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venerdì 24 dicembre 2021

Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights

Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)

Jonathan Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film, dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata. Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco. Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico, dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda: il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle, ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me, si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)

Può un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio? Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado, l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura, intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni. Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)

In un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima, infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho odiato. (4)

Da Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi, le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York. Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi, poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più indifferenti noialtri. (6)

mercoledì 21 marzo 2018

Mr. Ciak: Ready Player One, Annientamento, Jumanji: Benvenuti nella giungla

Ci sono appuntamenti al cinema fuori dal mio gusto, fuori dalla mia portata, e post che cominciano sempre così: avrei fatto a meno di questo film se. Questa volta non c'entrano però le pretese di un papà che stravede per i blockbuster, un debito di sangue. Questa volta è stata semplicemente questione di parole magiche: anteprima, gratis, Spielberg. In una baraccopoli distopica, in un futuro non troppo lontano, la fantasia è rimasta l'ultima speranza sul fondo del vaso di Pandora. Un paio di occhialini ed è possibile mettere le tende nella realtà virtuale di Oasis. Dove si accumulano ricchezze spropositate, dove ci si indebita e si muore, preferendo a lungo andare la fuga alla routine. Le opzioni ti permettono di modificare il genere sessuale, la faccia, il destino. Di diventare qualcuno. Un irriconoscibile Mark Rylance, lo Steve Jobs geniale e solitario che di quel mondo è l'artefice, prima di morire ha disseminato Oasis di easter egg e lanciato una sfida che fa gola non soltato ai giocatori, ma anche a una società rivale: ci sono tre indizi, tre chiavi da scoprire. Il più scaltro erediterà tutte le fortune di Rylance. Il protagonista, interpretato da un anonimo Tye Sheridan, vive così una doppia vita, una doppia avventura – c'è infatti un adolescente in carne e ossa dietro l'avatar, e da un lato deve sfuggire agli attacchi di un villain ormai sulle sue tracce, dall'altro completare le tappe che portano al successo della missione. A differenziare Ready Player One dai vari Tron o Atto di forza è un elemento tutt'altro che trascurabile: uno spirito spettacolare e giocoso che attinge allo stesso effetto amarcord che, altrove, sta francamente venendo a noia. Il creatore ha reso Oasis un'ode spassionata alla cultura pop, ai migliori anni, e laggiù Gundam può fare a cazzotti con Godzilla, King Kong accartocciare nel pugno la motocicletta di Akira; i ragazzi ballare sulle note di Tony Manero e, nella migliore sequenza, esplorare i corridoi insanguinati dell'Overlook Hotel. Figa più che bella, la trasposizione dello sci-fi culto di Ernest Cline non è esente dai difetti – emotivi, narratologici – di grandi produzioni che mi prendono a metà. Se gli sfondi di Ready Player One appaiono cangianti, avvolgenti anche senza 3D, protagonisti e comparse peccano invece dell'infantile bidimensionalità dei film-contenitore, in cui la trama resta un pretesto per schiamazzi ed effetti speciali come se non ci fosse un domani – Sheridan non farà perciò la minima piega davanti all'assassinio di una persona cara e con Olivia Cooke, per carità, adorabile, sarà amore al primo sguardo. La tecnologia ci divide o ci unisce? Ci isola o, al contrario, è il rimedio alla solitudine? Carnevale dal cuore buono e dalla morale scontata, il film diverte per le innumerevoli citazioni e per l'entusiasmante spirito di onnipotenza alla base. Potenzialmente ho i mezzi per far tutto, per pasticciare con i generi e i ricordi, e lo faccio: perché no? Considerazioni sparse, queste, di uno Spielberg sempre magistrale, sempre giovanile, in cerca di una ventata d'aria fresca dopo la noia dell'impegnato The Post e della scusa valida per mostrarci, con l'impazienza che la sua iperattività non sa contenere, il funzionamento del suo ultimo giocattolo. (7)

Discorsi da innamorati, fitti fitti, con la luce dell'alba a ricordare che è già tempo di separarsi. Il militare Oscar Isaac, a letto, non rivela alla biologa Natalie Portman la meta della sua ultima missione, ma le assicura che vedranno le stesse stelle e si addormenteranno nello stesso emisfero. Sembrava un'operazione più semplice delle altre, eppure c'è voluto un anno affinché lui tornasse a casa. Vivo, ma silenzioso: diverso. Promesse di donne curiose, coraggiose, che non si danno pace e, forse, non si sanno perdonare. Ecco spiegata perciò la decisione di ripercorrere i passi di quel compagno stravolto, ferito dentro, offrendosi volontaria per un'esplorazione dal ritorno incerto. Ci stanno invadendo. Non si sa bene perché, non si sa come. Non serve spostarsi troppo per vederne gli strani segni. Una luminescenza, un bagliore, ha avvolto un angolo degli Stati Uniti in una coloratissima bolla di sapone. Oltrepassata la soglia ci attende una natura irreale, tanto che è lussureggiante, e un luogo in cui le bussole impazziscono, i ricordi si confondono con le allucinazioni, il tempo perde di senso. Una squadra di soldati armati fino ai denti, fatta eccezione per Isaac, non è sopravvissuta agli intrighi di quel giardino arcobaleno. Guidate dalle intuizioni di una Portman capace di risultare aggraziata anche con un mitra in mano, le nuove esploratrici di Annientamento sono eminenti scienziate – plauso d'obbligo alla superba Jennifer Jason Leigh e a Gina Rodriguez, ritrovata con piacere al di fuori dal set di Jane The Virgin. Tutte con un dolore da espiare strada facendo, tutte donne, le protagoniste – volontarie in una missione autodistruttiva, più che suicida – puntano al faro, come in un classico della Woolfe, e si imbattono in coccodrilli coi denti da squalo e orsi preistorici, cervi con rami fioriti per corna e cespugli antropomorfi. A confine con le nostre città e l'Area X, con lo sci-fi a tinte esistenzialiste e la fantozziana cagata pazzesca, la trasposizione del best-seller di VanderMeer è una bestia strana. Una cellula tumorale che si trasforma e si sdoppia, alla luce di un prisma che rifrange onde sonore, coordinate, drammi coniugali. Affascinante, sofisticata, freddissima, con una prima parte da classico survival horror e una chiusa psichedelica un po' indigesta ma affatto insensata. Non a caso, a proposito di evoluzione, Annientamento è una landa di donne – le più brave a perdonare, a guarire, a reinventarsi dall'oggi al domani. Non a caso, eppure oscuro per qualcuno, Annientamento brilla, e di luce propria. Se alle domande incalzanti si risponde semplicemente non lo so e alla parola extraterrestre si fa seguire il silenzio impenetrabile dell'unica superstite, il bagliore dell'ultimo Alex Garland toccherà comprenderlo, combatterlo o, nel dubbio, abbracciarlo? Da un viaggio non si torna mai uguali a prima, qualunque sia la meta. La strada ci cambia nel profondo, nell'anima, nelle linee delle mani, e niente sarà più lo stesso: non noi. (7,5)

Capisci di stare invecchiando, immagino, quando remake o reboot toccano film della tua generazione. Lo capisci, soprattutto, quando è tuo il turno di lamentarti con toni da bontempone. Per quanto il primo Jumanji non sia mai stato uno dei miei must da bambino, alla notizia di un secondo capitolo – più che un seguito, un aggiornamento per le nuove generazioni – ho risposto con l'indifferenza più totale. A incuriosirmi, poi, sono stati i risultati sorprendenti al botteghino; le divertite voci di corridoio – tra queste, quella di un fratello minore uscito molto soddisfatto dal cinema, che alla cornetta mi nominava ricordi comuni, Spy Kids, le partite a Crash Bandicoot. Come in Breakfast Club, quattro liceali agli antipodi si trovano a dover condividere l'ora di punizione, e a sfidarsi a un misterioso videogioco per ammazzare il tempo. Non sanno che saranno proiettati per magia a Jumanji, con solo tre vite a disposizione e quattro avatar con cui muoversi in quel mondo virtuale. Lo sfigatello di turno si ritrova così nei panni (anzi, nei muscoli) di The Rock, lo sportivo in quelli del minuto Kevin Hart; la nerd saccente è la splendida Karen Gillan, l'antipatica ape regina – per ironia della sorte – l'improponibile Jack Black. C'è Nick Jonas, poi, intrappolato nel gioco da vent'anni e il cattivissimo Bobby Cannavale, artefice di un furto che ha trasformato Jumanji nella giungla selvaggia che è. L'obiettivo dei nostri eroi: restituire alla natura il suo diamante magico, purtroppo caduto nelle mani sbagliate. Lo sceneggiatore Chris McKenna, fra le firme del gradevolissimo Homecoming, lascia inciso su un tronco il nome dell'indimenticabile Alan Parrish e confeziona, complice la partecipazione di alcuni indiscutibili talenti comici, un intrattenimento per famiglie anni Novanta; un passatemo raramente riproposto con la stessa freschezza che, se avessi avuto l'età giusta, un tempo avrei visto e rivisto. Il ventitreenne di oggi l'ha trovato spassoso ma un po' lungo, spesso a rischio di ripetitività. Se il proverbio non sbaglia, il gioco è bello quando dura poco. E questo, con le sue quasi due ore, si prolunga a tratti eccessivamente, rendendo il soggiorno una toccata e fuga più godibile di quanto lasciassero supporre i pronostici a scatola chiusa, ma reiterate e poco fantasiose le tappe. L'effetto amarcord, il divertimento garantito e un Dwayne Johnson che un po' ci fa e un po' ci è, per fortuna, non lasciano che sia l'amarezza del game-over a dirti addio. O, forse, arrivederci. (6,5)

lunedì 26 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La forma dell'acqua | The Post

Era il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma dell'acqua – fosco, sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins, coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da americani e russi in piena Guerra Fredda, sente. Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona. Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare – la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì, come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine, nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno. Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi. A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare. (8,5)

Ogni anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo Spotlight non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì, dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile – segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date, che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura. Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia concitata, The Post ignora la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)

sabato 27 maggio 2017

Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema

Tom, sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi, lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti. Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e, da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti. Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente immerso nella finzione da prenderla come una questione personale. Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica. La luce sugli oceani non è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue Valentine, anche Alicia Vikander mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario Fassbender. La luce sugli oceani è una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza, viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i naviganti. Potevano privarlo delle tante lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi, come fuori stagione. (7,5)

Siccome cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti, è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori, ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili – finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa la sua. (5)

Al cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo: raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey, infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione. Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa esagerato abuso. (6)

Una reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di lui. Pastorale Americana è la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione, ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione, soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive. Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria bellezza. (7)

Sophie, orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili, imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia, ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo, sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato. Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G” dell'acronimo. (4,5)

Nella Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa, gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello. Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato? Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone è una ghost story che ha i suoi pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane Eyre e Giro di vite, ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che, passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare, nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of Thrones – bella come una ninfa di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che le pietre non dicono. (5)

Louis è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli, è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando, festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui – nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio. Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th Life of Louis Drax è un ibrido sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola. Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa, con il bellissimo splatter Alta tensione – e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel suo essere di tutto un po', The 9th Life of Louis Drax è un Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista – l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)

mercoledì 27 luglio 2016

I ♥ Telefilm | Stranger Things

Sono in quattro: inseparabili, fedeli, amici fino in fondo. 
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
Tutti vogliono qualcosa aveva la forma e non la sostanza, così leggero da non tangere.
Red Oaks ti faceva sorridere e, altrettanto in fretta, si faceva scordare.
The Final Girls, parodia di una generazione e di un genere, esaltava gli appassionati, pur centellinando le tette siliconate e lo splatter. I Duffer Brothers – semiesordienti adocchiati già nel claustrofobico Hidden: buono, finale a parte – prendono un po' di quello e un po' di questo, citano un po' lì e un po' qui, eppure quanto può essere prezioso questo loro Frankenstein per il piccolo schermo di suggestioni, tagli, rimandi? Il mostro vive. E, per magia, l'omaggio conquista un'identità tutta sua. La miniserie evento, attesissima in casa Netflix e autentico carosello di stramberie e immaginazione, si inventa dal nuovo, nel suo elaboratissimo lavoro di copia-incolla. E, omaggiando It o la fortunata commedia adolescenziale di John Hughes, lavora con olio di gomito, abiti e pettinature, tendenze e canzoni, a una macchina del tempo in cui si prendono a cuore le vicende di grandi e piccini. I bambini, che giocano con il fuoco; gli adolescenti, che proteggono i fratelli minori come possono, si lanciano sassi alla finestra e confessano a voce alta sentimenti impossibili; gli adulti, infine, pietrificati dallo choc. Non c'è una sottotrama che si preferisca alle altre, davvero, e ci si illumina a vicenda, come succede solo tra migliori amici, o in serie ben calibrate. E quanto fa piacere rivedere in scena Winona Ryder, qui particolarmente intensa, messa in un angolo da una Hollywood che proprio non dimentica i suoi passati episodi di cleptomania? E, ancora, quanto è espressiva, bella e dolce la prodigiosa Millie Bobby Brown, dodicenne che comunica l'essenziale con gli occhi e che ci fa ipotizzare, per lei, la parabola di un futuro di successo? Si parlava di personaggi che vanno subito a genio, poco fa. Si ciarlava di cuore e dintorni. Stranger Things è un mistery dai risvolti fantastici che intrattiene a regola d'arte, strega e commuove. In quegli anni non c'ero, me ne scuso, ma, così, è come se ci fossi stato. Dispiace, infatti, l'essere nati tardi e l'averlo visto con ingordigia. Soprattutto, dà il tormento l'idea di essere cresciuti troppo in fretta e, nel mentre, di non averci neppure badato. (8,5)