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venerdì 24 dicembre 2021

Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights

Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)

Jonathan Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film, dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata. Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco. Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico, dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda: il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle, ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me, si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)

Può un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio? Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado, l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura, intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni. Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)

In un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima, infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho odiato. (4)

Da Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi, le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York. Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi, poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più indifferenti noialtri. (6)

mercoledì 23 dicembre 2020

Le visioni indie di dicembre: Sound of Metal | Ema | Matthias e Maxime | Waves | Under the Silver Lake

Lo cantavano Simon e Garfunkel: anche il silenzio ha un suono. Lo scopre d’un tratto Ruben, un batterista rock, all’improvviso costretto a rinunciare a un tour insieme alla compagna cantante. Perde l’udito. Ex tossicodipendente, fidanzato da quattro anni con la dolcissima Olivia Cooke e da quattro anni pulito, minaccia il suicidio; nega; si aggrava; nega ancora; distrugge. Al centro di un doloroso processo di accettazione, il protagonista si trasferisce in una comunità per non udenti dalle regole ferree. Quando gli ospiti – guidati da un Paul Raci in odore di nomination – comunicano fittamente fra loro nel linguaggio dei segni, sullo schermo non compaiono sottotitoli: lo smarrimento di Ruben, che non conosce la LIS, è pari al nostro. Questa è la grande sfida dell’esordio alla regia di Darius Marden: renderci vicinissimi all’esperienza del batterista. Complice un uso del sonoro mai sperimentato prima, Sound of Metal diventa allora una visione sperimentale, intima e immersiva: tagliati fuori, ma per questo perfettamente calati nel disagio di Ruben, ascoltiamo suoni ovattati, fischi, fruscii, tonfi, voci che sembrano rimbombare dalle profondità oceaniche. Gli anni Trenta erano il trionfo del cinema muto. Questo, invece, è un cinema sordo: capace di sfruttare le commoventi potenzialità della settimana arte per garantire totale empatia. Chiusi per due ore nella bolla della sordità, facciamo compagnia a un incredibile Riz Ahmed: l’attore di origini pachistane picchia i piatti della batteria con furia selvaggia e comunica resa a ogni sguardo. Artefice di una delle migliori performance su piazza, scrive pensieri farneticanti; impara pian piano a padroneggiare i movimenti delle mani, i vuoti, le parole non dette. Questo ex batterista fatica a riprendere il ritmo, ad abituarsi: insegue perciò l’utopia di un costosissimo impianto cocleare. Che rumore fa la disperazione? Cosa resta quando la musica finisce? A sorpresa, il silenzio – e l’oscurità, vecchia amica – garantiscono un’acustica perfetta. Marden li indaga sin nelle vibrazioni più infinitesimali. Il risultato, paradossalmente, è un’orchestra di emozioni. (8,5)

Sensuale e folle, mette a disagio soltanto aprendo bocca. Flirta spudoratamente e in ogni occasione. Ema ha i capelli ossigenati, una crew di amiche ballerine per branco e una lunga relazione con un coreografo di dodici anni più grande. Passando da un assistente sociale all’altro, vive sensi di colpa per un bambino voluto, cercato, infine ceduto nuovamente indietro. L’orfano che ha adottato con Gaston – già grandicello, con un’ombra di baffi sul labbro e l’hobby dei fiammiferi – ha rivelato agli altri l’inadeguatezza della coppia. Come può un bambino violento essere allevato da due genitori sui generis? O forse non ci potrebbero essere persone migliori di due ribelli poliamorosi per far sentire benaccetta una mina vagante? Dopo la biografia di un’algida first lady americana, Pablo Larraìn torna in Cile per un nuovo ritratto femminile. Per la prima volta, seminando sconcerto tra i suoi estimatori, lascia da parte l’impegno politico da parte. Non per questo meno ambizioso, il film presentato a Venezia è un puzzle sentimentale stranissimo mosso dalle forme d’amore più disparate. Benché sofisticato, si muove a ritmo di raggaeton. Pur rendendoci partecipe del dramma di una famiglia disfunzionale, ha le fattezze di un thriller erotico. Ammaliante ma respingente, malsano eppure armonioso, di una bellezza conturbante, è una festa di leggerezza e devasto con i rossi saturi di Noè e le passioni dell’Almodovar più scandaloso. Il bel Bernal fa un passo indietro davanti al magnetismo della rivelazione Mariana di Girolamo. Quintessenza della libertà, Ema e i suoi mille amanti – importanti un pompiere e un’avvocatessa – cercano il raggiungimento di un nuovo equilibrio nella maniera più controversa. Madre, moglie, ballerina, piromane, trasforma ogni mossa in un passo di danza; ogni incontro in un’ammucchiata. Tra fascino e inquietudine, è il soggetto di un ritratto più che moderno: futuristico. Contro natura, oltre natura. (8)

Dopo un viaggio in America che aveva dato vita al suo film più bistrattato – per me ingiustamente – Dolan torna alle origini per leccarsi le ferite. La provincia canadese è quella dei suoi primi successi, e sempre da lì vengono i miscugli particolarissimi tra inglese e francese, i rapporti di amore-odio con mamme troppo ingombranti, gli amori impossibili a tinte arcobaleno. Storia di un’amicizia messa all’improvviso in discussione, Matthias e Maxime parte con un bacio che i due protagonisti si scambiano per prendere parte a un corto cinematografico. Gli altri, intorno, non sembrano dar peso all’evento. Ma nei diretti interessati qualcosa cambia: contriti e confusi, prendono a evitarsi. Cosa nasconde il loro imbarazzo? Raccontati in presa diretta, sembrano muoversi senza seguire una sceneggiatura. Tra primissimi piani, dialoghi che si accavallano, brindisi e feste piene di armonia, permettono che l’incomunicabilità generi momenti di tensione. Riusciranno a confessarsi l’inconfessabile? Concitato, caotico e festoso, l’ultimo film dell’ex ragazzo prodigio mantiene un basso profilo. Tende a non strafare. Intimo, è al servizio di una storia semplice e priva di manierismi, che ovviamente non rinuncia ai classici riferimenti pop: la scena del bacio, la più memorabile, omaggia Titanic. Più sentito che riuscito, il film – fatto di esterni gelidi e d’interni calorosi, di un’allegria sguaiata intrisa di disperazione – è una festa di addio per salutare per sempre l’ultimo scampolo della giovinezza di Xavier. Ma è comunque una festa. (6,5)

Lo hanno abituato a eccellere. Afroamericano in un Paese intollerante, checché se ne dica, deve fare sforzi sovraumani per essere all’altezza delle aspettative altrui. Studente brillante e stella del wrestling, è spinto oltre i suoi limiti – o fino ai suoi limiti? – dalle pressioni di un padre troppo normativo. Come venire a patti prima con un infortunio, poi con l’arrivo di un bambino indesiderato, se nel suo futuro non sembravano esserci spazio per gli errori? Chi ha tutto, purtroppo, a tutto da perdere. E durante un ballo scolastico sotto antidolorici, la tensione crescerà fino a sfociare nella tragedia immancabile. Allora il film cambia aspect ratio e volto, cambia protagonista. Si lascia spazio al punto di vista della sorella minore, aspirante veterinaria alle prese con il primo amore per un tenerissimo Lucas Hedges. Waves – arrivato in homevideo con il sottotitolo Le onde della vita – è un dramma familiare con un bagaglio emotivo pesantissimo e una generosità fuori dall’ordinario. Potente, emozionante, vero, segue un andamento imprevedibile e tumultuoso. Sembra scosso dalle forze crudeli di una moderna tragedia. Parabola sull’ira e sul perdono, sulla disperazione e sulla libertà, scioglie i nodi intricati della prima parte con l’espiazione della seconda. Tra danze liberatorie sotto la luna, sbronze e faccia a faccia urlatissimi, riflette sulla mutevolezza delle sorti e dei sentimenti. Diretto da Trey Edward Shults – già notato con un interessante horror indipendente –, qui e lì è stato accusato di essere troppo pretenzioso. Con i suoi folgoranti primi piani, con le luci al neon e i colori fluo, con scene madri su scene madri, probabilmente lo è. Il montaggio da videoclip, inoltre, è una montagna russa. Ma il regista trentaduenne si è fatto le ossa come assistente di Terrence Malick, e si nota nella perfezione della messa in scena che ricorda anche le sperimentazioni visive di Dolan, le giovinezze allo stato brado di Guadagnino, i drammi all black di Jenkins. Strizzando l’occhio ai migliori, Shults cura maniacalmente la forma, però non scorda il cuore. Rinfrancato nello sguardo e nell’anima, mi sono goduto moltissimo questo doppio romanzo di formazione dove l’incomunicabilità prolifera per lasciare spazio al senso di colpa. Sui cocci della perfezione infranta, Waves regala picchi e creste. Travolge. Nelle sue onde, che ti circondano come un bozzolo, puoi o annegare o salvarti. (7,5)

Un impunito serial killer di cani. Una sensuale vicina di casa scomparsa nel nulla. Il cadavere di un milionario morto in un incendio doloso. Un fumettista occhialuto fissato con leggende e simbolismi. Un nuovo gruppo rock, Gesù e le spose di Dracula, i cui brani sono scritti da un misterioso paroliere che sembra custodire le sorti del mondo. Sto bene, sì? Cosa diamine sto guardando? Sta bene il regista, David Robert Mitchell, o ha scritto e diretto il suo ultimo film in pieno trip allucinogeno? Nel dubbio, per oltre due ore, ho sguazzato allegramente nelle stramberie di Under the Silver Lake. A metà tra un noir, una commedia grottesca e un horror esoterico, segue le indagini di un subito iconico Andrew Garfield: con jeans a sigaretta, converse e occhiali da sole, corre di qua e di là; spulcia; fa inseguimenti in macchina; bacia ragazze bellissimi e fatali. Messe da parte le sue grandi ambizioni, il giovane nullafacente affetto da manie persecutorie comincia a credere in messaggi subliminali, cospirazioni e schemi ricorrenti. Perfino il libero pensiero e le idee di rivoluzione sono una bugia instillata dai piani alti? Passato in sordina a Cannes e bistrattato dalla successiva distribuzione, il ritorno del regista dell’indigesto It Follows è il flop a cui soltanto i cultori di Lynch e Hitchcock, sul web, hanno dato nuova linfa vitale. È audace, sperimentale, pasticciato: troppo. È un inno al pop, alla cultura del consumo, alla solitudine delle stelle: spiazza. Benché irrisolto, però, offre una delle visioni più originali dell’anno. Una caccia al tesoro mossa da curiosità e inquietudine, dove non importa capire cosa ci sia bene in ballo. Un rebus divertente e confusionario, da portare a termine soprattutto per il piacere giocoso della sfida in sé. (7,5)

venerdì 3 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Arrival, Hacksaw Ridge, Lion

8 Nominations. Dodici navicelle d'altri pianeti gettano ombre sul pianeta Terra. I militari perimetrano i luoghi dello sbarco. Gli scienziati, nel cuore della notte, reclutano Louise: una rinomata linguista dagli occhi tristi. Il montaggio ce la mostra un po' madre di una bimba dalla salute fragilissima, un po' interprete di una lingua fatta di cerchi concentrici e linee mutevoli. Ma gli uomini hanno fretta, non portano pazienza, e sono costantemente sul chi va là con le armi strette in pugno. Pronti a darsi addosso per una parola fraintesa. Qual è la differenza tra un'arma e un dono? Qual è, soprattutto, la differenza tra noi e loro? Arrival, ispirato a un racconto che leggerò prestissimo, è l'ennesimo tassello di quella fantascienza atipica, umanista, in cui l'elemento perturbante – in questo caso, una silenziosa invasione – è un'ottima scusa per parlare di noi. Lento, profondo, per certi versi irrisolto, non piacerà agli appassionati delle congiure di Emmerich. Arrival giunge in pace. Ma è piaciuto a me, che non apprezzo il genere, ma nei paradossi temporali e in queste poesie visive adoro perdermici. Complici una cristallina Amy Adams e la direzione di chi rende luccicante, suo, qualsiasi cosa sfiori. Galeotta una trama classica, in cui tutto o quasi va al proprio posto con armonia e un briciolo di fretta. Arrival lo si rivede a mente, con la sensazione che qualcosa sfugga. Ma nel bel mezzo del rewind, nonostante una sceneggiatura che qualche lacuna la ha, si sentono affiorare i brividi e la sensazione che la soluzione del rebus sia sempre stata a un palmo dal nostro naso. Le astronavi appaiono come superfici specchiate dalla forma ovoidale: simbolo di nascite e rinascite, ci riflettono nella nostra ascesa verso l'ignoto. I nomi palindromi sono il tempo: il serpente di Nietzsche che, in filosofia, si morde la coda. Le parole di Jeremy Renner, comprimario al solito in sordina, invitano ad indugiare su chi ci sta accanto e non sulla volta celeste. E Arrival, emozionantissimo, è di questo che saprà parlare al pubblico più sensibile: maternità ad ogni costo, imponderabile, comunicazione. Al pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di una coppia felice e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine e studia coloro che gli hanno aperto la porta. Può andare in due modi diversi, allora: la coppia scoppia, allontanandosi ancora, o l'estraneo – con il suo punto di vista nuovo, con la sua sola presenza – spinge i due alla riconciliazione. Gli uomini e il mondo sono gli amanti litigiosi e scoscanti all'interno dell'ultimo film di un Villeneuve sempre più grande. Gli alieni, che hanno la forma di polipi immensi e intenzioni imperscrutabili, sono l'ospite inatteso. Ma la convivenza cambierà tutto. Si rovesceranno forse i ruoli di potere e gli invitati si sostituiranno agli anfitrioni? O, tornati ognuno a casa propria, realizzeranno che non ci si può scordare mai di chi ti ha aperto gli occhi e messo a soqquadro i cassetti, le percezioni e i pensieri? (8)

6 Nominations. Desmond Doss cresce in una famiglia turbolenta, con una madre credente e un padre che è tornato dalla prima Guerra Mondiale con l'umanità compromessa. Il protagonista è un bambino che si fa custode degli incerti equilibri domestici. Allevato nella violenza, da adulto la rinnega. Si arruola volontario, poiché dotato di un fortissimo senso del dovere. Rifiuta di di uccidere, perché così ordina uno dei comandamenti. Gli danno del codardo. Lo picchiano, lo canzonano, lo processano per insubordinazione. Ma Desmond corre sotto il fuoco nemico, su un altopiano che farà da sfondo a un massacro. Qual è l'utilità di un soldato disarmato nel bel mezzo di un conflitto? Al contrario degli ultimi film di Eastwood, agiografie asciutte e troppo vicine nel tempo, il ritorno alla regia di Mel Gibson – un altro che fa meglio dietro la macchina da presa, uno che non dovrebbe piacermi ma che invece mi piace spesso - è un decorosissimo dramma bellico. Non cronaca nuda e cruda, ma intrattenimento. Ha l'unica forma di religiosità che invidio: quella generosa, sentita nel profondo, di chi passa dalla teoria alla prassi convinto che la fede gli farà da scudo. Di Gibson c'è il personale colloquio con Dio, assai più elementare e fruibile che nell'indigesto Silence, e la grande concitazione che rende magistrali le scene d'assalto. I corpi dilaniati, i ratti che di notte banchettano coi cadaveri, la verosimiglianza degli attacchi armati – non mancano le esagerazioni e gli aspetti più romanzati, però, tra bombe calciate prima della conflagrazione e parentesi amorose. Hacksaw Ridge non sorprenderà, ma è una biografia ben romanzata e diretta meglio ancora. Mi ha coinvolto molto, pur non apprezzando il genere. Funzionano le zuffe e le confidenze nelle camerate, i numerosi comprimari – su tutti, un magnifico Hugo Weaving -, e toccano le uscite di scena e le dipartite. Andrew Garfield, con un convincente accento della Virginia e tutto il candore che sa, presta il fisico gracile e il viso espressivo a un personaggio folle e gentile, che pare cucitogli su misura: bravissimo, ma io lo reputo tale dai tempi di Boy A. Hacksaw Ridge è un'altra tipologia di cinema che, nella stagione dei premi, ha menzioni assicurate: in questo caso, non del tutto immeritatamente. Una storia di guerra, vera ed edificante, etichettabile a colpo d'occhio e a giusta ragione come americanata tra le più ruffiane. Però mentirei definendolo scontato sì, ma incapace di centrare il bersaglio. Se dicessi che non l'ho trovato necessario – con il suo parlare alla coscienza di altruismo, di eroi -, in un'epoca in cui gli americani, storici guerrafondai, e il ricordo sono in disaccordo. Buono e pulito, nonostante quel lungo arrancare nel fango e nel sangue. Dalle guerre presenti e passate. Dei cliché, dell'enfasi smisurata, che il genere esige. (7)

6 Nominations. Saroo, quattro anni e un villaggio di poche anime da cui non si è mai spostato, sale per sbaglio su un treno mentre è in compagnia del fratello maggiore. Il convoglio ferroviario ferma la sua corsa soltanto qualche giorno dopo. Quando, catapultato nella povertà della caotica Calcutta, il bambino si accorge che è tardi. Ha percorso quasi duemila chilometri: troppi per fare ritorno da una madre che non ha mai smesso di aspettarlo. Abbastanza coraggioso da sopravvivere alla vita di strada, tra accattonaggio e malintenzionati di cui è meglio diffidare, Saroo viene infine adottato da una coppia australiana con la vocazione del bene. Finché il passato non lo raggiunge attraverso un profumo dell'infanzia e un sogno ad occhi aperti. E la ricerca delle radici, anche a costo di scontentare la madre adottiva, diventa un'ossessione. Come sai cosa diventerai se non sai chi sei stato? Lion, giunto al cinema sotto Natale come ogni fiaba che si rispetti, è l'equivalente cinematografico, agli Oscar, della canzone sanremese. Quella con il ritornello orecchiabile. Quella con un tema importante. Tradizionale, ma d'impatto. Se commuove la visione dell'adorabile Sunny Pawar, scricciolo in grado di reggere mezzo film su di sé, la ricerca delle origini di un eppure ottimo Dev Patel – il fortunato milionario di Boyle, che crescendo si è abbellito e si è scoperto il più protagonista tra i non protagonisti –, contempla invece personaggi lasciati ai margini (un'intensa ma fugace Kidman) e altri superflui (l'anonima Rooney Mara); numerosi momenti topici che, abbandonata l'infanzia per l'età adulta, emozionano meno di quanto avrebbero fatto con la guida del piccolo Saroo. Per il resto, ho trovato l'esordio alla regia di Garth Davis semplice e pieno di delicatezza. Definire un film strappalacrime è un disvalore, infatti, se quelle lacrime te le ha strappate? Nel blog, lo sapete, parlo delle mie letture e, senza cadenza fissa, di quel che guardo. Per deformazione professionale, preferisco la sostanza alla forma. Nonostante tutto, resto un inguaribile fan di un cinema in grado di veicolare belle storie. E Lion, che in una compezione spietata potrebbe apparire svantaggiato, ha qualche difetto ma una vicenda vera, di partenze e ritorni, che sono stato contento di scoprire. Forse la più indispensabile che mi racconteranno i film in gara questo febbraio. Sarà che, di tenerezza, ce n'è sempre disperato bisogno. (7)

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)