Visualizzazione post con etichetta 80's. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 80's. Mostra tutti i post

mercoledì 14 aprile 2021

Recensione: L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini

| L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini. € 17, pp. 192 |

In lizza per il premio Strega, è l'outsider della dozzina. Divertente, surreale, lieve con malinconia, la lettura di Roberto Venturini potrebbe risultare un'autentica boccata d'aria fresca per gli amici che ogni anno s'imbarcano in un'impresa coraggiosa: recuperare tutti i romanzi candidati per formulare pronostici. A ben vedere, però, L'anno che a Roma fu due volte Natale fa parte dello stesso irresistibile filone di Genovesi e Bartolomei: commedie all'italiana che conciliano pubblico e critica, insomma, zeppe di svolte rocambolesche e di personaggi ai quali è impossibile non volere bene. Non sfigurerebbero in un film di Mario Monicelli, ragiona a voce alta il narratore, mentre osserva dall'alto i passi incerti dei suoi protagonisti. Strampalati ma belli come succede al cinema, si muovono goffamente in un intreccio che parte con i migliori auspici: perché non riunire Sandra e Raimondo, la coppia più amata del piccolo schermo? Sepolti in cimiteri separati, meriterebbero di stare insieme come sul set dell'indimenticabile Casa Vianello. È il desiderio di Alfreda, insegnante in pensione gravemente in sovrappeso, intrappolata in un asfissiante mausoleo di blatte e cianfrusaglie: un villino sbucato da un episodio di Sepolti in casa dove ogni oggetto racconta l'assenza di Mario. Il marito di Alfreda, infatti, è sparito in mare in circostanze tanto incredibili quanto misteriose. Vedova inconsolabile minacciata dagli ultimi provvedimenti dell'ufficio d'igiene, trova uno slancio vitale in una gita al cimitero: il Verano, di notte, sarà preso d'assalto da una banda singolare di profanatori di tombe. Ad assecondarla ci sono il figlio Marco, ex bambino prodigio ormai votato alle droghe e all'insicurezza sociale; Carlo, anziano pescatore sopravvissuto a tutti i suoi amici; Er Donna, ambitissimo travestito che in passato ha pestato i piedi al boss sbagliato.

Avrebbe voluto giustificarsi, dirle per esempio che la felicità mica si riproduce per talea, che non funziona quasi mai, come col glicine. Dirle che la bellezza di quello che si è vissuto in passato non rivive in un altro contesto, e che anche se lui ci provava a innestare nuova torba rassicurante, non gli radicava più, la felicità. Hai voglia a bestemmiarci sopra. Come la talea del glicine.

Forte di un vago senso d'incanto e delle innumerevoli citazioni alla cultura degli anni Ottanta, un po' pulp, un po' pop, Roberto Venturini incuriosisce con uno spunto brillante: la richiesta ultraterrena di un'inconsolabile Mondaini. Ma nella seconda parte tradisce le premesse con un prosieguo dispersivo e confuso: un andirivieni in macchina, dal cimitero alla spiaggia, che finisce per tagliare il respiro a una storia che avrei immaginato più articolata. Strada facendo ci si scorda dei Vianello; ci si scorda di Alfreda. Quando prendono ad accavallarsi voci, storie, accenti e rumori, si rischia di perdere di vista il punto della situazione. Ma il chiacchiericcio che ne vien fuori è tutt'altro che spiacevole. Ricorda, in realtà, le conversazioni tra amici nei lunghi viaggi in auto: ondivaghe, fitte fitte, di quelle in cui si perde spesso il filo logico e si aprono parentesi su parentesi prima di chiuderne altre. In questo romanzo non sono i personaggi a vivere in funzione della storia ma l'esatto contrario, anche al rischio di sopraffarla. Ma cosa può un cast perfetto contro i difetti di un romanzo che, nonostante le poche pagine, non è esente da lungaggini? Più brillante per umanità che per equilibrio, L'anno che a Roma fu due volte Natale ha la malinconia del mare d'inverno e le melodie di alcune canzoni marinaresche. All'apparenza fuori posto, fuori stagione, è ambientato in una Torvaianica miracolosamente imbiancata: candida, nonostante la presenza di ceffi loschi e vittime da cronaca nera, fa da sfondo originalissimo a questo imperfetto ma accorato amarcord.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Colapesce e Dimartino – I mortali

venerdì 16 agosto 2019

Recensione: Darkness, di Leonardo Patrignani

| Darkness, di Leonardo Patrignani. DeA, € 14,90, pp. 256 |

Odore di crema solare, secchielli e palette sul bagnasciuga, i gonfiabili in piazza. L’estate ispira nostalgia e leggerezza. Mette voglia di tornare subito indietro nel tempo, a quando si era bambini, e allora si fila in libreria in cerca di avventure a tema. A lungo, per me, l’estate è stata Stephen King e le repliche dei film di Joe Dante alla TV. Passeggiate sulle rotaie in cerca di cadaveri e misteri, piccoli grandi spauracchi e amicizie in poltrona. Preannunciata dal ritorno di Stranger Things, perfetto per dare manforte ai ricordi del passato, alla bella stagione – purtroppo da me tollerata ormai a fatica, fra zanzare e spossatezza – ho permesso finora un’unica concessione alla malinconia: il nuovo romanzo di Leonardo Patrignani, grande amico del blog ai tempi della trilogia di Multiversum
Nonostante la cupezza dell’ambientazione – la fittizia cittadina lacustre di Little Crow, vittima di un’inspiegabile invasione di tenebre –, le atmosfere, per fortuna, son quelle giuste. Si torna alle fragilità della prima adolescenza, quando si ha il mondo contro e tanta voglia di scappare verso un altrove imprecisato. Si torna a sbrogliare enigmi che strizzano l’occhio alle vacanze in quel di Castle Rock. Haly, la protagonista, è da poco rimasta orfana. I genitori, scomparsi in circostanze poco chiare, le hanno lasciato in eredità storie avventurose e insegnamenti insospettabilmente preziosi. Ma come rapportarsi, intanto, al vuoto della loro dipartita, alla rabbia davanti a quelle indagini di polizia già bella che chiuse, all’esistenza troppo stretta all’interno di una casa-famiglia senza privacy? Rimasta sola al mondo, la tredicenne vestita a lutto pianifica la fuga da un paese fantasma che le rinfaccia i giorni felici e, mentre il tempo va inesorabilmente avanti, ne ha in serbo per lei soltanto di tristi. Qualcuno – anzi, qualcosa – ha piani alternativi.

Il buio non era ai confini della città. Era negli angoli più nascosti delle case, nei ricordi sepolti perché troppo dolorosi, nel cuore e negli occhi delle persone. Era ovunque.

A frapporsi fra lei e la libertà è la comparsa di un denso banco di oscurità, simile a una nebbia scura e impenetrabile. Ai concittadini più anziani ricorda un po’ la famigerata catastrofe del ’51. Saltano le comunicazioni telefoniche, la radio e i televisori non prendono, gli orologi si fermano come in un sortilegio. Quanto possono reggere i generatori di corrente? È in agguato una tempesta solare, o forse un tornado? Nell’aria, però, si nega qualsiasi odore di pioggia. Ferma nell’incertezza, sospesa nei forse, Little Crow e i suoi abitanti veleggiano verso l’angoscia: altrettanto, probabilmente, faranno i giovani lettori. Ma dalla nebbia di Patrignani, a sorpresa, non saltano fuori né i mostri di The Mist né le creature aliene di Under The Dome. Si intravedono, piuttosto, il cappello giallo di una viandante senza nome – ho pensato con un sorriso alla Signora Ceppo di Twin Peaks – e ombre delle nostre paure inconsce. Owen, lo sbeffeggiato direttore del giornalino scolastico in cerca di scoop, teme ad esempio l’indifferenza dei genitori in affari e si domanda se si accorgerebbero della sua assenza se, all’improvviso, sparisse nel nulla; il goffo e paffuto Brian, nerd amante dei fumetti con una mamma malata che gli dà troppo da pensare, fugge a gambe levate davanti ai ragni – non fa eccezione, pensate, neanche Spider-Man. Di cosa ha davvero paura, però, la loro guida, Haly? Dopo aver inforcato la bicicletta, con una torcia ben funzionante stretta in mano, i tre ragazzi elaborano simpatiche liste per punti e classificano le reazioni dei compaesani: uomini di fede, eterni indifferenti, genitori allarmisti, eroi dell’ultimo momento. E, anche se l’intimità spaventa perché rende tutti vulnerabili, scoprono che fianco a fianco niente appare insormontabile.

In pochi istanti comprese quali fossero i veri mostri lì fuori. I finti sorrisi, le frasi di circostanza, le inutili promesse. La maschera che la gente indossava ogni giorno, appena infilata la divisa di lavoro e occupato il proprio posto nel mondo. Forse diventare grandi significa accettare tutto questo.

Banco di prova per autori affermatissimi – di recente, vi ricordo, si sono avvicinate al genere anche le candidate al Premio Strega Raffaella Romagnolo e Antonella Cilento –, la narrativa per ragazzi offre agli autori un’ora d’aria fra un successo e l’altro e nuovi lettori da conquistare. A dispetto del titolo, Darkness è una funzionale macchina del tempo per tornare all’epoca in cui si era affiatati e innocenti: poco più che bambini. Scritto in maniera semplice e senza fronzoli, con capitoli da divorare e una toccante morale di fondo, il romanzo ha senz’altro il difetto di non allontanarsi mai dal target di partenza. Se non più giovanissimi, per apprezzarlo è consigliabile lasciarsi contagiare dal candore dei protagonisti. I Perdenti secondo Leonardo hanno un’ottima memoria, prestano spesso ascolto agli insegnamenti degli adulti, sfidano un Dissennatore da listino meteorologico che all'ultima pagina spererebbe di succhiare loro la gioia di vivere.  Ci si affida di comune accordo, allora, alla famiglia, all’amicizia, alla persistenza della memoria. A una sottovalutata verità a proposito dei proverbiali risvolti della medaglia. L’oscurità, infatti, mette in risalto la luce – e le persone care. Non tutto il male viene per nuocere; non tutto il buio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay - Midnight

mercoledì 10 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05

Ero partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins. Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones, mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può. Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione: forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete; l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti, non è andato via. Splatter e irriverente, un tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico, queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile, se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti? Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora associata alla Storia infinita: canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)

Lui, lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale – che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale. Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido come pretenderemmo. (6,5)

venerdì 21 giugno 2019

Mr. Ciak: Noi, We Have Always Lived in the Castle, Ted Bundy e altri psycho-thriller

Sono una famiglia afroamericana di quelle fortunate. Abbastanza in alto per permettersi una vacanza sull'oceano o tollerare con leggerezza le battute sarcastiche di una coppia di amici bianchi, una sera ricevono una visita: la loro casa viene presa d'assalto da misteriosi invasori. Sono quattro, come loro. E hanno le loro identiche facce. Dopo il successo di Get Out, Jordan Peele ritorna al cinema horror e a sembrarmi tremendamente sopravvalutato. Dotato di uno spunto brillante ma di uno svolgimento tutt'altro che originale, Noi ha un impatto minore del film precedente: l'assunto di base, infatti, viene sperperato in due lunghe ore e nella confusione di risvolti mai spiegati. I doppi dei protagonisti sono le loro ombre infernali, o le loro controparti sfortunate? Siamo americani, dicono. Vogliono gli stessi diritti e gli stessi doveri. Reclamano sogni, pretese e ore d'aria. In questa Invasione degli Ultracorpi al tempo di Trump, sfugge il punto della situazione. Bastian contrario benché appartenga alla schiera dei privilegiati, Peele fa antipatia: arraffone e ammiccante, attacca i soliti conservatori con una verve che, al secondo giro, rischia di annoiare. Per fortuna c'è un epilogo meno didascalico, in cui si confondono vittime e carnefici. Per fortuna c'è Lupita Nyong'o, scream queen che piacerà anche all'Academy. Ma, per godersi meglio l'alta tensione, consigliabile abbassare le aspettative. (6)

Anno fortunato per Shirley Jackson. Dopo il successo di The Haunting of Hill House, la maestra spirituale di King è tornata sugli schermi. Anche se ormai non è più tra noi da un po'. Anche se Abbiamo sempre vissuto nel castello, letto lo scorso autunno, va per i sessant'anni. Passato in sordina in patria, accolto tiepidamente dalla critica, il film tratto dal suo romanzo di culto è, a dispetto delle scarse speranze, una trasposizione esemplare dove perfino i difetti vengono dal romanzo. La casa delle orfane Blackwood, interpretate dalle convincenti Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, è la copia di quella immaginata: bella e decadente, sembra una novella dimora Addams che non disdegna i colori pastello, la raffinatezza del mobilio, la fantasia della carta da parati. Le sorelle trascorrono lì, in una gabbia dorata, una routine destabilizzante. Isolate dal mondo, fantasticano di trasferirsi sulla luna. Ma la Daddario, tentata dal cugino Stan, minaccia di mandare tutto a rotoli puntando all'Italia. Della Jackson, la trasposizione si tiene stretta i ritmi lenti, le situazione piuttosto trascinate e quel climax finale di grande cattiveria, qui con un tocco di violenza aggiunta. Lo immaginavo a torto televisivo. Inscenato sullo sfondo di una campagna lussureggiante, risulta essere invece una parafrasi fedelissima dalla fotografia cristallina e con un guardaroba che farà l'invidia delle spettatrici. We Have Always Lived in the Castle è una fiaba nera che anche in questa veste funziona a metà, non facendomi cambiare idea su un romanzo sopravvalutato. Ma anche l'occhio vuole la sua parte e qui, fra malie e stranezze, ha il suo bel da vedere. (6,5)

Era un uomo bello e un abile oratore. Era un serial-killer. Ted Bundy, negli anni, Settanta frequentava Giurisprudenza e si difendeva da un'accusa inequivocabile: l'omicidio barbaro di oltre diciotto donne. Le prove erano tutte contro di lui, ma la giustizia americana rende tutto spettacolo. Interpretato da un Efron al di sopra delle aspettative, con la giusta faccia da schiaffi e una parlantina sorprendente, il caso Bundy rivive in un'arringa accurata e un po' televisiva, convincente ma non sempre coinvolgente. Senza mostrare sangue, più attento alla dimensione processuale che al marciume, il documentarista Berlinger scongiura ogni tentazione voyeuristica e mette in scena un gioco retorico per sospettare di tutto e di tutti. Perfino di una verità universalmente accettata: la colpevolezza dell'accusato, messa in dubbio da un carisma di star navigata. La compagna Collins, che all'inizio lo segue come una groupie innamorata, si stanca presto della bugie e di un triangolo amoroso che culmina in una farsesca proposta di matrimonio. Il verdetto? La scelta di preferire gli aspetti pubblici e privati potrebbe far storcere il naso agli amanti dell'horror, ma i protagonisti – a torto giudicati troppo glamour per i ruoli – mettono comunque i brividi nel faccia a faccia finale. La nausea vera, di terrore e ingiustizia, arriva durante i titoli di coda. Con la sfilza delle donne martirizzate. Con la consapevolezza che l'incubo, con tanto di fughe picaresche e schiaffi morali alle forze dell'ordine, sia pura verità. (6,5)

Quali sono i segni particolari di uno psicopatico in erba? Una timidezza a confine con la sociopatia, il pallino per gli animali investiti in strada, una famiglia poco convenzionale. Avevano personalità agli antipodi ma, in quanto a spietatezza, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer rivaleggiavano: quest'ultimo, dagli anni Settanta in poi, terrorizzò in particolare la comunità gay di Milwaukee. Alle origini, però, era soltanto un adolescente in cerca di sé stesso. Si estraniava di frequente ma sapeva dissimulare. Amico di tutti e di nessuno, indossava i panni di buffone del liceo pur di far pace con la propria testa e, soprattutto, con la propria sessualità. Ispirati a una graphic novel, i dolori di un giovane serial-killer sono raccontati anche stavolta con un approccio poco convenzionale. Rinunciando allo splatter, My friend Dahmer sperimenta toni diversi fino a somigliare a un dramma adolescenziale alla Van Sant. Senza sporcarsi, il magnetico Ross Lynch – un caso sia uscito anche lui da Disney Channel? – si trascina torvo e ingobbito in una dissacrante pagina di diario che ricerca con successo i primi passi di un folle che non ha ancora sperimentato il sesso, né fatto i conti con le macchie di una coscienza sporca: la banalità del male. (7)

Ne hanno fatto prima un film per la TV, poi una miniserie in otto puntate. A un appuntamento romantico, Mrs Maisel andava a vedere perfino un musical ispirato alle sue gesta efferate. L'assassina Lizzie Borden, simbolo di un femminismo estremo, non smette di affascinare la settima arte. A nemmeno cinque anni di distanza dal film con Christina Ricci, le vicende della donna – riassumiamola: uccise padre e matrigna a colpi d'ascia, e fu scagionata per assenza di prove – torna a farsi raccontare dal cinema indipendente, attento alle questioni di genere e alla verosimiglianza dei fatti. La Borden di Chloe Sevigny va a teatro da sola, rifiuta il matrimonio, scontenta i genitori con una lingua sferzante e una relazione con Kristen Stewart, domestica sul punto di rottura. Come una trionfale Medea, nuda e insanguinata, la protagonista si aggiunge ai nemici del padre – viscido e temutissimo – e giunge a soluzioni deleterie per liberarsi dell'orribile famiglia. Cupo e lentissimo, Lizzie è una tragedia teatrale di zii usurpatori e passioni clandestine che, classe a parte, poco aggiunge tuttavia a un ritratto di donna già approfondito in precedenza. L'acqua cheta logora i ponti. Ma all'ennesimo rimaneggiamento, centoventi anni dopo il massacro, non fa notizia. (5,5)

La trama è quella di un thriller di Rai Due. Una ragazza di buon cuore restituisce a una vedova la borsetta dimenticata in metropolitana. La prima non ha più una madre, l'altra non ha più una figlia: l'amicizia intergenerazionale, quando si fa ossessione, diventa stalking. Classico, più che vecchio stile, Greta rilegge un canovaccio di sicuro fascino. Non corre mai il rischio di rinnovarlo, eppure sorprende per la freschezza di Neil Jordan: settant'anni e l'ultimo film, Byzantium, risalente a ormai sette anni fa. L'autore conosce bene le regole del gioco, e lo stesso può dirsi del suo cast di attrici bravissime: Chloe Grace Moretz, scream queen per eccellenza delle nuove generazioni, e soprattutto Isabelle Huppert, straniera dal fascino stregonesco. A metà tra Norman Bates e Annie Wilkes, la sua cattiva è un cane rabbioso che non vuole essere abbandonato. Manipolatrice e onnipresente, conosce vini pregiati, suona il pianoforte e si apposta negli angoli. È in ogni squillo, in ogni messaggio, in ogni ombra. A cosa spinge la solitudine? Se tutto va esattamente come dovrebbe, due protagonisti in forma smagliante sanno farsi comunque ricordare grazie a una perfetta alchimia e qualche dettaglio raccapricciante. Greta è in cerca di un'amica, o forse di un'altra vittima? Ha borse identiche a quella perduta. Ha usato già quelle stesse parole, letto da quello stesso copione. Non siamo speciali, no, e lei non si è presa la briga di ordine un inganno su misura. L'esca è la solita, il canovaccio abusato. Ma, intanto, abbocchiamo. (7)

Christopher Abbott, noto tanto la serie Catch 22 quanto per la somiglianza innegabile con il collega Kit Harrington, ha l'aria di un verginello alle prese con l'ansia della prima volta. Guardate quant'è impacciato mentre fa le prove, prende appunti, coreografa nel dettaglio parole e movimenti. Nella sua camera d'albergo aspetta l'arrivo di una prostituta e questa, puntualissima, non si fa attendere: è Mia Wasikowska, irriconoscibile tutta impellicciata e con un caschetto aggressivo. Lui è un sociopatico che vuole darsi all'omicidio, lei una provocante autolesionista. Il piano sfugge di mano. Quella che a una prima occhiata sembrerebbe una coppia di disadattati da commedia indie si pone al centro di un rapporto sfuggente e perverso, che giunge picchi di goduria indicibili quando Nicolas Pesce – giovane regista da tenere d'occhio – inizia a scherzare con lo split screen di Brian De Palma o la colonna sonora di Dario Argento. Guilty pleasure di cinefili e feticisti, Piercing è un gioco delle parti stilizzato e intriso di cose – sangue, umorismo caustico, citazioni alte – che funziona, sì, ma esclusivamente nella dimensione dell'omaggio. Per il resto, è troppo strano e troppo aperto. Ha personaggi troppo esagerati e troppo tagliati con l'accetta. Ipnotizza e diverte, stilosissimo dall'inizio alla fine, ma lascia violenza in quantità, qualche ottima interpretazione, cicatrici semipermanenti e un pugno di mosche. (6)

Quattro ingenui amici in sella a una bici: aspiranti Sherlock Holmes con alle spalle famiglie in crisi, una cotta comune per la bella del quartiere e il coprifuoco fisso. Un vicino di casa poliziotto, insospettabile ma non troppo. Tutto è un gioco. Tutto ha una fine, anche l'estate del cuore. Perché tutti i serial killer, in fondo, sono i dirimpettai di qualcun altro. Partita a nascondino classica e sdoganatissima, Summer of 84 fa leva su quell'effetto nostalgia venuto francamente a noia da un po' e su misteri feroci ma intuibili, che non conoscono nessun colpo di scena ma a sorpresa, nel finale, minacciano di strappare brividi duraturi. Amaro e spietato, sbucato non a caso dal preziosissimo circuito del Sundance, in realtà ha poco a che spartire con il candore pop di Stranger Things. I Perdenti di Stephen King, qui, conoscono la cattiveria: quella umana, quella vera. La loro perdita dell'innocenza appassiona e stordisce più delle rivelazioni mancate, più di un canovaccio che con la scusa dell'omaggio poco s'inventa di sana pianta. E questa estate di metà anni Ottanta, stagione per eccellenza di scottature, ci brucerà per sempre. (7)

mercoledì 12 giugno 2019

Recensione: Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso

| Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso. Leone Editore, € 12,90, pp. 282 |

A cosa può spingere la noia? Siamo a San Rodi, un paese immaginario in cui la perversione è di casa. Gli anni Ottanta impazzano, ma il loro eco è debole. Nonostante si scorrazzi in bicicletta come in Stranger Things, in cerca di boschi e misteri, in Italia l'ombra del fascismo è ancora visibile. Dei cimeli di quegli anni, da noi piuttosto lontani dalle mode d'oltreoceano, sono approdate soltanto le videocassette e i fumetti fantascientifici. Ma laggiù i veri mostri siamo noi. Traviati dall'immobilismo e dalla calura, i quindicenni fanno gruppo e giocano a fingersi onnipotenti. Braccano e seviziano animali, si proclamano Cacciatori. Ci sono Arcangelo e Tommaso, il primo in sovrappeso e l'altro segretamente omosessuale, mentre strada facendo si è aggiunto allo squadrone Piero B, troppo piacente per essere un reietto ma indebolito da un infortunio calcistico. Hanno famiglie sciagurate, case pericolanti, scheletri nell'armadio, e il loro leader conosce i loro dolori come le proprie tasche: il carismatico Fermo, che pronuncia proclami magniloquenti nello stile di Mussolini, fa leva sulle fragilità degli amici. Fino al punto di rottura. Quanto tempo è richiesto per passare a prede più ghiotte?

Ogni giorno, dopo la scuola e prima che calasse la notte, impugnavano le loro maestose biciclette e si allontanavano dal pietroso centro cittadino, alla ricerca di avventure. Avevano visto troppi film, e volevano comportarsi da eroi. Speravano di trovare qualcosa nei boschi che li circondavano, sognavano di imbattersi in qualche animale raro o in qualche artefatto dimenticato. Questi quattro quindicenni emarginati erano Arcangelo, Piero B, Tommaso e Ferro.

Si va a caccia di esseri umani, così, ma Fermo non lascia niente di intentato. La vittima designata dovrà cadere spontaneamente nella sua rete. Purtroppo o per fortuna il povero Mollusco – che di verghiano ha sia soprannome sia il destino da vinto – si lascia circuire in fretta. Vessato a scuola, maltrattato in famiglia, avrebbe bisogno di buoni amici. Anche se gli tocca passare attraverso disgustosi riti d'iniziazione. Anche se, sin dall'inizio, è spacciato. 
Piccole anime folli è un esordio che attraeva per toni e atmosfere. Un romanzo di formazione estremo e disperato che riportava alla mente il primo Ammaniti. Sfogliandolo ho subito pensato che in compagnia del bravo Mirko Rauso, già sceneggiatore, avrei trovato pane per i miei denti. Se possibile, andando avanti, l'impressione si è acuita. Piccole anime folli spiazza. Inizia in un modo, finisce in un altro. È un macello, in quanto caotico e sanguinosissimo. Insensato, come d'altra parte dev'essere la violenza in tenera età. Questo perverso gioco di ruolo viene mandato a monte dall'arrivo di una ragazza dai capelli fiammeggianti, Venusia, il cui ingresso fatale cambia alleanze e obiettivi. Aggiungete al disegno un improbabile poliziotto dal cuore malandato, che di cognome si chiama Donovan, e una professoressa con un corpo da commedia sexy e il pallino del satanismo; una scia di omicidi coreografici, che portano la firma di un novello Jack Lo Squartatore dal cappello a cilindro, e una guerra intestina fra maschi e femmine se ai Cacciatori vengono a contrapporsi all'improvviso le Streghe.

Non dobbiamo guardare Manson, dobbiamo guardare Gesù. La perfezione, il miracolo. Io sono l'agnello di Dio, il re dei Cacciatori solitari, il Distruttore silenzioso. Sono stato scelto, e voglio portare a termine ciò per cui sono stato messo al mondo. Cacciatori, è giunto il tempo di ultimare la Caccia finale, la Caccia suprema.

In quel di San Rodi il più pulito ha la rogna. La malvagità, come la peste nera, è un contagio; una realtà basata su leggi medievali. Ironico e amante del cinema di serie B, Rauso non va preso sul serio. Si dà alla pazza gioia nel finale, e i lettori più impressionabili potrebbero essere infastiditi da un autore che ciabatta nel torbido o dall'introduzione di loschi figuri vestiti come in Mad Max. A questo punto mi prendo il permesso di fargli un po' le pulci, perché in fondo mi ha divertito da morire. 
Intrattenitore nato, lo scrittore ventisettenne ha il difetto di raccontare più che mostrare. A volte enfatizza poco, altre lo fa concentrandosi sui dettagli secondari. La colpa potrebbe essere di un narratore al di sopra di tutto e tutti, che funziona alla perfezione per gestire la coralità corrotta degli abitanti, meno per la messa a punto della suspance o di dialoghi verisimili. In sella a una bicicletta a cui soltanto di recente ha tolto le rotelle, rinunciando agli equilibri dell'ordinario per raccontare invece l'azzardo, l'autore rischia frequentemente di scivolare e di lasciare a cuocere troppa carne al fuoco. Più lungo e complesso del previsto, però, Piccole anime folli piace comunque perché ha il coraggio e la consapevolezza dei propri errori. Una compravendita dell'innocenza che perde la bussola – negli ultimi capitoli sconfina nel granguignolesco di Gianluca Morozzi –, mai il filo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Anastasio  La fine del mondo 

giovedì 14 febbraio 2019

Mr. Ciak: La vita in un attimo | How to talk to girls at parties | Film stars don't die in Liverpool

Un Oscar Isaac dalla barba incolta parla della rottura con Olivia Wilde sul divano della psicologa Annette Bening: aspiranti sceneggiatori, i due facevano faville vestiti da Pulp Fiction a Halloween e aspettavano un bambino. Olivia Cooke, cantante arrabbiata con il mondo intero, annienta il romanticismo di una ballata di Bob Dylan urlandola a squarciagola in chiave metal. Da qualche parte in Spagna, invece, Antonio Banderas – proprietario terriero, ma non del “Mulino che vorrei” - aiuta il figlio di Laia Costa a superare un trauma insanabile. Una manciata di nomi noti, personaggi agli antipodi nel tempo o nello spazio, le cui storie ruotano attorno allo stesso avvenimento tragico. A lungo, così, è dalla tragedia che cercheranno di allontanarsi. Sebbene sia un melodramma corale da inserire nel filone di Collateral Beauty, Life Itself lo si approccia con un occhio di riguardo: merito del taglio indie e di un inatteso black humor, delle audaci variazioni sul tema della prima parte, dei cambi di rotta shock. Soprattutto, inutile negarlo, del tocco magico di chi ha ideato This is us e consumato 500 giorni insieme a furia di visioni. La voce narrante della Wilde ci racconta con toni alterni di famiglie disfunzionali, sentimenti da elaborare e altri drammi; del destino sfortunato degli orfani e della bellezza pericolosa di New York, scomodando fra le righe implicazioni filosofiche e narratologiche che rendono senz'altro più estremo il classico intreccio intergenerazionale. Questo nuovo giro di vite prende avvio in maniera violenta e proseguendo, poi, si scopre più accomodante senza grandi sensi di colpa. La morale, già consolidata: cosa fare se la vita ti dà dei limoni? Facile, fanne una limonata: spremila, zuccherala, bevine fino all'ultima goccia. E ricomincia daccapo. Magari, all'interno di una sinfonia polifonica che si muove al solito in cerca di risposte esistenziali, e al solito funziona bene con i toni dolci della seconda metà. Grazie ai dettagli, ai volti, alle piccole cose in cui piace riconoscersi. E di cui, nella sera giusta, magari ci commuoviamo un po'. I narratori, si afferma, sono inaffidabili per loro stessa natura: la narratrice per eccellenza, in teoria, resterebbe la vita stessa. Come crederlo, però, davanti a una frenata agghiacciante, a uno sparo a bruciapelo, a una malattia innominabile, a un tradimento che ancora brucia nell'anima? Ci si affida, in quel caso, agli sceneggiatori che non si allontanano mai dalla comfort zone. Se anche la vita si rivela inaffidabile, Dan Fogelman, per fortuna, non troppo. (6,5)

Prendete un trio di amici e collocateli nell'Inghilterra punk. Alla ricerca dell'ennesima festa trasgressiva, guardateli seguire la musica e imbattersi in una casa di stranezze, sesso e piaceri in stile Rocky Horror Picture Show: tutine in latex coloratissime, proposte indecenti, bassi solletichi che d'un tratto ti aprono le gambe e mondi interi, in barba alla virilità. I protagonisti pensano che i tenutari siano gente strana perché americana. In realtà, sono alieni in trasferta – e, per di più, cannibali. Elle Fanning, così perfetta da apparirci a tratti una marziana davvero, per quarantotto ore abbandona la base e segue con il batticuore Alex Sharp, bruttino ma con carattere. Tempo a sufficienza per affezionarsi all'idea di cantare in un gruppo, ai baci ribelli di lui, alla tentazione di restare lì? La classica relazione breve e impossibile, che ricorda un po' una fiaba moderna in stile Splash: Una sirena a Manhattan, regala sorprese se proviene, come in questo caso, dalla folle inventiva di Neil Gaiman. Fantasiosa metafora di quel decennio di lotta generazionale e incomprensione reciproca, How to talk to girls at parties è una commedia rock 'n' roll con la testa fra le nuvole e risvolti straordinari, che fa faville nei momenti da puro boy meets girl – questi ultimi culminano con un allucinato duetto, prima che il film imbocchi la poco convincente mezz'ora conclusiva – e purtroppo si sfilaccia un po' in un epilogo infarcito di dialoghi esplicativi, toni grotteschi, stanze affollate. Festa discinta, rumorosa e dispersiva – nella folla scorgiamo la talent scout Nicole Kidman, in un ruolo piccolo ma incisivo –, con un'irresistibile messa in scena e un messaggio tutt'altro che sottile a sfavore, ma una candida storia d'amore per centro nevralgico. Lontano dall'essere un manifesto generazionale, How to talk to girls at parties resta comunque un apprezzabile teen movie d'autore. John Cameron Mitchell, decisamente nel suo fra travestitismo, giovinezze scatenate e pentagrammi, questa volta è troppo immalinconito per provocare. Effetto non tanto delle droghe pesanti quanto della nostalgia di chi, insieme a Gaiman, rimpiange il graffio dei vinili, i vent'anni e quell'occasione persa un trentennio fa: con una aliena uguale alla Fanning che, nell'allegria sconsiderata delle prime volte, ci aveva promesso perfino le stelle. (7)

Ci sono quei film belli e sfortunati che passano in sordina. Ignorati ai piani alti, non trovano nessuna distribuzione italiana: l'avvento del sottotitolo, per fortuna, ha salvato dall'oblio la visione di Film stars don't die in Liverpool – a carico, la bellezza di tre candidature agli scorsi Bafta – e il ricordo agrodolce di Gloria Grahame, diva già una volta sparita dai radar. Probabilmente nessuno di noi, oggi, la ricorderà. Classe 1923, vincitrice di un Oscar nell'anno di Cantando sotto la pioggia, l'attrice aveva collezionato quattro matrimoni fallimentari, pochi ingaggi e un tumore al seno mai del tutto debellato. Meglio rinunciare alla chemioterapia, nella paura di perdere i capelli, la bellezza e il lavoro. Stella del muto ormai in caduta libera, negli anni Ottanta nascondeva la cicatrice della mastectomia e s'innamorava di un aspirante attore più giovane di tre decenni. Gloria porta Peter a New York, lo invita in ristoranti frequentati da leggende del cinema, gli regala una favola da seguire senza un briciolo di scetticismo. Lui, dalla sua, ricambia con un altro copione; quello dell'ultimo grande amore. La Grahame fumava come Lauren Bacall, si atteggiava alla maniera di una Marilyn seducente e falsamente svampita: piena di femminilità e decoro, permalosissima, faceva sparlare per le relazioni scandalose e sognava di interpretare Giulietta benché non avesse più l'età. Ignorò strenuamente il suo male, fingendo fosse indigestione; prima fuggì, come fanno gli animali morenti, e infine si rifugiò a Liverpool presso la famiglia di Peter, circondandosi di trucchi, pellicce e affetti sinceri. Si reincarna alla perfezione, qui, nei gesti di una Bening somigliante e straordinaria, al punto da non spiegarsi la mancata considerazione dell'Academy. E si gode la compagnia di un ritrovato e cresciuto Jamie Bell, che dopo i fasti di Billy Elliot torna a ballare e a condividere il set con l'adorabile Julie Walters. La biografia sentimentale di Paul McGuigan scivola con grazia invidiabile dal presente al passato. Il famoso umorismo britannico e qualche guizzo stilistico donano alla Grahame il batticuore finale, allora, e a noi qualche furtiva lacrima in poltrona. Soprattutto, nuovo lustro alle stelle offuscate dalla memoria breve di Hollywood. Film stars don't die in Liverpool è l'altra faccia di Viale del tramonto: quella felice. (7,5)

giovedì 13 settembre 2018

Recensione: Bad Man, di Dathan Auerbach

| Bad Man, di Dathan Auerbach. Sperling & Kupfer, € 18,90, pp. 394|

Un'immagine come tante se ne vedono, in fila alle casse del supermercato. Un bambino che fa i capricci perché deve usare il bagno d'urgenza, un fratello maggiore che lo asseconda pur perdendo le staffe, gli altri acquirenti che di sottecchi guardano e giudicano gli schiamazzi del primo e la mancata pazienza del secondo. Eppure, quando il piccolo Eric scompare come in un gioco di prestigio, mai uscito dalla toilette, tutti sembrano guardare altrove. La norma, nei paesi di provincia che hanno tutto da nascondere. La norma nei romanzi di genere, soprattutto se prendono in prestito da Stephen King – metro di paragone per antonomasia – le comunità omertose, i luoghi quotidiani trasformati in scenari da incubo, gli adolescenti insicuri e solitari chiamati a scoprire strada facendo verità, amicizia, coscienza di sé. Come in It, perciò, ci sono facce di bambini scomparsi che tappezzano i pali della luce e sopravvissuti che cercano affannosamente, senza darsi pace. Se lì una tragedia indicibile colpiva tra capo e collo Bill, il più popolare e integrato tra quegli indimenticabili Perdenti, qui il protagonista è invece Ben: quasi omonimo, eppure agli antipodi per via dei chili di troppo – centodieci – e di una gamba che lo sorregge a fatica. Ha abbandonato la scuola quando costretto a ripetere nuovamente l'anno, rappresenta una spina nel fianco per le forze dell'ordine a causa di un desiderio di giustizia a confine con l'ossessione, divide una casa che non possono più permettersi con un padre e una matrigna che lo accusano tacitamente dell'accaduto. Gli ci vorrebbe una via di fuga, gli ci vorrebbe un lavoro – con lo stipendio, i colleghi ciarlieri, l'indipendenza che comporta. L'amaro paradosso? Trovarlo, dopo tanto cercare, proprio nel supermercato in cui la fine della sua famiglia ha avuto inizio. Come magazziniere, di notte. Tra le nebbie della cella frigorifera, i sospiri profondi del condizionatore guasto e una pressa mortale già protagonista di diversi incidenti sul lavoro, le corsie desolate ospitano un direttore che spia tutto; rinoceronti di peluche e simboli enigmatici scorti d'un tratto ovunque; scatole impilate con attenzione certosina lì dove avevamo lasciato invece il nostro disordine. Eric, o quel che ne resta, ha mai varcato le porte automatiche? Sempre dubbioso e in allerta, Ben e i suoi nuovi amici – Marty e Frank, spalle comiche a cui subito si vuol bene – si improvvisano investigatori e collezionano sospetti. Qualcuno, tuttavia, vorrebbe sabotarli: forze paranormali, o un'ombra senza volto che magari di giorno è un insospettabile cliente del supermercato?

Ed è questo che è la speranza in realtà. Un anestetico […] Non risolve nulla: si limita ad anestetizzare e rassicurare, finché non riesce a sacrificare i disperati sull'altare della sua fiamma brillante. E, mentre la speranza ci conforta, diventa sempre più facile dimenticare che anch'essa era contenuta nel vaso di Pandora. È l'unico orrore che non sia stato liberato nel mondo quando il vaso è stato scoperchiamo. E l'unico orrore che vive dentro di noi.

Dici creepypasta – quello il background di un esordiente tutt'altro che alle prime armi, ma nato e cresciuto in rete –, dici omaggio a Stephen King – quello l'imprinting letterario –, e questo Bad Man rischieresti purtroppo di sottovalutarlo, subodorando un'amatorialità che non c'è. Bastano infatti poche pagine per dirsi conquistati dal dramma di un personaggio ai margini, da un'ambientazione anni Ottanta accennata appena col buon gusto di chi non ha intenzione di cavalcare l'onda di una retromania venuta presto a nausea, da una vividezza espressiva che durante la lettura restituisce lo spasso del cameratismo e il disgusto delle macabre scoperte. I difetti arrivano soltanto poi, e non si può dire che nella seconda metà non rovinino un romanzo partito sotto i migliori auspici. Quattrocento pagine sono troppe per un esordio ai confini della realtà. La suspance e la curiosità scemano per forza di cose e, accumulando indizi e colpi di scena alla rinfusa, sembra inevitabile un finale non all'altezza del mistero di partenza. Il cadavere rinvenuto nel prologo, perfino l'uomo cattivo del titolo: chi sono, alla fine dei conti? Perché abbandonare il supermercato, scenario originalissimo, per dedicarsi a boschi alla luce della luna, scuole in stato di abbandono e altri luoghi comuni? Alcuni, allora, sembrano buchi narrativi veri e propri, altri spunti su cui arrovellarsi il cervello sfogliando Bad Man all'incontrario, altre porte da lasciare socchiuse per il seguito che qualcuno ipotizza. Dathan Auerbach ha preso lezioni dal migliore, e dal Re ha tratto brividi grandi e piccoli, tutto il calore della solidarietà maschile, il male in incognito. A malincuore, però, anche la verbosità di cui sono vittima le ultime cento pagine; ne risentono i ritmi sempre più dilatati, così, e la curiosità di lettori sempre più disattenti, se guidati da un esordiente tanto capace di dipingere scene orrorifiche quanto impacciato a gestire meccanismi male oleati. Gioco bello ma che dura troppo, e che forse da qualche parte è ancora in corso. Partita a nascondino con sorpresa – forse ancora aperta –, in cui chi conta si confonde con chi cerca, o viceversa.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Clash – Lost in the Supermarket 

martedì 11 settembre 2018

Recensione a basso costo: The Sun Dog, di Stephen King

| The Sun Dog, di Stephen King. Pickwick, € 10, pp. 211 |

Siamo negli anni Ottanta di Cujo, Cose preziose e della commedia horror secondo Joe Dante.
Gli steccati riverniciati di bianco, le villette monofamiliari e i misteri inspiegati, invece, sono gli stessi di una Castle Rock tanto fittizia quanto leggendaria che, proprio in questi giorni, mi sta facendo compagnia anche sul piccolo schermo con l'omonima serie Hulu. Quando diventerò ospite onorario, mi domando da un'infanzia a questa parte, quando? 
Nel mentre, rieccomi. Di nuovo lì, alla base, per un piccolo Blog Tour tra appassionati. Per ristampe dal look ispirato alla moda Stranger Things, con i migliori racconti del Re riproposti singolarmente e rivestiti di tutto punto per l'occasione – in libreria, diciamolo pure, attireranno senz'altro i lettori più giovani e qualche collezionista instancabile, meno i parsimoniosi affezionati di lunga data. A sorte, il postino mi ha consegnato The Sun Dog: apparso in precenza in Quattro dopo mezzanotte e, a memoria, forse il racconto peggiore di una raccolta che conteneva fra gli altri I Langolieri e Finestra segreta, oggetti di culto e trasposizioni negli anni. La memoria, no, non mi ha ingannato. Sono entrato presto nel vivo dell'incubo di Kevin Delevan, quindici anni e una Polaroid maledetta in regalo, e presto ho scorto pregi e limiti di una storia dell'orrore dallo spunto curioso, ma troppo piccolo per dipanarsi in duecento pagine; una buona idea che, sul lungo tratto, a malincuore non basta; una manciata di personaggi da presentarci e un mostro che s'intravede a malapena, a scatti alterni.

Glielo si leggeva nell'occhio fosco, nel ringhio incipiente. Giudicava che volesse due cose.
La prima era scappare. La seconda era uccidere.

Se non tutti gli Stephen King escono terrificanti, comunque poco male. Ci si mette comodi sul bagnasciuga, allora, per godersi all'ombra dell'ultimo sole una prosa quanto mai rilassata, con protagonisti tratteggiati con pennellate grossolane e divertenti; uno stile che questa volta non va per il sottile, in quanto a ironia, ma che eppure attrae con citazioni pop che spaziano dalla Bambola assassina a Blow up e immancabili rimandi interni che in fretta ci portano nelle celle di Shawshank o nell'ufficio dell'indomito Alan Pangborn. È buona regola, poi, che all'appello non manchino mai gli empori, gestiti magari da squallidi prestatori a usura con il pallino per le scommesse vincenti, la pornografia, l'occulto. Gli insospettabili appassionati del paranormale – su tutti le esilaranti sorelle Pus, o un imprenditore in pensione con tanto di isola privata –, che bramano tavolette Ouija, registrazioni di sospiri d'altri mondi, fumo negli occhi. Un adolescente incuriosito da un rinnovo tecnologico guardato all'epoca con infondato sospetto, che insieme a una sorellina innamorata del cinema di genere e a un papà con un segreto scomodo da farsi perdonare si dedicano a un'indagine con il pericolo che incalza. 
C'è qualcosa che non va nella Sun 660 di Kevin, scartata con gioia e presto protagonista di pensieri di immediata distruzione. Davanti a qualsiasi soggetto il ragazzo decida di immortalare, infatti, la macchina disobbedisce: sulla carta fotografica che si asciuga emergono puntualmente un giardino, l'ombra di un'anonima silhouette e soprattutto un randagio nero e bavoso. Che a ogni scatto si fa sempre più minaccioso, e più vicino all'obiettivo. Abbastanza da saltare nel nostro mondo, rotta la catena tra una dimensione e l'altra, per divorarci l'anima in un sol boccone? The Sun Dog, quindi, lo si legge in un flash. Senza farsi grandi domande sulle origini del mistero, destinato a rimanere senza apparente risposta. Aspettandosi, come d'obbligo in un certo tipo di horror, l'inevitabile ghigno sadico dopo la quiete ingannevole dei titoli di coda. Peccato che questo cane abbai ma, al contrario del famigerato San Bernardo killer, poi non morda.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: AC/DC – Dog Eat Dog

venerdì 20 luglio 2018

I ♥ Telefilm: Glow S02 | The Generi

Si ritorna sul ring. Si ritorna a parlare di Glow: la comedy che a sorpresa, lo scorso anno, aveva spinto alle corde gli spettatori e gli Emmy. Di nuovo gli anni Ottanta, così abusati da essermi venuti a noia. Di nuovo una serie di donne, sulle donne, con le femministe di ogni dove sul piede di guerra all'indomani dello scandalo Weinstein. Trash per finta, tutto costumi sgambatissimi e brillantini, lo show sul mondo del wrestling femminile riempiva letteralmente gli spalti – vuoi per Alison Brie, amica detestabile ma ottima padrona di casa, o per una carrellata di comprimari sopra le righe a cui ci si affezionava presto. O meglio: questo è capitato ai più, nel mentre, ma non a me. Glow, carino e tutto, senz'altro ben fatto, proprio non mi aveva conquistato. La parte di me che seguiva gli incontri commentati da Luca Franchini e Michele Posa da bambino, con The Rock, Bautista e John Cena ancora lontani dal grande schermo, voleva dargli una seconda opportunità in nome di una specie di nostalgia: era la scusa buona, almeno, per commentarlo con un fratello minore altrove, indipendente, che poco sente il bisogno di farsi vivo al telefono. Il discorso non cambia: purtroppo, nel mio caso; per fortuna, invece, per chi Glow l'aveva apprezzato a colpo sicuro. Le lottatrici hanno conquistato il loro spazio sulle televisioni locali, ma la strada per la vittoria è piena di accidenti: da sceneggiatura, sono sempre a rischio sabotaggio, sempre a rischio cancellazione. Da una parte scontentano le casalinghe americane, che le ritengono diseducative e discinte. Dall'altra, danno grattacapi ai responsabili dei palinsesti: meritano la seconda serata, l'oblio, soprattutto se Ruth – anima del gruppo condannata a essere sempre fraintesa per un'immutabile antipatia di fondo – non cede alle avance di uno dei piani alti? Come contrattaccare? Si mettono meglio a punto sigle d'apertura, maschere, drammi, mosse. Ci si picchia con maggiore convinzione, a costo di una gamba rotta. Si mettono in mostra più carne, più glitter. Qualcuna di loro si sposa in diretta, qualcuna sbarella pubblicamente, qualcuna si scopre mamma, figlia, fidanzata. I picchi di inaudita genialità: tutti stipati nell'ottavo episodio. Ma, a proposito del resto, mi sono trovato mio malgrado a fare lo stesso gioco degli spettatori della finzione. Che fraintendono lo show. Che non lo trovano affatto indispensabile. Che, se non cambiano canale, non è per le vicende personali delle ragazze – di cui, onestamente, continua a importarmi poco e niente – ma per un peccato veniale che mi porta ogni volta a promuovere l'accuratezza della messa in camera; l'acume di qualche trovata metatelevisiva; la grande bravura di belle che ballano, e qui picchiano. (6+)

Maccio Capatonda: non lo conoscevo, se non di nome. Qualche sketch comico ai tempi di Mai dire e un fratello minore che, da adolescente, ripeteva per casa i suoi più famosi tormentoni a mo' di mantra. Pur avendo sempre un occhio di riguardo per il cinema italiano, commedie comprese – mai recensite ma mai disdegnate, per dire, quelle di un Checco Zalone – non ho visto nessuno dei suoi due film. Galeotta è stata un'intervista radiofonica condotta da Alessandro Cattelan, in cui il comico abruzzese aveva parlato di questo progetto strano e ambiziosissimo che, non senza un iniziale scetticismo, aveva trovato infine il lasciapassare di Sky. È scattato da sé, all'istante, il recupero di The Generi. Il protagonista è Gianfelice Spagnagatti: uno come me, come te. Blogger sottopagato che fa il suo mestiere semplicemente per passione, troppo impegnato tutto il giorno sul divano per pensare all'amore della vicina di casa. È per sfuggire alla dichiarazione di lei, al suo abbandono, che da bravo fannullone imbocca la porta del bagno. Non sapendo che quello, per un moderno inetto che deve ancora scoprire sé stesso e prendere coscienza delle proprie zone d'ombra, è in realtà il portale per un universo metacinematografico da esplorare. Finisce ora nello scontro fra sceriffi e indiani di un western d'essai; ora in un esilarante slasher anni Ottanta, con il meglio e il peggio dei cliché della cultura americana; a volte in un fantasy alla Garrone, con una principessa che non ride mai e un giullare pettoruto che deve imparare a farlo, e altre in una commedia sexy con Alvaro Vitali, in cui tette, culi, reggicalze e verginità da barattare sono il vademecum. Senza dimenticare, poi, gli eroi ipodotati di un cinecomic tutto da ridere; un quiz con la conduzione di Nino Frassica, che fa il verso a The Millionaire; un noir fumoso, in bianco e nero, con i bulli, le pupe e i colpi di scena. La fotografia si adegua ai temi, ai toni, al registro. Cambiano l'aspect ratio e la cura insospettabile che c'è dietro. Non si disdegnano il sangue, le panoramiche a volo d'aquila, la computer grafica. La scrittura si scopre così piena di rimandi interni, dotata di una coerenza da rivelare soltanto nel finale. C'è un po' di genio nel nonsense di Maccio Capatonda, sì. Nella sua recitazione amatoriale, svogliata, eppure naturalissima, da uomo medio alle prese con una situazione paradossale. Nelle freddure gratuite, che fanno ridere per quanto volutamente infelici, e nelle trovate a cui ho pensato e ripensato, trovandomi sempre a sogghignare. The Generi è nuovi tormentoni per i fratelli minori e nuovi personaggi vincenti: per me, una nuova scoperta. (7)

lunedì 11 giugno 2018

Recensione: I favolosi anni di Billy Marvin, di Jason Rekulak

|I favolosi anni di Billy Marvin, di Jason Rekulak. Rizzoli, € 17, pp. 365 |

Letture da ombrellone cercasi. Anche se l'ombrellone, in tempo di sessione estiva e PeF24, è una prerogativa rimandata a verbalizzazioni da destinarsi. Anche se la gioia di avere il mare qui, a venti minuti a piedi da casa, diventa l'opposto se in un giugno da clausura non l'hai visto nemmeno da lontano. Meno male che c'è Jason Rekulak, uno di quegli scrittori dal cognome talmente assurdo da ispirare di per sé simpatia, che fanno del cazzeggio un'arte e una branca di Young Adult mai così vintage. Narratore divertentissimo, nerd incallito, erotomane all'occorrenza, l'autore della provincia americana regala la sua adolescenza, l'insofferenza per il New Jersey e il pallino per la tecnologia al protagonista, Billy. Un quattordicenne sincero e allampanato alle prese con i migliori anni: quelli dell'adolescenza; i gloriosi Ottanta. Gli appuntamenti romantici al cinema, con le mani che si afferrano tra i pop-corn e la scusa delle giunture da stiracchiare che si trasforma presto in un mezzo abbraccio; le email più lente del piccione viaggiatore; il coprifuoco fisso a mezzanotte; le scorribande per centri commerciali e qualche prima preoccupazione per un virus chiamato AIDS, per il sospetto infondato dei comunisti dappertutto. Parliamo però di tempeste ormonali in paeselli degni di Footloose, di prurigini che oggi spingono l'adolescente medio a ripulire con ingegno la scena del crimine della propria cronologia di ricerca: quant'era difficile scoprire il sesso, superare l'impaccio delle prime esperienze con il ricorso a un po' di innocente pornografia, senza l'anonimato della rete? Metti allora questa valletta finita a tradimento fra le pagine di Playboy, che quando gira la ruota del famoso quiz a premi a te fa girare la testa in preda ai bollori. Metti che sbirciarla, venerarla, sia il sogno nel cassetto tuo e dei tuoi amici, desiderosi di creare un commercio clandestino contrabbandando al liceo le fotocopie degli scatti bollenti. Peccato che per vedere Vanna White come mamma l'ha fatta non basti un click distratto, come successo a noi all'epoca degli hacker e di Jennifer Lawrence: l'unico edicolante della zona, l'asprigno e inquisitorio signor Zelinski, non transige. Billy e gli altri (lo sfacciato Alf e il bel Clark, mortificato alla nascita dalla mano a uncino) possono forse accontentarsi di noleggiare per l'ennesima volta Kramer contro Kramer, pur di mandare al rallenty una scena di nudo integrale sfuggita al rigore della censura? I nostri eroi, ovvio, hanno un piano di riserva: irrompere in negozio nel cuore della notte, salvare la bellezza di Vanna dal bigottismo diffuso, mettere i soldi in cassa come nello stile dei ladri gentiluomini. Passino pure la violazione del coprifuoco, un cane d'appartamento che abbaia loro contro, le ronde di un poliziotto che si crede Schwarzenegger, il salto di un metro e mezzo tra un edificio e l'altro: ma come fare con l'allarme? Anche la soluzione, sì, somiglia proprio a un film: sedurre Mary Zelinski, la sola che conosce il codice a memoria, e non rischiare di innamorarsene. Facile, uno dice: lei è una studentessa in sovrappeso; Billy, vittima sacrificale, non ne è attratto ma pensa di conquistarla con la sua aria da secchione, benché sprovvisto del physique du role.

Era il 1987, io avevo quattordici anni e i libri avevano sempre ragione.

Il titolo originale del romanzo, The Impossible Fortress, rimanda a fortezze da espugnare: precisamente tre. La prima è il negozio sorvegliato e la libertà (economica, sessuale) che rappresenta; la terza è un collegio femminile super esclusivo, circondato da infidi rovi di rose; la seconda, a metà, è un videogioco da programmare in quindici giorni per un concorso scolastico. Tanti baluardi impossibili, insomma, e festa grande al raggiungimento del traguardo. Ma qualche incomprensione dolorosa, un colpo di scena non messo in conto nel finale, qui e lì ti fanno chiedere preoccupato: e se finisse con un Game Over? Più facile imparare il linguaggio macchina in tempi record, infatti, o ammettere che la collaborazione cuore a cuore con l'ingegnosa Mary – non così bruttina, non così redarguibile – stia diventando qualcosa di più? I mangianastri, i primi computer, i titoli delle compilation che in fila formano una poesia sugli amori tramontati e minigame su misura per ammettere di piacersi: reperti giurassici di giorni andati, di cui trovi traccia nel cruscotto della macchina dei tuoi parenti, nel disordine degli scantinati e nei poster delle videoteche sfitte, in foto d'epoca che raramente sono parse così colorate. Cos'è restato di quegli Ottanta, per rispondere al ritornello di Raf? Più di qualche scrittore che vive di rendita. Più di qualche riproposizione stanca, modaiola, senza ispirazione. E qualcos'altro, a sorpresa, come l'avventura di Jason Rekulak: acquisto immancabile per feticisti e nostalgici, che quei favolosi anni me li ha fatti invidiare e respirare. I quattordicenni di oggi – saranno gli OGM nei Plasmon, il libero accesso ai social, lo scioglimento della calotta polare, chissà – sono pertiche in piena pubertà che vantano esperienze superiori alle mie: blogger timido, deperito, nato vecchio. Quelli di ieri avevano meno spunti, meno distrazioni, e ogni contrattempo poteva diventare all'improvviso un gioco.

Stavamo ore davanti alla tivù, ci frullavamo ettolitri di milkshake e ci ingozzavamo fino alla nausea di merendine e sofficini gusto pizza. Facevamo maratone di Monopoli e Risiko e discutevamo di film e di musica. Ogni sera era come un pigiama party, e pensavo che quella vita paradisiaca sarebbe continuata in eterno.

Ci si doveva sudare tutto, perfino un bacio a fior di labbra, e il sesso spiato era un tabù che ispirava audaci imprese e abbassava di un po' le diottrie. C'erano sì le occhiate maliziose delle pin-up svestite, che ammiccavano da un angolo proibito della rastrelliera dei giornali, ma anche un candore profondamente commovente. I favolosi anni di Billy Marvin è una commedia scritta in codici binari, con lo stesso alone malinconico e leggendario degli 8 bit. Un viaggio nel tempo per rigattieri aspiranti, che costruisce un ponte levatoio tra generazioni lontane e, per un attimo lungo trecento pagine, ti lascia intravedere la magia che i tuoi genitori, in fondo, rimpiangono ancora.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Van Halen – Jump

venerdì 8 giugno 2018

Mr. Ciak: Il sacrificio del cervo sacro, Assassinio sull'Orient Express, Marrowbone, The Strangers: Prey at Night

Yorgos Lanthimos. Un nome affermato, una garanzia di perfezione formale e insensata cattiveria. Prima la famiglia vittima di sé stessa nell'interessante ma da me odiato Kynodontas. Poi la distopia di The Lobster, in cui la solitudine era una malattia da debellare. Adesso, l'America borghese di The Killing of the Sacred Deer. Il cast blasonato, le villette simmetriche, una Ellie Goulding assurdamente inquietante nella colonna sonora e questa volta, sin dal titolo, un'inconfondibile matrice greca, tragica. Il chirurgo di Colin Farrell ha mani infallibili, due figli e, a letto, la moglie di un'algida Nicole Kidman con cui consumare innocue fantasie necrofile. Cosa lega il capofamiglia a un misterioso adolescente che lo tiene sotto scacco, costringendolo allo stesso sacrificio di Agamennone? Forse una maledizione da non spiegare mai, forse una connaturata persuasione. Le dinamiche tra Farrell e il sinistro Barry Keoghan sembrerebbero quelle sottili di un home invasion in cui tutti possono essere soggiogati o sedotti – su carta, infatti, si è nei territori di Pasolin e Ozon. Il ragazzo invece non si accontenta degli orologi, dei pranzi pagati, delle attenzioni di una famiglia perfetta: desidera vendetta, e di quelle che sfuggono a qualsiasi spiegazione logica. Lanthimos, al solito, provoca, stranisce e nega facili soluzioni. Bravissimo ma imperscrutabile, firma un'altra opera difficile da digerire. Splendido e ributtante, The Killing of the Sacred Deer mi è piaciuto e mi ha fatto schifo insieme – visto lo scorso dicembre, mai metabolizzato, trova ora spazio sul blog e in sala. Tiro al bersaglio con suoni martellanti e immagini ipnotiche, colpisce alla cieca il cuore e il nucleo familiare. Ti immobilizza. Poi gli occhi sanguinano. La morte – delle certezze, del cervo caro ai folli e ai greci – giunge alla fine. Nemmeno quella, però, porta pace. Tocca stare al gioco e basta, come quei personaggi smarriti al centro delle stanze, schiavi della tyche; come quegli attori grandissimi, qui volutamente meccanici e alle prese con dialoghi stranianti. Vittime, noi e loro, di lunghe carrellate e di campi più lunghi ancora. Di un regista che si crede Kubrick, Haneke, Dio, e non a torto. (7,5)

L'ho letto lo scorso inverno proprio su un treno, ma il mio primo Agatha Christie non entusiasmava. La trasposizione di un regista abile e fedelissimo, quando si tratta di rimaneggiare grandi classici, dunque non urgeva. Perché affrettarsi, perché ripassare tanto presto l'ABC della teatrale maestra Agatha? Sono passati così quei sei, sette mesi d'ordinanza. Quel che basta per recuperare Assassinio sull'Orient Express in qualità blu-ray e, soprattutto, in lingua originale: la visione sottotitolata è obbligatoria, infatti, con quel cast polifonico; con un doppiaggio che questa volta appiattisce e irrita. Com'era prevedibile, l'intreccio resta intoccabile: un convoglio di lusso che punta al cuore dell'Europa, un detective a bordo, il delitto del gangster Depp ad atterrire (tra gli altri) suor Cruz, la contessa Dench, l'ereditiera di una Pfeiffer in forma smagliante – una compagnia di nomi abbastanza risonanti, insomma, da potersi permettere caratteristi d'eccezione come la Coleman, Jacobi o Gad fra i dipendenti. A capitanarli, un fascinoso Branagh qui in doppia veste: meno gigioneggiante e despota che in passato, l'attore shakespeariano ha un accento naturalissimo e la tentazione di strafare, di cedere al teatro, soltanto nell' interrogatorio finale in cui avanza verso sospettati allineati con le stesse simmetrie di Leonardo da Vinci. Come regista, invece, fa volteggiare la sua macchina da presa con eleganza anche in un ambiente all'apparenza limitante; non annoia né favorisce qualche attore in particolare; aggiunge bei cenni di modernità, tra discriminazioni, rare concessione alla computer grafica, riferimenti alla vita sentimentale di Poirot e una chiusa d'impatto, che sospende i giudizi morali. Assassinio sull'Orient Express procede laccato, attinente e rigoroso fino alla meta pattuita. Non si capisce francamente il parlarne male, equilibrato e di tutto punto com'è. Non si capisce, però, neppure il continuo bisogno di adattarle e riadattarle, storie di cui noto il colpo di scena, svanito l'appeal. Nonostante in comfort del viaggio. (6,5)

Quattro orfani inglesi. Il Nuovo Mondo, un nuovo cognome. La fuga oltreoceano da qualcuno – qualcuno con il loro stesso sangue maledetto – che non deve trovarli. Vivono in un fortino fatiscente in cui, al bando gli adulti, tutto è un lungo gioco, tutto è un segreto da tacere. Nessuno deve sapere che vivono soli, senza un tutore. Nessuno specchio incrinato deve essere liberato dal suo drappo. Ci sono cose a cui, eccetto il piccolo di casa, non si fa cenno. Stranezze, spifferi, uno spettro inquieto come quinto inquilino. Ancora segreti, gelosie, macchie scure. Sul soffitto, nella coscienza. Un avvocato assetato di denaro e l'amore del primogenito per l'inarrestabile Anya Taylor-Joy rischiano di infrangere l'idillio dei giovani Marrowbone – loro, e le assi della soffitta che di notte non smettono di scricchiolare. Hanno i volti di alcuni degli attori più talentuosi delle nuove generazioni – Charlie Heaton, Mia Goth e, da Captain Fantastic, un bravissimo George MacKay – e il candore, la complicità, dei personaggi del Giardino Segreto e Una serie di sfortunati eventi. L'uomo sbarca sulla luna, ma i loro hobby inconsueti sembrano fuori dal tempo. Internet ti suggerisce si tratti di un horror eppure, per un po', sembra di assistere a un film vecchio stile, con atmosfere gotiche ma fiabesche e vicessitudini da racconto d'avventura. Dotato di una fortissima componente emotiva, con un colpo di scena capace di renderti vicino il soprannaturale, Marrowbone non tradisce la classicità delle sue ispirazioni romanzesche né, checché ne suggeriscano le ambientazioni, la sua provenienza europea. Scrive e dirige, infatti, Sergio G. Sanchez, già sceneggiatore dello struggente The Orphanage. Benché non ai livelli del suo titolo di maggior successo, Sanchez – qui al suo esordio alla regia – confeziona un film forse già visto, ma abbastanza raro. Perché ti ci affezioni nel mentre, e ti emozioni. Perché sotto il lenzuolo di questo fantasma batte un cuore grande e spezzato, e decifrare i suoi sussulti, le sue richieste, rende la convivenza una metafora che sa di malinconia. (7)

Sono passati dieci anni dall'uscita di The Strangers, thriller già di per sé poco memorabile che ricordo come la versione a stelle e strisce del francese They e quella meno divertente di You're the Next. L'idea di un sequel appariva fuori tempo massimo nell'era in cui The Purge – home invasion a tinte distopiche – macinava proseliti e capitoli su capitoli. Prey at Night con il film con Liv Tyler ha poco a che fare. Capitolo indipendente, per non dire così scollegato da risultare immotivato, non si rifà al logorio di un filone che vive di spazi ristretti e case d'improvviso claustrofobiche, ma segue le disavventure di una famiglia intrappolata in un parcheggio per roulotte. I genitori glamour di turno sono Martin Handerson e Christina Hendricks (quest'ultima sì procace, ma non abbastanza da usare l'ingombro della sua quinta misura come arma di distruzione di massa); la figlia ribelle, invece, è la sempre espressiva Bailee Madison, lasciata bambina ai tempi di Hai paura del buio e qui trovata sexy scream queen. È proprio la notte buia e nebbiosa dei racconti dell'orrore. E se in un survival di quelli senza fronzoli, senza trame innovative, si scappa, si crepa e s'ammazza, incalzati da serial killer mascherati che uccidono perché possono. Tra i superstiti, la regia del Johannes Roberts di 47 metri, che qui gioca a fare John Carpenter tra campi lunghissimi, zoom schiaccianti e un'immancabile colonna sonora anni Ottanta; un gusto piuttosto raffinato, che si nota nel taglio stilistico e nella messa in musica di qualche omicidio in particolare – la sequenza in piscina con le luci al neon e Total Eclipse of the Heart è d'esempio. Il difetto: il ritorno di The Strangers sugli schermi è anacronistico proprio come ci appariva in partenza, ininfluente. Avrebbe potuto avere un altro titolo. Avrebbe dovuto giustificare l'attesa; passaggi della staffetta che vanno avanti da due lustri e, adesso, da due film. Non sarebbe stato meglio chiuderla prima, la stagione della caccia? (5,5)