La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)
Sono
uno spettatore che generalmente non si lascia turbare. Jennifer Kent,
già ai tempi del bellissimo esordio, tocca però i tasti giusti. E
al secondo lungometraggio, premiato a Venezia, conferma
il suo ascendente su di me. Tanto The Babadook mi aveva
affascinato, quanto The Nightingale mi ha scosso. Sarà che si
inizia col peggio – uno stupro, l’infanticidio –, per poi
giungere a un epilogo liberatorio, che stempera la sofferenza
in un’alba sull’oceano. In un’Australia trasformata in una
prigione a cielo aperto, un tenente spregevole – un inedito Sam
Claflin, lontano dai soliti film sentimentali – s’invaghisce
di una detenuta irlandese. Il capo di un plotone della morte come può reagire al
rifiuto? Sopravvissuta allo sterminio della famiglia, Clare ricerca
l’aiuto di un aborigeno: entrambi emarginati, i paria troveranno
punti in assonanza in quelle lingue e in quei canti così diversi.
Gli inglesi espropriano, violentano, bruciano, ammazzano. E la
visione non lascia niente di suggerito né di impunito. Il percorso
della coppia, disseminato d’incubi e cadaveri decapitati, risulta
provante e potentissimo, nonostante i discutibili viavai della parte
conclusiva. Classico ma inattaccabile, The Nightingale è
l’epopea western che non avremmo pensato nelle corde della regista;
un horror sui mali della colonizzazione, ambientato in una natura
resa ancora più selvaggia dalla presenza britannica. È uno schiaffo
in faccia per cui ringrazi. Il merito
spetta soprattutto all’interpretazione ribollente di Aisling Franciosi, che
conosce la vendetta ma anche il perdono; che ha seni beffardi che non
smettono di pompare latte; che confida più nelle parole che nella
violenza. La sua commovente collaborazione con Baykali Ganambarr,
indigeno che decifra le orme e il canto degli uccelli, regala un
duetto di rara intensità su un usignolo che non voleva né gabbie né
padroni; che preferiva ruggire anziché cantare. (8)
Stesi
sulla schiena, parlano fitto per dieci minuti. Sono un
padre e una figlia. Lui spiega a lei il sesso e l’amore. Le insegna
che nessuna razza è superiore alle altre. Le tramanda i ricordi di
una mamma da tenere in vita a furia di storie. Le racconta, rivisto e
corretto, il mito dell’arca di Noè. A salvare l’umanità dal
Giudizio Universale è stato davvero un uomo? Sono stretti in una
tenda da campeggio. Sembra una gita nei boschi, ma in realtà è la
fine del mondo. Le donne si sono estinte, non si sa perché, e quella
bambina – vestita da maschietto per camuffarsi – è
un’eccezione alla regola. Il padre, che trasmette infinita
tenerezza, è un uomo di parole e non d’azione. La figlia,
terrorizzata dall’evenienza di un abbandono, vive l’età in cui
inizia a pretendere gonne e giubbotti glitterati. Camminano tra gli
alberi, in cerca di ville o baracche. A volte s’imbattono in
anziani ospitali, altre in bracconieri spietati. Light of My Life,
esordio alla regia di Casey Affleck, non indugia nei sentimentalismi.
Non trasforma la sua giovane protagonista in un canonico simbolo di
resistenza. Per quanto questo atipico survival debba tanto, troppo, a
The Road e I figli degli uomini, l’odissea del minore
degli Affleck ha comunque la sua da dire. Grazie alla voce bassa e
intorpidita dell’interprete che già ci ha commossi con Manchester
by the sea. Attraverso la lentezza di un genere che mostra
poco ma suggerisce tantissimo, parlando più del presente che del
futuro; più di noi che dell’apocalisse. Travolto da un’accusa
per molestie, l’attore e regista fa ammenda con un atto d’amore
al genere femminile lungo un film. Come non credergli, come non
perdonarlo, dopo questa indiscreta lezione di vita e resistenza? (7+)
Mentre
ci si stappa i capelli per Cena con delitto, giallo di cui si
parlerà prossimamente, sotto Halloween – a proposito di feroci
rimpatriate tra parenti serpenti – era già arrivato in sala un bagno di
sangue ad altissima tensione. Una partita a nascondino disputata con
la suspance, dove una Rambo in tulle si emancipa in un battesimo
splatter degno delle migliori regine del brivido. Bella e
carismatica, con un visino che si concede le stesse smorfie di Emma
Stone, la promettente Samara Weaving convola a nozze con uno scapolo
d’oro. Durante la prima notte di nozze, però, la neosposina dovrà vincere una
sfida in particolare per essere accolta in famiglia: sopravvivere.
Con una satira sociale appena accennata, Finché morte non ci
separi somiglia alla versione disimpegnata di Get
Out. Qual è il segreto della famiglia omicida? Ambizione cieca,
o forse c’è lo zampino di Belzebù? I ritmi sono invidiabili,
l’umorismo è di quelli caustici, il divertimento è assicurato. Si
trattiene il fiato. Si maledicono gli antagonisti a ogni comparsata.
Si incita al dente per dente.
Iniziata come una fiaba romantica, la commedia horror culmina con una
perfida luna di miele. Pronti o no, vi vengo a cercare. Ma si è mai
pronti al grande passo? Ai titoli di coda potremmo credere ancor meno nei doveri coniugali, nei legami duraturi, nel lupo che perde il
pelo ma non il vizio: preferendo, almeno sul grande schermo, la morte
all’amore. (7)
C’è
del marcio in Danimarca. C’è chi da quel marcio viene
inevitabilmente corrotto, come Amleto in lotta per la
successione. E c’è chi, invece, quel marcio lo subodora prima di
altri: ovviamente, una donna emancipata e lungimirante. La fidanzata
del personaggio shakespeariano non aveva molta voce in capitolo
nell’opera originale: di lei ricordiamo l’annegamento e,
soprattutto, il capolavoro di Millais che ne fa una ninfa acquatica.
In un’epoca di femminismo e riscrittura, poteva forse mancare la
tragedia filtrata dal punto di vista di Ofelia? All’inizio dama di
compagnia, ci racconta una storia d’amore e vendetta nota ma non
troppo. Piuttosto fedele al Bardo, il film viene rovinato
dall’aggiunta degli ultimi dieci minuti, che lo trasformano in un
calderone di idee di seconda mano, che attingono ora ai veleni di
Romeo e Giulietta, ora ai tradimenti della Dodicesima
notte. Il resto lo fanno le forzature e gli anacronismi; un
rimaneggiamento non richiesto, adatto solo a riscattare la figura
agli occhi delle nuove generazioni. Vicina alla bellezza del pittore
ma lontanissima dalla complessità del personaggio, una Ridley fuori
parte – paradossalmente, convince nelle poche battute che ricalcano
il testo originale – capitana un cast inquadrato dal buon lavoro
del direttore della fotografia, ma che fa storcere il naso per la
parrucca dello zio Clive Owen e il passo falso di Naomi Watts, regina che fa quanto possibile per risultare
credibile. Essere o non essere, è questo il dilemma. Vive la
stessa scissione anche l’adattamento di Claire McCarthy: povero e
frettoloso. (5)
Violet
è una ragazza di belle speranze su un’isola sperduta al largo
delle coste inglesi. Figlia di una genitrice single sommersa dai
debiti, trova un angelo custode in un ex cantate d’opera ridotto a
un clochard solitario: in lei, giovane dalla voce angelica, sembra
vedere l'ombra di un talento cristallino. Brava ma non abbastanza ambiziosa,
protagonista di un talent show, l’adolescente si scopre spaventata
dai bagni di folla e dall’arrivo della puntata finale. Come
fronteggiare le aspettative e la pressione psicologica un ambiente
competitivo? In Teen Spirit, iconico soltanto per il titolo,
c’è l’ascesa di Violet, ma mancano i dubbi, le incertezze, la
battuta d’arresto. Fiaba canonica e un po’ superficiale,
preferisce i toni drammatici a quelli scanzonati e una fotografia
alla Refn, mentre la colonna sonora passa alcuni dei pezzi più ammiccanti delle ultime estati. Restano la regia e il montaggio
accattivanti, a opera del figlio d’arte Max Minghella; la bravura
assodata di Elle Fanning, dotata di una vocalità interessantissima e
sempre perfetta in ruoli che richiedono una bellezza a tratti
angelica, a tratti selvaggia. Telegenico e instagrammabile, con poco
cuore e altrettanta poca grinta, questo musical non ha la stoffa per
la fama. Forse ha l’X Factor – stile, interpretazione, qualche
performance da riascoltare –, ma per renderlo memorabile servirebbe il resto dell’alfabeto. (6)
Un’altra
ragazza di talento, un’altra storia di canto e rivalsa. Si parte
altrove, da lontano. In territori che, all’apparenza, hanno più
che fare con il thriller. Una regia caliginosa ci porta
negli Stati Uniti, nel cuore di una strage scolastica. La giovane
Celeste sopravvive. E canta la sua rinascita fino a diventare una
stella. Ma la sua carriera, inquadrata in tre tappe
fondamentali della formazione, è scandita da tre atti di violenza:
prima la strage, poi il crollo delle Torri Gemelle, infine un
attentato in Turchia. Perseguitata dalla fatalità, la pop star canta
i sogni infantili e il decadimento; l’ambizione e la barbarie.
Simbolo dei più, deve il proprio successo a Dio o a un patto con il
diavolo? Vox Lux, profondo su carta, vorrebbe raccontare
assieme all’evoluzione del personaggio femminile l’involuzione
del panorama musicale. Ma partito sotto i migliori auspici, con la
voce narrante tipica dei documentari, abbandona la cupezza iniziale
per una verbosissima seconda parte. Pretenzioso ma molto ben diretto,
il film di Corbet si articola infatti in una serie di colloqui con la
sorella maggiore di Celeste, la figlia, il manager Jude Law, un
giornalista scandalistico. La colonna sonora è poco
orecchiabile. E la protagonista, interpretata da adulta da una
dimenticabile Portman, incarna il prototipo della celebrità
capricciosa e narcisista, circondata di relazioni fallimentari e
tappe bruciate. Il tutto, in direzione di un epilogo da film-concerto, dove il playback spudorato di Natalie e le coreografie alla
Lady Gaga non sono all’altezza dell’apoteosi istantanea del
personaggio. Lo spettacolo deve continuare. E il film invece? Quando
comincia? (5,5)
Ci
sono quei film belli e sfortunati che passano in sordina. Ignorati ai
piani alti, non trovano nessuna distribuzione italiana: l'avvento del
sottotitolo, per fortuna, ha salvato dall'oblio la visione di Film stars don't
die in Liverpool – a carico,
la bellezza di tre candidature agli scorsi Bafta – e il
ricordo agrodolce di Gloria Grahame, diva già una volta sparita dai
radar. Probabilmente nessuno di noi, oggi, la ricorderà. Classe
1923, vincitrice di un Oscar nell'anno di Cantando sotto la pioggia, l'attrice aveva collezionato
quattro matrimoni fallimentari, pochi ingaggi e un tumore al seno mai
del tutto debellato. Meglio rinunciare alla chemioterapia, nella paura
di perdere i capelli, la bellezza e il lavoro. Stella del muto ormai
in caduta libera, negli anni Ottanta nascondeva la cicatrice della
mastectomia e s'innamorava di un aspirante attore più giovane di tre
decenni. Gloria porta Peter a New York, lo invita in ristoranti
frequentati da leggende del cinema, gli regala una favola da seguire
senza un briciolo di scetticismo. Lui, dalla sua, ricambia con un
altro copione; quello dell'ultimo grande amore. La Grahame fumava come Lauren
Bacall, si atteggiava alla maniera di una Marilyn seducente e
falsamente svampita: piena di femminilità e decoro, permalosissima,
faceva sparlare per le relazioni scandalose e sognava
di interpretare Giulietta benché non avesse più l'età. Ignorò strenuamente il
suo male, fingendo fosse indigestione; prima fuggì, come fanno gli
animali morenti, e infine si rifugiò a Liverpool presso la famiglia
di Peter, circondandosi di trucchi, pellicce e affetti sinceri. Si
reincarna alla perfezione, qui, nei gesti di una Bening somigliante e
straordinaria, al punto da non spiegarsi la mancata considerazione
dell'Academy. E si gode la compagnia di un ritrovato e cresciuto Jamie Bell, che
dopo i fasti di Billy Elliot torna
a ballare e a condividere il set con l'adorabile Julie Walters. La
biografia sentimentale di Paul McGuigan scivola con grazia
invidiabile dal presente al passato. Il famoso umorismo britannico e
qualche guizzo stilistico donano alla Grahame il batticuore finale, allora, e a
noi qualche furtiva lacrima in poltrona. Soprattutto, nuovo lustro
alle stelle offuscate dalla memoria breve di Hollywood. Film
stars don't die in Liverpool è
l'altra faccia di Viale del tramonto:
quella felice. (7,5)
Mali estremi
richiedono estremi rimedi. La Seconda guerra mondiale è in atto.
Hitler avanza. Diffonde la paura per le sue scelleratezze soprattutto in Europa. L'Inghilterra e le truppe alleate tremano. A
chi affidarsi in tempi così disperati? Chi vorrebbe sobbarcarsi il
peso di scelte decisive, questioni di vita e di morte? La proverbiale
patata bollente spetta a Winston Churchill: primo ministro,
essenzialmente, perché non c'era altra scelta. All'opinione
pubblica non piacevano i suoi modi radicali. I suoi discorsi
infervorati che parlavano della guerra come necessaria, mai banalmente
di pace. Darkest Hour, ritratto pubblico e privato del
politico inglese, racconta un uomo e un Paese indecisi sul da farsi.
Circondati da forti venti di guerra, da opinioni divergenti. Cosa
voleva il mondo da loro? Cosa il popolo? Dirige con mano elegante, al
solito, un impeccabile Joe Wright. Whiskey a colazione, la cenere dei
sigari dappertutto, le scelte importanti prese sulla tazza del water.
Qualche gradevolissimo tocco di umorismo british ma, in definitiva, troppa pesantezza. Da colui che mi ha reso digeribile Jane Austen,
moderna la letteratura russa, memorabile e spregevole la piccola
Saoirse Ronan, mi aspettavo classe immancabile, sì, e quella punta di
interesse che manca. Non amo il film bellico e Wright, che
in un meraviglioso piano sequenza aveva colto invece l'essenza della
battaglia di Dunkerque meglio e prima di Cristopher Nolan, non fa
eccezione. La guerra è mostrata non in campo ma nelle retrovie. Con
il linguaggio tutt'altro che semplice degli addetti ai lavori.
All'azione, Darkest Hour preferisce così i fiumi di parole di
un oratore bravissimo. Rigoroso e teatrale, il film finisce per annoiare spesso. Soltanto il Churchill uomo – vulnerabile,
bizzoso, capace di tenerezza giusto con la moglie Kristin Scott
Thomas e la stenografa Lily James – prende, diverte, con quella sua
figura tozza e un parlare indescrivibile, biascicato, che si perderà
sfortunatamente in fase di doppiaggio. Non possono bastare neanche i
virtuosismi di un Gary Oldman da Oscar – più grande del film in
sé, qui si dà a un one man show che fa quasi dimenticare gli sbadigli –
per illuminarla a giorno però, quest'ora più buia. (6)
Figlia
di due intellettuali, Mary cresce curiosa e malinconica, leggendo
poesie al cimitero e intrattenendo i fratelli con storie di spettri.
Appassionata di scienza e occulto, orgogliosa e romantica come Jane
Eyre, cade in contraddizioni a sedici anni: si innamora corrisposta
di Percy, impenitente e carismatico dongiovanni, e abbandona tutto –
la famiglia, l'horror, soprattutto il rispetto per se stessa – per
stargli accanto. Fanno scandalo. Convivono senza essere sposati,
vivono ambigui ménage a cui Mary a volte non riesce a opporsi e,
senza fissa dimora, sono assillati dai creditori. Lui predica e
pratica l'amore libero. Lei lo appoggia in teoria, ma nella pratica
vorrebbe trovare una voce e radici sentimentali più salde. Mary
Shelley,
romanzesco e appassionantissimo, lungo ma leggero come una piuma, è
uno di quei rari film in costume che sono riusciti a non annoiarmi
nel mentre. Complice una Elle Fanning la cui vista rinfranca ogni
volta il cuore e che, per temperamento ed eleganza, ricorda la Kidman
dei tempi felici. Con lei il narcisista Douglas Booth, l'indivisibile
sorella interpretata dalla Bel Powley delle commedie indie e Tom
Sturridge, perfetto Lord Byron dalla sessualità fluida e dagli occhi
bistrati. Incalzante, classico, bene attento alle emozioni e ai passi del processo creativo, il dramma biografico di Haifaa
Al-Mansour passa dal petto alla testa, dalla desolante morte di un
figlio agli avvisi dei creditori, fino ad arrivare a una
pubblicazione inizialmente accolta nell'anonimato. In giorni di
pioggia, ospite presso il castello di Byron, Mary sfidò se stessa e
le aspettative di un marito – e di un mondo – ancora maschilista.
Frankenstein
nacque per ripicca contro l'ozio di un inverno e l'insoddisfazione di una
giovane donna che si atteggiava a femminista ante litteram, per poi
struggersi con vergogna per le proprie pene d'amore. Dalla sindrome
di abbandono che portò con sé dal giorno della nascita. Dai
continui voltafaccia di un amante capriccioso, umorale e già
sposato. Nel ritratto semplice ma intenso di un'eroina da film di Victor Fleming, ci sono tutta la grazia di una Fanning che ormai non sbaglia
la scelta di un ruolo; il fuoco interiore che ne anima
le fughe, i discorsi accesi e le naturali contraddizioni; quell'amore
totalizzante, malsicuro, che genera i peggiori mostri e i migliori
capolavori. (7)
Insegnano psicologia. Insieme da una vita, belli e
affiatati come il primo giorno, si stimolano intellettualmente. Si
piacciono ancora. Non temono, perciò, che un'amante – la
studentessa più promettente del corso di lui, che con la sua
bellezza da bambola attira sguardi a lezione – possa dividerli. A
quella ventiduenne che vorrebbe cambiare il mondo, i coniugi Marston aprono prima la camera
da letto, poi la casa. Si innamorano entrambi di lei, con la scusa di
voler studiare i meccanismi delle confraternite, le relazioni umane,
i misteri della sessualità. William Moulton Marston perfezionerà la
macchina della verità, sperimenterà i piaceri del bondage e della
vita a tre, inventerà – per amore delle sue donne straordinarie –
il personaggio di Wonder Woman. Lontana dall'eroina buonista dello strombazzato film della Jenkins, l'amazzone sfidava il tabù
dell'omosessualità, praticava il sadomasochismo e, come il suo
ideatore, viveva in un mondo di sole donne. Il costume un po'
succinto ispirato al mondo del burlesque, corde e legacci come
metafora del rapporto amoroso: dove a volte bisogna sottomettere e
altre dominare, se in cerca di equilibri. Un Luke Evans non troppo
convincente deve difendersi a spada tratta dalle accuse di immoralità
e dal bigottismo di una Connie Britton che lo torchia. Deve farle
capire, farci capire, che non era solo per il gusto fine a sé stesso
di provocare. Che lui, la candida Bella Heathcote e una straordinaria
Rebecca Hall si amavano davvero: alla pari. E mettono così su
famiglia, crescono figli senza distinguerli fra è mio o è tuo, vivono un
felice ménage à trois – anche se l'intolleranza, le crisi
melodrammatiche sono dietro l'angolo – che può funzionare anche
lontano dagli appartamenti francesi di The Dreamers. Peccato
che Professor Marston & The Wonder Women, sulla falsa riga
di Masters of Sex, vorrebbe parlare di un
erotismo, di una modernità, che vuoi gli stilemi da fiction, vuoi le
briglie tirate da un'impersonale Angela Robinson, non riesce a
mettere in pratica. Peccato che un triangolo di belli e bravi sia
notevolmente sbilanciato, se la presenza della Hall – per fascino e
maturità – offusca quella di compagni non alla sua altezza.
Rispettosa e delicata, troppo, televisiva nella scrittura, la
biografia dell'uomo che ispirò Wonder Woman e le famiglie non
convenzionali interessa ma non solletica certe fantasie. Una vicenda
moderna, da conoscere, che rinuncia al sesso ma che di sesso parla –
quando c'è, girato con molto impaccio, ha Feeling Good in
sottofondo. Marston e le sue orgogliose odalische sarebbero fieri di
sapere che, decenni e decenni dopo, nell'anno in cui la loro
invincibile Diana è arrivata in sala con successo, il cinema stia
parlando finalmente di loro, mostandone serenamente i pensieri
sconvenienti e le passioni all'avanguardia. Meno all'idea che, nel
raccontare loro che di vergogna non ne avevano affatto, intervengano i
toni cauti, le immagini pulite, di un biopic che vorrebbe ma non può. (5,5)