Bella, bionda, sorridente. Ci voleva qualcuno di bravissimo per trasformare Barbie, simbolo del consumismo e del sessismo, in un'icona femminista. Hollywood ha schierato la coppia Gerwig-Baumbach, paladini del cinema indie, e un cast di attori impegnatissimi, in cui spicca Margot Robbie nelle doppie vesti di protagonista e produttrice. Bella, bionda, sorridente? Lei lo è senz'altro, e nuovamente, dopo Babylon, tiene tutti in scacco con una lacrima: questa volta è il simbolo dell'umanità spasimata. Barbie, in cerca di sé stessa, lascia il suo mondo pastello alla scoperta della California. Perché è improvvisamente tormentata dalla cellulite, dai piedi piatti e dal pensiero della mortalità? Pattina fino alla California per interrogare Mattel sui difetti di fabbrica. Con lei, il Ken di un esilarante Ryan Gosling: stanco di stare all'ombra della compagna, negli Stati Uniti scopre i pregi del patriarcato. Sì, perché a Barbie Land è tutto a rovescio e, in una fantasmagorica società matriarcale, gli uomini sono semplicemente uomini: le donne, invece, possono essere tutto. Gerwig centra il cast, i costumi e le scenografie da Oscar, i toni da commedia demenziale senza però ma trascurare una scrittura allusiva e intelligente. Schiacciata tra blockbuster e cinema femminista, crea un film che ha molte idee. E, spesso, molto confuse. Vittima dei troppi viavai e dei troppi spiegoni, Barbie ha il contro di rimarcare in grassetto la propria morale. Avrebbe avuto bisogno di essere asciugato in fase di montaggio. O, al contrario, di diventare un leggerissimo e delirante sogno pop come nei sogni più sfrenati di Ken: perché, a quel punto, non un musical? Il risultato, destinato a sbancare comunque, è una via di mezzo che non soddisferà completamente chi pretendeva la sceneggiatura perfetta anticipata dalle recensioni d'oltreoceano. Ci sono sbavature di troppo, poche sfumature di grigio, in quest'abbagliante rosa shocking. (7)
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sabato 5 agosto 2023
Fiabe per bambini femministi (e adulti intelligenti): Barbie | Nimona | La sirenetta
Ballister, un
prode cavaliere ingiustamente accusato di aver assassinato la sua amatissima regina, stringe alleanza con un'adolescente emarginata ma dai poteri
straordinari. Solitaria e annoiata, mutaforma, Nimona è una rossa
tutto pepe di età indefinita che sogna di affiancare un supercattivo per seminare
dappetutto caos e distruzione. Invece, suo malgrado, si ritrova a fare da spalla a uno spadaccino omosessuale, monco e ligio al dovere, ottusamente cieco davanti alla
corruzione del suo regno. Laggiù, infatti, chi è il vero mostro?
L'ultimo film Netflix, tratto dall'omonimo graphic novel edito Bao Publishing, mescola originalmente estetica medievale e tecnologia cyberpunk. È già un successo e, con mesi d'anticipo, è il papabile
vincitore dell'Oscar nella categoria Miglior film animato. Originale,
moderno e spassosissimo, riflette su etichette e cliché. E si
diverte a sabotarli spettacolarmente sotto le zampe di un irresistibile rinoceronte
fucsia – anche se l'epilogo omaggia la distruzione, serissima, dei
kaiju del cinema giapponese. Questa è la storia di due solitudini che si compensano. È
il gioco di una giovane dalla natura misteriosa, che con l'arma dell'ironia
dissimula il disagio di non avere un'identità predefinita. È
l'epifania di un uomo che aveva già sfidato il machismo dei
cavalieri e che, ora, sensibilizza vantando un drago per amico.
Nimona fa quello che fece Shrek con le fiabe vent'anni
fa. Parodia e sovverte i poemi epici-cavallereschi, ma soltanto per
crearne uno nuovo, credibile e bellissimo. Oro puro, nell'era delle
riscritture non richieste e dei live action. (8)
In rete lo hanno odiato a oltranza, a prescindere, ancora prima che fossero
condivise le prime immagini. Colpa di quella protagonista troppo diversa dal personaggio tradizionale o, forse, di un mal celato razzismo. Lo scrivo, perciò, con gioia; come
davanti alla vittoria di un perdente annunciato. La
sirenetta è tra i migliori live action di casa Disney e Halle
Bailey, con i suoi grandi occhi pieni di innocenza e una voce dal
vibrato struggente, è una Ariel che commuove col suo appassionato
desiderio d'altrove. Già modernissima nell'originale animato dal 1989, al
cinema trova un principe azzurro dal destino speculare: anche l'Eric di Jonah Hauer-King, infatti, vive con claustrofobia l'universo familiare e scalpita
di curiosità. Imprescindibile la visione sottotitolata. In
fondo al mare è un incrocio irresistibile tra un
documentario sui fondali marini e un musical; Baciala cambia una
parola, vero, ma non il suo memorabile sound; la Ursula di Melissa McCarthy, nel suo antro oscuro, conserva una vulcanica anima da drag queen. A suo agio con il genere,
il Rob Marshall di Chicago e Nine punta
con successo su volti sconosciuti e incanta per l'attenzione
naturalistica alla vita sotto la superficie. Qualcuno
storcerà il naso davanti agli amici animali di Ariel, qui niente affatto
antromorfizzati, e in rete criticherà per partito preso. Ma la
verità è che La sirenetta, oggi, è una grande storia
di conflitti genitori-figli e che un irriconoscibile Javier Bardem, davanti al
riconoscimento finale della voce dell'ultimogenita, rischia di
strapparci più di una lacrima. Noi, a differenza delle sirene,
possiamo commuoverci. (7+)
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giovedì 28 maggio 2020
Recensione: Parlarne tra amici, di Sally Rooney
|
Parlarne tra amici, di Sally Rooney. Einaudi, € 12, pp. 286
|
In
un’altra vita voglio nascere privilegiato. Con sincera invidia,
l’ho pensato leggendo le (dis)avventure delle amiche di Sally
Rooney. Sfaccendate, altolocate e ciarliere, frequentano le case dei
personaggi dello star system e tracannano vino rosso da bicchieri di
cristallo. Tra feste per pochi eletti, presentazioni e vernissage,
fanno anche tappa in uno splendido casolare immerso nella campagna
francese.
Frances
e Bobbi hanno fatto coppia per un po’. Aspiranti poetesse, sono
rimaste in ottimi rapporti e si spalleggiano: nella buona società così come
sul palcoscenico. Se la prima è una ventunenne pallida e insicura,
che per paura di non farcela si accontenta di
vivere della luce riflessa dell’ex fidanzata, la seconda è al
contrario ricca di famiglia e sempre a proprio agio. È la
sfrontata Bobbi a possedere il lasciapassare per la casa di Melissa,
fotografa, e del marito Nick, attore da copertina: la fascinazione
verso i coniugi è fortissima.
Siamo a Dublino, ma sembra di essere nella New York di Noah Baumbach e della sua musa Greta Gerwig: discorsi allegramente letterari, poligoni sentimentali degni di una commedia francese, generazioni agli antipodi inquadrate tra ammirazione e irritazione.
Siamo a Dublino, ma sembra di essere nella New York di Noah Baumbach e della sua musa Greta Gerwig: discorsi allegramente letterari, poligoni sentimentali degni di una commedia francese, generazioni agli antipodi inquadrate tra ammirazione e irritazione.
Si può amare più di una persona, ha detto lei. Perché
dovrebbe essere diverso dall’avere più di un amico? Tu sei mia
amica e hai anche altri amici, vuol forse dire che non mi consideri
davvero?
Diciamolo
subito: se i sentimenti Persone normali sono memorabili perché
ordinari, quelli di Frances sono fuori dalla nostra portata. E
proprio per questo incuriosiscono un po'. In lotta contro il capitalismo e
il patriarcato, stagista non pagata presso un’agenzia letteraria,
la protagonista non vuole essere più la banale ragazza di campagna
che passa inosservata alle feste popolose. Cerca la sfrontatezza, la
risposta ammiccante, la relazione clandestina. E in mezzo a una
compagnia frivola, aperta e bellissima incrocia così lo sguardo di
Nick: uomo nell’ombra di una donna talentuosa e volitiva, che
nonostante il fisico scolpito nasconde in realtà un carattere
fragile. Attratta dalle debolezze di quest’ultimo, Frances spera di
nascondere le proprie. E benché anticonformista, suo malgrado,
finisce per interpretare un cliché: quello dell’amante. Desidera
segretamente quel tenore di vita oppure lo disprezza? La seconda
parte, spezzato l’idillio snob, finisce per dilungarsi
sulle paturnie di una giovane immatura e contraddittoria, difficile
da amare, che si rivela essere la protagonista imperfetta di un
esordio imperfetto.
Sono
solo una persona normale, ha detto. Quando a te piace qualcuno, lo
fai sentire come se fosse diverso da chiunque altro.
Sbilanciato.
Interessante a momenti alterni. Ma personale, generoso, onesto:
pervaso da una specie di magnetismo irresistibile. Nel romanzo
successivo, per fortuna, ci saranno meno seghe mentali e più cuore.
Dopo trecento pagine, dopo mille intrighi, voltafaccia e cambi di
ruolo, questa volta si ha l’impressione di non venirne mai a capo.
Frances, eternamente indecisa, potrebbe trasformare tutto in un nulla di fatto da un momento all’altro. E andare avanti all’infinito, con le sue chiacchiere, con i suoi dubbi esistenziali, tagliandoci fuori dalla sua cerchia un attimo prima dei ringraziamenti.
Non è tutto oro ciò che luccica: anche i ricchi piangono. Privilegiati sì, ma con zone d’ombra pronte a essere rivelate negli scavi psicologici della seconda parte, i personaggi di Sally Rooney hanno i loro momenti storti: ripensamenti sui pro e i contro delle coppie aperte; rapporti burrascosi con il proprio corpo e con il prossimo; momenti di debolezza non sempre curabili con il paracetamolo. Onestamente continuo a preferirli nella prima parte: una dissertazione sull’insostenibile leggerezza dell’essere giovane, bisessuale e radical chic, infarcita di chiacchiere alcoliche sugli uomini e le donne, la sessualità e il futuro.
Frances, eternamente indecisa, potrebbe trasformare tutto in un nulla di fatto da un momento all’altro. E andare avanti all’infinito, con le sue chiacchiere, con i suoi dubbi esistenziali, tagliandoci fuori dalla sua cerchia un attimo prima dei ringraziamenti.
Non è tutto oro ciò che luccica: anche i ricchi piangono. Privilegiati sì, ma con zone d’ombra pronte a essere rivelate negli scavi psicologici della seconda parte, i personaggi di Sally Rooney hanno i loro momenti storti: ripensamenti sui pro e i contro delle coppie aperte; rapporti burrascosi con il proprio corpo e con il prossimo; momenti di debolezza non sempre curabili con il paracetamolo. Onestamente continuo a preferirli nella prima parte: una dissertazione sull’insostenibile leggerezza dell’essere giovane, bisessuale e radical chic, infarcita di chiacchiere alcoliche sugli uomini e le donne, la sessualità e il futuro.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Gaia – Coco Chanel
venerdì 7 febbraio 2020
And the Oscar goes to Mr. Ciak: 1917 | Jojo Rabbit | Piccole donne | Le Mans '66
Ogni
anno tra i registi in lizza si disputa una gara alternativa: chi ce
l’ha più lungo, il piano sequenza? Dopo i recenti vincitori
Chezelle e Cuaròn, Mendes alza ulteriormente l’asticella girando
un intero film in piano sequenza – anche se, per essere precisi,
due stacchi di montaggio dichiarati ci sarebbero. La trama è presto
detta. Una coppia di soldati inglesi, di stanza in una bellissima
Francia assediata, sono incaricati di portare una lettera a un
superiore per scongiurare un attacco già pianificato: il nemico,
infatti, ha un segreto asso nella manica. Sempre di corsa, i giovani tagliano in due una terra di nessuno: tra
cadavere rosicchiati dai ratti, aerei a picco e ruderi invasi dai
fiori di ciliegio, la macchina da presa non li perderà d’occhio.
L’Oscar alla regia è presto servito. E meritano lo stesso
trattamento fotografia e scenografie, che soprattutto nella fuga
notturna del protagonista ci regalano un incubo di fuoco degno di un
dipinto espressionista. Ma se visivamente il film si conferma una delle
cose più splendide e pirotecniche del cinema contemporaneo, dal
punto di vista narrativo non aggiunge niente di nuovo al filone.
L’emozione scarseggia. Godibile e appassionate, ha più tecnica che
cuore, e dal regista di American Beauty e Revolutionary Road sarebbe stato lecito
aspettarsi un’impronta maggiormente autoriale. Troppo esile nella
scrittura, la guerra di trincea secondo Mendes è una
parentesi piena di orrore e meraviglia, ma lo spettatore è così
occupato ad ammirare i volteggi della macchina da presa da non
importarsene del resto. Baciato dalla fortuna, tuttavia, il film
riesce a non inciampare, a non affannarsi né ad affannare, grazie a
figuranti d’eccezione e a una magnificenza che distrae dai vizi di
forma sparsi. L’effetto videogioco, per quanto esaltante, è dietro
l’angolo come una mina antiuomo. (6,5)
L’antisemitismo
raccontato come in una fiaba: vent’anni fa, con
risultati indimenticabili, lo aveva fatto il nostro Benigni. Il
vulcanico Taika Waititi, reduce dai successi dell’ultimo
blockbuster, punta a un target simile: i toni restano leggeri e
trasognati, ma il cambiamento avviene nel punto di vista. La voce narrante, infatti, appartiene a un aspirante nazista. Al centro di una prova da
applausi, che ne fanno presto il migliore di un cast di stelle, il piccolo protagonista è una contraddizione: un condensato di rabbia e
dolcezza, che studia la morte ma cerca un amore da farfalle allo
stomaco. Semplicemente adorabile, fantasticherie prive di logica a parte, si
scopre confuso e perduto in un mondo in cui il Fuhrer non è il
migliore degli amici. La maturazione passa dalle parole di una mamma
coraggiosa, che sfoggia le scarpine da ballo e i lineamenti
incantevoli della Johansson, e attraverso l’apertura verso il
diverso – un’ebrea da nascondere –. I temi: l’insensatezza
dell’odio, il candore degli innocenti, la forza dei pavidi. Più
che a Benigni, ci si ispira allora ai mondi di Chaplin e dei Monthy
Pyton. La commistione di sorrisi e barbarie regalerà risvolti shock
nel finale. Ma dov’è l’innovazione di cui si legge, se i colori
appartengono ad Anderson e la colonna sonora comprenderà la solita
Heroes? Checché se ne dica, Jojo Rabbit è proprio la
favola satirica che immaginavamo a scatola chiusa, arrivata in tempo
per gli Oscar e la Giornata della memoria. Ma è un difetto non
risultare né inferiore né superiore alle attese? Essere più
grazioso che bello? In ogni caso gli si vuol bene, anche se
come l’altrettanto edificante Green Book dovesse spuntarla
ai premi. (7)
È
una storia che conosco in tutte le salse, sarà che a casa mia le
sorelle March sono state un’istituzione. In particolare di
Jo, scrittrice indomita e ribelle, ho sentito parlare
abbastanza da considerarla una di famiglia. Giunta
all’ennesima trasposizione non richiesta, la storia
di formazione firmata dalla Alcott non aveva segreti per me. E
qualcos’altro da dirmi? Rifacimento guardato all’inizio con
scetticismo, dal momento che il sopravvalutato esordio della Gerwig
non mi aveva convinto, Piccole donne avrebbe potuto
farmi storcere il naso o annoiarmi, ma non me ne ha dato
il tempo. Travolgente e gioioso, sempre scapigliato e di corsa, ha la
stessa indole della sua eroina: è rumoroso, caotico e logorroico, e
nella fretta si mangia purtroppo situazioni (l’attrazione verso per
Garrel), personaggi (la cagionevole Beth), scene madri (il lieto fine
sotto l’ombrello, qui rimaneggiato con intelligenza). Insomma: non
è il period drama perfettino che ci si aspetterebbe. Rimodernato a
dovere senza però mai tradirsi, il film accentua la vena femminista
del romanzo. Indipendenza e amore sono inconciliabili? Se lo domanda
una superba Ronan, e durante la visione le fa da controcanto la Pugh:
sorella minore non così capricciosa, non così sciocca, che si rende protagonista di una maturazione inattesa. Se il cast è
inappuntabile, il difetto è il
montaggio frammentario. Lungo e un po’ raffazzonato, il
secondo lungometraggio di Greta si muove su due piani temporali che
confonderanno gli spettatori neofiti e anticiperanno le relazioni tra
i personaggi – soprattutto il due di picche dato a Chalamet, con un
ruolo che gli calza a pennello –, rischiando di far perdere interesse strada
facendo. I difetti potrebbero battere i pregi. La trasposizione non è
né la più fedele né la più coerente. Eppure, complice
la bella atmosfera, è la più passionale, disordinata e sincera.
Come solo certi rapporti di sangue, tra donne soprattutto, sanno essere. (6,5)
Il
titolo originale, al solito, dice tutto con poco. Si parla di una
storia vera, di una sfida all’ultima accelerata. Da un lato abbiamo
la Ferrari, che colleziona vittorie innumerevoli sulle piste da
corsa. Dall’altro la Ford, marchio che fa ancora
fatica a imporsi nell’ambiente dei circuiti. Fino a quando la casa automobilistica, spinta dal desiderio di stare al passo, non
ingaggia la strana coppia composta da Damon e Bale: amici-nemici, i
due lavoreranno a un’auto da portare in Francia. Se il primo è
misurato e perbene, il secondo è un meccanico attaccabrighe che non conosce freni: soprattutto al volante.
Si punta a Le Mans; a una gara lunga ben ventiquattr'ore, in cui si
battono gli avversi per sfinimento. Guida Bale, sempre camaleontico a
dispetto di un copione che questa volta lo vorrebbe più naturale che
altrove, ma dirige James Mangold: regista di pellicole solidissime e
fortemente americane – l’ultima fu Logan –, qui è purtroppo
lontano dal mio genere. Annoiato dalle gare automobilistiche e dai
film d’azione, spossato da lunghezze che si aggirano intorno alle
due ore e trenta, non sono andato d’accordo con la sua
ultima fatica. Tralasciando la mia ignoranza in materia, però,
non posso fare a meno di domandarmi cosa ci faccia nella lista dei Miglior film la versione politicamente corretta di Fast and
Furious. Furbetto, lungo e disneyano, Le Mans '66 è un
intrattenimento inferiore ad aspettative già scarse di per sé.
Mediocre, nel senso di tremendamente nella norma, ha antagonisti da
cartone animato – vedasi il pessimo Girone – e scarsa presa
emotiva, a differenza dell’incredibile tour de force che fu
Rush. Da spettatore italiano, per altro, per tutto il tempo ho tifato invano
per una rimonta della Ferrari. Qual è il colmo per un film sulla
velocità? Non schiacciare sull’acceleratore. Non uscire mai dal
tracciato, seguendo le mosse di una guida tutt’altro che sportiva.
(5,5)sabato 24 agosto 2019
I film che leggeremo: grandi classici
Little
Women
25
dicembre 2019 (USA)
Saoirse
Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée
Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig,
ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley,
regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz.
Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma
questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto.
Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire –
trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott
di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la
miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il
bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e
senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in
sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio –
l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le
simpatie dell’Academy.
Pinocchio
25
dicembre 2019
Sono
cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo
preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini:
insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari,
poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno
sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di
otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’
la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante –
questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà
Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa
spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica
domanda: l’ennesimo live action, a che pro?
Cats
Natale
2019
È
uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi,
forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche
autore del Fantasma dell’opera, Evita e Jesus Christ
Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata
dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare.
In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie
alla struggente Memory, è diventato un film a quasi
quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale
– e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom
Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e
Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto
dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o
soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.
Ophelia
28
giugno 2019 (USA)
Essere
o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un
teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su
un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni,
trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo:
quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al
giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello
zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy
Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con
un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di
Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana,
potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.
Vita
& Virginia
13
febbraio 2019 (USA)
Purtroppo
non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie
alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman
da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice,
accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film
di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto
Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando
– caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata
storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West.
Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci
hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che
attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per
la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario
del taglio televisivo del tutto.
Martin
Eden
4
settembre 2019
Dici
Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna
Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni
difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti
accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più
apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la
storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo
giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per
innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in
Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche
nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata
su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo
Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London,
schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno
con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo.
Mademoiselle
29
agosto 2019
Non
è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti
d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario
romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog,
trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica
nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes,
raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è
possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come
giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna,
distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti.
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mercoledì 14 febbraio 2018
Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Lady Bird | The Greatest Showman
Christine,
non particolarmente fortunata, non particolarmente brillante, non
particolarmente graziosa, vive dalla parte sbagliata delle rotaie
nella sonnacchiosa Sacramento dei primi anni Duemila. Ha diciassette
anni, quasi diciotto, e tutto sembra essere possibile. La fine del
liceo – un'intransigente scuola cattolica con divise inamidate, il
crocifisso in aula e una rigida divisione fra maschi e femmine –
significa allontanarsi da casa, scegliersi da sé il destino e
l'università. Invia così domande disperate a college fuori mano e
fuori dalle sue modeste possibilità. Si barcamena fra l'allestimento
di un musical scolastico in cui no, non ha il ruolo principale, e la
scelta del vestito per il ballo di primavera. Si divide fra l'amore
per Lucas Hedges, represso rampollo di buona famiglia, e quello per
il chitarrista Timothée Chalamet, le cui pose da ribelle romantico
sono un'illusione. Aspetta la perdita della verginità,
l'ultima campanella, le risposte a tutti i suoi perché. Da un lato: l'amara realtà dei fatti. Dall'altro: il desiderio di allontanarsi a
ogni costo da una provincia che le sta stretta. Come fare, senza però
avere un talento particolare o il viso giusto? Irritante, difficile
da voler bene, Christine si sente dappertutto fuori posto: come me.
Ha un rapporto conflittuale con l'apprensiva Laurie Metfcalf, madre a digiuno di scene madri: come me. Fa di tutto per piacere agli
altri, perfino fingere, per poi tornare a scegliere la vecchia
migliore amica e la fidata compagnia della solitudine: come me. La
protagonista, che si firma “ragazza uccello” per quel suo naturale desiderio di spiccare il volo, sfortunatamente somiglia alla
gemella che non ho soltanto su carta. Manca per tutto il tempo l'empatia e, ogni tanto, ho
rischiato di trovare questa Saoirse Ronan col rimmel sbavato – più
leggera di quanto siamo abituati a vederla, non necessaria più brava
– antipatica e basta. Succede il tutto e il niente di un certo
cinema indie e l'acclamato Lady Bird, spesso,
sembra girare a vuoto. Abbozzando situazioni e personaggi per poi
troncarli malamente nel finale. Dirige e scrive Greta
Gerwig, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, ma la musa
dell'indigesto Noah Baumbach non cancella in novanta minuti le arie
hipster che si porta dietro; gli strascichi del mio fondato
pregiudizio. Una nomination per la miglior regia che sa tanto, troppo
di politicamente corretto. Una miglior sceneggiatura originale che
brillerà forse per onestà e freschezza, ma che originale proprio
non sembra. Perché Lady Bird sì, mi domando infatti, e il sottovalutato The Edge of Seventeen, con una
Steinfeld altrettanto intensa e scostante, no? Perché se lo
avessi scoperto sottotitolato e misconosciuto su un sito streaming, senza grandi speranze, probabilmente lo avrei consigliato
anch'io sottovoce? Commedia generazionale con una vetrina d'eccezione
– quella del cinema d'autore – che non penso le spetti, la
piccola Lady Bird vorrebbe
puntare troppo in alto. Ho seguito il suo volo per un po', ma l'ho
persa di vista. Mi sono perso io, forse. Non lasciando che, in cerca di un'altra
casa, dell'ennesimo plauso scontato, facesse nido nel mio cuore scettico. (6)
Che
belle, ho pensato con un briciolo d'invidia, quelle vite che sanno
trasformarsi in musical. Quante possono? Quelle che devi inventare a
tavolino, altrimenti sarebbero troppo simili alle nostre: senz'arte
né senza colore. Quelle di chi visse un'avventura, una favola, che
non poteva che diventare spettacolo spettacolare. P.T. Barnum,
professione amabile canaglia, affabulava, ingannava e incantava.
Imprenditore nella disincantata New York del tardo Ottocento,
cacciatore instancabile di sogni nel cassetto, investì il denaro che
neppure aveva prima in un museo delle cere, poi in un circo
all'avanguardia, infine per salvaguardare il talento della cantante
svedese Jenny Lind. Hugh Jackman – bello nella sua divisa da
domatore, sorridente e nel suo – canta e balla sui tetti, e fra le
lenzuola appese ad asciugare e le stelle vede un destino alternativo
per due bambine che non dovrebbero crescere a digiuno di speranza;
per una Michelle Williams non troppo convinta, non troppo
convincente, strappata a una famiglia facoltosa e condannata a
un'esistenza approssimativa in nome dell'amore. Sempre cantando,
sempre ballando, si convince quel Zac Efron di cui, dopo High
School Musical, è proprio un
piacere risentire la voce a fare a metà. Si cerca fra i reietti, i diseredati, i diversi, e si dà loro
la libertà di esprimersi. Di farsi deridere, ma da un
pubblico pagante: mostri con un cuore e un talento tutto da svelare.
Se romantici ma osteggiati, ed è il caso di un Efron vittima del
fascino esotico di Zendaya, ci si innamora di una trapezista di
colore anche a costo di riscrivere le stelle – il loro coreografico
duetto a mezz'aria è forse il momento musicale più emozionante e
riuscito assieme a This is me,
commovente inno di una donna barbuta che diventa un po' anche il
nostro. Se accecati dai riflettori, e invece è il caso di un Jackman
non senza macchie, si pretende di più: perdendo di vista gli
obiettivi iniziali e la magia che tutto muove. Vagamente disneyano,
The Greatest Showman non
convince proprio allora. Quando scopre una punta di disincanto, i
matrimoni messi in crisi da una Ferguson capricciosa (e doppiata), la
vita vera che a un musical conciliante proprio perché leggerissimo
poco si addice. Fluido nei volteggi della macchina da presa e dei
corpi, nel montaggio, orecchiabilissimo e sfarzoso ma tutt'altro che
memorabile, il film dell'esordiente Gracey non è un ritorno al
Moulin Rouge né sa
bissare il miracolo del novello La La Land.
Però poco importa: che scenografie, che luci, che facce, che voci.
Quanta gentilezza, quanto incanto, in questo freak show. Posso farne
parte anch'io?, domandi. Trovandolo grande comunque, anche se non
all'altezza del superlativo del titolo: una bugia bianca, con
stile, come quelle di mastro Barnum. (6,5)
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