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martedì 7 ottobre 2025

Recensione: Le notti di Salem, di Stephen King

| Le notti di Salem, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 14, pp. 656 |

Per un lungo periodo della mia vita — tra la fine delle elementari e il liceo —non ho letto altro che Stephen King. Nella mia vecchia camera, sul letto, ho una mensola con schierati tutti i suoi romanzi più famosi. Anzi: avevo. Quest'estate ho riposto tutte le mie cose, smantellando scaffali e ricordi, per l'imminente trasloco di papà. La mia adolescenza è in un garage — materiale fragile, maneggiare con cura. Ma ho voluto sottrarne una piccola parte, tenendo fuori dagli scatoloni uno dei pochi classici finora mai affrontati: Le notti di Salem. Tra incanto e terrore, proprio come accadeva da ragazzino, ho realizzato che il me adolescente non sbagliava: Stephen King resta il più grande narratore sulla faccia della terra.

Ogni notte bisogna combattere la stessa battaglia e l'unica cura è l'inevitabile atrofizzazione delle facoltà immaginative, quell'evoluzione che si chiama età adulta.

Scritto sul finire degli anni Settanta, il romanzo è cinema allo stato puro. Benché lontano dall'introspezione di It, contiene già traccia del capolavoro che arriverà qualche anno dopo. Anche qui abbiamo una cittadina immaginaria dove i fantasmi del Vietnam, gli scandali e i segreti affollano le confessioni più nere dei parrocchiani. Anche qui abbiamo un ritorno a casa, alle origini del male, e un gruppo di eroi coraggiosi — accanto a Ben, scrittore in cerca di ispirazione, ci sono un professore a un passo dalla pensione e un piccolo boyscot ossessionato da Houdini. Le assi scricchiolano. Le porte cigolano. Le risate argentine dei bambini ghiacciano il sangue nel cuore della notte. Su tutto e tutti, ritta su un poggio come un dio crudele, domina Casa Marsten: teatro di un misterioso omicidio-suicidio dopo la crisi di Wall Street, attira puntualmente uomini malvagi e, questa volta, diventerà testimone di una mattanza senza pari. Sopravvivranno in pochi.

L'oscurità è quando i mostri ti prendono.

Chi sono gli ultimi arrivati, Staker e Barlow, e cosa contengono quelle casse polverose portate dall'Inghilterra? Che fine hanno fatto i fratelli Glick e perché i cadaveri fuggono via dall'obitorio, tenendo in scacco il borgo? Con un montaggio alternato degno dei maestri del cinema, King segue la lotta alla sopravvivenza dei suoi protagonisti dal tramonto all'alba. Ogni scena è sezionata con attenzione autoptica. Ogni personaggio, perfino il più dimenticabile, ha un background indagato nel dettaglio. I ritmi sono implacabili. Ma è nelle lunghe sequenze corali — le migliori — che King sfoggia tutto il talento di cui è capace, spostandosi in volo da una casa all'altra di Lot. Viene fuori, così, il ritratto oscuro di una America provinciale e perbenista, dove gli eredi di Dracula troverebbero tutt'ora terreno fertile. Tra acqua santa, aglio e paletti, King si diverte come un bambino dispettoso. E cinquant'anni dopo non smette di divertirci, con l'omaggio a Bram Stoker che esisteva — e mordeva — prima di Netfix, prima del binge watching, prima dei remake.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Dead Can Dance – The Host of Seraphim

venerdì 14 aprile 2023

Recensione: Daisy Jones and The Six, di Taylor Jenkins Reid

| Daisy Jones & The Six, di Taylor Jenkins Reid. Sperling & Kupfer, € 16,90, pp. 352 |

È la band sulla bocca di tutti. Passata dalle biografie di carta e inchiostro al menu delle novità di Amazon Prime Video, appassiona e fidelizza generazioni lontane. Impossibile che le ragazze non traggano ispirazione da Daisy: bellissima, volitiva e appassionata, sfoggia una voce roca alla Janis Joplin e cerchi dorati alle orecchie subito iconici; peccato che i suoi pessimi vizi, tra alcol e amfetamine, la rendano imprevedibile. Impossibile che i ragazzi non confidino di intraprendere la stessa scalata sociale di Billy Dunne: venuto dalla monotona Pennsylvania con l'amata compagna Camila al seguito, si infiamma quando canta la vergogna delle dipendenza e le gioie della recente paternità. All'apparenza inconciliabili, Daisy e Billy (insieme agli altri cinque membri della band di lui) sono stati accoppiati per una trovata di marketing come tante. Ma una collaborazione occasionale li ha resi presto squadra, all'indomani dello straordinario successo radiofonico del loro primo feauting. In quell'occasione hanno condiviso lo stesso microfono e, pare, occhiate infraintendibili. Correvano gli anni Settanta. Ci voleva poco a diventare icone; meno ancora meteore. Che fine hanno fatto ora Daisy Jones e i Six, scomparsi poco dopo il successo? Hanno minato al loro equilibrio i complessi di inferiorità degli altri musicisti, confinati nell'ombra da un leader tanto carismatico quanto prepotente? È stata colpa di Karen, la tastierista, che in nome degli ideali femministi rinunciò all'amore? O la passione platonica tra Daisy e Billy, fiutata dalla moglie di quest'ultimo, avrebbe infine portato le due primedonne allo scontro?

Essere la musa di qualcuno non mi interessava. Io non sono una musa. Io sono quel qualcuno. Fine della storia.

Investiga Taylor Jenkins Reid, già fortunatissima autrice dei Sette mariti di Evelyn Hugo. Dopo averci svelato i segreti della Golden Age hollywoodiana attraverso le relazioni di un'intramontabile diva del muto, questa volta passa dal cinema ai concerti rock; dagli anni Venti all'era di Woodstock. Ah, sì: Daisy e gli altri, al pari di Evelyn, sono personaggi di finzione. Falsa biografia, raccontata sotto forma di interviste ai membri della band, il romanzo rinuncia a una narrazione classica: ne guadagna in credibilità, ma ne perde in ritmo. È una canzone senza il groove. Un ritornello che inizialmente cattura, poi annoia. La colpa è principalmente del taglio narrativo, a lungo andare stancante, e della caratterizzazione stereotipata di luoghi e personaggi. L'autrice mette in un frullatore tutti gli aneddoti e le sciagure delle star amatissime, i costumi e le scenografie occhieggiate su Pinterest; immagina per le sua band perfino un repertorio (leggere le canzoni, forse, è la parte più sorprendente). Ma il tutto, laccatissimo, ha una patina di finzione che non convince. Manca il sesso; di droga ce n'è quanto basta; il rock 'n roll, ingentilito, farà storcere il naso agli appassionati. Venuta meno le credibilità, lo si finisce di leggere soltanto per la curiosità salottiera con cui si seguono alcuni servizi di Verissimo alla TV. E il perché dello scioglimento dell'iconica band, francamente, non è poi questo gran mistero. Domandatelo ai Beatles.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Daisy Jones & The Six - Aurora

lunedì 30 settembre 2019

Recensione: L'Istituto, di Stephen King

| L’Istituto, di Stephen King. Sperling Kupfer, € 21,90, pp. 565 |

Parlarne male mi spezza il cuore. È come disonorare il padre e la madre nei dieci comandamenti. Significa dichiararsi amareggiati da un mentore che immaginavamo infallibile per definizione. Almeno a memoria, dai fasti di 22/11/'63 in poi, non credo ci sia stato un solo romanzo dei suoi che mi abbia deluso altrettanto. Salutato dai più come un grande ritorno alle origini, L’istituto non mi è piaciuto. Questione di punti di vista: per me il Re, infatti, non era mai andato via – quindi quale ritorno, e da dove? 
Le premesse erano delle migliori. Ancora i bambini protagonisti, ancora una storia di perdita dell’innocenza e infanzie violate: gli ingredienti segreti, insomma, dei suoi capolavori passati. Ma fra uno sviluppo che non brilla di luce propria e una lunghezza francamente inspiegabile, le analogie con L’incendiaria e Il talismano purtroppo finiscono qui. La trama è presto detta: Luke, dodicenne prodigio già pronto agli esami di ammissione al college, viene strappato alla famiglia – mamma e padre sono freddati nel cuore della notte – e rinchiuso in una prigione nelle foreste del Maine settentrionale. Il risveglio in quel posto, per dirla alla sua maniera, somiglia all’essere catapultati in una serie televisiva nel bel mezzo della terza stagione. Cosa si è perso? Perché quella cameretta perfettamente identica alla sua, ma senza finestre?

Fa’ crollare tutto, pensò. Come Sansone fece crollare il tempio di Dagon dopo che Dalila gli aveva fatto tagliare i capelli con l’inganno. Fa’ crollare questo posto, e schiacciali sotto le rovine. Schiacciali tutti.

A spiegargli le regole e i lati oscuri del soggiorno sono compagni di disavventura come gli sfrontati Kalisha e Nick e il precoce Avery, bambino dai talenti insospettabili. In quel pericoloso paese dei balocchi li hanno divisi fra telepatici e telecinetici. I cattivi spremono e potenziano i loro poteri. Le guardie, inoltre, scongiurano gli atti di ribellione con la televisione accesa, i distributori di alcolici e sigarette, i poster motivazionali – ma nell’Istituto è vietato leggere libri, guardare programmi informativi, accedere a determinate pagine web. Nella Prima Casa i bambini sono cavie da laboratorio; nella seconda, un posto senza ritorno, subiscono una vera e propria lobotomia a furia di film e messaggi subliminali; poi ci sono Gorky Park e l’ala dei forni crematori, di cui all’inizio poco è dato sapere al lettore.
Se la cosa più crudele dell’Istituto è l’impiego dei termometri rettali, se il protagonista la fa troppo facile a realizzare i suoi sogni d’evasione in una prigione in cui nessuno sembra mai prendere grandi accortezze verso i pazienti, qualcosa non quadra. Neanche quando, dopo 350 pagine, i toni diventano quelli di un racconto d’avventura vecchio stile – barche a remi, treni merci, le stelle per orientarsi – e il dramma di Luke si intreccia con l’esistenza di Tim, guardia notturna troppo qualificata per il suo ruolo. Allora, non lo nego, qualche piccola soddisfazione c’è: merito di un assedio da western che contrappone i villici del profondo Sud all’intelligence; di due non protagoniste d’eccezione – Maureen e Orphan Annie –, la prima donna delle pulizie sommersa dai debiti e l’altra clochard che farnetica di cospirazioni internazionali e uomini in nero.

Sanno che sta succedendo qualcosa di strano. Qualcosa di brutto. Non cosa di preciso: questo non vogliono saperlo. Perché dovrebbero? L’Istituto dà loro da mangiare, e in ogni caso chi crederebbe alle loro parole? Quanto a questo, c’è ancora un sacco di gente convinta che i tedeschi non abbiano ucciso tutti quegli ebrei. Si chiama negazionismo.

Perfino le strizzate d’occhio non mancano: ecco spuntare due gemelle dall’aria familiare, che ricordano proprio quelle di un classico dell’horror; ecco una citazione che ci riporta all’istante nella città fantasma di Salem’s Lot. Allora come mai non lo hai apprezzato, chiederete? Ho trovato furbe e forzatissime le connotazioni storico-politiche, che passano dalla tragedia della Shoah a quella dello schiavismo, fino ad andare a bacchettare il solito Donald Trump. I capitoli dedicati al punto di vista degli antagonisti, i soliti scienziati pazzi da blockbuster americano, annoiano. I territori sono gli stessi di Glass e La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, dunque non felicissimi, e i cenni ai mondi Marvel hanno trovato del tutto disinteressato un profano dei cinecomic come il sottoscritto. 
Nonostante le immancabili tinte crudeli, L’Istituto è un racconto per ragazzi di amicizie e primi amori, in cui la morale della favola – banalotta – è che l’unione fa la forza. L’autore non potrebbe sfornare meno di due titoli l’anno ma ragionarci sopra di più? Un adolescente di oggi, mi sono chiesto soprattutto, si sorbirebbe queste quasi 600 pagine affrontate stancamente anche da un fan come me? Probabilmente preferirebbe darsi allo streaming, al binge watching. Un tempo era Stranger Things a omaggiare Stephen King; ora succede l’esatto contrario. E in questa lunga puntata senza idee brillanti o colpi di scena – un compromesso alla moda per mostrarsi al passo coi tempi e parlare alle nuove generazioni –, ho sentito tanto la mancanza di Eleven quanto quella del mio Re.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pink Floyd - Another Brick in the Wall

mercoledì 15 maggio 2019

Mr. Ciak: Pet Sematary, The Prodigy, Climax, 7 Sconosciuti a El Royale, Escape Room

Citando un altro dei suoi successi, a volte ritornano. È successo prima alle liceali vessate, poi ai pagliacci assassini, infine ai membri della famiglia Creed. I remake, negli anni, hanno dato nuova linfa agli incubi di Stephen King. A trent'anni dal film originale, Pet Sematary ha seguito l'esempio di Carrie e It. Il risultato, poco clamoroso ma comunque godibile, è nella media. All'attenzione filologica della prima parte – notevole l'interesse per l'inconscio dei protagonisti, i fantasmi di lui e i sensi di colpa di lei, insieme agli effetti mortiferi di una terra maledetta che supera i confini della radura e tormenta la famiglia in gran completo – seguono le canoniche concessioni al mainstream della seconda, con tanto di bambine possedute appostate in cantina e vedute di un cimitero gotico a livelli caricaturali. Il cambio di rotta dell'epilogo, nerissimo e perfino più tragico, seminerà un certo disappunto nei lettori più fedeli ma, nel mio caso, è stato una felice variazione sul tema: un aggiornamento con i tratti della riscrittura, che non stravolge il messaggio complessivo. I problemi del film, purtroppo, non stanno tanto nei limiti di una sceneggiatura non abbastanza rimodernata quanto nell'assenza di un protagonista sfaccettato o di un regista degno di questo titolo: Jason Clarke, inespressivo come il peggiore Affleck, appare talmente monolitico da non riuscire mai a comunicare la sofferenza di un medico alle prese con una scelta impossibile – insomma, non ha l'intensità richiesta a Toni Collette in Hereditary –; i registi chiamati a sbrigare il compito sono ben due, ma sembrano aver dato forfait. I risvolti agghiaccianti non impediscono allo spettatore di nascondersi qui e lì il viso fra le mani. Il gatto Churchill e la sua spiritata padroncina, Ellie, potrebbero diventare presenze fisse nella galleria dei personaggi inquietanti. Ma chi l'ha letta lo sa: quella di King, in realtà, era una tragedia inesorabile. Purtroppo centrava meglio l'obiettivo il televisivo 1922, e non l'ennesimo horror mordi e fuggi, per quanto decoroso appaia. A volte la morte è meglio. Ma il remake? (6,5)

Le abbiamo festeggiate la seconda domenica di maggio, le mamme. Cosa non farebbero per proteggere i loro figli? È lo sguardo amorevole a distogliere la convincente Taylor Schilling dalle stranezze del piccolo Miles, bambino dall'intelligenza precoce e dagli incubi inenarrabili. Mentre lui veniva al mondo, in un'altra città moriva un serial killer. Spirando, il mostro ha lasciato in eredità al nascituro un occhio di colore diverso rispetto all'altro e una questione di morte ancora irrisolta. Si parlerà allora di doppie personalità. Di reincarnazioni, a cavallo fra Oriente e Occidente. Un po' Omen, un po' La bambola assassina, The Prodigy – giunto in sala fuori stagione, con a bordo lo stesso sceneggiatore di Pet Sematary – appartiene al classico filone del bambino crudele. Non supera i modelli di riferimento, non ambisce a diventare pietra miliare, ma per essere un prodotto d'intrattenimento uscito durante le vacanze pasquali sa difendersi discretamente senza sfoggiare l'artiglieria pesante dei film di serie B. Ritratto di una convivenza infernale e di un genitore sull'orlo di una crisi di nervi, ha alle spalle luoghi comuni solidissimi e qualcosa di buono, fra interpreti in parte e ritmi accattivanti. Ne viene fuori un thriller paranormale di buona foggia, che sgomita con eleganza in un sottobosco di pellicole ormai intercambiabili fra loro e che, a colloquio con l'infido Jackson Robert Scott, trova un antagonista da brivido. Pur al servizio di una storia che, strano ma vero, senza nessuna novità da proporre, non è ancora venuta a noia. (6)

Ci ha raccontato l'amore in Love, lo scandaloso porno d'autore che aveva diviso Cannes. È tornato, ora, per raccontarci la morte: con la grazia selvaggia della danza contemporanea e tutta la bellezza perturbante del suo cinema. Gaspar Noé, il Lars Von Trier argentino, non balla da solo né tanto meno in punta di piedi. Siamo in una sala piena di ballerini professionisti. La danza è il loro lavoro, il loro hobby, la loro vita. Non fanno altro, e di danza parlano in tutte le lingue del mondo. Climax mostra la loro ultima sera dopo nove mesi di lavoro a stretto contatto. Proiettati nel bel mezzo di relazioni, tradimenti e alleanze, carpiamo qualche informazione dalle chiacchiere altrui. E capiamo che c'è qualcosa che non va. La sangria a fiumi li rende su di giri: chi l'ha drogata? Se in Suspiria il movimento era armonia, qui conduce invece allo sfacelo. A incesti, aborti, stupri, aggressioni. In un rito bacchico durante il quale tutto è lecito, tutto è possibile, la compagnia garantisce orrori indicibili e un'esperienza visiva eccezionale. Le prove stesse sono l'esibizione. Il resto, invece, è un flashmob lunghissimo su cui giganteggia la bandiera francese e l'onnipotenza di Noé. Un regista che inserisce i titoli di coda all'inizio del suo film e quelli di testa a metà, dopo quarantasei minuti di visione. Un portento alla macchina da presa che si concede ora piroette da capogiro, ora interminabili piani sequenza: la telecamera, fissa, mentre i protagonisti diventano invasati. All'esagerato virtuosismo di fondo, però, corrisponde simmetricamente l'inutilità della trama; atmosfere psichedeliche che nella prima parte entusiasmano e poi, pian piano, vengono a noia. Mancando d'un passo l'acme del titolo, mentre nel dramma precedente – fra contenuto e forma, provocazione e commozione – la pienezza dell'orgasmo era assicurata. (7)

Sette sconosciuti dal passato criminoso, un hotel da cui fuggire. Il giallo e il pulp, sposalizio già vincente nel sopravvalutato The Hateful Eight, chiamati a raccolta insieme a un cast di sole stelle per renderci partecipi di una vicenda di bulli e pupe, sangue in quantità e soldi sporchi. El Royale sorge a cavallo fra due stati e, nella classica note buia e tempestosa, ci assicura scenografie sopraffine, splendide canzoni al juke-box e una manciata di sequenze degne di nota: quel piano sequenza lungo un sordido corridoio segreto, ad esempio, o l'esibizione canora della grandissima Cynthia Erivo intervallata ai piani imperscrutabili di Jeff Bridges. La compagnia, data la portata degli ospiti, sarà di quelle con cui rifarsi gli occhi – che bombe sexy Dakota Johnson e Chris Hemsworth! –, anche se nel cuore mi è rimasto l'imprevedibile portinaio di Lewis Pullman. Strabordante, sfacciato e autoironico, il ritorno al cinema di Drew Goddard è un nuovo omaggio, dopo i fasti di Quella casa nel bosco: lì omaggiava l'horror, qui il thriller. Non vuole lasciarsi prendere troppo sul serio, e ci saranno allora la stessa leggerezza, la stessa passione, lo stesso tocco promettente. Nonostante una superba prima parte e un prosieguo all'insegna della fatalità, è sempre bello far congetture e vederle smantellate: si sfoderano le armi pesanti, infatti, e senza troppi rancori vengono meno l'aplomb iniziale e attori il cui ruolo, a torto, era considerato chiave. Scoraggiato dalle oltre due ore di durata e dalle recensioni tiepide, rischiavo di perdermi un soggiorno pericoloso ma confortevole in mezzo alla bellezza kitsch e ai deliri metacinematografici di Goddard: un piccolo Tarantino che fa simpatia, per le grandi ambizioni e un cognome da Nouvelle Vague. (7,5)

Cinque sconosciuti dal passato traumatico, un complesso da cui fuggire per salvarsi la pelle. Il giallo all'inglese di Agatha Christie incontra i morti ammazzati di Saw e i grattacapi di The Cube. A ogni scenario (fra i tanti: un forno crematorio, un cottage sotto zero, un salotto distorto dalle droghe, una biblioteca pronta a schiacciarti) corrispondono un indizio e una dipartita violenta. Qual è il filo rosso che unisce i protagonisti? Chi li manipola dall'alto? Soprattutto, chi avrà la meglio in questo purissimo gioco di sopravvivenza senza trucchi né inganni? Il survival – genere tipicamente estivo, questa volta elegante nella resa e piuttosto ben assortito – a sorpresa potrebbe divertire più gli amanti dei grattacapi che quelli dello splatter gratuito, grazie alla sintesi fresca e dinamica delle sue influenze da cardiopalma. Invito a cena con delitto multiplo, cavalca la moda delle escape room già diffusa nelle grandi città e rinuncia all'efferatezza, intrattenendo con l'ingegno delle scritture a incastro; gli ambienti vari e insidiosi; una chiusa aperta ma non troppo, in vista di un papabile seguito che, qui lo ammetto e qui lo nego, in futuro mi concederei di volata. (6,5)

mercoledì 13 marzo 2019

Recensione: Elevation, di Stephen King

| Elevation, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 15, pp. 194 |

Castle Rock, Maine, non è nuova alle stranezze. La sparuta popolazione comprende infatti bottegai mefistofelici, scrittori affetti da personalità multiple, cani rabbiosi e bambini irrequieti che, a passeggio sulle rotaie, un'estate si imbattono in un misterioso cadavere. Ne abbiamo avuto un assaggio anche nell'omonima serie televisiva prodotta da Hulu, ancora in attesa di distribuzione in Italia, e proprio lo scorso anno abbiamo fatto tappa presso le contraddizioni del New England con La scatola di bottoni di Gwendy. Se il paranormale è di casa, non può dirsi lo stesso del progresso. Tre quarti della repubblicana e immaginaria Castle Rock, alle scorse elezioni, avrebbe votato Trump e in mancanza di mostri e diavoli, a un passo dal giorno del Ringraziamento, stavolta i cittadini mormorano a mezzavoce dell'ultima novità giunta in paese. Una sfacciata coppia omosessuale con la fede all'anulare, un'attività in centro e quasi l'intera comunità contro. Ci racconta dell'arrivo delle donne Scott, web designer di quarantadue anni, che lavora dal salotto di casa sua per una catena di grandi magazzini e, fresco di divorzio, si gode del cibo di consolazione e le fusa dell'irresistibile gatto Bill. È un informatico di mezza età, ma figuratevelo più come un boscaiolo di buona forchetta: centodieci chili, un morbido salvagente di ciccia attorno ai fianchi, un omaccione discretamente in salute ma non senza affanni. Finché la bilancia elettronica non inizia a mandargli inspiegabili avvisaglie: sta perdendo mezzo chilo al giorno. Ha forse un male incurabile? L'ipotesi è da escludere, perché il suo corpo si alleggerisce mentre la massa resta immutata. La forza di gravità ha perso il controllo su di lui.

Il tempo è invisibile. A differenza del peso.
Ah, forse anche questo non era vero. Il peso lo potevi sentire, certo – quando avevi troppi chili addosso, era come se fossi arrancoso – ma in fondo non era, proprio come il tempo, solamente un costrutto umano? Le lancette dell'orologio, i numeri sulla bilancia non erano solo dei modi per tentare di misurare forze invisibili che sortivano effetti visibili? Un debole sforzo per ingabbiare una realtà più grande, che andava oltre ciò che gli umani consideravano realtà?

Aiutato dall'amico Bob, medico in pensione, sceglie di tenersi quella stranezza per sé e di dare il via a un implacabile giorno alla rovescia da attendere fra curiosità e paura. Cosa comporterà l'arrivo del fatidico Giorno Zero? Scott si gode la situazione nella totale inconsapevolezza: può correre, spiccare balzi altissimi, ballare Stevie Wonder in cucina e, soprattutto, tendere un ramoscello d'ulivo a quelle vicine che fanno sparlare. 
Deirdre e Missy, passate dall'agonismo della maratona di New York ai dodici chilometri scarsi di quella indetta a Castle Rock per beneficenza, hanno due boxer che fanno puntualmente i bisogni nel giardino del protagonista e l'Holy Frijole, un ristorante vegetariano sabotato dai concittadini ma apprezzato dai turisti. Con la stagione estiva finita da un pezzo, come far quadrare i conti? Neanche i bambini, messi in allerta da genitori bigotti, passano da loro per chiedere dolcetto o scherzetto: come se lesbica e strega fossero sinonimi, in alcuni angoli ciechi a corto di buona educazione. 
Quando ogni argomento è polemica, tutti hanno un'opinione per tutto, l'esistenza si scopre tanto vana quanto vanitosa, Stephen King preferisce eccezionalmente rispondere non a tono bensì con una storia come Elevation. Una miracolosa fiaba laica con i piedi ben piantati nell'attualità, le classiche strizzate d'occhio ai suoi mondi confinanti – la band scolastica si chiama, ad esempio, Pennywise and the clowns – e i segreti di una vita lunga, tollerante, straordinariamente produttiva.

Tutti dovrebbero poter vivere un'esperienza come questa, pensò, e forse, quando arriva la fine, era proprio ciò che accadeva. Forse, al momento di morire, tutti salgono verso l'alto.

Senza il bisogno di pagine in eccesso, ma con troppa melassa qui e lì, il Re del brivido mette da parte l'orrore a cui ci ha abituato e con lo stile di sempre, con la puntualità di sempre, firma un racconto dolce e metaforico che invita a vivere con levità. Con gentilezza. Certo che sì, ci ha abituato a meglio e a peggio negli anni, eppure c'è una certa urgenza nelle parole di Elevation, un desiderio di ascesi e di candore che tocca il cuore, nonostante la morale retorica da buontempone sia spesso in agguato. Aggiungono valore, tuttavia, la sua maturità artistica e anagrafica; la saggezza di un instancabile settantenne che non smette di imparare lezioni importanti. Il suo protagonista è sano oppure malato? Sta per morire, o finalmente per vivere? Staffe e zavorre lo tengono a terra, ma di staffe e zavorre deve liberarsi. Per volare, così, sopra le asperità e i livori, godendosi le conseguenze benefiche del porgere l'altra guancia, i rapporti di buon vicinato e la compagnia degli amici a quattro zampe. La morale è che dovremmo lasciarci andare, librarci come fossimo Mary Poppins o la casa fluttuante del cartone Up, pur di osservare la società da una diversa prospettiva. Complice lo spettacolo dei fuochi d'artificio fuori stagione, dall'alto niente è abbastanza grande da non poter essere aggiustato. Piccolo nel formato, affatto nelle intenzioni, Elevation è un bignami sull'insostenibile leggerezza dell'essere Stephen King.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Elton John – Rocket Man

mercoledì 31 ottobre 2018

Recensione: The Outsider, di Stephen King

| The Outsider, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 21,90, pp. 530 |

Il giorno in questione dichiarano di averlo visto, fra gli altri, un'anziana impicciona, un'adolescente iscritta in quella esatta scuola, una tassista con cui era in confidenza quel tanto che bastava a chiamarla per nome, un nerboruto buttafuori dal cuore generoso: insieme a loro, poi, sono da prendere in considerazione la clientela di uno strip club fuori città e un numero imprecisato di telecamere di videosorveglianza. L'uomo sembrava gentile ma sospetto: ricambiava i saluti, scambiava quattro chiacchiere, ma gli spruzzi cremisi sulla camicia – forse epistassi? – e i modi stranamente sfuggenti raccontavano tutt'altro. Una riprovevole storia di cannibalismo e pedofilia che in un parco pubblico, seguendo le fitte orme di sangue, portava direttamente al corpo scempiato di un undicenne: seviziato con un ramo acuminato, ucciso a morsi. Le deposizioni parlano chiaro: l'identità della belva da destinare all'iniezione letale è risaputa prima ancora che la confermino analisi e ispezioni. Ad aiutare il bambino con la catena della bicicletta, a incrociare il cammino dei disparati testimoni, è stato Terry Maitland: insospettabile, se non avesse perfino la scienza contro. Ma l'assassino – padre di famiglia e professore stimato, nel tempo libero anche allenatore di successo – ha un alibi incrollabile che non lo risparmia tuttavia da un arresto plateale durante una partita di football o dalle conseguenze della gogna pubblica a cui è sottoposto troppo presto. Il giorno in questione, in compagnia di altri insegnanti, partecipava infatti a una serie di conferenze didattiche altrove: lo raccontano l'autografo con data del giallista Harlan Coben, altre telecamere, le impronte digitali lasciate su un libro di cui all'ultimo aveva rimandato l'acquisto. Si può essere in due posti contemporaneamente?

Tutto è possibile. Il mondo trabocca di stranezze.

Non badano al paradosso degno della migliore Agatha Christie, al solito, le iene e gli sciacalli di un circo mediatico che vuole nell'occhio del ciclone anche la sfortunata famiglia dell'accusato: si procede nella ricerca di paladini e mostri, di scoop, nell'era in cui a costituire il giornalismo americano sono il passaparola, il presidente Trump e le fake news. Se in un romanzo di uno Stephen King in forma smagliante, efferato e malinconico come non lo si leggeva da un po', tanto gli estimatori quanto i profani immagineranno bene l'esistenza di zone d'ombra in cui la giustizia non osa avventurarsi. Il palesarsi di convergenze misteriosissime che escluso l'ovvio, tolto il probabile, lasciano spazio soltanto all'impossibile. Cosa o chi semina dubbi e paura nella fittizia Flint City? 
In un romanzo ad ampio respiro che parte come un thriller giudiziario sulla falsa riga del caso Simpson e imbocca, infine, sentieri fantastici, a indagare è l'agente Ralph Anderson: il colesterolo alto e qualche chilo di troppo che fanno inferocire l'altrimenti adorabile moglie Jeannie, il primogenito all'università, un abuso di potere che lo rende all'improvviso un uomo giusto macchiatosi di un errore imperdonabile. Come fare pace con la propria coscienza, se non riabilitando l'onore di Maitland? È quando la sua ricerca a tentoni sembra avere raggiunto un vicolo cieco – a metà, dopo un capitolo che è un capolavoro di suspance in cui le fila potrebbero essere già belle che tirate – che il destino, altra presenza immancabile, lo mette in contatto con una nostra carissima conoscenza: cinefila doc, emotivamente chiusa a riccio, se ne va in giro con l'inseparabile Castigamatti e l'ombra di Bill Hodges a cui elevare di tanto in tanto tenerissime preghiere. The Outsider segna non solo il rimarchevole ritorno del Re all'horror, ma altresì quello dell'indimenticabile Holly della trilogia di Mr Mercedes nelle vesti di coprotagonista – a proposito di grandi cambiamenti, invece, va segnalato il passaggio del testimone all'ottimo traduttore Luca Briasco. Ora a capo della Finders Keepers, abituata com'è alla presenza del soprannaturale, è lo spirito guida del personaggio femminile a rendere razionale l'irrazionale e un po' dolce il sapore dell'incubo.

Ma credo nelle stelle, e nell'infinità dell'universo. Il Grande Là Fuori. E qui sulla terra, credo ci 
siano infiniti universi in ogni manciata di sabbia, perché l'infinito è una strada a doppio senso. Credo che nella mia mente ci siano decine di idee dietro quella che di volta in volta riesco a concepire. Credo nella mia coscienza e anche nel mio inconscio, pur non sapendo esattamente in che cosa consistano. E credo in Athur Conan Doyle, che ha fatto dire a Sherlock Holmes: 'Una volta eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità'.

Destinazione finale: un Texas da selvaggio west, fra serpenti a sonagli e lontane credenze, dove le scienze forensi e le leggende oltre confine si scoprono un tutt'uno, le grotte insidiose ricordano le reti fognarie di It e qualcuno racconta di aver interagito nel sogno con un mostro con gli occhi di paglia e un sacco in pugno. Che sia un sadico ladro di identità o un diavolo sputato dalla bocca dell'inferno, metafora o verità tangibile, questo Uomo nero rivisto e corretto ha il modus operandi di un serial killer; si apposta sulle scene del crimine, ghiotto di tristezza e allarmismo; fa zittire grilli e coyote al solo passaggio e controllare la corretta chiusura di porte e finestre ad adoni d'un tratto spaventati dal buio. Severamente vietato parlarne al condizionale: ignorarne l'esistenza non fa sì che smetta di esistere.
L'affascinante tema del doppio proviene dalle suggestioni di un racconto di Allan Poe, la figura dell'Outsider dalle nonne messicane. Stephen King ci mette il resto, pregi e difetti compresi. La seconda metà del romanzo è infatti un salto nel lato oscuro tutt'altro che innovativo che potrebbe scontentare, vero, coloro che alle prese con il realismo iniziale – sbirciamo in prima battuta referti autoptici e trascrizioni di interrogatori, ascoltiamo registrazioni private – si erano auspicati uno svolgimento in linea con il giallo classico. Per il resto, splatter, visioni e deliri appartengono a chi ha ispirato di recente il successo cinematografico di Andy Muschietti, insieme a personaggi di indescrivibile umanità destinati a unirsi benché schierati in principio da una parte e l'altra della barricata. 
Capace di partire da lontanissimo e di rivelare senza fretta le proprie carte, collegando coincidenze apparenti e misfatti distanti nel tempo e nello spazio, l'amato King emoziona a sorpresa con una favola a tinte forti sui confini dell'universo, il potere della condivisione, l'importanza sacrosanta dei brutti sogni.

«I sogni sono il nostro modo per entrare in contatto con il mondo invisibile, o almeno è questo che credo. Sono un dono speciale.» 
«Anche gli incubi?» 
«Sì, anche gli incubi.»

La realtà è uno strato di ghiaccio troppo sottile, almeno per pattinatori inesperti o scettici di natura. La provincia statunitense, al contrario, è la metafora del melone del buon Ralph: un frutto a volte solido fuori ma marcio all'interno. Come ci finisco dentro i vermi brulicanti, ci si domanda, data la buccia all'apparenza perfetta? Lo scriveva già William Shakespeare d'altronde: ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia. Nell'ultimo Stephen King in libreria, prendetemi alla lettera, ce n'è qualcun'altra in più.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Metallica - Enter Sandman 

venerdì 26 ottobre 2018

Recensione [Romanzo e film]: Sei ancora qui, di Daniel Waters

| Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp. 324 |

Immaginate un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico: l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche. Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il sacrificio di un'innocente.

La vita è breve. E la morte è per sempre.

Delicato o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters che funziona molto meglio in sala. Dalla ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun, il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici, invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati, o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile a quello del recente Dark Hall. Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo dell'ambiguità di Sei ancora qui è l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
Il romanzo: ★★½ Il film: 6,5
Il mio consiglio musicale: Unions – Close My Eyes

giovedì 13 settembre 2018

Recensione: Bad Man, di Dathan Auerbach

| Bad Man, di Dathan Auerbach. Sperling & Kupfer, € 18,90, pp. 394|

Un'immagine come tante se ne vedono, in fila alle casse del supermercato. Un bambino che fa i capricci perché deve usare il bagno d'urgenza, un fratello maggiore che lo asseconda pur perdendo le staffe, gli altri acquirenti che di sottecchi guardano e giudicano gli schiamazzi del primo e la mancata pazienza del secondo. Eppure, quando il piccolo Eric scompare come in un gioco di prestigio, mai uscito dalla toilette, tutti sembrano guardare altrove. La norma, nei paesi di provincia che hanno tutto da nascondere. La norma nei romanzi di genere, soprattutto se prendono in prestito da Stephen King – metro di paragone per antonomasia – le comunità omertose, i luoghi quotidiani trasformati in scenari da incubo, gli adolescenti insicuri e solitari chiamati a scoprire strada facendo verità, amicizia, coscienza di sé. Come in It, perciò, ci sono facce di bambini scomparsi che tappezzano i pali della luce e sopravvissuti che cercano affannosamente, senza darsi pace. Se lì una tragedia indicibile colpiva tra capo e collo Bill, il più popolare e integrato tra quegli indimenticabili Perdenti, qui il protagonista è invece Ben: quasi omonimo, eppure agli antipodi per via dei chili di troppo – centodieci – e di una gamba che lo sorregge a fatica. Ha abbandonato la scuola quando costretto a ripetere nuovamente l'anno, rappresenta una spina nel fianco per le forze dell'ordine a causa di un desiderio di giustizia a confine con l'ossessione, divide una casa che non possono più permettersi con un padre e una matrigna che lo accusano tacitamente dell'accaduto. Gli ci vorrebbe una via di fuga, gli ci vorrebbe un lavoro – con lo stipendio, i colleghi ciarlieri, l'indipendenza che comporta. L'amaro paradosso? Trovarlo, dopo tanto cercare, proprio nel supermercato in cui la fine della sua famiglia ha avuto inizio. Come magazziniere, di notte. Tra le nebbie della cella frigorifera, i sospiri profondi del condizionatore guasto e una pressa mortale già protagonista di diversi incidenti sul lavoro, le corsie desolate ospitano un direttore che spia tutto; rinoceronti di peluche e simboli enigmatici scorti d'un tratto ovunque; scatole impilate con attenzione certosina lì dove avevamo lasciato invece il nostro disordine. Eric, o quel che ne resta, ha mai varcato le porte automatiche? Sempre dubbioso e in allerta, Ben e i suoi nuovi amici – Marty e Frank, spalle comiche a cui subito si vuol bene – si improvvisano investigatori e collezionano sospetti. Qualcuno, tuttavia, vorrebbe sabotarli: forze paranormali, o un'ombra senza volto che magari di giorno è un insospettabile cliente del supermercato?

Ed è questo che è la speranza in realtà. Un anestetico […] Non risolve nulla: si limita ad anestetizzare e rassicurare, finché non riesce a sacrificare i disperati sull'altare della sua fiamma brillante. E, mentre la speranza ci conforta, diventa sempre più facile dimenticare che anch'essa era contenuta nel vaso di Pandora. È l'unico orrore che non sia stato liberato nel mondo quando il vaso è stato scoperchiamo. E l'unico orrore che vive dentro di noi.

Dici creepypasta – quello il background di un esordiente tutt'altro che alle prime armi, ma nato e cresciuto in rete –, dici omaggio a Stephen King – quello l'imprinting letterario –, e questo Bad Man rischieresti purtroppo di sottovalutarlo, subodorando un'amatorialità che non c'è. Bastano infatti poche pagine per dirsi conquistati dal dramma di un personaggio ai margini, da un'ambientazione anni Ottanta accennata appena col buon gusto di chi non ha intenzione di cavalcare l'onda di una retromania venuta presto a nausea, da una vividezza espressiva che durante la lettura restituisce lo spasso del cameratismo e il disgusto delle macabre scoperte. I difetti arrivano soltanto poi, e non si può dire che nella seconda metà non rovinino un romanzo partito sotto i migliori auspici. Quattrocento pagine sono troppe per un esordio ai confini della realtà. La suspance e la curiosità scemano per forza di cose e, accumulando indizi e colpi di scena alla rinfusa, sembra inevitabile un finale non all'altezza del mistero di partenza. Il cadavere rinvenuto nel prologo, perfino l'uomo cattivo del titolo: chi sono, alla fine dei conti? Perché abbandonare il supermercato, scenario originalissimo, per dedicarsi a boschi alla luce della luna, scuole in stato di abbandono e altri luoghi comuni? Alcuni, allora, sembrano buchi narrativi veri e propri, altri spunti su cui arrovellarsi il cervello sfogliando Bad Man all'incontrario, altre porte da lasciare socchiuse per il seguito che qualcuno ipotizza. Dathan Auerbach ha preso lezioni dal migliore, e dal Re ha tratto brividi grandi e piccoli, tutto il calore della solidarietà maschile, il male in incognito. A malincuore, però, anche la verbosità di cui sono vittima le ultime cento pagine; ne risentono i ritmi sempre più dilatati, così, e la curiosità di lettori sempre più disattenti, se guidati da un esordiente tanto capace di dipingere scene orrorifiche quanto impacciato a gestire meccanismi male oleati. Gioco bello ma che dura troppo, e che forse da qualche parte è ancora in corso. Partita a nascondino con sorpresa – forse ancora aperta –, in cui chi conta si confonde con chi cerca, o viceversa.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Clash – Lost in the Supermarket 

martedì 11 settembre 2018

Recensione a basso costo: The Sun Dog, di Stephen King

| The Sun Dog, di Stephen King. Pickwick, € 10, pp. 211 |

Siamo negli anni Ottanta di Cujo, Cose preziose e della commedia horror secondo Joe Dante.
Gli steccati riverniciati di bianco, le villette monofamiliari e i misteri inspiegati, invece, sono gli stessi di una Castle Rock tanto fittizia quanto leggendaria che, proprio in questi giorni, mi sta facendo compagnia anche sul piccolo schermo con l'omonima serie Hulu. Quando diventerò ospite onorario, mi domando da un'infanzia a questa parte, quando? 
Nel mentre, rieccomi. Di nuovo lì, alla base, per un piccolo Blog Tour tra appassionati. Per ristampe dal look ispirato alla moda Stranger Things, con i migliori racconti del Re riproposti singolarmente e rivestiti di tutto punto per l'occasione – in libreria, diciamolo pure, attireranno senz'altro i lettori più giovani e qualche collezionista instancabile, meno i parsimoniosi affezionati di lunga data. A sorte, il postino mi ha consegnato The Sun Dog: apparso in precenza in Quattro dopo mezzanotte e, a memoria, forse il racconto peggiore di una raccolta che conteneva fra gli altri I Langolieri e Finestra segreta, oggetti di culto e trasposizioni negli anni. La memoria, no, non mi ha ingannato. Sono entrato presto nel vivo dell'incubo di Kevin Delevan, quindici anni e una Polaroid maledetta in regalo, e presto ho scorto pregi e limiti di una storia dell'orrore dallo spunto curioso, ma troppo piccolo per dipanarsi in duecento pagine; una buona idea che, sul lungo tratto, a malincuore non basta; una manciata di personaggi da presentarci e un mostro che s'intravede a malapena, a scatti alterni.

Glielo si leggeva nell'occhio fosco, nel ringhio incipiente. Giudicava che volesse due cose.
La prima era scappare. La seconda era uccidere.

Se non tutti gli Stephen King escono terrificanti, comunque poco male. Ci si mette comodi sul bagnasciuga, allora, per godersi all'ombra dell'ultimo sole una prosa quanto mai rilassata, con protagonisti tratteggiati con pennellate grossolane e divertenti; uno stile che questa volta non va per il sottile, in quanto a ironia, ma che eppure attrae con citazioni pop che spaziano dalla Bambola assassina a Blow up e immancabili rimandi interni che in fretta ci portano nelle celle di Shawshank o nell'ufficio dell'indomito Alan Pangborn. È buona regola, poi, che all'appello non manchino mai gli empori, gestiti magari da squallidi prestatori a usura con il pallino per le scommesse vincenti, la pornografia, l'occulto. Gli insospettabili appassionati del paranormale – su tutti le esilaranti sorelle Pus, o un imprenditore in pensione con tanto di isola privata –, che bramano tavolette Ouija, registrazioni di sospiri d'altri mondi, fumo negli occhi. Un adolescente incuriosito da un rinnovo tecnologico guardato all'epoca con infondato sospetto, che insieme a una sorellina innamorata del cinema di genere e a un papà con un segreto scomodo da farsi perdonare si dedicano a un'indagine con il pericolo che incalza. 
C'è qualcosa che non va nella Sun 660 di Kevin, scartata con gioia e presto protagonista di pensieri di immediata distruzione. Davanti a qualsiasi soggetto il ragazzo decida di immortalare, infatti, la macchina disobbedisce: sulla carta fotografica che si asciuga emergono puntualmente un giardino, l'ombra di un'anonima silhouette e soprattutto un randagio nero e bavoso. Che a ogni scatto si fa sempre più minaccioso, e più vicino all'obiettivo. Abbastanza da saltare nel nostro mondo, rotta la catena tra una dimensione e l'altra, per divorarci l'anima in un sol boccone? The Sun Dog, quindi, lo si legge in un flash. Senza farsi grandi domande sulle origini del mistero, destinato a rimanere senza apparente risposta. Aspettandosi, come d'obbligo in un certo tipo di horror, l'inevitabile ghigno sadico dopo la quiete ingannevole dei titoli di coda. Peccato che questo cane abbai ma, al contrario del famigerato San Bernardo killer, poi non morda.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: AC/DC – Dog Eat Dog

sabato 4 agosto 2018

I film che leggeremo #1: Young Adult

Tutte le volte che ho scritto ti amo
17 agosto 2018
Un'adolescente coreana per metà, cinque lettere d'addio mai inviate a cinque ragazzi che le hanno spezzato in modi diversi il cuore, l'imprevisto dietro l'angolo. Cosa succederebbe se i tuoi pensieri segreti fossero mandati per errore ai loro reciproci destinatari? Ne avresti abbastanza per farne una popolarissima trilogia Young Adult – avevo recensito il primo capito qui – e, se tutto va per il meglio, un film disponibile ad agosto in streaming su Netflix. Dirige la regista della commedie indie Carrie Pilby, scrive una delle sceneggiatrici della geniale sit-com Man Seeking Woman e, nei panni della protagonista, la bellezza vietnamita Landa Condor – vent'anni e buone chance, dopo la rivelazione Joey King, di farmi rivivere una tardiva cotta adolescenziale.


Dark Hall
1° agosto 2018
Menzionano i produttori di Twilight, riesumano le atmosfere dark degli Urban Fantasy in voga un paio di anni fa e subito, a farti tremare più delle presunte tinte orrorifiche, è la sensazione di già visto; il presagio che questo Dark Hall sarà un fiasco o che, peggio, passerà in sordina al pari degli sfortunati Fallen o La sedicesima luna. Eppure, eppure... Perché scomodare il nome di Rodrigo Cortés, regista dell'ottimo Buried? Perché chiamare all'appello le giovani star AnnaSophia Robb e Isabelle Furhman, con la sempre verde Uma Thurman come direttrice dal polso di ferro? L'autrice del romanzo che prossimamente sarà recensito su questi schermi è niente meno che Lois Duncan: sua la firma dietro il cult anni Novanta So cosa hai fatto. Vent'anni dopo, si replicherà?


Darkest Minds
14 agosto 2018
Provaci ancora 20th Century Fox. Con le saghe Sperling Kupfer da adattare. Con un genere, il distopico, che finora non ha mai saputo bissare il successo di Hunger Games. Con una storia all'apparenza non troppo innovativa, in stile Giffoni, che attira in minima parte con lo zampino dei produttori di Stranger Things Arrival e, nel cast, l'ormai immancabile Amandla Stenberg (un caso, poi, che l'attrice afroamericana fosse la piccola Prim nel film di Gary Ross?). Per fan di superpoteri, amicizie e tentate rivolte. Questa volta, per chi ha ancora l'età.


Crazy & Rich
16 agosto 2018
Negli anni Novanta erano Giovani, carini e disoccupati in una commedia di Ben Stiller. Adesso prima le librerie, poi il cinema, li desiderano Pazzi, ricchi e asiatici nello spirito glamour dell'estate. Tratto dal romanzo di Kevin Kwan, edito in Italia da Mondadori, Crazy & Rich perde l'aggettivo di provenienza, per volontà imperscrutabile dei titolisti italiani, e questo mese trova spazio in sala. Un'altra ragazza dagli occhi a mandorla, dunque, ma questa volta nessun grattacapo romantico: la protagonista, cresciuta negli Stati Uniti, si sposa con uno scapolo d'oro e vola a Est per conoscere la famiglia di lui. Non sapendo si tratti di uno dei maggiori costruttori di una Singapore da favola, né di essere troppo occidentale per una suocera alla Jane Fonda che no, non transige. 



Sei ancora qui – I Still See You
27 settembre 2018
A proposito di nuovi tentativi, a riprovarci è anche l'accoppiata del già mediocre Midnight Sun: il regista Scott Speer e Bella Thorne, teen idol che a onor del vero di tanto in tanto, di ruolo in ruolo, ha il coraggio di reinventarsi un po'. Faranno meglio con Sei ancora qui, intrigante thriller a tinte paranormali in libreria a settembre grazie ai tipi Sperling Kupfer? Una giovane donna perseguitata dagli spettri di un vecchio amore: fin qui, direste, niente di nuovo sotto il sole. E se la Thorne, irriconoscibile con il look dark, si allontanasse da un mondo di languidi sospiri? E se fossimo all'indomani di un misterioso evento catastrofico, in un'apocalittica ucronia che di sci-fi ha in realtà molto poco? Anche se di poco fuori stagione – il genere, infatti, si presterebbe meglio alla leggerezza estiva – si vedrà (e leggerà, e scriverà).


The Hate U Give
19 ottobre 2018 (USA)
Le differenze razziali, il braccio violento della legge, i lati oscuri – ma non troppo lontani dalla speranza del lieto fine – di una America contraddittoria, che non vive solo di sogni e frasi fatte. Il romanzo, edito da Giunti, ha vinto il vincibile: un best-seller, tuttavia, mai diventato mia priorità in whishlist. Ho fatto male, dite? Il produttore esecutivo di quel Mudbound a un passo dagli Oscar e la presenza della prezzemolina Amandla Stenberg lasciano respirare aria di impegno, e di sicuro successo.



The Miseducation of Cameron Post
3 agosto 2018 (USA)
Una Chloe Grace Moretz in stato di grazia viene spedita dalla zia in una clinica di recupero. La sua dipendenza, il suo crimine più inammissibile: ragazze di cui è contro natura innamorarsi. Il tema è lo stesso di Boy Erased, futuro asso pigliatutto ai prossimi Oscar con Nicole Kidman, Russel Crowe e un Lucas Hedges da convertire a forza nel cast. The Miseducation of Cameron Post, tratto da un romanzo semiautobiografico di Emily M. Danforth di cui attendo con ansia l'eventuale edizione italiana, è forse da meno? Le giuste carte in regola, i toni indie e la vittoria a sorpresa allo scorso Sundance – festival venerato da queste parti, inutile ribadirlo – suggeriscono il contrario, e ci regalano a mani basse la trasposizione più interessante di questa rassegna.

giovedì 28 giugno 2018

Mr. Ciak: Ogni giorno, Stronger, La terra di Dio, Tulip Fever

Un altro Young Adult sceglie il grande schermo. Questa volta, però, tocca a una storia che qualche anno fa avevo consigliato in lungo e in largo: Ogni giorno, diventato un piccolo film da un momento all'altro, in sala trova il regista della Memoria del cuore e l'autore di Quel fantastico peggior anno della mia vita. Nonostante l'affidabilità dei nomi coinvolti e un cast freschissimo, l'impresa era difficile se non impossibile. A conti fatti, non è stata persa in partenza. Scoprire al suono della sveglia di essersi svegliati in un corpo diverso: spunto abusatissimo. Ogni giorno, eppure, fa eccezione. Perché A. è un'anima antica che si sveglia ogni giorno, appunto, in un corpo estraneo. Qualche male intenzionato parla di lui come di uno spirito demoniaco, ma il protagonista non ha cattive intenzioni. Soltanto tanta voglia di restare, quando osa innamorarsi di Rhiannon, diciassettenne con due genitori in crisi e un fidanzato che la dà per scontata. All'inizio è arduo credere alle parole di uno sconosciuto che a volte è il ragazzo dell'armadietto accanto, altre un'aspirante suicida; a volte un orientale obeso, altre un'adolescente transessuale; alcune maschio, altre femmina. Quanto è difficile, infatti, andare oltre il guscio esterno per ricordarsi che lì sotto c'è chi ci ha regalato momenti perfetti? Quando è difficile pensare un dramma sentimentale in cui il protagonista cambia faccia a ogni stacco di montaggio? Sucsy e la sua squadra di attori – segnaliamo Lucas Zumann da 20th Century Women – ci provano, prediligendo la prospettiva del personaggio femminile e facendo una cernita doverosa delle infinite storie di A. Ne viene fuori una produzione forse non all'altezza dello spunto vincente, ma d'impatto. Il film sceglie la via più onesta. Non strappa lacrime con furberia, non si concede effetti speciali o una chiusa meno agrodolce, e ci ricorda con delicatezza il suo messaggio. Da dove nasce l'attrazione? Dalle tracce dei vecchi innamorati che ricerchiamo nelle fotografie, negli hashtag, nel gesto di riavviare una ciocca di capelli. Come ti rapporteresti con il prossimo, se l'empatia fatta sostanza ti avesse fatto soggiornare per un po' nella sua esistenza? Considerando tutto il mondo casa, ribadisce David Levithan, e l'amore un'esperienza trasversale. (6,5)

Ha promesso di aspettarla al traguardo. Voleva farsi perdonare le mancanze, i ritardi. Sostenerla con un cartellone impiastricciato alla maratona di Boston. Fra i due è tutto un tira e molla. Colpa di lui, che non è pronto a crescere, a impegnarsi, ad abbandonare il pollaio. Perciò Erin corre e Jeff, che non sta mai fermo, che si sbraccia e si sgola come un bambino cresciuto, la aspetta come prova di fiducia. Un'esplosione. Il fumo. La caccia istantanea agli attentatori. Jeff li ha visti e sopravvive: può denunciare. Jeff si sveglia nel sangue e non ha più gli arti inferiori: tranciati di netto sotto il ginocchio. Stronger, ritorno al cinema e alla serietà di David Gordon Green, ne racconta la caduta e la risalita. Biografia di un uomo e di un Paese – patriottica alla Eastwood maniera, ma piuttosto onesta; commovente ma lieve –, restituisce la verità, l'energia, gli sbagli, a un trentenne trasformato dai media in simbolo istantaneo. Uscito dall'ospedale, il protagonista ha le telecamere sbattute in faccia: due occhi che dicono tanto, un sorriso tirato, il pollice all'insù. L'America, come lui, è forte. Non viene vinta, non si arrende. Spente le luci, il ragazzo era soltanto un sopravvissuto bocconi, che reclamava il suo spazio per soffrire e guarire. Il bambinone irrequieto dell'inizio, a cui toccava dipendere dalla pietà degli altri; a cui toccava dare l'esempio che non era in grado di offrire. Un Gyllenhaal straordinario si strugge in solitudine, si ubriaca coi compagni di merende, si trascina nella polvere per scongiurare Tatiana Maslany – stanca delle sue continue bizze, di mamma Richardson che deve metter sempre bocca –, e infine si rialza. Lui, molto meglio di un ritratto a modo, godibile, a cui manca la spinta decisiva. Per imporsi presso un Academy che non troppo a sorpresa l'ha ignorato, e all'inizio ci si chiedeva il perché. Per metterci in ginocchio con la sua tragedia, e poi tenderci la mano. (6,5)

La storia di un amore omosessuale tra le nebbie dello Yorkshire. Si parla di braccianti e mandriani, di bestie da far nascere o macellare, e la cupezza delle atmosfere e l'alta quota richiamano subito Brokeback Mountain. Si parla di giovani uomini sporchi, incolti, laconici, agli antipodi rispetto agli innamorati elitari di Chiamami col tuo nome. Lassù ci si capisce con il linguaggio dei gesti, o così sembra. Sullo sfondo di paesaggi mozzafiato, la regia spartana dell'inglese Francis Lee – vincitore a sorpresa agli scorsi Satellite Awards accanto a Tre manifesti a Ebbing, Missouri – segue la routine di due personaggi ridotti all'osso, che passano dal reciproco fastidio all'attrazione senza quasi bisogno di parlarsi. Lo scapestrato Josh O'Connor e il solerte Alec Secareanu si trovano a collaborare fianco a fianco per mandare avanti l'azienda agricola del primo: nonna Gemma Jones che sa tutto ma non dice, un padre disabile in fondo interessato alla felicità dell'unico figlio, la difficoltà immane di farsi andar bene una vita imposta da qualcun altro. Quella terra non può domarla nessuno, se non il Padreterno. Il piccolo God's Own Country, approdato anche in qualche coraggioso cinema italiano con il titolo La terra di Dio, è un'educazione alla natura e ai sentimenti. I corpi pelosi, nudi, che nell'unica scena di sesso si limitano a toccarsi. I parenti che tacitamente acconsentono. Una discrezione scambiata per indifferenza soltanto in principio: non ci si chiede scusa, lì, e non si dice né grazie né prego. Manca loro, purtroppo, la testardaggine che una fattoria da mandare avanti e una relazione sentimentale inevitabilmente presuppongono; non di certo la tenerezza che non ti aspetteresti, benché agli agnelli e agli amanti si riservino le stesse cure spicce. God's Own Country è lento, crudo, secco. Sarà per questo che sorprende in punta di piedi quell'intensità finale, quel trasporto emotivo fortissimo, in un melodramma bucolico per il resto pieno di spifferi e violenza. Il lieto fine, raro e meritato dopo una giovinezza di compromessi e sacrifici. I colpi di testa e di cuore, i sorrisi stentati, in terre a picco in cui gli innamorati fan da padroni, andandosene via, infine, perfino il Creatore. (7)

Nella cornice dell'Olanda seicentesca, una serva impertinente – Holliday Grainger, innamorata del pescatore Jack O'Connell – racconta con un inglese perfetto la corsa all'oro, anzi ai tulipani, e le sfortune della famiglia Sandvoort. Lei moglie bambina, lui scafato mercante, in attesa di un erede o di una tentazione da cogliere: a strappare una Vikander bellissima e annoiata dal cupo castello di Waltz, cattivo al solito ma con qualche sfumatura in più, arriva così il pittore di un anonimo DeHaan. La loro passione clandestina: fragile quanto quei fiori di cui qualcuno vive e qualcuno muore. Tulip Fever si poggia sull'intrigo, sull'inganno, sul malinteso. Dramma della gelosia e della sorte, ha un clima ben reso – la regia moderna e il montaggio concitato suggeriscono il fervore, il respiro affannoso della corsa e del sesso – ma svolte macchinose e dialoghi a tratti ridicoli. Se non fosse per la scarsa fretta nel trovargli una distribuzione in Italia e per la fredda accoglienza, se non fosse per il romanzo piacevole e poco più alla base, sarebbe stato lecito nutrire alte aspettative. Con quel ricco cast, tra protagonisti e figuranti (ci sono anche la badessa Dench, il giullare Galifianakis e la prostituta Delevingne). Con quell'aria giusta, a scatola chiusa, da film assai caro all'Academy. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, l'ultimo film di Chatwin poteva risultare altresì noioso, pesante, ingessato. Leggero e sensuale, dai ritmi vorticosi e caotici, Tulip Fever è invece una visione che si affronta con leggerezza e con altrettanta leggerezza si dimentica. Una febbre lunga un pomeriggio appena, con i sintomi di una sfarzosa mise-en-scène, di un inutile impiego di nomi e mezzi, di una bellezza formale (nei costumi, nei luoghi, nei nudi) che a malincuore subito sfiorisce. (5,5)