Ci
sono film che vanno visti sul grande schermo. Quelli che sono
tridimensionali, anche senza occhialini. Le magie di registi padroni
del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza
trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti
la testa. Al limite, quello che hai sulla
testa: i capelli, elettrizzati. Quale titolo, quest'anno, esige una
sala buia con te al centro - lo schermo che, per due ore, diventa il
tuo orizzonte – se non l'ultimo Mad
Max,
giunto con un ritardo di trent'anni e un necessario rinnovo
generazionale? Al timone, un pirata con la barba bianca: Frank
Miller, uno scattante e irruento giovincello di settant'anni che, a
dimostrare che i sogni di gloria non invecchiano, riprende la sua
saga distopica – nata quando la distopia non era moda – e lo fa
con la fantasia trascinante che ha preservato e gli
effetti speciali all'avanguardia in cui, all'inizio dell'avventura,
non aveva confidato. Nel 2015 i motori rombano più forte; i cieli
infuocati hanno sterminate sfumature di rossi e arancioni; la notte,
nel deserto, è in bianco e nero. I suoi piani originali non li ho
conosciuti, ma il mondo di Mad
Max –
l'apocallisse di Ken
Il Guerriero che
si faceva realtà, con gli inseguimenti, i signori dell'universo,
tutto quel sangue, tutta quella sabbia – mi è comunque stato
familiare, da sempre. Vedevo cose come Doomsday
e
il paragone scattava. Ma, a fine visione, ho capito che gli altri
titoli non sono che una copia a scopo illustrativo. Un'idea vaga di
un mondo cinematografico che ha scarsa cura dell'interiorità dei
suoi personaggi – bidimensionali, monolitici – ma un'esteriorità
che corrompe gli scettici tanto che è prepotente. La nuova fatica
del regista – ed è una fatica autentica, perché sei talmente così
dentro al film da avere la fronte sudata, l'affanno – conquista pubblico e critica, e le recensioni entusiaste e
il cast con grandi nomi hanno messo sull'attenti anche me. Tom Hardy
avrà altri film per ricordarci quanto sia talentuoso e quante
espressioni sappiano passare sul suo viso duro, qui perpetuamente
corrucciato; Charlize Theron, i capelli rasati e il viso sporco,
tornerà a essere icona di femminilità nel prossimo spot Dior. Ma
lui pazzo e lei furiosa sono i protagonisti perfetti di
un'orchestazione folle. Questa volta si corre, si picchia duro,
perché se si sta fermi si muore, catapultati in un intreccio che un
intreccio non è – casomai, un pretesto per dare il via a questo
tripudio di spettacolarità – sulla scia di un harem in rivolta, di
una amazzone rabdomante, di uno schiavo portato poco per le parole e
tanto per l'azione. A bordo di un carro armato che solca le dune come
fossero oceani di sabbia, emerge, per l'ipercaratterizzazione e il
trucco, un irriconoscibile Nicholas Hoult: l'unico ad avere il
diritto a un tentennamento kamikaze, a una svolta, in una squadra di
eroi senza macchia che cercano il loro speranzoso valhalla. Mad
Max
non è il mio genere. Ma questa è la classica scusa che ci si dà
davanti ai film difettosi. Invece pnotizza. Coi dialoghi limitati e
limitati battiti di ciglia. E il cinema – qui a livelli vertiginosi
– è anche questo. (8)
Mai
rileggo, raramente riguardo. Il primo Pitch
Perfect – arrivato in
sordina, in Italia, con il titolo Voices
– era tra le mie poche eccezioni. Visto un paio di volte nel giro
di un anno. Capitava lo proponessi per le serate in cui avevo gente –
e cibi spazzatura – in casa. Quando si voleva ridere, ma non con
il solito film. Nessuno lo conosceva ancora, e io invitavo i miei
amici a passarselo, a guardarlo, a caricarlo sugli iPod. Metteva di
buon umore. Dava il via ai passaparola e ai tutorial, su YouTube, per
imparare a suonare – armati di bicchieri di plastica – quella
Cups Song subito
tormentone. Mi ero lasciato trascinare da
Pitch Perfect come gli
spettatori americani, avendo in simpatia il musical e le classiche
rivincite dei perdenti annunciati. Attendevo il sequel –
presentato, questa volta, in pompa magna, con recensioni in
anteprima, incontri sul Red Carpet, incassi raddoppiati e Mad
Max vari scacciati dal
primo posto – e purtroppo è stato delusione. Cosa che immaginavo,
nonostante le medie audaci e tutta la notorietà guadagnata: destino
dei sequel a cui Pitch
Perfect 2, con trama
evanescente e cast ampliato al seguito, non sa sottrarsi. Le Bellas,
che alla fine del primo film avevamo lasciato alle prese con nuove
sonorità e un successo agli albori, rinate dalle ceneri – e dal
vomito – dopo fischi e fiaschi, sono ancora insieme, ma appaiono
distanti. In cerca di loro stesse, si ritroveranno solo nell'ultima
parte, nella prevedibile performance per la vittoria – anche se si
punta, quest'anno, direttamente al mondo, essendo l'ambiente
universitario un piccolo palcoscenico per le loro enormi ambizioni.
Troviamo le protagoniste cresciute e abbellite – molte, come una
Anna Kendrick qui stranamente scostante, hanno fatto nel frattempo il
boom al cinema – e pronte alla laurea: qualcuna pensa al lavoro che
verrà, qualcuna all'amore; ci sono nuovi ingressi – Hailee
Steinfield, l'anonima Giulietta
di Carlei che, per farmi un dispetto, è diventata bellissima d'un
tratto – e i riusciti personaggi maschili vengono al contrario
abbandonati. Ridotti a volti tra la folla. L'esordio della Banks alla regia non ha cura particolare, infatti, né dei
vecchi né dei nuovi. I corpi non sono amalgamati, ed è come se ci
si pestasse i piedi, nonostante il perfezionismo e numeri ben
pensati. Manca la hit autentica, le scena clou– nel primo, invece,
ricordate gli esilaranti provini, il Riff Off, l'omaggio a Breakfast
Club?
-, i mash up che
spaccano. Si va avanti con il pilota automatico, senza il consueto
brio, e si sceglie di fare affidamento più sui siparietti della
comica australiana – un'irresistibile Barbie XXL
– che sul canto
corale. Pezzi meno coinvolgenti e numeri non altrettanto trascinanti.
Si ride e in pochi sembrano essersi accorti che manchi come il
leitmotiv. In compenso, troppa Rebel Wilson e tanta comicità
slapstick – del tipo che, di solito, è a pannaggio degli uomini,
con peti fragorosi, smutandamenti plateali e proposte indecenti:
immagino però sia un'altra faccia del cosiddetto girl power - e, facendo le doverose proporzioni, a uscirne sconfitta è la musica
stessa. (5,5)
Cosa
ci fa un adorabile bambino di dieci anni, la valigia in una mano,
tutto solo a zonzo tra gli Stati Uniti? Ha abbandonato il suo ranch,
una casa in cui non si parla di ciò che si ha dentro e, lasciandosi
dietro solo una lettera, sale sui treni come un clandestino, chiede
passaggi – e caramelle – agli sconosciuti, mira a Washington D.C.
Il motivo: ritirare un prestigioso premio, lui che non ha finito
nemmeno le scuole medie, quindi figuriamoci se ha un dottorato. Ma è
un piccolo genio – vive di dati, mappe, invenzioni strabilianti –
e a quell'età è più facile creare una macchina miracolosa che
tollerare il primo dolore. Il suo viaggio – che è un viaggio
dentro e fuori di se, come nella tradizione dei migliori romanzi di
formazione – sarà scandito da flash che lo riporteranno
puntualmente a casa – tra gli insetti della madre entomologa, gli
scleri della sorella aspirante attrice, i cavalli del padre
agricoltore – e dalle comparse di un amico immaginario. Quel
gemello che, per un gioco in nome della scienza, è morto e che, ora,
è un ricordo che non va via. Lo
straordinario viaggio di T.S Spivet –
produzione franco-canadese arrivata da noi con due anni di ritardo –
è un racconto per famiglie che ha, sotto sotto, qualcosa di
speciale. Divertente, malinconico, toccante. Convenzionale, eppure
fantasioso. Sarà che ha questo protagonista piccolissimo e un po'
assurdo, un tenero Kyle Catlett che non permette che la mamma Helena
Bonham Carter – unico nome noto del cast – gli rubi le meritate
attenzioni, e che c'è un regista che trasporma tutto in oro ai
passaggi di macchina da presa. Questo suo ultimo film non è
straordinario, forse, come il titolo promette, ma è il compromesso
adeguato dopo qualche anno di silenzio. E io, che altrimenti trovo i
bambini che recitano tristissimi, come le tigri al circo, dopo pareri
così così, ne sono rimasto piacevolmente stupito. Di Amèlie
c'era il mondo favoloso
e un personaggio particolarissimo; di Una
lunga domenica di passioni quelle
due o tre scene toccanti davanti alle quali mi sciolgo. Si parla di
Jean-Pierre Jeunet, coi colori coloratissimi, le voci narranti
d'altri tempi, la fotografia da cartoline inoltrate direttamente da
Paradiso Città. Il raccontastorie girovago che piace soprattutto ai
grandi. Questa volta, con gli stessi occhiali dalle lenti rosa,
guarda l'America, e le praterie infinite, i grattacieli alti più dei
papaveri e le stazioni deserte appaiono diverse dal solito –
indeterminate, tanto che viene spesso da chiedersi ma
siamo nel passato, nel presente o nel futuro?
- perché filtrate dallo sguardo di uno che, anche se turista in
terra straniera, non abbandona mai la sua poetica della meraviglia.
(7)
Io
ho questa strana cosa per i viaggi nel tempo e i paradossi
scientifici. Nonostante di rado decida volontariamente di esplorare –
al cinema – i territori del genere. Datemi grosse produzioni,
effetti speciali e risponderò con il male di vivere. Mi incuriosiva
però questo Project
Almanac: creatura
strana, con un tema che m'intriga in tutti i modi, il found footage del per me divertentissimo
Chronicle,
ma la firma di quel furbacchione di Michael Bay che, questa volta,
produce soltanto. Sin dall'inizio, ed è una sorpresa per un film che
sorprende altrimenti poco, il film di Israelite mi ha stampato un
sorriso inebetito in faccia e, nonostante chi giochi col tempo rischi
spesso di lasciarsi le penne, non è andato via, neanche alla fine.
Quello forse il difetto. Mancanza di dramma, in una pellicola per
giovanissimi che parte da uno spunto da fumetto – tre amici, il
progetto di una macchina del tempo, la bella del liceo da conquistare
– e indugia, ogni tanto, nei pressi di The
Butterfly Effect. Se lo
chiedevano anche in Questione
di tempo, poi: se il
battito d'ali di una farfalla causa uragani, cosa accadrà con una
love story che gli annuari scolastici non prevedono? Si parla, per fortuna, di amori freschi
e giovanili, e non c'è stucchevolezza alcuna. Project
Almanac è un po' un
Project X –
ma meno maleducato – con il cuore dei film per famiglie delle
estati di Italia Uno: alla
Jumanji, alla Zathura.
Qualche estate fa, probabilmente lo avrei adorato – per il tempo
rubato per intrufolarsi a un concerto degli Imagine Dragons, per le
vincite alla lotteria, per la leggerezza pazzesca di vivere i
diciassette anni senza volere salvare l'universo per forza. Adesso
l'ho trovato semplice, godibile, immaturo, ma cavolo se me lo sono
goduto. Purtroppo sono cresciuto abbastanza per dire che c'è di
meglio – e di peggio: di Bay, fortunatamente, giusto l'ombra vaga
del primo Transformers,
ai tempi del LeBoeuf sobrio – e per rinunciare all'idea
pazza di costruirmi un affare simile in soffitta. E mannaggia.
Tornare indietro no? (6)
Una
manciata di vecchi amici, un'intrusa con un bambino in arrivo, le
solite chiacchiere tra passato e futuro. Poi, la domanda: il
nascituro com'è che si chiamerà? Da una semplice curiosità
espressa così, per cortesia, una discussione tragicomica che dura un
film intero e che, a colpi di rivelazioni e imprevisti, renderà
quella compagnia scoppiata forse più unita ancora. L'importante:
sopravvivere alla cena; possibilmente tutti interi. Della Archibugi
ho visto poco e niente e l'arrivo della sua ultima commedia in sala
mi aveva lasciato indifferente. Qui e lì, poi, su un blog e un
altro, ho letto le nomination ai prossimi David di Donatello e il
legame stretto con una commedia francese che mi era sfuggita –
perché ogni tanto i film d'oltralpe, strano ma vero, li metto in
lista e poi il bel proposito mi passa di mente. A sua volta, quel
film – che recupererò, prima o poi – era tratto da una pièce
contemporanea e Il nome
del figlio dal teatro
riprende gli ambienti limitati, i misurati exploit dei singoli
attori, l'impianto. Giusto qualche flashback a spezzarne la
continuità. Potrebbe sembrare piattissimo, ma in realtà l'ho
trovato, a tratti, anche spassoso. Ben recitato e scritto anche
meglio: solido, il che non è poco. Attori alle prese coi tipici
ruoli che ormai anni di film hanno cucito loro addosso – il
piacione Gassman, l'intellettuale Lo Cascio, la burina Ramazzotti,
l'istrione Papaleo, la mite Golino – ma che, con sicurezza grande,
si muovono amalgamati ad hoc in un'ora e mezza che ha occhi solo per
loro. Non hanno paura di una macchina da presa che, a volte, li
appiattisce seguendo stilelemi televisivi, né di copioni a volte
impegnativi che tirano fuori il meglio – e il peggio: le ipocrisie,
i difetti, le antipatie – di loro. (6,5)
Buongiorno, amici
lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito
a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione
di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso
avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il
post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e
di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa
forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto
breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria
del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma
dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per
un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci
posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi
hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per
amor vostro, Love, Youth – e
cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario
e Le stazioni della
fede. Sicurissimo sulle prime cinque
posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -,
meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il
tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è
fuori – e no, non è
la frase di lancio di Love.
Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e
film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un
film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che
l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”,
va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian
contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il
2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio
tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e
grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.
10.
The Final Girls: Un
brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella
casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia,
lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci
manca: lo adorerebbe.
9.
Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si
spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco
e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un
esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso,
con la verità che non si discute e quelle
famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo
nostro.
8.
Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che
l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio
fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di
impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra
invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e
riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta –
grande bellezza.
7.
Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la
significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti,
facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo
che non cade; sospeso nell'attimo.
6.
Suburra: Uno
di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo –
e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali
come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5.
Whiplash: Un Full Metal Jacket su un
pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso,
vitale esuberanza. E tutto il resto è
jazz.
4.
Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che
riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si
affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo
ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e
mp3.
3.
Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le
inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei
lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più
struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2.
Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e
la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame,
senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la
testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i
capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi –
è anche questo
1.
Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la
felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy
– so' pezzi 'e core.
Miglior attore
protagonista:
Eddie Redmayne –
La teoria del tutto
Paul Dano –
Love & Mercy
Michael Caine –
Youth
Migliore attrice
protagonista:
Valeria Golino –
Per amor vostro
Julianne Moore –
Still Alice
Felicity Jones –
La teoria del tutto
Migliore attore
non protagonista:
J.K Simmons -
Whiplash
Oscar Isaac –
Ex Machina
Claudio Amendola
– Suburra
Migliore attrice
non protagonista:
Alicia Vikander –
Ex Machina
Jane Fonda,
Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain
– Crimson Peak
Muchacha sexy:
Gemma Arterton –
Gemma Bovery
Alicia Vikander –
Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea –
Youth
Bello
impossibile:
Matthias
Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan –
Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman –
The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi
– Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson –
Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton –
Kingsman, Testament of Youth
Sing:
Rudderless - Sing
Along
La famiglia
Belier – Je Vole
Spectre –
Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher -
Hungry Hearts
Kevin Bacon –
Cop Car
Lorenza Izzo e
Ana de Armas – Knock Knock
Will you
recognize me?
Jake Gyllenhaal –
Southpaw
Nicholas Hoult,
Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris –
Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl
Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris,
Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy –
Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake
Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way
you l... die:
Malin Akerman e
Bette Davis Eyes – The Final Girls
La mattanza e, in
sottofondo, Wait – Suburra
Gli zii malefici
uccisi a colpi di dildo – Deathgasm
C'era
una volta una principessa ribelle che, come le colleghe femministe
Elsa e Merida, rifiuta velo nuziale e corona. Solitaria e coraggiosa, con una
mamma morta misteriosamente e un papà presto convolato a nozze con
un rettile di matrigna (letteralmente!), si sottrae al destino
prestabilito di moglie e sovrana, si impunta, ma non sa quali
alternative la aspettino. Giusto un po' più brilla, ma non per
questo più audace delle recenti colleghe Disney, cerca sé stessa e
un posto nel mondo con i classici viaggi non lontani dalle classiche
metafore esistenziali. Non si imbatte né in un lieto fine né nella morale
dell'ultimo rigo, ma in due strani aiutanti – un buffo elfo
alle prese per la prima volta con la vita vera e un demone custode, che qualche volta la induce in tentazione – che le fanno da spalla
comica nell'ultima creazione dell'autore cult dei Simpson e
Futurama. Nonostante le aspettative inizialmente alle stelle,
le novità scarseggiano. Meglio i rutti rumorosi dell'orco
Shrek, meglio le principesse a New York di Come d'incanto,
meglio le gustosissime variazioni sul tema dello sfortunato Galavant.
Disincanto, infatti, lo si segue ma non brilla di luce propria. Avrebbe
potuto prendere e modificare canzoni e motivetti, per farsi beffe
della stucchevolezza delle favole per l'infanzia. Avrebbe potuto in
alternativa calcare la mano con gli intrecci, il sangue e il sesso,
se Il trono di spade è
diventato il fantasy per antonomasia. Purtroppo non giovano la durata
ingiustificata degli episodi, i ritmi dilatati; situazioni e
personaggi abbozzati, in vista di una compattenza narrativa
riscontrabile appena dall'ottavo episodio in avanti. No, non ci si lascia
incantare a colpo d'occhio. Questo Disincanto poco
omaggia, non parodia affatto e, almeno per ora, diverte l'indispensabile. (6)
Prendete un nonno inventore che ritorna
all'ovile; una figlia adorante e un genero scettico, noioso, che
della famiglia risulta il più sacrificabile; due nipoti più
curiosi che intimiditi, in particolare, da traviare nell'arco di tre
folli stagioni. Si parla di animazione e fantascienza, due delle cose
che meno mi piacciono, ma senza grandi sorprese l'abbinamento non è
di quelli letali. Si parla, in ritardissimo, di Rick e Morty:
il disimpegno e la leggerezza di una sit-com, sangue e parolacce a
fiumi, un amore infinito per il nonsense che si nutre di scenari
fantastici, missioni impossibili, paradossi logici e citazioni alte.
La serie che, appunto, piace anche a chi su carta il genere non lo
digerisce. La serie che vince agli Emmy, per esempio, grazie all'episodio in cui l'irresponsabile Rick si trasforma in un cetriolo pur
di non affrontare una riunione familiare che si preannuncia
sgradevole. C'è del genio, non lo si può negare mica, in questo Ritorno
al futuro col bollino rosso: ma è sufficiente? Troppo sopra
le righe ed eccessivo affinché la riuscita sia perfetta o equilibrata, è la dimensione umana, quella interpersonale, che gli
manca: soprattutto allontanandosi dalla prima stagione, girata più in
piccolo e per questo migliore delle successive, si sente la mancanza
degli improperi, in seguito camuffati da un bip
strategico; degli interni domestici, delle dinamiche
intergenerazionali, a cui si preferiscono i cannibali di Mad Max,
mondi alternativi retti dal femminismo imperanti, cloni e
deflagrazioni in grande stile. I difetti, forse, stanno in un budget che
cresce esponenzialmente; in una serie rinnovata per stagioni e
stagioni sulla fiducia, che fa di tutto per stupirci e non ripetersi.
Spessissimo ci riesce. Altrettanto spesso, però, rischia di rendere
i personaggi semplici macchiette – fa eccezione un Rick che, dopo
aver messo in pericolo il nipote e la nostra realtà, di tanto in
tanto si ravvede a suon di esami di coscienza –, con copioni di
freddure e cattiverie che avvincono e divertono, ma ti impediscono di
affezionarti a loro nonostante una compagnia lunga trenta
episodi. Non è Bojack Horseman, nichilista e dissacrante. Non
è Big Mouth, colorito e sincero. Piuttosto, è un'altra
faccia dell'intrattenimento per adulti: a tratti la più fine a sé
stessa, ma anche la più audace, la più scatenata. Su questo e altri
pianeti. (7)
Siamo
sempre nello spazio, sempre in uno sci-fi, sempre a cartoni. Questa
volta, però, in una serie animata Netflix di cui poco ho letto in
giro, vista su consiglio prima di mio fratello Diego, poi di un
coinquilino che ha preferito rivederla con me anziché aspettarmi. La
storia è quella di Gary, delinquente da poco ed eroe per caso,
condannato a scontare cinque anni di detenzione in solitaria in una
prigione galattica su misura in cui patisce la mancanza di altri
esseri umani – ad animare le sue giornate, soltanto l'irritante
robot Kevin e un'intelligenza artificiale che lo guida e lo consiglia
con benevolenza – nonché la crudele penuria di biscotti al
cioccolato. La sorte e la sceneggiatura lo chiameranno ad affiancare
una bella Guardia dell'Infinito di cui è innamorato perso e a
sabotare i pianti del temibile ma cagionevole Lord Comandante – in
lingua originale, doppiato da un eccezionale David Tennat –, che
vorrebbe aprire un varco per liberare i leggendari
Titani, diventando così uno di loro. La chiave sembra essere
l'insospettabile e dolcissimo Mooncake: pallina tutta sorrisi, verde
e fluttuante, con una fama improbabile di distruttore di pianeti. Finale
Space ha musiche indovinate,
disegni pieni di colori che accolgono volentieri più di qualche
guizzo artistico di CGI e un equipaggio francamente adorabile che
intrattiene per dieci episodi, strappa sorrisi e perfino lacrime. Con
i suoi sacrifici d'obbligo. Con le canzoni che sottolineano gli stati
d'animo loro e nostri. Con un'irresistibile mascotte da proteggere,
una coraggiosa ribelle da far sospirare, qualcuno di importante da
vendicare sporcandosi le mani di sangue e qualcosa di buono, di vero,
da imparare di puntata in puntata. Ci sono ingenuità grandi e piccole; troppi abbracci e troppi discorsi di
incoraggiamento; una struttura, a lungo andare, ripetitiva. Ma uno
spunto abusato, mai come in questo caso, si rivela vincente con
poco senza scontentare né gli appassionati – riconosceranno
all'interno l'ironia e la bontà dei Guardiani della galassia – né gli aspiranti
nerd dell'ultima ora. Gli si vuol bene
all'istante, e Gary e gli altri li si riconosce amici a un primo
sguardo, come succedeva a ricreazione, a scuola: benché teneri e sfortunati,
i protagonisti provano a fare la differenza – a salvare l'universo –,
o almeno ci provano. Dalla nostra, li ringraziamo per il
tentativo. (6,5)
Alcune
bellezze sono così sfacciate da mettere nei guai. Succede a Jen, che arriva a bordo di un elicottero privato nella villa dell'amante. Una casa da rivista nel bel mezzo
del deserto di Mad Max. Il sesso, le feste, i viscidi soci di
lui. Che la guardano ballare con la bava alla bocca, la desiderano,
la hanno con la forza. Prima stuprata, poi messa a tacere con le
cattive, Jen muore e resuscita in un letterale bagno di sangue. La
sua sola colpa: essere troppo bella. Il suo solo scopo, se in
un rape and revenge di quelli classici ma rigorosissimi, vendicarsi
in maniera memorabile. Nero,
esilarante, femminista, Revenge di
originale non avrebbe nemmeno il titolo. Cosa me l'ha resto però un
potenziale cult all'interno di un sottogenere che di
spregevoli violenze sessuali e torture esemplari ne ha proposte e
riproposte in abbondanza? Lo stile
inappuntabile di chi sa unire Lolita
a Rambo, un'estetica assurdamente alla moda a una
violenza ributtante. Il corpo a corpo a nudo, come in La
promessa dell'assassino, e trip
allucinogeni che amplificano i cinque sensi ma spengono il dolore. Il
mancato physique du role di due dei tre aguzzini, quasi buffi, e
quello invece da capogiro di una Matilda Lutz che ci mette l'anima e
soprattutto il corpo. Non violentate Jennifer,
recitava il titolo del capostipite di film come questo. Non ci
provate neanche lontanamente con l'attrice di origini italiane, già
vista con occhi innamorati in L'estate addosso
e Rings, che qui
impressiona ancheggiando perfino uno spettatore poco ormonale come me
e lascia che tutti i nodi vengano al pettine, armata di fucile e tanga. Se in un film che ha la marcia
in più del cinema francese, se diretta da una regista donna, se in
un'opera prima di quelle autoironiche e spregiudicate, Matilda passa
da succinta icona sexy ad amazzone, da oggetto sessuale a
corpo contundente. Mostrando che per alcuni fondoschiena, per qualche
amore sbagliato, è necessario avere il porto d'armi. (7,5)
Mamma
e figlio, una villa sulla scogliera troppo grande per due, un vuoto.
Si sente forte la mancanza dell'uomo di casa, se il bambino piange e
fa i capricci. Si sente forte la mancanza di un compagno, se si è
ancora giovani per essere vedove e il crepuscolo, il vicinato,
pietrificano per lo spavento. Quando cala il buio, dall'acqua
emergono figure spettrali. Il male gocciola sul bagnasciuga e,
immobile, spia dalle finestre. Cosa vuole la notte da quei
protagonisti fragilissimi, già perseguitati dalla morte e dagli
spettri della perdita? Horror psicologico che con molta probabilità e altrettanto disappunto qui non
vedrà mai la luce, The Crescent è un esordio precoce,
impressionante, nel segno delle tragedie familiari e dei simboli
sfuggenti di quelBabadookche miete già proseliti. La
prima parte ha la lentezza e l'intensità di un dramma a due. Mamma e
figlio, bravissimi, dividono la scena fra momenti di sconforto e
altri di tenerezza. Ti ci affezioni piano. Speri che lui si comporti
da ometto e che lei riesca a trovare nella pittura, nell'amore per il
piccolo, una via di fuga dalla depressione. La suggestione, le
stranezze, salgono insieme all'alta marea, ma l'esordio del canadese
Seth A. Smith affascinava già prima che i misteri della costa
venissero a galla. Per la bellezza dei moti ondosi che, in sequenze
quasi liriche, si confondono con i grumi di colore delle opere d'arte
della protagonista. Per l'umanità di naufraghi del dolore che per
tutto il tempo vorrebbero soltanto aggrapparsi: alla vita che resta,
tra loro. Spaventa la mutamorfosi del sinistro dirimpettaio, che
nasconde sotto la pelle la corazza di un paguro in cerca di casa. Si intuisce il
colpo di scena finale, arrivati al giro di boa, ma il difetto è un
altro: quei finali, al plurale, sì, che appaiono di troppo. Puntini
sulle “i” per dare confini precisi a un incubo lynchiano; a un delirio subacqueo che un senso, una chiave di
lettura, li troverebbe lo stesso. Alla deriva in un film, in un oceano –
emblema ora di vita, ora di morte –, che strappa e risarcisce.
(7,5)
La
solita magione fatiscente nell'Irlanda del primo Novecento. Due
gemelli – lui morboso e agorafobico, lei desiderosa di scappare con
un giovane soldato ferito – che hanno chiuso fuori il mondo. A
mezzanotte, la loro casa ospita i fantasmi. I due, chiusi in camera
da letto, ne evitano il contatto: pur sapendo che è cosa impossibile
eludere le loro attese; cambiarne i piani. Il regista Brian
O'Malley, presente in sala, ha citato The
Others, Giro di vite e Miriam si sveglia a mezzanotte
fra le proprie ispirazioni. Ha parlato di un'educazione come artista,
che si palesa a colpo d'occhio nelle atmosfere fiabesche e in
un'insolita cura formale – nota a margine, ha scelto come set
cinematografico una casa dalla fama losca che, nell'anno delle
riprese, avrebbe compiuto fatidicamente 666 anni. Avrei anche
perdonato la scarsa originalità, un colpo di scena male assestato,
ma The Lodgers non ci prova nemmeno. Nessuna attesa, nessuna
suspance, nessun brivido. Che senso hanno i fantasmi senza questioni
irrisolte, se di un solito horror si tratta? Accanto alla bravura dei
protagonisti, quei Charlotte Vega e Bill Milner che a onor del vero
hanno volti inquietanti il giusto, in The Lodgers purtroppo si
stentano a trovare altri pro. Affascinante nelle atmosfere ma
sonnolento – chiedetelo a mio fratello, che non ha resistito a
occhi aperti allo spettacolo delle ventidue –, questa solita ghost
story ha spauracchi che
paura non fanno e uno sviluppo non prevenuto. Stanco, non ho neanche
avuto voglia di pungolare Diego per irritarlo a dovere. The Lodgers si meritava il suo sonno, sì, e i
sottotitoli su Cineblog01. Non una sala per sé, né di certo un festival. (4,5)
Il
solito manipolo di sopravvissuti, tra le nebbie e le campagne di un
paese che resiste a un'inspiegata apocalisse. Spostarsi qui e lì, ma
purtroppo a passo di gallina, in cerca di qualche supersiste con cui
relazionarsi e di non morti ora da raggirare, ora da uccidere con
qualsiasi arma a disposizione. Ero curioso di conoscere gli zombie
secondo Robin Aubert, pare assai bene accolto allo scorso Toronto Film
Festival. Di scoprire un cinema franco-canadese che non viveva
soltanto del genio di Xavier Dolan, ma anche di registi poco
conosciuti alle prese con una storia troppo risaputa. Les affamés (disponibile anche su Netflix, con il titolo I famelici) non mi è piaciuto, e non ne faccio misteri. L'ho trovato
irritante, pretenzioso, e a fine visione non ho fatto compagnia a
quegli spettatori che hanno abbozzato un mezzo applauso. Visivamente
suggestivo (i misteriosi totem eretti nella brughiera, l'inquietante
fissità di mostri immobili come le gemelline di Kubrick, un gore
presente nelle giuste dosi), è un horror scarno, secco, ma vuoto più
che esile. Si va lenti, molto, pur essendo per tutto il tempo in
pericolo mortale. Si vagabonda senza speranze come nella Strada di
Cormac McCarthy, ma senza mai prendere a cuore i protagonisti –
volti e vicende anonime, che il pomeriggio stesso avevo già
scordato. In un genere a digiuno di novità, con gli zombie che da
otto anni a questa parte si sono fatti anche a puntate, Les
affamés sceglie le peggiori
borie da film da festival per distinguersi. Come se tutta questa
noia, nell'horror, fosse poi l'ingrediente che mancava. (5,5)
Ciao,
amici. Primo post del mese di agosto. Cavolo, come abbiamo fatto ad
arrivare al mese di agosto? Rintanati in casa, tra l'altro, perché
il tempo minaccia tempeste un giorno sì e l'altro pure. Io preparo
svogliatamente un altro esame, leggo, guardo film. Ma non
preoccupatevi: parecchi film di questo post risalgono a una vita fa.
Avevo scritto due parole, all'epoca, e lasciarle lì mi sembrava
male. Poi il tempo sarà pessimo anche da voi: e se voleste qualcosa
da vedere? Perciò ecco un'altra carrellata. Al cinema trovate
Anarchia, Chef, 22 Jump Street.
Tra i film rivisti, invece,il
controverso The Dreamers e
il sopravvalutato Shakespeare in love,
a cui ho dato un'occhiata in vista dell'esame di Storia del Teatro
Inglese. Gli altri, molti inediti e molti disponibili anche da noi,
meritavano giusto qualche parolina. E' tutto. Scrivetemi se avete
visto qualcosa, se avete intenzione di vedere qualcosa, quali sono
stati i vostri film della settimana... Quello che volete. Io, su
consiglio di amici blogger come Marco, di Pensieri Cannibali, ho
recuperato qualcosa della filmografia dell'enfant prodige canadese
Xavier Dolan: c'è da parlarne, sicuramente, e magari lo faccio la
prossima volta. Un abbraccio, M.
In
un futuro non precisato, c'è una notte dell'anno in cui puoi
purificarti nel sangue di chi non ti è amico. La notte del
giudizio. E' così che si chiamava un horror uscito lo scorso anno,
con budget limitato e un'idea forte alla base. The Purge
divertiva: un thriller home invasion, con strizzate d'occhio a
Funny Games e uno sfondo distopico. Gli incassi hanno dato
l'input a un seguito, arrivato puntuale e ben voluto. Zitta zitta, in
questa estate piovosa, ma assai arida di film, giunge alle nostre
porte l'Anarchia. Un film d'intrattenimento non male. Slegato
dal primo, sceglie gli spazi aperti e atmosfere alla Mad Max.
Gli attori sono sempre pochi – spicca Frank Grillo – e i
protagonisti dovranno vedersela con le ostilità dell'esterno. Torti
personali, fughe nel cuore della notte: uccidere o essere uccisi.
Meno crudo e anche meno innovativo di quel che appaia – continui i
riferimenti a Carpenter, Kubrick e a saghe come Hunger Games – è una
riflessione cinica e pungente su certi lati della cara America. La
violenza non sta nelle immagini, ma in una tematica che fa porre
domande e stuzzica ombre buie della fantasia. Questo sequel, tutto azione,
aperto al perdono e ai suoi lati positivi, si chiude con un tocco di
bontà poco dannoso. Qualche ricorso di troppo a un deus ex
machina spuntato per botta di culo, qualche filo dell'intreccio
lasciato per conto suo, ingenuità perdonabili. Siamo ad
agosto e già trovare un film discreto, al cinema, è troppo. Per la
perfezione, cercare altrove. Un B movie che nasconde al mondo i suoi
limiti, con adrenalina, sudore e ipotesi di fuoco. (6,5)
Quando
una chiusa epica segna la fine di un film molto ordinario. Titoli di
coda originali e imperdibili. Molto più di questo sequel, che non è
all'altezza della simpatia del primo. Solita cosa, ma tanta autoironia.
Si parla, tra le righe, dell'inutilità dei seguiti, dei franchising
cinematografici, di alti budget per film discutibili. Se è conscio
dei propri limiti, questo lo rende... meno superfluo? Fa venire
voglia di estate, con le sue feste a cielo aperto e gli eccessi. E qui, da me, piove e tira vento: che amarezza. La
strana coppia Hill-Tatum funziona, ma le gag sono minestra
riscaldata. Sanno anche loro
di essere un po' troppo vecchi, ormai, per il genere. Lo dicono e lo
ribadiscono, in una prima ora e trenta che scorre, ma senza nessi
logici. E' fuffa. Gli ultimi quaranta minuti, i migliori, regalano
sorrisi, trovate impossibili, velocità. I momenti più riusciti sono
i siparietti con Ice Cube. Carino, ma di una comicità che non sempre
coinvolge. Scemo e più scemo con i pistoloni di Bad Boys.
Di 21 Jump Street, visto all'epoca dell'uscita, ho un ricordo
più che positivo. Ma saranno i ricordi che, questa volta, mi ingannano?
Non vi alzate dalle poltrone prima della fine, voi. L'unica cosa, insieme
al buffo colpo di scena, meritevole davvero. (5)
Jon
Favreau – regista di Iron
Man–
mette faccia, pancia, colesterolo e un cuore di ciccia in Chef,
la sua commedia indipendente. Un film leggero, caloroso e
coinvolgente su un cuoco che, dopo la stroncatura di un cattivissimo
blogger (no, non ero io, ma dovrei informarmi: mangiare gratis ai
ristoranti, gnam!
Tanto il fashion blogger non lo posso fare: sogni infranti...) e una
sfuriata tremenda rimbalzata su tutti i Social del pianeta,
compra un camion rugginoso e, col suo amico di sempre, gira
l'America, vendendo panini e caloriche squisitezze in un viaggio on
the road profumato, intimo e divertente. La sua passione gli ha
portato fianchi larghi, divorzio, un rapporto inesistente col figlio
ancora piccolo, inimicizie, un autentico caratteraccio. La sua
passione, diventata lavoro, non era più tale. Licenziarsi e osare un
po' sarà un gran bel colpo di testa. Venghino, signori: venghino! Il
ristorante ambulante di Favreau apre i battenti e, spendendo poco, si
mangia, si beve e si chiacchiera. Attirati dall'odorino invitante e
non dal frusciare delle banconote, si vedono in giro grandi nomi che
– per amicizia – fanno da sponsor e ci mettono la
faccia. Una sexy e mora Johansson e, al seguito, Hoffman, Downey Jr,
Platt, Bobby Cannavale. Il film, però, è tutto loro: il duo Favreau-Leguizamo è sfavillante, Sofia Vergara incanta e lo
spigliato Emjay Anthony è un bambinetto preoce e curioso, che odia
la birra e fa di Twitter un'impensata arma di successo. Una commedia
familiare su ruote e ai fornelli, che ti prende per la gola e ti
manda cartoline e tweet dagli spettacolari posti che visita. Finito
di vedere in tarda serata avevo anche una certa fame. E uno spuntino
di mezzanotte no? (6,5)
Un
giovane americano, una città straniera, il rifugiarsi tra cinema e
libri. Per fuggire, codardo inguaribile e pacifista convinto, da un
Paese che vuole ragazzi come lui, per spedirli in una guerra lontana.
Mentre fuori impazzano le manifestazioni e il '68 europeo reclama
incontaminati ideali, lui viene coinvolto in un circolo d'anime che è
un lusso per pochi. Isabelle e Theo – fratelli, gemelli, qualcosa
di più – aprono a Matthew le porte della loro reggia e lo lasciano
entrare: in stanze che pulsano di desiderio, libertà sfrenata,
canzoni ispiratrici. L'abc, il Bignami della storia del cinema. Il
cinema che parla di sé. I protagonisti sono appassionati che non si
perdono una proiezione; che – in sala – ci tengono a occupare la
prima fila; che girano liberissimi remake a ogni impresa, movimento,
sguardo. La pellicola, riflessione sui poteri dei registi d'ogni
dove, è la corte di questi tre amanti. Salvaggia. Un gioco della
bottiglia raffinato, turbolento e crudele in cui ci si sfida a fare
cose. Obbligo o verità? In palio, il terzo posto da occupare.
Uno spazio in quella parentesi genetica, in quelle indecorose
affinità elettive: l'onore di essere due gemelli siamesi, più uno.
Il film ha un regista invisibile e uno sguardo lascivo. Anche
attaccarsi alla stessa bottiglia, aggiustarsi il rossetto, soffiarsi
il fumo nella bocca sa essere seducente. Si capisce,
anche se non si vede. Che ci sono i nudi frontali, i ménage à
trois, il sesso ed eppure potrebbe esserci anche altro, tra questi
due bambini dispettosi che trattano il terzo come una bambola. The Dreamers è un intrattenimento d'autore
sospeso e sognante, etereo e lontano dalla realtà, come un dramma
bucolico della Grecia antica. Sa di gioventù senza limiti. Anche se
ambientato tutto in un appartamento. Anche se girato undici anni fa,
da un regista settantenne, con un trio di attori con trenta candeline
spente sull'ultima torta. Si ci sveglia, calati nel reale, e
l'amor(al)e incanto non dura. Bertolucci descrive una fase
della vita da lui sperimentata chissà quando. Gli bastano poesia,
leggerezza e un grande segreto. I ventenni vogliono le stesse cose;
ma non ditelo in giro. Le rivoluzioni culturali e, perché no, anche
una casa sospesa nel tempo da condividere con loro. Un candido
Michael Pitt; un ombroso Louis Garrel; una travolgente Eva Green –
con il nome della prima abitatrice del mondo - nata già donna, con
gli occhi da vergine e il corpo da Venere di Milo. Un sogno erotico
per tutti gli sfiorati da Morfeo. Adulti, non svegliateci. (8)
Film
strapremiato, arrivato al cinema quando io avevo qualcosa come
cinque anni. Visto all'epoca e mai più recuperato. Alcune cose le
ricordavo. La Paltrow che, coi capelli sciolti, volteggiava per
liberarsi della fascia che le comprimeva il seno. Rush bonariamente
torturato nella prima scena. Il film nel film, il teatro nel teatro:
Shakespeare in Love, mentre in scena andava Romeo &
Giulietta. La storia d'amore dietro la tragedia, la realtà
dietro il mito. Realtà? Tutto è farsa anche nel gioiello di
commedia diretto dal sapiente John Madden, ma incanta e tu,
spettatore, credi. Il film, lieve e scenografico, si avvale di un
cast eccellente, di grandi impieghi di masse, di costumi opulenti e
dettagli ricercati. La sceneggiatura, ben cesellata, incastra la
storia d'amore tra William e la ricca Viola e la drammaturgia del
poeta di Stratford: così lei ispira Giulietta; così lei ispira La
dodicesima notte e il sonetto n°18. Diverte, tocca, intrattiene
ad arte. Concilia relax e storia. Ottimo cast, comprimari nobili,
interessanti citazioni da cogliere sparse in giro. Il mistero, piuttosto, sono le
tredici nomination agli Oscar e la vittoria della Paltrow, con un
ruolo poco impegnativo. Quell'anno la concorrenza doveva essere
scarsa, o un film che io ho trovato bellino e poco più è stato
fortemente sopravvalutato. Snobbato dalla critica invece un ottimo e preciso
Fiennes; la Dench – bravissima, per carità - esce mezza volta e si
becca un Oscar. (7)
Interessante
esempio di thriller psicologico dal piovoso Regno Unito. Il
linguaggio delle chat, i pericoli della rete, la paura del terrorismo
nei primissimi anni duemila. Identità in frantumi e giochi di
potere, in una storia di morte e amicizia anche un po' prevedibile,
ma coinvolgente e frenetica. Scenari umidi, trama che mischia dramma
umano e giallo, rapporti strani per adolescenti strani. Spiccano i
due bravi protagonisti, non ancora noti all'epoca. Un bruttino e
gracile Toby Regbo (Reign), uno sfrontato e sicuro Jamie
Blackley (Resta anche domani). Tra Disconnect e Diario
di uno scandalo, una pericolosa e affascinante storia vera. (6,5)
Piacevole
tragicommedia su un tipo burbero e scontroso convinto di avere
novanta minuti di vita a disposizione. Sarà il suo vero destino o un
errore del medico curante? L'uomo più arrabbiato di Brooklyn, come il
titolo dice, ha tanti errori da farsi perdonare, tanta gente da
salutare. Lungo il tragitto, in tempo reale, una giovane dottoressa
addolorata per il suicidio del suo imprevedibile gatto, un figlio che
ha deciso di aprire una scuola di danza, una moglie distantissima, un
"piccolissimo" fratello minore. Non avrà l'originalità
dalla sua, ma il cast è ottimo. Bravissimi Williams e la Kunis,
altrettanto i comprimari. Melissa Leo, Peter Dinklage da Games of thrones, Hamish Linklater - visto già accanto al protagonista in The Crazy
Ones. La morale è la solita, lo sviluppo non è dei più
imprevedibili. Ma fa sorridere, emoziona. Vivi ogni giorno
come fosse l'ultimo, e così sia. (6)
Che
film carino. Molto estivo. Commedia musicale sconosciuta, diretta dal
sempre bravo David MacKenzie (Follia, Perfect Sense). Le
atmosfere di un concertone all'aperto, belle voci, belle facce,
qualche risata. Due musicisti di band rivali, in una notte surreale e movimentata, si trovano ammanettati insieme per capriccio di un misterioso passante. Spalla a spalla, mano nella mano, hanno una manciata di ore, l'arrivo dell'alba, una chitarra e un ritornello da intonare per conoscersi meglio. E scoprire di piacersi. E mandiare al diavolo i loro attuali compagni. Romanticismo e rock 'n roll, una super colonna
sonora. Il mash-up con la Tainded Love di Marilyn Manson - ok, la sua era una cover, ma è l'unica che ricordo - che è già un mio personale must. (6+)
Paulette
è una nonnina dolce e gentile che vive all'ombra del Louvre, in una
Parigi piena di farfalle e fiorellini colorati. No, scherzo! E' una
vedova sarcastica e stronza, che – in una Francia piegata in due
dalla crisi economica – si muove per le strade di periferia come
una barbona senza identità. Vivere con lei non è facile e
sopportarla ancora meno. Finché comincia a farsi bella, a comprare
oggetti al di fuori della sua portata, a riempire la sua famiglia di
regali. Ha messo su una fiorente attività: fa la spacciatrice.
Paulette è un Come ti spaccio la famiglia della terza
età. Un incrocio tra L'erba di Grace e Chocolat. I
suoi punti di forza sono una trama che mescola attualità e farsa e,
soprattutto, una protagonista straordinaria: la settantaquattrenne
Bernadette Lafont. Paulette è stato il suo ultimo film: si è
spenta, purtroppo, nel luglio dell'anno scorso. Quella vecchina bisbetica,
crudele e simpaticissima che ho appena scoperto mi mancherà un
mondo. Divertitevi, guardatelo e – ci scommetto – mancherà
prestissimo anche a voi. (6,5)
Ammetto
le mie colpe: NON ho mai visto OldBoy. Dieci anni dopo, il
remake: massacrato pubblicamente. Non avere un criterio di paragone mi aiuta: ho
scoperto questa storia crudele sequenza dopo sequenza e,
nell'epilogo, sono stato colpito allo stomaco da un atroce colpo di
scena. Tanto bello, tanto cupo, tanto estremo da far stare male. Deve
tutto all'inventiva del film originale, non lo metto in dubbio, ma è solo grazie a Lee se
vedrò quel film che non conoscevo. Il suo è unaction movie
classico, elegante, caratterizzato da un voyeurismo malato e
condannato da un intreccio machiavellico a un finale da tragedia.
Mostra un coriaceo e generoso Brolin armato di martello, come il suo
collega orientale, impegnato in un combattimento reso con un maestoso
piano sequenza e in una scena di sesso vista da mille telecamere e da
due occhi diabolici. Con lui, una Elizabeth Olsen delicata e
innocente. (7)
E'
brutto. E' sporco. E' cattivo. E' Machete, ed è tornato al cinema.
Che bisogno c'era? Questo
Machete Kills, per
quanto simpatico, violento ed eccessivo, scoccia. Una stanca copia del
primo, poco ispirata e poco necessaria, innaffiata da sangue a fiumi,
belle pupe e sparatorie alla Rambo. Danny Trejo – 69 anni! -
è un gran simpaticone. Il cast è grande e variegato e, tra
comprimari e semplici comparse, si avvale di attori di tutto
rispetto. Soprattutto, si avvale di attrici... be', non proprio di
tutto rispetto dal punto di vista attoriale, ma che, più scollate e
trasgressive, più crudeli e letali, fanno un baffo a quelle bellone
imbalsamate delle Bond Girl. Rodriguez usa e getta tante belle
fanciulle, facendo di alcune fugaci comparse e di altre
coprotagoniste, tanto belle, quanto stupide. Ma lui e il suo Machete
ci piacciono perché sono così: poco galanti, maschilisti, rozzi,
fisici e poco brillanti. (4)
La
sigla suggeriva di non farlo, di non guardare. Noi, affezionati
lettori dei volumi targati Salani o bambini cresciuti in compagnia
dei bislacchi travestimenti di Jim Carrey, abbiamo disobbedito.
Guardando gli otto episodi introduttivi della serie Netflix: belli ma
con riserva. Ritornando dagli orfani Baudelaire per una seconda
stagione ancora. Nuove disavventure, nuova crudeltà aggiunta, nuovi
antagonisti del lieto fine. Lo schema, immutato: i protagonisti
scappano, vengono acciuffata, se la cavano, vengono riacciuffati
ancora. Ricominciare dall'inizio, ogni volta, con altri
trasferimenti, in un altro angolo della fantasia di Lemony Snicket. A
onor del vero, le vicende si fanno più collegate – flashback di un
passato vicino o lontano, vecchi volti che diventano personaggi
ricorrenti, informazioni sulla società
segreta di cui i genitori di Violet, Sunny e Klaus facevan parte. Si
fanno più indipendenti dal film di quattordici anni fa, ma non da
una struttura che resta purtroppo il loro più grande difetto e la
loro più lampante particolarità insieme. Un collegio infernale, un
grattacielo senza ascensore, un villaggio assiepato dai corvi, un
ospedale in cui si è a rischio di lobotomia, un freak show con
talenti da strapazzo e leoni che hanno fame di frugoletti. Insieme a
loro, questa volta, la collaborazione di Isadora e Duncan, orfani
parimenti disgraziati e brillanti; l'agente segreto Nathan Fillion,
la bibliotecaria Sara Rue e l'irresistibile Lucy Punch, innamorata di
un Patrick Harris a lungo andare, spiace ammetterlo, insopportabile;
i siparietti musical e gli sprazzi horror che lo rendono, al solito,
uno stilosissimo esercizio di fantasia. Tutto giusto. Tutti bravi. Tutto bello. Dividerla in un mese
di visione, però, è stata una scelta necessaria, anche se non so
quanto vincente. Per sopportare quella ripetitività che proprio non
torna e ritmi che funzionano meglio su carta che in TV. Per non
lasciare prevalare i contro, per non lasciarla, affezionato come
resto alle tragedie dei tre fratelli, al fare sornione del narratore
Patrick Warburton e alla tavolozza variopinta di questi intrecci rocamboleschi,
a metà fra il gotico di Burton e lo zucchero filato di Anderson.
(6,5)
Ci
sono voluti tre film di Sam Raimi e tre stagioni con la serie
TV che porta il suo nome affinché Ash Williams, non più il
giovincello perso nei boschi del primo Evil Dead,
fosse scagionato dal sospetto dei concittadini. Non
assassino impunito ma cacciatore di demoni a tempo indeterminato, sul
finire della seconda stagione rivelava l'esistenza del Male con la
lettera maiuscola agli scettici e, in ritardo, veniva acclamato eroe. Per lui e i suoi aiutanti, però, non c'è pace. Il
sogno di gestire un ferramenta tutto suo, infatti, dura Natale e
Santo Stefano – sabotato da un'altra ondata di mostri, da svolte
più o meno previste che portano davanti a un bivio (più che bivio, è un portale spalancato su un'inquietante
dimensione parallela). Mentre Pablo è conteso da forze opposte e
Kelly, pronta a dire sì all'amore, cede suo malgrado il corpo a
un'entita primordiale, il solito Ash fa i conti con grattacapi
incresciosi: la salvezza del mondo e, soprattutto, una paternità
imprevista. Come può il cazzaro di sempre crescere un'adolescente
che, per di più, lo detesta? Come può essere il salvatore biblico
in cui un paio di eletti credono? Prima stagione che vedo
lontano da casa, senza la compagnia del mio, di papà, quella di Ash
Vs Evil Dead è a sorpresa anche
l'ultima: la Starz ha annunciato la cancellazione il mese scorso, nel
rumoreggiare amareggiato dei fan. Nonostante quel finale sospeso, che
annunciava per il futuro prossimo mondi e avventure alla Mad
Max, io dico poco male: la comedy horror
si congeda, e si concede secchiate di sangue, morti spassosissime,
personaggi sopra le righe. Onestamente, però, iniziava a farsi meno godibile, con il suo ripetere massacri e
situazioni grottesche. Più che per l'addio al piccolo schermo in sé,
allora, spiace per quello che potrebbe significare per il caro
Bruce Campbell, da anni in cerca – senza successo – di una vita
dopo Ash: gli toccano forse la tristezza del pensionamento, appese al chiodo motosega e
casacca blu? Nel dubbio, non ditelo a papà: che ci si fa
vecchi, che il divertimento è bello quando dura poco, che si finisce qui. (6,5)
I retroscena di un programma televisivo alla Uomini e
donne. Chi corteggia chi e, alla fine, un'unica scelta da condurre
in parata all'altare. Nel mentre, immancabili le manipolazioni degli
autori, che da dietro le quinte non si perdono un intrigo o la migliore occasione per aizzare il fuoco. UnReal,
partito anni fa su un'emittente ben poco propensa a brillare per qualità,
era la commedia nera che intrigava e, zitta zitta, faceva il filo
alla stagione dei premi. Protagoniste bravissime, sceneggiature
affilate, risvolti malsani. L'ultima volta, per proteggersi, ci si
era spinti fino all'omicidio. Shiri Appleby e Constance Zimmer, nonostante tutto ottime padrone di casa, sono ora alle prese
con il senso di colpa e un'ennesima edizione di Everlasting. Fuori
onda: il desiderio da parte della volubile Rachel di affrancarsi dai
ricatti e di far luce su abusi di cui chiedere spiegazioni
in famiglia; Quinn, sempre in cerca di pace e Emmy. Sotto i
riflettori, invece, si cerca l'amore con un'unica varazione sul tema:
lo scapolo stavolta è donna – femminista non così convinta, in fondo – e
i corteggiatori saranno dunque ragazzoni aitanti con concezioni agli
antipodi. L'idea della Lifetime, in una terza stagione strascicata e
poco necessaria, sembra avere esaurito il suo potenziale. Istanze e
riflessioni ammiccano spesso al caso Weinstein; i protagonisti,
viziosi e insopportabili, si proteggono a vicenda le spalle. C'è
poco pepe. C'è, soprattutto, poco trash. Anche in un finale
apparentemente risolutivo, tarallucci e vino, in cui l'elemento di
maggiore interesse è il promo, in chiusura, della quarta stagione già girata. Resisterò al richiamo della metamorfosi di Rachel, da
produttrice a concorrente d'eccezione, con lei che vorrebbe cambiare disperatamente vita e io canale? (5,5)
Ciao
a tutti, amici miei, e buona domenica! Il weekend, oggi, ha portato
una nuova recensione. Ringraziando la casa editrice per avermi inviato il romanzo a sorpresa, vi abbraccio tutti e, nella mia solitudine dei
numeri primi, vado a vedere un po' cosa mangiare a pranzo. Potrei
diventare uno chef, vi avverto! Buona giornata, M.
Titolo:
Gli acchiappazombie
Autrice:
Jesse Petersen
Editore:
Multiplayer Edizioni
Numero
di pagine: 223
Prezzo:
€ 9,90
Sinossi:
L'apocalisse
zombie ha portato fortuna a Sarah e David. Il loro matrimonio va a
gonfie vele. Comunicano bene, condividono le responsabilità e,
adesso, stanno avviando un'impresa. Acchiappazombie: per soddisfare
le vostre esigenze di eliminazione zombie. Ci sono un sacco di zombie
e questo significa un sacco di clienti... Solo che uno di loro non li
vuole morti, ma vivi e pronti per la sperimentazione. Gli scienziati
pazzi possono essere clienti difficili e, questa volta, Sarah e David
potrebbero aver messo troppa carne al fuoco.
La recensione
Esattamente
una settimana fa, recensivo Shadows, prequel del romanzo che –
divertente e veloce – aveva segnato l'inizio della mia tanto
desiderata estate. Per una pura coincidenza, proprio sette giorni
dopo, ho letto il secondo capitolo di un altro romanzo –
altrettanto divertente, altrettanto veloce – che, invece, mi aveva
piacevolmente accompagnato in una situazione decisamente meno
piacevole: l'ultima settimana prima degli orali. Panico, follia,
delirio assoluto. Libri ovunque, post it appiccicati anche tra i
capelli e sulle T-Shirt, dizionari aperti sulla scrivania come
trappole mortali e, in mezzo a quel pandemonio, un libro animato da
protagonisti che vivevano in un disastro ancora più grande e
temibile del mio: l'apocalisse. Loro mi avevano insegnato, nel loro
piccolo, in quelle poche pagine disseminate di morti, risate e tanto
amore, come affrontare l'inevitabile con stile. Senza mai perdere la
speranza, il sorriso... e la testa. E, quest'ultima cosa, non è da
intendere in senso lato, proprio no!
Finché zombie non ci separi,
come l'Obsidian di Jennifer L. Armentrout, non era il libro
dell'anno, e non voleva nemmeno esserlo: semplicemente, era la
lettura spensierata e buffa di cui tutti, ogni tanto, hanno bisogno.
Era un antidepressivo diventato libro. Era L'alba dei morti
dementi diventato romanzo. Il tema della fine del mondo è noto
mondialmente almeno quanto la mia incostanza: sarò, probabilmente,
uno dei pochi lettori al mondo, infatti, a non scalpitare di gioia
all'idea di conoscere, a poca distanza di tempo, i risvolti delle
saghe che ho letto. Mi stanco facilmente e preferisco che il tempo
limi meglio i miei ricordi, in modo da frenare le aspettative ed,
eventualmente, la noia, tra un romanzo e l'altro di una serie. Anche
con il secondo romanzo di Jesse Petersen ho fatto un'eccezione: sarà
finita meglio o peggio rispetto a quella brutta delusione chiamata Shadows? Meglio, decisamente meglio. Gli acchiappazombie,
infatti, è perfettamente coerente con il contenuto del primo volume.
L'interruzione quasi non si percepisce: è graduale, delicata,
naturale. Come Sarah e David non si sono presi una pausa nella loro
corsa verso la vita, così l'autrice non ha perso inutilmente tempo
prezioso: è tornata, grazie alla nostra Multiplayer Edizioni, in
tempi record, con lo stile, i personaggi e la leggerezza che me
l'hanno fatta conoscere e, in parte, anche amare. Ancora una
volta ha fatto il suo dovere, rispettando promesse fatte e le scarse
aspettative di sorta: mi ha divertito. Tanto. Il primo capitolo, con
personaggi proiettati dalla routine al set di un film splatter con le
risate registrate di sottofondo, aveva più trucchi e più dettagli
per fare ridere e sorprendere. Gli acchiappazombie, invece,
più vicino ai tanto citati Mad Max e Resident Evil,
questa volta, sceglie di parodiare i film più fisici, adrenalinici
ed estremi del genere. Ridere con la versione non-morta di Mr &
Mrs Smith era facile; si può
farlo, invece, davanti alle armi e ai colpi di kung fu di sexy eroine
in latex alla Kate Beckinsale? Con la Petersen tutto è possibile. In
un'America a pezzi e infestata da gente letteralmente a pezzi, la
narratrice di sempre, Sarah, ha lavorato ad una redditizia attività
anticrisi e, idolo delle masse, dall'alto della sua nuova mansione,
può finalmente fare un'autopsia degli stupidissimi film d'azione,
pieni di bellocci e bellocce con le tutine generosamente imbottite,
che il suo David l'ha sempre costretta a vedere, in serate molto poco
romantiche passate sul divano mezzo sfondato del loro appartamento
ormai andato in fumo.
Perché Hollywood dice un mare di stronzate.
Gli zombie non sono affascinanti e romantici come in Warm
Bodies, la Pretty
Woman di turno non troverà
nessun Richard Gere in limousine e smoking a strapparla via dal suo
corpulento pappone, le storie d'amore tra adulti non sono come mostra
The Notebook, Underworld
è una palla colossale. I
pantaloni di pelle stringono, fanno sudare le cosce, ingigantiscono
preoccupantemente il sedere (colpa loro, non dei fornitissimi magazzi del McDonald
sopravvissuti a una catastrofe planetaria!) e non facilitano
aggraziati e agili calci fluttunati alla Jackie Chan. Il rischio di
somigliare a un Kung Fu panda vestito di nero è dietro l'angolo,
siete avvertiti! Da disoccupati a icone, però, in situazioni come
queste, il passo è breve: morti tutti, morta la crisi economica.
Mentre Finché zombie non ci separi era
impostato come un alternativo opuscolo sulla terapia di coppia “fai
da te”, Gli acchiappazombie è
un manualetto per piccoli imprenditori desiderosi di crescita,
arricchimento personale, armi da brevettare e sangue marcio.
A bordo
di un furgoncino ridipinto che richiama quello dell'indimenticabile
Scooby Doo, Sarah e
David uccidono morti viventi su commissione. E fanno affaroni,
signorsì! Un autentico toccasana per l'autostima di Sarah: non deve
fare autografi ai suoi fan, ma ha comunque tipi in astinenza forzata
che, ad ogni occasione, nella folla, le cercano di palpare le tette.
E' la popolare, desiderata e ricca Paris Hilton dell'apocalisse.
Shhh... Non vi fate sentire! Lei preferisce Anne Hathaway: più
raffinata, meno estroversa
e con una tuta attillata che, nell'ultimo Batman,
le stava da Dio. La relazione con il suo David è cresciuta, non si è
arresa ed è sopravvissuta a un avvento di disgustosa violenza che li
ha trovati più forti, innamorati e affiatati di prima. Ma, cosa
risaputa, nemmeno loro possono sfuggire alla famosa crisi del secondo
romanzo... altro che crisi del settimo anno! Ci sono passati tutti e,
con un affascinante scienziato pazzo similissimo a Luke Wilson - non
il biondo con il naso storto, quello dei Tenenbaum!
- a far girare la testa alla nostra protagonista, riusciranno i due a
uscire sani e salvi, con la fede al dito, il cuore al posto giusto e
nessun morso bavoso sul collo? Scopritelo voi, tra ironici triangoli
sentimentali, zombie bionici e undicenni pestiferi che amano la guida
spericolata, la famiglia, l'azione, i colpi di scena finali. Gli
acchiappazombie è un libro
onesto, leggero, rilassante e coinvolgente che, caso raro, sa
restituire ai lettori il poco che promette. Finché il divertimento
facile è ciò che cercate, affidatevi a Jesse Petersen: la figlia
segreta di George A. Romero e Carrie Bradshaw ha tutte le carte in
tavola e, questa volta, sembra essersi divertita a leggere e fare a
pezzi anche qualche noioso libro di economia. O, magari, facendo
zapping, si è soltato trovata davanti una puntata di The
Apprentice; prima di spegnere la
TV sul faccione di Briatore, ha elaborato questo suo secondo, esilarante romanzo.
Una satira, diluita con tanto sangue e acqua di rose, che fa più che
bene il suo sporco e duro lavoro. Per sterminare zombie, infatti, è severamente vietato
essere schizzinosi. Le mie tre stelline sono riconfermate e il prezzo
del volume si abbassa di ben cinque euro. Anche se, qualche
fastidioso errorino di stampa qui e lì, si sarebbe potuto evitare,
onestamente, a una rilettura più attenta e accurata.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Capital Cities - Safe & Sound