sabato 10 marzo 2018

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Revenge, The Crescent, The Lodgers, Les Affamés

Alcune bellezze sono così sfacciate da mettere nei guai. Succede a Jen, che arriva a bordo di un elicottero privato nella villa dell'amante. Una casa da rivista nel bel mezzo del deserto di Mad Max. Il sesso, le feste, i viscidi soci di lui. Che la guardano ballare con la bava alla bocca, la desiderano, la hanno con la forza. Prima stuprata, poi messa a tacere con le cattive, Jen muore e resuscita in un letterale bagno di sangue. La sua sola colpa: essere troppo bella. Il suo solo scopo, se in un rape and revenge di quelli classici ma rigorosissimi, vendicarsi in maniera memorabile. Nero, esilarante, femminista, Revenge di originale non avrebbe nemmeno il titolo. Cosa me l'ha resto però un potenziale cult all'interno di un sottogenere che di spregevoli violenze sessuali e torture esemplari ne ha proposte e riproposte in abbondanza? Lo stile inappuntabile di chi sa unire Lolita a Rambo, un'estetica assurdamente alla moda a una violenza ributtante. Il corpo a corpo a nudo, come in La promessa dell'assassino, e trip allucinogeni che amplificano i cinque sensi ma spengono il dolore. Il mancato physique du role di due dei tre aguzzini, quasi buffi, e quello invece da capogiro di una Matilda Lutz che ci mette l'anima e soprattutto il corpo. Non violentate Jennifer, recitava il titolo del capostipite di film come questo. Non ci provate neanche lontanamente con l'attrice di origini italiane, già vista con occhi innamorati in L'estate addosso e Rings, che qui impressiona ancheggiando perfino uno spettatore poco ormonale come me e lascia che tutti i nodi vengano al pettine, armata di fucile e tanga. Se in un film che ha la marcia in più del cinema francese, se diretta da una regista donna, se in un'opera prima di quelle autoironiche e spregiudicate, Matilda passa da succinta icona sexy ad amazzone, da oggetto sessuale a corpo contundente. Mostrando che per alcuni fondoschiena, per qualche amore sbagliato, è necessario avere il porto d'armi. (7,5)

Mamma e figlio, una villa sulla scogliera troppo grande per due, un vuoto. Si sente forte la mancanza dell'uomo di casa, se il bambino piange e fa i capricci. Si sente forte la mancanza di un compagno, se si è ancora giovani per essere vedove e il crepuscolo, il vicinato, pietrificano per lo spavento. Quando cala il buio, dall'acqua emergono figure spettrali. Il male gocciola sul bagnasciuga e, immobile, spia dalle finestre. Cosa vuole la notte da quei protagonisti fragilissimi, già perseguitati dalla morte e dagli spettri della perdita? Horror psicologico che con molta probabilità e altrettanto disappunto qui non vedrà mai la luce, The Crescent è un esordio precoce, impressionante, nel segno delle tragedie familiari e dei simboli sfuggenti di quel Babadook che miete già proseliti. La prima parte ha la lentezza e l'intensità di un dramma a due. Mamma e figlio, bravissimi, dividono la scena fra momenti di sconforto e altri di tenerezza. Ti ci affezioni piano. Speri che lui si comporti da ometto e che lei riesca a trovare nella pittura, nell'amore per il piccolo, una via di fuga dalla depressione. La suggestione, le stranezze, salgono insieme all'alta marea, ma l'esordio del canadese Seth A. Smith affascinava già prima che i misteri della costa venissero a galla. Per la bellezza dei moti ondosi che, in sequenze quasi liriche, si confondono con i grumi di colore delle opere d'arte della protagonista. Per l'umanità di naufraghi del dolore che per tutto il tempo vorrebbero soltanto aggrapparsi: alla vita che resta, tra loro. Spaventa la mutamorfosi del sinistro dirimpettaio, che nasconde sotto la pelle la corazza di un paguro in cerca di casa. Si intuisce il colpo di scena finale, arrivati al giro di boa, ma il difetto è un altro: quei finali, al plurale, sì, che appaiono di troppo. Puntini sulle “i” per dare confini precisi a un incubo lynchiano; a un delirio subacqueo che un senso, una chiave di lettura, li troverebbe lo stesso. Alla deriva in un film, in un oceano – emblema ora di vita, ora di morte –, che strappa e risarcisce. (7,5)

La solita magione fatiscente nell'Irlanda del primo Novecento. Due gemelli – lui morboso e agorafobico, lei desiderosa di scappare con un giovane soldato ferito – che hanno chiuso fuori il mondo. A mezzanotte, la loro casa ospita i fantasmi. I due, chiusi in camera da letto, ne evitano il contatto: pur sapendo che è cosa impossibile eludere le loro attese; cambiarne i piani. Il regista Brian O'Malley, presente in sala, ha citato The Others, Giro di vite e Miriam si sveglia a mezzanotte fra le proprie ispirazioni. Ha parlato di un'educazione come artista, che si palesa a colpo d'occhio nelle atmosfere fiabesche e in un'insolita cura formale – nota a margine, ha scelto come set cinematografico una casa dalla fama losca che, nell'anno delle riprese, avrebbe compiuto fatidicamente 666 anni. Avrei anche perdonato la scarsa originalità, un colpo di scena male assestato, ma The Lodgers non ci prova nemmeno. Nessuna attesa, nessuna suspance, nessun brivido. Che senso hanno i fantasmi senza questioni irrisolte, se di un solito horror si tratta? Accanto alla bravura dei protagonisti, quei Charlotte Vega e Bill Milner che a onor del vero hanno volti inquietanti il giusto, in The Lodgers purtroppo si stentano a trovare altri pro. Affascinante nelle atmosfere ma sonnolento – chiedetelo a mio fratello, che non ha resistito a occhi aperti allo spettacolo delle ventidue –, questa solita ghost story ha spauracchi che paura non fanno e uno sviluppo non prevenuto. Stanco, non ho neanche avuto voglia di pungolare Diego per irritarlo a dovere. The Lodgers si meritava il suo sonno, sì, e i sottotitoli su Cineblog01. Non una sala per sé, né di certo un festival. (4,5)

Il solito manipolo di sopravvissuti, tra le nebbie e le campagne di un paese che resiste a un'inspiegata apocalisse. Spostarsi qui e lì, ma purtroppo a passo di gallina, in cerca di qualche supersiste con cui relazionarsi e di non morti ora da raggirare, ora da uccidere con qualsiasi arma a disposizione. Ero curioso di conoscere gli zombie secondo Robin Aubert, pare assai bene accolto allo scorso Toronto Film Festival. Di scoprire un cinema franco-canadese che non viveva soltanto del genio di Xavier Dolan, ma anche di registi poco conosciuti alle prese con una storia troppo risaputa. Les affamés (disponibile anche su Netflix, con il titolo I famelici) non mi è piaciuto, e non ne faccio misteri. L'ho trovato irritante, pretenzioso, e a fine visione non ho fatto compagnia a quegli spettatori che hanno abbozzato un mezzo applauso. Visivamente suggestivo (i misteriosi totem eretti nella brughiera, l'inquietante fissità di mostri immobili come le gemelline di Kubrick, un gore presente nelle giuste dosi), è un horror scarno, secco, ma vuoto più che esile. Si va lenti, molto, pur essendo per tutto il tempo in pericolo mortale. Si vagabonda senza speranze come nella Strada di Cormac McCarthy, ma senza mai prendere a cuore i protagonisti – volti e vicende anonime, che il pomeriggio stesso avevo già scordato. In un genere a digiuno di novità, con gli zombie che da otto anni a questa parte si sono fatti anche a puntate, Les affamés sceglie le peggiori borie da film da festival per distinguersi. Come se tutta questa noia, nell'horror, fosse poi l'ingrediente che mancava. (5,5)

8 commenti:

  1. Matilda la si vede sempre e comunque. E' riuscita persino a rendere quasi bello L'estate addosso e quasi decente The Ring 3... :) Revenge poi, nonostante titolo e genere, sembra avere una marcia in più rispetto a lavori simili. Prossimamente scoprirò se sarà solo merito della protagonista o no.

    The Crescent pure come genere di storia non sembra niente di nuovo, però il tuo voto è molto incoraggiante. ;)

    The Lodgers già dal trailer mi ha fatto venire una gran voglia di risparmiarmelo, e a quanto pare non ho fatto troppo male.

    Les affames mi attira solo per la sua franco-canadesità, ma è probabile che passi anche questo...

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    1. Revenge, nonostante sia già visto, grazie alla bella regia e a una protagonista più bella ancora, aiuta a vedere la Lutz in fondo al tunnel, parlando dell'abusatissimo genere.

      The Crescent è lento, lentissimo, ma spaventoso ed emozionante. Basti vedere il trailer, strano forte. Confido nei sottotitoli, prima o poi.

      Gli altri, saltali pure.

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  2. A sorpresa, i film che volevo vedere sono quelli che hai bocciato, quelli che non pensavo di poter apprezzare, quelli che ora ho scritto in agenda. Mi fido dei tuoi voti, anche se su Revenge continuo ad avere dubbi, magari troverà posto solo come visione estiva leggerissima.

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    1. The Lodgers è davvero un buco nell'acqua, mentre Les Affamés pare comunque apprezzatissimo altrove. Noiosetto, ma dura poco: prova.
      Be', Revenge, scollacciato e leggero com'è, è una perfetta visione estiva. Meno The Crescent: gelido, ma ti piacerebbe.

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  3. segno Revenge che mi sembra forte, The Crescent e pure L'estate addosso, snobbato proprio per il mio pregiudizio su Muccino

    salto senza paura The Lodgers, preferisco riguardare quel cult di The Others :)

    di solito il genere apocalisse|zombie non mi dispiace, ma se mi dici lentezza, mmh... già mal tollero quella in cui è piombata The Walking Dead

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    1. Sarò uno dei pochi italiani, probabilmente, a trovare Muccino un ottimo mestierante. Sempre molto furbetto, antipatico, però L'estate addosso a sorpresa mi era piaciuto: teen movie fresco fresco, con belle facce e una nota di malinconia finale che non guasta.

      The Other stupendo, da vedere e rivedere. Ho letto bene - a proposito di fantasmi, a proposito di registi spagnoli - di un certo Marrowbone. Se lo vedi prima tu, sui soliti siti, fammi sapere!

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  4. mi segno revenge e the crescent. da come hai descritto revenge mi ricorda Bitch Slap – Le superdotate magari meno assurdo (?) però mi aveva fatto ridere. gli altri due li salto senza problemi!

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    1. Ah, però senz'altro meno assurdo, sì!

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