Visualizzazione post con etichetta Niccolò Ammaniti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Niccolò Ammaniti. Mostra tutti i post

lunedì 16 marzo 2026

Recensione: Il custode, di Niccolò Ammaniti

| Il custode, di Niccolò Ammaniti. Einaudi, € 176, pp. 16,50 |

Ha ispirato tutto e tutti: me compreso. Ogni romanzo è un evento. Ogni anno è segnato dall'attesa del suo ritorno. Dopo La vita intimasottotono, ma dall'inedito punto di vista femminile – l'amatissimo Niccolò Ammaniti torna al sud, alle storie brevi, alla narrativa di genere. Muovendosi tra la fiaba nera e il pulp, ci apre le porte della famiglia Vasciaveo. Marmisti in un borgo siciliano fatto di palazzine diseguali, campi riarsi e acque torbide, nascondono da duecento anni un segreto nel bagno di servizio e una collaborazione con la mafia cinese.

Non bisogna fidarsi della felicità: come lo zucchero caramellato, esiste per essere spezzata.

Nilo, il narratore tredicenne, è cresciuto nel silenzio di una casa piena di regole. Il lavoro dev'essere sempre pulito, senza strascichi. Le stanze in penombra. Il bagno serrato con tre lucchetti. A indurlo a trasgredire sono le ultime arrivate in città: Arianna, fatale modella di Onlyfans braccata dagli assistenti sociali e da un truce manager, e sua figlia Saskia, bambina in attesa che il padre ciclista torni a reclamarla. Come sempre, alcune immagini perturbano: cinema purissimo. C'è una testa d'uomo conservata nell'armadio, sul fondo della scatola del Pandoro. E dal bagno, notte e giorno, si avverte il picchiettio incessante di un paio di tacchi: per prendere sonno, in casa, sono necessari i sonniferi. Ma l'impressione è che Il custode – in definitiva, più di un racconto e meno di un romanzo – sia un divertissement per i fan della prima ora: ci sono idee e ritmo da vendere, ma la struttura appare piuttosto raffazzonata.

Nilo, noi siamo fatti di quello che siamo e di quello che vorremmo essere. Una parte senza l'altra non esiste, come il dritto e il rovescio di una maglietta.

All'età di Nilo, mi sarei divertito da morire - e in parte è successo anche a trentadue anni, benché abbia qualche pretesa di più. E non è escluso che, un giorno, complice un intreccio a cavallo tra crimine e mitologia, lo leggerò in classe ai miei studenti più giovani. Ma qui, oggi, dichiaro un po' di delusione davanti a un immaginario riproposto senza grandi variazioni sul tema. È il cuore mitologico del libro a restare intrigante: come nel mito di Medusa, tutto ruota attorno a una verità che sarebbe meglio non guardare negli occhi. Certe storie funzionano così: ci pietrificano per un attimo, poi svaniscono. Questa volta, a malincuore, l'incantesimo dura meno del previsto.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Kailee Morgue - Medusa

venerdì 17 marzo 2023

Recensione: La vita intima, di Niccolò Ammaniti

| La vita intima, di Niccolò Ammaniti. Einaudi, € 19, pp. 302 |

Niccolò Ammaniti mi ha cresciuto. Per anni è stato casa, scuola. Quando sono diventato insegnante, ho portato le sue storie nelle mie classi. Una volta a settimana, anche col raffreddore, il venerdì le leggo a voce alta ai miei studenti. Con le sue avventure e i suoi crimini, con i suoi incantesimi e le sue parolacce, si diventa magicamente adulti fra i campi di grano e le cantine polverose. “Questo non è un romanzo che avrei il piacere di condividere con qualcun altro”, ho pensato al termine della Vita intima. Un ritorno (purtroppo non di fiamma) nel segno della delusione. Dove sono l'umorismo caustico, le trovate strampalate, il piglio cinematografico? Niccolò, dove sei?

Le storie, quelle importanti, quelle che cambiano la vita, sono fiumi impietosi, difficili da imbrigliare. Tu gli metti un ostacolo e loro deviano, trovano un'altra via per fluire. E a me piace che questa storia inizi così, con un urlo di dolore.

È stato senz'altro bravo a farsi da parte per scomparire nei vestiti di una protagonista eccezionalmente femminile. Si chiama Maria Cristina, è la moglie trofeo del premier in carica e per gli algoritmi, anche con qualche ritocchino estetico di troppo, resta la donna più bella del mondo. È Maria Tristina per coloro che la immaginano vuota e infelice: un inanimato feticcio da copertina. È Maria Pompina per un ex fidanzato che potrebbe rovinarle di colpo la reputazione attraverso la diffusione di un sex tape di gioventù. Ma chi è davvero questa novella Emma Bovary una volta spente le luci dei riflettori? Piccola storia di una piccola rivoluzione femminista (passa da un nuovo colore di capelli agli accordi per un'intervista esclusiva), La vita intima è una dimenticabile commedia umana su una donna in preda al disagio di esistere: sarà abbastanza coraggiosa per non soccombere al peso della sua stessa bellezza? Ci sono le paranoie, le ansie, le ossessioni, i dolori fisici e spirituali. Ci sono, sparsi, i soliti comprimari sopra le righe: il mitico Bruco – un po' social media manager, un po' deus ex machina – avrebbe meritato, ad esempio, un romanzo per sé. Manca, purtroppo, tutto il resto.

La bellezza, senza coraggio, è un guaio.

Godibilissimo e nulla più, il romanzo rinuncia alla crudeltà strada facendo e appare la versione meno perturbante del bell'esordio di Nicoletta Verna. L'autore premio Strega, nonostante tutto, è un sommozzatore coraggioso. Scandaglia i fondali della sua eroina senza perdere mai l'orientamento né la credibilità. La guarda da fuori, onnisciente e sfrontato quanto basta, ma ne ricostruisce meticolosamente la psicologia. Restituendole, infine, ciò che reclamava sin dal titolo: il diritto, fiero e gioioso, forse anche un po' banale, a una propria sfera interiore. Ma nel guado, inevitabilmente, si bagna. Si annacqua. E, nella corrente, perde così l'attenzione di qualche affezionato della prima ora come il sottoscritto. Allora benvenuta, cara Maria Cristina, finalmente uguale a te stessa e a nessun'altra; ma, non senza timore, arrivederci Niccolò. Chiusa questa parentesi, spero non sia un addio.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Miley Cyrus – Flowers

martedì 7 settembre 2021

Recensione: Macello, di Maurizio Fiorino

| Macello, di Maurizio Fiorino. Edizioni E/O, € 15, pp. 148 |

Ha un titolo forte e una copertina spudorata, di corpi avvinghiati in preda alla passione di una sveltina. Il nuovo romanzo di Maurizio Fiorino, fotografo e scrittore calabrese, urla carnalità sin dal primo sguardo. Prende le mosse in una macelleria della profonda provincia meridionale. E racconta la carne delle bestie appese ai ganci a sgocciolare. Quella, butterata, di due protagonisti brutti e spigolosi. Quella, spasimata e infine negata, che fa gola e vergogna al tempo stesso. Carne fredda, preservata tra i rumori insostenibili di una cella frigorifera. Carne al sangue. Stopposo e sgradevole, soprattutto se confrontato con l'adorabile protagonista del precedente Ora che sono Nato, Biagio è il figlio del macellaio del paese. Orfano di madre, cresciuto da un papà taciturno e umorale, il protagonista – all'inizio del romanzo bambino, al suo termine uomo – boccheggia in un microcosmo stagnante in cui è sempre estate. I pilastri su cui è fondato: la virilità, il silenzio, l'onore.

Avevo quasi sedici anni e nessuno che mi baciasse gli occhi mentre dormivo.

Confinato nel retrobottega, un po' come il Marcus di Indignazione, Biagio si nutre di sguardi spenti e odori pungenti, di repulsione e attrazione. Indossa vestiti usati, scarpe rotte, e ha una cartomante per balia – Lia, che ritiene che sulla famiglia del protagonista gravi il malocchio – e un travestito, Vittorio, per adulatore. Laggiù ognuno ha un vizio, ognuno ha un dolore inconfessato. Il più delle volte i personaggi contribuiscono a ferirsi vicendevolmente, secondo le regole della sopraffazione. Anche Biagio, dunque, ha un vittima su cui scaricare le proprie frustrazioni: Sara, compagna di scuola e moglie mai realmente amata, che lo distoglie dalla fascinazione verso l'enigmatico Alceo, un giovane pittore che coglie a colpo d'occhio l'essenza del protagonista. Lo dipinge, infatti, come un funambolo sospeso nel vuoto. Rinunciando questa volta ai toni calorosi della commedia all'italiana, Fiorino torna con un romanzo in cui non ci sono né speranza né redenzione. Nerissimo, senza fondo, non somiglia granché agli slanci della sua copertina: al contrario, infatti, è una vicenda trattenuta, inesplosa, che ammonisce sulle conseguenze tragiche della repressione e dell'incomunicabilità.

Sei tu che devi restare. Io esisto qui, non esisto da nessun'altra parte.

Breve, con capitoli di poche pagine, Macello avrebbe potuto sviluppare meglio alcune situazioni, alcuni personaggi. O forse una storia di maggiore respiro avrebbe fornito all'autore soltanto gli strumenti per inserirvi altri dolori. Gelido, il figlio del macellaio è un bestione che avverte senza sentire: da un lato animalesco, dall'altro trattenuto, cova in sé un ribollire di sentimenti confuso e oscuro. Ciò che abita nel suo petto irsuto non troverà voce. Biagio prende a pugni le carcasse di maiale, si esercita alla buona per gli incontri di pugilato, ma nel frattempo sogna le carezze di un padre brigante. Ha appena la terza media, il cuore grande, la vescica piccola e un cuore a soqquadro. In fuga da un vecchio paese sepolto dalle piogge, si trascina stanco da un'esistenza all'altra e si aggiunge, inevitabilmente, alle schiere di fantasmi dell'alluvione. Il mare è lontano, il progresso degli anni Ottanta alle porte. La diffusa rassegnazione lo imprigiona, ma al contempo legittima quasi il suo stare al mondo. La speranza, allora, è una e una soltanto: sempre la stessa. Andarsene. Ma in certi paesi è più semplice scomparire.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mannarino – Un'estate

mercoledì 9 giugno 2021

Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston

La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)

La famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato. Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro. Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –, trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi – vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva, coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)

Se l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi – lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni. La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me, non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna, amante e spia, persuade il marito con le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento, cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo). Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo, si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia. Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al potere, al passo coi tempi nonostante le guance incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)

Anno che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente, a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti, ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo. (5,5)

mercoledì 10 marzo 2021

Recensione: Casa è dove fa male, di Massimo Cuomo

| Casa è dove fa male, di Massimo Cuomo. E/O, € 16,50, pp. 188 |

Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità. È questo che ho pensato leggendo l'ultimo romanzo di Massimo Cuomo, assente in libreria dalla pubblicazione di Bellissimo: una fiaba caraibica bellissima come da titolo, finita tra le migliori letture della sua annata. Quattro anni dopo l'autore veneto è tornato con una storia profondamente diversa. Un cambio di genere, di tono, che mi ha disorientato per buona parte della lettura. Tanto il romanzo precedente era poetico e delicato, quanto questo – intitolato come la canzone di apertura di un film di Xavier Dolan – è un'ecatombe infernale di rara crudezza. Ambientato in un condominio di una Mestre collocata in un passato indefinito, Casa è dove fa male segue piano per piano le vicissitudini tragicomiche degli inquilini. Una giungla umana animata dalla disperazione più profonda che si crogiola nei miracoli e nell'autolesionismo, nella perversione e nei vizi, nel sangue mestruale e nell'adipe. A raccontarci i protagonisti, eccezionalmente, è il condominio stesso. Un narratore onnisciente originalissimo, dalla voce chirurgica eppure implacabile, che senza scomporsi scava nei corpi ansanti e nel calcestruzzo. Con una tecnica che ricorda le carrellate cinematografiche, Massimo Cuomo si muove sinuoso tra gli appartamenti. Il soffitto di un personaggio è il pavimento dell'altro collocato, invece, al piano di sopra. I paragrafi sono parte di un montaggio invisibile, giocato su raccordi di movimento raffinatissimi.

L'unica maniera per essere felici non è avere coraggio: è avere pazienza.

Ben pensato e diviso in quadri altamente scenografici, Casa è dove fa male mi ha affascinato più per la messa in scena che per il contenuto. Costituito da piccole storie cattive, non riesce mai a diventare un grande romanzo. I coniugi Busetto, pensionati, passano la giornata a invidiare le vite degli altri: mentre Paolino è incantato dalle bugie delle televendite, la moglie Lia scandaglia i vicini dallo spioncino. L'adolescente Anselmo Chinellato, gravemente in sovrappeso, sperimenta una fame atroce quando i genitori mettono catene al frigorifero affinché non mangi più fuori pasto. Schirru, uomo manesco e pelosissimo, cerca la fedeltà del suo cane per riprendersi dall'abbandono della moglie. Gianna Ruzzene, annoiata da un marito troppo perfettino, sforna sformati fumanti e sogna un rapporto sadomaso. Metodici e parsimoniosi, i Prambolini risparmiano fino all'inedia: perfino il sesso, fatto ogni sera, è soltanto un mezzo per scaldarsi. Tommaso Sbrogio, medico di base con l'hobby del nudismo, è diviso tra la trasgressiva Monia e la fragile Teresa, che ha sacrificato la propria gioventù appresso alla madre malata. Nelle fondamenta dell'edificio, intanto, i topi proliferano in un'orda mostruosa.

Un pugno è come una vibrazione sismica e come tutti i gesti potenti e sinceri si propaga sul pianerottolo, allagando gli spazi della famiglia Ruzzene. E nei minuti successivi ogni componente del nucleo familiare, in modi diversi, riceve e scarica quella violenza in reazioni che nessuno sa spiegarsi, se non con la necessità di doverlo fare e basta, per il fatto – che gli uomini hanno dimenticato – di appartenere al medesimo caos, di essere tutti nella stessa confezione di latte nel frigorifero dell'Universo.

Caratterizzato da una continua voglia di sconvolgere, il romanzo ci riesce senz'altro tra cannibalismo, feticismi sessuali, tantissimi colpi bassi e sporadici momenti di tenerezza. Ma purtroppo il mio straniamento è rimasto fino all'ultimo, e così ho fatto sinceramente fatica a riconoscere la penna che avevo tanto amato in passato. Con questa lettura ho avuto un rapporto altalenante. Allo smarrimento iniziale, dopo essermi acclimatato, è subentrata l'insofferenza. Mi sono fatto io un'idea sbagliata e limitante del mondo interiore di Massimo Cuomo? Se in copertina ci fosse stato un altro nome al posto del suo, avrei forse letto il romanzo con uno spirito diverso? Nel dubbio, posso rispondere soltanto alla seconda domanda: da amante della cosiddetta letteratura cannibale – per me, oggi, un genere un po' fuori tempo massimo –, avrei comunque storto il naso davanti alla mancanza di ironia di Casa è dove fa male. Questo condominio confina infatti con quello di Niccolò Ammaniti in Fango e con gli ascensori in panne del Blackout di Gianluca Morozzi: racconti grotteschi pregni di umorismo caustico, capaci di comunicare leggerezza anche nella gratuità della mattanza. Quando il troppo storpia, insomma, meglio far presto a togliere le tende. In questa casa, benché guidati da un anfitrione diverso, vi sembrerà di esserci già stati.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Camille – Home is Where it Hurts

venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

mercoledì 12 giugno 2019

Recensione: Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso

| Piccole anime folli, di Mirko G. Rauso. Leone Editore, € 12,90, pp. 282 |

A cosa può spingere la noia? Siamo a San Rodi, un paese immaginario in cui la perversione è di casa. Gli anni Ottanta impazzano, ma il loro eco è debole. Nonostante si scorrazzi in bicicletta come in Stranger Things, in cerca di boschi e misteri, in Italia l'ombra del fascismo è ancora visibile. Dei cimeli di quegli anni, da noi piuttosto lontani dalle mode d'oltreoceano, sono approdate soltanto le videocassette e i fumetti fantascientifici. Ma laggiù i veri mostri siamo noi. Traviati dall'immobilismo e dalla calura, i quindicenni fanno gruppo e giocano a fingersi onnipotenti. Braccano e seviziano animali, si proclamano Cacciatori. Ci sono Arcangelo e Tommaso, il primo in sovrappeso e l'altro segretamente omosessuale, mentre strada facendo si è aggiunto allo squadrone Piero B, troppo piacente per essere un reietto ma indebolito da un infortunio calcistico. Hanno famiglie sciagurate, case pericolanti, scheletri nell'armadio, e il loro leader conosce i loro dolori come le proprie tasche: il carismatico Fermo, che pronuncia proclami magniloquenti nello stile di Mussolini, fa leva sulle fragilità degli amici. Fino al punto di rottura. Quanto tempo è richiesto per passare a prede più ghiotte?

Ogni giorno, dopo la scuola e prima che calasse la notte, impugnavano le loro maestose biciclette e si allontanavano dal pietroso centro cittadino, alla ricerca di avventure. Avevano visto troppi film, e volevano comportarsi da eroi. Speravano di trovare qualcosa nei boschi che li circondavano, sognavano di imbattersi in qualche animale raro o in qualche artefatto dimenticato. Questi quattro quindicenni emarginati erano Arcangelo, Piero B, Tommaso e Ferro.

Si va a caccia di esseri umani, così, ma Fermo non lascia niente di intentato. La vittima designata dovrà cadere spontaneamente nella sua rete. Purtroppo o per fortuna il povero Mollusco – che di verghiano ha sia soprannome sia il destino da vinto – si lascia circuire in fretta. Vessato a scuola, maltrattato in famiglia, avrebbe bisogno di buoni amici. Anche se gli tocca passare attraverso disgustosi riti d'iniziazione. Anche se, sin dall'inizio, è spacciato. 
Piccole anime folli è un esordio che attraeva per toni e atmosfere. Un romanzo di formazione estremo e disperato che riportava alla mente il primo Ammaniti. Sfogliandolo ho subito pensato che in compagnia del bravo Mirko Rauso, già sceneggiatore, avrei trovato pane per i miei denti. Se possibile, andando avanti, l'impressione si è acuita. Piccole anime folli spiazza. Inizia in un modo, finisce in un altro. È un macello, in quanto caotico e sanguinosissimo. Insensato, come d'altra parte dev'essere la violenza in tenera età. Questo perverso gioco di ruolo viene mandato a monte dall'arrivo di una ragazza dai capelli fiammeggianti, Venusia, il cui ingresso fatale cambia alleanze e obiettivi. Aggiungete al disegno un improbabile poliziotto dal cuore malandato, che di cognome si chiama Donovan, e una professoressa con un corpo da commedia sexy e il pallino del satanismo; una scia di omicidi coreografici, che portano la firma di un novello Jack Lo Squartatore dal cappello a cilindro, e una guerra intestina fra maschi e femmine se ai Cacciatori vengono a contrapporsi all'improvviso le Streghe.

Non dobbiamo guardare Manson, dobbiamo guardare Gesù. La perfezione, il miracolo. Io sono l'agnello di Dio, il re dei Cacciatori solitari, il Distruttore silenzioso. Sono stato scelto, e voglio portare a termine ciò per cui sono stato messo al mondo. Cacciatori, è giunto il tempo di ultimare la Caccia finale, la Caccia suprema.

In quel di San Rodi il più pulito ha la rogna. La malvagità, come la peste nera, è un contagio; una realtà basata su leggi medievali. Ironico e amante del cinema di serie B, Rauso non va preso sul serio. Si dà alla pazza gioia nel finale, e i lettori più impressionabili potrebbero essere infastiditi da un autore che ciabatta nel torbido o dall'introduzione di loschi figuri vestiti come in Mad Max. A questo punto mi prendo il permesso di fargli un po' le pulci, perché in fondo mi ha divertito da morire. 
Intrattenitore nato, lo scrittore ventisettenne ha il difetto di raccontare più che mostrare. A volte enfatizza poco, altre lo fa concentrandosi sui dettagli secondari. La colpa potrebbe essere di un narratore al di sopra di tutto e tutti, che funziona alla perfezione per gestire la coralità corrotta degli abitanti, meno per la messa a punto della suspance o di dialoghi verisimili. In sella a una bicicletta a cui soltanto di recente ha tolto le rotelle, rinunciando agli equilibri dell'ordinario per raccontare invece l'azzardo, l'autore rischia frequentemente di scivolare e di lasciare a cuocere troppa carne al fuoco. Più lungo e complesso del previsto, però, Piccole anime folli piace comunque perché ha il coraggio e la consapevolezza dei propri errori. Una compravendita dell'innocenza che perde la bussola – negli ultimi capitoli sconfina nel granguignolesco di Gianluca Morozzi –, mai il filo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Anastasio  La fine del mondo 

mercoledì 21 novembre 2018

Recensione: La terra dei figli, di Gipi

| La terra dei figli, Gipi. Coconino Press. Fandango Editore, € 10, pp. 288 |

La fine del mondo ha confini precisi. È cosa da metropoli americana, da deserto del Nevada. In Italia nemmeno l'apocalisse si prende la briga di fare tappa: il Vaticano, corsia preferenziale dell'Altissimo, ci guarda le spalle; le ristrettezze economiche e politicanti senza voglia di guerreggiare ci proteggono dalle armi batteriologiche, dalle alleanze sbagliate, da meteore inghiottite in un sol boccone dalle buche del manto stradale. Ma in un futuro post-apocalittico già alle porte, a giudicare dai connotati familiari della tragedia, è successo: noi, abitanti frustrati e rancorosi della contraddittoria Terra dei Cachi, ci siamo estinti in massa. O quasi.
La penisola è diventata una palude stagnante di acque fetide e velenose. In nome della miseria ci si contende la pelliccia di un cane ucciso a bastonate, pannocchie e carote come fossero beni di lusso. Il cannibalismo è un tabù ormai sfatato, le rare donne fan gola agli adepti di un Dio crudele, leggi inequivocabili regolano nel dettaglio la routine delle comunità superstiti. I protagonisti sono i membri di una famiglia di soli uomini: un padre severissimo, che ha educato la propria prole all'atarassia, e i suoi due figli. Fratelli opposti quanto il giorno e la notte – il primogenito un po' matto, l'altro una roccia che osa urlare la propria commozione soltanto sott'acqua –, con una mamma morta di parto e un prima difficile da immaginare. Le case avevano il riscaldamento centralizzato, il frigorifero pieno, animali domestici accoccolati sui tappeti: possibile, si domandano increduli?

C'era una volta un padre che voleva proteggere i figli. Renderli forti in ogni modo possibile. Anche facendosi odiare.

Un po' Hansel e Gretel, un po' eroi di un racconto pulp di Niccolò Ammaniti, gli invincibili protagonisti devono cavarsela da soli quando viene meno la loro guida: quel genitore dal cuore segretamente fragile, che si confessava spesso in un diario e condivideva qualche notte d'amore con una donna ai margini ribattezzata la Strega. In che modo scoprire i misteri di quel taccuino chiazzato di lacrime – illeggibile per via dell'analfabetismo e dell'usura – se imparare a leggere non è mai stato necessario? Cosa farsene di una terra derelitta che, sin dal titolo, spetta a bambini affamati di verità? Per venirne a capo non basta inforcare un paio di occhiali rubati, persuadere il prossimo con le cattive, torchiare un innocente fino ad annegarlo. È questo infatti il motore di un viaggio che li porterà prima nella fattoria di un'amorevole coppia di gemelli deformi, poi nelle grinfie di una setta religiosa alla The Wicker Man: l'ossessione divorante verso quel lascito da decifrare, che per tutto il tempo simboleggia l'interiorità di un padre chiuso a riccio e la cultura da salvaguardare. Fatto di picchi di umorismo beffardo, fughe rocambolesche e comprimari impeccabili, La terra dei figli ha una lingua che nello stile sovversivo di Patrick Ness mescola il dialetto toscano all'inglese informatico; un immaginario super pop – gli antagonisti, pensate, indossano T-Shirt degli Eagles o dei Nirvana –; un milione di modi in cui uccidere o farsi uccidere, sperimentare il brivido della vendetta o la quiete della pietà.

«Tu da quanto tempo non ti fidi di qualcuno?»
«Da un po', per questo sono ancora viva.»

I silenzi contemplativi abbondano, al pari delle brutture sanguinarie e della spossatezza fisica. E all'orizzonte si delinea uno scenario acquitrinoso che non ha bisogno di effetti speciali, fuoco e fiamme, per inquietare nel profondo: la luna, nel cielo notturno, sembra la bocca di un pozzo. Si lavora allora sui dettagli psicologici, sulle linee frastagliate dei volti e delle ossa: si lavora a togliere. Si imparano ad apprezzare pagina per pagina il clamore dei bianchi, il graffio rabbioso dei neri, le perle racchiuse in baloon compilati a mano libera. Si parla, sì, di graphic novel: eccezione alla regola resa possibile dai prezzi vantaggiosi della Biblioteca della Repubblica e dalla fama straordinaria di un artista arrivato perfino al premio Strega. Come recensire Gipi, in questo periodo anche in sala con il suo secondo lungometraggio, io che eppure non ho mai scritto di fumetti prima d'ora? Impressionato dalla potenza espressiva della lettura, dalle suggestioni di un autore con la lettera maiuscola, non mi sono posto affatto il problema. Ho scritto così come mi è venuto, a gomito, di una scoperta bellissima e di un futuro post-apocalittico già alle porte. Quello in cui la speranza è custodita nelle carezze e nelle domande apprensive delle donne; nell'incertezza del guado. Quello in cui poter ammettere con l'emozione in gola che la mia prima volta con la nona arte – e con Gipi no, non sarà l'ultima: in edicola ho preso a scatola chiusa già i volumi successivi – non la scorderò mai.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The National - About Today

mercoledì 6 giugno 2018

I ♥ Telefilm: Il miracolo | La mafia uccide solo d'estate S02

Ai microfoni di Fazio, ai tempi dell'uscita di Anna, parlava di una crisi che gli dava da penare. Affermazione che, da fan scopertosi tale appena qualche estate prima, semplicemente atterriva: dall'ultimo romanzo sono infatti passati già tre anni. La vena creativa di Niccolò Ammaniti, chiariamolo subito, sta benissimo: lo dimostra Il miracolo. Una serie Sky in cui Ammaniti scrive, produce e in parte dirige. Un'idea vincente che ripaga, rielaborando tematiche care all'autore romano. Ha di che sbizzarrirsi, infatti, tra sprazzi di puro delirio lynchiano (il cameo di nostra Signora Bellucci, santa con aureola e tentacoli in fondo al mare; draghetti acquatici che spingono i bambini a disobbedire; incubi pulp con uomini-pane vittime di cannibalismo o first lady malate di sesso) e momenti toccanti in cui ritorna l'umanesimo tutto laico di Come Dio comanda. Si parte dal ritrovamento di una statua: una Madonnina che piange lacrime di sangue, nel covo di un boss della 'ndrangheta. Non c'è trucco e non c'è inganno, i test parlano chiaro, ma l'Italia in fermento non è ancora pronta al prodigio: così ha stabilito il premier di un ottimo Caprino, che si divide tra l'imminenza di un referendum, due figli affidati a una tata inquietante, l'insoddisfazione di un'intensa Lietti in crisi coniugale. Attorno a loro orbitano il sacerdote corrotto di Tommaso Ragno, pronto a rinnovare l'amore di gioventù per la svampita Indovina e la fede nell'Altissimo; Alba Rohrwacher, biologa prigioniera di una mamma inferma; il generale Sergio Albelli, con una genitrice che convola a nozze in tarda età e una task forse da guidare. Lo si capisce presto: che il fantastico, come nel meno originale The Place, è un pretesto per riflettere e scoprirsi uniti. Tutto appare uguale a prima, eppure niente sarà più lo stesso. L'Italia medita di uscire dall'Europa; sotto una cupola di vetro un gruppo ristretto di fedeli canta per una nuova venuta; altrove la clonazione non è fantascienza, ma realtà, e nella Calabria più malavitosa si resta fedelissimi all'occhio per occhio, dente per dente. Ci si riscopre, ci si confessa, ci si innamora da capo. Si viaggia soli, e per mete lontane. Si viene a patti con il dolore, e allora non esistono interventi divini che possano salvarci. La Madonna, intanto, sta lì e piange. Ferma nel silenzio imperscrutabile del suo segreto. In una piscina vuota, sfitta, sotto i fucili spianati di militari che fan da custodi. Perché piange? Com'è arrivata lì? Cosa vuole dirci? Il miracolo, thriller esistenzialista audace e irrisolto, lo si segue con la curiosità alle stelle, una certa confusione e i sensi bene attenti a cogliere le suggestioni sorrentiniane di qualche movimento di macchina, la bellezza di una colonna sonora che canta The House of the Rising Sun ai funerali e rende inquietante perfino Jimmy Fontana. È un mondo che gira questo, come ricorda la sigla anni Sessanta, e di tanto in tanto lo fa un po' a vuoto. Affascina sempre, tuttavia: con i suoi enigmi, le cui spiegazioni sono rimandate a data da destinarsi, e la magica puntualità dei suoi moti millenari. (7)

Prima film d'esordio dal piglio inaspettato, poi sceneggiato televisivo finito a sorpresa nel meglio di quell'annata, la cronaca di una famiglia simile alle nostre raccontava il peggio della storia d'Italia con contagiosa leggerezza. Un po' come con i Pearson – la loro versione americana, glamour, ma non per questo superiore –, dei Giammarresi cominciavo a sentire la mancanza. Per fortuna rieccoli: proprio dove li avevamo lasciati, nella formazione di sempre. Gli anni Settanta hanno ceduto il passo agli Ottanta. Nel bene e nel male, si respira aria di cambiamento. Papà Claudio Gioè è entrato alla Regione, dopo tanto sgomitare, ma un connaturato senso di giustizia e una collega a sua immagine e somiglianza lo fanno dubitare. Mamma Anna Foglietta, supplente vita natural durante, ha ottenuto la cattedra: fa del suo meglio, ma non sa confessare una tremenda verità, ha avuto infatti bisogno della raccomandazione. Mentre il piccolo Salvatore si strugge al solito di domande esistenziali e amore – crescere gli ha fatto bene: i ricci e gli occhi chiari lo fanno somigliare a uno Chalamet in erba –, sua sorella Angela è protagonista di un cambiamento che commuove: studentessa che non ha mai brillato, è alle prese con una pancia che cresce ed ex hippie che ritornano. Lo scapestrato zio Scianna, faccendiere di Buscetta, spassosissimo ma affatto saggio, si improvvisa discografico, poligamo, contrabbandiere e poi se ne pente. Con la bella stagione, da titolo, arrivano purtroppo i morti illustri: ricordiamo Piersanti Mattarella e Gaetano Costa. Alla prima parte, più intensa e riuscita, ne segue una seconda un po' sfilacciata, con virate forti, rovesci di fortuna e sottotrame – quella degli amici dell'irritante Salvatore su tutte – accantonate per fare spazio agli scontri tra palermitani e corleonesi, alle esigenze della cronaca nera. Servono eroi, ma a che prezzo? I Giammarresi così sperimentano il politicamente scorretto e le scorciatoie impreviste; fanno carte false, ma a fin di bene; cambiano idea su tutto e tutti, e poi ci ricascano. Crescono, cambiano senza tradirsi mai e qualche perdonabile sbavatura osano mostrarcela, nell'arco dei dodici episodi, a patto che non siano crepe preoccupanti. Gli attori sono perfetti. La regia di Luca Ribuoli è un bijoux – ricordiamo l'avanzata finale del cast, sul modello del dipinto di Pellizza da Volpedo. La mafia uccide solo d'estate ha gli equilibri della commedia all'italiana. E si conferma una chicca di peso, d'altri tempi, che suggerisce ci sia un buon motivo per pagare il canone Rai e, di giovedì sera, riposta la snobberia, riaccendere in sincrono cuore, testa e tivù. (7,5)

lunedì 31 luglio 2017

Recensione: Esche vive, di Fabio Genovesi

| Esche vive, Fabio Genovesi. Mondadori, € 11, 388 |


Se c'è una cosa che so, è che odio l'estate dal profondo del cuore. Bella per chi ha le ferie pagate e la fuga pianificata nel dettaglio. Bella per chi cambia aria, cambia facce, e non ha il mare a dieci minuti a piedi da casa – che sfizio c'è? Finisce la sessione e mi guardo attorno, smarrito. Perché senza la mia routine, senza una spinta, non so che farmene di questi pomeriggi di afa, ventilatore e siti streaming non agibili. Dal mio cattivo umore cerco di tenervi lontano, e spero di riuscire nell'impresa; di dissimulare bene. Oggi, abbiate pazienza, lasciatemi lamentare un po' in questo piccolo cappello introduttivo. Per dire che sarò nervoso, sarò irritabile, ma con Fabio Genovesi tutto passa. L'ho scoperto il mese di agosto dello scorso anno, con un altro malumore che mandava le onde a riva. Ho recuperato in quattro e quattr'otto il suo romanzo precedente e l'ho tenuto in libreria nei secoli fedeli. L'idea che fosse lì, a portata di mano, mi rassicurava.

O forse è solo che ognuno nel mondo si sente così speciale e unico e incomprensibile, ma invece alla fine siamo tutti uguali e passiamo gli stessi casini e abbiamo bisogno delle stesse cose.

Ho rispolverato Esche vive in una giornata storta. E leggevo su Anobii che manca di stile, che è chiassoso e volgare, ma oh, io ho riso forte dalla prima all'ultima pagina – come capita con quei romanzi energici, leggeri ma non troppo, di cui gli autori italiani conoscono i trucchi meglio di altri. Fabio Genovesi mi vede sempre al mio peggio, è destino – ebbene sì, c'è l'equivalente maschile del ciclo, dei capelli crespi e degli occhi struccati, del non ti azzardare a parlare o ti mando dritto dritto a quel paese. In quattrocento pagine, quest'uomo mi rassetta la testa. Al solito, la sua è una commedia corale. Al solito, si intrecciano le voci e le generazioni, e i toni virano dal pulp più sfrontato alla delicatezza del coming of age. Siamo in un paesello della Toscana. Bello, uno dice, ma invece l'estate fa schifo anche lì. Muglione è tutto acquitrini fetidi e andate senza ritorni. Si campa di pesca e ciclismo.

Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa.

La vita di Fiorenzo, diciannove anni e un nome scemo, ruota attorno all'una e all'altra attività: sfrattato dalla sua stanza, dorme nel retro di un negozio di pesca; il padre, appesa la bicicletta al chiodo, si è improvvisato talent scout. Nella Regione che non esiste ha raccattato il piccolo Mirko (la stoffa dei campioni nel sangue) e l'ha portato via con sé: lo sommerge di speranze, attenzioni, pressioni, e il bambino – venerato dagli adulti, scansato dai coetanei – va malissimo a scuola e non ha anima viva a cui confessare che il ciclismo, forse, manco gli piace. Fiorenzo lo considera un ladro di padri, un usurpatore, e lo vessa con barbaro impegno: se non fosse che ha una mano sola, se non fosse che è il cantante solista di una rock band che non decolla, gliene diremmo di cotte e di crude (che non può fare il bullo con l'ultimo arrivato in città, ad esempio). Sarebbe come sparare sulla croce rossa però. Chi se la passa peggio tra il Campioncino e quell'adolescente orfano, monco, frustrato a morte? Forse Tiziana, terzo elemento da mettere in conto: brillante trentenne tornata dall'estero con la coda tra le gambe, a Muglione sperava di mettere su un Infogiovani e invece si è dovuta accontentare di una bisca di vecchi sospettosi. Attratta inspiegabilmente dall'impresentabile Fiorenzo e intenerita dal vulnerabile Mirko, che pende dalle labbra di quest'ultimo e, timoroso, lo chiama “Signore”.

Qua non c'è niente da pescare, Fiorenzo, e non c'è niente da sperare. Hai diciott'anni, quando lo vuoi capire?

Ci si prende, ci si lascia. Si scappa e si resta. I letti traballano, le amicizie si formano, vuoi o non vuoi. Perdere è un'arte da perfezionare col tempo. E la solitudine di questi ragazzi di provincia, spartita in tre, è un peso che non scoraggia più. La vita è un fiume o una pozzanghera? Scorre come in Eraclito, o va a impantanarsi nell'acqua sporca? Fabio Genovesi, malinconico e poetico a modo suo, descrive con falsa spensieratezza la calma stagnante di alcune realtà. Un limo indefinito in cui nessuno abbocca e nessuno osa spingersi al largo. In certi giorni, preso all'amo, può qualcosa soltanto un romanzo dei suoi. Dimentico che non ho le branchie, e associo l'abboccare alla mia salvezza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

lunedì 10 luglio 2017

Recensione: Conta fino a dieci, di Paolo Cammilli

|Conta fino a dieci, Paolo Cammilli. Sperling & Kupfer, € 16,90, pp. 302|


L'esordio per Newton Compton si chiamava Maledetta primavera. L'ho letto per la prima volta lo scorso inverno però, con Io non sarò come voi. Paolo Cammilli torna in libreria a luglio, d'estate, con un romanzo dalle atmosfere torride e un tema shock – di nuovo (e già questo “di nuovo” tradisce la delusione) lo squallore della periferia, le violenze di gruppo, i toni pulp. Conta fino a dieci prima di parlare. Conta fino a dieci e cercami. Ci si sfida così al Cielo Rosso: comprensorio alle porte di Catania con abitanti brutti sporchi e cattivi, casermoni marci, relazioni segrete e storie d'ordinaria omertà. Nell'erba ci sono le siringhe e i cani ammazzati. Dalle finestre aperte, canzoni di Jimmy Fontana. Tutto è una sfida – tra bambini e adolescenti, padri e figli, ferocia e voglia di rivalsa. I piccoli del quartiere passano serate interminabili a giocare a nascondino, ma al buio c'è qualcuno che anticipa le loro mosse: l'orco ne ha già rapiti due. Su un muro: un insulto rivolto a Cinzia, bambina fuggita per un soffio, anni prima, a un destino di morte.

Non si può dimenticare ciò che non si può ricordare. 

Classico ritratto di sobborghi stagnanti e degradati, Conta fino a dieci ha temi caldi e cliché; la guida atipica di un personaggio fanfarone e un po' patetico, fuori posto come il cavolo a merenda. Oscar Baldisseri, ex produttore discografico e ora detective per caso, è un quarantacinquenne vanaglorioso, sessista ed erotomane, al centro di siparietti grotteschi che, in altre circostanze, avrei forse apprezzato. Cosa ci fa lì, sceso da un treno che ripartirà mesi e mesi dopo? Qual è il ruolo del pusillanime che si credeva Gregory Peck, ma somigliava miseramente a Toto Cutugno? L'infiltrato speciale, senza licenza e con tante cugine maritate nel profondo sud, sfoggia un buffo curriculum sentimentale e misteriosi buchi di memoria. Alla preoccupazione per la scomparsa delle piccole vittime, nel corso della lettura, si è affiancata l'irritazione verso le liste per punti; i capitoli a tratti truci e a tratti sopra le righe; una struttura serrata ma caotica, fatta di scenette giustapposte (spesso racchiuse tra parentesi tonde) e una tiepida risoluzione finale. Oscar, tamarro da cinepanettone finito in Non si sevizia un paperino, vive un amore tardo-adolescenziale con Matilde: solita Lolita precoce, dal cuore nero e l'aria di sfida. I genitori del comprensorio, tutt'altro che innocenti, progettano ronde e spedizioni punitive. I bambini, gli unici a confidare nel domani e a ispirare una minimo di simpatia, rispettano l'amore, l'amicizia e le regole del gioco: contano senza sbirciare.

La verità ha un paio di occhi che ti guardano dritti in faccia se solo hai il coraggio di tenere i tuoi aperti.

L'ultimo Cammilli, avrete intuito, per me ha lo stesso stile, la stessa cornice e gli stessi contro del romanzo precedente: anche lì la tentazione di abbandonarlo nella prima metà e un epilogo perfetto, poi, che mi aveva commosso. Non ci prendiamo, temo, e la colpa è più mia, recidivo per vizio, che dello scrittore fiorentino. Apprezzo il coraggio delle sue storie, infatti, ma affatto la sua cifra stilistica. Questa volta non sapevo se ridere di Oscar (chiamato “Oscarone” o “Il nostro protagonista” fino alla noia, con tanto di digressione dedicata a un'operazione chirurgica per implementare la lunghezza del pene; i momenti di tensione, invece, li si sdrammatizza paragonandoli alle liti furibonde tra i giudici di X Factor) o mangiarmi le unghie a sangue per la sorte delle vittime. Non sapevo cosa sentire né come prenderla, una vicenda scabrosa (aleggiano dappertutto gli spettri dell'infanticidio, della pedofilia) con un senso dell'umorismo, francamente, brutto. So che Cammilli, angosciante con ironia, non fa per me: mi destabilizza in negativo. Lo avevo intuito – pur gabbato dalla redazione in corner del protagonista di Io non sarò come voi, e c'è da dire che anche qui il ritorno finale sui propri passi emoziona –, e ora ne ho la definitiva certezza. La prossima volta non mi tenteranno gli schiamazzi e le risate all'esterno; il brivido del pericolo. A giocare in cortile, dopo il ginocchio sbucciato, non ci scendo più.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Brunoni Sas – L'uomo nero

mercoledì 29 marzo 2017

Recensione: La vita felice, di Elena Varvello

Non ne sapevo niente, allora, dei modi in cui l’amore può manifestarsi, né della forza con cui può spingerci in un angolo e toglierci il respiro.

Titolo: La vita felice
Autrice: Elena Varvello
Editore: Einaudi
Prezzo: € 18,50
Numero di pagine: 190
Sinossi: Elia ha sedici anni ed è un ragazzo solitario. Suo padre è stato licenziato e ha cominciato a comportarsi in modo strano, sparendo per ore a bordo di un furgone, chiudendosi in garage, scrivendo lettere che denunciano un complotto di cui si sente vittima. Elia prova a decifrare ciò che accade, mentre sua madre sembra non voler vedere. Fino alla notte d’agosto dopo la quale nulla sarà piú come prima: la piccola comunità di Ponte – già segnata dall’omicidio insoluto di un bambino – si sveglia sconvolta per il rapimento di una ragazza, salita la sera precedente su un furgone e poi svanita in mezzo ai boschi. Ma quell’estate per Elia è anche segnata dall’attrazione per Anna Trabuio, dall’amicizia per suo figlio Stefano, dalla scoperta lacerante dei propri desideri e dell’istinto di sopravvivenza. A raccontare tutto questo è Elia trent’anni dopo: un uomo che tenta di ricucire lo strappo del passato e illuminare il buio nella mente di suo padre, immaginando cosa sia accaduto davvero quella notte, e cosa significhi perdere se stessi. Ma soprattutto tenta di rispondere a una domanda: com’è possibile, dopo una ferita cosí profonda, sperare di essere felici? Tra La settimana bianca e Io non ho paura, Elena Varvello ha scritto una storia di formazione diversa da tutte le altre, che cattura il lettore con una lingua cesellata, dura e trasparente.
                                                 La recensione
Un groviglio di tronchi e rami ai lati della strada. Un bosco. Gli occhi di due fari che bucano il buio. Senza soffermarmi sul risvolto di copertina, non so perché, avevo immaginato un giallo investigativo. Un poliziesco. Mi sono soffermato sui giovani misteri della Vita felice in ritardo. Complice un bellissimo post a tema Stranger Things di un'amica blogger, Francesca, nel quale si parlava di anni Ottanta e romanzi di formazione. Per gli spettatori incapaci di attendere il prossimo Halloween per scoprire finalmente cosa ne è stato di Eleven e del resto della squadra, ingannare l'attesa leggendo avventure dal sapore rétro: senza tirare in ballo, magari, il classico Stephen King. Mi sono ricordato del romanzo di Elena Varvello quando l'ho incrociato in biblioteca. L'ho portato a casa con me senza tentennare: ad ottobre, infatti, quant'è che manca? Si parlava, a proposito di John Irving e di proverbi della nonna, di incipit che sono mezza bellezza. Quello della Varvello è di quelli che ti fanno dannare l'anima. In apertura, subito palesati i sospetti verso un padre non così irreprensibile: Ettore Furenti, ci racconta in prima persona il figlio Elia, diede uno strappo a una ventenne e la condusse nel fitto del bosco. 
La stessa estate in cui i carabinieri trovarono alle cascate il cadavere di un bambino e i Trabuio, famiglia sulla bocca di tutti, tornarono in paese con la coda tra le gambe. Elia, all'epoca, aveva sedici anni. Gli anni Settanta erano lì lì per finire, e anche la sua innocenza. Il protagonista vive in un paese di provincia, al nord. Non c'è futuro, non c'è divertimento, non c'è respiro. Solitario e irrequieto, disobbedisce alle raccomandazioni della madre. La noia e la curiosità lo portano a farsi amico il ribelle Stefano, figlio della chiacchierata Anna Trabuio: una donna di mezza età e dalla bellezza sfiorita, che gli occhi inesperti di un ragazzino trasformano in un mezzo sogno erotico. Elia scopre l'amicizia e l'attrazione verso un'adulta che non è quello che dipingono. Soprattutto, tra sigarette consumate fino al filtro e altalene cigolanti, il malessere di un padre che perde il lavoro in fabbrica e, assieme a quello, il sorriso e la lucidità. Quale interruttore scatta nella testa del paranoico Ettore Furenti, che d'un tratto farnetica di cospirazioni e cattivi consiglieri? Perché le tante notti passate in garage, il furgone infangato, i tagli inspiegabili sulle nocche? 
Intanto sua moglie, una bibliotecaria paziente e in buona fede, madre irreprensibile, ignora deliberatamente i segni. La vita felice, predice Anna a Elia, è quella che verrà. Lo dice il palmo della sua mano sinistra. Sarà una vita lunga, lunghissima. Il romanzo di Elena Varvello, graffiante e caotico, in realtà felice non è. Una lettura cupa e nerissima ma dal fascino indubbio, in cui la selva oscura della copertina – e l'impossibilità di sottrarsi ai legami di sangue – toglie il respiro. Ci sono infiniti spazi aperti, ettari e ettari per sotterrare cadaveri e sperimentare nuovi giochi, ma ci assale un profondo senso di claustrofobia. Lo stesso provato, magari, da una baby sitter che sale nella macchina di un estraneo e si accorge che da quel viaggio in fondo alla notte non ci sarà ritorno. Si gioca a carte scoperte, eppure il dubbio resta. Si percepisce una certa stanchezza, in un finale che si dilunga un po' troppo, ma La vita felice è una di quelle giornate estive in cui a letto arrivi stanco morto. Ti stendi e crolli. Sogni un romanzo che non ha grandi colpi di scena o scossoni, vero, eppure è scritto con una ferocia e una precisione esemplari. Ho pensato a Niccolò Ammaniti. Ai bambini di Io non ho paura, alla scoperta del cuore nero dei loro genitori. Al Quattro Formaggi di Come Dio comanda e a una di quelle notti da lupi in cui un gesto avventato sconvolge le carte. Qui si collezionano i fumetti di Tex. Si nuota in specchi d'acqua che sono poco più larghi di pozzanghere. Si ascoltano i mangianastri e, nottetempo, si presta ascolto ai movimenti di un genitore che furente lo è diventato di fatto oltre che di nome. Il bene costruito in sedici anni è cancellato nel giro (e nel male) di un secondo? La paranoia è un gene recessivo? L'estate, l'adolescenza e La vita felice sono un battito di ciglia. Quel lampo fugace, ciò che vedi nel mentre – a metà dell'autunno, dell'essere adulti, della lettura successiva –, fa la differenza.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Tutti i miei sbagli