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venerdì 18 febbraio 2022

And the Oscar goes to: La fiera delle illusioni | The Lost Daughter | Don't Look Up | CODA

Il cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole, anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi (anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo. Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì, in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere antiquato, il film si rivela una morality play amara, nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi) di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto, batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)

Una professoressa di mezza età trascorre le vacanze al mare in solitaria. Qui viene attratta da una giovane mamma, dalla sua bambina e dalla bambola di lei: suggestionata dall'incontro, mette inconsciamente in moto vecchi e dolorosi ricordi. La trama di uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, all'apparenza elementare, era in realtà materia incandescente difficile da maneggiare. Ci voleva qualcuno coraggio come l'attrice Maggie Gyllenhaal, qui al suo esordio alla regia, che forse sarebbe stata una scelta ben più giusta della solita Olivia Colman per incarnare le fragilità della protagonista femminile. Per non uscire fuori dai margini, Gyllenhaal rischia pochissimo (cambia l'ambientazione: non più l'Italia, ma la Grecia) e adatta il tutto con fedeltà filologica. Ma mentre il romanzo è sottile, una scheggia perfetta, il film si trasforma per eccesso di zelo nella sua versione più densa, caotica e pesante. Pur conservando i vaghi simbolismi horror, la regista rinuncia all'aura perturbante e saffica della vicenda – leggendo avevo pensato a un incrocio bollente tra Swimming Pool e Chiamami col tuo nome –, concentrandosi sui flashback di gioventù: per quanto la candidata all'Oscar Jessie Buckley si confermi un'interprete straordinaria, avremmo voluto vedere più Datoka Johnson. Motore dell'azione, l'attrice delle Sfumature di grigio ha poche battute e nessuna alchimia con il personaggio di Leda, che su carta immaginavo più intrigante e sensuale di questa Colman un po' goffa sotto l'ombrellone. Si può trarre un film da una storia pressoché infilmabile? Può una sceneggiatura sciogliere i non detti dell'inconscio? Qualcuno come Jane Campion, spietata e morbida perfino nel suo ultimo western, avrebbe osato il miracolo. Maggie Gyllenhaal, per quanto audace nelle scelte – ricordiamo, infatti, una carriera attoriale costellata di piccoli ruoli scandalosi –, fa il passo più lungo della gamba e non si dimostra all'altezza. (6)

Non me ne frega niente, cantava Levante, se il mondo crolla e non mi prende. La stessa indifferenza avvolge i protagonisti dell'ultima commedia di Adam McKay. Minacciata dall'arrivo di un cometa, la Terra ha cinque mesi prima della collisione: gli scienziati DiCaprio (bollato come il più sexy della TV) e Lawrence (vittima di una caccia alle streghe a colpi di meme) ci hanno avvisati. Peccato che, tra uno scandalo della Presidente Streep, le disavventure sentimentali della pop star Ariana Grande e i piani megalomani di un novello Steve Jobs, a nessuno importi dell'umanità. Se nell'era del consumismo tutto può essere monetizzato, chi ci salverà da noi stessi? Lungi dall'essere il miglior film del 2021, Don't Look Up è il più rappresentativo per ridere di gusto dei nostri folli anni e dei nostri folli coinquilini in quest'immensa casa blu chiamata Terra. Di quelli che negano ottusamente l'evidenza, anche davanti alle fosse riempite dal Covid-19; di quelli che minimizzano, procrastinano, inquinano; di quelli, stolti, che quando il saggio DiCaprio indica la luna (anzi, la cometa) guardano tuttalpiù il suo dito teso. Un cast di nomi altisonanti, per fortuna tutti adoperati al meglio, ci bacchetta prontamente in due ore tanto inquietanti quanto deliziose. L'apocalisse è già qui, ma siamo troppo impegnati a guardare altrove. Tranquilli: non è niente di serio, grazie a un quarto di Xanax e a una sceneggiatura originale (si fa per dire: si limita a mettere in fila i nostri cliché, i nostri orrori, il nostro peggio) già in odore di Oscar. (7)

Cosa si prova a essere l'unica persona udente in una famiglia di sordi? Lo ha raccontato Claudia Durastanti in un libro finalista al premio Strega e, ancora prima, un film francese di qualche anno fa: La famiglia Belier. Grande successo di pubblico e critica, si è inevitabilmente prestato a un remake americano. A sorpresa, l'ennesimo rifacimento non richiesto ha stravinto anche all'ultimo Sundance. E allora meglio concedere un'opportunità a CODA (acronimo di Child of Deaf Adults), diventato uno dei protagonisti della stagione dei premi. Ruby, diciassette anni, ha una doppia vita. Ogni mattina sale come mozzo su un peschereccio per poi appisolarsi in classe. Sbeffeggiata dai coetanei, in casa è comunque a disagio a causa di quei familiari rumorosi, libertini, imbarazzanti. Sordi. Destinata a seguire le loro orme nell'attività di famiglia, la giovane si impensierisce quando scopre un talento inespresso: la musica. Ma come potrebbe una carriera da cantante non apparire un affronto verso i genitori? Di buoni sentimenti, perfetto in tempi di inclusività, questo remake prende molti degli sketch comici del film originale, ma con un convincente alternarsi dei punti di vista approfondisce il disagio vissuto dai protagonisti. Nonostante gli occhi (lucidi) siano puntati sul talento di Emilia Jones, attrice emergente di straordinaria empatia, c'è spazio anche per gli altri membri della famiglia. Per le loro paure, per il legittimo egoismo, per il loro drammatico isolamento. Apparentemente esclusi dalla ricerca dell'indipendenza della secondogenita, provano tuttavia il doloroso bisogno di capirla. Questa volta non si chiamano Belier, ma Rossi. Non parlano francese (be', si fa per dire), ma inglese. E lì dove non arrivano le parole intervengono magicamente l'università dei gesti, delle canzoni e un'emozione chiamata cinema. (7,5)

venerdì 24 dicembre 2021

Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights

Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)

Jonathan Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film, dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata. Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco. Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico, dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda: il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle, ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me, si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)

Può un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio? Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado, l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura, intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni. Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)

In un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima, infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho odiato. (4)

Da Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi, le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York. Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi, poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più indifferenti noialtri. (6)

sabato 15 dicembre 2018

Mr. Ciak: Lazzaro felice, Il testimone invisibile, Searching, Lucky

Si chiama Lazzaro e come l'omonimo biblico ha vissuto una doppia vita. La prima ha inizio in una campagna senza confini e senza tempo in cui si sgobba con il sorriso sulle labbra: un'adolescenza come mezzadro nei terreni di un'avara nobildonna e, grazie all'arrivo del figlio ribelle di lei, finalmente l'epifania. La marchesa ha costretto i braccianti a un Medioevo ignorante, truffaldino e malpagato: sovrana di un impero di tabacco pronto a vacillare, la Braschi ha intossicato la manodopera con un lavoro nobilitante all'apparenza e infinite bugie. La verità, tuttavia, rende liberi davvero? Qual è l'effetto del progresso su chi l'ha conosciuto di sfuggita per generazioni e generazioni, complici le visite sporadiche di rampolli capricciosi dal ciuffo punk? L'acclamatissima Alice Rohrwacher porta con sé i plausi di Cannes, l'affezionata sorella Alba e un diffuso senso di stupore. Il taglio verista di una prima metà in linea con il cinema di Olmi si sposa con le stranezze della conclusiva: quella in cui scoprire che il tempo è relativo, e che per alcuni non passa mai, per altri vola in un lampo. Quella in cui questo Lazzaro con gli occhi belli dell'esordiente Adriano Tardiolo – ventenne acerbo e imbabolato, eppure capace di bucare lo schermo con la semplicità di un'occhiata – ci conduce in una moderna agiografia piena di allegorie e prodigi inspiegati. Proprietà di nessuno, senza mamma né padre, il protagonista si fa in quattro per il prossimo e ama sognarsi fratellastro di un figlio di papà di cui brama l'amicizia. Non cede a compromessi, non cresce, non viene scacciato. Fa ingresso nella sua seconda vita sulle proprie gambe, gioioso come una Pasqua, seguendo le indicazioni stradali dei ladri d'appartamenti e la luna nel cielo. Un Piccolo principe in cerca della sua Rosa, un San Francesco capace di ammansire le bestie selvagge e meno i capitalisti, che fa tappa in un'altra esistenza. Poiché miserabile quanto la prima, bisogna imparare a sfruttare per non essere sfruttati e non c'è traccia di verde se non ai bordi delle ferrovie. C'è sempre indigenza, ma di un tipo diverso. Abbondano i grigi, i debiti, lo squallore, e la magica sospensione dell'apologo viene minacciata dalla mancanza di galanteria, dallo strombazzare delle automobili imbottigliate, dalla fila inferocita in banca. Lo segue la musica. Lo segue un lupo, anche a costo di sfidare il traffico dell'ora di punta. Lo seguiamo noi, a tratti troppo confusi per dirsi felici, ma incantati. (7,5)

L'ambizioso imprenditore Scamarcio è riverso in una camera d'albergo. Poco più in là c'è il cadavere di una Leone femme fatale. La stanza è chiusa dall'interno, le finestre bloccate. Da dov'è entrato, da dov'è uscito l'assassino? All'alba di una testimonianza decisiva, una grandissima Maria Parato torchia l'uomo: seduti agli antipodi del tavolo, avvocato e cliente rivangano il passato. Arrivando a riesumare il ricordo di un incidente con omissione di soccorso di cui papà Bentivoglio ancora non si capacita. E un piano criminale su più livelli i cui esiti lasciano basiti per i mille incastri, lo studio machiavellico dei colpi di scena, gli intrighi delle deposizioni. Il testimone invisibile, visto in anteprima a una proiezione gratuita, è un thriller coi fiocchi: non facciamone un altro mistero. Peccato che, a proposito di inganni, abbia un risvolto negativo: le sue idee migliori vengono dal bel Contrattempo, passato purtroppo in sordina su Netflix. Copia carbone dell'originale spagnolo, il film nostrano si sposta dalla Catalogna al Trentino; ripropone l'eleganza della messa in scena e le claustrofobiche atmosfere teatrali senza improvvisare variazioni sul tema. Il remake non aggiunge niente di nuovo, no, ma continua a essere un intrattenimento a regola d'arte: possiamo fargliene forse un crimine se Mordini, dopo Pericle il nero, proprio non sfigura nel paragone? Le dinamiche del giallo alla Christie restano vincenti perché lasciate intonse. Rispondono a tono, così, il montaggio serratissimo; una regia di insospettabile classe; un quartetto di attori convincenti che non si lasciano intimidire mai dai voltafaccia o dagli stravolgimenti dei punti di vista. Una domanda resta, e su un blog che parla di romanzi suonerà senz'altro obbligata: perché scomodare autori stranieri con le librerie piene di firme rinomate – vedasi Donato Carrisi, prima scrittore e poi regista dell'altrettanto solido La ragazza della nebbia? Mi sarei lambiccato, confesso, davanti a un rimaneggiamento indecoroso. I bandoli del Testimone invisibile, nonostante la conoscenza dell'originale abbia rovinato l'effetto sorpresa, mi hanno però divertito da morire. Trucchi, beffe e segreti di un giallo perfetto su un delitto perfetto: peccato, questa volta, sia d'importazione. (7)

Che invenzione, il computer. Scatola magica che da vent'anni a questa parte custodisce le nostre vite come un infinito album fotografico. Contiene traccia delle nostre gioie e dei nostri dolori, una copia delle ricette della nonna e le e-mail urgenti, scatti e video in abbondanza. Un corto circuito, un comune guasto, e ci sentiremmo persi per sempre. Il computer è un diario intimo: a volte, il confessore dei nostri peggiori segreti. Lo pensiamo seguendone attravero uno schermo gli alti e bassi della splendida famiglia Kim – dalla spensieratezza dei primi giorni di scuola fino alla tragica morte della donna di casa, senza mai trascurare i saggi di fine anno o le vacanze in compagnia – e a proprie spese, nel momento del bisogno, lo scopre il capofamiglia di un John Cho sempre più serio, sempre più intenso. Sua figlia, quindici anni, è scomparsa. Tre chiamate perse in piena notte, l'impossibilità di rintracciarla, e infine un'amara consapevolezza. Non è in gita con gli amici – non ne aveva –, non è a lezione di pianoforte – ha smesso di nascosto sei mesi prima –, non è nella macchina ripescata dal fondo della palude – qualche macchia di sangue sul cruscotto, ma il cadavere manca. L'opinione pubblica, gli hashtag, i messaggi su Facebook parlano di Margot come di una novella Laura Palmer: che fine ha fatto? Sono tutti sospettati, compreso quel papà apprensivo – evidentemente non abbastanza – con cui l'adolescente evitava qualsiasi dialogo, preferendo raccontarsi perfino agli sconosciuti di YouCam. Aggiungete al quadro un'ottima Debra Messing, inedita sbirra con a cuore il destino della scomparsa, e potreste avere la trama del classico giallo investigativo. La realizzazione di Searching invece spiazza: esperimento non meno efficace dei recenti The Guilty e American Vandal, a opera di un esordiente di ventisei anni appena. È da un computer che assistiamo all'intero diramarsi della vicenda: leggiamo i messaggi privati, origliamo le conversazioni telefoniche, frughiamo nei ricordi in cerca di indizi. Zoomiamo. E in questo intelligente elogio all'arte del multitasking – i pericoli della rete, eppure, son sempre dietro l'angolo – si trovano le risposte a tutti i misteri, i colpi di scena spiazzanti e un cuore assolutamente commovente. Toccante e calibratissimo, perfetta unione di mezzi tecnici e scrittura d'impatto, Searching è la struggente ricerca di un uomo solo: una tipica riflessione sul rapporto genitori-figli, sul paradosso tutto contemporaneo dell'asocialità al tempo dei social, che sceglie il più atipico dei mezzi per illuminarci. Dopo Crazy Rich Asians, è l'anno degli attori coerani che conquistano i cinema e il botteghino americano. È l'anno dei gialli bellissimi perché inaspettati, come una richiesta d'amicizia inoltrata dalla suspance in persona. (7,5)

Esercizi tutte le mattine, lunghe passeggiate, un irrinunciabile pacchetto di sigarette nel taschino. Le gambe snelle, il cuore giovane, due polmoni perfetti. Finché Lucky, arzillo ma solo al mondo, un giorno sviene: così, dal nulla. Ha novant'anni suonati e prima di quel malessere viveva la sua modesta routine nell'inconsapevolezza: non si era mai reso conto di essere vecchio. Come reinventarsi nell'immobilismo stagnante di certe province? Come essere una persona migliore, se a lungo ha evitato aiuti esterni, compagnia e palliativi? Sorprendersi delle piccole cose è sempre un'ottima idea: i quiz a premi alla tivù, un posto a sedere alternativo nel solito bar, la testuggine in fuga dell'amico David Lynch, qualche rissa da non disdegnare poiché reduce di guerra. Non pensarci, alla morte, significa forse evitare che accada? È stata lei alla fine a cogliere in contropiede lo straordinario Harry Dean Stanton: il caratterista nell'ombra, qui al suo primo e ultimo film da protagonista, sarebbe scomparso poco dopo aver prestato acciacchi e speranze a un personaggio dal nome augurale. Retore astutissimo, caratterizzato da un senso di giustizia e un decoro d'altre epoche, l'anziano ascolta Johnny Cash, s'imbuca ai compleanni dei bambini e canta con i mariachi commuovendoci un po', parla di nichilismo e antichi conflitti armati. Lascia la porta aperta alle tartarughe, che magari poi tornano a casa, e alla bellezza dell'imprevisto: un cactus centenario e mal tenuto – peggio di lui, insomma – sulla cui cima non smettono di fiorire i boccioli. Piccolo e saggio, con atmosfere vicine ai romanzi di Kent Haruf, l'esordio alla regia di John Carroll Lynch è una lezione di vita già sentita, ma con l'urgenza agrodolce del commiato. Senza mai calcare la mano – anzi, il passo – cammina su questa terra, in questa esistenza, e a ben vedere qualche impronta la lascia. Grazie agli andirivieni di una routine reiterata. Grazie a una sceneggiatura onesta, che non cerca stratagemmi per farsi ricordare, eppure ci farà ricordare di Stanton. Per sentirci fortunati di averlo conosciuto: anche se poco, anche se in ritardo. (7)

sabato 13 ottobre 2018

Mr. Ciak: A star is born | Sulla mia pelle

Su carta era un progetto nato sotto una stella avversa. Posticipato a data da destinarsi e infine affidato a un esordiente d'eccezione, il terzo rifacimento della storia d'amore tra la cantante in ascesa e il pigmalione in caduta libera non sembrava da farsi. Servivano i nomi giusti. Serviva una vetrina sfavillante – la laguna di Venezia – per invitare gli spettatori a non sottovalutarlo. A star is born, protagonista così di una nuova alba, a sorpresa sfavillava e commuoveva ancora. Piaceva, e spesso agli insospettabili: più alla critica che al pubblico, più agli americani che agli italiani, più agli uomini che alle donne. La trama è presto detta: lei, cameriera non abbastanza attraente per sfondare, si rivela essere una fulgida supernova quando una vecchia gloria la trascina sotto i riflettori; lui, cantante fallito dedito all'alcol e all'autocommiserazione, è al contrario un buco nero. Benché della stessa natura, sono inconciliabili in quell'esistenza fortunata sul palcoscenico ma sfortunata in amore. La luce dell'una significherebbe l'oblio dell'altro, o viceversa. Le note sono sette, ci ricorda nel finale il fratello di un ottimo Sam Elliot. Le canzoni, a lungo andare, raccontano così tutta la stessa storia di cuori infranti: a cambiare è l'intensità di una voce, che aggiunge personalità e vissuto a un ritornello altrimenti sin troppo scontato. Lo stesso, a proposito di remake, si potrebbe dire del cinema odierno: poche idee e qualche stimolo da ricercare in un cast perfetto, dai protagonisti ai comprimari, o nel felice assemblaggio del comparto tecnico. Non fa eccezione questo A star is born, appesantito da un risaputo canovaccio che non prova nemmeno a rinnovare e che, trattandosi per l'appunto di un film musicale, ci distrae dal già visto a suon di canzoni coinvolgenti e rigorosamente suonate live; grazie alle bellissime intuizioni della prima parte – dal colpo di fulmine in un fumoso gay bar al ritornello messo a punto nel parcheggio di un supermercato, dalle famiglie popolose delle commedie di O'Russell ai goffi contrattempi dei boy meets girl –, che lo rendono l'incastro mancante tra i drammi indie e i film-concerto. Se un Cooper impegnato per la prima volta in una doppia veste non era mai stato così affascinante e ispirato, tutti gli occhi sono per una Lady Gaga all'altezza della scommessa: canticchia la Garland sovrappensiero, ha il naso importante della Streisand e gli implacabili primi piani, spogliandola della solita maschera di trucchi e lustrini, ne mettono in evidenza perfino un po' di pancia quando è seduta al piano. È nella lista delle sue imperfezioni, apprezzabili perché capaci di mostrarcela meno aliena, di renderla un'interprete più sincera, che si trovano i pregi di un film trainato interamente dalla sua sconosciuta vulnerabilità: la stessa che fa innamorare un Cooper roco e scapigliato; la stessa che presto attira un gruppo di discografici pronti a stravolgerne l'immagine, trasformando la Germanotta – ragazza di provincia acqua e sapone, e viva i suoi denti a zappa, ode al suo naso aquilino – nella Gaga che fa incetta di Grammy, di hit vuote ma orecchiabili. La storia, purtroppo, è vecchia come il mondo, e il suo essere stata proposta e riproposta nelle generazioni si avverte dall'inizio alla fine. Il melodramma, sottogenere che avrebbe bisogno di emozioni costanti, minaccia di diluirsi soprattutto a metà – momento fatidico della crisi coniugale, già dolente in quel La La Land senza diretti precedenti. A salvarlo dallo stucchevole e da una morale per me poco condivisibile sono il suo spirito da rozzo cowboy, che mi ha ricordato il Clint infatuato dei Ponti di Madison County, e la magica alchimia di una coppia bene assortita. Bradley Cooper e Lady Gaga – di stelle, a questo giro, ne sono infatti nate due – sono talmente complici, talmente in sintonia, da riuscire per fortuna ad allontanarsi dalla superficie (o meglio, dal superficiale), come canta il loro migliore duetto. (7)

Le fotografie del suo corpo hanno fatto il giro dei telegiornali. Facendo sì che della nostra Italia sempre più esecrabile si parlasse in tutto il mondo, ma per i motivi sbagliati: il braccio violento della legge, gli ingranaggi di una burocrazia che temporeggia, una sanità che aggrava anziché guarire. Quel cadavere senza giustizia, diventato presto l'esempio del peggio di cui siamo capaci, aveva un nome e una dignità. Una storia di cui i restanti misteri, pare, sono stati sciolti appena qualche giorno fa: a nove anni dall'omicidio. Stefano Cucchi, geometra romano di buona famiglia, era un giovane uomo con i suoi sbagli a carico: una dipendenza difficile da arginare e un'ingente partita di droga, trovata in casa sua soltanto dopo l'aggravarsi della sua salute, forse destinata allo spaccio. Lontano dall'agiografia, l'esordio di Alessio Cremonini – presentato in anteprima a Venezia e poi arrivato su Netflix non senza controversie, non senza prima passare da qualche sala – racconta i suoi ultimi giorni. L'arresto, il processo e la successiva detenzione: brevissima, perché consumata più negli ospedali che dietro le sbarre. Sulla mia pelle non cerca giustizia e non grida vendetta, rinunciando al piglio bellicoso del film d'inchiesta, così come Cucchi non domandava clemenza ma semplicemente i farmaci per l'epilessia o l'incontro con genitori che, purtroppo, lo rivedranno ormai cadavere. Come spiegare l'impossibilità di fare perfino pipì, i danni insanabili riportati alle vertebre, il sopraggiungere della morte: il tutto, in una cella di sicurezza in cui non sentirsi affatto al sicuro? Tutta colpa delle scale ripide, mormora Stefano abbracciando Tortora, di recente padre affranto anche nella Terra dell'abbastanza. Tutta colpa delle forze dell'ordine, dirà invece la sorella Trinca: a ragione furente, leggevo, ma dai più additata come opportunista – i rapporti tra i due, infatti, dovevano essere meno rosei di quanto qui ci venga suggerito. Tutta colpa della sceneggiatura scarna, inoltre, i difetti di una ricostruzione rigorosa ma fallace, schematica all'inverosimile? Quelle che sono le incertezze del film di Cremonini, in realtà, ci aiutano meglio a riflettere sull'assurdità di un'odissea zeppa di incongruenze, di buchi, di mezze verità. Non ne trova senz'altro giovamento il cinema, in una produzione che ha i suoi limiti oggettivi – troppo aperto il caso per affrontarlo con un punto di vista che effettivamente manca all'appello –, nonostante la prova di un incredibile Borghi, per cui, all'estero, avrebbero scomodato le nomination agli Oscar, l'Actors Studio, le trasformazioni di Bale o Fassbender. Ma è grazie a simili storie di criminalità, eppure, che si smuovono le coscienze collettive, livide per l'indignazione e non per le mazzate, e che l'evitabile destino di Cucchi potrà magari uscire dalle sabbie mobili. Nascosto sotto la pelle di un interprete camaleonte, aggrappato con le unghie e con i denti alla nostra. (6,5)

lunedì 9 luglio 2018

Mr. Ciak - Flaiano Film Festival: Figlia mia, La terra dell'abbastaza, Sono tornato, Youtopia

Dal 29 giugno al 6 luglio, con una cerimonia finale sullo sfondo di Piazza della Rinascita, si è tenuto a Pescara il quarantacinquesimo Flaiano Film Festival. Il primo per cui ho timbrato il biglietto. Diciotto film divisi in quattro categorie, Riccardo Milani come direttore artistico e un red carpet aperto ad alcuni fra i migliori volti di casa nostra: il tre volte Premio Oscar Vittorio Storaro, Ferzan Ozpetek, Elena Sofia Ricci, Monica Guerritore, Greta Scarano, Filippo Timi, Massimo Popolizio, Francesco Montanari, Ennio Fantastichini, Rolando Rovello, il trio Ward-Conticini-Muniz, lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, Alessandro Cattelan.

La Sardegna è quella brulla e ancestrale di Michela Murgia. Lì si raccontano leggende e bugie. Ci si scambia i figli. Si vive di quel che porta a riva la benevolenza del mare. Valeria Golino, con una tinta scura che le fa più bella e i vestiti dei giorni di festa, ha affidato le sue preghiere prima alla Madonna, poi ai lombi della Rohrwacher: tanto bene integrata la prima, quanto sciagurata la seconda, non avrebbero in comune niente, se non un segreto con i capelli rossi; un patto da violare nel momento in cui la derelitta Angelica, tutta abitini inguinali e lingua impastata, non avanza una pretesa prima di lasciare l'isola per sempre. Conoscere un po' per capriccio, un po' per desiderio, la bambina che ha partorito e subito ceduto a una genitrice migliore di lei. La piccola Vittoria non conosce la verità sulla propria nascita, ma è troppo selvatica, troppo curiosa in fatto di baci e imprese impossibili, per appartenere a una famiglia dalle discrete possibilità economiche che le impone gli abiti da signorina, il costume intero in spiaggia, gli orecchini meno appariscenti e animali domestici che non somiglino a scrofe, galline o cavalli. Il sangue chiama. La bussola interiore porta sempre e comunque alla fattoria fuori mano dell'irresponsabile madre biologica; mentre colei che l'ha cresciuta, in paese, si strugge per diritti che non le spettano, la torta di compleanno intonsa, un letto vuoto. Dopo Vergine giurata, Laura Bispuri torna al cinema con un melodramma al femminile con i colori accesi, la telecamera a mano impegnata a seguire le protagoniste in piani sequenza impressionanti, una storia di maternità salveggia. Figlia mia è una carnale romanzo di formazione fra due fuochi, sotto il sole a picco, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. Disarmante per immediatezza e generosità, è il rito iniziatico di una bambina contesa, voluta allo stesso tempo da tutti e da nessuno. Come succede alle anguille, stando ai racconti dei padri pescatori, viene partorita al largo per poi raggiungere il punto di partenza. Perché le bestie dalla natura acquatica e le figlie della Bispuri, tagliato il cordone, trovano sempre la strada di casa: a guidare le due litiganti, colei che dall'alto del suo sfacciato metro e trenta se ne frega della buona educazione e delle leggi degli uomini. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme, l'amore. (7,5)

Mirko e Manolo frequentano la scuola alberghiera, ma non vogliono essere camerieri. Proprio non se ne parla, di servire. Si desiderano padroni. All'inizio pensavano a un'attività in proprio, ma il destino ha piani alternativi. Hanno avuto la fortuna di investire l'uomo giusto: ricercato da un clan del posto, il latitante è stato freddato per caso da due ventenni su di giri, che fanno di quell'omicidio preterintenzionale una merce di scambio; un modo per svoltare. Il clan vuole sdebitarsi, li vuole a bordo. Perché se uccidere viene loro sorprendentemente facile, il malaffare è la via. Siamo nell'immancabile provincia romana di Garrone, Sollima, Caligari: volgare, stagnante, miserabile. Le femmine sognano i talent show alla TV; i maschi di continuare a giocare alla guerra. Qualche mamma nel frattempo fa i salti mortali per sbarcare il lunario e qualche padre – un inedito Tortora – liquida la morte come fosse un hobby. Applaudito all'unanimità al Festival di Berlino e vincitore della Migliore opera prima ai Nastri d'argento, l'esordio dei fratelli D'Innocenzo è una tragedia urbana pesantissima e potente. A sangue freddo. Non lascia scampo con i suoi schiaccianti primi piani e una scrittura in caduta libera, che da candida si fa efferata. Nuovo capitolo da inserire con successo nel filone dei drammi criminali, quelli che più ci riescono ma che più annoiano, La terra dell'abbastanza racconta sempre la stessa storia, sì; mostra sempre il solito sesso squallido e i soldi sporchi; tutto già detto, tutto già visto. Eppure, guardandolo, ho avuto la sensazione di assistere alla nascita di qualcosa di significativo: sentiremo parlare presto dei D'Innocenzo, che hanno un taglio indie come marcia in più, e degli scapestrati Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, che ricordano Marinelli e Borghi (amici-nemici al limite nello speculare Non essere cattivo) non solo per la fisicità o gli accenti. Anche se tra te e te credevi in fondo di averne avuto abbastanza, di spari a tradimento e ragazzi interrotti. (7)

Dici Miniero, e pensi subito ai remake su misura d'italiano. Dici Sono tornato, e ti vengono in mente il best-seller tedesco che non sei riuscito ad avere o la trasposizione che non ti ha mai interessato troppo. Vedi Popolizio, con una voce e una presenza sceniche straordinarie, e pensi che sia perfetto per il ruolo di colui che ingannava e incantava il gregge. Vedi Matano, ancora, e ti domandi cosa ci faccia in un film semiserio, e pensi che peccato: ti è sempre stato simpatico, sì, ma non che come attore convinca granché. Comunque poco male. Perché combattuto tra pro e contro, tra il desiderio di recuperare l'originale e la consapevolezza che questo aggiornamento potesse cogliere più nel (nostro) segno, sono andato a vedere la commedia satirica in cui a tornare non è il famigerato baffone, bensì il socio. Letteralmente piovuto dal cielo, si fa seguire da un aspirante documentarista – e a Matano, con il ruolo giusto, male non si può volere – in giro per uno Stivale da riconquistare. Gli extracomunitari, le unioni civili, la destra e la sinistra che non esistono più: a detta sua, il nostro disonore. Gli italiani lo trovano spassoso e affascinante, lo scambiano per un comico: gli danno un programma che fa ascolti, e tutte le ragioni. Miniero prende senz'altro il meglio dal film originale, sferza e smuove, ma il politicamente corretto resta – a sorpresa, direi, se parte di un Paese di spettatori permalosi, di gente più colpita dall'uccisione di un cagnolino in CGI che dalle persecuzioni razziali. Si ride dunque moltissimo, ma a denti serrati. Si ha paura, sotto sotto. Lo share, la popolarità, dicono come i più trovino il Duce non soltanto simpatico, ma una soluzione necessaria. Voce della ragione, una nonna smemorata che mette la pelle d'oca con i suoi ricordi shock. Al suo arrivo in sala, eppure, Sono tornato non ha fatto gran rumore. Troppo intelligenti gli italiani, o troppo punti sul vivo per proferire verbo?  Si ride nerissimo, ci si guarda indietro e avanti. Dove eravamo. Dove andremo. In una Italia su ruote, sui canali della TV trash, che spererebbe di riprendere tutto ciò che è suo. Un nulla di fatto, sublimato dalla peggiore forma di nostalgia. (6,5)

Si è riso più che con Favola. Si è storto il naso più che per la mancanza di carattere di Dopo la guerra. La soglia della credibilità, abbassata più che nella fiaba Tito e gli alieni. Ma non parliamo di una commedia grottesca, di un dramma politico che non sa bene che pesci prendere, di fantascienza per bambini; piuttosto della disperazione per la crisi economica, di sesso e potere, del lato sporco di internet. Di una ragazza che a diciott'anni mette all'asta la propria verginità per salvare la casa dal pignoramento. Lei è una De Angelis tutta tette a vista e bronci, che nella sua cameretta chatta con il romantico avatar doppiato dall'attore di Mommy e si concede un paio di topless davanti alla webcam. Donatella Finocchiaro, qui mesta e avvinazzata, è sua madre: ci prova anche lei a spogliarsi, a un certo punto, ma alla fine cuce alla figlia un vestito da Cenerentola per la temutissima notte con Haber: farmacista pescarese vizioso e repellente, con un improbabile sottoposto che conosce il Deep Web e una schiera di prostitute a cui proporre i peggiori giochi di ruolo. Vuole la carne fresca, adesso, di un'adolescente che non contempla altra via, che un lavoro non sembra mai cercarlo davvero, che ha fatto del proprio status la versione sozza di Ready Player One. Vorrebbe essere un dramma di denuncia ma ha gli scivoloni delle commedie sexy, questo Youtopia. Indifendibile su ogni fronte, brutto e immorale, ridicolo per sbaglio – vedasi i ben poco ammiccanti pruriti anali di una escort impegnata a flirtare col farmacista sbagliato o un annuncio che, nonostante le lacrime esagerate della Finocchiaro, genera l'ilarità in sala. Di cattivo gusto, senza uno sguardo o un briciolo di sex appeal, Youtopia è risate incerte a scena aperta e una bella De Angelis che, purtroppo, si perde nelle maglie della rete, e della bruttezza. (4)

Ho rivisto: Favola (7,5); Tito e gli alieni (7,5).

sabato 22 aprile 2017

Mr. Ciak: The Edge of Seventeen, La cura dal benessere, Famiglia all'improvviso, Baby Boss, Piuma

Nadine convive con il trauma della morte del padre, una mamma protettiva, un fratello vanesio ma non vuoto come il luogo comune vorrebbe. La sua migliore amica, la sola, le ha spezzato il cuore. A scuola la fanno distrarre un insegnante esasperato, che la protagonista deve avere scambiato per uno sportello psicologico, e il classico ragazzo bello e dannato. Eppure The Edge of Seventeen non è il classico film teen. Di certo, non un'altra stupida commedia americana. Esordio fortunatissimo nel circuito indipendente - la protagonista è arrivata anche ai Golden Globe -, è una fotografia agrodolce della vita liceale. Ci sono i pro e i contro, il pessimismo cosmico, le beffe di Madre Natura. Un'eroina sconsolata che, in cerca della propria autenticità, si perde e si ritrova. Nadine non è particolarmente bella, non è particolarmente popolare. Costretta alla crudeltà per legittima difesa, si rende una una spina nel fianco pur di non essere ignorata. Sboccata, egocentrica, sprezzante, è fieramente chiusa nella propria misantropia: barricata dietro i musi lunghi e i vestiti brutti; nella lotta contro i mulini al vento, gli adulti e il suo nemico numero uno – se stessa. Solo lei soffre, infatti. Solo lei ama non ricambiata. Solo lei ha ragione, mentre chi le sta accanto ha torto marcio. A essere sbagliati sono l'universo, gli altri, o proprio lei? Hailee Steinfeld, qui brutto anatroccolo, è adorabile con le sue smanie, il suo cinismo e gli scarponi che danno nell'occhio: sui Red Carpet, intanto, fa girare le teste. Il titolo originale parla dell'adolescenza come fosse una vertigine. Un bordo, un limite. Ma tranquilli, dice, se vi sbucciate le ginocchia. Se baciate le persone sbagliate, rispondete male e ve ne pentite. A un tratto rinsavisci. Hai tanto tempo, tanta vita ancora, per rimediare. Per fare pace con il tuo riflesso allo specchio, mattina dopo mattina. (7)

Lockhart, giovane rampante a Wall Street, viene spedito in una spa all'ombra delle alpi per ricondurre all'ovile un importante azionista. Chi, in fondo, non sarebbe lieto di soggiornare in un simile paradiso? Bloccato con una gamba rotta nel castello – teatro, duecento anni prima, di un amore finito nel fuoco –, Lockhart si infatuerà della sfuggente Hannah e, in cerca della verità, tornerà dal suo trattamento cambiato nel profondo. Sano o malato? La cura dal benessere, nuova creatura dell'inaffidabile Verbinski, è un'esperienza curiosa. Ha una durata spropositata, una straordinaria estetica burtoniana, un gusto tipicamente europeo. Lo spettatore, dall'inizio alla fine, ne è in balia. Avevo provato qualcosa di simile, vagamente, seguendo le stranezze  di The OA – e dal gioiello Netflix, neanche a farlo apposta, Verbinski prende in prestito lo scienziato pazzo di Jason Isaacs. Se però nella serie TV il gioco valeva la candela, lo stesso non può dirsi di questo ibrido riuscito a metà. Un horror con lo spunto di Shutter Island, le montagne innevate di Youth e i degenti sui generis di The Lobster, che sembra un gioco punta e clicca. Un'indagine nei territori del romanzo gotico e della mente umana, in cui il senso di attesa – in definitiva, mal riposto – porta all'affermarsi di una progressiva frustrazione. In due ore e venti di incesti, corpi in formaldeide e anguille, La cura dal benessere si rivela squilibrato e a tratti senza capo né coda. Ci sono buchi narrativi imperdonabili, scene visionarie splendide ma assolutamente fini a loro stesse – il sontuoso ballo finale, la sequenza di un Lockhart annaspante mentre il suo infermiere si trastulla –, dettagli che vanno al posto sbagliato o restano sospesi nel loro brodo primordiale. Verbinski risponde con un comparto tecnico impeccabile, il carisma del promettente DeHaan, la seduzione di Mia Goth (che a volte è bella, altre brutta, ma nel dubbio si fa contemplare). La sua: una terapia claustrofobica, irrisolta, piuttosto superficiale. Un pasticcio di idee, echi, volontà incoerenti. Ma un pasticcio di quelli affascinantissimi, e tanto basta. (6)

Samuel mette la testa a posto nel momento in cui si scopre padre. Tocca farlo, se la mamma di sua figlia gli lascia la neonata tra le braccia e scompare. Il protagonista parte per Londra in cerca della genitrice in fuga. Rimarrà lì, dopo aver trovato lavoro come stuntman e rinunciato alla speranza di dare una madre alla piccola Gloria. Finché, otto anni dopo, la fuggitiva non torna all'ovile. Famiglia all'improvviso è il remake di una commedia messicana vista qualche anno fa, Instructions Not Included: una chicca imperfetta ma emozionante, con una protagonista dolcissima e una svolta finale da crepacuore. La copia carbone dei francesi – di solito, quelli destinati a essere riadattati, non a riadattare – piacerà, forse, a chi non sa bene cosa aspettarsi. A chi della pellicola originale non ha conosciuto il calore e i difetti grandi e piccoli – una durata eccessiva e la serietà della parentesi giudiziaria, anche qui superflua e furbissima. La storia cambia lingua e colore, e nella traduzione trova quella retorica, quella stucchevolezza, di cui non reputavo capace il cinema d'oltralpe. Il remake parigino ambientato in Inghilterra sembra una produzione statunitense. Con gli sfarzosissimi loft dai mattoni a vista, gli stereotipati amici gay, la bambine ricciolute che scorazzano in giro come in Annie e un Omar Sy, venuto già a noia, che vorrebbe essere Will Smith. Una falsa americanata, insomma. Di quelle patinate, ricattatorie, che del vecchio film fa proprie le pecche ma non l'onestà. Che si lasciano guardare a guance asciutte, e da chi ha lasciato i dotti lacrimali sfitti in attesa che This is us, a proposito di genitori e figli, di famiglie allargate, torni a farci disperare come questo Hugo Gélin qualsiasi non sa. (5,5)

L'usurpatore è arrivato in casa in taxi. Indossava un completo scuro e uno di quei sorrisi che fanno fessi gli adulti. Si è introdotto nella famiglia perfetta. Solo Tim sa che il nuovo arrivato, però, non è innocente come appare. Sembrerebbe l'intreccio di un thriller home invasion. Siamo, invece, all'interno dell'ultimo cartone DreamWorks. Colui che ha stravolto gli equilibri di una famiglia come tante altri non è che un neonato. Un fratello minore tenero e dispotico, che monopolizza le attenzioni, toglie il sonno e, sul suo seggiolone, ordisce congiure insieme ai malefici bimbi del vicinato. Da dove vengono i bambini? Cosa fanno quando nessuno li tiene d'occhio? In Baby Boss non li portano le cicogne né crescono sotto i cavoli. Qualcuno di loro, infatti, si forma in una compagnia esclusiva in cui si resta imberbi per sempre e si combatte la concorrenza spietata dei cuccioli, amatissimi sui social. E se smettessimo di fare figli, un giorno, preferendogli il cane dei sogni? Tra allegre contaminazioni di generi e citazioni – dall'Esorcista al Signore degli anelli, chi ne ha, più ne metta -, pappe e guance cicciottelle, Baby Boss è un intrattenimento spassosissimo, educativo e originale nell'approccio. Racconta le rivalità in famiglia come in una storia di spie (in pannolino). Ricorda l'importanza dei legame di sangue – i parenti purtroppo non li scegli e non puoi neanche rimandarli indietro, tocca farseli piacere scovando il meglio – con una leggerezza gradevole, ma incapace di durare nel tempo. Per chi dai fratelli maggiori ha ereditato i panni smessi e i giocattoli usati. Per chi, come me, dai minori ha preso tutto il resto – complessi di inferiorità inclusi. (6,5)

Ferro e Cate hanno fatto una cazzata epocale. Glielo rimproverano tutti. Adolescenti o poco più, si sono imbarcati in un'impresa più grande di loro: diventare genitori. Pensano di tenere la bambina. Vorrebbero chiamarla così, Piuma, come augurio di leggerezza. Presentato al Festival di Venezia, accolto dalla severità dei fischi in sala, la commedia di Roan Johnson aveva disseminato il tappeto rosso di simpatiche paperelle di gomma. Aveva provato invano a portare una ventata di freschezza nel rigore della nostra kermesse. Di chi era la colpa: della critica ufficiale, notoriamente intransigente, o di un film troppo modesto per un cinema italiano che ci ha regalato numerosi fiori all'occhiello? La verità sta nel mezzo. Piuma è un lungomotreggio senza grandi ambizioni e senza grossi meriti. Male non gli si vuole, ma il Juno dalla cadenza romanesca – qui, a tratti, decisamente fastidiosa – ha esordienti spontanei e una sceneggiatura risicata. Le arie da commedia indie, giustificate nelle sequenze oniriche a pelo d'acqua, si incontrano e si scontrano con situazioni concepite calcando la mano; con personaggi chiassosi, nevrotici, che non rimpiangevamo. Le minacce d'aborto portano i protagonisti a passare l'estate a casa, rinunciando al viaggio della maturità. I compagni ritornano vittoriosi, tra tentazioni e conquiste amorose. L'appartamento si restringe, con una piscina gonfiabile in salotto, due genitori litigiosi e un papà scansafatiche, un nonno con procace fisioterapista al trotto. E ci si ripensa ma ci si ravvede. E si esagera, a volte, con la commedia goliardica – quella delle famiglie allargate, dei tradimenti immotivati, dei figli venuti a colpo sicuro: I Cesaroni, per intenderci –, preferita provincialmente a quella indipendente. (5,5)

mercoledì 26 ottobre 2016

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Train to Busan, Goodnight Mommy, 31, Martyrs (US)

Su un treno ad alta velocità diretto a Busan, in una Corea annientata da un contagio di cui si intuisce appena l'origine, si incrociano le storie di personaggi agli antipodi, ma in lotta per avere salva la vita. Dislocati da un capo e l'altro dello stesso convoglio, devono raggiungersi. Un broker anaffettivo, divorziato, e la figlia per cui non è mai stato presente; una scolaresca; una coppia in attesa del loro primogenito; due sorelle anziane, che vivono in simbiosi. Al centro, però, vagoni e vagoni stipati di infetti famelici: la bava alla bocca, i morsi letali, fame di carne umana. Presentato prima a Cannes, poi alla Festa del cinema di Roma, Train to Busan è il film sugli zombie che i festival internazionali – vuoi lo straordinario successo in patria o le coloriture politiche che, purtroppo, non ho saputo cogliere – non si sono lasciati sfuggire. Cosa ci fanno i morti viventi, tra pellicole impegnate e critici con la puzza sotto il naso? Come si sopravvive su un mezzo affollato che, spedito, punta dritto all'apocalisse? L'horror di Sang-ho Yeon, regista orientale che proviene dall'animazione più all'avanguardia e che solo ora, solo qui, passa agli attori in carne e ossa – la carne, però, dev'essere rigorosamente al sangue, come i survival di ogni dove insegnano -, piace ai più colti per il ritratto di una Corea contemporanea, dilaniata, contraddittoria; a tutti gli altri – dunque, a me, a digiuno di attualità – per l'intrattenimento perfetto che, con le sue due ore dense e angoscianti, rappresenta. Non sono un appassionato di cinema coreano e gli zombie, visti in tutte le salse, in ogni contesto immaginabile, sono le figure da brivido che meno mi attirano. Nonostante le riserve iniziali, però, Train to Busan è una corsa a perdifiato, sorprendente per realizzazione, ritmo, sentimenti in ballo; non mancano una o due trovate spassose – il buio pietrifica i non-morti, ad esempio, e i protagonisti, allora, si trovano ad attendere la galleria successiva come l'acqua nel deserto –, ma non erano stati messi in conto gli occhi un po' lucidi, in un finale mélo. L'umanità disparata e disperata di Yeon, autore altresì generoso con lo splatter e la spettacolarità in pieno stile Hollywood, si stringe forte, infatti, contro la pandemia; e gli esseri umani, vili, a volte feriscono più dei mostri. Questi zombie corrono come atleti olimpici, elevano muraglie di morti, si ergono come una barriera tra te e la speranza. Questi protagonisti, eroi disarmati ed empatici, fanno stringere i pugni e le lacrime della piccola Soo-an, mossa dalla tenera volontà di conquistare l'attenzione di un genitore sfuggente, spezzano il cuore. Senti il suo pianto, la sua canzone, alla fine del tunnel? (7,5)

Lucas ed Elias sono angelici, biondi e perfettamente identici. Per loro, ogni momento è buono per giocare; per loro, è sempre estate. Si inseguono sotto la grandine, giocano nei boschi e il loro rapporto, simbiotico e misterioso, è troppo stretto e morboso per comprendere un'altra persona. Esclusa perfino la mamma, dunque, che trovano assai cambiata dopo un'operazione di chirurgia plastica al viso. Sotto le bende, ci sarà la donna di sempre o c'è stato uno scambio? In una casa impersonale e dispersiva, immersa nel folto dei boschi viennesi, si consuma così un angosciante e malato gioco di ruolo: i posti si invertono, le vittime diventano carnefici e i dubbi si accumulano. Goodnight Mommy, gelido thriller psicologico coi ritmi lenti e le immagini senza sbavature del cinema europeo, parlerà di mamma folli o dell'innocenza del diavolo? Ibrido a metà strada tra il dramma esistenzialista e l'orrore, il lungometraggio diretto a quattro mani dalla coppia Fiala-Franz si rivela sì e no all'altezza delle alte aspettative. In rete, ormai mesi fa, già recensioni fidate lo accoglievano con entusiasmo. Goodnight Mommy è inquietante, simbolico, malato: materia freudiana fatta di incubi ad occhi aperti, disgustose allucinazioni a sprazzi, misteri che purtroppo hanno esiti molto prevedibili. Se il colpo di scena finale risulta scontato, al contrario appaiono però di grande originalità la curata messa in scena – la casa dei tre è una prigione austera, piena di ombre acuminate – e svolte crudeli che vanno al di là della violenza fisica e psicologica. I volti fasciati e la crisi di identità. Cornici vuote e tragedie di cui nessuno parla. Fratelli coalizzati sempre, anche nel perpetrare il male. Una paura realistica, ma meno universale che nello splendido The Babadook – anche lì l'infanzia, l'essere genitori e metafore su metafore – che non ti abbandona. Goodnight Mommy è una stridente ninna nanna con lo stile di La pelle che abito e un non so che del miglior Polanski: sgradevole e strisciante, nonostante tutto, come il pensiero che fino alla fine ti accompagna. Quante energie ti prosciuga un bambino? Soprattutto, perché un figlio? (7)

Siamo negli anni '70, ed è la notte più infestata dell'anno. C'è, però, chi ad Halloween si diverte a modo suo: a spese degli altri. Come una ricca e misteriosa coppia di coniugi che, imbellettati come due antichi artistocratici, ospitano una casa degli orrori che è la loro corte di sanguinari e bizzarri assassini. Tradizionalmente, giunto il trentuno di ottobre, catturano le loro prede: questa volta, una rozza e affiatata compagnia di giostrai girovaghi. Devono sopravvivere agli attacchi letali di nani neonazisti, losche figure da fumetto e pagliacci con nessunissima voglia di scherzare. Vedere l'alba, a Murder World, è un'impresa. Come eludere, per dodici ore, la compagnia della morte? Dopo i bistrattati Salem e Halloween, Rob Zombie – per alcuni regista cult, per altri sconclusionato affabulatore: io, al solito, sto comodo al centro -, sembra abbandonare i concettualismi da poco e ritornare alle origini. C'è tanto della famiglia Firefly, Sheri Moon compresa, nell'allegra brigata protagonista. Zombie ritorna con un horror piccolo, a basso budget, il cui titolo suona quasi come un matematico conto alla rovescia: dopo La casa dei 1000 corpi, adesso questo 31. Survival tutt'altro che inconsueto negli sviluppi, che sembra un The Purge rivisto e corretto: sporcato dentro e fuori, fino alle ossa, da un regista che non va per il sottile. Il gore, la patina di sporcizia superficiale, i villain memorabili – su tutti, il “conte” McDowell e un esagerato Richard Brake, che farebbe le scarpe a qualsiasi Joker da strapazzo. Purtroppo, l'originalità di 31 si limita al monologo d'apertura e a una chiusa irrisolta, con gli splendidi Aerosmith in cuffia; agli sporadici guizzi nella caratterizzazione dei comprimari. Il resto, una lotta alla sopravvivenza a cui ripetitività, interpretazioni e resa non giovano di certo. Zombie, raffinatissimo perfino nello shock e nei litri di profondo rosso versato, altrove si era dimostrato un abile regista: qui, senza controllo del mezzo e con un'irritantissima telecamera a mano, si dà alle riprese traballanti, amatoriali, e nelle scene più concitate confonde fino al mal di stomaco. 31, inizialmente annunciato dal modesto Rob come il suo capolavoro, perfino molto atteso, in realtà è il solito horror con figurine abbozzate, senza ieri e senza domani, con antagonisti rimarchevoli e la regia di uno Zombie che farà parlare pochissimo di sé, se non per la grana insolitamente grezza della sua ultima regia. (5,5)

Correva l'anno 2008. E, a scatola chiusa, mi procuravo sottotitolato un horror sconosciuto, che di lì a poco tutti avrebbero considerato capolavoro. Martyrs mi aveva convinto a metà: un inizio folgorante, che ammiccava alla ghost story, al “rape and revenge”, e un prosecuzione logorante, sadica, in cui l'occhio della macchina da presa indugiava fino alla noia sulle violenze ai danni della tribolata protagonista. La domanda: cosa c'è dopo la morte? Otto anni dopo, se qualcuno me lo chiedesse, direi che non mi era piaciuto, giacché di mio tengo a mente più gli epiloghi – quello, di estrema crudeltà – che gli ottimi spunti. Vuoi azzardare il remake di un cult, tu, se sei parte di una coppia di registi esordienti, hai un cast televisivo, tutto il mondo contro e la possibilità concreta che il film, messo già alla gogna, sia distribuito solo in homevideo? Vuoi sfidare i cinefili che ancora prima di vedero, avevano espresso un giudizio sfavorevole, su Imdb? I fratelli Goetz e gli sceneggiatori di Vacancy ci provano. Due orfane, a dieci anni dal loro incontro, fanno irruzione in una casa come tante: brutalmente, la più provata del duo massacra i membri della famiglia. E, nel loro scantinato, scoperchia un segreto scomodo. Fino a metà, il nuovo Martyrs è lineare e rispettoso: meno cupo, meno autoriale anche, non ha però il taglio dozzinale che presumevo. Nella seconda parte, invece, prende una strada alternativa, diventando tutt'altro: forse il solito horror americano, che meno indugia nei dettagli morbosi, meno prova le nostre resistenze, ma agli occhi di chi l'originale – proprio in vista del bagno di sangue conclusivo e degli spiegoni intrisi di misticismo – non l'aveva bene assimilato, il lavoro dei Goetz pare decoroso. Certo, le sevizie sono blande e lo splatter parsimonioso. Certo, forzato parlare di martirio – le sedute di tortura sono costellate di ellissi – e irrealistica la riscossa finale di una delle protagoniste. La Sally Langston di Scandal è un'affascinante antagonista;Troian Bellisario, con la sua eroina traumatizzata e dolorante, si conferma la sola interprete capace nell'allegro pollaio di Pretty Little Liars. E questo Martyrs perderà prevedibilmente il confronto con il suo capostipite – ne lima le particolarità, gioca a carte scoperte, non tenta la via della provocazione intellettuale – ma a chi, isolata voce fuori dal coro, all'altro aveva rimproverato presunzione, sofismi e persistenza, sembrerà un trattamento tutt'altro che barbaro; non il massacro predetto. (6)

giovedì 20 ottobre 2016

Zapping #2: The Exorcist, Quarry, The Good Place

In anni di rimaneggiamenti e scarsa fantasia, l'idea del remake, infine, ha sfiorato anche L'esorcista. Horror cult visto quando non avevo ancora l'età, verso cui non ho nutrito mai chissà quale timore: reverenza, sì, perché anche a detta di chi, guardandolo, non è saltato dalla poltrona, la piccola Regan e la sua storia infernale non invecchiano mai. Tacciono i soliti detrattori, però. E, in casa Fox, il novello The Exorcist è stato accolto senza scomporsi. In parte, perché dietro a un nome che pesa c'è tutt'altro: se sia un seguito o un reboot, infatti, non è ancora chiaro. In parte, perché è una serie che spicca per discrezione e non per ascolti alle stelle. Dietro un titolo inequivocabile, un'altra storia. In una famiglia di persone devote e di buon cuore, in cui la matriarca è interpretata da una tiratissima ma convincente Geena Davis, la piccola di casa – ingenua e seducente insieme - inizia a comportarsi in maniera inquietante. Ci si appella al parroco del quartiere, giovane dalla fede vacillante, che a sua volta chiede la consulenza di un prete noto per i suoi metodi poco ortodossi. Qui e lì, a intermittenza, risuona lo storico motivetto che la produzione avrà pagato fior di quattrini per avere. Qui e lì, The Exorcist ha i suoi bei pregi: l'interpretazione di Ben Daniels, già magnetico coreografo in Flesh and Bone – il suo giovane collaboratore, invece, è il messicano Alfonso Herrera, visto in Sense8; un taglio affascinante; i serial killer fanatici che, a partire dal secondo episodio, sterminano un quartiere, strappando di netto cuore e occhi alle vittime. Cosa lo distingue, però, dallo sfortunato Damien e da quell'Outcast che, per noia, ho volentieri abbandonato a sé stesso? Cosa ha in comune con il capolavoro di Friedkin, e perché non scegliere di intitolarsi in altro modo? Sperando che trovi una sua strada e che, con il tempo, il pubblico americano decida di non cambiare canale, lo seguo volentieri. I pro che affiorano potrebbero vincere i contro, i pregiudizi e gli irragionevoli, ma inevitabili, confronti. ()

Mac, di ritorno dalla guerra del Vietnam, scopre che non c'è più posto per lui. Il padre si è risposato, la moglie l'ha tradito; gli si nega un lavoro decoroso e, in città, tutti parlano a mezza voce di uno scandalo ignominioso successo al fronte. Cosa fare, se nulla hanno potuto i vietcong, ma il destino si è accanito contro un uomo brusco, ignorante, un po' violento, ma fondamentalmente sfortunato? Non resta, perciò, che darsi su richiesta alla vita criminale. Il reduce senza speranze, ora sicario improvvisato, è il protagonista di Quarry, miniserie tratta dai premiati romanzi noir di Max A. Collins. I ritmi sono lenti, introspettivi, e gli ambienti grigi e sporchi: siamo dalle parti di un True Detective, spiegazzato, insonne, metropolitano. Sullo sfondo, gli anni Settanta dello scandalo Watergate, tornati già di moda con The Get Down e Elivs & Nixon. Ma senza lustrini, disco music, luoghi comuni. Il protagonista, eccellente, è il Logan Marshall Green che spiccava, per la bella barba e la bella faccia, nonché per l'impressionante somiglianza con Tom Hardy, nel thriller “da camera” The Invitation. Di lui - che esagera, si sporca e si spoglia, come Mortensen in La promessa dell'assassino - e di questo Quarry, giunto intanto al sesto di otto episodi, sentiremo senz'altro parlare. (Sì)

Eleanor Shellstrop, in vita, non è mai stata una santa. Bugiarda, avida, egoista. In vita, dico, perché ora è morta: investita da un camion che trasportava Viagra, nel bel mezzo del parcheggio di un grande supermercato. La sua grottesca dipartita, tra il tragico e il ridicolo, le ha permesso di occupare un posto d'eccezione in paradiso. Un aldilà su misura, progettato da Michael: braccio destro dell'Altissimo, lì al suo primo incarico. Ci sono case colorate, cieli blu, si vola e si incontra l'anima gemella planando. Ci si capisce, perché tutti parlano la stessa lingua. Ma l'architetto celeste, sbadato e inesperto, ha fatto un errore madornale. La protagonista, infatti, pecora nera, era destinata all'altra metà del cielo. Lo sanno solo lei – una Kristen Bell che ci riprova in tivù, ma con scarsa convinzione – e il suo unico amico. Manterranno il segreto? Riusciranno a renderla abbastanza gentile da meritarselo, un posto lassù? La sua presenza, intanto, scatena il caos. The Good Place, comedy con la ex Veronica Mars in cerca di nuovi ingaggi e altre mete, è un intrattenimento dei più innocui. Realizzato così così, non particolarmente divertente, da vedere solo se non si ha di meglio. Prevale, in generale, l'impressione che durerà poco. Soprattutto, la sensazione che nel “posto cattivo” ci sarebbe stato tanto, tanto di più per cui divertirsi. (No)