martedì 26 gennaio 2021

Mr. Ciak in musica: Soul | Ma Rainey's Black Bottom | The Prom | Wild Rose

Dopo averlo incluso nella lista dei migliori film dell'anno e averne tratto ispirazione per un post, sembrerebbe superfluo scriverne ulteriormente. L'ho detto e lo ribadisco: Soul è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci per chiederci scusa. Poetico, profondo e maturo, è l'esperimento più felice di casa Pixar. Se perfino Inside Out e Coco mi avevano lasciato a guance asciutte, il miracolo è avvenuto grazie alle disavventure ultramondane di Joe: pianista jazz, muore all'alba dell'occasione della vita. Intrappolato nell'Antemondo, s'improvvisa mentore per una piccola anima che non ha nessuna fretta di venire al mondo. Perché nascere, gli domanda? Perché quell'attaccamento insensato a un'esistenza spesso e volentieri ingiusta? Che senso ha vivere, se destinati comunque a morire? Storia di due anime in cerca della famosa scintilla, Soul si muove fra paffute bolle di luce, contabili maniaci del controllo, silhouette alla Picasso. Ingegnoso dal punto di vista visivo, riserva altrettante meraviglie nel dipingere il mondo dei viventi: questa New York a cartoni, brulicante e caotica, è infatti di una bellezza alleniana. Prima o poi torneremo a chiacchierare con i barbieri, a danzare tra le foglie e i condotti di ventilazione, a mangiare pizza e lecca-lecca: anche se mai come oggi somigliamo a quelle anime smarrite, ridotte a gusci spaventosi per via dell'ossessione per talento e per la felicità. Mi sono sentito simile ai mostri di Soul tantissime volte; mi ci sento anche adesso. Cosa racconteremo ai bambini che si apprestano a nascere? Quale mondo troveranno? Quale futuro? Il film esistenzialista di Pete Docter, col suo contagioso senso di meraviglia e un protagonista vittima di una frustrazione tutta contemporanea, ci fa da bussola e promemoria. Vi rimetterà al mondo. (8)

Nella Chicago degli Venti, una sala d'incisione diventa un microcosmo di tensioni scandagliato come nella migliore tradizione teatrale. Durante una lunga seduta di registrazione, si suonerà il blues. E si farà spazio a conflitti religiosi, razziali, generazionali. Agli antipodi ci sono loro, che hanno un modo diverso di vivere la musica e il rapporto coi produttori: la cantante sulla bocca di tutti e un anonimo trombettista, che aspira però alla fama. Come suoneranno Black Bottom, il pezzo più famoso del repertorio: seguendo i desideri di Ma, la cui parola è legge, oppure le intuizioni di un giovane di talento? Rigoroso, intenso, importante, il film rinuncia alla dimensione corale di Fences – dramma familiare scritto dallo stesso drammaturgo – per concentrarsi sui poli della contesa. Da un lato abbiamo Viola Davis – qui meno protagonista del previsto, gigioneggia senza mai strafare –, nel ruolo di una diva dispotica e con manie di grandezza: volgare e rissosa, con il trucco sbavato e il volto madido, è una leonessa sul palcoscenico ma nella vita reale è una donna di colore a cui non portano il dovuto rispetto. Dall'altro, invece, c'è Chadwick Boseman: scomparso all'indomani delle riprese, spicca per la scarpe gialle nuove di zecca e per il desiderio di primeggiare. Destinato a commuovere in due monologhi strazianti, è il portavoce di una rabbia giovane che l'attore ha reso eccezionalmente grazie alle sue ultime energie: orgoglioso e disperato, si ostina a prendere a spallate le porte chiuse a chiave. Per lui non esistono divieti. Ma se la porta si affacciasse su un muro di mattoni? I bianchi, dice la protagonista con aria di superiorità, non capiscono il blues. Probabilmente non capiremo fino in fondo neanche il messaggio di questo film, connaturato nella cultura “black”, ma ciò non ci impedirà di applaudirlo. (7+)

In una cittadina di bifolchi, il ballo di un'adolescente omosessuale è messo in pericolo dalle decisioni del consiglio di classe: non potrà ballare con la propria fidanzata. Per contrastare l'episodio di omofobia, è in arrivo una squadra di allegre fate madrine direttamente da New York: tre star di Broadway non più sulla cresta dell'onda si prendono a cuore le sorti della protagonista al suon di balli, canzoni e armonia. Ispirato a una storia realmente accaduta ma già messo in musica sui palcoscenici, The Prom appartiene a un genere che è il mio guilty pleasure sin dai tempi di Glee: il musical. È proprio Ryan Murphy, il creatore della serie per teenager, a dirigere il film Netflix. Porta con sé anche qui il solito armamentario: nomi altisonanti, un gusto kitsch, qualche aspettativa inevitabilmente delusa. Smaccatamente lieto, il film è una festa dai colori sfavillanti e dal cuore delicato per celebrare l'amore e la tolleranza. A onor del vero, nonostante i numeri musicali siano innumerevoli, soltanto pochi risultano davvero memorabili e la stella più splendente del nutrito cast è quella di una Streep ancora una volta in odore di Golden Globe: primadonna vanitosa e narcisista, che non ha mai elaborato la rottura con il marito presentatore televisivo, regala un'entrata di scena trionfale, qualche battuta caustica e inattesi momenti di struggimento davanti al Matrimonio del mio migliore amico. Insieme a lei Corden, attore gay ai ferri corti coi genitori, e una Kidman dall'amaro destino di ballerina di fila. Molto colpevoli, ma altrettanto piacevoli, queste due ore scorrono all'insegna dei buoni sentimenti e ci insegnano l'orgoglio di stare a centro pista. A dicembre, e a Broadway, eravamo tutti più buoni. (6,5)

Lei è Rose. Selvaggia come da titolo. Reduce da un anno di carcere per stupefacenti, madre e figlia borderline, si muove nel grigiore dei sobborghi scozzesi ma punta a Nashville con la fantasia. Si può vivere il sogno americano anche lì, in una plumbea Glasgow dov’è illecito nutrire ambizioni di gloria? Quest’anno protagonista dell’ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, la poliedrica Jessie Buckley si nasconde sotto la frangia spettinata e negli stivali da rodeo in una commedia musicale assai ben accolta in patria. E nasconde una voce meravigliosa, che garantisce alla colonna sonora alcuni pezzi country-folk che in questi giorni non faccio altro che ascoltare e riascoltare. A tratti esilarante, a tratti struggente, la cantante di provincia si sente perennemente inadeguata. Sotto la superficie sbarazzina, cova un’insoddisfazione frustrante. Vive un rapporto conflittuale con la madre – la sempre preziosa Julie Walters –, illude i figli bisognosi con promesse non mantenute, delude la generosissima mecenate. Le cose andrebbero diversamente in Texas, dove tutti nutrono le sue stesse ambizioni? È meglio essere un pesce fuor d’acqua, o un pesce piccolo nell’oceano degli Stati Uniti? In cerca di una propria voce, Rose confida nella maturità; nell’addomesticamento. Perché sono possibili le vie di mezzo, e dove c’è talento può esserci anche equilibrio: essere responsabili no, non significa rinunciare. Storia ordinaria per svelarci un talento straordinario, Wild Rose è un feel-good movie perfetto per le domeniche di pioggia. Una favola moderna – con tre semplici accordi e, nel mezzo, tanta verità –, dove il sentiero di mattoni gialli conduce a casa anziché a Oz. (7)

10 commenti:

  1. Sembrano tutti molto belli, in particolare Soul e Ma Rainey's Black Bottom mi attirano particolarmente. Che peccati non poterli vedere al cinema :(

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Davvero, soprattutto Soul. Che tempi tristi...

      Elimina
  2. Credo che eviterò gli ultimi due, anzi l'ultimo è passato su Sky e l'ho scartato, mentre i primi due assolutamente da vedere ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Wild Rose te lo consiglio in realtà, il talento della Buckley è da non sottovalutare!

      Elimina
  3. Se Wild Rose me l'hai venduto qualche tempo fa e me ne sono innamorata anch'io (incredibilmente bella Jessie qui, che ormai mi ritrovo ovunque, è perfino in Fargo), Prom continua a rimanere nel limbo.
    Sembra avere tutte le carte per farsi odiare da me. Lo vedrò solo se osano nominare un'altra volta la Streep. Ma agli Oscar, i Golden Globe con doppia categoria di riempitivi non valgono ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah, allora sei salva, con buona pace di Meryl! Avrà vittoria facile, immagino, soltanto ai Golden Globe (soprattutto perché Promising Young Woman è stato inserito tra i dramas).

      Elimina
  4. The Prom e Ma Rainey sono lì che mi aspettano, chissà quando li recupererò. Soul mi ha folgorata ma già sai!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. The Prom non è granché, anzi, ma assicura una boccata d'aria tra un film pesante e l'altro!

      Elimina
  5. La Pixar mi aveva fregato con Inside Out, non con Soul. Mi ha detto poco o niente, purtroppo.

    Splendido invece, e pure sorprendente, Ma Rainey.

    The Prom a tratti abbastanza divertente, a tratti, molti tratti, abbastanza ridicolo. :)
    Nel complesso troppo musical per i miei gusti. Avrei tolto la metà delle canzoni, anche perché a livello musicale sono parecchio scarse.

    Da Wild Rose mi aspettavo di più. E' anche caruccio, ma l'ho già dimenticato mentre scorrevano i titoli di coda.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Pensavo che avresti proprio odiato The Prom, e invece...

      Elimina