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giovedì 21 maggio 2026

Recensione: Un raggio di buio, di Ethan Hawke

| Un raggio di buio, di Ethan Hawke. Sur, € 8,75, pp. 270 |

Che Ethan Hawke sappia scrivere, non dovrebbe stupire. Dopo un curriculum da rubacuori negli anni Novanta, ha collezionato cinque nomination agli Oscar – due delle quali, per di più, come sceneggiatore della trilogia cult di Richard Linklater. Dichiaro comunque meraviglia, però, davanti a una lettura che non si limita a essere una riflessione sul mestiere dell'attore: Un raggio di buio ha dialoghi brillanti, profondità psicologica e ritmi al fulmicotone, al netto di uno sviluppo un po' irrisolto. Proprio come Hawke, il protagonista, William, è un attore hollywoodiano desideroso di affrancarsi dall'etichetta di icona teen. Trentaduenne, papà di due bambini ed ex marito di una rockstar, si reinventa – o almeno ci prova – a Broadway. Mentre la sua vita privata va in frantumi, barbaramente sbandierata su tutti rotocalchi, lui diventa Hotspur in Enrico IV: l'eroe della tragedia, o forse l'antagonista?

Non vedevo l'ora di recitare. Se avessi saputo fare bene quello, sarei riuscito a riacciuffare il mio orgoglio dal fondo dell'abisso nero e cavernoso in cui mi sembrava di essere precipitato. Quella sarebbe stata l'unica cosa nella mia vita in cui non combinavo un disastro.

Continuamente messo in discussione come interprete, figlio, compagno e amante, William abbraccia il copione con un misto di abnegazione e disperazione. Perché la realtà è scadente. E, per essere un bravo artista, bisogna prima rinunciare a sé stessi. Si sorride dei flirt e degli inconvenienti, degli istrioni alla Laurence Olivier e dei capricci dei divi. Ma a emergere è soprattutto il batticuore del backstage. In queste pagine ci sono il fiato corto, i cali di voce, gli schizzi di saliva, le mani che tremano, la perdita di peso, i reading estenuanti e le coreografie dei duelli. Poi i fischi, gli applausi, le attese delle recensioni ufficiali… A metà tra una tragicommedia e il saggio di un addetto ai lavori, il romanzo fa con il teatro shakespeariano quello che Whiplash fece con la batteria. È elettrizzante, angoscioso, perfino mistico a tratti, e dice fuori dai denti quello che succede dall'altra parte del sipario. Anche l'ansia da palcoscenico e l'alienazione, infatti, possono diventare le migliori amiche di un personaggio che nel pentametro giambico trova finalmente salvezza – pur con la consapevolezza che perfino i migliori siano sostituibili: dunque figuriamoci lui. Una compagnia di 39 attori. Uno spettacolo lungo 4 ore. fari da 150 watt pronti a mettere in luce, o a bruciare, ogni ambizione. Come sopravvivere nel mentre? Soprattutto, cosa inventarsi dopo? Tutto il mondo è un palcoscenico. E Hawke conosce benissimo il prezzo del bis.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ditonellapiaga – Hollywood

lunedì 13 aprile 2026

Recensione: Cuore l'innamorato, di Lily King

| Cuore l'innamorato, di Lily King. Fazi, € 18,50, pp. 228 |

È un romanzo che si diverte a bluffare, questo: sarà che, a partire dal titolo, cita un gioco di carte inventato dai protagonisti? Cuore l'innamorato non è quello che sembra, e contiene più storie in una – diversissime per ambientazioni, toni, colori. Arrivato in Italia con una veste grafica degna del più frivolo dei romanzi chick lit, in realtà è una storia arguta, colta e piena di storie: se non fosse stato per il passaparola dei lettori, non l'avrei mai saputo. Diviso in tre parti, racconta tre fasi della vita della narratrice: senza nome, è ribattezzata Jordan come uno dei personaggi femminili del Grande Gatsby.

Senza il tempo, l'eternità fa meno paura.

Nella prima parte, è universitaria con due genitori divorziati, un solo fidanzato nel curriculum e un debito studentesco da capogiro: mentre medita di trattenersi lì per un trimestre in più, dice addio alla giovinezza accanto a Sam e Yash. Migliori amici e cocchi dei prof, hanno una citazione pretenziosa per tutto e, proprio come Jordan, vorrebbero fare gli scrittori. Ne nascerà un'affinità elettiva, dove l'amore, tuttavia, ci metterà lo zampino. Nella seconda parte, ambientata vent'anni dopo, la protagonista ha realizzato i suoi sogni, ha una casa piena di figli e animali, ma non si è sposata con nessuno dei due pretendenti: cos'è successo dopo un'esperienza da ragazza alla pari nei luoghi di Proust, Mann, Celine? Nella terza e ultima parte, il passato - a lungo, ripudiato per legittima difesa - diventerà l'unico rifugio davanti a una rimpatriata col sapore degli addii.

Ti ho amato per tutta la vita. Ci vediamo dopo il prossimo Bang.

La sorpresa è che Lily King è bravissima. Ma, forse, non è una sorpresa: classe 1963, precedentemente pubblicata da Adelphi, ha una lunga gavetta alle spalle e tutta la naturalezza possibile nell'alternare riflessioni etiche ad amplessi in letti minuscoli, la tragedia classica alle vibes di Sally Rooney. Ambiziosi e cerebrali, brillanti e ciarlieri, i suoi protagonisti filosofeggiano come nelle commedie di Allen e danno voce alle loro emozioni esclusivamente nei racconti a cui lavorano. All'inizio, ho amato tutto. A metà, ho storto il naso per i risvolti luttuosi. Alla fine, però, ho pianto: complice una riflessione conclusiva sull'amore, l'esistenza e il tempo sottolineata a penna sulla mia copia. Cuore l'innamorato, insomma, è meglio di quanto suggerisca la copertina e peggio di quel che giurano gli entusiasti. Ma resta una lettura emozionante, capace di riportarti all'età delle grandi scelte e di infonderti nostalgia per un tempo passato senza avvisare. Quando le amicizie sembravano eterne, i sogni a portata di mano e la felicità, tanto che era grande, faceva quasi spavento.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Sei tu

martedì 9 settembre 2025

Recensione: L'imperatore della gioia, di Ocean Vuong

| L'imperatore della gioia, di Ocean Vuong. Guanda, € 20, pp. 432 |

È considerato una delle voci più significative della sua generazione. Classe 1988, origini vietnamite, si muove con successo tra prosa e poesia. Tutti scrivono di lui — da Oprah a Bjork. Il suo secondo romanzo, però, è molto diverso da come ce lo raccontano oltreoceano. Presentato come un'avventura alla Mark Twain, potrebbe deludere chi confidava in un'epopea densa e rocambolesca. La trama, essenziale, racconta le gioie e i dolori del giovane Hai: alter-ego dell'autore, ha sviluppato una dipendenza dai farmaci e dalle bugie. Mentre pensa di togliersi la vita, lo salva Grazina: ottant'anni, ha bisogno di un infermiere per fronteggiare la demenza e i flashback di una Lituania sotto assedio, divisa tra Hiltler e Lenin.

Il superpotere dell'essere giovani consiste nel fatto che sei più vicino al non essere nulla – e quando sei molto vecchio è la stessa cosa.

Vuong descrive la loro improbabile convivenza, ma anche la routine tragicomica del ristorante in cui Hai lavora part-time. L'HomeMarket potrebbe essere il set di una sit-com. Popolato da personaggi ai margini — prostitute, reduci, eroinomani —, offre cornbread di una bontà leggendaria e un cast di comprimari adorabili. BJ (la manager wrestler), Maureen (rettiliana convinta) e Sony (cugino Asperger con il pallino per la guerra civile) sono gli ingranaggi di un microcosmo umile e dignitoso che diventa emblema del sogno americano. Troppo lirico e frammentario per i miei gusti, ma ispiratissimo, Vuong ha lo sguardo empatico del cinema di Sean Baker.

Le parole sono incantesimi. In quanto scrittore, dovresti saperlo. È per questo, Labas, che si dice “fare lo spelling”, da spell, incantesimo.

Scrive così una fiaba su un battaglione di diseredati — i personaggi sono tutti immigrati, fragili, abbandonati —, che nell'America di Obama porta avanti le speranze delle generazione precedente. Era il 2009, e tutto sembrava possibile: soprattutto reclamare appartenenza. Benché politico e saldamente ancorato al reale, L'imperatore della gioia ha la grazie necessaria per conferire una dimensione favolistica al dramma dell'emarginazione. East Gladness, Connecticut, è un luogo ai confini della realtà in cui l'inverno è lungo sette mesi, la brina ricopre ogni superficie e il fiume gorgoglia inquinamento. Lì, in una baracca sull'argine, è possibile imparare dal nuovo la gentilezza, la collaborazione, la fiducia nel progresso umano. Il segreto, direbbe Grazina, è abbuffarsi di carote: ci vogliono vitamine — e piccoli eroi di questi — per prevenire la tristezza.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Stonemilker - Bjork

mercoledì 30 luglio 2025

Recensione: La mia ultima storia per te, di Sofia Assante

| La mia ultima storia per te, di Sofia Assente. Mondadori, € 20, pp. 384 |

Com'eravate quindici anni fa? Io somigliavo proprio ad Andrea, il protagonista del romanzo d'esordio di Sofia Assante. Bassino e poco loquace, avido lettore di narrativa americana sin da allora, mi innamoravo dei personaggi femminili di John Green, ascoltavo in macchina Jason Mraz e Avicii, fantasticavo di opportunità di lavoro internazionali e feste esclusive da teen drama. Ambientato tra il presente e il primo decennio degli anni Duemila, questo romanzo è un tuffo negli anni della mia adolescenza a cui, soprattutto se nostalgici, è difficile non volere bene. Conosciamo davvero chi abbiamo accanto? Cosa si nasconde dietro la famiglia perfetta? Sono le domande che riportano Andrea a Roma, dopo il dottorato a New York. Non è bastato mettere un oceano di distanza tra sé e il passato per scordare Elettra, la migliore amica di cui è sempre stato innamorato, e il resto della famiglia Alfieri. Fasciati in abiti di lino pregiato, colti ma inclusivi, belli come stelle del cinema.

Certi eventi, come certi amori, semplicemente non si possono sradicare. Mi passa per la testa questo pensiero: la vera bellezza, il vero amore, hanno sempre qualcosa di terribile.

A metà tra un antropologo e un cavaliere servente, Andrea li ho osservati a lungo, come Nick Carraway contempla l'opulenza di Gatsby tra le pagine del capolavoro di Fitzgerald. Fino, almeno, alla loro caduta. Abbagliato dal loro fascino, non ha mai intuito la tragedia in agguato. Brillante, a tratti perfino divertentissima, quella di Assante è un'avventura post-adolescenziale dal retrogusto malinconico dove partire è solo una scusa per poter tornare. Nonostante qualche pagina di troppo e comprimari dal potenziale non sempre approfondito (i mitici zia Mimì e Arman meriterebbero uno spin-off tutto loro), ha i sospiri delle commedie romantiche e la struttura di un thriller dei sentimenti, con tanto di colpo di scena conclusivo. Imperfetto e strabordante, ma generosissimo, scoppia di storie e passa in maniera sorprendente da un tono all'altro. A volte sembra perdere di vista l'obiettivo. Ma l'autrice, per fortuna, interviene a sciogliere dubbi e nodi, in un finale ambientato nel futuro che verrà tra cinquant'anni. E ci mostra irriconoscibili, invecchiati. Allora avremo forse dimenticato i ritornelli dell'indimenticabile estate del 2008, trascorsa a bere latte e zenzero sul lago d'Orta. Ma il primo amore della Mia ultima storia per te no, mai.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Avicii - Without You
 

giovedì 10 luglio 2025

Recensione: Donnaregina, di Teresa Ciabatti

|Donnaregina, di Teresa Ciabatti. Mondadori, € 19, pp. 228 |

Chi è Giuseppe Misso, detto 'O Nasone? Ex camorrista, ha quasi ottant'anni e vive in una località segreta, lontano dalla sua amata Napoli. Carismatico, colto, bugiardo, descrive al “Corriere della Sera” un'esistenza dai toni picareschi, fatta di lussi sfacciati (gli orologi costosi e le Jaguar), hobby peculiari (l'allevamento di colombi) e relazioni improbabili (la presunta parentela con Leonardo DiCaprio; l'antagonismo con Lovigino, amico divenuto rivale; gli amori per Antonietta, Adele, Teresa, da cui sono nati due figli). Ormai invecchiato, si racconta all'alter-ego di Teresa Ciabatti.

Uno non ci pensa mai che i cattivi hanno una normalità, e a forza di pensarli lontani, a forza di relegarli in una dimensione remota, oltre a semplificare, proteggiamo noi stessi, credo.

Cos'hanno in comune un superboss e una scrittrice al centro di una dolorosa crisi familiare e creativa? La narratrice ne sa poco di cronaca, e soprattutto non è napoletana. Più interessata a raccontare l'uomo che il mostro, più concentrata sul privato che sui delitti, instaura con Misso un dialogo tenero e peculiare — è presente perfino all'ultimo matrimonio di lui, intrappolata in un discutibile tailleur arancione. Intanto, però, è costretta a fare i conti con le resistenze dell'editore, con un gemello litigioso e una migliore amica morente, ma soprattutto con Camilla: la figlia tredicenne, nella quale scorge il riverbero delle sofferenza di Bruna, la primogenita transgender di Misso.

Chiunque è un'invenzione di qualcun altro.

Come mai ho letto Donnaregina, lettura a metà tra l'inchiesta e l'autofiction, io che solitamente prediligo la narrativa? Merito della voce di Ciabatti. Empatica ed egocentrica, sprezzante e fragilissima — un'autrice, insomma, che c'entra tutto e niente con le doglianze del camorrista che si credeva Robin Hood. Benché sia lei stessa intrusa nel rione Sanità, mi ha condotto tra i vicoli e le contraddizioni di una storia che esce spesso fuori traccia e proprio per questo risulta irresistibile. Tra lunghi audio su WhatsApp e appuntamenti alla Rinascente, Misso tenta di soggiogare la protagonista per veicolarne le opinioni. Ma, in un lungo braccio di ferro, è lei a imporre la sua personale versione dei fatti — umana e incoerente, surreale a tratti, ma assolutamente vincente. È più temibile fronteggiare un criminale, d'altronde, o convivere con una figlia iscritta in seconda media? Il mistero dell'adolescenza: più impenetrabile della camorra.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Nada – Amore Disperato

martedì 27 maggio 2025

Recensione: Le sorelle Blue, di Coco Mellors

| Le sorelle Blue, di Coco Mellors. Einaudi, € 20, pp. 432 |

Con alcune storie, forse, tocca soltanto litigare per entrarci in sintonia. Mi è successo con il nuovo romanzo di Coco Mellors. Da me attesissimo, si è lasciato leggere per buona parte in perfetto silenzio: non riuscivo ad ammettere nemmeno a me stesso, infatti, quanto mi stesse deludendo. Colpa di dinamiche familiari non sempre credibili — i genitori, all'indomani di un lutto terribile, sono completamente assenti —, di dialoghi talmente verbosi da rubare la scena al cordoglio, di un gruppo di protagoniste descritte tutte con i superlativi assoluti delle donne toste, forti, indipendenti. Per fortuna, ci ho fatto la pace nella seconda metà. Cresciute nel Upper West Side, Le sorelle Blue sembrano le figlie di Cleopatra e Frankenstein.

Ti voglio bene anch'io. Senza “anche”.

Nate da una coppia di genitori inseparabili e disfunzionali, ne hanno ereditato le dipendenze. Fuggite da un capo all'altro del mondo per scappare al dolore e ai rimorsi, si ritrovano nella casa in cui sono state bambine per l'anniversario della morte di Nicky. Da quando una overdose di antidolorifici l'ha portata via, le superstiti si sono trovate a fare i conti con una nuova formazione. Come funziona un terzetto? Avery, la primogenita, si è costruita una vita perfetta in un sobborgo inglese alla giusta distanza dal suo passato di eroinomane: da sempre punto di riferimento per le sorelle, si scopre pietrificata all'evenienza di diventare madre, rischiando di ricascare nelle antiche abitudini. Bonnie, la meno memorabile, è un'ex campionessa di boxe: l'attrazione segreta verso il suo allenatore l'ha spinta a trasferirsi in California, dove lavora come buttafuori. Lucky, la più piccola, è una modella a Parigi nella settimana della moda: dedita alle notti in bianco e agli eccessi, è cresciuta troppo in fretta in un mondo dove gli uomini sono predatori e alle donne è richiesta la massima frivolezza. Rotta per sempre l'armonia di un'infanzia di letti a castello e Spice Girls, possono riuscire a innamorarsi nuovamente della vita?

Si erano scritte pagine e pagine sull'amore romantico, sul legame profondo che unisce gli amanti. Ma anche quest'altro tipo di amore meritava estasi, meritava canzoni. Prima ancora di conoscere il corpo di un amante, lei conosceva già quello delle sorelle: si era specchiata nei loro piedi lunghi, negli occhi chiari, nelle membra eleganti e nelle orecchie arrotondate.

Di gran lunga più convenzionale del romanzo d'esordio, per me malinconico ed effervescente come alcune commedie newyorkesi di Woody Allen, l'opera seconda di Mellors è una parabola esistenziale imperfetta ma vivissima, che la speranza incrollabile e le simmetrie sottili trasformano in una versione contemporanea di Piccole donne. Peccato che protagoniste pretendano tutte indistintamente di essere Jo March. Alleate contro il mondo, ma per il resto acerrime rivali, serbano i peggiori segreti per loro stesse pur di proteggersi. Il rischio: isolarsi. Toccherà salvare un frigorifero rosa dalla nettezza urbana, convertire una lite in piena regola in una toccante occasione di confronto, per rivalutarsi. E rivalutarle. È una storia che parla di rapporti di sangue, d'altronde. Era necessario prima azzuffarsi un po' per diventare parte della famiglia.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - Birds of a Feather

giovedì 16 gennaio 2025

Recensione: Tu sei qui, di David Nicholls


| Tu sei qui, di David Nicholls. Neri Pozza, € 20, pp. 384 |

Lei, Marnie, è un'editor di città. Sposata e divorziata ancora prima dell'arrivo dei trent'anni, patisce il fatto che i protagonisti dei libri che corregge facciano più sesso di lei. Lui, Michael, è un professore di geografia. Ferito nel fisico e nei sentimenti, nasconde sotto i maglioni infeltriti i dolori per il matrimonio naufragato a causa dei problemi di infertilità. Uguali ma diversi, faticano entrambi a riprendersi e, come animali feriti, preferiscono rifugiarsi nella solitudine. Hanno realmente chiuso con l'amore, o l'hanno soltanto offerto alla persona sbagliata? David Nicholls, da sempre un fuoriclasse in materia di commedie romantiche, torna in libreria con un'altra storia perfetta per diventare un film. I dialoghi sono brillantissimi, i toni nostalgici, lo spunto cinematografico: spinti da amici comuni, infatti, i protagonisti si metteranno alla prova con un trekking costa a costa. Trecento chilometri, puntando dritti al mare.

C’è una sorta di tirannia anche in questo, nell’idea che la vita debba essere piena, come se fosse un buco che devi continuare a riempire, un secchio che perde, e non basta riempirla, devi anche farti vedere che la riempi. Devo per forza avere hobby, progetti, amanti? Devo per forza eccellere?

Tra piogge torrenziali e schiarite, laghi gelati e paesini sommersi, stanze da incubo e playlist condivise, passeggeranno nei luoghi di Wordsworth e delle sorelle Brontë parlando di amore, sesso, vita, morte. Benché il lieto fine appaia questa volta dietro l'angolo, vietato dubitare del tocco inconfondibile dell'autore di Un giorno. Anche se non destinati alla tragedia, Marnie e Michael appaiono struggenti coi loro ordinati dispiaceri: la genitorialità mai arrivata, l'ansia sociale peggiorata con il lockdown, la difficoltà di stringere rapporti sinceri dopo i quaranta. Ma a furia di camminare i calcagni si induriscono, il passo si fa più svelto, la lingua si scioglie. Anche la socialità è un muscolo che va allenato, per scongiurare l'atrofia? Ambientato in una natura aspra ma mozzafiato, Tu sei qui ha per colonna sonora i No Doubt e il picchiettare della pioggia sul cappuccio cerato. Soprattutto, la medesima gentilezza degli escursionisti che, quando ti incrociano, ti salutano sempre. Sul finire dell'anno appena passato, così, ho sognato anch'io la crisi di mezza età e un viaggio coast to coast.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Joni Mitchell – Blue

lunedì 7 ottobre 2024

Recensione: Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre, di Irene Solà

| Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre. Irene Solà, Mondadori, € 18,50, pp. 156 |

Cosa succederebbe se David Eggers, il regista di The Witch e The Lighthouse, dirigesse una sceneggiatura firmata dal fantasma di Gabriel Garcìa Màrquez? La bravissima Irene Solà, autrice catalana già di culto presso i millennial, sembra mostrarcelo in questo incubo a occhi aperti. Un po' menestrello, un po' strega, ci apre le porte di una saga familiare fosca e oscena, i cui personaggi si muovono in un limbo brulicante di insetti. Siamo in una stamberga sui Pirenei. Il casolare del Mas Clavell è paragonato a un corpo in decadenza, le stanze a una bocca guasta. È una proverbiale notte buia e tempestosa e, costretta a letto, la vecchia Bernadeta attende la morte: non è il paradiso che la attende. Veggente, è stata l'amante del Maligno in persona e una degli ultimi membri di una famiglia di donne irredente. Eccole, riunite intorno al capezzale, pronte a trascinare la parente inferma all'inferno. Hanno sgozzato un capretto. E disordinatamente, confondendosi coi vivi, si sono raccontate senza filtri al lettore. Vissute a cavallo tra le due guerre, appartengono a una progenie maledetta: nel loro DNA c'è il gene della mancanza, dell'abbandono.

Perché di mattino una donna ingenua poteva illudersi che la notte fosse finita. Mentre la notte non finiva mai, attendeva di nascosto e faceva sempre ritorno.

Solà ci propone un carosello spettrale di orgogliose peccatrici e, sondando le ombre, ci intrattiene con bambini divorati nella culla, abusi e mattanze, selve popolose di belve e briganti. Per leggerla è vietato essere impressionabili: gli argomenti scabrosi abbondano e poco è lasciato all'immaginazione. Il suo romanzo è una carogna che disgusta, eppure, misteriosamente, attrae. Come volgere lo sguardo altrove? Schiavo del turbamento, ho subito tessuto le lodi di una scrittura ritmica e fortemente suggestiva: sensuale perfino nell'orrore più turpe. Il difetto è che la trama non presenta una vera evoluzione e che, fino all'ultima pagina, aspettiamo soltanto l'ultimo rantolo di Bernadeta. Eccessivamente barocco, prima affascina e poi affatica, con uno stile densissimo e un albero genealogico troppo ramificato per duecento pagine scarse. Si respira un sentore di decomposizione. Ma anche l'odore del soffritto che intanto frigge in padella: cipolla, lardo, cannella. C'è una festa da preparare. Alienate dal mondo, mosse da attrazioni incestuose e fantasie di zoofilia, le donne di casa sghignazzano delle diavolerie dell'epoca contemporanea e nutrono nostalgia per gli eccessi che furono. Sono vittime inermi del Secolo breve o femministe all'avanguardia, in un passato in cui altrimenti non avrebbero avuto voce? Il loro sabbat è un commiato senza speranze in cui le tenebre sono l'unico spettacolo da rimirare; l'unica coperta abbastanza lunga da stringerle tutte insieme ancora una volta.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Thom Yorke – Volk


venerdì 29 marzo 2024

Recensione: La mia Ingeborg, di Tore Renberg

| La mia Ingeborg, di Tore Renberg. Fazi, € 18, pp. 180 |

In una vecchia casa di legno, in una Norvegia sferzata dal vento di un inverno perenne, un vecchio si racconta. Le assi di legno scricchiolano, ma le sue ossa stanche di più. Indolenzito, forse gravemente malato, si è forzato a tagliarsi la barba, a indossare camicia e pantaloni eleganti, a camuffare il sentore di alcol della bocca. Come il patriarca della famiglia Usher in un classico dell'horror di Edgar Allan Poe, braccato dai cani neri del sensi di colpa, dialoga con gli spettri del passato e attende ospiti con cui sgravarsi la coscienza: i suoi ragazzi sono ormai irriconoscibili, lontani. La verità li renderà finalmente liberi? O li rovinerà definitivamente? È una storia d'amore e morte, la sua. Una storia di ottusa resistenza al progresso, percepito alla stregua di una donna lasciva e provocante. Abbarbicato nella parte alta della valle, chiuso a qualsivoglia novità, in gioventù ha trasformato quel paesaggio di troll e altre leggende folkloristiche in un nido da proteggere. Con lui lo divideva l'amata Ingeborg: la donna, infermiera traboccante di vita e stimata da tutto il paese, amava le giornate di sole e i cespugli pieni di bacche.

Quando due persone si incontrano e cadono uno nelle braccia dell'altra, allora la terra trema e succedono cose meravigliose.

Il loro era un matrimonio appassionato, nonostante le diversità caratteriali, ma la donna si era improvvisamente incupita dopo la partenza della prole per l'università. Da quando non è più tornata da una passeggiata nella brughiera, tutto si è perso. Anche il rapporto con i figli biologici: il maschio remissivo e melenso; la femmina attivista e bisessuale. Per fortuna c'è Oddo, affetto da un grave ritardo intellettivo, che dorme nella stalla e cuce reti da pesca: cresciuto come un terzo figlio, è l'unica persona su cui Tollak riversa la poca tenerezza posseduta. Per fortuna c'è ancora e per sempre, nonostante tutto, Ingeborg: un fantasma seminudo nella camera da letto; il pupazzo di un ventriloquo, la cui voce risuona come la coscienza dello stesso protagonista. C'è qualcosa di marcio nel romanzo di Tore Renberg. Di marcio e attraente. Potentissimo e oscuro, fitto di segreti agghiaccianti, somiglia più a una confessione che a una rimpatriata familiare. Lo esemplifica ad arte la copertina italiana, in cui due sagome intrecciate in un tango della gelosia galleggiano su uno sfondo rosso passione; rosso sangue. La mia Ingeborg somiglia preoccupantemente a una delle tante notizie di cronaca, ma si legge con la fascinazione dei classici del gotico. Il protagonista, sfidando la lingua impastata dagli alcolici e la reticenza dei montanari, non vuole preti alla sua presenza. Non crede nello spauracchio del paradiso e, sibila acidamente, non ci crederà neanche nell'ora fatale. Tuona, così, contro la scomparsa delle segherie; le bugie dei giornali e della TV; i cellulari che ipnotizzano e rintronano i nipotini; gli sconvolgimenti climatici, i ristoranti etnici, gli uomini troppo effeminati. Con una voce simile a un coltello nelle costole, ci renderà tutti complici di un narratore magnetico ma irredento. Dirà tutta la verità, nient'altro che la verità. E mai in sua difesa.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: CCCP – Amandoti

mercoledì 27 dicembre 2023

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

| L'amore molesto, di Elena Ferrante. E/O, pp. 176, € 11 |

Torno da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio: non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore molesto è un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un tour de force fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso, pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del classico di Lewis Carroll.

L'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.

Come in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta: una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari, ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro dalle bugie della memoria?

Dire è incatenare tempi e spazi perduti.

Ci sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di famiglia.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana

martedì 24 ottobre 2023

Recensione: La coppia felice, di Naoise Dolan


| La coppia felice, di Naoise Dolan. Atlantide, € 18, pp. 272 |

Che fine hanno fatto le commedie romantiche? Il quesito è emerso durante una conversazione fra amici. Si sentiva nostalgia di Meg Ryan e Julia Roberts, dei lieto fine annunciati, dei titoli di coda subito dopo i fiori d'arancio. Che fine hanno fatto gli innamorati noiosamente contenti, che vivono il quotidiano senza spaccare il capello in quattro? Non ne troverete di certo nel nuovo romanzo di Naoise Dolan. Una commedia sofisticata che parte dal coronamento di un sogno d'amore, il matrimonio, per poi trasformarsi in un giallo dei sentimenti in cui tutto è a rischio: cerimonia compresa. I protagonisti dell'autrice irlandese sono l'incubo dei novelli promessi sposi; il dramma dei wedding planner. Tutt'altro che sereni e sorridenti, si raccontano e si lasciano raccontare in un conto alla rovescia arguto e imprevedibile, fatto di liste per punti, tabelle e diagrammi, bozze di giuramenti. Lui, Jake, è un manager traditore e indeciso: "fidanzato trofeo", patisce la distrazione e la freddezza della partner. Lei, Celine, è una pianista troppo assorbita dalla sua professione per badare al resto: indossa sempre guanti protettivi per non rovinarsi le mani e vive similmente anche il sesso. Attorniati da una galleria di parenti invadenti, si defilano quando possono. E, in segreto, minacciano di tagliare la corda prima dell'altare.

La solitudine non era non avere nessuno. La solitudine era l'abisso tra quello che speravi e quello che avevi.

Nel corso della lettura interverranno Phoebe, la pecora nera della famiglia con un fiuto per le bugie; Maria, la ex di Celine; Archie, l'ex di Jake; infine Vivian, gallerista che infonderà saggezza quando tutti minacceranno di perdere il controllo. Come il genere ormai comanda, i personaggi sono tutti bisessuali e multietnici; considerano la fedeltà un retaggio del patriarcato e sono negati nelle scelte. Parlano molto, pensano troppo, vivono l'affanno delle convenzioni sociali. Giurano di amarsi… Ma oggi l'amore è forse abbastanza? Troppo lontani da me, questa volta mi hanno reso arduo empatizzare: li ho osservati a distanza. Stranito, sì, ma col sorriso. Disillusa, amara, eppure esilarante, a un certo l'autrice li fa discorrere di Jane Austen. E quanto mi avrebbe divertito La coppia felice in abiti ottocenteschi, con le sorelle Bennet che parlano in gaelico per spettegolare impunemente e un Darcy queer che tracanna gin tonic per sfuggire alla vita adulta. Dolan omaggia il romance, e poi lo vampirizza per saziare noi millennial affamati d'amore e cinismo. Non esiste una sola anima gemella. Sarebbe quindi tempo sprecato non provarci con tutte, no? Le fedi, girate e rigirate in preda all'indecisione, scaveranno solchi sull'anulare.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: AnnalisaMon Amour

mercoledì 3 maggio 2023

Recensione: Lapvona, di Ottessa Moshfegh

| Lapvona, di Ottessa Moshfegh. Feltrinelli, € 18, pp. 270 |

È il romanzo che non ti aspetteresti da qualcuno come lei. Un'autrice un po' radical chic; una da salotti raffinati e sbadigli nei caffè lunghi di Starbucks. Questa volta si sporca le mani e retrocede in un terrificante Medioevo, ma con sé porta pur sempre una curiosa ventata pop. In esergo c'è una canzone di un'ex stellina Disney, Demi Lovato, e subito dopo la descrizione meticolosa dei contorcimenti di un efferato bandito condannato al patibolo. Siamo in un villaggio di un Paese indefinito: la bellezza è una colpa incancellabile, la morte una compagna costante, il dolore un ponte verso Dio. In cima alla collina svettano i cancelli, guai a oltrepassarli, del feudatario. Da lì l'esilarante Villiam guarda il mondo dei villici come se fosse una messinscena: per sfuggire alla noia che lo attanaglia, il sovrano costringe la servitù a ridicole danze e organizza piccoli attentati con cui si sollazza alla stregua di spettacoli. 

Era una ragazza forte, ma aveva la morte dentro. La morte è così. Come un mendicante che ti segue lungo la strada. E ti ammazza.

Tra i suoi sudditi c'è Marek, tredici anni e gravemente deforme: un novello Quasimodo, quasi, figlio del gelido pastore Jude e di una madre dai capelli rosso fuoco, di cui non resta che una misteriosa tomba vuota. A salvarlo dalla miseria potrebbero essere Ina, strega centenaria dai seni copiosi di latte, e una impensata ascesa sociale. Ma tra parenti redivivi, scenografiche nozze in rosso e banchetti luculliani a Natale, nessuno è al sicuro; soprattutto se ci si appresta alla nascita di un nuovo Messia e se ci si allontana dall'innocenza primigenia degli umili. Ne ucciderà più l'ignoranza che la spada. Insomma: prendete le ambientazioni cupissime del Trono di spade e mescolatele all'umorismo caustico, al senso del ridicolo, del cinema del greco Lanthimos. Otterrete un soggiorno a Lapvona: una satira sui (nostri?) tempi bui che, a dispetto dei toni parodistici, si fa prendere tremendamente sul serio.

Certe volte qualcosa di nuovo può ricordarti quello che hai perduto.

È un piacere smarrirsi nella sua gustosissima (ma irrisolta) galleria di personaggi borderline, prostrati da pestilenze, ansie e avidità. È un orrore soffermarsi sulle descrizioni più truculente (sadomasochismo, squartamenti, stupri, cannibalismo), rese però irresistibili dalla bellezza sublime delle scrittura. A una prima parte da incorniciare, morbosa e fiabesca com'è, ne segue una seconda sfilacciata e inconcludente: ho avuto l'impressione che la narratrice, onnisciente ma troppo indolente per tirare le briglie delle numerose sottotrame, a un certo punto non sapesse più cos'altro aggiungere, chiuso il suo carosello di ammiccamenti e nefandezze. Come la pesca addentata da Marek nel romanzo, Lapvona nasconde difetti sotto la sua buccia succulenta: un verme. È una natura morta. L'apprezzamento della lettura, e del lauto pasto, dipenderanno dalla suscettibilità del nostro palato.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – King

venerdì 22 luglio 2022

Recensione: Animale, di Lisa Taddeo

| Animale, di Lisa Taddeo. Mondadori, € 22, pp. 343 |

In tutti gli uomini, sottopelle, si nasconde un potenziale stupratore. Questa idea provocatoria era alla base del film Promising Young Woman: nella commedia nera di Emerald Fennell, la protagonista – fintamente vulnerabile – tendeva agguati a predatori sessuali in giacca e cravatta. Spregiudicato, aggressivo e senza peli sulla lingua, il romanzo di Lisa Taddeo persegue la medesima crociata femminista, ma senza l'arma dell'ironia. Animale è una lettura brutta, sporca e cattiva. Forse troppo? Ambientato in una Los Angeles lontanissima dallo sfavillio dello show business, segue la fuga rocambolesca di Joan. Prigioniera di un passato traumatico, tenta a ogni costo di avvicinare Alice – bella insegnante di yoga di cui brama l'amicizia – ma scappa dalla vendetta di Eleanor, figlia borderline del suo ex amante. Le sue ultime relazioni non sono finite bene. Mentre era a cena con la sua nuova fiamma, soprannominata Big Sky, ha assistito al suicidio di Vic: padre di famiglia sedotto e abbandonato, si è fatto esplodere la testa in un ristorante newyorchese. Qualcuno come Joan conosce il senso di colpa? Calamita per i maschi, repellente per le femmine, conduce uno stile di vita al di sopra delle sue possibilità economiche e fiuta occasioni in ogni dove. Perfino nella sua ultima sistemazione, sul fondo di un canyon polveroso a pochi passi da una vecchia comune per scambisti, troverà amanti e oggetti luccicanti capaci di farle gola.

Se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei depravata. La depravazione mi è stata utile. A fare cosa, non saprei. Ma sono sopravvissuta al peggio. Sopravvissuta è la seconda parola che sceglierei.

Quando sei diventata così puttana?”, le domanda qualcuno a metà romanzo. “È una lunga storia”, risponde lei. Ed è una lunga storia anche quella che, per scagionarla o forse per renderle finalmente giustizia, firma la brava e divertita Taddeo. Il suo ultimo romanzo, fascinoso e respingente insieme, a tratti pervaso di una bizzarra tenerezza, è una vicenda per stomaci forti in cui le donne sono tutte mantidi religiose e gli uomini tutti approfittatori. Prende avvio come un film erotico degli anni Settanta, ma presto si anima di armonie stridenti e accoglie tematiche provanti: stupro, aborto, omicidio. Ma la violenza del contenuto, oltre che per l'innegabile gusto di provocare, serve soprattutto per giungere gradualmente alla comprensione della doppia natura della protagonista: sempre in compagnia ma sempre sola, inquieta e contraddittoria, usa e viene usata a momenti alterni; è vittima della dipendenza affettiva di un amore non corrisposto ma, allo stesso tempo, tiranneggia su un amante sottostimato.

Solo le persone che vivono la loro vita in modo molto abitudinario, che non hanno mai conosciuto un dolore umiliante, possono amare il sabato e la domenica. A me davano un senso di precaria solitudine. Sembrava sempre che tutti fossero scappati in un posto dove io non ero stata invitata. Piscine azzurre e cocktail su vassoi rotondi. Oppure laghi neri e altalene di pneumatici.

Da bambina leggeva Stephen King in piscina ammiccando come Lolita, amava alla follia la sua passionale famiglia italiana, immaginava con smania i segreti degli adulti. Ha sofferto le pene dell'inferno, è cresciuta nella fretta e nella deviazione. Crede che il delitto sia l'unica soluzione, a volte, e che la follia sia la libera espressione di un dolore più profondo. Animale si legge come un thriller efferato, ma nell'epilogo risuona come un monito per le generazioni future. Laggiù il sudore imperla le fronti, il sole picchia forte, gli indumenti si appiccicano alla pelle. I vesti bianchi, ormai sporchi, sono da tingere di rosso per camuffare il sangue versato. Fuori i coyote asserragliano le abitazioni e ululano quando percepiscono l'arrivo del ciclo mestruale. Braccata, animale tra gli animali, Joan non ha mai paura e gironzola dentro casa con le scarpe alte. Il tonfo dei suoi tacchi – stilettate sul parquet – rivaleggia con gli ululati: simbolo di erotismo senza tempo, eco di solitudine senza requie.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Maneskin – I Wanna Be Your Slave

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie

lunedì 13 giugno 2022

Recensione: La fortuna, di Valeria Parrella

| La fortuna, di Valeria Parrella. Feltrinelli, € 16, pp. 140 |

Ai miei studenti non ho dato compiti per le vacanze. Difficilmente sarò il loro insegnante anche il prossimo anno e, onestamente, non ho mai creduto nelle letture obbligate. L’ultimo romanzo di Valeria Parrella, però, avrebbe potuto essere la mia eccezione alla regola. Piccola storia di formazione con una grande scrittura alla base, è un prezioso bignami di storia e cultura romana. E, soprattutto, un’avventura comune a tutti i giovani d’oggi: crescere dritti e robusti, coraggiosi, senza lasciarsi piegare dal caos tutt’intorno – impresa degna di un vero eroe. Come ci insegna la mitologia, ci sono tre parche a tessere la tela della nostra esistenza: annodano in trame misteriose vita, destino e morte.

Perché il desiderio è nascosto, si innalza dalla terra, è il cuore stesso della terra, e noi siamo terreni.

È possibile torcere a nostro vantaggio il filo di quella centrale? Essere, insomma, più forti del divino? Se lo domanda Lucio, diciotto anni, che ogni sera lascia le imposte semiaperte sperando che ci si intrufoli di soppiatto la Fortuna: soltanto lei, scritta rigorosamente con la maiuscola, può stravolgergli la vita. Nato con un occhio guercio – troppo fragile, dunque, a detta degli altri –, il protagonista diventerà tuttalpiù un senatore: mai un gladiatore, mai il condottiero di una nave. Ma la costruzione di un’orazione – glielo spiegano i suoi maestri, Quintiliano e Marziale – non è poi troppo diversa da quella di un’imbarcazione. Come preferire, tuttavia, l’astrattezza delle parole alla gloria di un futuro d’azione? Il Colosseo, intanto, è in costruzione sotto lo sguardo attento di Vespasiano; l’amato Tito conquista Gerusalemme; Plinio il Vecchio allestisce la propria flotta. Presto, all’orizzonte, si profila una nube di fuoco, pioggia e lapilli; un prodigio che sconvolge il cielo, la terra e la giovinezza. Per tre giorni e tre notti l’eruzione del Vesuvio terrà l’Impero in scacco. Descritto in maniera particolareggiata, quest’evento apocalittico rappresenterà l’iniziazione all’età adulta per Lucio e gli altri ragazzi della sua generazione: si sbucherà dall’altra parte della nube tossica ingrigiti dalla cenere, invecchiati, per sempre mutati.

Vivono solo gli dei e ciò che gli assomiglia: quando abbiamo riso per una sciocchezza. Cercare la tua schiena nella notte. Quella bracciata che mi fa tutt’uno con il mare. Il momento in cui mia madre poggiò la sua mano sulla mia, guardando lontano oltre il davanzale. Essere uomo e cavallo nel galoppo. La lama del primo gladio che mi fu regalato. E tu, lenta ginestra.

L’autrice napoletana, con una lingua immediata e seducente, firma un romanzo di formazione esile ma densissimo, capace di condensare in un centinaio di pagine tutto ciò ci affanniamo a memorizzare tra i banchi di scuola: la pietas filiale, l’adesione al mos maiorum, il potere eternatore della letteratura. C’è magia in Lucio, nell’eccezionalità di uno sguardo deviato – straniato – che ricorda quello di Mattia Pascal. C’è magia nella lava, che, sotto la sua coltre spessa, annienta la vita e la preserva al tempo stesso. Cosa resterà delle ambizioni di Lucio, del suo amore per l’amato Aulo e dei giochi della Fortuna? Ce lo racconteranno gli scavi archeologici, la memoria delle ginestre, le parole fuori dal tempo di Valeria Parrella.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Two Steps from Hell – Nero