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giovedì 21 maggio 2026

Recensione: Un raggio di buio, di Ethan Hawke

| Un raggio di buio, di Ethan Hawke. Sur, € 8,75, pp. 270 |

Che Ethan Hawke sappia scrivere, non dovrebbe stupire. Dopo un curriculum da rubacuori negli anni Novanta, ha collezionato cinque nomination agli Oscar – due delle quali, per di più, come sceneggiatore della trilogia cult di Richard Linklater. Dichiaro comunque meraviglia, però, davanti a una lettura che non si limita a essere una riflessione sul mestiere dell'attore: Un raggio di buio ha dialoghi brillanti, profondità psicologica e ritmi al fulmicotone, al netto di uno sviluppo un po' irrisolto. Proprio come Hawke, il protagonista, William, è un attore hollywoodiano desideroso di affrancarsi dall'etichetta di icona teen. Trentaduenne, papà di due bambini ed ex marito di una rockstar, si reinventa – o almeno ci prova – a Broadway. Mentre la sua vita privata va in frantumi, barbaramente sbandierata su tutti rotocalchi, lui diventa Hotspur in Enrico IV: l'eroe della tragedia, o forse l'antagonista?

Non vedevo l'ora di recitare. Se avessi saputo fare bene quello, sarei riuscito a riacciuffare il mio orgoglio dal fondo dell'abisso nero e cavernoso in cui mi sembrava di essere precipitato. Quella sarebbe stata l'unica cosa nella mia vita in cui non combinavo un disastro.

Continuamente messo in discussione come interprete, figlio, compagno e amante, William abbraccia il copione con un misto di abnegazione e disperazione. Perché la realtà è scadente. E, per essere un bravo artista, bisogna prima rinunciare a sé stessi. Si sorride dei flirt e degli inconvenienti, degli istrioni alla Laurence Olivier e dei capricci dei divi. Ma a emergere è soprattutto il batticuore del backstage. In queste pagine ci sono il fiato corto, i cali di voce, gli schizzi di saliva, le mani che tremano, la perdita di peso, i reading estenuanti e le coreografie dei duelli. Poi i fischi, gli applausi, le attese delle recensioni ufficiali… A metà tra una tragicommedia e il saggio di un addetto ai lavori, il romanzo fa con il teatro shakespeariano quello che Whiplash fece con la batteria. È elettrizzante, angoscioso, perfino mistico a tratti, e dice fuori dai denti quello che succede dall'altra parte del sipario. Anche l'ansia da palcoscenico e l'alienazione, infatti, possono diventare le migliori amiche di un personaggio che nel pentametro giambico trova finalmente salvezza – pur con la consapevolezza che perfino i migliori siano sostituibili: dunque figuriamoci lui. Una compagnia di 39 attori. Uno spettacolo lungo 4 ore. fari da 150 watt pronti a mettere in luce, o a bruciare, ogni ambizione. Come sopravvivere nel mentre? Soprattutto, cosa inventarsi dopo? Tutto il mondo è un palcoscenico. E Hawke conosce benissimo il prezzo del bis.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ditonellapiaga – Hollywood

sabato 22 febbraio 2020

Mr. Ciak: Yesterday, Blinded By the Light, Last Christmas e altri feel-good movies

Cosa succederebbe se in seguito a un blackout ci svegliassimo tutti in un mondo senza Beatles? Soltanto un cantante di belle speranze sembra tenere a mente le migliori canzoni del quartetto. Perché non spacciarle per proprie pur di ottenere la spasimata notorietà? Dirige Danny Boyle. Scrive Richard Curtis, di solito in equilibrio tra romanticismo e magia. L’idea alla base, semplice e brillante, purtroppo si rivela uno specchietto per le allodole: con uno spunto presto accantonato – pensate a quanti equivoci e alla portata del potenziale comico, se nel frattempo sono sparite anche le sigarette, gli Oasis, la saga di Harry Potter –, per parlare della solita scelta tra successo e amore; con uno sviluppo telefonato e un finale stucchevole. A sorprendere sono soltanto la regia, sottotono alle prese con la leggerezza del genere, e una cotta improvvisa per una Lily James splendida come non mai. Passato in sordina e al centro di slittamenti contini, Yesterday aveva tutto – la colonna sonora da cantare a squarciagola, la sceneggiatura di una firma amatissima – per diventare il film del cuore. Invece gli si vuol bene, per poi scordarlo l’indomani. (6)

Un altro ragazzo prigioniero della vita di provincia. Un altro straniero, questa volta pachistano. Altra musica: non i Beatles ma il Boss a salvare il nostro eroe da tempi amarissimi: una crisi economica che somiglia preoccupantemente alla nostra, da cui fuggire in maniera letterale e metaforica con le cuffiette del walkman premute nelle orecchie. Prendete l’ambientazione di Pride, aggiungete la musicalità di Sing Street. Il risultato, una tipica storia di conflitto generazionale e bullismo, con canzoni famose a far da collante, finisce più per somigliare a Un’avventura che ad Across the universe. Le colpe spettano a una scrittura e a un montaggio troppo televisivi. A toni incerti, sospesi tra il musical e la commedia adolescenziale. A una colonna sonora a puntino, che coinvolgerà soltanto i fan di Bruce Springsteen e annoierà i profani come il sottoscritto. Romanzo di formazione pretestuoso e un po’ smielato, somiglia all'invito a una festa in cui non siamo invitati. Nell’angolo, annoiati, ci limitiamo a battere il rimo con il piede. (5,5)

Siamo già nell’Inghilterra agrodolce della Brexit, diffidente verso il prossimo. La protagonista – altra aspirante cantante, altra straniera, altra fangirl: però del compianto George Michael – è una pasticciona con gravi problemi di salute e di autostima. Vittimista e disfattista, abile a rinnegare tanto origini etniche quanto sogni, sfoggia un sorriso forzato in un negozio di articoli natalizi. Fino all’arrivo di un ragazzo misterioso, che si muove a passo di danza e salta fuori sempre all’improvviso. Meno sbrilluccicante e brioso del previsto, per fortuna anche meno stucchevole, Last Christmas funziona come percorso di maturazione di una convincente Emilia Clarke e trampolino di lancio per il bel Henry Golden, già visto in Crazy Rich Asians, con tanto di colpo di scena a effetto – per quanto intuibile. La partecipazione amichevole di Michelle Yeoh ed Emma Thompson dà colore al tutto.  Commedia romantica nevosa e interraziale, con una novella Fleabag a bordo, è l’ennesima variazione sul tema del classico di Charles Dickens. Trasognata e romantica, magica il giusto, non è l’erede di Love Actually ma nemmeno un film da evitare nei pomeriggi di Canale Cinque. Odiando il Natale, sarebbe potuta andare peggio. (6,5)

Lei, annoiata da un matrimonio lungo quindici anni, desidera la maternità e divide la casa con un secondo uomo: l’idolo di un marito ossessivo e distratto, la cui fama è iniziata e finita negli anni Ottanta. Il cantante in questione, nel frattempo invecchiato, ha figli sparsi nei quattro angoli del mondo e risponde con curiosità all’email di lei: non una fan ma una detrattrice, che però tra le righe lo diverte e lo seduce. Si incontrano a Londra, durante una riunione di famiglia. Si innamoreranno mica? Da uno spunto fiabesco nasce una commedia tanto verosimile da sovvertire piani e cliché. All’apparenza, infatti, è tutto sbagliato. Il triangolo sentimentale si scioglie in fretta; tra Rose Byrne ed Ethan Hawke non c’è una canonica storia d’amore, con un bimbo che scombina pure le carte in tavola. Un po’ amicizia di penna, un po’ vendetta, Juliet Naked è un delizioso colpo di fulmine con un cast di bravissimi e ritmi invidiabili. Abbondano le riflessioni sui postumi della fama, sulla genitorialità, su un passato che imprigiona. E, a sorpresa, trionfa una morale femminista, con una donna che all’occorrenza ha il coraggio di scegliere. Garantisce Nick Hornby. (7)

Fissati per quel giorno hanno entrambi appuntamenti importanti. Lui ha un colloquio presso un’università prestigiosa, lei con l’ufficio immigrazione. A farli conoscere, coincidenze o il destino? Prima la metropolitana in ritardo, poi i reciproci incontri slittati, infine una scritta sulla giacca di lei che casualmente riporta il titolo dell’ultima poesia di lui. Da un lato abbiamo un ragazzo asiatico con l’animo poetico. Dall’altro, una ragazza giamaicana affezionata alla razionalità scientifica. Belli in modo imbarazzante, passeggiano verso un amore maledetto dalle stelle – lei sarà rimpatriata il giorno successivo. Boy meets girl di quelli che piacciono a me, freschi e puliti, con la parlantina fluente e gli hobby peculiari, è stato un successo inferiore rispetto a Noi siamo tutto, sempre della stessa autrice. Più lineare del romanzo, la trasposizione perde la sua coralità per concentrarsi sui problemi della coppia, ma non la serendipità di fondo. Melodramma metropolitano dai toni agrodolci, è un inno agli instant-love e alla città di New York; un Prima dell’alba al tempo di Donald Trump. Forse il vero antagonista nelle relazioni a distanza nei film sentimentali di oggi. L’anima gemella si fermerà davanti alle sue leggi, ai suoi muri? (7)

È una fiaba a lieto fine. Una commedia romantica a ruoli invertiti, che nella trama somiglia vagamente a una stagione di Scandal in salsa scollacciata. Nonostante la durata eccessiva e qualche inutile volgarità di troppo, Non succede ma se succede sta discretamente al passo fra femminismo, scandali sessuali, battute sui multiversi Marvel e le serie HBO da guardare in binge watching. L’intreccio, consolidatissimo, parla di opposti che si attraggono e di una strana coppia di innamorati: in realtà, la sola ragion d'essere di una pellicola godibile ma poco memorabile. Seth Rogen e Charlize Theron sono infatti ottimi e affiatati. A ben vedere, neanche troppo male assortiti: lui fa la sua bella figura in smoking; lei rinuncia all’aura da diva per un ruolo leggerissimo, che a sorpresa ne mette in risalto gli sconosciuti tempi comici. Avrebbero comunque il mio voto. Questa è la politica che piace a noi profani. È la favola che noi maschietti sogniamo. È un’altra stupida commedia americana, sì, ma con un duo che fa straordinariamente sul serio. (6,5)

Potrebbe fare da anonima spalla comica alla protagonista carina di un film qualsiasi: felicemente in sovrappeso, sopra le righe. Ma Brittany beve, fa sesso occasionale, si trascura con amicizie e lavori non all’altezza. Bisogna perdere venti chili per trovare la giusta leggerezza. Non ne va soltanto del look, ma della salute. Ispirato a una storia vera, Brittany non si ferma più è una commedia sulla forza dell’ostinazione. Jillian Bell, all’apparenza novella Rebel Wilson, regala infatti un’interpretazione bellissima in una fiaba energica e propositiva, sbucata a tratti da un episodio di Modern Love. A fare la differenza è proprio la caratterizzazione di una protagonista non sempre amabile, ma per questo profondamente umana, che ha paura dei chili che tornano; dell’ansia da prestazione; del confronto con il prossimo; dei traguardi che slittano. Ora esilarante, ora patetica, ma sempre emozionante, la sua vicenda è una seduta di cardiofitness. Fa bene alle arterie intasate, e al cuore. (7)

È la storia vera della wrestler Paige, ma sembra una fiaba scritta a tavolina. Ecco una Cenerentola sul ring, mai messa al tappeto. Da sfigatella a campionessa: senza vie intermedie, senza allenamenti, senza muscoli o fatica. La lanciatissima Florence Pugh, somigliante all’originale ma sprovvista del fisico adatto al ruolo, è qui al centro di fatiche unicamente psicologiche: l’acredine con il fratello maggiore, suo beniamino tagliato fuori dalla competizione all'ultimo; le aspettative dei genitori; la competizione con le altre campionesse, al contrario di Paige sbucate da una rivista di moda. Non mancano i figuranti graditi – Headey e Frost –, né i cameo che mi hanno fatto tornare all’epoca in cui il wrestling lo seguivo. Oltre al look rock ‘n’ roll, nella biografia di Paige, c’era ben più da indagare: uno scandalo sessuale a cui si allude soltanto in una battuta; l’infortunio che brucerà prestissimo la sua carriera. Gli si preferisce il lieto fine. Con un bel cast, un bell’umorismo nella prima parte e una trasferta, a metà, dove si perdono la grinta e l’interesse. Colpa della fama, che dà alla testa. Colpa della banalizzazione dell’orgoglio femminile, al tempo dell’intrattenimento per famiglie. (6)

sabato 18 novembre 2017

Mr. Ciak: Indignazione, Auguri per la tua morte, Maudie, Fortunata, Sole cuore amore

Indignazione è stato il mio primo Philip Roth: a sorpresa, il romanzo più bello della scorsa annata. C'era il rischio, a fine lettura, di non vedere la trasposizione cinematografica con i giusti occhi, nonostante la buona accoglienza al Festival di Berlino e i plausi qui e lì: inevitabile quando una storia ci tocca, ci scuote. Un po' per sicurezza, un po' per noia, ho lasciato passare undici mesi. Sono servite le dovute precauzioni, la giusta distanza, a farmi prendere a cuore quest'altro avvocato delle cause perse, questo Marcus fattosi di carne e ossa? La sua educazione sentimentale, la sua silenziosa ribellione nei primi anni Cinquanta, passa attraverso le tappe che ricordavo: l'interrogarsi sulla vita sessuale della ragazza con cui esce; gli insospettabili genitori che pensano al divorzio; l'opporsi strenuamente alla guerra e a Dio. Marcus ci crede: si impunta, fino a farsi venire i travasi di bile; fino a una tragedia tutt'altro che annunciata. Tutto accade dietro la scrivania del superbo Tracy Letts, o a colloquio al capezzale del protagonista. Al cinema, Indignazione sembra già vecchio. Sarà la fedeltà filologica, per una volta eccessiva, verso un coming of age che ha la maleducazione dei vent'anni e la velocità del racconto; sarà una sceneggiatura elegante e misurata, emotivamente lontana, che non si getta mai a capofitto nel travaglio interiore di lui; sarà che risulta più pesante, più teatrale, più sconfitto. Lo accompagnano le scale al pianoforte, la fotografia patinata, le fattezze rassicuranti di due protagonisti eppure bravissimi – la fragile e fatale Sarah Gadon e un Logan Lerman, dopo Noi siamo infinito, che torna a interpretare con convinzione un altro dei personaggi del mio cuore di lettore. Roth bolle e sbolle. Esplode di rabbia repressa. La regia di Schamus, invece, ha il grande difetto di risultare impersonale: imperdonabile con un protagonista di tale levatura. Che alza sempre la voce, che sa come farsi notare. Per Marcus, inevitabilmente, tutto va come deve andare. Ma questa lentezza, questa flemma, questa vaga leziosità, con l'indignazione del titolo purtroppo poco hanno a che fare. (6)

Universitaria ai vertici di una sorellanza viene assassinata la sera del suo compleanno. Il maniaco omicida indossava la maschera di un bebè e non si svelava guardandola morire. Chi c'era dall'altra parte? Chi voleva il male, ma soprattutto il bene, di un'aspirante Mean Girl con più rivali che compagni? Jessica Rothe, una Lively meno clamorosamente bella, ha tutto il tempo per farsi domande, esami di coscienza e scartabellare la nutrita lista dei sospettati. L'ultimo giorno della sua vita, in realtà, è il primo di un loop temporale in cui si agonizza e ci si risveglia dal nuovo, con un corpo che va indebolendosi e una mente che non dimentica. Come nella commedia cult con Bill Murray, si ricomincia da capo. Come nel già non memorabile Prima di domani, di cui Auguri per la tua morte sembra la riscrittura in chiave sanguinosa ma non troppo, una ragazza superficiale è costretta a guardarsi dentro, a mettersi in discussione come amica, figlia e fidanzata, prima di essere pugnalata per l'ennesima volta. L'ultima? Commedia (poco) slasher dal regista del delizioso Manuale scout per l'apocalisse zombie, Auguri per la tua morte è un horror innocuo e già visto, a cui avremmo potuto trovare giustificazione giusto nella penuria dell'estate. In ritardo per Halloween, invece, con un serial killer semiserio che scimmiotta Scream e La bambola assassina, è un incubo dalla morale facile e dall'esito scontato, che diverte meno del previsto e di certo non sorprende. Spegniamo in fretta candeline e luci sull'ennesimo prodotto mordi e fuggi, pronto all'uso, che riempie le pance con le tentazioni passeggere dei dolcetti preconfezionati. (5,5)

Cercasi domestica, diceva l'annuncio sulla bacheca di un alimentari della Nuova Scozia. Nessuno, eppure, si capacita di come Maud sia finita sotto lo stesso tetto di Everett, maleducato pescatore ben lontano dal ravvedersi in nome della vita insieme. La protagonista – sola al mondo, piccola e artritica – non ha il physique du role. Né per essere una buona tuttofare né per improvvisarsi, come insinuano i conoscenti maliziosi, una schiava d'amore. Il delicatissimo biopic irlandese che porta il nome della donna racconta di come le sue mani nodose non le impedirono di riempire quella casetta condivisa con disegni di fiori, uccelli e fate, dal pavimento fino al soffitto. Di uno strano ménage domestico che prima si fece amicizia, poi strano amore. E di come il sentirsi amata, degna di fiducia, la rese un'illustratrice richiesta perfino da Nixon. Maud Lewis, artista a me finora sconosciuta, aveva la mente di una bambina, la maledizione di un corpo deforme e un marito burbero, incapace di buone maniere ma non di una certa pazienza, che zitto zitto vedeva il mondo con i suoi stessi colori. Se a Ethan Hawke donano le camicie grezze e le tenerezze farfugliate come fossero insulti, a commuovere e a impressionare è la straordinaria Sally Hawkins, scomparsa dietro i tic e i sorrisi dolorosi del suo personaggio: non tocca aspettare The Shape of Water per assistere alla sua consacrazione. Ballano schiacciandosi la punta delle scarpe. Vendono stampe sull'uscio di casa. Invecchiano, e diventano marito e moglie, in maniera impercettibile. Sono, come dice Everett, un paio male assortito di calzini: scuro e sbrindellato lui, sgargiante lei. Fa sinceramente piacere ritrovarli riposti nello stesso cassetto. Nello stesso film lieve, ad acquerello, che in un pomeriggio di pioggia, con il gatto e il plaid sulle ginocchia, una tazza di tè accanto, te li fa conoscere (soprattutto, te li fa piangere) per la prima e ultima volta. (7,5)

Per ironia della sorte porta un nome augurale. Eppure, mamma single che si arrangia come parrucchiera in attesa che si realizzi il sogno di aprire un istituto di bellezza, Fortunata tale non è. La vediamo ancheggiare nella sua minigonna di jeans, correre a perdifiato sulle zeppe scomode, come se avesse sempre fretta; come se inseguisse chissà che. I numeri vincenti della lotteria, i capricci delle spose di borgata e degli altri inquilini, l'amore di un Accorsi che si merita la nostra antipatia. Jasmine Trinca, meritatamente premiata a Cannes, si sbraccia, strilla, si spoglia e si riveste, in un dramma – non sprovvisto di una certa ironia di fondo – in cui c'è troppo in ballo. L'ultimo film di Castellitto, tratto da un racconto inedito dell'immancabile Mazzantini, la ribattezza e la plasma: la tinta per capelli, la volgarità dell'accento romano, due ali a metà tatuate sulla schiena. La bravura della Trinca non si perde nella sovrabbondanza di temi e tragedie, nelle piazze di una Roma grezza e multiculturale, nella folla di comprimari che si trascinano storie pesanti appresso – un plauso all'intensità di Alessandro Borghi, sensibile tatuatore della porta accanto con mamma smemorata al seguito. Dopo il buon equilibrio del precedente Nessuno si salva da solo, che per impostazione e dialoghi faceva il verso al dramma da camera, Castellitto ci riprova con una vicenda che non riesce ad arginare, e forse neanche vorrebbe. La scrittura fiume della moglie scrittrice non sa contenersi. Colpa di toni che vorrebbero virare al lirismo grottesco di Sorrentino; di interpreti tutti bravi e tutti sguaiati; di una regia che non lavora purtroppo a togliere, bensì a mettere. E più che generoso, di cuore, Fortunata appare così esagerato. Meno a sua agio coi bagagli pesanti e l'equilibrio mantenuto pur se in bilico di una donna che, al contrario del film stesso, si fa bastare con un sorriso stanco il poco che ha. (6,5)

Eli – trent'anni, un marito disoccupato, quattro figli – esce di casa quando fuori è ancora notte. Scivola dal letto senza far rumore e macina chilometri da Ostia a Roma per tirare su la saracinesca del bar in cui lavora per ottocento euro al mese, sette giorni su sette, come cameriera, cuoca e donna delle pulizie. Vale, sua coetanea, conduce invece una vita indipendente e solitaria che suscita vergogna nella madre alto-borghese: agile come una perfetta étoile, calca però le piste dei locali notturni. Eli e Vale sono vicine di casa. Amiche, diremmo, se non fosse che la prima esce quando l'altra rincasa. L'ultimo dramma di Daniele Vicari racconta gli spossanti viavai, il loro incrociarsi quando capita, con la voce asciutta ma partecipe del cinema di Loach e dei Dardenne. Le accompagnano una bella colonna sonora jazz, le sfarfallanti luci notturne e più di qualche dubbio verso la struttura, se la storia dell'androgina Eva Grieco appare quasi incidentale, sempre all'ombra della meraviglia di una Ragonese che non ha nulla da invidiare alla Marion Cotillard di Due giorni, una notte. In una scena, arriva la canzone di Valeria Rossi: così leggera, così spensierata, in un film pesantissimo, eppure, che scava rughe di preoccupazione in mezzo agli occhi. Il cuore si affanna e cerca riposo. Il sole ci si scorda che faccia abbia, al chiuso, tra le chiacchiere querule di un bar e le luci al neon di una discoteca. L'amore è quello verso una famiglia che chiede un po' troppo, per un Francesco Montanari che ci aiuta arrangiandosi, ma a mancare è quello più necessario, per se stessi. Quanto male mi ha fatto Sole cuore amore. Gli ingredienti di una banale canzonetta amata dai bambini. Gli ingredienti di una vita banale, che in due ore con Vicari finisci per scambiare per verità. E ti domandi che senso abbia tutto questo correre e sacrificarsi, e per cosa poi? E ti confonde l'idea che sia inutile tutto il dolore in cui indugia – vivere è difficile, soprattutto in questi tempi disperati, e lo sappiamo già, chi più e chi meno – ma che allo stesso tempo siano un dolore, un'amarezza, che van provate. Ti fai venire i sudori freddi, perché al contrario di Eli – a modo, vitale, educata – tu in certi giorni non conosci decoro. Appunti i segreti dei suoi sorrisi perciò: sinceri, nonostante tutto. Aspetti che il lorogorio di una vita in nero, sempre in moto eppure ferma immobile, faccia il suo corso. Una routine a tempo indeterminato in cui domani è un altro giorno, sì, però scritto con i migliori auspici e il copia-incolla. (7,5)

domenica 13 marzo 2016

Mr. Ciak: Lo chiamavano Jeeg Robot, The Dressmaker, Victor Frankenstein, Regression

C'è solo una frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool, autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi, prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno, l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole, giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide Squad: altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli invasori di una nemica cività, ma Mainetti tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza, quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri, perché sono spunti e particolarità che troverete per certo, aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo – lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale, inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E, paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza, scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon - che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter, autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo chiamavano Jeeg Robot è tanta roba (la “b”, prego, è doppia): dagli americani prende due professionisti sorprendentemente versatili – com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi. Lui, lui che può. (7,5)

Arrivavano con l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia, per scombussolare i fioretti dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche seminava zizzania. Si alza il vento anche in The Dressmaker e, in una Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west, rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e prende possesso della casa sulla collina. Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla franca? The Dressmaker, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e  cucita sulle misure di Kate Winslet: procace, espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica; l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla torna al sogno dei boa di piume e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito marcantonio senza arte né parte. La prima parte, frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai colori pastello, allora, The Dressmaker si rivela essere una commedia nera in transizione. Un novello Chocolat, sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna, erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)

La scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla “è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold e The Wolfman, arriva Victor Frankenstein. La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot, ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero? Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan, da me molto stimato in Slevin e Wicker Park, alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità – diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui, in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda un orco del Signore degli anelli e una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans, meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione licantropo, il novello Victor Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una non trascurabile compagnia. (6)

Negli anni, il cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others, con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il rabbioso ma illuminante Agorà. Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale, in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più. Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura – la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale? L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel che le vittime hanno rimosso. Regression parla di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne, i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa – neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato. Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la verità? Regression gioca a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano, soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione, con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora, Regression parla di fede e credenza. Crederci è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)

domenica 28 dicembre 2014

Mr Ciak #51: Posh, The Guest, Predestination, Necropolis, Scusate se esisto!

Posh significa Snob. Titolo adatto per parlare di dieci figli di papà, ma non di certo quanto lo è quello originale:The Riot Club. Un circolo ristretto nella prestigiosa Oxford i cui membri sono alla ricerca di nuovo leve. Tu sei pronto a farne parte? Miles e Alistair, ventenni di ottima famiglia, sono i prescelti. Spettano loro piccoli riti di iniziazione, crimini e atti di dispotismo. E il loro nome entrerà nella storia, ma non nel modo in cui vorrebbero. Quel secolare cenacolo goliardico di filosofia spiccia ed edonismo è destinato a finire in un'ultima cena. Scorreranno fiumi di champagne, sangue, lacrime di coccodrillo. A me piace proprio il modo in cui la danese Lone Scherfig inquadra il Regno Unito. Gli i(nde)finiti toni di blu, la fotografia pesta, l'occhio fisso verso un sistema scolastico che è specchio del mondo. In An Education una precoce sedicenne, con un'insufficienza in latino e il sogno di un'educazione accademica, si innamorava di un adulto. In One Day, le anime gemelle create dalla penna di David Nicholls si incontravano nel giorno delle loro lauree: lui, benestante, aveva una vita travagliata e più o meno felice; lei, brillante ma povera, pensava alla letteratura e serviva ai tavoli. Gli anni sessanta, gli anni ottanta e adesso gli anni duemila. Posh – con i colletti inamidati, i vestiti di alta sartoria, il panciotto e i guanti – è mascherato da studente modello. Esteticamente, sarà per la bellezza fuori moda dei protagonisti, sembra il frutto di un altro tempo, anche se non si discosta da quelle storie di ragazzi allo sbando che tanti ci hanno di recente mostrato. Ma non ne ha la volgarità e neanche l'audacia. Manca la crudeltà; la spocchia. I protagonisti fanno più una vaga antipatia che rabbia. Ingessato e british, si rifà a un'opera teatrale e la cosa si nota, nella scrittura di dialoghi interessanti e arguti; nella predilezione per gli ambienti circostritti. Dalla commedia nera passa al dramma e intrattiene che è un piacere, soprattutto per la notevole cura nella regia e un vento che soffia intrighi, pur essendo incapace di scuoterti. Tutto è già stato grossomodo mostrato, ma la lotta tra aristocrazia e proletariato emerge nel testa a testa finale: il proprietario di un ristorante fuori mano, una figlia idealista che non riesce a perdonargli il bisogno continuo di contanti e, contro, quelle tigri reali mai sazie. Buono il cast, in cui spiccano Douglas Booth, il più bello; Max Irons, il più protagonista ma con il volto che meno buca lo schermo; uno psicotico e sociopatico Sam Claflin che, dal punto di vista recitativo, nonostante un personaggio tutt'altro che insolito, è colui che spicca. Non c'è spazio per le donne, se non per la paffuta Jessica Brown Findlay e la lanciatissima Natalie Dormer che, con un cameo e quell'adorabile aria da stronza che si ritrova, ci fa scordare la collega. Prove calibrate, messaggio risaputo, una cornice ricca che rende perfino il quadro stesso più appetibile. (6)

Toc toc. Bussano alla porta. La mamma va ad aprire e si trova davanti un bel fusto: alto, biondo, muscoloso, lo zaino in spalla. La mamma lo fa entrare, perché l'educazione è la prima cosa e quello sconosciuto dice di essere stato il migliore amico di un figlio morto nell'esercito, in nome della cara America. Presentarlo al resto della famiglia, ospitarlo per qualche giorno, servirlo e riverirlo, ascoltando racconti di burle tra commilitoni e atti d'onore. Lasciare che si intrufoli in casa e che faccia sorridere il patriarca riottoso, innamorare perdutamente la maggiore delle figlie, insegnare al fratello più piccolo come difendersi dai bulli. Ma il telefono inizia a squillare, la morte a seguirlo, il mistero ad infittirsi. Chi è quel soldato in licenza? The Guest non è sbucato dal nulla: l'hanno preceduto i commenti positivi di chi l'ha visto, una media più che dignitosa su Imdb, la fama di quel regista che già con You're next ci aveva intrattenuti a dovere e sporcati tutti di sangue. E' un thriller da non prendere troppo sul serio, questo, pensato da uno che si diverte e ci diverte; brusco, irrazionale, prevedibile ma non così tanto. E quanto cavolo è divertente! Moltissimo, dall'inizio alla fine. Glielo riconosciamo. Adam Wingard – che in lista ha una lunga esperienza con gli horror a basso budget e la tivù – si fa un po' il Robert Rodriguez della situazione e, anche se la sua regia non brilla, brillano (e non) le sue idee raffazzonate, scolastiche, ma appassionate. The Guest è un allegro pasticcio di morte, con le mani sporche di colla e altro, ma non puoi non sorridere davanti all'entusiasmo e alla cura con cui è messo in scena, sullo sfondo di un imminente Halloween e di un ballo in maschera al liceo. La colonna sonora, poi, con compilation superate e con cd con dediche personalizzate, scritte rigorosamente col pennarello nero, è fighissima: un viaggio nell'electro dance degli '80s. E' credibile, come credibili sono due protagonisti di cui sentiremo secondo me parlare: la bellissima Maika Monroe, che ricorda le scream queen dei tempi andati, e l'altrettanto aitante Dan Stevens che, forse, qualcuno conoscerà per l'aristocratico Downtown Abbey. Al suo primo, vero ruolo da protagonista, il biondo attore britannico entra in sintonia con lo spettatore – be', con le spettatrici di sicuro – grazie a un ruolo che lo vuole piacione, distante, spietato. I suoi occhi di ghiaccio sono un'arma infallibile. Parte come un thriller home invasion degli anni '90, dunque, – vi ricordate Inserzione pericolosa, Paura, The Stepfather? - e finisce per essere una versione più cruenta, cattiva e fantasiosa di quei tamarissimi e amatissimi film con Van Damme & Co. Prima il potere della fascinazione, il mistero; poi muri crivellati di proiettili, sbirri, atrocità e cose di un trash voluto e irresistibile. (7)

Io sono un sognatore. Amo i viaggi nel tempo, ma odio la fantascienza e, spesso, mi sembra che una cosa escluda l'altra, a meno che non si parli delle commedie inglesi di Richard Curtis e di Ritorno al futuro. Pescato in una marea di film sottotitolati, Predestination è la fantascienza che voglio io. Pochi effetti speciali, una resa notevole, una trama che – nonostante qualche falla – sa stupire. Si inizia negli anni '70, in un bar in cui ci si riempie a vicenda di chiacchiere inutili: è nato prima l'uovo o la gallina? Un barman con un segreto serve da bere a uno sconosciuto con un segreto: ha in serbo per lui una lunga confessione che parla di loro. Va indietro negli anni: torna, parlando, a quando quello sconosciuto al bar era ancora una lei, una donna innamorata, e sognava di viaggiare nel cielo con gli astronauti. Scandisce a parole il passaggio da un sesso all'altro, da un decennio all'altro e, ora, quella persona che si chiamava Jane e che ora è John ha un destino imprevedibile a cui andare in contro. Mentre un piromane da inseguire a furia di salti temporali semina il panico in città, questi due sconosciuti – che al bar parlavano di curiosi paradossi – scopriranno di non essere chi pensavano. Tanto di cappello a questi australiani che, dopo The Babadook, mi regalano un'altra bella sorpresa. Predestination è un prodotto internazionale che intriga dall'inizio alla fine, con il suo fare da vecchio cantastorie e la sua voglia costante di sconvolgerti. I registi di quel Draybreakers che non era niente male affinano la loro arte e ritrovano Ethan Hawke. Bravo, al solito, non si fa mai cogliere impreparato: passa dal film d'autore al blockbuster con maestria e di rado si concede fragorose cadute di stile. Vista nel trascurabile Jessabelle, ruba però tutte le attenzioni la carinissima Sarah Snook, che coi capelli rossi e quell'indiscreto fascino nerd potrebbe un giorno conquistarmi il cuore insieme alla Deschanel e alla Kazan. Un ruolo ambiguo, che la vuole uomo e donna insieme e la mostra assolutamente padrona di giochi di mimetismo. Non inattaccabile, ma magnetico, disegna con poco scenari sterminati e ha atmosfere retrò atipiche. Mi è mancato un perché, un senso, ma è il come che è quasi magia. Contenuto e incontenibile, preciso e stuzzicante, Predestination è un continuo girotondo. Un impossibile vortice di gente che ha gli stessi occhi azzurri e destini diversi, in cui ogni esistenza è imprevedibilmente intrecciata con l'altra. (7)

Dopo il discreto Catacombs, il cinema torna nel sottosuolo della città più romantica del mondo: Parigi. Quand'è uscito questo Necropolis, però, l'ho ignorato. Quando l'ho visto, avevo le aspettative sottozero. Grosso però: il film, inaspettatamente, non è male. Visto a scatola (e a mente) chiusa, si è rivelato sin dall'inizio – o soprattutto all'inizio – un intrattenimento avvincente; una maniera sapiente di sfruttare una trama da poco, ma bellina coi suoi strani miscugli, e il found footage, che qui non viene a noia. Sarà che i protagonisti non sono i soliti adolescenti festaioli. Sarà che ti aspetti un horror, ti trovi davanti, poi, una specie di film d'avventura, e finisci, invece, con un claustrofobico thriller psicologico a tinte paranormali. I personaggi sono esploratori urbani. Archeologi che non rispettano le regole e credono ai tesori. Scarlett crede alla miracolosa pietra filosofale ed è decisa ad andarla a prendere, con amici reticenti e piccoli mercenari assetati di denaro, nella tomba del più famoso alchimista. A chilometri sotto il suolo, lontano dalle stelle. La portano lì furti di indizi, trucchi, giochi d'astuzia che da piccolo, quando avevo la febbre e guardavo cose come Il tesoro dei templari, mi piacevano da impazzire e, per sete di sapere, si troverà catapultata in un personale inferno che ha un po' dell'antico Egitto, un po' della Divina Commedia. Cosa ci fanno bambini persi nelle catacombe? Cosa ci fa, nelle grotte, una macchina in fiamme? Com'è possibile che, nel silenzio, si senta lo squillo di un telefono fantasma? Le risposte alle domande prendono per la gola, ma ottenerle – o non ottenerle – non soddisfa pienamente. Il difetto di Necropolis è un epilogo sbrigativo e felice, anche per chi ama il lieto fine come me. Con una dose maggiore di cattiveria, questa grotta degli orrori che già fa una figura decorosa avrebbe avuto una marcia in più. Per chi legge Dan Brown e Paragorn Hotel, storie di ordinaria perdizione. (6)

I film italiani non li disdegno. Le commedie però le guardo, ma non mi viene niente da dire. Si sa già di che parlano (ossia di poco), e si sa già come sono (poca roba). Due paroline per Scusate se esisto! le spendo. Faccio un'eccezione per la Cortellesi e per un film che parla di argomenti attuali con il sorriso. Uno di quelli naturali, non da fototessera. Avete presente la fuga dei cervelli? Bene. Uno di quei cervelli è rientrato in patria. Serena ne ha fatta di strada e, da un paesino tra i monti abruzzesi, è volata a Londra. Ma aveva nostalgia di casa. A sua spese è ritornata, e la aspettano una Roma periferica, in cui la crisi si vede, come un condomino disordinato e sporco. Il lavoro – uno dei tanti - le fa conoscere Francesco. L'uomo perfetto... in cerca dell'altro uomo perfetto. Gay e padre di un figlio, Francesco accetta Serena come coinquilina. In quell'appartamento si daranno il cambio amanti mezzi nudi e, tra false identità e fraintendimenti, si costruirà lo scenario coloratissimo di una graziosa commedia degli equivoci. Con al comando una Bridget Jones dall'accento meridionale, il nuovo film di Riccardo Milani è un Will & Grace nostrano che parla delle donne e del posto fisso, di uomini che amano altri uomini, del pregiudizio e dell'accettazione del diverso. La regia è standard, la trama è un collage di situazioni riuscite, gli attori sono in parte e formano una piacevole galleria di personaggi bizzarri. Grande mattatrice Paola Cortellesi, con al suo fianco un Bova che si lascia condurre nelle danze. Pessimo nel recente Fratelli Unici, qui ci mette il fisico scolpito, la faccia e tanta ironia. Esilarante la partecipazione di Marco Bocci: il tenebroso Calcaterra della tv che diverte moltissimo in vesti, come dire?, gaie. Epilogo aperto e non scontato, una punta di amarezza nei pranzi in famiglia, la voglia lodevole di fare andare a braccetto satira e rom com. Arrivato prima dei cinepanettoni, un prodotto della tradizione nostrana che, con la sua vaga dolcezza di fondo, a lungo andare non dà nausea. (6,5)