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venerdì 24 dicembre 2021

Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights

Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)

Jonathan Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film, dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata. Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco. Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico, dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda: il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle, ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me, si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)

Può un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio? Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado, l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura, intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni. Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)

In un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima, infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho odiato. (4)

Da Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi, le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York. Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi, poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più indifferenti noialtri. (6)

mercoledì 22 marzo 2017

Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings

Con una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che, sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo, l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina femminista venuta prima di qualsiasi Moana. Lo fa cantando e ballando, e con una morale nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto, della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta quasi traccia). La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe - quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)

Puntualmente, quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il film di turno come fosse l'eccezione alla regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini, sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati, o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che mescola polvere e malinconia. Un Léon che passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace. Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento dei saluti. Mi ci sono affezionato nel mentre, io. Cose che suggeriva il titolo, perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di maggiore intimità. Jackman è granitico, ma mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan è così che mi piacerà ricordarlo. Con un assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)

Per anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza. Poi è successo Mommy. Una visione è bastata per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania? Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi. Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra; una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo, chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio aspettare il dessert per stemperare l'amarezza? Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea Din Tei, che eppure il montaggio sa incasellare a regola d'arte – lo portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di comprimari in stato di grazia. A tavola siede l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del testo, Dolan realizza un dramma che bello lo è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è collaudato e il regista, castigato, ci si muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)

Mai avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in faccia non esercitava timore su un ottenne dei primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia di Rings vede la classica coppia di innamorati – la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista, guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio. Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo, la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del filmato originale. Rings, come da previsione, non è indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+) 

giovedì 9 febbraio 2017

Mr. Ciak: Split, A spasso con Bob, Allied, Other People, L'estate addosso

Sono passati quasi vent'anni dai trionfi del Sesto Senso. Cos'è stato di Shyamalan, per alcuni prodigio e per altri meteora? Dalla mia, lo scorso anno, avevo già apprezzato il più che dignitoso The Visit. Troppo sottovalutato quello, mi trovo ad ammettere, e troppo sopravvalutato questo. Split si dilunga, ti sconcentrata con il cambio degli scenari e, fino alla fine, annoiato, aspetti di trovare il bandolo della matassa. Parti con le ipotesi più difficili e astruse, allora, perché il regista ha un debole per i finali spiazzanti e in rete accennavano a un gran colpo di scena, ma la piattezza dell'intreccio ti delude. Il twist, infatti, non riguarda gli esiti di Split né giustifica gli inefficaci salti qui e lì: è un cameo, non vi anticipo di chi, che ho trovato trashissimo. Per me, quindi, neanche questa volta è fumata bianca. Grigiastra, tutt'al più, come lo sono questi lungometraggi né brutti né belli, né intelligenti né ovvi. Sul successo futuro di Anya Taylor-Joy, vista nel ben più rimarchevole The Witch, metterei la mano sul fuoco: è una giovane Mia Wasikowska, per intensità, ma sta meglio della collega con le canottiere attillate. James McAvoy gigioneggia a ruota libera, non raggiungendo mai i livelli della camaleontica Tatiana Maslany: la colpa, di un doppiaggio che appiattisce e di una recitazione che tende involontariamente alla clownerie. Il suo villain, unico e memorabile su carta, risulta più buffo che inquietante. E delle innumerevoli personalità annunciate sul poster ne conosciamo appena un paio. Poteva essere grande come dicono, Split. Non sorprende mai, invece: è un thriller classico, con prigionieri e aguzzini. Quello che ti aspetti e, in fondo, non volevi rivedere. (5,5)

La storia del musicista di strada e del gatto che gli ha salvato la vita. L'hanno mostrata i video su YouTube, ci hanno scritto sopra una serie di libri. L'amicizia tra i due ha ispirato una fiaba inglese che può sembrare buonista, dall'esterno, ma che a fine visione mi è parsa necessaria. Perché anch'io ho un trovatello che ci ha fatto il piacere di restare. Perché, di mio, ho la tendenza a lasciarmi ispirare e commuovere da queste storie che parlano della bellezza delle seconde possibilità. La vicenda di James è quella di tanti ragazzi ai margini delle nostre città: giovani che le cattive compagnie logorano. Con una famiglia che gli ha voltato le spalle e la strada come casa, è un tossicodipendente che suona nelle piazze per sbarcare il lunario. L'angelo custode ha le fattezze di un gatto rosso che si impossessa del suo appartamento provvisorio e gli cambia l'esistenza da così a così. Se c'è un musetto simpatico nei paraggi, infatti, siamo tutti disposti a concedere un'occhiata a chi sa prendersene cura. James ha il frigo vuoto, ma cede le sue scatolette di tonno all'ospite e, con lui accanto, lotta contro le crisi di astinenza. Volendo bene a un'altra anima, impara a rispettare anche se stesso. Parla uno che gattaro lo è da premesse, ma che dai film con gli amici animali non si fa incantare: sull'ultimo, l'indifendibile Una vita da gatto, ho glissato. A spasso con Bob ha un piglio indie, un'ottima colonna sonora, un'innamorata dai capelli rosa e tanta voglia di cambiarti, se non la vita, almeno una domenica triste. Luke Treadaway è perfetto nella sua fragilità, con l'aggiunta di un notevolissimo talento musicale; il gatto Bob, protagonista della sua stessa autobiografia, è un'adorabile star del cinema che non ha mai bisogno dell'aiuto della computer grafica. Esordiente a quattro zampe, ma anche regista segreto di un film che ha il suo nome e il potere di farti avere fiducia nel mondo. Diciamolo, conoscendo la volubilità dei nostri animali: chi crede alla storia che fossero gli addetti ai lavori a dirigere lui, anziché il contrario? (7)

Max e Marianne si incontrano nella Casablanca dei primi anni '40. La loro missione: assassinare l'ambasciatore tedesco. Alleati, si scoprono vicinissimi anche a sipario calato. A separarli, il dubbio: Marianne è dalla parte del nemico? Metterla alla prova, fingere e, in caso di alto tradimento, giustiziarla con le proprie mani. Scrive Knight, dirige Zemeckis e l'imbolsito Brad Pitt, con una Cotillard più bella che mai, recita e fa parlare gli amanti del gossip. Dietro il melodramma bellico che avrebbe fatto cessare il chiacchierato idillio tra lui e Angelina, però, l'ombra del nemico e quella di una critica poco convinta. Su Allied hanno sparato a zero. Pitt, già cacciatore di nazisti per Tarantino, è pigro e tirato; la trama è didascalica; l'epilogo, nonostante un'indubbia tensione emotiva, ti lascia senza ricordi duraturi. Allied fa il verso a film immortali – Casablanca, L'ombra del dubbio – e, pur nel suo citazionismo, nel suo rimanere fedele e classico, non è all'eternità che punta. Volontariamente, ho intuito. Un Zemeckis coreografico e languido si diverte molto, e il suo ultimo film, da vedere con i giusti occhi, è così preso dai rimandi da affascinare senza aggiungere niente al tema. E mi diverto, io, se in presenza di cose belle. Che i bei film non vivano solo di quelle, poi, siam d'accordo. Coinvolgente, antirealistico, sospirato, Allied è una spy-story matrimoniale con le stesse fattezze della Cotillard: elegante e charmant, anche se più impegnata su altri fronti. Un omaggio a un'epoca d'oro che rivive nelle scenografie impeccabili, nelle scene roboanti e sospirate – l'amore nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, il travaglio sotto i bombardamenti, la tragedia conclusiva – e nei doppi giochi di femme fatale parigine, che fanno la gioia e i dolori di spettatori e sarti. (6,5)

Le altre persone. Quelle che David, parte di una coppia aperta, potrebbe frequentare se solo volesse. Quelle lontane, sconosciute, a cui di solito capitano le disgrazie. Purtroppo è arrivato il turno del protagonista per l'infelicità: gli tocca convivere con una disastrosa situazione sentimentale e con la madre morente, nella provinciale Sacramento. Commediografo in cerca di fama e fortuna, David ha ventinove anni e tanta pena nel cuore; due sorelle minori; un padre premuroso, che tuttavia si ostina a negare la sua sessualità; una genitrice moderna e generosa, dalla risata sempre pronta, che suo malgrado sta soccombendo al male peggiore. Other People, che nel 2016 ha aperto il Sundance, racconta il ritorno del protagonista all'ovile: un soggiorno lungo un anno, tra spettacoli di cabaret tristanzuoli e bocconi amari. Jesse Plemons, frustrato e nevrotico, visto più in tivù che al cinema, è bravissimo; un'orgogliosa e stravolta Molly Shannon, storica comica del Saturday Night Live, strazia quasi nel suo primo ruolo drammatico. Con la malattia lasciata ai margini e l'umorismo aspro del cinema indie, nella commedia d'esordio di Chris Kelly si sorride spesso e amaramente. Conto alla rovescia inesorabile e più doloroso del previsto, Other People è un Please Like Me vestito a lutto, che scorre leggerissimo ma non senza pensieri ingombranti. Soprattutto, che certifica i classici pregiudizi dell'Academy: cieca davanti alla grande intensità dei protagonisti di piccoli film come questo. (7)

Marco vola negli Stati Uniti con i tremila euro dell'assicurazione. Sua compagna di viaggio, la saccente Maria. Dovranno dividere lo stesso letto e convivere con un'affiatata coppia omosessuale. Ma Matt e Paul vincono lo scetticismo della provinciale figlia di papà. Le farà cambiare idea anche Marco, innamorato non corrisposto? Posso spezzare una lancia in favore dell'Estate addosso, sì? Negativamente prevenuto, gli rimproveravo la regia di un Muccino che ormai non ha più l'età; personaggi privilegiati, che vivono un dispendioso viaggio della maturità; tutto il male che a Venezia gli avevano detto. Chiariamolo subito: ha uno spunto impercettibile, una banale voce narrante, una parentesi gay che sembra uscita da una sceneggiata e una Matilda Lutz che ha un visino troppo grazioso, un inglese troppo perfetto, per augurare il peggio al suo irritante personaggio. Però mi ha ricordato un Come te nessuno mai on the road, Brando Pacitto lo si invidia un po' per i giri in ottima compagnia e un po' per lo splendido panorama, l'epilogo amarissimo è triste come un'estate che finisce. Dopo una lunga serie di melodrammi incolore, Muccino mi ha sorpreso con una commedia corale leggera, giovane, in armonia. Dove ci sono pronunce fluide, albe, amori impossibili, un Jovanotti che si sente meno di quanto pensassi e, il giorno dopo, un risveglio disincantato. Quello che resta in America resta in America. Un Bertolucci avrà raccontato poligoni simili, giungendo spesso alle stesse riflessioni. Ma in Io ballo da sola o in The Dreamers c'erano più autorialità, più spessore, più carne tenera pizzicata. Soprattutto, un nome che pesa nei titoli di coda. Se non ci fosse stato quello di Muccino, in una versione di L'estate addosso eppure tale e quale a questa, non avremmo respirato più volentieri e senza pregiudizio questa stessa libertà? (6,5)

lunedì 23 gennaio 2017

Mr. Ciak: Indivisibili, Animali fantastici e dove trovarli, Collateral Beauty, Assassin's Creed, Un bacio

Daisy e Viola sono gemelle. Ma, siamesi, di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo indissolubili, indivisibili, cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee. Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate, la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di mare – all'asciuttezza di Mustang. Una lacrima silenziosa, non prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno spigolo generoso anche per te. (7,5)

Peggio dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan. Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di Animali fantastici era nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry Potter su carta ma non sempre sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata per sbaglio, libera per strada i suoi animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere – per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)

Un pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno, in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona. Collateral Beauty aveva, dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty, purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili, accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per Moonlight, e il parziale colpo di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo assistito.  (5)

Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame ambiziose e una serie di romanzi, è giunta fino a me. Giunto fino a me anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile Macbeth e viaggi nel tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's Creed, però, è una visione sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The Light Between Oceans, quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene. Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e che tristezza che mettono. (4,5)

Blu scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a Glee. Antonio, talentuoso cestista, ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo. Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze, le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio, scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei, mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo, omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia, parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un bacio? Un film adatto alle scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -, tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio? Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé qualsiasi vergogna. (6,5)

mercoledì 27 gennaio 2016

Mr. Ciak: Il piccolo principe, Macbeth, The Lobster, Il sapore del successo, The End of the Tour

Ho letto Il piccolo principe quando non avevo l'età. Mi ero lasciato ingannare dalle poche pagine, dalla semplicità delle illustrazioni e, a otto anni, più o meno, lo avevo messo da parte senza cerimonie. Cosa voleva dirmi quell'apologo di fiori vanitosi e animali parlanti, pianeti sperduti e bambini che, trainati da stormi in volo, si spostano nell'aria? Se lo chiede anche la protagonista senza nome dell'ultima fatica di Mark Osborne, ideatore di Kung Fu Panda. Il piccolo principe, infatti, con cui ho inaugurato al meglio un altro anno di cinema, non è la trasposizione del capolavoro – da me a lungo incompreso – di Saint-Exupéry. Un po' ideale seguito e un po' parafrasi a voce alta, parla di una bambina che ha tante cose in comune con il me di adesso e con quello di dieci, dodici anni fa: coscienziosa e indipendente, si è addossata i problemi dei genitori e il fardello delle alte aspettative di una mamma in carriera, che ha schematizzato le giornate della figlia su una lavagna grossa così. L'amicizia è giusto una parentesi per l'estate che verrà. Non è estate, quando si trasferisce nel nuovo quartiere residenziale, e non è l'Aviatore, un vecchio inventore sui generis, l'amico che le ci vorrebbe. Oppure sì? Le racconta i suoi viaggi per terra e per mare, i suoi ricordi di gioventù. L'incontro nel Sahara, ad esempio, con un bambino biondo caduto da un altro pianeta – un completo verde, una sciarpa soffiata dal vento, un'amata rosa da cui fare ritorno. Un mondo a cui trovare un senso, a furia di interrogativi. La storia che tutti noi, grandi e piccoli, almeno una volta abbiamo sentito, s'intreccia con quella della nuova protagonista, con un domani tutto da scrivere, e con quella dell'Aviatore – ormai affaticato, vecchio – che ha i giorni contati. La bambina, a bordo di un elicottero sgangherato e in compagnia di una volpe di peluche, scoprirà cos'è stato del bambino del mistero, dopo sessant'anni. I prodigi dell'animazione invecchiano una figura leggendaria, la rendono adulta, e mostrano, con occhi lucidi e meravigliati, ciò che c'è stato dopo l'addio. Cancellano il punto fermo, la fine, e ne scrivono un'altra. Impresa rischiosa, ma portata a termine con rispetto, che mescola due stili e, a sorpresa, regala immagini di sconfinata bellezza e brividi a fior di pelle. La sua sensibilità, poco disneyana, adulta, è inguaribilmente francese, insieme a una colonna sonora che non si esprime che nella lingua più musicale e carezzevole che c'è. Come nel tanto osannato Inside Out, ma per me con maggiore coerenza di fondo, si parla infatti della paura di crescere e di spiccare il volo. Dell'ansia di dimenticare sé stessi, strada facendo, e le promesse fatte alle rose e agli amici cari: allora, un'aspirapolvere risucchia gli acari e le stelle. La vita vissuta in fretta ci ruba il cielo dalla finestra. L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui – con tutti i colori immaginabili, una rilettura discreta e, a prestare le voci, un cast di signori interpreti – si vede chiaro e tondo. (8)

La prima sessione estiva della mia vita, l'esame di Storia del Teatro Inglese e, oltre al manuale di base, un paio di tragedie da leggere in lingua originale. Più paura per l'impresa – acquisire familiarità con il suono dei versi cinquecenteschi, avvicinarmi alle opere di Shakespeare come fossero romanzi – che del prof, uomo sempre sovrappensiero e chiacchierone, ma preparatissimo. All'esame, qualcosa come il diciotto luglio, mi aveva dato il la per parlare della blood imagery in Macbeth. Mi aveva chiesto se, giovane com'ero, avessi mai visto Shining. “Ha presente le porte dell'ascensore che si aprono sulla hall dell'Overlook, e da cui si riversano fiumi e fiumi di sangue? La tragedia più breve del Bardo è così: splatter.” Quattro atti, l'ascesa di un tiranno: da uomo d'onore, soldato fedele, a usurpatore. Per amore del denaro e di una donna. Macbeth è un fulmine. Un temporale. Un lampo che passa in fretta. Un regno corto, il suo, che poggia sulla solitudine del sovrano, colpe che offuscano il lume della ragione, un potere che reclama altro potere. Dalla tragedia, la trasposizione cinematografica del promettente Kurzel prende la natura crepuscolare e sanguinaria, l'intramontabile musicalità del pentametro giambico. I traumi di guerra e i fantasmi dei figli morti prima del tempo, uno spaccato psicologico che sembra scritto l'altro ieri. Ma anche l'onirico, il fantastico, con le immancabili streghe all'orizzonte e misteriosi presagi in rima baciata – un bosco che avanzerà per rovesciare il protagonista dal trono, la giustizia ristabilita da un uomo non nato da donna. Macbeth, così, è una visione che non risulterà agevole ai più, ma anche una trasposizione solenne, asciutta, meticolosa. Filologicamente accurata. Forse troppo? Kurzel ha un cast di fuoriclasse, il Bardo che sceneggia, una Scozia naturalmente scenografica. Gli manca, pur nella sua attinenza al canone originale, il guizzo di uno sguardo nuovo; il compromesso di un linguaggio fiume, ma arginato, tamponato, per la gioia dello spettatore che ama molto i conflitti ben coreografati e poco parole d'altri tempi. Una colonna sonora essenziale, paesaggi accattivanti e, nell'incipit e nell'epilogo, le spade sguainate, i cieli rossi di una brughiera di rara magnificenza. La guerra in slow motion. Il pulviscolo e le scintille controluce. Al centro, tutto lo Shakespeare che c'è: nudo, crudo, recitato senza scorciatoie. Il linguaggio aulico, i versi perfettamente scanditi, i cantucci privati – come a teatro – per monologhi d'importanza capillare. Lì, i personaggi, rosi dal senso di colpa, possono dialogare con la loro coscienza sporca. Qui, gli impeccabili protagonista possono dare sprazzi del meglio di sé: la follia di un delirante Fassbender; l'intensità di una Cotillard da applausi, che raccomanda al suo bambino di andare a dormire. Ma il bambino è morto, arso nella prima sequenza, e dalle sue piccole mani non va via il sangue versato. Lui, selvatico e passionale, con il physique du role e un connaturato carisma. Lei, francese in terra straniera, particolarmente sorprendente con una Lady Macbeth dal viso dolce e dalla sensualità glaciale, l'aria perenne da Madonnina velata e vendicativa. E quanto possono essere belli, padroni e complici, i due, nello stesso dramma in costume? (7)

David, accigliato quarantenne, è stato abbandonato dalla moglie. Il suo mondo, però, non perdona chi è solo e infelice. Nella Città, fredda e senza nome, non ci sono che coppie allegre, che per mano tengono allegri bambini. Ha un mese scarso per trovare una compagna, altrimenti sarà trasformato, come suo fratello prima di lui, in un animale a scelta. Luogo neutrale per tentare le ultime combinazioni, un albergo che provvede al destino sentimentale dei suoi ospiti: usciranno di lì o in coppia, oppure bestie da soma. A unirli tutti, il countdown che li fa tremare e la caccia ai Solitari che, come ribelli, vivono nel bosco. Meglio la metamorfosi o la fuga? Meglio, soprattutto, un albergo in cui ci suggeriscono che dovremmo appaiarci a tutti i costi, o un'anarchia alternativa dove l'amore – all'interno del gruppo dissidente – va punito affilando i coltelli? The Lobster, storia romantica contro le convenzioni, m'ispirava dall'autunno scorso e, a ben vedere, da molto prima. Premiato a Cannes, è infatti il primo film in lingua inglese del regista ateniese Yorgos Lanthimos, che mi sono più volte promesso e ripromesso di vedere – il controverso Kynodontas, ad esempio, è stato sulla bocca di tanti a lungo -, ma che mi frenava un po'. Ci voleva l'input di qualche attore di richiamo – un eccezionale Colin Farrell, Rachel Weisz – e un genere, in questo caso il distopico, che mi è familiare leggendo. L'autore greco, che strizza l'occhio a Kubrick e ricorda il cinema rigoroso di Haneke, architetta un futuro che è sinistro, grottesco, alienante. Turba per la violenza insensata su uomini e animali, i meccanismi schematici, pensieri che puntellano le coscienze. A una prima parte orginalissima e tragicomica, ne segue un'altra meno riuscita senz'altro, in cui ogni cosa è allegoria. Io ci penso ancora adesso a una parafrasi, a come sciogliere i periodi e i nodi intricati. Potrei pensarci qualche giorno ancora, ma qualcosa sfuggirebbe. E non è un male. The Lobster, tentativo di fuga di un'aragagosta prigioniera di un acquario grande, in realtà, quanto il mondo, intenerisce, diverte e disgusta. La malinconia fa paura, il solitario fa pietà; ci si omologa tutti all'amore, scambiandolo per illusoria gioia. Si ricercano le cose in comune – sui siti d'incontri c'è chi si piglia perché ama le passeggiate sulla spiaggia, in The Lobster chi ha l'epistassi o la miopia, sintomo vero di affinità elettive – e ci si soffia fumo negli occhi a turno, per non capire quanto contro natura sia l'amore, se forzato o condannato, e su quanta pochezza si regga l'idea dell'anima gemella. La solitudine è un diritto, non una colpa. (7,5)

In un periodo complicato come questo, lo scorso gennaio, avevo trovato serenità e sorrisi nei programmi culinari in tivù. Ho scoperto infatti che cucinare mi piace e mi rilassa. Ma se mancano il tempo e la fantasia, meglio mettersi comodi e lasciare che chi sa il fatto suo si metta all'opera. Metteteci un montaggio forsennato, sfide settimanali e scenate teatrali. In cucina l'inferno, in sala neanche un tovagliolo fuori posto. Se certe cose funzionano sul piccolo schermo, perché non al cinema? Dopo il linguaggio colorito e gli scatti di ira di Gordon Ramsey – e, spostandoci al jazz, Whiplash – ci volevano adesso uno chef rockstar, una cucina piena zeppa di stelle, la direzione del produttore di Shameless. Adam Jones, bello e dannato, è una firma nota della gastronomia, in rehab e in fuga dai debiti. A Londra, in cerca di una terza stella Michelin, si imbatte in vecchi rivali e in un ambiente ribelle. Lancia piatti e padelle, insulta tutti, spezza il cuore della sua promettente sous chef e quello di un maitre spagnolo innamorato perso di lui. In cerca, sempre, della ricetta per ricominciare. Qual è Il sapore del successo? Burnt, diretto da John Wells, è una commedia ai fornelli che punta su ritmi veloci, interpretazioni maiuscole, cene da gourmet. Un bravissimo Bradley Cooper può gigioneggiare alla grande, parlare un fluente francese e regalare l'ennesima prova degna di nota, con il personaggio di un professionista arrogante, spregiudicato, bellicoso. Insieme a lui, la romantica Sienna Miller e Daniel Bruhl sono gli unici che non devono fare la fila per mangiare da re e catturare l'attenzione della macchina da presa – il cast, infatti, affollato, comprende il nostro Scamarcio, Omar Sy, Emma Thompson e, in quelli che sono poco più che cameo, la Thurman e la splendida Alicia Vikander. Burnt ti prende per il naso e la gola, rapido e brillante, sebbene ci si aspettasse qualcosa di più. Una scrittura più mordace e un mix senza grumi. Ma restano l'armonia, le passioni non corrisposte, il rumore sinfonico di piatti e stoviglie, i colori basici e gli accenti variegati. L'orchestrazione di un Cooper antipatico ma mattatore, che ha gioco facile nell'affascinare lo spettatore e nel dare ordini. Tant'è. Io non ho rinunciato al mio posto a sedere prima del dessert. (6,5)

David Lipsky, modesto romanziere e articolista per il Rolling Stones, è indispettito. Il suo ultimo romanzo è passato inosservato. A monopolizzare le attenzioni, Infinite Jest. Un volume immenso, di mille e passa pagine, firmato da uno spiantato trentenne che la critica, all'unanimità, ritiene il moderno Zola. Decidere di intervistarlo, dunque, per curiosità e un po' di sano opportunismo: capire, così, i segreti, le ambizioni e i dolori del compianto David Foster Wallace, morto suicida, prima del suo estremo mal di vivere. Ci sono due David che viaggiano nella stessa macchina perciò: uno guida, l'altro fa domande su domande. Fumano, bevono Coca Cola, mangiano cibo spazzatura. Uno cerca la notizia e l'altro un migliore amico, in un viaggio promozionale che dura poco – tre giorni appena – e che diventa il biopic che non ti aspettavi sullo scrittore che non conoscevi. L'occhio inguaribile del cinema indie, i dialoghi brillanti e sinceri, nessun momento studiato per fare breccia. Eppure The end of the tour, commedia dai risvolti inevitabilmente malinconici, arriva al cuore e, nell'andare via, lascia qualcosa in pegno. Retto da due ottimi protagonisti, il film di James Ponsoldt – già premiato al Sundance per l'incolore The Spectacular Now – è la breve storia di un'amicizia al maschile, che parte dall'invidia e arriva alla scoperta del profondo di un gigante buono, con la casa piena di cani e psicofarmaci e l'inseparabile bandana, usata a mo' di coperta di Linus. Sul finire si è indecisi tra la stretta di mano e l'abbraccio, visibilmente toccati. Segel, familiare volto del piccolo schermo, è (in)credibile senza sforzi visibili o eccessi; l'antipatico Eisenberg, invece, interpreta il solito e antipatico Eisenberg, anche se il suo sguardo – nella sequenza al cinema, per esempio – coincide con quello dello spettatore medio. Intenerito, affascinato, interessato: come me mentre leggevo On Writing. Capito, no? Dopo The end of the tour, ben interpretato, sensibile e a modo suo divertente, prometto che non mi lascerò intimorire dalla mole e dalla fama del leggendario Infinite Jest. Voglio leggerlo entro l'anno: è tra i miei buoni propositi. Così la whishlist si allunga, e a quella dei film belli e sconosciuti si va ad aggiungere invece un altro significativo tassello. (7,5)