giovedì 9 dicembre 2021

Ritorni d'autore: È stata la mano di Dio | Il potere del cane | Qui rido io | Last Night in Soho | Madres Paralelas

Non ti disunire”. È il consiglio che il regista Antonio Capuano dà all'alter-ego di Paolo Sorrentino. L'autore premio Oscar disobbedisce. Come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Si può tornare sui propri passi? Di nuovo giovani? Nel suo film più personale, Paolo racconta Paoletto (anzi, Fabietto). Un liceale malinconico che vive attraverso le storie della propria famiglia: quando quest'ultima si disgrega, la crisi d'identità è in agguato. Ripiegherà, allora, sul cinema e su Maradona. Ma prima dell'epifania per la settimana arte, nata perché “la realtà è scadente”, c'è un'esilarante baraonda di parenti: quei genitori che si amano di un amore romantico, scherzoso, adolescenziale; zia Luisa Ranieri, struggente sogno erotico; l'altolocata vicina di casa e una sorella adolescente che, per tutto il film, sarà una voce fuori campo al di là della porta del bagno. La prima parte è un'irresistibile pranzo i famiglia; la seconda è un'educazione sentimentale piena di grilli parlanti e colpi di fulmine. Peccato per i siparietti grotteschi, marchio di fabbrica che finisce per irritare quando troppo sopra le righe. Meno artefatto, questo Sorrentino sceglie il cuore e l'immediatezza del cinema indipendente. Mentre il protagonista, pietrificato dal lutto, ammette di non riuscire a piangere, gli presteremmo volentieri le nostre lacrime per aiutarlo a uscire dall'appucundria. Combattuto tra orgoglio e vergogna, tra poesia e kitsch, Paolo fa pace con la propria adolescenza incappando in una contraddizione bella e buona: scappare lontano, sì, ma con Pino Daniele in cuffia. È il paradosso di un romanzo di formazione che si strugge appresso alle grandi gesta di Maradona e che, a miracolo avvenuto, con tutti pronti a festeggiare, preferisce ritirarsi nel bozzolo di un'epifania in atto anziché brindare allo scudetto. (8,5)

C'è più sesso nel cinema di Jane Campion che nella bibliografia pruriginosa di E.L. James. È impossibile non lasciarsi travolgere dalla tensione erotica, palpabile e dolorosissima, del suo ultimo film. Un dramma crudo, freddo e polveroso, sulla natura incontaminata del Montana e su quella, segreta, dei suoi cowboy in crisi. Presentato come l'anti-Brokeback Mountain, è l'adattamento fedelissimo dell'omonimo romanzo di Thomas Savage. È possibile una convivenza pacifica sotto lo schiaffo di un cognato irascibile? Kristen Dunst, donnina triste e alticcia, sposa il noioso Jesse Plemons. Il fratello maggiore di lui, un luciferino e sensuale Benedict Cumberbatch, si rivela un inquilino infernale: soprattutto per l'influenza che potrebbe avere sul giovane Kodi Smith-McPhee, adolescente efebico amante del fiori e delle autopsie. A dispetto dei ritmi lenti, si ha la sensazione di essere in una polveriera. Merito di una registra straordinaria, che racconta la repressione di Cumberbatch e, all'occorrenza, anche i languori del suo corpo nervoso. Mentre i comprimari convincono a tratti, il film si accende grazie al fascino alieno di Smith-McPhee. La sua silhouette bianca e sottile scatena una conturbante tensione drammaturgica. In un mondo che cambia, con il mito del machismo affidato a vecchi modelli ormai inattuabili, maestri e allievi testano la loro affinità intercettando cani nella forma dei monti. Il potere del cane è un western dell'anima sulle frontiere della sessualità, dove il pianoforte di Lezioni di piano soccombe, infine, all'incidere minaccioso del banjo. (8)

La compagnia di Eduardo Scarpetta e la sua eredità rivivono in un biopic sontuoso, denso, forse eccessivo nel minutaggio, che ha le fattezze di una grande saga familiare. In una Napoli tardo-ottocentesca rievocata con la precisione del cinema di Visconti, Felice Sciosciammocca ha rimpiazzato Pulcinella. Artefice di quella maschera popolarissima, Scarpetta si divide tra vita privata e palcoscenico. Mentre nelle sue case lussuose ospita un caos di moglie e amati, figli e figliastri (nove totali), a teatro fa il passo più lungo della gamba e parodia D'Annunzio. Mario Martone torna al cinema e in cattedra. E attraverso Scarpetta e la sua prole (uno sguardo d'eccezione, ovviamente, spetta ai fratelli De Filippo e alla loro madre: un'eccezionale Cristiana Dell'Anna) racconta i sogni di un'epoca, il tempo che passa, i gusti che si evolvono. Chiuso in un harem, il mattatore Servillo spartisce il sartù in parti disuguali e si atteggia a tiranno, dongiovanni, sfruttatore. Imperdibile per interpretazioni, comparto tecnico e ambizioni, il film non diventa un capolavoro per tanto così: poco compatto, sposta il focus da una dimensione personale all'altra e finisce per sacrificare il meglio, ossia la resa dell'universo familiare, per una farsa giudiziaria eccessivamente didascalica. Sdrammatizziamo: ad avercene, oggi, di produzioni capaci di parlarci di ieri allo stesso modo. (7,5)

Si può trovare sé stessi in un quartiere votato alla perdizione? È il paradosso a cui va incontro Eloise, studentessa di moda con grandi speranze e turbe psicologiche più grande ancora. Le bastano un monolocale in affitto, un giradischi e le luci al neon del vicino bistrot per chiudere gli occhi e riaprirli nell'Inghilterra degli anni Sessanta. Cos'hanno in comune Eloise e Sandy, la cantante che continua a incontrare con la complicità di Morfeo? Intrigante variazione sul tema dei viaggi nel tempo, l'ultimo film del sempre bravissimo Edgar Wright è un sogno sfacciatamente colorato e seducente in cui la provincialotta Thomasin McKenzie spererebbe di trasferirsi. Unita a doppio nodo alla splendida Anya Taylor Joy, rischierà la crisi d'identità di chi fatica a metabolizzare cambiamenti e compromessi. Ma l'alienazione secondo Wright ha un guardaroba invidiabile, colori pastello e uno spirito divertito, che purtroppo non turba mai a dispetto delle tematiche affrontare. Come dimenticare, invece, le mani che artigliavano la Deneuve in un capolavoro di Polanski? Il regista omaggia apertamente Repulsione, ma con una CGI spesso stucchevole. E aggiunge a fantasia un po' di Psycho e un po' della favola di Cenerentola, con il rischio che il suo thriller psicologico risulti più attraente che conturbante. Bello da ammirare e altrettanto godibile, ma non all'altezza delle aspettative, ribadisce quanto Londra, a volte, possa essere troppo. Non potremmo dire lo stesso di questa retromania dilagante? (7)

Dopo Dolor y Gloria, per me il suo film più bello riuscito insieme a Volver e Parla con lei, Pedro Almodovar torna al cinema e inaugura il Festival di Venezia. Atteso al varco con impazienza, non riesce a bissare la bellezza del film precedente. Seppure approcciato con aspettative ridimensionate per via dell'accoglienza ricevuta, a sorpresa più tiepida del solito, il suo ultimo melodramma delude e annoia: per me è tra i suoi film peggiori. La fotografa Penelope Cruz e la giovanissima Milena Smit partoriscono lo stesso giorno nello stesso ospedale. Diverse per estrazione sociale, vissuto ed età, si scoprono più vicine del previsto durante la maternità. Le uniranno una casa da condividere, un segreto doloroso e una passione saffica così precipitosa da risultare fuori luogo. A tentare di conferire maggiore originalità all'intreccio, questa volta, il regista spagnolo inserisce un insolito risvolto storico-politico: gli scavi per riportare alla luce il bisnonno della Cruz, sepolto in una fossa comune negli anni del franchismo. Cos'ha in comune la tragedia dei desaparecidos con la maternità? Francamente, non ho colto il nesso. Appesantito da un'intensità esasperante, che costringe le protagoniste a un campionario di mani tremule, occhi sbarrati e sospiri profondi, Madre Paralelas mette troppa carne al fuoco e, allo stesso tempo, troppo poca. La fotografia da soap opera, imbarazzante, non aiuta. (5)

6 commenti:

  1. Mi interessano tutti - tranne Madre Paralelas - ma chissà se e quando riuscirò a recuperarli 😩

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  2. Sono sostanzialmente d'accordo, in particolar modo su Almodòvar. Avrei solo alzato il voto a Martone, per me era il film più bello tra quelli in gara (insieme a Sorrentino). Però direi che mi ritrovo in quello che hai scritto.

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  3. non ho visto nessuno di questi, ma tra tutti mi interessano più che altro IL POTERE DEL CANE (anche il libro, a dire il vero) e QUI RIDO IO.

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