pretestuoso e un po’ smielato, somiglia all'invito a una festa in cui non siamo invitati. Nell’angolo, annoiati, ci limitiamo a battere il rimo con il piede. (5,5)

Siamo già nell’Inghilterra agrodolce della Brexit, diffidente verso il prossimo. La protagonista – altra aspirante cantante, altra straniera, altra fangirl: però del compianto George Michael – è una pasticciona con gravi problemi di salute e di autostima. Vittimista e disfattista, abile a rinnegare tanto origini etniche quanto sogni, sfoggia un sorriso forzato in un negozio di articoli natalizi. Fino all’arrivo di un ragazzo misterioso, che si muove a passo di danza e salta fuori sempre all’improvviso. Meno sbrilluccicante e brioso del previsto, per fortuna anche meno stucchevole, Last Christmas funziona come percorso di maturazione di una convincente Emilia Clarke e trampolino di lancio per il bel Henry Golden, già visto in Crazy Rich Asians, con tanto di colpo di scena a effetto – per quanto intuibile. La partecipazione amichevole di Michelle Yeoh ed Emma Thompson dà colore al tutto.  Commedia romantica nevosa e interraziale, con una novella Fleabag a bordo, è l’ennesima variazione sul tema del classico di Charles Dickens. Trasognata e romantica, magica il giusto, non è l’erede di Love Actually ma nemmeno un film da evitare nei pomeriggi di Canale Cinque. Odiando il Natale, sarebbe potuta andare peggio. (6,5)

Lei, annoiata da un matrimonio lungo quindici anni, desidera la maternità e divide la casa con un secondo uomo: l’idolo di un marito ossessivo e distratto, la cui fama è iniziata e finita negli anni Ottanta. Il cantante in questione, nel frattempo invecchiato, ha figli sparsi nei quattro angoli del mondo e risponde con curiosità all’email di lei: non una fan ma una detrattrice, che però tra le righe lo diverte e lo seduce. Si incontrano a Londra, durante una riunione di famiglia. Si innamoreranno mica? Da uno spunto fiabesco nasce una commedia tanto verosimile da sovvertire piani e cliché. All’apparenza, infatti, è tutto sbagliato. Il triangolo sentimentale si scioglie in fretta; tra Rose Byrne ed Ethan Hawke non c’è una canonica storia d’amore, con un bimbo che scombina pure le carte in tavola. Un po’ amicizia di penna, un po’ vendetta, Juliet Naked è un delizioso colpo di fulmine con un cast di bravissimi e ritmi invidiabili. Abbondano le riflessioni sui postumi della fama, sulla genitorialità, su un passato che imprigiona. E, a sorpresa, trionfa una morale femminista, con una donna che all’occorrenza ha il coraggio di scegliere. Garantisce Nick Hornby. (7)

Fissati per quel giorno hanno entrambi appuntamenti importanti. Lui ha un colloquio presso un’università prestigiosa, lei con l’ufficio immigrazione. A farli conoscere, coincidenze o il destino? Prima la metropolitana in ritardo, poi i reciproci incontri slittati, infine una scritta sulla giacca di lei che casualmente riporta il titolo dell’ultima poesia di lui. Da un lato abbiamo un ragazzo asiatico con l’animo poetico. Dall’altro, una ragazza giamaicana affezionata alla razionalità scientifica. Belli in modo imbarazzante, passeggiano verso un amore maledetto dalle stelle – lei sarà rimpatriata il giorno successivo. Boy meets girl di quelli che piacciono a me, freschi e puliti, con la parlantina fluente e gli hobby peculiari, è stato un successo inferiore rispetto a Noi siamo tutto, sempre della stessa autrice. Più lineare del romanzo, la trasposizione perde la sua coralità per concentrarsi sui problemi della coppia, ma non la serendipità di fondo. Melodramma metropolitano dai toni agrodolci, è un inno agli instant-love e alla città di New York; un Prima dell’alba al tempo di Donald Trump. Forse il vero antagonista nelle relazioni a distanza nei film sentimentali di oggi. L’anima gemella si fermerà davanti alle sue leggi, ai suoi muri? (7)

È una fiaba a lieto fine. Una commedia romantica a ruoli invertiti, che nella trama somiglia vagamente a una stagione di Scandal in salsa scollacciata. Nonostante la durata eccessiva e qualche inutile volgarità di troppo, Non succede ma se succede sta discretamente al passo fra femminismo, scandali sessuali, battute sui multiversi Marvel e le serie HBO da guardare in binge watching. L’intreccio, consolidatissimo, parla di opposti che si attraggono e di una strana coppia di innamorati: in realtà, la sola ragion d'essere di una pellicola godibile ma poco memorabile. Seth Rogen e Charlize Theron sono infatti ottimi e affiatati. A ben vedere, neanche troppo male assortiti: lui fa la sua bella figura in smoking; lei rinuncia all’aura da diva per un ruolo leggerissimo, che a sorpresa ne mette in risalto gli sconosciuti tempi comici. Avrebbero comunque il mio voto. Questa è la politica che piace a noi profani. È la favola che noi maschietti sogniamo. È un’altra stupida commedia americana, sì, ma con un duo che fa straordinariamente sul serio. (6,5)

Potrebbe fare da anonima spalla comica alla protagonista carina di un film qualsiasi: felicemente in sovrappeso, sopra le righe. Ma Brittany beve, fa sesso occasionale, si trascura con amicizie e lavori non all’altezza. Bisogna perdere venti chili per trovare la giusta leggerezza. Non ne va soltanto del look, ma della salute. Ispirato a una storia vera, Brittany non si ferma più è una commedia sulla forza dell’ostinazione. Jillian Bell, all’apparenza novella Rebel Wilson, regala infatti un’interpretazione bellissima in una fiaba energica e propositiva, sbucata a tratti da un episodio di Modern Love. A fare la differenza è proprio la caratterizzazione di una protagonista non sempre amabile, ma per questo profondamente umana, che ha paura dei chili che tornano; dell’ansia da prestazione; del confronto con il prossimo; dei traguardi che slittano. Ora esilarante, ora patetica, ma sempre emozionante, la sua vicenda è una seduta di cardiofitness. Fa bene alle arterie intasate, e al cuore. (7)

È la storia vera della wrestler Paige, ma sembra una fiaba scritta a tavolina. Ecco una Cenerentola sul ring, mai messa al tappeto. Da sfigatella a campionessa: senza vie intermedie, senza allenamenti, senza muscoli o fatica. La lanciatissima Florence Pugh, somigliante all’originale ma sprovvista del fisico adatto al ruolo, è qui al centro di fatiche unicamente psicologiche: l’acredine con il fratello maggiore, suo beniamino tagliato fuori dalla competizione all'ultimo; le aspettative dei genitori; la competizione con le altre campionesse, al contrario di Paige sbucate da una rivista di moda. Non mancano i figuranti graditi – Headey e Frost –, né i cameo che mi hanno fatto tornare all’epoca in cui il wrestling lo seguivo. Oltre al look rock ‘n’ roll, nella biografia di Paige, c’era ben più da indagare: uno scandalo sessuale a cui si allude soltanto in una battuta; l’infortunio che brucerà prestissimo la sua carriera. Gli si preferisce il lieto fine. Con un bel cast, un bell’umorismo nella prima parte e una trasferta, a metà, dove si perdono la grinta e l’interesse. Colpa della fama, che dà alla testa. Colpa della banalizzazione dell’orgoglio femminile, al tempo dell’intrattenimento per famiglie. (6)

giovedì 4 agosto 2016

I ♥ Telefilm: Preacher | Stag

Jesse Custer è un pastore per caso, in un Texas che sembra il deserto del Sahara. Climi bollenti, sabbia e sale negli occhi, atmosfere sonnacchiose. Turbolento è il suo gregge, però, così come il suo passato: come ci è finito uno come lui, che ha il fisico da bullo e precedenti per rapina a mano armata, a guidare le anime di una comunità non così tranquilla, non così affidabile? All'inizio, sono le piccole cose a rendere pepata una professione tra le più rigorose: i pettegolezzi nelle confessioni, gli scandali in miniatura, gli sporchi segreti delle vite degli altri. Poi, nel mondo, succedono stranezze su stranezze. E pastori come lui, di qualsiasi religione siano, muoiono per autocombustione: una forza misteriosa ha provato a entrare in loro e, trovando la porta chiusa, patapam, li ha fatti esplodere in tanti grovigli di sangue e interiora. Questa forza, che viene chiamata Genesis, in Jesse riesce a mettere le radici, però. Il potere lo rende coscienzioso, ricercato e dannatamente persuasivo. Qualsiasi cosa dica è un ordine a cui è impossibile sottrarsi: che badasse bene alle parole da usare, nei suoi sermoni, perciò. Condannare alla sofferenza eterna uno sprovveduto è questione di un attimo! Ma ha come una freccia luminescente sulla testa e, in breve, la cittadina accoglie turisti sgraditi: malintenzionati, angeli custodi, creature paranormali. Ed ecco che si rivede Tulip, sua focosa ex, e che l'irresistibile vampiro Cassidy decide di nominarsi suo migliore amico ad honorem. Dio latita, ma c'è chi vuole restaurare l'ordine al posto suo. E saranno bombe atomiche, rivelazioni da antico testamento, fulmini e saette. Sangue: copioso. Volgarità e parentesi grottesche: chi ne ha più ne metta. Fantasia: sempre. Noia: nei primi episodi, dunque raramente. Ispirato a un celebre fumetto che tutti hanno letto tranne il sottoscritto, Preacher è la serie che in tanti aspettavano, in questa estate piatta in sala e iperattiva in TV. Popolosa, scorretta e vagamente blasfema, è un'esperienza mistica – realizzata con il beneplacito del simpatico Seth Rogen, che ne ha diretto anche qualche puntata – coi suoi alti e bassi. Mi è piaciuta, e pure tanto, a scoppio ritardato. Pare, infatti, faccia liberamente da prequel al fumetto. Disturbava i fan veri. Mandava in confusione me – ma talora, vuoi la colonna sonora bellissima e le ispirate invettive di Cassidy contro il sopravvalutato cinema dei Fratelli Coen, anche in brodo di giuggiole. A mancargli, i peli sulla lingua, i freni, l'equilibrio. E quanti sbadigli nell'assistere ai piani di un sindaco mefistofelico e nel guardare, scettici, i flashback (che però flashback non sono) su un cowboy del selvaggio West, che non si capisce bene che ci faccia lì? La scelta di restargli fedele, nonostante tutto, è per le atmosfere con cui già andavo a nozze ai tempi di quel True Blood rovinatosi poi strada facendo; le prove perfette del fichissimo Dominic Cooper, del suo iconico socio irlandese, Joseph Gilgun, e della graziosa Ruth Negga, in odore di Oscar, stando ai più, per Loving; il calderone ribollente di intenzioni e le risse da bettola. Preacher è un pasticcio. Un oggetto non identificato che cade in una latta di vernice rosso sangue e crea schizzi ovunque: su pareti, pavimenti e, perfino, il soffitto. I ferventi cattolici scalpiteranno. I vicini si lamenteranno per gli schiamazzi. La certezza che tutto sia una prova per la stagione che seguirà e i comportamenti scriteriati – ci vuole coraggio da leoni a convocare l'Altissimo in videochat - fanno da garante, però, per un futuro pellegrinaggio tra catastrofi, macchine ruggenti, inferno, paradiso e circondario. (7)

Londinesi a flotte nell'uggiosa ma affascinante Glasgow per il matrimonio del loro amico del cuore. Il loro collante convola a nozze e sono invitati tutti. Anche, loro malgrado, il fratello della futura sposa: timido, impettito, fuori posto, con lo smoking ben stirato e la faccia da suola. Sarà la compagnia ideale per darsi a bevute – con rutto libero incluso – nei pub scozzesi? Imbraccerà come si deve il fucile, nella tradizionale caccia al cervo? La compagnia, affiatata dopo anni e anni di scorribande, sa divertirsi, ma l'idea di partenza – la battuta di caccia – va in malora, quando li coglie di sorpresa la tempesta prima, la violenza del prossimo poi. Mimetizzato nei boschi, c'è un assassino dalla mira impeccabile. E loro, da cacciatori, diventano in fretta prede. Cronaca di un tranquillo weekend di nuvole temporalesche e paura, Stag è una miniserie BBC in tre parti che si pone come un faccia a faccia, parzialmente vincente tra l'altro, tra The Hangover e Dieci piccoli indiani. Sanguinaria commedia gialla, tira fuori dal cilindro qualche omicidio ben orchestrato, i colpi di scena più o meno a sorpresa dell'epilogo e un'eccellente compagnia di interpreti. Un po' seria e un po' sarcastica. Il resto lo fanno i sinistri spettacoli naturali e l'umorismo nero all'inglese, verso la cui scorrettezza (non scordiamoci, però, la loro perfetta idiozia ingiustificata) ho un noto debole. Dopo essere scampati a una mina, perciò, qualcuno deciderà di festeggiare saltellando e, oplà, salterà in aria ugualmente; il protagonista indosserà per tre ore una tuta rosa e acrilica a forma di alce; i moventi, conditi dall'ironia, non saranno tra i più inattaccabili. Stag, che tra me e me pensavo potesse essere una di quelle serie a sorpresa, sbucate dal nulla, è invece un intrattenimento piacevole ma che non lascia lunghi strascichi. Una gita nel verde fine a se stessa, in cui si trovano a colpo sicuro risate passeggere, misteri grandi e piccoli, testimoni di nozze sui generis e una chiusa che, davanti a un twist di troppo che stroppia, lì per lì, lascia confusi. Serve mandare indietro veloce, leggere le interpretazioni sui Social, per chiarirsi le idee. E qualcosa va al proprio posto, così, e qualcosa no. Come dopo una notte di bagordi di cui si conservano flash, indizi e cerchi alla testa. E nei vuoti di memoria, profondi come tombe, ecco che ci scappa il morto. (6,5)

lunedì 18 luglio 2016

Mr. Ciak: Io prima di te, The Legend of Tarzan, Mon Roi, Cattivi Vicini 2, Sleeping With Other People

Ci sono casi sporadici in cui le trasposizioni rendono meglio della carta stampata: vedasi la lucidità del Green più logorroico e distaccato, quello di Colpa delle stelle, che - per ben due volte – mi aveva fatto piangere fior di lacrime. Da lettore, mi faccio abbindolare sì e no. Ma da spettatore, evviva le pellicole ricattatorie e un po’ ruffiane; pollice insù per le famose lacrime strappate. Poteva il bestseller di Jojo Moyes compensare alla mancata commozione, alla vaga superficialità di fondo, passando dall’altra parte? Con un conciliante Ed Sheeran, l’attenzione quasi filologica al testo e due protagonisti che più perfetti non si poteva ero sicuro di sì. Io prima di te, invece, si segue a occhi asciutti e con un sorriso tirato sulle labbra. Meno furbo del previsto? Addirittura, stravolto? Il lavoro di Thea Sharrock è calzante, rispettoso e puntuale – tralasciando i riferimenti, per me necessari però, ai traumi di lei e mandando avanti veloce le glorie collezionate in salute da lui. La sceneggiatura glissa sui loro tormenti e ammorbidisce gli attimi romantici e le scelte di un epilogo coraggioso, che già fa chiacchierare i benpensanti d’oltreoceano. Come in libreria, però, Io prima di te e i suoi decorosi protagonisti sono a proprio agio con la leggerezza e i buoni sentimenti, meno con la tragedia in agguato: lacrime di coccodrillo da parte dell’adorabile Emilia, secche le spiegazioni di Claflin. E gli inglesi, solitamente sciolti se il politicamente scorretto incontra un tema di spessore (pensiamo all’inedito Miss You Already o allo scanzonato Altruisti si diventa, che british non era, ma adorabile sì), questa volta sono divertenti, ma per nulla struggenti. Tanto negativi quanto inevitabili, gli influssi di una Hollywood che da lontano uniforma, smussa e trova compromessi scontati: i cuori spezzati, le tasche rigonfie di banconote e infermiere che, se belle come la Khaleesi di Games of Thrones, promettono  miracoli – risvegliare i Jon Snow e far camminare i tetraplegici non sono forse abilità contemplate nel suo curriculum? Emilia Clarke, frivola, mora e sbadata, è una deliziosa Lou; Sam Claflin, che interpreta senza grande sforzo il ruolo di un uomo di successo ferito nel corpo, rende piuttosto bene i musi lunghi e l’umorismo sprezzante di Will, senza stravolgere la sua faccia da bravo ragazzo. Espressivi, fin troppo, i due si abbandonano a una recitazione sopra le righe e a sguardi languidi: bellissimi “quasi amici” dai sorrisoni contagiosi, che finiranno per innamorarsi e piangersi addosso, senza però farci innamorare e piangere, con disappunto di chi aveva buoni propositi, aspettative parzialmente infrante e kleenex a portata di mano. (6)

Abbandonava l’Africa, l’uomo cresciuto dalle scimmie, nell’ultima scena del capolavoro Disney – a sua volta ispirato al ciclo di romanzi di Edgar Rice Burroughs. Al suo fianco, Jane; la Londra vittoriana all’orizzonte. Dopo un lungo viaggio di ritorno, Tarzan è diventato marito amorevole e mancato padre di famiglia, attentissimo al destino della casa che ha lasciato. Dopo otto anni, ritorna in Congo in missione umanitaria e la vita in città non l’ha impigrito: da ambasciatore a esca, il passo è breve. Re Leopoldo minaccia di ridurre tutti in schiavitù e il ritorno a casa dell’ex bambino del miracolo, architettato dal perfido Leon, mira a farlo cadere nella tela di un capo tribù in cerca di vendetta. The Legend of Tarzan, variazione sul tema diretta dall’ormai esperto David Yates, è stato accolto con un discreto successo di pubblico e critica, pare. Lo spunto: cos’è stato del personaggio amato da generazioni vicine e lontane? Una leggenda, trapiantata nell’Inghilterra civilizzata, smette forse di essere tale? L’avventura secondo Yates ha coloriture politiche, una cornice storica stranamente accurata e l’impegno che non ti aspetteresti, tra abolizione della schiavitù, riflessioni naturalistiche, messaggi ambientali. Serio e onesto film per famiglie, però, che talora sceglie il linguaggio dei moderni cinecomic e una computer grafica efficace ma onnipresente, mi ha trovato sordo dinanzi al richiamo dell’avventura. Il caratteristico urlo di Tarzan è quello di sempre, un ricordo d’infanzia, ma mi è parso lungo e faticoso – nonostante la canonica ora e quaranta complessiva – e l’impressione di un Io vi troverò d’epoca, con Jane rapita e il fedele sposo sulle sue tracce, non ha giovato. Ben realizzato e coinvolgente il minimo, si affida alla bellezza del lato visivo – e in tale bellezza sono inclusi Skarsgard e la Robbie, mai tanto adagiati sugli allori della loro gran prestanza fisica – e ai siparietti di un pessimo Waltz, che sgrana rosari e scimmiotta se stesso, e di un Samuel L. Jackson senza gloria. Manca la magia, ci si dimentica dei cuori: ci si stanca presto, lo si dimentica subito e, in fretta, ci si aggrappa alla prima liana di strada. Questa giungla mi distrugge. Soprattutto, non mi invoglia a restare. (5,5)

In francese, “ginocchio” si dice “genoux”. In sé, la parola ha i pronomi personali je e nous, che significano io e te. Che l’incidente in montagna di Toni sia perciò una richiesta d’aiuto? Che il ginocchio sia proporzionale a un cuore che ancora soffre? Mentre fa fisioterapia, la protagonista rievoca il tormentato amore con Georgio: lui fascinoso, inaffidabile, pieno di vizi; lei, avvocato di grido e presto mamma, sempre più spossata da una passione che non dà pace e da un uomo che non cresce. Mon Roi è un melodramma lungo e intimo, consueto nella resa, sui frammenti di una coppia scoppiata: in mezzo, un bambino, una ex che si ferisce a morte per cercare attenzioni, gli alti e bassi e le nevrosi di un duo contemporaneo, composto da un uomo impossibile e da una donna irascibile, che non si sente alla sua altezza. Se la canaglia Vincent Cassel risulta più seducente, in parte e, addirittura, più simpatico del solito – quando io non gli invidio i tratti affilati, i ruoli e, inutile dirlo, il caratteraccio –, sarà merito della sceneggiatura o forse della partner, una Emmanuel Bercot sincera, ma insopportabile? Tanto schietta nel portare in scena gli isterismi e le insicurezze del suo personaggio quanto irritante nei modi, l’eppure premiatissima Bercot ha messo in ottima luce lo spigoloso Vincent – che non mi è sembrato così manipolatore, così padre padrone, in relazione a un personaggio femminile antipatico come nessuno – e, se c’è un neo non da poco, è che in un copione scritto da una donna per le donne, contro la dipendenza affettiva e il maschilismo, attenzioni e aghi della bilancia pendano curiosamente verso il monarca capriccioso del titolo. Quello che, nella coppia, spicca per lingua sciolta e ironia. Quello che, soffocato da proteste e scenate plateali, non ha la possibilità di migliorarsi. E la volontà? Mon Roi, umorale e appassionato, traduce in francese quello che Cianfrance ha detto in inglese, quello che Castellitto e la Mazzantini hanno poi ribadito in italiano: il desiderio è una fiamma, e non puoi alimentarlo a forza quando muore, né confidare di maneggiarlo senza scottarti. Quello, con la crudezza del cinema d’oltralpe, gli intraducibili giochi di parole, tanta pesantezza e una sensibilità, questa volta, distante dalla mia. (6,5)

La famiglia Radner, con un altro bebè in arrivo e una bambina che è lì lì per muovere i primi passi (e giocare coi dildo di mamma) è in crescita e sta cambiando casa. Li avevamo conosciuti, un’estate fa, con la ricerca della tranquillità e l’incubo di una confraternita: con Teddy, leader festaiolo e vendicativo, era finita, poi, tarallucci e vino. Ritorna, però, mentre gli amici crescono e lui resta indietro, in quella casa sfitta. E aiuta tre ragazze in cerca della propria indipendenza a mettere su la prima sorellanza del quartiere: il quartetto si amplia presto, però, e nuovi rumori, nuove canzoni e palla e nuovi dispetti sono dietro l’angolo. Soprattutto se c’è da nascondere agli inquirenti la ragione di quel vicinato sexy e turbolento... Sulla scia delle grasse risate e del successo del primo, torna prevedibilmente un nuovo capitolo di Cattivi vicini: da me, che in estate non ho mai abbastanza di comicità spiccia e pensieri lievi, perfino un po’ atteso. Seth Rogen e Zac Efron, agli antipodi ma già affiatati, regalano doppi sensi, pance ballonzolanti contro addominali al vento; Chloe Grace Moretz, di solito abituata a ben altri impegni, si scopre spensierata, ribelle e bellissima, sempre di più. Tra le righe, questa volta, tocchi di serietà a sorpresa: il femminismo secondo le matricole – perché i maschi fanno feste e le femmine no? –, le nozze gay del “compagnone” Dave Franco e un esame di coscienza, a proposito dell’essere mamme e padri. Quasi per scusarsi, però, della piacevole scorrettezza del primo. E, in parte, dare il poco promesso, senza spostarsi d’un passo dal vecchio vicinato - o dal già visto. (6)

Lui si chiama Jake: ha trent’anni e passa, si è arricchito facendo ciò che più gli piace e a mettere la testa a posto non ci pensa proprio. Come sistemarsi, se ha partner occasionali e continue tentazioni? Lei, invece, è Lainey: maestra d’asilo di poco più giovane, ha dato il benservito al ragazzo perfetto per una relazione adulterina e, traditrice patologica, allergica alla serietà, ha deciso di passare a vedere cosa insegnano ai raduni per sex addicted. E’ lì che s’incontrano. Ma è un ehi, guarda chi c’è, non un colpo di fulmine. Loro si sono conosciuti anni prima: hanno perso insieme la verginità. Che in quella prima volta sia possibile rintracciare le cause dei cuori freddi e dei letti caldi? Che Jake sia stato la rovina di Lainey, e viceversa? Si studiano, si stuzzicano: si piacciono. Promettono, però, di essere solo amici e di rimediare fianco a fianco ai classici errori. Qual è il problema, nella monogamia? Qual è il pregio della solitudine? E mentre si danno a lunghi, lunghissimi tête-à-tête e parlano di masturbazione femminile, usando un barattolo di vetro come metafora, si scoprono gli innamorati recalcitranti di una gran bella storia d’amore e i protagonisti delle romcom indipendenti di cui non si ha mai abbastanza. In Sleeping with other people tutti parlano di sesso, qualcuno lo fa, ma la volgarità non è contemplata e c’è da penare, per avvicinarsi al lieto fine tanto sperato. Rilettura, quasi, di Harry ti presento Sally, ha una scrittura briosa, ritmi seducenti e protagonisti dolci ed esilaranti – Sudeikis, verso cui eppure non nutro molta stima, ha una perfetta faccia da suola; la Brie, sfacciata e fragile, è una meraviglia di ragazza, e la cosa non mi era mai saltata all’occhio prima d’ora. Solita storia, sì: ma la commedia osé è più gustosa, se viene dal Sundance, ha toni femministi e, al posto di divi inarrivabili, propone le imprese amorose di due così, che dimostrano che la simpatia è sexy, e non è un bugiardo cliché. (7)

giovedì 28 aprile 2016

Mr. Ciak: The VVitch, Nonno scatenato, Il cacciatore e la Regina di ghiaccio, The Boy, The Night Before

Allontanata dalla comunità di appartenenza, una famiglia puritana si sposta in una fattoria del New England. Fuori, il granaio e un bosco in cui è vietato inoltrarsi. La sorella maggiore, Thomasin, gioca sul prato con il più piccolo dei suoi fratelli: bubù-settete, e il neonato scompare in un lampo. Le continue sparizioni e i misteri che si rinnovano conducono proprio all'adolescente, pallida e seducente. La madre è sospettosa, il padre pende dalle sue labbra, i gemelli chiacchierano con un caprone nero e accusano la sorella di adorare il Maligno, il fratello in pubertà è segretamente attratto dalle sue scollature profonde. Stregoneria? The Witch, acclamatissimo e subito annunciato come horror dell'anno, ha più di qualche falla nelle trame, colmata però dal potere della fascinazione – che risulta, in definitiva, immensa – e da una colonna sonora che si concede picchi agghiaccianti. Cupissimo, ha una fotografia impeccabile e la quiete apparente del cinema che più stupisce da queste parti: quello indipendente. Pensato come racconto per non dormire, oscilla tra il dramma domestico e la fiaba nera. I quadri sapientemente cesellati di una famiglia che cresce all'ombra di un Dio vendicativo, di un Medievo che ritorna, mi hanno ricordato i quattordici piani sequenza che componevano l'interessantissimo Kreuzweg – Le stazioni della fede e la suggestione di un The Village: ascetismo, superstizione, follia. Flash onirici, brutture, incubi ad occhi aperti. Leggenda o verità? Angoscioso e ambiguo, pretenzioso giusto un po', The Witch è una tragedia a tinte fosche, febbricitante ma preoccupantemente verisimile. Psicologicamente infallibile, anche se già proposta altrove. Comunque, mai così. Nella maniera personale, e forse troppo greve, del cinema di nicchia. Si rimangia la promessa della paura, dunque, ma attrae e destabilizza: meno emotivo di un The Babadook, più sensato di quel buco nell'acqua di It Follows. Per tutto il tempo, così, ti domandi: cosa sto guardando? Ed è così ben realizzato, recitato con tanta di quella naturalezza, che il dubbio è un piacere scellerato. Non il capolavoro annunciato a gran voce, proprio no, ma l'opera prima di un esordiente di razza. Uno di quei rari horror per palati fini, che in sala non troveranno mai posto, d'estate. (7)

Vedovo di fresco, un pensionato convince il più giovane dei suoi nipoti a seguirlo in uno spensierato viaggio verso una landa tropicale piena di sole, alcolici e modelle in bikini. Non è forse un paradiso la lontana Daytona, durante lo spring break? Di certo non per il responsabile Jason, trascinato dal nonno in una delle sue ultime missioni: istruire il nipote sui miracoli del carpe diem e, soprattutto, darsi al sesso riparatore con un'universitaria a caccia di facoltosi attempati. Dirty Grandpa è stato definito, e non a caso, un trito, sboccato e spiccio cinepanettone statunitense: sbronze, doppi sensi, chiappe al vento, peti fragorosi e chi ne ha più ne metta. Zac Efron viene spogliato, deriso, croficisso: gioca al meglio le sue carte – fisico scolpito e karaoke che ricordano a quelli della mia generazione, con un moto di vergogna sottile, i duetti di High School Musical – e, a sorpresa, si rivela una buona spalla comica. Con lui, parte fondamentale della strana coppia, il nonno sporcaccione del titolo: un Robert De Niro trashissimo, al meglio del suo peggio, che in camicia hawaiana e in una libera interpretazione dei ruoli di Boldi, rischia di mettere una pesante pietra tombale sopra i capolavori che costellano la sua carriera; piace di più, tuttavia, che nei panni di vecchi mafiosi o, ancora, dell'antipatico feticcio di David O. Russel. Meglio fermarsi, caro Bob, prima di un altro passo falso che somiglia preoccupantemente a un'altra commedia da poco come questa? Per alcuni, non c'è dubbio: la risposta è sì. Per me, che lo reputo autoironico e furbissimo, non proprio: come dicevano i latini, “pecunia non olet”. Condiscono qualche gag politicamente scorretta, trivialità e mercanzia in mostra, tre bellezze: l'adorabile Zoey Deutch, la leziosa Julianne Hough e, su tutte, una maialissima Aubrey Plaza. La commedia demenziale su un demente per patriarca è ritrita e spiccia, becera. E, qui e lì, mi son proprio ma proprio divertito. (6)

"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" Quattro anni fa, lo specchio dava ben due risposte – le punte kitsch di Mirror Mirror, l'epos non per palati fini di Biancaneve e il Cacciatore – e, a lasciare stupiti, era quella che vedeva vincere, in una gara di bellezza e acume, la principessa guerriera di una Kristen Stewart che non aveva ancora preso lezioni di recitazione. Come poteva, inespressiva e mascolina, sconfiggere la splendida Charlize Theron? Serviva un prequel/sequel, con il per sempre felici e contenti già agguantato, la strega assassinata e l'ex Bella Swan che, nel frattempo, si è data con stupore generale ai film da festival? Scontata la risposta, esile il pretesto. Lo specchio di Ravenna, all'interno del quale è imprigionata la sua anima, rende folle chiunque vi sia vicino. Come l'anello per Frodo, porta tormenti e avventure alla squadra che, seguendo gli ordini di un Sam Claflin di passaggio, devono distruggerlo. L'impresa è nelle mani di Eric, ancora una volta impersonato da un Chris Hemsworth che si destreggia discretamente tra martelli e scuri: cos'è successo alla sposa del Cacciatore e dove è stato allevato per diventare chi doveva diventare? Si introduce, allora, la storia della Regina di ghiaccio: una variante psicotica e fragile della Elsa di Frozen, interpretata da una buona Emily Blunt in lotta, però, con l'ancor più b(u)ona Theron. Nonostante la presenza di un'altra rossa da me amatissima, quella Jessica Chastain qui troppo sprecata, a vincere la disputa è la modella sudafricana, che, senza l'accigliata Kristen nei dintorni, non solo tiranneggia ma porta questo secondo capitolo dalla dubbia utilità a risultare un po' più coinvolgente del precedente. Perché, sì, a me Il cacciatore e la Regina di ghiaccio ha regalato due ore che non richiederei indietro: movimentato, dark e, complice la presenza del nano di Nick Frost, spassosissimo. Una scatola di star infiocchettata con stile, con un terzetto di prime donne che sono una gioia per gli occhi - e per i costumisti di ogni dove. (6)

Greta trova lavoro nella casa sbagliata. Cosa c'è di meglio di una villa nella campagna inglese, di un ruolo da tata che comprende vitto e alloggio e di due padroni di casa affabili e generosi? Gli Heelshire nascondono un segreto: il bambino di cui Greta dovrà prendersi cura è un fantoccio. Ci sono regole ferree da seguire, e una di queste prevede che la protagonista tratti Brahms come fosse un bambino di carne e ossa. The Boy, thriller d'atmosfera firmato da un giovane regista che già ha fatto danni nel mondo dell'horror, è trascurabile ma non pessimo. Spiccano una regia stranamente raffinata, gli interni labirintici della villa, sprazzi affascinanti. Ha un'idea bella, ma mal gestita. L'incipit, canonico ma citazionista, ricorda le prime pagine dei romanzi d'appendice ottocenteschi: giovane di belle speranze in un mausoleo di misteri. Le scenografie, allo stesso modo, strizzano un po' l'occhio ai deliziosi orpelli gotici di un Del Toro e il tentativo di fare del silenzioso Brahams la nuova Bambola assassina, per fortuna, non è stato azzardato. The Boy, così com'è, ma spostato al passato, sarebbe stato un prodotto gotico senz'altro più accattivante. Mancano la volontà e la consapevolezza, mancano le eroine di Henry James. Lauren Cohan, che ha un sorriso bellissimo e poco altro, interpreta un personaggio dalla psicologia spiccia. In lei, reduce da una gravidanza interrotta, il senso materno si risveglia bruscamente e per caso. I comprimari, inservibili, non hanno la scintilla. Tra ricercati cliché, un andamento prevedibile e qualche spauracchio non andato a buon fine, questo The Boy né bello né brutto, ma scritto troppo di fretta, tenta l'effetto sorpresa con un twist ad effetto, anche se già visto in un horror piccino, australiano, che però non vi svelo... Annacquato il finale, furbastra l'idea di lasciarsi aperta la porta di un sequel che vedrei aspettandomi solo il peggio. L'inanimato Brahms, spettrale e maestro degli sguardi in camera, offre comunque la performance migliore. (5)

La festività per eccellenza che prevede imbarazzanti reunion e tradizioni familiari da cui mettersi in fuga, a volte, presenta delle costanti che fanno eccezione, perché non infastidiscono e, miracolo, non vengono a noia. Qual è il segreto di tre amici che si prendono un notte per rinforzare il loro legame e tornare per un po' i ragazzini brilli e leggeri dei bei tempi andati? Essenzialmente, ci dice The Night Before, droghe libere, cicchetti a volontà e feste blindatissime. Trentenni ed eterni Peter Pan, i protagonisti danno il via a un alcolico amarcord che sembra qui e lì una riscrittura demenziale (ma non troppo) di A Christmas Carrol. C'è chi si prepara a diventare papà; chi, giocatore di basket, non si rassegna al pensionamento a suon di anabolizzanti; chi, musicista senza arte e senza legami, rivive il trauma della morte dei genitori. Per fortuna, ci sono le sostanze stupefacenti – e le risate assicurate. Destinato all'homevideo e ribattezzato Sballati per le feste, The Night Before, con quel popò di cast e alla regia lo stesso autore del toccante 50 e 50, da noi non passa in sala – quando invece il mio spirito del Natale agonizzante avrebbe assai gradito – e viene bollato come un The Hangover a tema. Me lo aspettavo dai neuroni affumicati e caricaturale, sconclusionato, e da amante della comicità di un The Interview la cosa mi andava pure a genio: i cameo che non ti aspetti, le battute antisemite e un politicamente scorretto che si tempra con il romanticismo, però, non mancano. L'esilarante Seth Rogen e un Joseph Gordon-Levitt dai tempi comici a me sconosciuti formano un affiatato terzetto insieme ad Anthony Mackie, e inseguono Lizzy Caplan, Mindy Kaling e il destino, in una barzelletta sotto sotto un po' vera in cui Miley Cyrus fa da damigella d'onore, un bicurioso James Franco invia foto oscene al solito "compare" Rogen, e Michael Shannon, mai così inedito, fa da pusher e angelo custode. (6,5) 

sabato 17 gennaio 2015

Mr. Ciak: The Interview, Il ragazzo invisibile, Paddington, Housebound, Ouija, Son of a gun

E' il presentatore più insultato d'America. Conduce un programma che è immondizia, ma cose come l'outing di Eminem e l'attesissimo servizio su Miley Cyrus e la sua vagina l'hanno eletto re assoluto della tv trash. E succede che quel trentenne superficiale è seguito, sera dopo sera, dal dittatore più spietato del mondo. Un bambolone con gli occhi a mandorla che beve drink chic, mangia troppo, ascolta Katy Perry e minaccia con i suoi missili gli Usa a giornate alterne. La CIA vuole farlo fuori. I suoi sudditi minacciano ribellione. Dave Skylark, invece, vuole giocare a basket con lui, e andarci a squillo di lusso, e scambiarsi pareri sulle pop star in voga, e parlare a tempo perso della sopravvalutata pace nel mondo. Dopo Strafumati e Facciamola finita, puntualissimi e provocatori, tornano Franco e Rogen a farci ridere a modo loro. Una strana coppia che non conosce crisi, ma tanto tanto clamore. The Interview era il film più scaricato, più censurato, più proibito di sempre, tipo. La Korea minacciava guerra, la Sony tremava, il pubblico fremeva d'attesa. Giunto insieme alle feste, The Interview in realtà è una specie di cipanettone che non fa parlare di sé per gli odiosi canditi: diciamolo pure, è uno dei film demenziali più inutilmente contestati. Senz'altro, il più pubblicizzato. Per così poco, ovviamente, tutta la caciara non serviva. Ma non conosco bene i meccanismi dei media, né la pazzia dell'oriente. Ho conosciuto i personaggi del film, invece, e vi dico che, pur dicendone di cotte e di crude, mi sono piaciuti. O forse mi sono piaciuti proprio per quello? The Interview è costoso, sanguinoso, assurdo, ma divertente. Si spinge lungo confini proibiti, mai oltre. Le gag sono le solite, l'umorismo è quello sboccato e rozzo degli yankee – consiglio la visione in lingua, per cogliere giochi di parole e spassosi misunderstanding – ma pochi sanno fare gli stupidi come Franco e Rogen. Si baciano e si abbracciano, commettono omicidi e strafalconi, giocano un po' al gioco dei Gay ingenui. Accanto a loro, l'eccezionale Randal Park nei panni del problematico Presidente Kim. La pellicola non è altro che un nuovo Austin Powers, ma con meno peli sul petto e più implicazioni politiche, consigliato a chi non è fan dei facili buonismi, ma di tigri, sonde anali, elicotteri in fiamme e carri armati, con l'esclusivo accompagnamento musicale di Firework. “Boom boom boom”, e saltano le teste, il filtro della buona educazione, i nemici, in un epilogo che ci ricorda che il cinema è una grossa, grassa farsa e che neanche una censura estera può porre un limite al potere della satira – anche se, in questo caso, non è mordace come vogliono farci credere. (7)

Parliamo per frasi fatte. Gli italiani sono bravi – o pessimi? - con i drammoni sui trentenni che urlano alla telecamera, con i prodotti che fanno il verso a Fellini, con le commedie sul precariato e con le fiction con la Arcuri. Oggettivamente: è un po' vero. Vent'anni e non ricordo un fantasy col nostro marchio. Fa da pioniere l'impegnato Gabriel Salvatores, che fa parlare di sé, anche se questo suo ultimo film – pensato in particolar modo per i piccoli di casa – merita solo uno sguardo e più di qualche sorriso. Non le critiche. Non i paragoni. Il ragazzo invisibile non è un film invisibile e, tra citazioni e omaggi, ha vita propria. Il fantasy d'importazione ci ha abituati a tanto – ci sarà mai una scena bella come l'ingresso di Evan Peters nell'ultimo X-Men, tipo? Questo, con il suo budget modesto e i suoi giovani volti acerbi, ha meno da offrire, ma quando quel poco sbuca fuori – coltelli fluttuanti, cacce nella foresta siberiana, baci impossibili, arti allungabili, sottomarini ed esplosioni – ti stupisci forse di più, perché non te lo aspettavi da noi. Invece quella Trieste fredda ha un fascino strano, quella storia d'amore è delicata, quel colpo di scena sembrerà inaspettato. Lo stampo non è televisivo; la colonna sonora ci risparmia i Modà; i piccoli Ludovico Girardello e Noa Zatta – perfettamente amalgamati con gli ineccepibili Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio – hanno uno smile come Bat Segnale, si riconoscono con uno starnuto rivelatore, camminano all'ombra della Marvel e di Hanna. Lui, biondo, occhi verdi, è italianissimo ma ha tratti britannici; lei, parmigiana nonostante il nome, è per aspetto una Saoirse Ronan con il look di Luna Lovegood. Una commedia con i superpoteri. Intelligente, metaforica, citazionista, con attori spontanei e un epilogo che spalanca le porte a un seguito che il bambino che vive in me si augura arriverà. Con la scusa dei figli piccoli – o dei nipoti, o dei cugini, o dei fratelli – guardatelo. E, per quell'ora e mezza, siate buoni: credeteci. (6,5)

Sono un tradizionalista che i cartoni dell'ultimo periodo non li apprezza troppo. Non amo, in particolare, i cartoni in cui ci sono animali parlanti. Pensavo che Paddington facesse parte della categoria, lo avevo evitato. Non sapevo, invece, fosse un film a tutti gli effetti e, soprattutto, che fosse un film per famiglie attuale e significativo. Scropritelo come l'ho scoperto io. Sotto la neve e le luci del Big Ben, mentre vaga in cerca di una casa: venuto dal “misterioso Perù” dopo la morte dello zio, con la promessa lontana di un posto in cui stare e con la speranza dei nuovi inizi. C'è chi lo vuole ammaestrare, chi lo ritiene la causa di tutti i mali, chi vorrebbe rispedirlo al mittente. Ma, a un certo punto, una strana tribù borghese lo vede in stazione e decide di ospitarlo. La famiglia Brown non sa che Paddington è un disastro con i servizi igienici, che usa lo spazzolino per pulirsi le orecchie, che parla poco la loro lingua. E, quando viene a patto con i suoi pasticci e la sua diversità, impara ad amarlo anche di più. Paddington si è rivelato un buon modo per salutare l'anno vecchio e dire addio alle feste. Dolce, discreto, divertente. Una commedia inglese in cui, accanto al tenero orso animato in maniera strabiliante, ci sono attori di classe. La materna Sally Hawkins, una irriconoscibile ed esilarante Julie Waters, Jim Broadbent presissimo dal suo cameo e una superba Nicole Kidman dal caschetto biondo. Crudelia De Mon con un look nuovo. Paddington è una fiaba che, un po' a film e un po' a cartoni, ti racconta a modo suo, l'immigrazione e le opere buone. Sarebbe uno dei film Disney più interessanti degli ultimi tempi, se solo non fosse prodotto dalla Fox e, mica poco, dagli autori di Harry Potter. (7)

La vita di Kylie fa schifo. Prima gli sbirri l'hanno messa in manette. Poi, siccome non c'è mai fine al peggio, la sua punizione non è stata la galera, ma un soggiorno forzato. Agli arresti domiciliari con i suoi. Già la convinvenza è terrificante, ma se ci si mettono una presunta casa infestata potrebbe trasformarsi in un orrore. Girato in Nuova Zelanda, ma senza hobbit e bigiotteria da gettare in pozzi infuocati da ometti con le gambine corte, è un vero e proprio minestrone di idee. Un prodotto che bada al risparmio – e al riciclo – ma non te ne accorgi mai. Cupo, strano, ti destabilizza per la luce che manca spesso, per le frecciate che volano tra mamme e figlie, per un umorismo tutt'altro che sottile che, a modo suo, ti dipinge in faccia un sorriso. Quando cogli una citazione buttata un po' lì, quando quel passo ti ricorda qualcos'altro, quando ti diverti e basta. Housebound è una foto di famiglia con un ospite a sorpresa. Una commedia grottesca ma molto piacevole, che non fa troppa paura, non ti inonda con ettolitri di sangue, eppure apprezzi pienamente, perché è diretta bene e messa su ancora meglio. Un'inquietante struttura di lego con i vicini folli di La finestra sul cortile, i centimetri quadrati che ti limitano di Perimetro di paura, i muri che parlano di La casa nera di Wes Craven e perfino – pensate un po' – coi cattivoni di Mamma ho perso l'aereo. E basta, non è perfetto, ma fa simpatia. Con una Morgana O'Reilly troppo scontrosa e burbera per essere vera e l'ottima Rima Te Wiata che sembra una pianta d'appartamento – una creatura da commedia – trapiantata nella foresta. Un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena, un epilogo che forse la tira un po' per le lunghe, un nascondino ritmato in cui niente è così lampante e grossolano come appare. Da recuperare. (7)

Booo. Paura, eh? In realtà, quello di prima, era un rumoroso boh. Boh, ma perché hanno girato questo film? Boh, ma quale disperato ha deciso di andarlo a vedere? Ma sì, lo sapevo già che questo Ouija era un filmaccio, però adoro guardare roba inutile e sconsigliarla, soprattutto se – senza la mia santa guida – qualcuno potrebbe trascinarvi a vederlo. Uccidete quel qualcuno, per favore; poi chiedetegli scusa in una seduta spiritica e via, pace fatta. Ouija è una schifuja che consiglio a chi, al cinema, vuole morire. Di noia. La prima parte: un piattume animato da dialoghi idioti, attori da quattro soldi, spauracchi da niente. La seconda parte: leggermente più movimentata, ma come è movimentata l'attività cerebrale di uno in stato comatoso; piena di colpi di scena che sono un'offesa all'intelligenza. All'inizio concilia il sonno, alla fine si rivela una ghost story interpretata da star della tivù in pausa momentanea per i finali di stagione e priva di atmosfera.Un teen horror senza infamia e senza lode, che il fatto ti abbia fatto perdere tempo rende più infame che altro, con personaggi da nulla che non hanno mai guardato un episodio di Supernatural (Sam e Dean, su, non vi hanno mai spiegato come fare fuori uno spettro?) e un cast amorfo in cui spicca solo Olivia Cooke, ma perché – tolti quei dannati tubicini nel naso di Bates Motel – è adorabile, anche se – tra questo gioiello e l'altro, Le origini del male – non azzecca un film neanche per sbaglio. (3)

Una pellicola australiana che parla di troppe cose: un intreccio con più strade aperte, ma leggero, in un modo positivo e in un modo negativo. A fine visione, mi sentivo di avere visto abbastanza, ma non tutto. Poteva osare un'altra mossa. O forse non poteva fare altro, per via di storia semplice e dispersiva, e quel poco che poteva l'ha fatto al meglio. Parte dietro le sbarre, come un prison movie in cui allo spettatore non vengono risparmiati i riferimenti alla violenza sessuale, alle alleanze; poi diventa la storia di una fuga e di una rapina, di miniere di diamanti e famiglie violente; alla fine, un travestimento, una barca, una telefonata e un flashback fanno di lui un minuscolo intrigo alla American Hustle. Sembrerebbe un pasticcio, ma qualcosa me l'ha fatto apprezzare con i suoi difetti e le sue sterzate. Frastagliato, discontinuo e impreciso com'è. Sarà che l'ho guardato con un piede dentro e uno fuori, coinvolto per caso come quel protagonista adolescente che si trova al centro di una situazione fuori controllo. Criminale per caso, educato all'arte degli scacchi e alla violenza, è spaesato e su di giri. La sua freschezza, il bisogno di avere un adulto accanto che gli insegni a nuotare e a sparare, ti portano a vedere anche il suo improbabile scampolo di vita con sguardo comprensivo. Son of a gun ricorda gli irrealistici film di avventura che ti piacevano una volta, con le ragazze impossibili da salvare e i colpi di scena prevedibili, ma è dalla parte dei cattivi, pur rimanendo pulito. Mi ha colpito questo. Il punto di vista di un protagonista irrisolto, ma familiare, che quel Brandon Thwaites, con i suoi venticinque anni suonati e l'aria da eterno bambino, incarna perfettamente. Si conferma un giovane talento in ascesa, lui, e divide la scena con un McGregor irsuto, traditore che non ci regala la prova della sua carriera ma che sa il fatto suo. Intorno, una Australia bellissima con il mare e con il deserto, una acerba femme fatale che ha qualcosa di Eva Green, un realismo di polvere e sudore che non capisci cosa ci faccia con una vicenda tanto rocambolesca, anche se il risultato, con un filo d'ironia e tanto sentimento, vedi?, ti fa parlare. Non è granchè, ma piace. Le sequenze finali, con una bella canzone in sottofondo che si chiama Enter One, mi hanno lasciato pure sereno. (6,5)