Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)
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venerdì 24 dicembre 2021
Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights
Jonathan
Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni
all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo
capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film,
dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno
dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello
spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata.
Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre
festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti
artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco.
Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un
Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico,
dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima
di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce
le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni
del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda:
il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un
passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle,
ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance
dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di
Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il
resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente
trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me,
si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)
Può
un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio?
Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema
dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici
senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear
Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata
con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a
scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un
fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di
Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il
defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado,
l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura,
intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le
contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche
personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e
l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo
fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si
dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni.
Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la
colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)
In
un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror
con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva
esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno
di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa
volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima,
infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti
a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio
d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver
s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia
prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto
della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della
seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si
perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di
gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal
trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette
si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di
ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano
dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical
alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le
idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e
pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho
odiato. (4)
Da
Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un
musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di
Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi,
le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York.
Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui
è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia
un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e
fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non
importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di
coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non
sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi,
poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano
gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento
irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una
festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort
food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data
la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più
indifferenti noialtri. (6)
mercoledì 21 marzo 2018
Mr. Ciak: Ready Player One, Annientamento, Jumanji: Benvenuti nella giungla
Ci
sono appuntamenti al cinema fuori dal mio gusto, fuori dalla
mia portata, e post che cominciano sempre così: avrei fatto
a meno di questo film se. Questa volta non c'entrano però le
pretese di un papà che stravede per i blockbuster, un debito di
sangue. Questa volta è stata semplicemente questione di parole
magiche: anteprima, gratis, Spielberg. In una baraccopoli distopica,
in un futuro non troppo lontano, la fantasia è rimasta
l'ultima speranza sul fondo del vaso di Pandora. Un paio di
occhialini ed è possibile mettere le tende
nella realtà virtuale di Oasis. Dove si accumulano ricchezze
spropositate, dove ci si indebita e si muore, preferendo a lungo
andare la fuga alla routine. Le opzioni ti permettono di modificare
il genere sessuale, la faccia, il destino. Di diventare qualcuno. Un
irriconoscibile Mark Rylance, lo Steve Jobs geniale e solitario che
di quel mondo è l'artefice, prima di morire ha disseminato Oasis di
easter egg e lanciato una sfida che fa gola non soltato ai giocatori,
ma anche a una società rivale: ci sono tre indizi, tre chiavi da
scoprire. Il più scaltro erediterà tutte le fortune di Rylance. Il
protagonista, interpretato da un anonimo Tye Sheridan, vive così una
doppia vita, una doppia avventura – c'è infatti un adolescente in
carne e ossa dietro l'avatar, e da un lato deve sfuggire agli
attacchi di un villain ormai sulle sue tracce, dall'altro completare le
tappe che portano al successo della missione. A differenziare Ready
Player One dai vari Tron
o Atto di forza è un
elemento tutt'altro che trascurabile: uno spirito spettacolare e
giocoso che attinge allo stesso effetto amarcord che, altrove, sta
francamente venendo a noia. Il creatore ha reso Oasis un'ode
spassionata alla cultura pop, ai migliori anni, e laggiù Gundam può
fare a cazzotti con Godzilla, King Kong accartocciare nel pugno la
motocicletta di Akira; i ragazzi ballare sulle note di Tony Manero e,
nella migliore sequenza, esplorare i corridoi insanguinati
dell'Overlook Hotel. Figa più che bella, la trasposizione dello
sci-fi culto di Ernest Cline non è esente dai difetti – emotivi,
narratologici – di grandi produzioni che mi prendono a metà. Se gli
sfondi di Ready Player One appaiono
cangianti, avvolgenti anche senza 3D, protagonisti e comparse peccano
invece dell'infantile bidimensionalità dei film-contenitore, in cui
la trama resta un pretesto per schiamazzi ed effetti speciali come se
non ci fosse un domani – Sheridan non farà perciò la minima piega
davanti all'assassinio di una persona cara e con Olivia Cooke, per
carità, adorabile, sarà amore al primo sguardo. La
tecnologia ci divide o ci unisce? Ci isola o, al contrario, è il
rimedio alla solitudine? Carnevale dal cuore buono e dalla
morale scontata, il film diverte per le
innumerevoli citazioni e per l'entusiasmante spirito di onnipotenza alla base.
Potenzialmente ho i mezzi per far tutto, per pasticciare con i generi
e i ricordi, e lo faccio: perché no? Considerazioni sparse, queste, di uno
Spielberg sempre magistrale, sempre giovanile, in cerca di una ventata
d'aria fresca dopo la noia dell'impegnato The Post e
della scusa valida per mostrarci, con l'impazienza che la sua
iperattività non sa contenere, il funzionamento del suo
ultimo giocattolo. (7)


lunedì 26 febbraio 2018
Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La forma dell'acqua | The Post
Era
il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre
epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di
Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di
programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre
venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel
blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad
ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto
magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a
tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le
rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di
coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il
dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando
le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio
universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni
Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma
dell'acqua – fosco,
sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può
parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un
appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins,
coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti
governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel
classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia
Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai
mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato
dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da
americani e russi in piena Guerra Fredda, sente.
Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona.
Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In
pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica
classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare
– la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come
bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di
candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle
richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo
integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente
all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha
branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non
parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita
o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in
sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le
acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La
Bella e la Bestia a spasso nel
Favoloso mondo di Amélie
è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di
fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì,
come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine,
nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di
cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno.
Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole
giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli
occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora
corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di
loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi.
A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo
alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi
sentire battere e rombare il mare. (8,5)

sabato 27 maggio 2017
Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema






Louis
è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli,
è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando,
festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una
rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui –
nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia
trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio.
Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un
romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th
Life of Louis Drax è un ibrido
sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola.
Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa,
con il bellissimo splatter Alta tensione
– e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla
trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le
canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e
della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di
un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini
prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a
Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno
di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel
suo essere di tutto un po', The 9th
Life of Louis Drax è un
Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine
potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha
stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista –
l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)
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mercoledì 27 luglio 2016
I ♥ Telefilm | Stranger Things
Sono
in quattro: inseparabili, fedeli, amici fino in fondo.
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
Tutti vogliono qualcosa aveva la forma e non la sostanza, così leggero
da non tangere.
Red Oaks ti faceva sorridere e, altrettanto in fretta, si faceva
scordare.
The Final Girls, parodia di una generazione e di un genere, esaltava gli appassionati, pur centellinando le tette siliconate e lo splatter. I
Duffer Brothers – semiesordienti adocchiati già nel claustrofobico
Hidden: buono, finale a parte – prendono un po' di quello e
un po' di questo, citano un po' lì e un po' qui, eppure quanto può
essere prezioso questo loro Frankenstein per il piccolo schermo di
suggestioni, tagli, rimandi? Il mostro vive. E, per magia, l'omaggio
conquista un'identità tutta sua. La miniserie evento, attesissima in
casa Netflix e autentico carosello di stramberie e immaginazione, si
inventa dal nuovo, nel suo elaboratissimo lavoro di copia-incolla. E,
omaggiando It o la fortunata
commedia adolescenziale di John Hughes, lavora con olio di gomito,
abiti e pettinature, tendenze e canzoni, a una macchina del tempo in
cui si prendono a cuore le vicende di grandi e piccini. I bambini,
che giocano con il fuoco; gli adolescenti, che proteggono i fratelli
minori come possono, si lanciano sassi alla finestra e confessano a
voce alta sentimenti impossibili; gli adulti, infine, pietrificati
dallo choc. Non c'è una sottotrama che si preferisca alle altre,
davvero, e ci si illumina a vicenda, come succede solo tra migliori
amici, o in serie ben calibrate. E quanto fa piacere rivedere in
scena Winona Ryder, qui particolarmente intensa, messa in un angolo
da una Hollywood che proprio non dimentica i suoi passati episodi di
cleptomania? E, ancora, quanto è espressiva, bella e dolce la
prodigiosa Millie Bobby Brown, dodicenne che comunica l'essenziale
con gli occhi e che ci fa ipotizzare, per lei, la parabola di un
futuro di successo? Si parlava di personaggi che vanno subito a
genio, poco fa. Si ciarlava di cuore e dintorni. Stranger
Things è un mistery
dai risvolti fantastici che intrattiene a regola d'arte, strega e
commuove. In quegli anni non c'ero, me ne scuso, ma, così, è come se ci
fossi stato. Dispiace, infatti, l'essere nati tardi e l'averlo
visto con ingordigia. Soprattutto, dà il tormento l'idea di essere cresciuti troppo in fretta e, nel mentre, di non averci neppure badato. (8,5)
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