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lunedì 27 luglio 2026

Recensione: American Psycho, di Bret Easton Ellis

| American Psycho, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 15, pp. 496 |

Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Nella prime pagina del romanzo cult di Bret Easton Ellis, la citazione dantesca campeggia come un avvertimento - scritta a caratteri rosso sangue sul muro di una New York invasa di poster di Les Misérables, ristoranti fusion, yuppies in doppiopetto e clochard coi segni del Vietnam. La lettura sarà un viaggio infernale: senza catarsi, senza senso, senza ritorno. Eppure, c'è qualcosa di curiosamente irresistibile - divertente perfino - in questo lungo decalogo di oscenità e griffe, sentenze e torture. Quanto è liberatorio essere cattivi?

Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa.

A tentarci con questa domanda è Patrick Bateman, reso iconico dall'interpretazione di Christian Bale. Ventisei anni, ricco e vanesio, vive nello stesso grattacielo di Tom Cruise ma ambisce a diventare il prossimo Donald Trump. Capobranco dei lupi di Wall Street, ha una fidanzata che lo considera il ragazzo della porta accanto e una schiera di amici identici in quanto a vestiario, ideologie, nevrosi. Intercambiabili come replicanti – i capelli impomatati, l'abbronzatura da solarium, il terrore della stempiatura –, vivono per una prenotazione al Dorsia e parlano dell'avvento dell'Aids come se non potesse sfiorarli, facendo a gara di commenti discriminatori. A trentacinque anni dalla pubblicazione, i risvolti shock di American Psycho sono ormai famigerati. E i segreti di Bateman non più così segreti. Anch'io sapevo già perciò che, indossati i guanti di camoscio Armani, si trasforma in un assassino di animali, uomini, donne, bambini.

Questi non sono tempi per gli innocenti.

La sua violenza riempie pagine tanto fantasiose quanto aberranti – con tanto di cannibalismo e necrofilia: il film mostra soltanto la punta dell'iceberg –, in una America troppo presa dagli scandali di Reagan per procedere con la conta delle vittime. Non sapevo, invece, che mi sarei scoperto spettatore di una specie di live show h24 in cui l'alienazione del protagonista si manifesta attraverso crisi di pianto e raptus. Forse non così colto, non così brillante, non così in forma, Bateman sputa sul lettore frasi turpi e pensieri di morte, mentre discetta amabilmente di quadri astratti (anche se quello in salotto è appeso al contrario), lenzuola di cotone egiziano (peccato che la lavanderia all'angolo tratti le macchie di sangue con la candeggina), biglietti da visita (avorio o color guscio d'uovo?). Cinico, schematico, esilarante nella sua assoluta immoralità, Ellis fruga tra le pieghe - e le piaghe - più purulente della propria generazione, firmando un delirio d'onnipotenza che striscia e incalza come un pensiero intrusivo. Essere un serial killer anziché essere nessuno: la provocazione, oggi più che mai, suona profetica. Nel 2026, uno come Bateman non finirebbe di certo dietro una scrivania. Potrebbe essere un influencer. O abitare già la Casa Bianca.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Psycho Killer

giovedì 16 luglio 2026

Recensione: Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates

 | Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates. La nave di Teseo, € 20, pp. 490 |

Come approcciarsi a una delle più grandi scrittrici viventi? L'indecisione, a lungo, mi ha tenuto lontano da Joyce Carol Oates: prolifica quanto Stephen King e, ogni anno, in odore di Premio Nobel. La conoscenza è avvenuta con un romanzo lungo, certo, ma meno sperimentale di altri. Una storia di formazione a metà tra Harper Lee e Ian McEwan, dove una dodicenne troppo curiosa scopre prematuramente le crepe del mondo adulto, il razzismo e altri mostri. Ultima di di sette figli, Violet Rue Kerrigan ama la sua famiglia. Al 388 di Black Rock Street, South Niagara, New York, vive questo affiatato clan di origine irlandese in cui la ragazzina vuole disperatamente essere accettata – soprattutto dai maschi, che più degli altri sembrano avere una vita segreta.

Una famiglia somiglia a un albero gigantesco. Può anche essere gravemente danneggiato, magari sta cominciando a morire e marcire, ma le sue radici sono aggrovigliate sottoterra, inestricabilmente.

L'irrequieta Violet incolla l'orecchio sulle porte chiuse e sulle assi del pavimento. Cerca di carpire i non detti, finché scopre qualcosa che tutti, compreso il sacerdote, le ordinano di omettere: i fratelli maggiori, senza motivo apparente, hanno ammazzato un giovane afroamericano. Lei è l'unica a sapere dov'è sepolta l'arma del delitto. Il titolo ce lo anticipa. Scissa tra senso di colpa e senso d'appartenenza, Violet farà la spia. Ma quella che sembra la fine è solo l'inizio di una storia che segue la protagonista dall'infanzia alla vita adulta, passando attraverso gli abusi di un insegnante, i lavori svilenti, le relazioni tossiche. Può la giustizia rovinare la vita? Uscita dalle grazie della famiglia, Violet imparerà che le parole sono irreparabili. E, davanti ai futuri predatori, avrà il terrore di perdere tutto, di nuovo, a causa di una sillaba di troppo.

La felicità non è affidabile. La malinconia sì.

Dopo una prima parte potentissima, la seconda sconta i difetti dei romanzi più lunghi del necessario. Gli stadi dell'esistenza della protagonista – fragile e provocatoria, vittima e carnefice – finiscono per somigliare a racconti sconnessi, quasi a sé. Anche quando il focus sembra perdersi, tuttavia, Oates resta straordinaria nel descrivere con asciuttezza la maturazione di Violet, il suo passare da una vita provvisoria all'altra, in attesa che la condanna dei fratelli – e, quindi, anche la sua – raggiunga il termine stabilito. Ma dove fare ritorno, se nel frattempo la casa d'infanzia è stata venduta per fronteggiare le spese giudiziarie? Ho fatto la spia è la storia di un esilio, di una ragazza con una cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei capelli e di un passato dolorosamente idealizzato, in cui le attese riempiono di speranza e terrore. Ogni famiglia è un microcosmo impenetrabile: la fedeltà è tutto, il silenzio è d'oro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Chordettes – Mr. Sandman

venerdì 3 luglio 2026

Pillole d'autore: Lo straniero | Andorra | Fun Home

 








Sole a picco: abbacinante. Poi la canicola, che scioglie l'asfalto. Smargina i contorni. Imperla le tempie. La calura della Algeri degli anni Quaranta fa da sfondo a un delitto a sangue freddo, nel classico di Camus. Un romanzo breve e introspettivo, schematico e rigoroso, un po' come il suo protagonista. Candido perfino nell'efferatezza, Mersault è etichettato come sociopatico. Accusato di omicidio, viene messo in discussione come figlio, amico, amante. È difficile simpatizzare per lui, così com'è difficile dichiarare amore verso questo romanzo che dal personaggio eredita gli schematismi, l'andamento boccheggiante, l'indifferenza. Eppure, Lo straniero all'inizio lascia freddi, per poi affascinare. Merito di un narratore chirurgico, che sembra guardare dall'esterno perfino i propri gesti e filtrare tutto più attraverso il corpo che le emozioni. Cosa ricorderò di Mersault? Un colpo di calore, poi un colpo di pistola: ne seguiranno altri tre. Il soffio oscuro della morte, che spazza via la monotonia dell'estate. I giorni che scolorano, mentre la detenzione si popola di ricordi. Il protagonista non dorme. Ha paura che il boia lo sorprenda nel sonno. Per fortuna, c'è la sera. Il caldo diminuisce, i rumori del carcere cessarono, e subentra una specie di tregua. È il sentimento della rassegnazione? Forse. Ma, in Camus, appare l'unica pace concessa. ★★★

Oltre ai dialoghi cinematografici, c'è una cosa che rende sempre riconoscibile Peter Cameron: il modo in cui descrive luce. Dorata come nel titolo del suo romanzo più bello, cristallizza i paesaggi in un eterno tramonto degno degli impressionisti francesi. Siamo sui Pirenei, nel principato di Andorra: un paradiso fiscale di hotel a picco e case in granito rosso, dove gli expat sono di casa. Segnali e minacce, però, seguono l'arrivo di Alexander Fox: un misterioso antiquario americano in cerca di redenzione, presto diviso tra due donne. Il ritrovamento di un cadavere in fondo al porto trasformerà quel microcosmo fiabesco in un labirinto senza uscita. Sospeso e raffinato, questo Cameron flirta con Daphne Du Maurier. Aspettatevi un gioco colto e raffinato: non un vero giallo. Forse meno a fuoco che altrove ma molto divertito, l'autore si conferma impareggiabile quando si tratta di raccontare gli uomini irrisolti e la gabbia d'oro del privilegio. Anche le pagine del suo Andorra scintillano. Ma, questa volta, è stato impossibile non immaginarle nel bianco e nero dei noir anni '50. Sotto la luce, sin dall'inizio, covava l'ombra. ★★★½

Si chiama Fun Home, eppure non c'è niente da ridere: i protagonisti lavorano in una ditta funebre. Parla di elaborazione del lutto, ma non c'è commozione: a raccontare la morte del capofamiglia è una figlia dagli occhi asciutti, che a quel padre gay rimprovera di averle rubato perfino il coming out. È una delle saghe familiari più belle che leggerò quest'anno: a parlarci, però, sono semplici didascalie. I graphic novel possono essere anche grandi romanzi? L'autrice ce ne dà la conferma con un gioiello dove ogni stanza di casa Bechdel riflette la personalità di un prof frustrato, col pallino degli esistenzialisti francesi e del design. Come ci si affranca da un'infanzia che è un'impostura? Come ci si libera dell'ombra di un padre tirannico, che non ha rinunciato al colpo di teatro nemmeno alla fine: incidente o suicidio? Mentre rievoca la propria formazione, Bechdel si scopre per sempre ingarbugliata all'uomo che ha tanto amato e tanto odiato. Questa tragicommedia è per chi è cresciuto con gli Addams alla TV, ha pianto davanti al finale di Aftersun e riso al funerale di un parente morto di fresco. L'odissea di chi non ha mai smesso di setacciare lettere e fotografie, pur di esistere ancora nella vita – e nella morte – di chi ci ha sempre tenuti a distanza. ★★★★½

giovedì 4 giugno 2026

Recensione: La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch

 | La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch. Nottetempo, € 17, pp. 334 |

Con quanta grazia è possibile nuotare nell'abisso? In acqua, Lidia Yuknavitch si muove come un pesce. Ha le spalle larghe, i capelli odorosi di cloro, gli occhi blu piscina. Ma mentre macina gare su gare, intanto, annega in sé stessa: tre matrimoni, due arresti per guida in stato d'ebbrezza, un'infanzia spesa accanto a un padre orco e a una madre troppo assuefatta agli abusi per reagire. Senza il kajal sugli occhi e gli anfibi ai piedi, si dedica allo sport quattro ore al giorno tutti i giorni. E, nei ritagli, legge Mary Shelley al posto della Bibbia. E folleggia. Sempre in hangover, sprezzante e arrabbiata, colleziona compulsivamente sogni di fuga, ciocche di capelli, aborti, uomini e donne. La storia della sua vita ha ispirato anche l'esordio alla regia di Kristen Stewart che, dopo la première a Cannes, arriverà in Italia il prossimo 11 giugno con Wanted Cinema.

Nell'acqua, come nei libri – puoi abbandonare la tua vita.

In questo memoir controcorrente, capace della turpitudine e del lirismo più devastanti, i ricordi emergono in ordine sparso. L'autrice getta il sasso, e le immagini affiorano come onde sul pelo dell'acqua: ecco le mani oscene di suo padre sulle sue, le ceneri sparse nell'oceano in un cappotto rosso, la rottura dell'imene in bicicletta, il brivido del sadomasochismo. Ma anche le lezioni di scrittura creativa con l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, l'ascesa nel mondo accademico dopo le sperimentazioni della controcultura, le gioia della maternità, la resurrezione attraverso il perdono. Niente podi né inni nazionali, ma soltanto una piscina anonima in un piccolo resort, accanto a un figlio che ha ancora paura di immergersi.

L'immagine di Giovanna d'Arco sul rogo bruciò dentro di me come una nuova religione. Il viso rivolto al cielo. La fede irrobustita come una guerra santa. E sempre la voce di un padre nella testa. Come me. Gesù. Che cos'è un uomo smagrito appeso a un pezzo di legno accanto all'immagine di una donna guerriera tra le fiamme?

Raramente, o forse mai, ho letto di così tanta carne; di così tanta pelle - pelle abrasa, lacera, spasimata. Yuknavitch è in fiamme. Come una Giovanna D'Arco queer, trasforma il fuoco che si porta dentro in un canto tribale: genera energia geotermica. Yuknavitch nuota. Verso un obiettivo, o lontano da qualcosa? Immancabile per chi ha divorato Neige Sinno, Tiffany McDaniel, Goliarda Sapienza – e si è lasciato da loro divorare –, La cronologia dell'acqua è una lettura talmente immersiva da farci scordare la terraferma. Yuknavitch è maestra dell'apnea. Con il tempo, ha domato la frenesia per mezzo della disciplina: le mani scattanti sia tra le corsie che sulla tastiera del PC. Si immerge, e porta tutto in superficie. Finalmente a galla. Senza peso.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dido – White Flag

mercoledì 27 maggio 2026

Recensione: Principio metà fine, di Valeria Luiselli

| Principio metà fine, di Valeria Luiselli. Einaudi, € 20, pp. 368|

Lei è un'autrice affermata. Nata a Città del Messico, vive a New York, ma ha origini siciliane. Al termine di un lungo tour promozionale e di una separazione dolorosissima, cerca un centro di gravità permanente nella città da cui nel primo Novecento partì la sua famiglia di immigrati: Catania. Ha con sé un portatile su cui abbozzare una biografia di famiglia (l'obiettivo: preservare i ricordi della madre, un'ambientalista radicale forse vittima della demenza), un antico mosaico cartaginese tramandato di generazione in generazione (raffigura Proteo: un dio mutaforma che conosce il futuro), una figlia dodicenne piena di domande (le risposte: vanno cercate alla cieca nei classici della letteratura latina).

Inizio e fine sono sempre confusi: sembrano scritti in un alfabeto straniero.

A dispetto del titolo bugiardo, Principio metà fine non è una lettura lineare. Ondivago, frammentario e un po' magico, si muove a confine tra Esiodo e Virgilio, realtà e invenzione. Siamo così sicuri si tratti di autofiction? La narratrice coincide con l'autrice? Quello che parte come il memoir di Valeria Luiselli si trasforma presto in uno sgangherato viaggio a bordo di una Panda rossa: riportare il mosaico di Proteo al sito archeologico di appartenenza significa combattere l'oblio. Sullo sfondo, una Sicilia degna di un film di Alice Rohrwacher: una terra in cui è ancora possibile confondere la vita coi romanzi, in cui convivono Dio e Giove, fanatici del complotto e tombaroli, accoglienza e xenofobia. All'improvviso, però, cambia il vento. E mentre l'Etna minaccia catastrofi, la narrazione trova nuova voce – Plinio il Vecchio che passa, quasi, il testimone a suo nipote –, diventando un'avventura ad altezza bambino che si affida a Polaroid e cartoline per raccontare i fili invisibili che tengono tutto insieme.

Mentre pensiamo di scrivere e leggere il mondo per loro, anche i nostro figli, in ogni momento, ci leggono e ci scrivono.

Qui lontana dai libri di denuncia sociale che l'hanno resa nota, Luiselli firma uno Zibaldone tanto misterioso quanto incantevole sul mito fondativo della propria famiglia: farà la gioia dei classicisti. Gli altri, forse, dichiareranno confusione davanti all'ennesima citazione di troppo. Ma perfino loro, scommetto, custodiranno nel cuore l'immagine di una donna e una bambina di ritorno dal mercato: portano una testa di pesce spada incartata come un mazzo di fiori.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Rosalia – Focu 'ranni

giovedì 21 maggio 2026

Recensione: Un raggio di buio, di Ethan Hawke

| Un raggio di buio, di Ethan Hawke. Sur, € 8,75, pp. 270 |

Che Ethan Hawke sappia scrivere, non dovrebbe stupire. Dopo un curriculum da rubacuori negli anni Novanta, ha collezionato cinque nomination agli Oscar – due delle quali, per di più, come sceneggiatore della trilogia cult di Richard Linklater. Dichiaro comunque meraviglia, però, davanti a una lettura che non si limita a essere una riflessione sul mestiere dell'attore: Un raggio di buio ha dialoghi brillanti, profondità psicologica e ritmi al fulmicotone, al netto di uno sviluppo un po' irrisolto. Proprio come Hawke, il protagonista, William, è un attore hollywoodiano desideroso di affrancarsi dall'etichetta di icona teen. Trentaduenne, papà di due bambini ed ex marito di una rockstar, si reinventa – o almeno ci prova – a Broadway. Mentre la sua vita privata va in frantumi, barbaramente sbandierata su tutti rotocalchi, lui diventa Hotspur in Enrico IV: l'eroe della tragedia, o forse l'antagonista?

Non vedevo l'ora di recitare. Se avessi saputo fare bene quello, sarei riuscito a riacciuffare il mio orgoglio dal fondo dell'abisso nero e cavernoso in cui mi sembrava di essere precipitato. Quella sarebbe stata l'unica cosa nella mia vita in cui non combinavo un disastro.

Continuamente messo in discussione come interprete, figlio, compagno e amante, William abbraccia il copione con un misto di abnegazione e disperazione. Perché la realtà è scadente. E, per essere un bravo artista, bisogna prima rinunciare a sé stessi. Si sorride dei flirt e degli inconvenienti, degli istrioni alla Laurence Olivier e dei capricci dei divi. Ma a emergere è soprattutto il batticuore del backstage. In queste pagine ci sono il fiato corto, i cali di voce, gli schizzi di saliva, le mani che tremano, la perdita di peso, i reading estenuanti e le coreografie dei duelli. Poi i fischi, gli applausi, le attese delle recensioni ufficiali… A metà tra una tragicommedia e il saggio di un addetto ai lavori, il romanzo fa con il teatro shakespeariano quello che Whiplash fece con la batteria. È elettrizzante, angoscioso, perfino mistico a tratti, e dice fuori dai denti quello che succede dall'altra parte del sipario. Anche l'ansia da palcoscenico e l'alienazione, infatti, possono diventare le migliori amiche di un personaggio che nel pentametro giambico trova finalmente salvezza – pur con la consapevolezza che perfino i migliori siano sostituibili: dunque figuriamoci lui. Una compagnia di 39 attori. Uno spettacolo lungo 4 ore. fari da 150 watt pronti a mettere in luce, o a bruciare, ogni ambizione. Come sopravvivere nel mentre? Soprattutto, cosa inventarsi dopo? Tutto il mondo è un palcoscenico. E Hawke conosce benissimo il prezzo del bis.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ditonellapiaga – Hollywood

lunedì 13 aprile 2026

Recensione: Cuore l'innamorato, di Lily King

| Cuore l'innamorato, di Lily King. Fazi, € 18,50, pp. 228 |

È un romanzo che si diverte a bluffare, questo: sarà che, a partire dal titolo, cita un gioco di carte inventato dai protagonisti? Cuore l'innamorato non è quello che sembra, e contiene più storie in una – diversissime per ambientazioni, toni, colori. Arrivato in Italia con una veste grafica degna del più frivolo dei romanzi chick lit, in realtà è una storia arguta, colta e piena di storie: se non fosse stato per il passaparola dei lettori, non l'avrei mai saputo. Diviso in tre parti, racconta tre fasi della vita della narratrice: senza nome, è ribattezzata Jordan come uno dei personaggi femminili del Grande Gatsby.

Senza il tempo, l'eternità fa meno paura.

Nella prima parte, è universitaria con due genitori divorziati, un solo fidanzato nel curriculum e un debito studentesco da capogiro: mentre medita di trattenersi lì per un trimestre in più, dice addio alla giovinezza accanto a Sam e Yash. Migliori amici e cocchi dei prof, hanno una citazione pretenziosa per tutto e, proprio come Jordan, vorrebbero fare gli scrittori. Ne nascerà un'affinità elettiva, dove l'amore, tuttavia, ci metterà lo zampino. Nella seconda parte, ambientata vent'anni dopo, la protagonista ha realizzato i suoi sogni, ha una casa piena di figli e animali, ma non si è sposata con nessuno dei due pretendenti: cos'è successo dopo un'esperienza da ragazza alla pari nei luoghi di Proust, Mann, Celine? Nella terza e ultima parte, il passato - a lungo, ripudiato per legittima difesa - diventerà l'unico rifugio davanti a una rimpatriata col sapore degli addii.

Ti ho amato per tutta la vita. Ci vediamo dopo il prossimo Bang.

La sorpresa è che Lily King è bravissima. Ma, forse, non è una sorpresa: classe 1963, precedentemente pubblicata da Adelphi, ha una lunga gavetta alle spalle e tutta la naturalezza possibile nell'alternare riflessioni etiche ad amplessi in letti minuscoli, la tragedia classica alle vibes di Sally Rooney. Ambiziosi e cerebrali, brillanti e ciarlieri, i suoi protagonisti filosofeggiano come nelle commedie di Allen e danno voce alle loro emozioni esclusivamente nei racconti a cui lavorano. All'inizio, ho amato tutto. A metà, ho storto il naso per i risvolti luttuosi. Alla fine, però, ho pianto: complice una riflessione conclusiva sull'amore, l'esistenza e il tempo sottolineata a penna sulla mia copia. Cuore l'innamorato, insomma, è meglio di quanto suggerisca la copertina e peggio di quel che giurano gli entusiasti. Ma resta una lettura emozionante, capace di riportarti all'età delle grandi scelte e di infonderti nostalgia per un tempo passato senza avvisare. Quando le amicizie sembravano eterne, i sogni a portata di mano e la felicità, tanto che era grande, faceva quasi spavento.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Sei tu

giovedì 9 aprile 2026

Recensione: La vita sempre, di Elena Varvello

| La vita sempre, di Elena Varvello. Guanda,€ 20, pp. 336 |

Da quando i miei nonni non ci sono più, le telefonate tra me e mia madre si sono riempite di storie – a volte inedite, altre note – sulla loro vite. Com'erano prima che la malattia ne ammorbidisse i corpi, indurendo il carattere? Chi erano prima di diventare i suoi genitori? Alla cornetta, mi promette che prima o poi mi regalerà i loro vinili, le foto del matrimonio. E mi strappa, in cambio, un giuramento solenne: un giorno, dovrò scrivere di loro. Parla di ricordi, e di sangue, e di eredità, anche l'ultimo romanzo di Elena Varvello: una «questione privatissima». Apprezzata in precedenza per le tinte fosche di La vita felice e Solo un ragazzo, torna in libreria con un intreccio più classico, il cui valore storico e affettivo si rivela realmente nel capitolo conclusivo.

Essere vivi – a me non toccherà mai il contrario, solo la vita, sempre.

Siamo ad Alba, a ridosso della Seconda guerra mondiale. Un po' come il rione di Elena Ferrante, la cittadina di Fenoglio e Ferrero è un microcosmo in cui i cinegiornali fanno da sottofondo agli amori, agli scandali, ai piccoli crimini degli abitanti. L'Europa brucia. Ma i protagonisti hanno vent'anni e nessuna intenzione di rinunciare ai loro desideri. Lei, Teresa, è un'aspirante maestra: dev'essere perfetta per il padre, tornato disabile dal fronte, e per l'amica Clelia, che in lei vede la quintessenza della grazia. Lui, Francesco, è un universitario fuori corso bello come Rodolfo Valentino: cresciuto senz'amore, lo ha cercato dappertutto, flirtando con le vita come si fa con una bella ragazza. Tra case di ringhiera e bagni al fiume, feste patronali e cinema, i due sono i soggetti di istantanee rubate poco prima dell'inevitabile: le leggi razziali, la diserzione, i rastrellamenti, la resistenza partigiana, i lager.

Ciò che scompare – dovunque, in ogni momento – non scompare davvero: si somma a tutto il resto.

Qual è l'eco che la Storia ha sulla vita delle persone normali? Epico e ordinario insieme, illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, La vita sempre è una lotta alla sopravvivenza in cui, alla costante ricerca di una libertà senza bandiere, Teresa e Francesco tentano di sgusciare tra le maglie del destino: anche a costo di scavare una via di fuga con un cucchiaio. Hanno il passo svelto, l'argento vivo addosso, un'intramontabile voglia di cantare d'amore. Varvello onora le loro vicende e, a tratti, le reinventa, in una narrazione che via via si fa più frammentaria: come i sogni, le poesie, le canzoni. Perché dove la vita dà e la Storia toglie, l'immaginazione risarcisce. Forse, è così che si tiene insieme ciò che la morte divide. Allora, al telefono, a mia madre ho detto di sì: un giorno scriverò dei miei nonni. Non tanto per la promessa che le ho fatto, ma per non lasciare che si perdano di nuovo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – Generale

martedì 31 marzo 2026

Recensione: Ho paura torero, di Petro Lemebel

| Ho paura torero, di Pedro Lemebel. Feltrinelli,€ 17, pp. 208 |

Lei, la Fata dell'angolo, è un travestito di mezza età con pochi capelli in testa ma molto grilli. Leggiadra come un colibrì, ricama tovaglie per le moglie dei gerarchi e, a dispetto della terza elementare, si esprime in poesia. Lui, Carlos, rischia la vita in un'eterna corrida: sta architettando un attentato per rovesciare la dittatura. L'obiettivo è Pinochet, qui fragile e dispotico, affiancato da una First Lady che gli rimprovera continuamente il muso troppo lungo e le divise troppo grigie.

Mi fai stare bene; quando sono con te sono felice. Neanche fossi un pagliaccio del circo. Non è questo, con te mi sento ottimista. E che altro? Che altro vorresti? Che mi ami un pochino. Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra l’amore e l’affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza.

Mentre fuori fioccano barricate e perquisizioni, i protagonisti - più simili del previsto, tra nomi fittizi e un gergo rubato al cinema hollywoodiano - si scoprono complici nello spazio angusto di una soffitta. La Fata viene ingannata da Carlos, in realtà interessato solo a un nascondiglio sicuro, o preferisce lasciarsi ingannare? La progressiva sinistra, un giorno, vedrebbe forse di buon occhio la loro vicinanza? Indimenticabile, la protagonista trasforma ogni fantasia in un film e, in pieno coprifuoco, lascia che la radio trasmetta esclusivamente canzoni d'amore.

Come si guarda qualcuno che non si rivedrà mai più? Come si fa a dimenticare quello che non si è mai posseduto? Così, semplicemente.

Nel romanzo cult di Pedro Lemebel, degno delle atmosfere del miglior Almodovar, le descrizioni, i pensieri e i dialoghi dei personaggi diventano lo spartito di un bolero malinconico. Un flusso vario e ininterrotto, allergico al disincanto, che riflette di consapevolezza – politica, etica, sessuale – perfino nell'inferno dei lacrimogeni. Sensuale, ironico, struggente, Ho paura torero dissemina centrini ricamati sulle casse stipate di armi e marcia davanti agli autoblindo con un cappello giallo canarino in testa. In un'epoca in cui tutto è proibito, ma ogni cosa, eppure, sembra ancora possibile, il romanzo trasforma un sentimento clandestino in una sfacciata bandiera arcobaleno. Siamo a Santiago del Cile, nell'autunno del 1986. È il momento peggiore per sognare l'amore. È il migliore. Forse, è l'unico.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Loretta Goggi – Maledetta primavera

lunedì 16 marzo 2026

Recensione: Il custode, di Niccolò Ammaniti

| Il custode, di Niccolò Ammaniti. Einaudi, € 176, pp. 16,50 |

Ha ispirato tutto e tutti: me compreso. Ogni romanzo è un evento. Ogni anno è segnato dall'attesa del suo ritorno. Dopo La vita intimasottotono, ma dall'inedito punto di vista femminile – l'amatissimo Niccolò Ammaniti torna al sud, alle storie brevi, alla narrativa di genere. Muovendosi tra la fiaba nera e il pulp, ci apre le porte della famiglia Vasciaveo. Marmisti in un borgo siciliano fatto di palazzine diseguali, campi riarsi e acque torbide, nascondono da duecento anni un segreto nel bagno di servizio e una collaborazione con la mafia cinese.

Non bisogna fidarsi della felicità: come lo zucchero caramellato, esiste per essere spezzata.

Nilo, il narratore tredicenne, è cresciuto nel silenzio di una casa piena di regole. Il lavoro dev'essere sempre pulito, senza strascichi. Le stanze in penombra. Il bagno serrato con tre lucchetti. A indurlo a trasgredire sono le ultime arrivate in città: Arianna, fatale modella di Onlyfans braccata dagli assistenti sociali e da un truce manager, e sua figlia Saskia, bambina in attesa che il padre ciclista torni a reclamarla. Come sempre, alcune immagini perturbano: cinema purissimo. C'è una testa d'uomo conservata nell'armadio, sul fondo della scatola del Pandoro. E dal bagno, notte e giorno, si avverte il picchiettio incessante di un paio di tacchi: per prendere sonno, in casa, sono necessari i sonniferi. Ma l'impressione è che Il custode – in definitiva, più di un racconto e meno di un romanzo – sia un divertissement per i fan della prima ora: ci sono idee e ritmo da vendere, ma la struttura appare piuttosto raffazzonata.

Nilo, noi siamo fatti di quello che siamo e di quello che vorremmo essere. Una parte senza l'altra non esiste, come il dritto e il rovescio di una maglietta.

All'età di Nilo, mi sarei divertito da morire - e in parte è successo anche a trentadue anni, benché abbia qualche pretesa di più. E non è escluso che, un giorno, complice un intreccio a cavallo tra crimine e mitologia, lo leggerò in classe ai miei studenti più giovani. Ma qui, oggi, dichiaro un po' di delusione davanti a un immaginario riproposto senza grandi variazioni sul tema. È il cuore mitologico del libro a restare intrigante: come nel mito di Medusa, tutto ruota attorno a una verità che sarebbe meglio non guardare negli occhi. Certe storie funzionano così: ci pietrificano per un attimo, poi svaniscono. Questa volta, a malincuore, l'incantesimo dura meno del previsto.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Kailee Morgue - Medusa

martedì 10 marzo 2026

Recensione: Non scrivere di me, di Veronica Raimo

| Non scrivere di me, di Veronica Raimo. Einaudi, € 18, pp. 160 |

Si può essere vittima dell'amore che abbiamo a lungo inseguito? Dopo averci fatti sorridere con Niente di vero, Veronica Raimo torna in libreria con un romanzo caustico, sottile, brutale. La sua scrittura, chirurgica alle prese con l'onestà della prima persona, dà corpo e cervello al dolore più divorante: quello inespresso. La protagonista, una trentacinquenne senza nome, ha amato l'attore Dennis May - icona del cinema indie incapace di bissare il successo dell'esordio - dell'amore tenero e un po' patetico delle fan devote. Aveva perfino il suo poster sul letto. Ora è sepolto in cantina, insieme alle prove del crimine. E lui, da ciò che raccontano le testate online, è morto suicida.

Tutto quello che non ho mai fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono.

Dopo quattordici incontri nelle camere d'albergo, è legittimo percepire una specie di vedovanza? Quel gesto estremo nasconde il senso di colpa per quanto accaduto nell'ultimo di quegli incontri? Su Dennis, la protagonista avrebbe dovuto scrivere una tesi in Storia del cinema. Ma non si è mai laureata, di scrivere ha smesso, e non è nemmeno riuscita a farla finita: con le sue poesie vendute ai turisti si spacciava per Sylvia Plath, senza però averne né il talento né la fermezza. Eterna incompiuta, abita una Roma che pare un limbo e, tra egocentrismo e vergogna, fa una disamina degli atti mancati, delle frequentazioni discutibili, delle occasioni perse.

Posso tornare lì anche ora. È tutto presente, vivido, come le cose che non esistono più e per questo esistono sempre.

Per un'illusione di ordine, trova rifugio negli automatismi del lavoro di cameriera. Ma è soltanto Raimo a rassettare il suo caos interiore, restituendole consapevolezza delle violenze subite, dei disturbi ossessivi, delle attese. Lui pretendeva l'adorazione che gli negava la critica; lei, con un abito di lamè scoperto sulla schiena, si sognava il suo “più uno” a Venezia. Si può andare gelosi perfino dell'unicità di un trauma? Perfetto per chi al cinema ha amato Sorry, Baby, Non scrivere di me si muove nelle ferite mal rimarginate. E nelle contraddizioni di una donna che, al contempo, spera e ha paura che la memoria di Dennis sia infangata. Quando una favola alla Notting Hill diventa un incubo, però, non resta che asciugarsi le lacrime con un tovagliolo sporco di supplì. E scriverne. L'affrancamento passa dalla penna.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Angelica Bove – Mattone

giovedì 26 febbraio 2026

Recensione: La vita giovane, di Mattia Insolia


|La vita giovane, di Mattia Insolia. Mondadori, € 20, pp. 384 |

Serve più coraggio ad andarsene o a restare? L'ho chiesto ai miei studenti, introducendo il finale dei Malavoglia. In classe, con me, c'era una collega di sostegno: anche lei, che per forza di cose si è lasciata il sud alle spalle, ha accolto la domanda con un sussulto. Mentre i nostri ragazzi suonavano più decisi che mai – coraggio, per loro, è prendere e partire –, io e lei ci siamo rivolti un'occhiata incerta. Senza dircelo, abbiamo pensato ai nostri paesi, ormai spopolati; ai nostri genitori, più fragili e segnati ogni volta che torniamo; agli amici rimasti, a cui vorremmo urlare di non accontentarsi, ché il mondo non è tutto lì. Siamo stati coraggiosi. O soltanto più veloci a scappare?

Guarda che un'ultima possibilità possiamo averla tutti. Finché stiamo al mondo, possiamo ancora averla.

Ho trovato gli stessi tarli nell'ultimo romanzo di Mattia Insolia: l'inno di una generazione, la mia, che voleva fare i soldi e salvare il mondo, prima di arenarsi in una stanchezza esistenziale dove dormire è l'unico modo per continuare a sognare. Il protagonista, Teo, da dieci anni a Milano, torna alle origini per il matrimonio degli inseparabili Giorgio e Matilde. Un tempo, insieme a Tommaso (fedele all'autodistruzione), Marta (vittima degli amori sbagliati) e Sofia (il suo più grande atto mancato), formavano un gruppo indissolubile. Laggiù, nella terra di nessuno, i grilli sembrano urlare un lontano misfatto e tutto, benché uguale, è cambiato. Ancora una volta, la provincia italiana fa da sfondo alla ribellione giovanile: il mondo è un parco giochi di sballi facili e i protagonisti, aggrovigliati come cavi elettrici, si preparano a darci la scossa. Insolia, per fortuna, confina le trasgressioni nei flashback e cambia registro, in un romanzo di inedita delicatezza. 

La vita di ora, la vita giovane, mi sarebbe mancata, ma non era per quello che ero in pena. A farmi soffrire era ciò che non avevo mai avuto, o fatto. La vita, sempre di più, ci avrebbe chiuso in quello che saremmo stati, allontanandoci da quello che avremmo potuto essere.

La collera ha lasciato spazio a una bellissima malinconia e, leggendo, mi è passata l'esistenza davanti agli occhi. Di solito, dicono, succede quando muori. Qui, invece, tutto scoppia di vita, e le pagine fanno da cassa di risonanza a noi eterni irrisolti, cresciuti con la Melevisione, la riforma Gelmini, le restrizioni del Covid-19 – e sono talmente già grandi, i nostri dolori, che forse non serviva appesantirli ulteriormente con le dipendenze, gli abusi, il revenge porn, l'autolesionismo. A tratti, la carne al fuoco è troppa. Ma l'autore siciliano conserva la fame dell'esordio, pur mettendo un punto alla rabbia che fu. A differenza del suo Teo, infatti, non reagisce all'imponderabile facendo spallucce. E firma il suo lavoro più sincero, dove non si è mai abbastanza grandi per affrontare la paura del futuro. La vita giovane è un amarcord con il reflusso gastrico delle sbronze tristi. Occhi chiusi, calici alzati, e si balla – scoordinatissimi – per frenare il bisogno di piangere. Adesso, cazzo, rivoglio indietro i miei vent'anni.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro – Incoscienti giovani 

giovedì 22 gennaio 2026

Recensione: Middlesex, di Jeffrey Eugenides

| Middlesex, di Jeffrey Eugenides. Mondadori, € 16, pp. 612 |

Cos'è che determina chi siamo? I nostri cromosomi, la maniera in cui ci hanno educati, le nostre radici? È una domanda, questa, che riecheggia in ogni storia di crescita. Ma in quella di Jeffrey Eugenides – un classico moderno insignito del Pulitzer – un po' di più. A raccontarla è un narratore dalla doppia natura, cresciuto come una bambina prima di abbracciare un'identità di genere maschile. A causa di un gene imprevedibile, rimasto sopito per oltre due secoli, Calliope, negli anni della pubertà, si scopre intersessuale.

Gli eventi davvero importanti non dipendono mai da noi. La nascita per esempio, e la morte. L'amore. E ciò che l'amore ci lascia in eredità ancora prima che nasciamo.

Ha lunghi capelli a schermarne il viso, tratti spigolosi, mestruazioni che tardano ad arrivare. Oggetto d'attrazione sia per i maschi che per le femmine, a volte cavia e a volte splendida creatura mitologica, Cal racconta la propria storia a ritroso, dipanandola come un filo di seta. I toni, epici e brillantissimi insieme, ricalcano quelli dei poemi omerici, omaggiando il mito platonico dell'anima gemella e mescolando la hybris alla scienza. A conoscenza non soltanto dei retroscena del suo stesso concepimento, ma anche di ogni piccolo segreto familiare, l'onnisciente Cal rievoca la relazione incestuosa tra i suoi nonni – Lefty e Desdemona, in fuga dalla dissoluzione dell'Impero ottomano –, il matrimonio tra i genitori – Milton e Tessie, cugini di primo grado –, i turbamenti di una Detroit stravolta prima dal fordismo, poi dalle rivolte razziali, infine dall'arrivo dei ristoranti in serie.

Ho l'impressione di sentirti, lettore. È l'unico genere di intimità che mi mette a mio agio. Noi due, soli, nell'oscurità.

Benché al centro di una sorprendente ascesa sociale, gli Stephanides sono forse maledetti? Middlesex è la storia della donna che visse due volte e, soprattutto, della sua grossa grassa famiglia greca. Un romanzo fluviale, esilarante, coltissimo, il cui cuore ibrido batte a metà tra la tragedia classica e il sogno americano, Gabriel Garcìa Màrquez e Nathan Hill. Proprio come i suoi avi, anche Cal viaggerà in cerca di un nuovo centro di gravità. Ad attenderlo c'è una San Francisco notturna, tentacolare e affascinante, dove la già fiorente comunità LGBTQIA+ gli infonderà il coraggio necessario per esistere senza giustificarsi. Perché, a volte, è possibile trovare armonia anche nella disarmonia. Senza essere “uno”, per sentirsi completi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Chappel Roan – Pink Pony Club

lunedì 22 dicembre 2025

Recensione: Destinazione errata, di Domenico Starnone

| Destinazione errata, di Domenico Starnone. Einaudi, € 17,50, pp. 152 |

Cosa succederebbe se inviassimo un ti amo alla persona sbagliata? E se la persona in questione ci spiazzasse, rispondendo prontamente: anch'io? È l'incipit dell'ultimo romanzo di Domenico Starnone. Un adorabile canaglia che, ancora una volta, a ottantadue anni, ci delizia con una commedia dagli equivoci dove serpeggiano le medesime inquietudini del thriller. Breve, chirurgico, divertentissimo, l'autore partenopeo torna al tema cardine di Lacci e Confidenza: il tradimento. Questa volta, il protagonista è un quarantenne con una moglie che ama alla follia e tre figli tanto belli quanto monelli. Nonostante una giovinezza turbolenta, si professa un uomo fedele – per quanto appagato solo in parte sul fronte lavorativo: è uno sceneggiatore televisivo, ma si sogna scrittore. Cosa lo spinge, in un giorno d'autunno, a uscire dalla routine e a dichiararsi alla collega Claudia – coetanea a cui, in anni di stretta collaborazione, non ha mai rivolto sguardi maliziosi? Il desiderio segue leggi imperscrutabili: lui la vuole perché lei vuole lui.

La casa brucia proprio quando ci pare di avere il controllo assoluto del fuoco.

Invulnerabili a tutto, perfino alla tramontana che fa tremare Roma, i due amanti vivono l'eccitazione e i dubbi degli adolescenti. Il messaggio è stato inviato per errore, o l'inconscio ci ha messo lo zampino? I rispettivi bambini, più assillanti che mai, sospettano qualcosa? Mentre gli interrogativi incalzano e la tensione erotica si fa così intensa da spingerci a trattenere il respiro, a vegliare sulla pantomima è Carlo: un azzeccagarbugli in là con gli anni, eloquente e sornione, identificabile in tutto e per tutto come l'alter-ego dell'autore. Dimenticate la scenata di Giovanna Mezzogiorno a Stefano Accorsi, le urla piene di rimostranze e gli schiaffi volanti. Non aspettatevi gli amplessi e le lenzuola spiegazzate di Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino, tutti bassi istinti e corpi da abbrancare. Quello a opera dell'amorale Starnone è un “bordello esistenziale” che non parla di sesso, ma di desiderio: una questione di potere, mai di piacere. Interamente filtrato dallo sguardo del maschio, il romanzo trasforma le figure femminili in organismi ignoti e ogni soprabito, ogni gonna o camicetta, in sognante fantasticheria. Cosa farsene di una ridicola scappatella, infatti, se sei uno sceneggiatore in crisi creativa? Meglio la fantasia. Meglio Destinazione errata - in cui ogni scelta lessicale è un brivido, ogni intrigo godimento purissimo. Perché fare sesso quando puoi leggere Starnone?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – Ti voglio

giovedì 18 dicembre 2025

Recensione: Il cielo è dei violenti, di Flannery O'Connor

| Il cielo è dei violenti, di Flannery O'Connor. Minimum Fax, € 15, pp. 230 |

Beati gli ultimi, perché di essi il regno è dei cieli. Siamo sicuri, però, che sia un premio di consolazione? L'interrogativo, insidioso, ci bracca fino all'ultima pagina di questo gioiello del southern gothic. Caratterizzato da ritmi imperiosi e da una cupezza a cui è impossibile sottrarsi, ha il fascino crudele dei miti biblici e le atmosfere sospese della fiaba nera. Giovanissima e animata da una spaventosa furia incendiaria, Flannery O'Connor – leggenda della letteratura americana di cui recupererò presto la biografia romanzata – assilla e perturba con una storia sui lati più oscuri della fede. Tarwater ha quattordici anni e la stessa fame della sua autrice. Orfano di entrambi i genitori, è stato cresciuto in campagna da un prozio che gli ha negato l'istruzione scolastica e lo ha avviato al fanatismo religioso. Lui ha una missione divina: è l'eletto.

L'amore è tagliente come il vento gelido e la volontà di Dio è brutta come l'inverno. Dov'è l'estate della volontà di Dio? Dove sono le verdi stagioni della volontà di Dio? Dove sono la primavera e l'estate della volontà di Dio?

Rimasto solo, si ricongiunge all'unico parente ancora in vita, Rayber: un uomo di scienza libero e progressista, con un figlio disabile a carico. Il piccolo Bishop non è mai stato battezzato. Ha inizio una convivenza tesa, psicologicamente logorante. E un braccio di ferro in cui si sfidano due inconciliabili visioni del mondo. Tormentati da sentimenti viscerali, i personaggi di O'Connor danno il via a un gioco di sopraffazione psicologica in cui i cattivi maestri non smettono mai di sobillare, nemmeno da morti, e l'amore si confonde con la vergogna. Tarwater, in fondo, prova affetto per il suo nuovo tutore? Rayber vede forse in lui il sostituto sano, forte e robusto di quel figlio maledetto dalla malattia? Vicino alle atmosfere torride e viscose di Thomas Savage, Il cielo è dei violenti è il romanzo di formazione di un novello Malpelo che, a pagine alterne, un po' avversa e un po' abbraccia il suo destino. Tarwater fugge e ritorna, disobbedisce e si affranca. Cerca sé stesso, o forse la salvezza, lungo il cammino insidioso che conduce alla grazia. Ma anche una parabola tragica in cui il firmamento ci schiaccia sotto il suo peso immane e Dio parla la stessa lingua del demonio.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Little Peggy March – I Will Follow Him

venerdì 12 dicembre 2025

Il cinema in libreria: Big Fish | Il profumo | Che succede a Baum? | Brian

È il miglior film di Tim Burton nonché uno dei miei preferiti. Mi ha insegnato la magia delle storie – forse, perfino più dei libri stessi – e l'abc per raccontarle. A lungo, non ho mai sentito il bisogno di recuperare il romanzo. Come si può essere all'altezza di un capolavoro cinematografico? Edward Bloom sta morendo. Costretto a casa, fa i conti con una malattia terminale e col rancore del figlio. Chi è stato davvero quel novello Ulisse che si è sempre sognato un pesce grosso? Tra biografia e elogio funebre, Big Fish mescola realtà e immaginazione, ricordi e mistificazioni, nello stile di Calvino. Scritto con l'inchiostro liquido della memoria, il romanzo non ha gli asfodeli del film. Il tempo non si ferma quando Edward conosce Sandra, e non ci sono città fantasma in cui le scarpe penzolano dai fili della luce. Meno d'impatto di Burton, Wallace ha però in serbo avventure alternative e un'immutata magia. Ormai al capolinea, Edward pensa di aver finito il suo repertorio di aneddoti. Ma ha un erede pronto a preservarli e tutta la morte davanti a sé. Se il suo corpo sembra al centro di una muta, perfino esalare l'ultimo respiro può rivelarsi un'altra storia. Un'altra trasformazione. Un'altra avventura. ★★★★

Rimando la lettura del romanzo di Patrick Süskind da vent'anni. Speravo di dimenticare, nel frattempo, la visione del film. Ma non è possibile passare un colpo di spugna sulle gesta e i delitti di Jean-Baptiste Grenouille, né sul finale a cui è destinato. Nato sul bancone di una pescheria, il protagonista ha cuore glaciale e un naso sopraffino. Prima garzone, poi eremita, infine assassino seriale, Grenouille si muove a caccia di bellezza. Il suo desiderio: scardinare il mondo, trasformandolo nel giardino dell'Eden. A metà tra Hannibal Lecter e Tom Ripley, Jean-Baptiste punta all'eccezionalità. O, forse, a essere semplicemente come tutti gli altri. Imprevedibile, lussureggiante, visionario, Il profumo è una fiaba nera scritta come i capolavori del gotico – a tratti, però, ho trovato insostenibile l'assenza di discorsi diretti. Padrone dell'arte degli alchimisti, l'autore coreografa una lunga orgia sensoriale e carpisce finanche l'essenza dei fiori più rari. Anche a costo di ubriacarci tutti.  Andrebbe letto, perciò, con estrema parsimonia. Poche gocce prima di andare a dormire. Nudi – e con una notte di incubi davanti. ★★★½

A novant'anni appena compiuti, l'adorato Wood Allen esordisce come romanziere con una commedia perfettamente nel suo stile. Caustica e brillante, ma senza grandi sorprese, sembra proprio una sceneggiatura delle sue. Che succede a Baum? Scrittore pretenzioso e pedante che si sognava il novello Dostoevskij, a cinquant'anni fa i conti con un matrimonio in crisi (il terzo), una carriera da rilanciare (nonostante un'accusa di molestie sessuali), un figliastro in attesa di vincere il Booker Prize (con un vergognoso scheletro nell'armadio) e una cognata troppo bella per un imbelle (inoltre, sembra proprio la reincarnazione dell'amore più appassionato del protagonista). Il destino, al solito beffardo, si divertirà a sparigliare le carte. Strutturato come un soliloquio, il romanzo garantisce un nuovo alter-ego al maestro newyorkese e, seppur lontano dal capolavoro di Philip Roth, diverte con una lamentazione che avrebbe fatto sentire Portnoy meno incompreso. Impossibile non leggerlo immaginando le voce di Oreste Lionello nelle orecchie; vietato non confidare in un ritorno al cinema. ★★★

Sembra uscito da un romanzo di Elizabeth Strout o John Williams. Ordinario, eppure adorabile, Brian è un contabile raccontato nell'arco di trent'anni. Dolcissimo coi suoi piccoli rituali, ne sviluppa uno tutto nuovo: il cinema. I film sono il migliore strumento per filtrare il mondo, infatti, e per comprenderlo. Mi sono affezionato allo schematismo della routine del protagonista, e ho ammirato la sobrietà di Cooper. A farmi storcere il naso è stato proprio l'elemento che ha attratto la mia attenzione: la cinefilia. Vengono menzionati troppi film, spesso sconosciuti al pubblico medio, e con una dovizia di particolari che rivela troppo delle trame e degli aspetti tecnici. Il gusto enciclopedico per le liste e i dettagli mi ha fatto pensare più alla saggistica che ai romanzi, e l'interesse torna vivo soltanto quando si menzionano orgogli italiani (Fellini, De Sica, Leone, Olmi) o l'avvento prima di Blockbuster, infine di Netflix. Per fortuna, le frequenti digressioni non sovrastano del tutto il protagonista, ma fanno da prisma alla sua breve storia. Un'esistenza rigorosa, da metodo Stanislavskij, ma che nel finale saprà cambiare un poco copione. ★★½