Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)
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venerdì 24 dicembre 2021
Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights
Jonathan
Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni
all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo
capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film,
dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno
dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello
spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata.
Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre
festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti
artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco.
Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un
Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico,
dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima
di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce
le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni
del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda:
il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un
passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle,
ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance
dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di
Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il
resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente
trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me,
si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)
Può
un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio?
Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema
dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici
senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear
Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata
con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a
scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un
fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di
Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il
defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado,
l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura,
intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le
contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche
personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e
l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo
fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si
dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni.
Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la
colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)
In
un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror
con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva
esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno
di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa
volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima,
infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti
a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio
d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver
s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia
prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto
della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della
seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si
perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di
gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal
trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette
si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di
ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano
dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical
alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le
idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e
pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho
odiato. (4)
Da
Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un
musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di
Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi,
le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York.
Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui
è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia
un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e
fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non
importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di
coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non
sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi,
poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano
gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento
irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una
festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort
food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data
la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più
indifferenti noialtri. (6)
mercoledì 22 marzo 2017
Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings
Con
una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il
capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che,
sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra
cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle
stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le
canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove
sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura
in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La
Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla
scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e
opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo,
l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina
femminista venuta prima di qualsiasi Moana.
Lo fa cantando e ballando, e con una morale
nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di
Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma
Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne
espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti
disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che
cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto,
della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta
quasi traccia).
La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella
prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati
dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella
seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello
storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta
e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe -
quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la
poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta
attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)
Puntualmente,
quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il
film di turno come fosse l'eccezione alla
regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini,
sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è
l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio
padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a
sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a
vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati,
o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso
un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono
rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a
Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto
per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di
distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che
mescola polvere e malinconia. Un Léon che
passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace.
Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento
dei saluti. Mi ci sono affezionato nel
mentre, io. Cose che suggeriva il titolo,
perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di
maggiore intimità. Jackman è granitico, ma
mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che
in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non
quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i
titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla
porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan
è così che mi piacerà
ricordarlo. Con un
assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un
omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)
Per
anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza.
Poi è successo Mommy. Una visione è bastata
per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania?
Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di
Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi.
Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra;
una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il
viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno
spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo,
chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il
protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio
aspettare il dessert per stemperare l'amarezza?
Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea
Din Tei, che eppure il montaggio
sa incasellare a regola d'arte – lo
portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di
comprimari in stato di grazia. A tavola siede
l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a
sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del
testo, Dolan realizza un dramma che bello lo
è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è
collaudato e il regista, castigato, ci si
muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a
volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi
suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si
stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il
disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto
scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un
ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle
spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)
Mai
avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in
faccia non esercitava timore su un ottenne dei
primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando
non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il
cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si
riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono
cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a
tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei
pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia
di Rings vede la classica coppia di innamorati –
la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il
potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare
un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la
scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista,
guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio.
Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più
freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri
passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca
non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi
spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo,
la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del
filmato originale. Rings, come da previsione, non è
indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non
crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la
spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se
l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più
dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva
sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi
nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei
telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a
sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+)
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giovedì 9 febbraio 2017
Mr. Ciak: Split, A spasso con Bob, Allied, Other People, L'estate addosso
Sono
passati quasi vent'anni dai trionfi del Sesto Senso.
Cos'è stato di Shyamalan, per alcuni prodigio e per altri meteora?
Dalla mia, lo scorso anno, avevo già apprezzato il più che
dignitoso The Visit. Troppo
sottovalutato quello, mi trovo ad ammettere, e troppo sopravvalutato
questo. Split si
dilunga, ti sconcentrata con il cambio degli scenari e, fino alla
fine, annoiato, aspetti di trovare il bandolo della matassa. Parti
con le ipotesi più difficili e astruse, allora, perché il regista
ha un debole per i finali spiazzanti e in rete accennavano a un gran
colpo di scena, ma la
piattezza dell'intreccio ti
delude. Il twist, infatti, non riguarda gli esiti di Split
né giustifica gli inefficaci
salti qui e lì: è un cameo, non vi anticipo di chi, che ho trovato
trashissimo. Per me, quindi, neanche questa volta è fumata bianca.
Grigiastra, tutt'al più, come lo sono questi lungometraggi né
brutti né belli, né intelligenti né ovvi. Sul successo futuro di
Anya Taylor-Joy, vista nel ben più rimarchevole The Witch,
metterei la mano sul fuoco: è una giovane Mia Wasikowska, per
intensità, ma sta meglio della collega con le canottiere attillate.
James McAvoy gigioneggia a ruota libera, non raggiungendo mai i
livelli della camaleontica Tatiana Maslany: la colpa, di un
doppiaggio che appiattisce e di una recitazione che tende
involontariamente alla clownerie. Il suo villain, unico e memorabile
su carta, risulta più buffo che inquietante. E delle innumerevoli
personalità annunciate sul poster ne conosciamo appena un paio.
Poteva essere grande come dicono, Split. Non
sorprende mai, invece: è un thriller classico, con prigionieri e
aguzzini. Quello che ti aspetti e, in fondo, non volevi rivedere. (5,5)
La
storia del musicista di strada e del gatto che gli ha salvato la
vita. L'hanno mostrata i video su YouTube, ci hanno scritto sopra una
serie di libri. L'amicizia tra i due ha ispirato una fiaba inglese
che può sembrare buonista, dall'esterno, ma che a fine visione mi è
parsa necessaria. Perché anch'io ho un trovatello che ci ha fatto il
piacere di restare. Perché, di mio, ho la tendenza a lasciarmi
ispirare e commuovere da queste storie che parlano della bellezza
delle seconde possibilità. La
vicenda di James è quella di tanti ragazzi ai margini delle nostre
città: giovani che le cattive compagnie logorano. Con una famiglia
che gli ha voltato le spalle e la strada come casa, è un
tossicodipendente che suona nelle piazze per sbarcare il lunario.
L'angelo custode ha le fattezze di un gatto rosso che si impossessa
del suo appartamento provvisorio e gli
cambia l'esistenza da così a così. Se c'è un musetto simpatico nei
paraggi, infatti, siamo tutti disposti a concedere un'occhiata a chi sa prendersene cura. James ha il frigo vuoto, ma cede le sue scatolette di tonno all'ospite e, con lui
accanto, lotta contro le crisi di astinenza. Volendo bene a un'altra
anima, impara a rispettare anche se stesso. Parla uno che gattaro lo
è da premesse, ma che dai film con gli amici animali non si fa
incantare: sull'ultimo, l'indifendibile Una vita da gatto,
ho glissato. A spasso con Bob ha
un piglio indie, un'ottima colonna sonora, un'innamorata dai capelli
rosa e tanta voglia di cambiarti, se non la vita, almeno una domenica
triste. Luke Treadaway è perfetto nella sua fragilità, con
l'aggiunta di un notevolissimo talento musicale; il gatto Bob,
protagonista della sua stessa autobiografia, è un'adorabile star del
cinema che non ha mai bisogno dell'aiuto della computer grafica.
Esordiente a quattro zampe, ma anche regista segreto di un film che
ha il suo nome e il potere di farti avere fiducia nel mondo.
Diciamolo, conoscendo la volubilità dei nostri animali: chi crede alla
storia che fossero gli addetti ai lavori a dirigere lui, anziché il
contrario? (7)
Max
e Marianne si incontrano nella Casablanca dei primi anni '40. La loro
missione: assassinare l'ambasciatore tedesco. Alleati, si scoprono
vicinissimi anche a sipario calato. A separarli, il dubbio: Marianne
è dalla parte del nemico? Metterla alla prova, fingere e, in caso di
alto tradimento, giustiziarla con le proprie mani. Scrive Knight,
dirige Zemeckis e l'imbolsito Brad Pitt, con una Cotillard più bella
che mai, recita e fa parlare gli amanti del gossip. Dietro il
melodramma bellico che avrebbe fatto cessare il chiacchierato idillio
tra lui e Angelina, però, l'ombra del nemico e quella di una critica
poco convinta. Su Allied hanno sparato a zero. Pitt, già
cacciatore di nazisti per Tarantino, è pigro e tirato; la trama è
didascalica; l'epilogo, nonostante un'indubbia tensione emotiva, ti
lascia senza ricordi duraturi. Allied fa il verso a film
immortali – Casablanca, L'ombra del dubbio – e,
pur nel suo citazionismo, nel suo rimanere fedele e classico, non è
all'eternità che punta. Volontariamente, ho intuito. Un Zemeckis
coreografico e languido si diverte molto, e il suo ultimo film, da
vedere con i giusti occhi, è così preso dai
rimandi da affascinare senza aggiungere niente al tema. E mi diverto, io, se in presenza di cose belle. Che i bei
film non vivano solo di quelle, poi, siam d'accordo. Coinvolgente,
antirealistico, sospirato, Allied
è una spy-story matrimoniale con le stesse fattezze della Cotillard:
elegante e charmant, anche se più impegnata su altri fronti. Un
omaggio a un'epoca d'oro che rivive nelle scenografie impeccabili,
nelle scene roboanti e sospirate – l'amore nel bel mezzo di una
tempesta di sabbia, il travaglio sotto i bombardamenti, la tragedia
conclusiva – e nei doppi giochi di femme fatale parigine, che fanno
la gioia e i dolori di spettatori e sarti. (6,5)
Le
altre persone. Quelle che David, parte di una coppia aperta, potrebbe
frequentare se solo volesse. Quelle lontane, sconosciute, a cui di
solito capitano le disgrazie. Purtroppo è arrivato il turno del
protagonista per l'infelicità: gli tocca convivere con una
disastrosa situazione sentimentale e con la madre morente, nella
provinciale Sacramento.
Commediografo in cerca di fama e fortuna, David ha ventinove anni e
tanta pena nel cuore; due sorelle minori; un padre premuroso, che
tuttavia si ostina a negare la sua sessualità; una genitrice moderna
e generosa, dalla risata sempre pronta, che suo malgrado sta
soccombendo al male peggiore. Other People, che nel 2016 ha
aperto il Sundance, racconta il ritorno del protagonista all'ovile:
un soggiorno lungo un anno, tra spettacoli di cabaret tristanzuoli e
bocconi amari. Jesse Plemons,
frustrato e nevrotico, visto più in tivù che al cinema, è
bravissimo; un'orgogliosa e stravolta Molly Shannon, storica comica
del Saturday Night Live, strazia quasi nel suo primo ruolo
drammatico. Con la malattia lasciata ai margini e l'umorismo
aspro del cinema indie, nella commedia d'esordio di Chris Kelly si
sorride spesso e amaramente. Conto alla rovescia inesorabile e più
doloroso del previsto, Other People è
un Please Like Me
vestito a lutto, che scorre leggerissimo ma non senza pensieri
ingombranti. Soprattutto, che certifica i classici pregiudizi
dell'Academy: cieca davanti alla grande intensità dei protagonisti
di piccoli film come questo. (7)
Marco
vola negli Stati Uniti con i tremila euro dell'assicurazione. Sua
compagna di viaggio, la saccente Maria. Dovranno dividere lo stesso
letto e convivere con un'affiatata coppia omosessuale. Ma Matt e Paul
vincono lo scetticismo della provinciale figlia di papà.
Le farà cambiare idea anche Marco, innamorato non corrisposto? Posso
spezzare una lancia in favore dell'Estate addosso, sì?
Negativamente prevenuto, gli rimproveravo la regia di un Muccino che
ormai non ha più l'età; personaggi privilegiati, che vivono un
dispendioso viaggio della maturità; tutto il male che a Venezia gli
avevano detto. Chiariamolo subito: ha uno spunto impercettibile, una
banale voce narrante, una parentesi gay che sembra uscita da una
sceneggiata e una Matilda Lutz che ha un visino troppo grazioso, un
inglese troppo perfetto, per augurare il peggio al suo irritante
personaggio. Però mi ha ricordato un Come te nessuno mai
on the road, Brando Pacitto lo si invidia un po' per i giri in ottima
compagnia e un po' per lo splendido panorama, l'epilogo amarissimo è
triste come un'estate che finisce. Dopo una lunga serie di melodrammi
incolore, Muccino mi ha sorpreso con una commedia corale leggera,
giovane, in armonia. Dove ci sono pronunce fluide, albe, amori
impossibili, un Jovanotti che si sente meno di quanto pensassi e, il
giorno dopo, un risveglio disincantato. Quello che resta in America
resta in America. Un Bertolucci avrà raccontato poligoni simili,
giungendo spesso alle stesse riflessioni. Ma in Io ballo da sola
o in The Dreamers
c'erano più autorialità, più spessore, più carne tenera
pizzicata. Soprattutto, un nome che pesa nei titoli di coda. Se non
ci fosse stato quello di Muccino, in una versione di
L'estate addosso eppure tale e quale a
questa, non avremmo respirato più volentieri e senza pregiudizio
questa stessa libertà? (6,5)
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lunedì 23 gennaio 2017
Mr. Ciak: Indivisibili, Animali fantastici e dove trovarli, Collateral Beauty, Assassin's Creed, Un bacio
Daisy
e Viola sono gemelle. Ma, siamesi,
di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un
medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero
spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in
processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro
particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si
scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al
mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e
l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non
lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia
di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in
due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo
indissolubili, indivisibili,
cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De
Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna
sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla
ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è
un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai
margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo
scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo
sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora
mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché
alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in
qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se
ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a
galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha
ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due
esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee.
Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di
Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate,
la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di
mare – all'asciuttezza di Mustang.
Una lacrima silenziosa, non
prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis
Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si
farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un
gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno
spigolo generoso anche per te. (7,5)
Peggio
dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan.
Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di
Animali fantastici era
nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è
cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare
dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona
incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry
Potter su carta ma non sempre
sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali
fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in
altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido
zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una
ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata
per sbaglio, libera per strada i suoi
animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo
sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o
gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi
ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un
indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da
approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a
Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i
protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un
simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo
di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e
bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a
sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una
romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere –
per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente
conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York
digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il
resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di
incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di
Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)
Un
pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il
posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno,
in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona.
Collateral Beauty aveva,
dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer
furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito
all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che
l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i
melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse
dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty,
purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama
che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto
per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito
Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista
inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni
dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili,
accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte
scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in
extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per
Moonlight, e il parziale colpo
di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e
toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno
come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce
invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e
a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente
divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non
sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo
assistito. (5)
Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia
che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's
Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame
ambiziose e una serie di romanzi, è
giunta fino a me. Giunto fino a me
anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una
splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile
Macbeth e viaggi nel
tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's
Creed, però, è una visione
sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione
artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi
a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i
muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace
constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor
d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The
Light Between Oceans,
quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un
blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene.
Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast
così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che
hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza
neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed
è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai
videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e
che tristezza che mettono. (4,5)
Blu
scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a
Glee. Antonio, talentuoso cestista,
ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici
anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo.
Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze,
le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio,
scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La
kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo
scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei,
mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato
come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo,
omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per
natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio
eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi
fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia,
parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa
importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente
tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un
bacio? Un film adatto alle
scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche
trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -,
tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo
Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore
del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi
Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio?
Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé
qualsiasi vergogna. (6,5)
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mercoledì 27 gennaio 2016
Mr. Ciak: Il piccolo principe, Macbeth, The Lobster, Il sapore del successo, The End of the Tour
Ho
letto Il piccolo principe quando non avevo l'età. Mi ero
lasciato ingannare dalle poche pagine, dalla semplicità delle
illustrazioni e, a otto anni, più o meno, lo avevo messo da parte
senza cerimonie. Cosa voleva dirmi quell'apologo di fiori vanitosi e animali parlanti, pianeti sperduti
e bambini che, trainati da stormi in volo, si spostano nell'aria? Se
lo chiede anche la protagonista senza nome dell'ultima fatica di Mark
Osborne, ideatore di Kung Fu Panda. Il piccolo principe,
infatti, con cui ho inaugurato al meglio un altro anno di cinema, non
è la trasposizione del capolavoro – da me a lungo
incompreso – di Saint-Exupéry. Un po' ideale seguito e un po'
parafrasi a voce alta, parla di una bambina che ha tante cose in
comune con il me di adesso e con quello di dieci, dodici anni fa:
coscienziosa e indipendente, si è addossata i problemi dei genitori
e il fardello delle alte aspettative di una mamma in carriera, che ha
schematizzato le giornate della figlia su una lavagna grossa così. L'amicizia è giusto una parentesi per l'estate che verrà.
Non è estate, quando si trasferisce nel nuovo quartiere
residenziale, e non è l'Aviatore, un vecchio inventore sui generis,
l'amico che le ci vorrebbe. Oppure sì? Le racconta i suoi viaggi per terra e per mare, i suoi
ricordi di gioventù. L'incontro nel Sahara, ad esempio, con un
bambino biondo caduto da un altro pianeta – un completo verde, una
sciarpa soffiata dal vento, un'amata rosa da cui fare ritorno. Un
mondo a cui trovare un senso, a furia di interrogativi. La storia che
tutti noi, grandi e piccoli, almeno una volta abbiamo sentito,
s'intreccia con quella della nuova protagonista, con un domani
tutto da scrivere, e con quella dell'Aviatore – ormai affaticato,
vecchio – che ha i giorni contati. La bambina, a bordo di un
elicottero sgangherato e in compagnia di una volpe di peluche,
scoprirà cos'è stato del bambino del mistero, dopo sessant'anni. I prodigi dell'animazione invecchiano una figura leggendaria, la rendono adulta,
e mostrano, con occhi lucidi e meravigliati, ciò che c'è stato dopo
l'addio. Cancellano il punto fermo, la fine, e ne scrivono un'altra.
Impresa rischiosa, ma portata a termine con rispetto, che mescola due
stili e, a sorpresa, regala immagini di sconfinata bellezza e brividi
a fior di pelle. La sua sensibilità, poco disneyana, adulta, è
inguaribilmente francese, insieme a una colonna sonora che non si
esprime che nella lingua più musicale e carezzevole che c'è. Come
nel tanto osannato Inside Out, ma per me con maggiore coerenza
di fondo, si parla infatti della paura di crescere e di spiccare il
volo. Dell'ansia di dimenticare sé stessi, strada facendo, e le
promesse fatte alle rose e agli amici cari: allora, un'aspirapolvere
risucchia gli acari e le stelle. La vita vissuta in fretta ci ruba il
cielo dalla finestra. L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui –
con tutti i colori immaginabili, una rilettura discreta e, a prestare
le voci, un cast di signori interpreti – si vede chiaro e tondo. (8)
La
prima sessione estiva della mia vita, l'esame di Storia del Teatro
Inglese e, oltre al manuale di base, un paio di tragedie da leggere
in lingua originale. Più paura per l'impresa – acquisire
familiarità con il suono dei versi cinquecenteschi, avvicinarmi alle
opere di Shakespeare come fossero romanzi – che del prof, uomo
sempre sovrappensiero e chiacchierone, ma preparatissimo. All'esame,
qualcosa come il diciotto luglio, mi aveva dato il la per parlare
della blood imagery in Macbeth. Mi aveva chiesto se,
giovane com'ero, avessi mai visto Shining. “Ha presente le
porte dell'ascensore che si aprono sulla hall dell'Overlook, e da cui
si riversano fiumi e fiumi di sangue? La tragedia più breve del
Bardo è così: splatter.” Quattro atti, l'ascesa di un tiranno: da
uomo d'onore, soldato fedele, a usurpatore. Per amore del denaro e di
una donna. Macbeth è un
fulmine. Un temporale. Un lampo che passa in fretta. Un regno corto,
il suo, che poggia sulla solitudine del sovrano, colpe che offuscano il lume della ragione, un potere che reclama altro
potere. Dalla tragedia, la trasposizione
cinematografica del promettente Kurzel prende la natura crepuscolare
e sanguinaria, l'intramontabile musicalità del pentametro giambico.
I traumi di guerra e i fantasmi dei figli morti prima del tempo, uno
spaccato psicologico che sembra scritto l'altro ieri. Ma anche
l'onirico, il fantastico, con le immancabili streghe all'orizzonte e
misteriosi presagi in rima baciata – un bosco che avanzerà per
rovesciare il protagonista dal trono, la giustizia ristabilita da un
uomo non nato da donna. Macbeth, così, è una visione
che non risulterà agevole ai più, ma anche una trasposizione
solenne, asciutta, meticolosa. Filologicamente accurata. Forse troppo? Kurzel ha un cast di fuoriclasse, il Bardo che sceneggia, una
Scozia naturalmente scenografica. Gli manca, pur nella sua attinenza
al canone originale, il guizzo di uno sguardo nuovo; il compromesso
di un linguaggio fiume, ma arginato, tamponato, per la gioia dello
spettatore che ama molto i conflitti ben coreografati e poco
parole d'altri tempi. Una colonna sonora essenziale,
paesaggi accattivanti e, nell'incipit e nell'epilogo, le spade
sguainate, i cieli rossi di una brughiera di rara
magnificenza. La guerra in slow motion. Il pulviscolo e le scintille
controluce. Al centro, tutto lo Shakespeare che c'è: nudo, crudo,
recitato senza scorciatoie. Il linguaggio aulico, i versi
perfettamente scanditi, i cantucci privati – come a teatro – per
monologhi d'importanza capillare. Lì, i personaggi, rosi dal senso
di colpa, possono dialogare con la loro coscienza sporca. Qui, gli
impeccabili protagonista possono dare sprazzi del meglio di sé: la
follia di un delirante Fassbender; l'intensità di una Cotillard da
applausi, che raccomanda al suo bambino di andare a dormire. Ma il
bambino è morto, arso nella prima sequenza, e dalle sue piccole mani
non va via il sangue versato. Lui, selvatico e passionale, con il physique du role e un connaturato carisma. Lei, francese in
terra straniera, particolarmente sorprendente con una Lady Macbeth
dal viso dolce e dalla sensualità glaciale, l'aria perenne da Madonnina
velata e vendicativa. E quanto possono essere belli, padroni e
complici, i due, nello stesso dramma in costume? (7)
David,
accigliato quarantenne, è stato abbandonato dalla moglie. Il suo
mondo, però, non perdona chi è solo e infelice. Nella
Città, fredda e senza nome, non ci sono che coppie allegre, che per
mano tengono allegri bambini. Ha un mese scarso per trovare una
compagna, altrimenti sarà trasformato, come suo fratello prima di
lui, in un animale a scelta. Luogo neutrale per tentare le ultime combinazioni, un
albergo che provvede al destino sentimentale dei suoi ospiti: usciranno di lì o
in coppia, oppure bestie da soma. A unirli tutti, il countdown che li fa tremare e la caccia ai
Solitari che, come ribelli, vivono nel bosco. Meglio la metamorfosi o
la fuga? Meglio, soprattutto, un albergo in cui ci suggeriscono che
dovremmo appaiarci a tutti i costi, o un'anarchia alternativa dove
l'amore – all'interno del gruppo dissidente – va punito affilando
i coltelli? The Lobster, storia romantica contro le
convenzioni, m'ispirava dall'autunno scorso e, a ben vedere, da molto
prima. Premiato a Cannes, è infatti il primo film in lingua inglese
del regista ateniese Yorgos Lanthimos, che mi sono più volte
promesso e ripromesso di vedere – il controverso Kynodontas, ad
esempio, è stato sulla bocca di tanti a lungo -, ma che mi frenava un po'. Ci voleva l'input di qualche attore di
richiamo – un eccezionale Colin Farrell, Rachel Weisz – e un
genere, in questo caso il distopico, che mi è familiare leggendo.
L'autore greco, che strizza l'occhio a Kubrick e ricorda il cinema rigoroso di Haneke, architetta un futuro che è
sinistro, grottesco, alienante. Turba per la violenza insensata su
uomini e animali, i meccanismi schematici, pensieri che puntellano le coscienze. A una prima parte orginalissima e
tragicomica, ne segue un'altra meno riuscita senz'altro, in cui ogni cosa è allegoria. Io ci penso ancora
adesso a una parafrasi, a come sciogliere i periodi e i nodi
intricati. Potrei pensarci qualche giorno ancora, ma qualcosa sfuggirebbe. E non è un male. The Lobster,
tentativo di fuga di un'aragagosta prigioniera di un acquario grande,
in realtà, quanto il mondo, intenerisce, diverte e disgusta. La malinconia fa paura,
il solitario fa pietà; ci si omologa tutti all'amore, scambiandolo
per illusoria gioia. Si ricercano le cose in comune – sui siti
d'incontri c'è chi si piglia perché ama le passeggiate sulla
spiaggia, in The Lobster chi ha l'epistassi o la miopia,
sintomo vero di affinità elettive – e ci si soffia fumo negli
occhi a turno, per non capire quanto contro natura sia l'amore, se
forzato o condannato, e su quanta pochezza si regga l'idea dell'anima gemella. La solitudine è un diritto, non una colpa. (7,5)
In
un periodo complicato come questo, lo scorso gennaio, avevo trovato
serenità e sorrisi nei programmi culinari in tivù. Ho scoperto infatti che cucinare mi piace e mi rilassa. Ma se mancano il tempo e la fantasia, meglio mettersi comodi e lasciare che chi sa il fatto suo
si metta all'opera. Metteteci un
montaggio forsennato, sfide settimanali e scenate teatrali. In cucina
l'inferno, in sala neanche un tovagliolo fuori posto. Se certe cose
funzionano sul piccolo schermo, perché non al cinema? Dopo il linguaggio colorito e
gli scatti di ira di Gordon Ramsey – e, spostandoci al jazz,
Whiplash – ci volevano adesso uno chef rockstar, una cucina piena zeppa di stelle, la
direzione del produttore di Shameless. Adam Jones, bello e dannato, è una
firma nota della gastronomia, in rehab e in fuga dai debiti. A Londra, in cerca di una terza stella Michelin, si imbatte
in vecchi rivali e in un ambiente ribelle. Lancia piatti e padelle, insulta tutti, spezza il cuore della
sua promettente sous chef e quello di un maitre spagnolo innamorato
perso di lui. In cerca, sempre, della ricetta per
ricominciare. Qual è Il sapore del successo?
Burnt, diretto da John
Wells, è una commedia ai fornelli che punta su ritmi veloci,
interpretazioni maiuscole, cene da gourmet. Un bravissimo Bradley
Cooper può gigioneggiare alla grande,
parlare un fluente francese e regalare l'ennesima prova degna di
nota, con il personaggio di un professionista arrogante,
spregiudicato, bellicoso. Insieme a lui, la romantica Sienna Miller e Daniel Bruhl sono gli unici che non devono fare
la fila per mangiare da re e catturare l'attenzione della macchina da
presa – il cast, infatti, affollato, comprende il nostro
Scamarcio, Omar Sy, Emma Thompson e, in quelli che sono poco più che
cameo, la Thurman e la splendida Alicia Vikander. Burnt ti
prende per il naso e la gola, rapido e brillante,
sebbene ci si aspettasse qualcosa di più. Una scrittura più
mordace e un mix senza grumi. Ma restano l'armonia, le passioni non
corrisposte, il rumore sinfonico di piatti e stoviglie, i colori
basici e gli accenti variegati. L'orchestrazione di un Cooper antipatico ma mattatore, che ha gioco
facile nell'affascinare lo spettatore e nel dare ordini.
Tant'è. Io non ho rinunciato al mio posto a sedere prima del dessert.
(6,5)
David
Lipsky, modesto romanziere e articolista per il Rolling Stones, è
indispettito. Il suo ultimo romanzo è passato inosservato. A
monopolizzare le attenzioni, Infinite Jest. Un volume immenso,
di mille e passa pagine, firmato da uno spiantato trentenne che la
critica, all'unanimità, ritiene il moderno Zola. Decidere di
intervistarlo, dunque, per curiosità e un po' di sano opportunismo:
capire, così, i segreti, le ambizioni e i dolori del compianto David
Foster Wallace, morto suicida, prima del suo estremo mal di vivere.
Ci sono due David che viaggiano nella stessa macchina perciò: uno
guida, l'altro fa domande su domande. Fumano, bevono Coca Cola,
mangiano cibo spazzatura. Uno cerca la notizia e l'altro un migliore
amico, in un viaggio promozionale che dura poco – tre giorni appena
– e che diventa il biopic che
non ti aspettavi sullo scrittore che non conoscevi. L'occhio
inguaribile del cinema indie, i dialoghi brillanti e sinceri, nessun
momento studiato per fare breccia. Eppure The end of the tour,
commedia dai risvolti inevitabilmente malinconici, arriva al
cuore e, nell'andare via, lascia qualcosa in pegno. Retto da due
ottimi protagonisti, il film di James Ponsoldt – già premiato al
Sundance per l'incolore The Spectacular Now – è la breve
storia di un'amicizia al maschile, che parte dall'invidia e arriva
alla scoperta del profondo di un gigante buono, con la casa piena di
cani e psicofarmaci e l'inseparabile bandana, usata a mo' di coperta
di Linus. Sul finire si è indecisi tra la stretta di mano e
l'abbraccio, visibilmente toccati. Segel, familiare volto del piccolo
schermo, è (in)credibile senza sforzi visibili o eccessi; l'antipatico Eisenberg,
invece, interpreta il solito e antipatico Eisenberg, anche se il suo sguardo –
nella sequenza al cinema, per esempio – coincide con quello dello
spettatore medio. Intenerito, affascinato, interessato: come me
mentre leggevo On Writing. Capito, no? Dopo The end of the
tour, ben interpretato, sensibile e a modo suo divertente,
prometto che non mi lascerò intimorire dalla mole e dalla
fama del leggendario Infinite Jest. Voglio leggerlo entro
l'anno: è tra i miei buoni propositi. Così la whishlist si allunga,
e a quella dei film belli e sconosciuti si va ad aggiungere invece un altro significativo tassello. (7,5)
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