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sabato 22 febbraio 2020

Mr. Ciak: Yesterday, Blinded By the Light, Last Christmas e altri feel-good movies

Cosa succederebbe se in seguito a un blackout ci svegliassimo tutti in un mondo senza Beatles? Soltanto un cantante di belle speranze sembra tenere a mente le migliori canzoni del quartetto. Perché non spacciarle per proprie pur di ottenere la spasimata notorietà? Dirige Danny Boyle. Scrive Richard Curtis, di solito in equilibrio tra romanticismo e magia. L’idea alla base, semplice e brillante, purtroppo si rivela uno specchietto per le allodole: con uno spunto presto accantonato – pensate a quanti equivoci e alla portata del potenziale comico, se nel frattempo sono sparite anche le sigarette, gli Oasis, la saga di Harry Potter –, per parlare della solita scelta tra successo e amore; con uno sviluppo telefonato e un finale stucchevole. A sorprendere sono soltanto la regia, sottotono alle prese con la leggerezza del genere, e una cotta improvvisa per una Lily James splendida come non mai. Passato in sordina e al centro di slittamenti contini, Yesterday aveva tutto – la colonna sonora da cantare a squarciagola, la sceneggiatura di una firma amatissima – per diventare il film del cuore. Invece gli si vuol bene, per poi scordarlo l’indomani. (6)

Un altro ragazzo prigioniero della vita di provincia. Un altro straniero, questa volta pachistano. Altra musica: non i Beatles ma il Boss a salvare il nostro eroe da tempi amarissimi: una crisi economica che somiglia preoccupantemente alla nostra, da cui fuggire in maniera letterale e metaforica con le cuffiette del walkman premute nelle orecchie. Prendete l’ambientazione di Pride, aggiungete la musicalità di Sing Street. Il risultato, una tipica storia di conflitto generazionale e bullismo, con canzoni famose a far da collante, finisce più per somigliare a Un’avventura che ad Across the universe. Le colpe spettano a una scrittura e a un montaggio troppo televisivi. A toni incerti, sospesi tra il musical e la commedia adolescenziale. A una colonna sonora a puntino, che coinvolgerà soltanto i fan di Bruce Springsteen e annoierà i profani come il sottoscritto. Romanzo di formazione pretestuoso e un po’ smielato, somiglia all'invito a una festa in cui non siamo invitati. Nell’angolo, annoiati, ci limitiamo a battere il rimo con il piede. (5,5)

Siamo già nell’Inghilterra agrodolce della Brexit, diffidente verso il prossimo. La protagonista – altra aspirante cantante, altra straniera, altra fangirl: però del compianto George Michael – è una pasticciona con gravi problemi di salute e di autostima. Vittimista e disfattista, abile a rinnegare tanto origini etniche quanto sogni, sfoggia un sorriso forzato in un negozio di articoli natalizi. Fino all’arrivo di un ragazzo misterioso, che si muove a passo di danza e salta fuori sempre all’improvviso. Meno sbrilluccicante e brioso del previsto, per fortuna anche meno stucchevole, Last Christmas funziona come percorso di maturazione di una convincente Emilia Clarke e trampolino di lancio per il bel Henry Golden, già visto in Crazy Rich Asians, con tanto di colpo di scena a effetto – per quanto intuibile. La partecipazione amichevole di Michelle Yeoh ed Emma Thompson dà colore al tutto.  Commedia romantica nevosa e interraziale, con una novella Fleabag a bordo, è l’ennesima variazione sul tema del classico di Charles Dickens. Trasognata e romantica, magica il giusto, non è l’erede di Love Actually ma nemmeno un film da evitare nei pomeriggi di Canale Cinque. Odiando il Natale, sarebbe potuta andare peggio. (6,5)

Lei, annoiata da un matrimonio lungo quindici anni, desidera la maternità e divide la casa con un secondo uomo: l’idolo di un marito ossessivo e distratto, la cui fama è iniziata e finita negli anni Ottanta. Il cantante in questione, nel frattempo invecchiato, ha figli sparsi nei quattro angoli del mondo e risponde con curiosità all’email di lei: non una fan ma una detrattrice, che però tra le righe lo diverte e lo seduce. Si incontrano a Londra, durante una riunione di famiglia. Si innamoreranno mica? Da uno spunto fiabesco nasce una commedia tanto verosimile da sovvertire piani e cliché. All’apparenza, infatti, è tutto sbagliato. Il triangolo sentimentale si scioglie in fretta; tra Rose Byrne ed Ethan Hawke non c’è una canonica storia d’amore, con un bimbo che scombina pure le carte in tavola. Un po’ amicizia di penna, un po’ vendetta, Juliet Naked è un delizioso colpo di fulmine con un cast di bravissimi e ritmi invidiabili. Abbondano le riflessioni sui postumi della fama, sulla genitorialità, su un passato che imprigiona. E, a sorpresa, trionfa una morale femminista, con una donna che all’occorrenza ha il coraggio di scegliere. Garantisce Nick Hornby. (7)

Fissati per quel giorno hanno entrambi appuntamenti importanti. Lui ha un colloquio presso un’università prestigiosa, lei con l’ufficio immigrazione. A farli conoscere, coincidenze o il destino? Prima la metropolitana in ritardo, poi i reciproci incontri slittati, infine una scritta sulla giacca di lei che casualmente riporta il titolo dell’ultima poesia di lui. Da un lato abbiamo un ragazzo asiatico con l’animo poetico. Dall’altro, una ragazza giamaicana affezionata alla razionalità scientifica. Belli in modo imbarazzante, passeggiano verso un amore maledetto dalle stelle – lei sarà rimpatriata il giorno successivo. Boy meets girl di quelli che piacciono a me, freschi e puliti, con la parlantina fluente e gli hobby peculiari, è stato un successo inferiore rispetto a Noi siamo tutto, sempre della stessa autrice. Più lineare del romanzo, la trasposizione perde la sua coralità per concentrarsi sui problemi della coppia, ma non la serendipità di fondo. Melodramma metropolitano dai toni agrodolci, è un inno agli instant-love e alla città di New York; un Prima dell’alba al tempo di Donald Trump. Forse il vero antagonista nelle relazioni a distanza nei film sentimentali di oggi. L’anima gemella si fermerà davanti alle sue leggi, ai suoi muri? (7)

È una fiaba a lieto fine. Una commedia romantica a ruoli invertiti, che nella trama somiglia vagamente a una stagione di Scandal in salsa scollacciata. Nonostante la durata eccessiva e qualche inutile volgarità di troppo, Non succede ma se succede sta discretamente al passo fra femminismo, scandali sessuali, battute sui multiversi Marvel e le serie HBO da guardare in binge watching. L’intreccio, consolidatissimo, parla di opposti che si attraggono e di una strana coppia di innamorati: in realtà, la sola ragion d'essere di una pellicola godibile ma poco memorabile. Seth Rogen e Charlize Theron sono infatti ottimi e affiatati. A ben vedere, neanche troppo male assortiti: lui fa la sua bella figura in smoking; lei rinuncia all’aura da diva per un ruolo leggerissimo, che a sorpresa ne mette in risalto gli sconosciuti tempi comici. Avrebbero comunque il mio voto. Questa è la politica che piace a noi profani. È la favola che noi maschietti sogniamo. È un’altra stupida commedia americana, sì, ma con un duo che fa straordinariamente sul serio. (6,5)

Potrebbe fare da anonima spalla comica alla protagonista carina di un film qualsiasi: felicemente in sovrappeso, sopra le righe. Ma Brittany beve, fa sesso occasionale, si trascura con amicizie e lavori non all’altezza. Bisogna perdere venti chili per trovare la giusta leggerezza. Non ne va soltanto del look, ma della salute. Ispirato a una storia vera, Brittany non si ferma più è una commedia sulla forza dell’ostinazione. Jillian Bell, all’apparenza novella Rebel Wilson, regala infatti un’interpretazione bellissima in una fiaba energica e propositiva, sbucata a tratti da un episodio di Modern Love. A fare la differenza è proprio la caratterizzazione di una protagonista non sempre amabile, ma per questo profondamente umana, che ha paura dei chili che tornano; dell’ansia da prestazione; del confronto con il prossimo; dei traguardi che slittano. Ora esilarante, ora patetica, ma sempre emozionante, la sua vicenda è una seduta di cardiofitness. Fa bene alle arterie intasate, e al cuore. (7)

È la storia vera della wrestler Paige, ma sembra una fiaba scritta a tavolina. Ecco una Cenerentola sul ring, mai messa al tappeto. Da sfigatella a campionessa: senza vie intermedie, senza allenamenti, senza muscoli o fatica. La lanciatissima Florence Pugh, somigliante all’originale ma sprovvista del fisico adatto al ruolo, è qui al centro di fatiche unicamente psicologiche: l’acredine con il fratello maggiore, suo beniamino tagliato fuori dalla competizione all'ultimo; le aspettative dei genitori; la competizione con le altre campionesse, al contrario di Paige sbucate da una rivista di moda. Non mancano i figuranti graditi – Headey e Frost –, né i cameo che mi hanno fatto tornare all’epoca in cui il wrestling lo seguivo. Oltre al look rock ‘n’ roll, nella biografia di Paige, c’era ben più da indagare: uno scandalo sessuale a cui si allude soltanto in una battuta; l’infortunio che brucerà prestissimo la sua carriera. Gli si preferisce il lieto fine. Con un bel cast, un bell’umorismo nella prima parte e una trasferta, a metà, dove si perdono la grinta e l’interesse. Colpa della fama, che dà alla testa. Colpa della banalizzazione dell’orgoglio femminile, al tempo dell’intrattenimento per famiglie. (6)

venerdì 7 febbraio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: 1917 | Jojo Rabbit | Piccole donne | Le Mans '66

Ogni anno tra i registi in lizza si disputa una gara alternativa: chi ce l’ha più lungo, il piano sequenza? Dopo i recenti vincitori Chezelle e Cuaròn, Mendes alza ulteriormente l’asticella girando un intero film in piano sequenza – anche se, per essere precisi, due stacchi di montaggio dichiarati ci sarebbero. La trama è presto detta. Una coppia di soldati inglesi, di stanza in una bellissima Francia assediata, sono incaricati di portare una lettera a un superiore per scongiurare un attacco già pianificato: il nemico, infatti, ha un segreto asso nella manica. Sempre di corsa, i giovani tagliano in due una terra di nessuno: tra cadavere rosicchiati dai ratti, aerei a picco e ruderi invasi dai fiori di ciliegio, la macchina da presa non li perderà d’occhio. L’Oscar alla regia è presto servito. E meritano lo stesso trattamento fotografia e scenografie, che soprattutto nella fuga notturna del protagonista ci regalano un incubo di fuoco degno di un dipinto espressionista. Ma se visivamente il film si conferma una delle cose più splendide e pirotecniche del cinema contemporaneo, dal punto di vista narrativo non aggiunge niente di nuovo al filone. L’emozione scarseggia. Godibile e appassionate, ha più tecnica che cuore, e dal regista di American Beauty e Revolutionary Road sarebbe stato lecito aspettarsi un’impronta maggiormente autoriale. Troppo esile nella scrittura, la guerra di trincea secondo Mendes è una parentesi piena di orrore e meraviglia, ma lo spettatore è così occupato ad ammirare i volteggi della macchina da presa da non importarsene del resto. Baciato dalla fortuna, tuttavia, il film riesce a non inciampare, a non affannarsi né ad affannare, grazie a figuranti d’eccezione e a una magnificenza che distrae dai vizi di forma sparsi. L’effetto videogioco, per quanto esaltante, è dietro l’angolo come una mina antiuomo. (6,5)

L’antisemitismo raccontato come in una fiaba: vent’anni fa, con risultati indimenticabili, lo aveva fatto il nostro Benigni. Il vulcanico Taika Waititi, reduce dai successi dell’ultimo blockbuster, punta a un target simile: i toni restano leggeri e trasognati, ma il cambiamento avviene nel punto di vista. La voce narrante, infatti, appartiene a un aspirante nazista. Al centro di una prova da applausi, che ne fanno presto il migliore di un cast di stelle, il piccolo protagonista è una contraddizione: un condensato di rabbia e dolcezza, che studia la morte ma cerca un amore da farfalle allo stomaco. Semplicemente adorabile, fantasticherie prive di logica a parte, si scopre confuso e perduto in un mondo in cui il Fuhrer non è il migliore degli amici. La maturazione passa dalle parole di una mamma coraggiosa, che sfoggia le scarpine da ballo e i lineamenti incantevoli della Johansson, e attraverso l’apertura verso il diverso – un’ebrea da nascondere –. I temi: l’insensatezza dell’odio, il candore degli innocenti, la forza dei pavidi. Più che a Benigni, ci si ispira allora ai mondi di Chaplin e dei Monthy Pyton. La commistione di sorrisi e barbarie regalerà risvolti shock nel finale. Ma dov’è l’innovazione di cui si legge, se i colori appartengono ad Anderson e la colonna sonora comprenderà la solita Heroes? Checché se ne dica, Jojo Rabbit è proprio la favola satirica che immaginavamo a scatola chiusa, arrivata in tempo per gli Oscar e la Giornata della memoria. Ma è un difetto non risultare né inferiore né superiore alle attese? Essere più grazioso che bello? In ogni caso gli si vuol bene, anche se come l’altrettanto edificante Green Book dovesse spuntarla ai premi. (7)

È una storia che conosco in tutte le salse, sarà che a casa mia le sorelle March sono state un’istituzione. In particolare di Jo, scrittrice indomita e ribelle, ho sentito parlare abbastanza da considerarla una di famiglia. Giunta all’ennesima trasposizione non richiesta, la storia di formazione firmata dalla Alcott non aveva segreti per me. E  qualcos’altro da dirmi? Rifacimento guardato all’inizio con scetticismo, dal momento che il sopravvalutato esordio della Gerwig non mi aveva convinto, Piccole donne avrebbe potuto farmi storcere il naso o annoiarmi, ma non me ne ha dato il tempo. Travolgente e gioioso, sempre scapigliato e di corsa, ha la stessa indole della sua eroina: è rumoroso, caotico e logorroico, e nella fretta si mangia purtroppo situazioni (l’attrazione verso per Garrel), personaggi (la cagionevole Beth), scene madri (il lieto fine sotto l’ombrello, qui rimaneggiato con intelligenza). Insomma: non è il period drama perfettino che ci si aspetterebbe. Rimodernato a dovere senza però mai tradirsi, il film accentua la vena femminista del romanzo. Indipendenza e amore sono inconciliabili? Se lo domanda una superba Ronan, e durante la visione le fa da controcanto la Pugh: sorella minore non così capricciosa, non così sciocca, che si rende protagonista di una maturazione inattesa. Se il cast è inappuntabile, il difetto è il montaggio frammentario. Lungo e un po’ raffazzonato, il secondo lungometraggio di Greta si muove su due piani temporali che confonderanno gli spettatori neofiti e anticiperanno le relazioni tra i personaggi – soprattutto il due di picche dato a Chalamet, con un ruolo che gli calza a pennello –, rischiando di far perdere interesse strada facendo. I difetti potrebbero battere i pregi. La trasposizione non è né la più fedele né la più coerente. Eppure, complice la bella atmosfera, è la più passionale, disordinata e sincera. Come solo certi rapporti di sangue, tra donne soprattutto, sanno essere. (6,5)

Il titolo originale, al solito, dice tutto con poco. Si parla di una storia vera, di una sfida all’ultima accelerata. Da un lato abbiamo la Ferrari, che colleziona vittorie innumerevoli sulle piste da corsa. Dall’altro la Ford, marchio che fa ancora fatica a imporsi nell’ambiente dei circuiti. Fino a quando la casa automobilistica, spinta dal desiderio di stare al passo, non ingaggia la strana coppia composta da Damon e Bale: amici-nemici, i due lavoreranno a un’auto da portare in Francia. Se il primo è misurato e perbene, il secondo è un meccanico attaccabrighe che non conosce freni: soprattutto al volante. Si punta a Le Mans; a una gara lunga ben ventiquattr'ore, in cui si battono gli avversi per sfinimento. Guida Bale, sempre camaleontico a dispetto di un copione che questa volta lo vorrebbe più naturale che altrove, ma dirige James Mangold: regista di pellicole solidissime e fortemente americane – l’ultima fu Logan –, qui è purtroppo lontano dal mio genere. Annoiato dalle gare automobilistiche e dai film d’azione, spossato da lunghezze che si aggirano intorno alle due ore e trenta, non sono andato d’accordo con la sua ultima fatica. Tralasciando la mia ignoranza in materia, però, non posso fare a meno di domandarmi cosa ci faccia nella lista dei Miglior film la versione politicamente corretta di Fast and Furious. Furbetto, lungo e disneyano, Le Mans '66 è un intrattenimento inferiore ad aspettative già scarse di per sé. Mediocre, nel senso di tremendamente nella norma, ha antagonisti da cartone animato – vedasi il pessimo Girone – e scarsa presa emotiva, a differenza dell’incredibile tour de force che fu Rush. Da spettatore italiano, per altro, per tutto il tempo ho tifato invano per una rimonta della Ferrari. Qual è il colmo per un film sulla velocità? Non schiacciare sull’acceleratore. Non uscire mai dal tracciato, seguendo le mosse di una guida tutt’altro che sportiva. (5,5)

giovedì 1 agosto 2019

Mr. Ciak ad agosto: la mia ultima volta al cinema con Pensieri Cannibali e White Russian

Salve, amici. Come state? Il caldo bestiale di quest'inizio di agosto è tantissimo, sì, ma comunque non abbastanza da impedire le rimpatriate in sala. Sapete chi ho incontrato di nuovo? Gli amici-nemici Cannibal Kid e James Ford che, come già accaduto qualche anno fa, hanno aperto le porte dei loro blog per commentare insieme le uscite cinematografiche: non di questa settimana, ma dell'intero mese. Sarà davvero la nostra ultima volta insieme? Sperando di vederne delle belle – e di trovarli, soprattutto, belli carichi –, vi lascio con la carrelata di un agosto che, almeno sul grande schermo, promette al solito qualche ventata di freschezza, fra commedie generazionali, horror "a mollo", titoli festivalieri da rispolverare.

Una famiglia al tappeto (1 agosto)
Mr. Ink: Per anni e anni, da ragazzino, sono stato un patito di wrestling. Non sono più aggiornato da un po’. Accanto a The Rock, Triple H e John Cena, però, ricordo loro: le Divas. Bionde e sexy come le conigliette di Playboy. Qualcuna se le dava di santa ragione. Qualcuna – per esempio Stacy Keibler, ex fiamma di George Clooney – era più interessata alle paparazzate che al ring. Fare un film sulla giovane Paige, lottatrice atipica con il look da rocker e il nome di una delle sorelle Halliwell, poteva essere interessante: mio fratello mi parla di uno scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta e di un infortunio, purtroppo, che l’ha costretta presto al ritiro. Restando su toni più superficiali, invece, il film è un’innocua favoletta femminista sulla scia di Glow con la prezzemolina Florence Pugh. Già visto, se ne scriverà a breve.
Cannibal Kid: Mr. Ink era un patito di wrestling?!? Questa non me l'aspettavo. Questo sì che è un colpo basso! Che Mr. Ink e Mr. Ford in realtà siano la stessa persona? Se non altro, come chiunque abbia superato gli 8 anni di età, Ink ha smesso di seguire questo “sport”. Anche io comunque ho già visto questo film e devo dire che... mi è piaciuto un sacco. Sorpresa! Dopo Glow, il wrestling femminile mi ha messo di nuovo al tappeto. Quello maschile invece continua a sembrarmi una fordianata pazzesca.
Ford: sapevo della passione di Ink, che ovviamente sostengo e che anzi, sul buon esempio del fratello, gli consiglio di rispolverare. Non ho ancora visto il film - ma è tra le visioni obbligate delle vacanze -, ma quello che posso dire è che la figura di Paige è stata senza dubbio una delle più importanti per il cambiamento avvenuto nel wrestling femminile degli ultimi anni: la ragazza è sempre stata parecchio turbolenta - le sue relazioni sentimentali ed i gossip conseguenti ne sono la prova -, ma sul ring era un vero talento, e l'infortunio che l'ha costretta al ritiro giovanissima è stato uno dei più grandi torti al wrestling che il destino abbia giocato nel passato recente. Ad ogni modo, aspetto di essere messo al tappeto.

Hotel Artemis (1 agosto)
Mr. Ink: Un trafficante, un assassino, due ladri e un poliziotto s’incontrano in un ospedale privato. Sembrerebbe proprio l’inizio di una barzelletta triste, di quelle che raccontano gli zii alticci (o Ford, anticipando la battuta del Cannibale) alle cene di Natale. Si tratta, in realtà, di un thriller futuristico con un cast decisamente popoloso, che medie disastrose e un poster italiano realizzato con gli scart di Paint hanno reso a malapena adatto per una timida distribuzione estiva. Neanche il piacere di rivedere Jody Foster, di recente regista di film e serie TV tutt’altro che memorabili, può spingermi a fare il check-in all’Artemis.
Cannibal Kid: Film che latita nell'hard-disk da mesi, la sua uscita italiana mi ha ricordato della sua esistenza. E ora che me ne sono ricordato, posso dimenticarmene di nuovo. Di cosa stavamo parlando?
Ford: altro film che mi pare sinceramente scarso e che non intendo recuperare neppure alla vigilia delle ferie, quando la serata film diventa una vera e propria goduria, specie sapendo che il giorno dopo ci attende il mare invece che il lavoro. Passo oltre senza troppi patemi.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw (8 agosto)
Mr. Ink: The Rock e Jason Statham chi? Ospitato da due boss come Ford e Cannibal Kid, esperti in risse (verbali) da orbi, mi sembra una scortesia grande preferire la compagnia dei protagonisti dell’ennesimo Fast & Furious (reboot, prequel, boh: non so cosa sia) alla loro. Lo salterò per questo motivo perciò, e non perché non abbia mai visto in vita mia un capitolo della serie action.
Cannibal Kid: Mr. Ink, non hai mai visto manco un Fast & Furious? Devi recuperare il primo, un caposaldo della tamarraggine dei primi anni zero, mentre il resto della saga è più che altro trascurabile. Curiosamente, a introdurre Ford alla visione di questa serie cinematografica ero stato proprio io. Riuscirò a convincere pure il poco tamarro autore del blog letterario Diario di una dipendenza? Tutto può succedere, tranne che questo non necessario spin-off dedicato alla versione action-hero di Ford & Me, ovvero Hobbs & Shaw interpretati da Dwayne Johnson & Jason Statham, si riveli un capolavoro.
Ford: questo spin off di un franchise partito decisamente male e divenuto interessante con l'arrivo di The Rock e del suo livello oltre misura di tamarraggine promette di essere uno dei guilty pleasure fordiani dell'estate: botte, casino, The Rock, Statham, altre botte, esplosioni, altre botte. E, sempre in tema di wrestling, la comparsata di un parente dello stesso Dwayne Johnson, considerato da molti come il "nuovo John Cena", Roman Reigns. Direi che non posso perderlo.

Il sole è anche una stella (8 agosto)
Mr. Ink: Lui, asiatico, incontra lei, giamaicana con il visto in scadenza. Hanno un giorno insieme, New York e pochissime speranze di lieto fine. Sembra tutto talmente teen e adorabile, ovviamente, che lo conosco già. Lo scorso anno ho letto infatti l’omonimo romanzo di Nicola Yoon, giù autrice del passabile Noi siamo tutti, con un coinvolgimento che non mi sarei aspettato. Un po’ Serendipity, un po’ Prima dell’alba, come risulterà in sala un genere che, di solito, preferisco leggere sotto l’ombrellone anziché guardare?
Cannibal Kid: Finalmente Mr. Ink rivela il suo lato più cannibale, e finalmente la programmazione cinematografica di agosto mi regala una youngadultata strappalacrime come si deve. A piangere mi sa però che sarà più che altro Ford. Dal terrore.
Ford: in effetti, questo promette di essere l'horror più terrificante dell'estate. E di fronte ad una cannibalata tale, giro bene al largo.

Crawl – Intrappolati (15 agosto)
Mr. Ink: Gli animalisti devono essersi rotti i cosiddetti. Squali intrappolati negli uragani del trash, squali che nuotano nei supermercati sommersi, squali alle prese con le grazie di Blake Lively o Mandy Moore strizzate in drammatici bikini colorati. Insomma, non soltanto Steven Spielberg. E alla lobby dei coccodrilli giganti, invece, chi pensa? Il francese Alexandre Aja, dopo avermi divertito da morire con Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Piranha, ci porta in uno scantinato allagato. Una trappola mortale, in cui la suddetta belva assassina può tormentare Kaya Scodelario: piuttosto misera a livello di curve, vero, la fanciulla britannica di Skins è comunque una bellezza da non sottovalutare. Produce Sam Raimi.
Cannibal Kid: Una robaccia survival trash con i coccodrilli giganti? Ma questa è una fordianata gigante che non guarderò mai!
Ah, la protagonista è Kaya Scodelario? Corro subito a guardarlo!
Ford: Aja è piuttosto incostante, ma il suo livello di trash abbastanza elevato da farmi considerare questo survival con coccodrillo gigante annesso come un altro dei guilty pleasures da ombrellone che mi sa tanto dovrò cercare di recuperare, immaginando una delle future battaglie con il Cannibale con me nella parte del rettile mangiatutto e lui in quello della damigella in pericolo.

Il re leone (21 agosto)
Mr. Ink: Margo Mengoni ed Elisa sono le versioni italiane di Donald Glover e Beyoncé. Doppieranno Simba e Nala, tanto nel cantato quanto nel parlato, nel’ennesimo live action non richiesto. Ripeto, signore e signori, Mengoni ed Elisa: e c’è chi, con anni d’anticipo, osa lamentarsi se la prossima Ariel sarà impersonata da un’attrice di colore? Di questo passo attendiamo Crudelia doppiata da Alessandra Amoroso: i dalmata, così, si ammazzeranno direttamente da sé, per la gioia delle pelliccerie di ogni dove.
Cannibal Kid: Considerando che già la versione originale a livello musicale non è niente di che, per quella italiana c'è proprio da aver paura. Anche se la scelta di Elisa non mi sembra così malvagia. Considerando inoltre che già ero stato tra i pochi al mondo a non aver sopportato la ruffianissima e fordianissima pellicola animata, questa “nuova” versione, non richiesta soprattutto da me, me la sbranerò. Se mai la guarderò.
Ford: la Disney, in evidente crisi di idee, continua a propinare al pubblico live action dei suoi film d'animazione più noti e amati. E, a meno di pressioni insostenibili dei Fordini, farò come ho già fatto con Dumbo e compagnia bella. Finta che non siano neppure usciti.

La rivincita delle sfigate (21 agosto)
Mr. Ink: Inaspettato successo di critica in patria, Booksmart – esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde – arriva in Italia storpiato da un titolo a misura di Giffoni. Ritratto adolescenziale annunciato come fresco e divertente, per alcuni già iconico, potrebbe essere una delle maggiori sorprese di una stagione dichiaratamente fiacca. Dopo Eight Grade (se vi manca, recuperatelo!) ho lasciato un posto vuoto per un altro romanzo di formazione, sperando che quest’opera prima sia proprio il diamante grezzo di cui si legge in anteprima.
Cannibal Kid: Dai, dai, dai. Un film teen che si preannuncia come il Lady Bird di quest'anno e che si prenota un posto tra i miei nuovi cult personali. Alla faccia di quello sfigato di Ford, uahaha!
Ford: nonostante le apparenze cannibalesche - paurosamente cannibalesche - questo film potrebbe rivelarsi la sorpresa del mese e forse dell'estate, considerato che incuriosisce perfino un tamarro senza ritegno come il sottoscritto. Speriamo bene.

Submergence (22 agosto)
Mr. Ink: Nomen omen. Sumbergence, dramma romantico con a bordo una coppia di belli e bravi da paura (Michael Fassbender, nella fantasia di qualche fan, probabilmente si è spupazzato entrambi), è stato sommerso e superato dagli altri titoli girati nel mentre da Alicia Vikander e James McAvoy. Io stesso me l’ero procurato in lingua per poi dimenticarlo presto e senza rimpianti sul mio Hard Disk. C’è da aggiungere l’aggravante, poi, che il cielo non brilli da un po’ sulla filmografia ondivaga del regista Wim Wenders... Meriterà finalmente una rispolverata, e il recupero?
Cannibal Kid: Se manco a un fan di Alicia Vikander come me è mai venuta voglia di guardare questo potenziale polpettone che ha già due anni sul groppone, dubito che verrà a qualcun altro. Forse giusto a quel tenerone di Ford, uno dei pochi al mondo a cui quell'altro polpettone con la Vikander, alias La luce sugli oceani, era piaciuto ancora più che a me.
Ford: La luce sugli oceani era stato una grande e inaspettata sorpresa, ma c'è da dire che in quel periodo ero a casa per il mio anno sabbatico dal lavoro ed avevo le energie fisiche e mentali per affrontare polpettoni di ogni genere. Ora mi pare più difficile, dunque penso che lascerò Wenders ancora per un pò in standby.

Charlie Says (22 agosto)
Mr. Ink: Il famigerato Charles Manson si contende il titolo di cattivo dell’anno con il nostro Matteo Salvini. Spunto prima per un orribile film di serie Z con la rediviva Hilary Duff nei panni di Sharon Tate, poi per l’ultimo attesissimo Quentin Tarantino, il carismatico sussurratore dallo sguardo infernale ha questa volta il volto di uno dei Doctor Who più noti nel ritorno in sala di Mary Harron. Sia per il passaggio in Laguna, sia per la regista che – a proposito di squinternati da manuale di psicologia – firmò il cult American Psycho, ci si fida.
Cannibal Kid: Come antipasto per il film di Tarantino ci potrebbe stare. Anche perché pure io di Mary Harron mi fido, così come non mi fido di James Ford, Charles Manson e Matteo Salvini. I tre cattivi dell'anno. E di sempre.
Ford: Manson è un personaggio che mi ha sempre infastidito, un pò come Cannibal, e parlando di psicopatici e serial killers non è mai stato tra i miei favoriti. Eppure, non fosse altro che per fare da anticamera a Tarantino, una visione ci potrebbe stare. Potrebbe.

Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen (28 agosto)
Mr. Ink: Perché, ne hanno fatto pure altri due? Gerard Butler, accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti (no, non Donald Trump: la storia allora sarebbe molto diversa), si vendica insieme a papà Nick Nolte. L’attore protagonista, per l’occasione, rispolvera in parte il canovaccio di Giustizia privata – thriller tamarro che, a sorpresa, mi era piaciuto parecchio ai tempi – e ruba il ruolo all’ormai intercambiabile Liam Neeson. Gerard, che mi combini: la precedenza agli anziani!
Cannibal Kid: La precedenza agli anziani non viene data nemmeno in questa rubrica. Ford infatti è sempre l'ultimo a commentare. Mentre sarà il primo (e unico) a guardare questo nuovo inutile capitolo di una saga che per me poteva tranquillamente finire già al trailer del primo film.
Ford: Gerardone Butler è uno dei fordiani più fordiani degli ultimi anni, anche se ammetto che la saga di Attacco al potere è quasi troppo perfino per me. Avendo visto gli altri due ed essendo in agosto potrebbe scapparci anche questo numero tre, ma non garantisco. A meno che il Gerardo non mi prometta di darle a Trump, Cannibal o entrambi.

The Rider – Il sogno di un cowboy (29 agosto)
Mr. Ink: Tante cose possono dirsi del Cannibale, belle e brutte, ma non che non abbia un certo gusto per i colpi di teatro: me lo conceda a cuor leggero anche Ford. Chi non legge le sue classifiche di fine anno per sapere quale film di nicchia, all’ultimo momento, ha tirato fuori dal cilindro? Nel 2018, fra gli altri, è stato il turno di The Rider. Dramma western alla Kent Haruf, acclamatissimo nel circuito indie, che potrebbe regalare gioie e lacrime di commozione anche su White Russian. E quando un piccolo film mette d’accordo il Gatto e la Volpe, diciamolo, non può che essere grande.
Cannibal Kid: Sono felice che i miei colpi di teatro siano apprezzati, almeno da qualcuno. Un altro colpo di teatro è l'annuncio che questa sarà l'ultima puntata della rubrica sulle uscite cinematografiche. Però se non altro si chiude alla grande. The Rider a me è piaciuto decisamente, ma credo che Ford potrebbe trovarlo addirittura uno dei più bei film del decennio. E una pellicola gradita da entrambi è un altro colpo di scena clamoroso.
Ford: non mi ricordavo di questo colpo di teatro del Cannibale, e dunque mi segno di recuperare questo The Rider - che promette benissimo - in modo da poterne parlare appena tornerò dalle vacanze, anche se sarà durissima farlo rischiando di essere d'accordo con il Cucciolo Eroico, così come è stata dura essere d'accordo con lui nel decidere di chiudere questa rubrica.

Teen Spirit – A un passo dal sogno (29 agosto)
Mr. Ink: Ha il titolo che fa pendant con una canzone dei Nirvana ma, nella colonna sonora interamente cantata dalla protagonista, si scorgono a colpo d’occhio alcuni dei successi pop più trasmessi di questi anni. In attesa di vedere Natalie Portman in Vox Lux ed Elisabeth Moss in Your Smell, ci si godrà con gli occhi a cuoricino il talento e la bellezza della mia sorella Fanning preferita. Benché il sottotitolo suggerisca un musical in stile Disney Channel, meglio fidarsi della fotografia cupa alla Refn e della prova alla regia di Max Minghella, figlio d’arte conosciuto come attore (è Nick, l’autista innamorato) in The Handmaid’s Tale. Off topic: su YouTube, intanto, cercate il duetto fra Elle e Woodkid e alzate il volume a palla.
Cannibal Kid: Per chiudere alla grandissima per sempre questa rubrica, dopo il gioiellino The Rider ecco un altro potenziale nuovo cult assoluto. Per abbassare un po' le aspettative devo ricordarmi della cocente delusione provocata di recente da Vox Lux. Questa volta spero comunque che tutto vada per il verso giusto. Elle Fanning in versione popstar è già la mia nuova popstar preferita e un film del genere qui su Pensieri Cannibali già solo dal titolo è a un passo dal sogno. E a un passo dal cult.
Quanto alla fine della nostra rubrica sulle uscite cinematografiche, rappresenta invece la fine di un incubo. Almeno per un po' potrò starmene beato senza le opinioni spesso discutibili, e ancor più spesso detestabili, di Mr. James Ford. Tranquilli però che la nostra rivalità continuerà ancora. Cannibal VS Ford, la sfida prosegue. Coming soon su Pensieri Cannibali e WhiteRussian.
Ford: si chiude questa puntata - e la rubrica - con un potenziale cult cannibale che spero sinceramente di poter massacrare alla grande, più che altro perchè, ora che un capitolo è alle spalle, la rivalità più lunga della blogosfera ha bisogno di nuove sfide, e nuova benzina gettata sul fuoco. Non sia mai che si lasci questo spazio troppo vacante, del resto.

lunedì 29 luglio 2019

Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando

Quando l'horror divide mi sono sempre trovato a far parte della schiera degli estimatori. Così è accaduto anche per Hereditary, tragedia mascherata da ghost story. Per far capire la differenza con il nuovo film del regista, retto nuovamente da una protagonista sull'orlo di una crisi di nervi, descriverò la reazione della sala davanti a una scena che si ripresenza, a un assordante urlo di donna: se quello della Collette ammutoliva, quello della Pugh ha scatenato al cinema grasse risate. Colpa di una brutta interpretazione da parte dell'interprete di Lady Macbeth, o forse di compagni di visione troppo rumorosi? La colpa, in realtà, spetta a un horror ambizioso e provante, che flirta con i toni camp rovinando la nostra percezione complessiva. La trama, né più né meno di quella di un found footage del decennio passato: una cinepanettonesca comitiva di studenti, in cerca di sballo e sesso, punta alla Svezia con la scusa della tesi. Come se non bastasse la presenza della lacrimosa fidanzata del protagonista, unica sopravvissuta al suicidio dell'intera famiglia, a rovinare i piani saranno anche gli abitanti di un'inquietante comune. A canti folkloristici, rune e riti corrisponderanno di pari passo orge, suicidi e roghi. Midsommar è tutto girato alla luce del sole. La fotografia, incantevole, risulta abbacinante e cupissima. Quel cielo troppo azzurro disorienta, tanto quanto gli espedienti al confine col trash per rendere i turisti parte della comunità. Il teen horror cita Hereditary, riprendendone i culti esoterici – la parte peggiore del film precedente – e la pesantezza inusitata. Il rischio: dare eccessiva importanza a personaggi immaturi, a dettagli impercettibili, che nel finale caricano la pellicola di un enfasi incomprensibile. Non si parla della morte scioccante di un figlio, infatti, bensì di due ventenni spaventati da un amore finito. Servivano 140 minuti per venirne a capo? Serviva l'ennesimo film sull'orgoglio femminile – la morale, ebbene sì, lì va a parare –, con sprezzo del ridicolo aggiunto? Sempre geometrico e perturbate, con una poetica che al secondo lungometraggio già inizia a sembrare ripetitiva, Aster firma un ritorno sopravvalutato ma dal fascino inconfutabile. Una natura morta rubata al puntinismo di Seurat, che brucia nel falò della sua stessa vanità. Svegliandoci a metà di ques'incubo di una notte di mezza estate. (5,5)

Lui è un ragazzo di campagna, scrittore aspirante. Lei, ex compagna di scuola inconsapevolmente seducente, è la storia di una notte e via. L'altro, novello Jay Gatsby, è ricchissimo e sospetto: soprattutto quando la ragazza, al centro di un triangolo degno del cinema francese, scompare nel nulla. Burning, ispirato a un racconto di Murakami, è un melodramma a tinte gialle tanto conturbante quanto difficile da scomporre. Gli atteggiamenti sconnessi dei protagonisti, i ritmi dilatati fino allo spasimo e quel finale sfuggente, intessuto di falsi ricordi e inquietanti fantasie masturbatorie, sono oggetto fino all'ultimo dell'interpretazione di ciascuno. Per quanto non abbia mai fatto miei gli enigmi del giovane protagonista – silenzioso e monoespressivo, lontano da me per lingua e cultura – sono rimasto folgorato dalle danze in topless sulla colonna sonora jazz, dalle sessioni di jogging sugli sfondi di una fotografia meravigliosa, dall'istinto piromane dei protagonisti. Qualcuno ha bruciato i vestiti della madre traditrice, qualcun altro arde invece granai periodicamente. Cosa rappresenta la ricerca dei suddetti? Che fine ha fatto la ragazza scomparsa? Perché quel finale tragico e precipitoso, dopo la flemma del resto? Si parla di conflitti di classe. Di ventenni belle e annoiate, solitarie come serre in stato d'abbandono, che cercano loro stesse nei viaggi, nelle droghe, nel mistero. Se sparissero, chi le cercherebbe? Buring brucia lentamente, senza vampate e senza calore. Ma forse non si esaurisce qui. Come il sapore di un'arancia immaginaria che la protagonista, esperta di pantomima, sbuccia e pilucca a piacere, consapevole del confine fra vuoto e presenza. (7)

Dopo aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico, non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie. Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai: tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border. Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica – ho ripensato al nostro Lazzaro Felice –, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare. Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare mostri, tutto per amore. (8)

Bionda, alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza, scabroso ma mai gratuito, Girl è il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa, una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 – sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per fortuna, non inviolabili. (7,5)

Un'altra ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue my mind, notato per il titolo bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera, infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento – l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi, sconfina infine nel body horror: peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P., la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica. Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone, quindi, l'onda d'urto. (6,5)

Avvertenze prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue. Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra Schegge di follia e La notte del giudizio, l'irresistibile Assassination Nation è l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso, va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria: Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)